Viaggio sentimentale all’intorno della mia narice II

Dopo il fragoroso insuccesso del primo capitolo, continuiamo per stizza la pubblicazione dell’inedito Spallanzanesco:

“In  Zangtumbtumb volle Gunaturfinaburani un duomo di delizie construrre. Il portone sarebbe stato un goban ma il giovane sacerdone di Ahribeardsley era indeciso su cosa far iscrivere nel biondo legno di Kaya. Lo affascinava una quartina dal sapore ermetico, opera dell’immortale Maestro:

昔昔亀没
頭下走獣
如水雷発
電車如似

che per gli incolti si potrebbe tradurre:

In tempi remoti la Tartaruga Gui
col capo chino correva tra le bestie
come lampo nell’acqua esploso
come carro in una nube di fumo.

Ora, Gunaturfinaburani sapeva molte cose. Sapeva che la scrittura umana è eco organica di un’articolazione universale, e che le crepe sul guscio di una tartaruga (animale che in occidente si è umiliato nella corsa, quanta puerilità!) sono il rivolo di una Grande Scrittura senza maiuscole 文: il segno di tutte le cose che si separano dopo essersi unite, e che mantengono questo rapporto pur nella distanza. Sapeva, sapeva. Ciò non pertanto, il senso dei versi continuava a sfuggirgli. Non vide allora altro rimedio che interrogare l’Illuminato, e così si diresse a passo meccanico verso lo stagno delle ninfee. Lì lo attendeva il maestro Bruno Lao-Tze.

Disse il maestro Bruno Lao-tze: “senza questo piumino esploso in testa sembrerei proprio Maurizio Costanzo”, e si arricciò il baffetto. Ai suoi piedi dormiva la Tartaruga Del Mondo mentre davanti a loro si innalzava la Narice, come una cattedrale di carne. Il suo arco ogivale copriva le stelle, profonda era la sua radice: la radice della Narice.
“L’uomo primordiale”, cominciò a dire Bruno, “che alcuni chiamano adàm kadmòn, o anche lo “Zio Negro”, ma qui si accorse di aver aperto troppe virgolette, non si raccapezzava più tra i livelli del discorso.
Chiuse virgolette alzò il ditino e disse ancora: “il maetro Bruno Lao-tze disse: “. Faceva come il bambino che gioca a coniugare gli avverbi: allorare, purtroppire, ebbènere, io ebbeno, tu ebbeni, tutto ebbene… allora si svegliò la Tartaruga Del Mondo e disse: “è una congiunzione”.
“Una congiunzione di cosa?”, rispose Bruno.
“Ebbene, è una congiunzione”, replicò stizzita la Tarta.
“Si ma quale?”
“Ebbene!”
“E’ bene cosa PORCO DAO?!”
“Ebbene, ebbene, vecchio pazzo!”, gnaulò la Tartaruga. “il soggetto è “ebbene”, ebbene (lei) è una congiunzione, non un avverbio!”
“Ahahahahah”, rise Bruno.
Anche quando si vedeva chiaramente che rideva, gli mettevano lo stesso il commento “rise il maestro Bruno”. Se lui diceva “ahahaahha”, qualcuno poi ci metteva una virgola e il commento. Pareva non ci fosse modo di evitarlo.
“Mia povera Tartaruga”, disse quindi Bruno, “come può una congiunzione essere soggetto? Si vede che sei sulla cattiva strada”.
In quella si spalancò la Narice e ne uscì fuori un vento caldo che smosse le foglie degli aranci e increspò il laghetto delle Rane Siderali. La Narice respirava due volte l’anno, la sua inspirazione creando l’inverno, la calda espirazione primavera.
“Ah, disse Bruno, si è aperto il Setto e il mio cuore si dilata alla promessa della rinascita. Di cosa parleremo oggi mia buona Tartaruga? forse del principio dell’amore?. Questo lo disse la Tartaruga.
“Ma perchè mi togli le battute e giochi a confondere? sei proprio una bestia del demonio!”.
La frase rimase per qualche tempo così, senza nessuna etichetta. Le rane e i grilli la guardavano passare nel cielo nuda, senza sapere a chi attribuirla. Ci fu un attimo di silenzio ed orrida incertezza ma al contempo stava la Narice immobile, come il pilastro dei cieli: al suo interno gorgogliavano i canali…” ”

 

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