Come le statistiche dimostreranno

Quando a Spallanzani contestarono certe stranezze della contabilità, lui rispose che si trattava di figure retoriche. L’iperbole del magazzino, l’ellissi degli utili, l’epanalessi di certe poste, la litote (“più” che diventavano meno e viceversa)… inseriva, il Nostro, questi appassiti fiori per deformazione professionale. La GdF però non aveva una sufficiente formazione umanistica, carenza che perdura tutt’oggi. Come sia andata a finire è noto, ma la disavventura fu almeno occasione del memorabile detto spallanzanesco: “alla retorica dei sentimenti succede quella dei numeri: chi trucca un bilancio è il vero poeta di quest’epoca bassamente romantica”.

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Questa lunga e forse superflua introduzione per venire a parlare della pubblicità sul riequilibrio di genere. Avrete visto lo spot:  a un tratto la voce dice qualcosa del tipo “studi scientifici hanno dimostrato che se in una società lavorano più donne è più efficiente”.

Ora, “studi scientifici” richiama la pubblicità dei dentifrici e i ricercatori inglesi, ma non c’è da dubitare che questi studi esistano e siano anche serissimi. Il problema, semmai, è un altro: e se gli studi avessero dimostrato che una società con più donne è meno efficiente, che cosa avremmo dovuto fare? Stabilire che è lecito rendere più difficile l’assunzione delle donne? Certamente no, ma allora per quale motivo lo Stato sente il bisogno di rafforzare una tesi ideologica con considerazioni di efficienza? Non sarà forse l’ennesimo esempio della disonestà intellettuale con cui si cerca di gabellare per scelta economica una decisione di (giusto) principio?

Altro dubbio è se questo processo (ormai sistematico) sia consapevole o meno. Si potrebbe obiettare: che male c’è nel constatare che quello che riteniamo eticamente giusto produce anche il profit? Il problema è che sembra molto difficile capire se lo produce davvero, e il clima in cui vengono condotte queste indagini lascia il sospetto che l’esito della ricerca sia stabilito prima di cominciarla. Bisogna notare che ormai la maggior parte delle idee progressiste trova l’avallo della statistica: è un fenomeno straordinario, quasi incredibile, che qualunque scelta ricollegabile a una certa ideologia si riveli anche un affare.

Forse ci vorrebbe più cautela, anche perchè in passato gli studi scientifici e statistici tendevano a comprovare l’esatto opposto di quello che provano ora: e cioè che la compassione era deleteria, che le donne erano più adatte a crescere i figli, che le persone di colore erano meno intelligenti dei bianchi. In un passato recente, a quanto pare, la scienza economico-statistica non ne imbroccava una: ciò non impediva che il discorso apparentemente oggettivo della convenienza prendesse piede e contaminasse tutti i settori della vita. E questa tattica retorica si è rivelata così comoda, così potente, da rendersi infine autonoma, indipendente dall’ideologia che l’ha formata, tanto che ora viene usata in senso opposto.

Insensibilmente, un altro sistema ideologico diventa una metafisica dominante e strega anche i predicatori del dubbio. La vigliaccheria di questo approccio è indice di un vuoto e di un timore dell’ideologia: ma qual è la minaccia che giustifica questo timore?

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10 risposte a Come le statistiche dimostreranno

  1. E se fosse il contrario? Forse la ricerca della cieca ed inumana efficienza cambia la morale collettiva, e finiamo col considerare morale cio’ che abbiamo collettivamente accettato per pragmatismo.
    Tempo fa lessi qualcuno che spiegava che il punto di svolta per i diritti delle donne negli USA (da cui la cosa percolo’ nel resto dell’Occidente per imitazione – l’imitazione e’ a sua volta un approccio notoriamente efficiente per chi ha risorse limitate) fu la Guerra Fredda, in particolare la corsa agli armamenti nucleari.
    Il ragionamento sarebbe il seguente: l’URSS, per motivi ufficialmente ideologici ma forse anche in quel caso pratici, imponeva alle donne di lavorare; tra le varie conseguenze, c’erano tante donne scienziate e ingegnere, per esempio in campi come la fisica nucleare e l’astronautica. A un certo punto i decision-maker americani si sono accorti che questo raddoppio del serbatoio di cervelli potenziali era un vantaggio sleale e hanno deciso che era arrivato il tempo di incoraggiare le ragazze a studiare la matematica.
    Ed e’ cosi’ che abbiamo avuto un aumento dei diritti collettivi ma anche armi di distruzioni di massa piu’ efficienti. Per una strana ironia, da allora il numero di persone che apprezzano la prima cosa e’ aumentato, e della seconda e’ diminuito.

    • eliaspallanzani ha detto:

      Possibile, anzi probabile. Questo però non sembra esattamente un contrario, quanto un’altra faccia dello stesso problema. Resta in ogni caso che bisogna rendersene conto, perchè a meno che il pragma abbia una sovrannaturale umanità intrinseca, prima o poi qualche studio potrebbe dimostrare la convenienza (e quindi la moralità) di escludere le donne dal lavoro, o di mangiare certe persone.

      • vincibile ha detto:

        prima o poi qualche studio potrebbe dimostrare la convenienza (e quindi la moralità) di escludere le donne dal lavoro, o di mangiare certe persone.

        Il pubblico ignora bellamente come si fanno o non fanno richerche nel settore, la sua sensibilità per i favolosi studj scientifici non è vincolante. Si tratta, forse, di un feticismo condizionato: lo studio per me è credibile e accettabile finché corrobora – mi conviene – gran parte dei miei interessi morali o economici, è un surplus di conferma ma non gli riconosco il potere di falsificare i miei assiomi.
        Che il dentifricio con il batteriostatico alla moda sia molto efficace è idea desiderabile e un misterioso studio scientifico che lo attesti è un di più ben accetto perché piacevole ma non è condizionante. I fanatici di Vannoni o della somatostatina non si sono arresi alle solide ragioni biologiche contrarie alle loro speranze, hanno tranquillamente contestato la validità stessa del metodo scientifico, ma sempre pronti a riconsiderarlo pienamente se esso fornisse il risultato che conforta il loro desiderio.

        Ne consegue che lo studio sulla parità di genere è destinato a confortare chi già è persuaso della tesi.

      • eliaspallanzani ha detto:

        Ma più in generale, il fatto è che lo studio statistico e sociologico ha in questi campi una valenza limitatissima, visto che non può certo considerare tutte le infinite conseguenze sulla società. Un maggior numero di donne nell’impresa potrebbe incidere negativamente in un altro settore, magari lontanissimo, o avere effetti a lunga scadenza che al momento non sono prevedibili. Ciò non vuol dire che lo studio sia privo di valore, ma solo che ne ha pochino ed è sorprendente che venga usato da un governo come “argomento razionale”. Se lo spot avesse detto “è per i nostri principi etici e morali che vogliamo questo” sarebbe stato molto più onesto. E siccome non c’è nulla che vieti questa affermazione (a quanto pare la maggioranza è convinta che la parità sia un valore), l’unica spiegazione è che si tratta di un finto argomento, frutto di cattiva coscienza. Quella frase, insomma, lascia capire che in fondo non tutti sono convinti, nemmeno nel governo.

      • vincibile ha detto:

        Il fatto è, cari amichi, che il vostro lecito giudizio ha il difetto di affastellare più di un punto discutibile di questa dialettica che andate criticando, senza focalizzarne nessuno in particolare. Insomma, l’impressione mia è che volevate anche buttarla un po’ in caciara, tant’è che io pure v’ho risposto con un argomento fanfarone.

        Vi consiglio, allora, di disgiungere la questione epistemologica (lo status scientifico della sociologia e la validità dei suoi metodi) da quella dialettica.

        Ciò non vuol dire che lo studio sia privo di valore, ma solo che ne ha pochino ed è sorprendente che venga usato da un governo come “argomento razionale”.

        Argomento “razionale” non vuol dire granché. Chi deve dimostrare una tesi, la dimostra. Chi non è nelle circostanze di farlo, argomenta a favore o contro, per persuadere. Voi dite che l’argomento dei ricercatori inglesi è poco cogente, ed è vero a fronte della complessità del mondo vs le metodologie semplicistiche e fin troppo flessibili della sociologia. Ma quello del governo non è un argomento poco onesto, è semplicemente debole per l’epistemologia ma probabilmente efficace sul piano retorico, che più interessa la comunicazione. Un trucco retorico può benissimo venir impiegato per sostenere una verità o un’ipotesi plausibile, oltre che le panzane. Allora la quistione non è più la liceità dell’argomento del parte del governo (è formalmente lecito), ma l’affidabilità dei famigerati studi scientifici. Se l’argomento contro ogni velleità scientifica della sociologia è fondato, questi studi andrebbero rigettati in massa; ma pare che non sia così, come voi stessi ammettete. L’unica opzione onesta è veridicare lo studio in questione e vedere se dimostra davvero quanto sostiene oppure no.
        Siccome lo spot non fornisce alcun dato da analizzare, è inaccettabile e al contempo non si può rifiutarlo come infondato: puro, inutile agnosticismo sullo stato di cose. Però persuade, ecco tutto.

      • eliaspallanzani ha detto:

        Certamente è efficace, o almeno loro credono che lo sia, ma la domanda è: perchè è efficace anche su persone che hanno fatto LE SCUOLE ALTE e dovrebbero riconoscere al volo che è solo retorica? Lo è perchè quelle persone sono già predisposte a crederlo (indubbiamente), ma anche perchè il sistema di pensiero che si sono fatte impedisce loro di credere in altro. Ossia: queste persone preferiscono una retorica a un’altra per qualche motivo, ed è (si ipotizza) che di una hanno paura e dell’altra no. Non sono più capaci di fare affermazioni di principio, tranne quando riescono in qualche modo a trovarci sotto la convenienza. La verità è che hanno paura di essere considerate arretrate o dogmatiche, e allora scelgono (più o meno consapevolmente) quello che gli sembra il campo generalmente ritenuto meno dogmatico.

      • vincibile ha detto:

        La verità è che hanno paura di essere considerate arretrate o dogmatiche, e allora scelgono (più o meno consapevolmente) quello che gli sembra il campo generalmente ritenuto meno dogmatico.
        La cosa è interessante, anche dove si sostengono e propagandano posizioni storicamente conservatrici ho notato un certo affanno nel rigettare accuse di arretratezza, dogmatismo, inattualità ecc., che arriva a pretendere di essere il vero progressismo sulla piazza. Qui è difficile capire se si tratta di vera paura o di tattica per accalappiare il sostegno del velleitario in cerca di progressismo nominale.
        Per quale motivo un dichiarato apologeta della reazione dovrebbe temere di non apparire progressista?

      • eliaspallanzani ha detto:

        perchè l’italiano è innanzitutto fatuo e gli duole non sapere le novità, non essere avanti. Di norma il reazionario italiano utilizza più o meno le stesse tattiche e gli stessi segni del progressista (persino gli setssi vestiti, gli stessi accessori) e però ci tiene a farlo come segno di libertà di pensiero, come chi (al contrario) ogni tanto sui jeans indossasse una palandrana. Il reazionario italiano, come il progressista, vive in un mondo adolescenziale.

      • vincibile ha detto:

        Ma la libertà di pensiero è una figurina del progressismo! Il vero reazionario dovrebbe rigettarla e dirsi di pensiero fieramente dogmatico. Non succede perché il progressismo in qualcosa ha vinto, irrimeversibilmente. Così come il capitalismo.

  2. vincibile ha detto:

    PS: http://oggiscienza.wordpress.com/2014/07/02/se-leconomia-va-male-aumenta-il-razzismo/

    Sarebbe interessante testare l’ipotesi invertita, che il razzismo produca la crisi economica.

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