Critica di libri non letti (ancora sul giallo)

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Qualche giorno fa abbiamo letto un articolo di Guido Vitiello sul giallo come rito sacrificale. Semplificando al massimo, l’autore ipotizza che nel giallo potrebbe non contare tanto l’aspetto enigmistico, quanto quello in un certo senso “catartico”: c’è un assassinio, che contamina una comunità, e c’è la caccia rituale a un colpevole, la cui punizione “purifica” tutti gli altri. La tesi era già stata esposta nel suo libro La commedia dell’innocenza, di cui per altro abbiamo letto solo un frammento (ma per la Fondazione, nella sua oracolare supponenza, ciò non è quasi mai un motivo sufficiente per astenersi dai commenti).

Ad ogni modo, secondo questa congettura ci sarebbe un’analogia morfologica tra giallo e tragedia classica, il che è di sicuro più interessante della classica tesi per cui il giallo è felice e illuministico. Tuttavia, siamo portati istintivamente a contrastarla perchè sembra pur sempre fondata sull’idea del giallo come ricostruzione di un ordine (anche se magari non razionale).

Già molti anni fa criticammo la tesi di altro autore, più semplicistica, per cui il giallo presuppone un mondo ordinato, un fatto che turba l’ordine (es. un omicidio) e un agente che, ragionando sui dati, ricostruisce l’ordine. Il noir tutto il contrario, e cioè un mondo caotico, un criminale che vuole imporre un ordine parziale (es. progettando un omicidio) e in genere il fallimento di questo tentativo. Al riguardo, notavamo che lo stesso fatto (l’omicidio) veniva considerato portatore di ordine nel noir e di disordine nel giallo, e che la parola “ordine” veniva usata indiscriminatamente in due sensi diversi: ordine sociale, per il giallo, e “senso compiuto” per il noir.

Il problema era, ed è, che nel giallo inteso come branca della logica o della teologia l’omicidio sarebbe parte dell’ordine del mondo, inevitabile e armonioso come lo spandersi della luce sugli oggetti. Con l’ulteriore difficoltà che in un mondo strettamente deterministico non esiste scelta mentre l’assassino, per essere punito, deve poter scegliere. Quindi il giallo, a quanto pare, presuppone una realtà disordinata, mentre al contrario proprio il noir dà l’idea di un cosmo niente affatto caotico ma meccanico, in cui l’idea di colpa ha poco senso. Astratti paradossi, siamo d’accordo, ma che forse danno un indizio della scarsa utilità del binomio ordine/caos per analizzare il genere.

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In un altro vecchio articolo riportavamo la tesi per cui nella letteratura classica non ci sono veri e propri gialli in quanto non era prevista l’identificazione tra lettore e personaggio non onnisciente (questo però comincia a non valere più nel romanzo ellenistico, ad esempio); inoltre non esisteva nemmeno l’idea di un detective portatore delle istanze di giustizia della società, perché nel mondo antico persino l’omicidio era tendenzialmente considerato un crimine privato.

Se si considera la tragedia analizzata da Vitiello nel suo libro (l’Edipo re), si nota che il mistero dell’assassino di Laio non è poi un mistero, perché gli spettatori sanno già che è stato Edipo, e che la punizione divina (la peste) non dipende dall’uccisione di uomo, ma di un re (e per di più c’è l’incesto). Quindi ha ragione Vitiello quando nota che l’Edipo non è un giallo, come molti sostengono, ma che semmai il giallo somiglia all’Edipo. E però somiglia a un Edipo privato di alcuni caratteri che ci sembrano essenziali, come la previa conoscenza dell’assassino e la natura privilegiata della vittima.

Si potrebbe obiettare: e l’ispettore Colombo? Anche lì si sa subito chi è l’assassino. Però questo potrebbe voler dire appunto che Colombo non è un giallo, ne ha solo l’apparenza. Colombo potrebbe essere davvero un rito sacrificale, in cui lo spettatore però si identifica nella preda. In altre parole, se al giallo togliamo l’ignoranza del lettore o il processo deduttivo, forse finiamo fuori dal giallo, come in Delitto e castigo o in CSI.

Chiaramente sarebbe stupido da parte nostra pretendere un perfetto parallelismo tra giallo e tragedia greca: se il primo è una sorta di residuo della seconda, delle differenze dovranno esserci per forza: il giallo sarebbe una sorta di calco secolarizzato (qui si va per ipotesi, non avendo letto il libro), qualcosa di simile ai giochi che riproducono antichi riti (ad es. il gioco della campana, che sarebbe il residuo di un antico percorso iniziatico). Al riguardo, però, ci torna in mente un libro di Callois, I giochi e gli uomini, citato anche da Vitiello, dove si contesta questo passaggio da rito a gioco, sostenendo che probabilmente le due forme non sono successive, ma contemporanee: anche i primitivi dovevano avere qualcosa di simile al gioco della campana, e allo stesso tempo vivevano il rito cui quel gioco somiglia. Tuttavia, gioco e rito erano sostanzialmente diversi, pur condividendo alcune forme, e di ciò erano consapevoli innanzitutto i primitivi.

Di questi antichi giochi (intesi come giochi) rimangono pochissime tracce, anche perché se noi moderni ci imbattiamo in una trottola del tremila avanti Cristo tendiamo a pensare che sia un oggetto rituale e non un gioco. Allo stesso modo, se trovassimo le tracce di un vero, antico giallo, probabilmente lo scambieremmo per un mito (e viceversa: un rito sacrificale moderno ci sembra un giallo). Magari queste cose le ha anche già scritte Vitiello. Disordine, disordine… l’articoletto ci lascia molto insoddisfatti, ma ormai l’abbiamo scritto. Volevamo anche citare la tesi di Spallanzani per cui il giallo sarebbe discendente della favola, ma è già troppo complicato così. Ad ogni modo ci ripromettiamo di tornare sull’argomento quando avremo letto il libro.

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4 risposte a Critica di libri non letti (ancora sul giallo)

  1. lastlightx ha detto:

    ma nel tenente colombo si sa il colpevole fin dall’inizio, come nell’edipo, eppure resta un giallo.

  2. eliaspallanzani ha detto:

    Già, oppure no, nel senso che forse proprio per questo Colombo non è un giallo (come non lo è “Delitto e castigo”, che poi è il modello di Colombo). Comunque resta il fatto che nell’Edipo (e in generale nella tragedia) un vero investigatore (rappresentante dell’autorità) non c’è, e non c’è nemmeno una vera e propria deduzione: il meccanismo stesso della tragedia porta inesorabilmente alla scoperta. P.S. abbiamo inglobato questo scambio nel post.

  3. unpopperuno ha detto:

    Cari Spallanzani, grazie anzitutto per l’interesse dedicato al mio vecchio libro.
    In effetti, alcune delle obiezioni trovano risposta nella “extended version”. Per esempio, a pagina 23 si legge: «L’analogia è accattivante, e non per caso conquistò ingegni non certo sprovveduti come Ernst Bloch, Michel Butor o l’Emil Ionesco di Vittime del dovere – senza contare che qualche anno fa il direttore della Série Noire di Gallimard, Didier Lamaison, ha voluto riscrivere per la storica collana il testo sofocleo come roman policier. Inutile dire che l’intero edificio poggia su qualche anacronismo piuttosto vistoso: tra oracoli e veggenti, l’idea di una prima indagine razionale in senso moderno suona stridente come quella di un “illuminismo greco”, e l’Edipo-Sherlock Holmes di Messac e d’altri ha quanto meno un che d’artefatto, come il Pericle-Montesquieu caro a Karl R. Popper. A ciò si aggiunga che la logica della sorpresa, del colpo di scena e della least likely person su cui si fonda il romanzo poliziesco è qui capovolta: il pubblico di Sofocle conosceva il nome dell’assassino prima ancora di accomodarsi sugli spalti, ed era semmai Edipo a esserne ignaro fino all’ultimo».
    Scrivo inoltre (pag. 32-33): «Non si ribadirà mai abbastanza, con Frye, che questo giocare al sacrificio non ha rapporti di derivazione storica dal sacrificio rituale. Stilare immaginifiche genealogie che a ritroso, come la carpa o il salmone, risalgano le correnti della storia per ricondurci da Agatha Christie a Eschilo, sarebbe impresa insensata: se già destano dubbi i tentativi di stabilire filiazioni dirette tra il sacrificio rituale e il teatro greco, comico e tragico, figuriamoci quanto aleatoria sarebbe una traversata plurisecolare. E d’altronde: perché lambiccarsi a cercare nessi storici rigidi quando si ha a che fare con qual cosa che gli uomini hanno praticato, variando i modi e le forme, per tutto il corso della loro storia e a tutte le latitudini, dall’India vedica alla Roma antica, dall’Anatolia degli Ittiti al Tibet? E cioè addossare, nel rito, a uno solo i mali e le colpe di tutti? Il romanzo poliziesco è un’amena versione moderna di questi riti, una messinscena drammatica rigorosamente formalizzata del loro principio ispiratore, ancora cosí visibile e operante in tante vicende umane; ai suoi lettori esso offre, per cosí dire, un rituale domestico e portatile. Si può quindi imprestare per i gialli all’inglese – ma per carità, non ci si prenda troppo alla lettera – la formula con cui il conte De Maistre nell’Eclaircissement sur les sacrifices (1821) designava le offerte sacrali di primizie nella Grecia antica: e cioè sacrifices diminués, “come noi potremmo trasportare nelle nostre case alcune cerimonie religiose, eseguite con pompa pubblica nelle nostre chiese”».
    Ma dovrei, e vorrei, farvi avere il libro!

    • eliaspallanzani ha detto:

      Immaginavamo che le obiezioni fossero già previste nel libro. D’altro canto è più facile, e forse anche più divertente, estremizzare una tesi prima di esaminarla (espediente scorretto, ma a volte utile come estrarre l’elemento da un composto). Nello scrivere il post, ad esempio, ci è venuta in mente una cosa che piano piano ci sta convincendo sempre di più, e cioè che già nell’antichità esistesse davvero qualcosa di molto vicino al giallo, una sorta di versione parallela e laica. Il fatto che non ne restino chiari segni potrebbe essere accidentale, visto quanto si è perso. Ad ogni modo, saremmo lieti di leggere il libro e ti abbiamo mandato un indirizzo fisico, che è valido, per quanto tortuoso.

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