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Nel vuoto agostano lanciamo un breve racconto di Spallanzani, inedito, che ricorda un po’ Mister Squishy per il tentativo di comprendere la realtà.

“Al lavoro ho fatto il repartista per due anni e poi il caporeparto. Lasciando stare quanto m’hanno fatto penare per questa misera promozione, poi son diventato capo settore nel giro di due settimane e grazie ad un’idea da brevettare che qui espongo:

nel magazzino ci sono quindici addetti, sei muletti e quattro giraffe (la giraffa è un muletto con una specie di forchetta che premendo su un pistone si alza e serve a riporre la merce, le cose che poi noi vendiamo, nelle incastellature alte di questo spaventoso magazzino da quarantamila metri quadri). Orbene, le giraffe si rompono. Come tutto ciò che giace sotto la luna, le giraffe e i muletti si corrompono e vanno a pezzi e più non funzionano, non funzionano più, helas! ci fanno disperare. Non trascinano o non alzano più, più non vanno, sicché la mattina è tutta una corsa a chi si impossessa della miglior giraffa, dell’unica che funziona, e siccome i numeretti scritti sopra sono stati sgraffiati, per renderle meno riconoscibili, adesso solo gli addetti più esperti riescono a capire con un solo sguardo quale sia la giraffa funzionante, e se la annettono. Gli altri, facciano il loro porco lavoro come possono.
E’ in questa condizione di perenne rottura che sono intervenuto io. Ho pensato che se nessuno cura la manutenzione e tutti manovrano le giraffe come fossero autoscontro, sfasciandole e abbandonandole in un cantuccio, ciò dipende soltanto dal fatto che non è roba loro: non ci sono attaccati, per loro le giraffe sono roba del padrone ed il padrone è una carogna. Una constatazione elementare, fatta mille volte, ma non per niente qui io sono il più studiato, ho fatto le scuole alte e sono anche laureato e non ho ritenuto vergognoso venire a fare il facchino con una laurea perchè sapevo che avrei potuto usarla… nella fattispecie, ho fatto così:
ho pensato che quella dei magazzinieri è una squadra e che gli si potevano promettere cinquecentomila lire all’anno in più, per tutta la squadra, precisando che eventuali interventi manutentivi sulle giraffe sarebbero stati cura della squadra e il denaro prelevato dal bonus finale. Ossia, quando si rompe qualcosa la squadra stessa chiama la manutenzione e il costo dell’intervento viene scalato dal bonus: se a fine anno rimane qualcosa, se lo dividono tutti i magazzinieri. Più cura nel manovrare gli attrezzi significava meno riparazioni e quindi maggior bonus per gli addetti. L’idea era bella e puntava sull’avidità, non poteva non funzionare. Ne parlai col mio capo e lui prima mi disse che era una cretineria, poi rise e dopo due settimane se l’andò a vendere in direzione come un’idea sua. La direzione prima rise, poi disse che era una cretineria e dopo qualche tempo l’adottò.
Non c’è voluto un anno per vederne i frutti. Appena è entrata in vigore la nuova regola, i lamenti sulle giraffe rotte sono cessati di colpo. Nel magazzino si è diffusa un’aria di cospirazione e nessuno parlava più: quando chiedevi ai sudditi come si portavano le giraffe quelli si limitavano a sorridere e a dire all right! Tutto andava quindi per il meglio.
Niente più lamentele! Niente più reclami. Tutte le giraffe erano guarite di colpo, tutti i bubboni sanati. E tutto crollò alla prima ispezione: ci si accorse che le giraffe asseritamente in ottimo stato erano ridotte a ferraglia e così anche i muletti, così anche le saracinesche e tutto ciò che richiedeva manutenzione: il magazzino era un grande antro silenzioso pieno di macchine sfondate e addetti muti. Tacevano e poi negavano, negavano l’evidenza, minimizzavano. In realtà la roba si rompeva e continuava a rompersi come e peggio di prima ma nessuno ne parlava, nel timore che la manutenzione sottraesse denaro al bonus. Così facendo, i cari subordinati applicavano semplicemente la logica dei padroni. Si erano anzi accordati per nascondere il più possibile il tracollo delle giraffe: provvedevano loro stessi a ripararle col filo di rafia e un paio di martellate ma ovviamente i rammendi cascavano giù dopo una settimana e lasciavano ancora più danni, più ruggine, più caos nel grande magazzino da non so quanti metri quadri. L’idea era fallimentare sin dal principio, e io lo sapevo.
Il mio capo, ultimo anello della catena, fu trasferito a Catanzaro. In ciò lui vedeva qualcosa di simile all’arruolarsi nella legione straniera. Al suo posto adesso ci sono io.”

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