Il luogo da cui promana ogni lontananza

Tra i tanti progetti abortiti di Spallanzani c’era anche un romanzo di ambientazione orientale che, se lo scartafaccio dice il vero, doveva intitolarsi “Viaggio sentimentale all’intorno della mia narice”. I frammenti rimasti bastano a capire i motivi dell’abbandono e lo stesso autore ne parlava raramente, definendolo “una specie di manganellata”. Bisogna anche sapere che in quegli anni Spallanzani era sorpreso ed angosciato dal relativo successo di Manganelli, che giudicava un fatuo e un copione, pur ammirando le sue cravatte. Ci siamo chiesti a lungo se rendere pubblici questi conati e alla fine abbiamo deciso che sì, perchè la Fondazione è testimonianza della verità e dell’errore. Ecco quindi l’incipit dell’opera:

“Gunaturfinaburani, giovane sacerdote di Ahribeardsley, non era soddisfatto. Eppure aveva tutto dalla vita.
Possedeva una grossa casa, con una ancora più grossa cupola che si alzava tra le altre grosse cupole di Zangtumbtumb. In un primo momento la cupola era fatta di rame e lavorata a scaglie di diecimila serpenti. In un secondo momento quella era venuta a noia a Gunaturfinaburani, ed egli ne aveva fatta costruire un’altra, in corna di narvali e piume di pavone. Nemmeno quell’altra gli era piaciuta a lungo, con il suo monotono scintillare metallico, ed allora aveva chiamato uno dei migliori calligrafi di Zangtumbtumb e gli aveva chiesto una cupola di inchiostro. L’ometto dalla pelle scura annuì servile e dopo tre giorni il suo palazzo era sovrastato da un immane calligramma di bava nera, fatto di fiori e tentacoli e ideogrammi , troppo intricati per l’occhio umano.
Possedeva inoltre un harem composto da settantasette fanciulle, di quelle che a Zangtumbtumb chiamano I-sha: le scelgono da piccole, a otto o nove mesi; e rimpiazzano i loro occhi con grossi granati, i loro denti con lame di madreperla, le loro unghie con stecche di avorio ed ebano. Alcune le tatuano dalla testa all’ombelico o dall’ombelico ai piedi, o per tutto il corpo; altre vengono bagnate per dieci anni nella porpora, o in altre tinture esotiche, e la loro pelle diventa rosso scuro, violetto, cobalto. Non sanno parlare, ma hanno un’incredibile abilità nel rimanere immobili, e servire il tè.
Gunaturfinaburani possedeva il bestiario più grande della città, ma nemmeno questo bastava a renderlo felice. Nel suo giardino, composto unicamente da alberi di porcellana e fiori di seta, abitato da insetti meccanici e usignoli a molla (un giorno si era presentato un orrido uccello di carne e piume, ma quelli lo avevano ucciso con i loro becchi laccati), si potevano trovare ottantotto tipi di draghi, una chimera e due manticore; una voliera per Roqq, un laghetto fatto di carne che ribolliva ed un cucciolo di shoggoth, che la sua prima moglie portava al guinzaglio quando usciva loro palazzo, tenendo nelle altre tre braccia petali di loto e timpani di piombo.
Eppure Gunaturfinaburani non era minimamente felice.
Nel tempio di AhriBeardsley vomitava sul sacro marmo quattordici volte al giorno, come prescrivevano le Sacre Scritture; ed interpretava i disegni aggraziati che il suo vomito componeva sul marmo giallo. Si cambiava d’abito quarantanove volte al giorno, osservando con sconforto il nulla non disegnato che i suoi vestiti servivano a coprire. Presiedeva correttamente a ciascuna delle cerimonie, il cui numero tendeva all’infinito, e molte delle quali consistevano in una teoria di passi, in un determinato numero di respiri da fare in presenza di tale idolo, uno starnuto in una data stanza, un gong da suonare tre volte.
Questo più di tutto lo rendeva infelice.
Un giorno, turbato da questi labili interrogativi, bloccò a metà una cerimonia davanti alla statua del dio disegnata dai fumi d’incenso e dalla cipria. I quattordici eunuchi che lo assistevano morirono sul colpo e si afflosciarono come manichini di stoffa pallida.
Approfittando della solitudine improvvisa, pensò di porgere qualche debole domanda al Dio:
– Ma è questa la realtà? – chiese con aria dubbiosa.
– Oh no – rispose l’immobile lasciva maschera dal lungo naso – questa è Zangtumbtumb, un’elegante cacofonia. Locus est quo nihil maius artifitiale concepi potest.
Ovviamente Gunaturfinaburani capì, perché era un esperto di lingue morte.
– E come posso divenire reale? – chiese al Dio.
– Non puoi. La realtà non è che una fase di passaggio. Tutto ciò che è reale finirà per tramutarsi in artificialità, ed è un passaggio senza ritorno. La tua non è una nostalgia, ma una perversione ulteriore. Tutto alla fine converge qui, a Zangtumbtumb, è solo questione di tempo. Che è solo un’altra invenzione, e quindi inevitabilmente dalla nostra parte. Tu non sei uomo, ma panneggio. E io non sono dio, ma maschera. Nemmeno barando si può recuperare l’istinto. Tanto vale essere eleganti – detto questo, aprì la bocca e sputò una cascata di perle nere come l’intestino di una grotta.
Poi tacque. Tacque il giorno seguente e per tutti i giorni a seguire. Gunaturfinaburani restò male, ma non si sentì più così infelice. Adesso sorrideva e aveva la meravigliosa consapevolezza che anche il suo sorriso, come tutto il resto, era arte.”

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