Libri che non li sa nemmeno la madre

Sulla bancarella abbiamo trovato una raccolta di poesie di  Pancrazio Luisi intitolata “Il punto di Lagrange”, con nota introduttiva di Tullio Regge. Interessati come siamo agli incroci tra scienza e letteratura, abbiamo affrontato la spesa di 99 centesimi per impadronirci della smilza silloge. La lettura ha confermato l’impressione di involontaria caricatura che esala dai nomi buffi dell’autore, del notatore e anche dell’editore (Manconi Peyrano). La premessa, in cui Regge si perita di chiarire che è professore di fisica al politecnico di Torino, ha un tono tra amichevole e canzonatorio. In particolare il prof. si lamenta dei tempi in cui lo costrinsero a imparare i versi di Petrarca e di Manzoni e si augura che le poesie di Pancrazio non diventino così famose da imporsi agli studenti. Rassicuriamo Regge: questo rischio non c’è.

Venendo alle poesie, a parte il vezzo di iniziarle con i due punti, o con un triplo due punti (:::), non troviamo moltissimo da notare: l’autore talvolta rima, talvolta no; talvolta allinea a destra, altre a sinistra, ogni tanto azzarda il calligramma (a forma di triangolo o di buco); in generale abbonda di termini tecnici e scientifici, ma nel complesso pare che la sua opera, invece di smentirla, confermi l’impermeabilità delle discipline. Facciamo qualche esempio:

“Il punto di Lagrange / Non fughe su altri pianeti / ma un progetto più modesto: / c’è qualcuno che sogna / di trasferire la residenza / nel cosiddetto punto di Lagrange / da dove contemplare / bellezze e nefandezze della Terra / una specie di culla gravitazionale / come lo chiama Tullio Regge / in cui amare e fare scienza.”

Difficile pensare a un modo più goffo di presentare l’immagine. La divisione in versi sembra inutile, “cosiddetto” e “una specie” gridano vendetta, la chiusa è particolarmente triste. Leggiamo ora “Adiabatica”:

“: pensava a se stesso in fondo / come ad un sistema adiabatico / (lo scambio con l’esterno essendo nullo) / pur tra picchi e depressioni / il prodotto restava costante / con ansia aspettava una perturbazione / che scotesse i fondamenti / di quell’equilibrio pseudo e nevrotico:”

La precisazione che non c’è scambio con l’esterno è particolarmente riprovevole, nella forma e nella sostanza: sembra giustificarsi solo per malcomprese ragioni didattiche e distrugge il già modesto fascino del parallelo. L’arcaico “scotesse” è altrettanto ingiustificato, come (di nuovo) la divisione in versi. Riportandolo in prosa, il pensierino guadagnerebbe in bellezza e musicalità.

E sono più o meno tutte così, quasi un manuale di come NON mischiare scienza e poesia. Vogliamo però riportarne ancora una, riuscita meglio:

“sull’infinitarettagiaccionoinfinitisegmentia-
ppaionotranquillimachiconosceillorosgomento”

P.S. forse ci siamo lasciati prendere un po’ la mano. In fondo il libro non è tanto peggio di molte opere consimili.

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2 risposte a Libri che non li sa nemmeno la madre

  1. vincibile ha detto:

    Tuttavia sorge il sospetto (malfidato, è vero) che abbiate scelto, non di proposito ma per un guizzo del malevolo subcosciente, proprio l’infimo libretto e con scopo già interessato alla tesi stroncatoria. Ma noi si crede che di ciò siete incolpevoli e saranno gli incubi diurni a punire con atroci sofferenze (e savi ammaestramenti) il vostro inconscio maldisposto.

    • eliaspallanzani ha detto:

      Non sia mai Iddio! L’abbiamo preso pieni di speranza, anche perchè in quarta Regge scrive “Luisi scrive anche poesie triangolari ed altre con buchi, regolate da leggi così fantasiose da far morire d’invidia penne ben più famose”, e noi ci siamo fidati.

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