Ci è semblato di vedele una elle

Le notizie sui folli letterari si trovano nei luoghi più impensati. Ad es. in “Symbols, Signals, And Noise: The Nature and Process of Communication“, di J. R. Pierce, leggiamo che il poeta tedesco Gottlob Burmann scrisse 130 poesie, per un totale di di circa 20.000 versi, senza mai usare la lettera “r”. Il suo odio per la “r” era tale che negli ultimi diciassette anni della sua vita giunse persino a bandirla dalla normale conversazione, il che tra parentesi gli impediva di pronunciare il suo cognome.

Eliminare una consonante però è abbastanza facile. Gli autori barocchi avevano fatto di meglio: a metà del settecento Fernando Jacinto de Zurita y Haro, Francisco de Navarrete y Ribera e Manuel Lorenzo de Lizarazu y Berbinzana, oltre a sfoggiare nomi lunghi ed araldici, pubblicarono ognuno una novella scritta senza la “a”. D’altro canto, nel 1641 Alonso de Alcalá y Herrera diede a tutti uno schiaffo morale pubblicando “Varios effetos de amor en cinco novelas exemplares“, composto da cinque novelle che sono altrettanti lipogrammi in cui manca una delle 5 vocali.

Nel 1939 Ernest Wincent Wright pubblicò a sue spese un romanzo di 50.000 parole intitolato “Gadsby” in cui omise del tutto la lettera “e”, che è anche la più frequente della lingua inglese. In confronto Perec è un plagiario.

Con simili precedenti, che poteva fare Spallanzani? Magari un racconto monovocalico in “e”? Beh, in principio pensò di scrivere l’ennesimo testo senza la “e”, stavolta di centomila parole, e calcolò che gli sarebbe servito un anno di duro lavoro, ma ci ripensò: non aveva senso mettersi a competere con questi mentecatti sul piano quantitativo e poi comunque gli amici del bar avrebbero giudicato l’impresa come un segno di bizzarria o, peggio ancora, di esibizionismo (questo terrore di Spallanzani per il giudizio degli amici del bar è attestato in più occasioni: si veda “Gli amici del bar, sostegno o censura?“, di A. Sibilla). Alla fine, Spallanzani decise di ricorrere a un trucco che gli era già servito altre volte, e cioè far conto di aver già scritto l’opera progettata, però poi gli venne un’altra idea: cominciò a raccontare in giro che un suo amico, tale Giorgio Perego, gli aveva mandato un dattiloscritto senza la “e”, perchè gli si era rotto il tasto della macchina, e che lui, cioè lui Spallanzani, per fargli un favore lo stava riscrivendo mettendoci tutte le “e”. Così, nel giro di un mesetto riscrisse “La scomparsa” sostituendo alle perifrasi le presunte parole originali.

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