I tre porcellini, o dell’indifferenza

Dopo l’iperinterpretazione dei puffi e scubidù ci siamo imbattuti in un’analisi politica di Mimì e la pallavolo e ci è tornato in mente un vecchio articolo sui tre porcellini, che senza vergogna riproponiamo:

<<[…] la semplicistica morale, ricorda La cicala e la formica o la parabola della casa costruita sulla sabbia e della casa costruita sulla roccia (Matteo 7,24-27, Luca 6,47-49). Nella versione di Walt Disney vediamo il primo porcellino costruire una casa di paglia, il secondo una di legno e poi tutti e due che giocano e si divertono prendendo in giro il terzo fratello, che sta ancora lavorando sodo per costruire la sua casa di mattoni. Poi arriva il lupo [1].

Però la prima trascrizione della favola è un po’ diversa. In The Nursey Rhymes Of England, pubblicato nel 1843, l’aspetto “formica-cicala” manca del tutto. I tre suini vengono allontanati dalla madre ed invitati a cercare la propria fortuna: il primo si imbatte in un viandante che ha della paglia e gliene chiede per farsi un casa; il secondo incontra un viandante che porta legna e il terzo uno che porta mattoni. La tragica morte dei primi due maiali arriva in pochissime righe. Ma la favola non dice affatto che il terzo maialino abbia fatto più fatica, nè che gli altri due abbiano scelto materiali leggeri per lavorare meno. In realtà l’uso dei diversi materiali sembra del tutto casuale, o frutto del destino.

Spogliata dal moralismo disneyano, la favola appare per quello che è realmente, ossia una cruda trasposizione della teoria (non a caso coeva) della selezione naturale: gli organismi mutano casualmente ma sotto la pressione naturale sopravvive solo il più adatto [2]. Ironicamente (o forse no, forse era voluto), la versione originale della favola è quasi del tutto scomparsa, lasciando il posto a testi più blandi e addomesticati: si tratta di un’ulteriore applicazione del medesimo principio, per cui mutazioni pseudo casuali hanno prodotto una super-favola zuccherosa e corretta, che sopravvive meglio nei cervelli dei bacchettoni e delle maestre elementari.

Per altro, il moralismo disneyano non è innocente, anzi viene messo al servizio dell’economico. Solo lavorando sodo, cioè, con perizia e preveggenza si “entra in un circolo virtuoso” di riproducibilità dell’identico. I mattoni rappresentano, per così dire, la garanzia economico-politica della funzionalità della selezione naturale. Il “più adatto” diventa qui, letteralmente, il più fungibile, come dimostrano i quadri e i poster appesi alle pareti delle tre case disneyane: espressioni di puro divertimento nei primi due casi, che non rinviano nient’altro che a se stessi (rappresentano infatti i due porcellini intenti a ballare e a suonare), mentre costituiscono una ferrea “messa-a-regime” nel terzo caso. Il fatto che in questi ultimi siano rappresentati “mother” (una scrofa che allatta numerosi piccoli) e “father” (una fila di salsiccie) pare una conferma tragicamente ironica del circolo riproduzione-morte, che nelle società  capitalistiche diviene virtuosa e funzionale riproducibilità di se stessa. Ovvero: il capitalismo è un destino, solo vagabondi e imprevidenti ne restano esclusi.

Ma c’è anche un’altra possibilità, e cioè che la fiaba costituisca un’allegoria delle miserie della filosofia: si potrebbe riscriverla dicendo c’era una volta un professore universitario che aveva tre allievi e disse loro qui non c’è più spazio, andate a cercare nel mondo la vostra fama. Allora il primo si diede all’idealismo e costruì una teoria che era la sintesi di spinte contrapposte; il secondo, per non essere da meno, trovò astratta la teoria e pensò di poter irrobustire l’idealismo iniettando nelle sue fondamenta una buona dose di economia politica; il terzo, che si credeva il più furbo della cucciolata, mostrò loro che l’edificio era sempre fragile perchè la loro teoria (come qualsiasi altro testo) poteva essere letta arbitrariamente, per cui si diede a decostruirla con la sua disonesta dialessi: era arrivato a mettere mano alle fondamenta e sosteneva contraddittoriamente che adesso la teoria, pur essendo sparita, era addirttura più robusta di prima, quando all’improvviso arrivò la storia (il lupo) e se li mangiò tutti e tre.

La crudele macchina dei Tre porcellini potrebbe essere analizzata più a lungo: mi sono limitato a qualche accenno, magari per far tornare la voglia di leggerla, ben oltre la sua presunta arretratezza. Al momento mi preme aver dimostrato che considerarla una storiella buona per le suore vuol dire non comprenderne la drammatica modernità [3].

[1] L’autore tace volutamente la circostanza, ben nota, che il cartone originale conteneva tracce di antisemitismo (nell’adozione da parte del lupo di un mascheramento da questuante ebreo). Un’interpretazione alternativa del cartone spiega il fatto in chiave massonica. Mentre i due porcellini minori (i profani) si preoccupano solo del lato materiale della vita, costruendo una abitazione che ha solo lo scopo di adempiere ad una funzione utilitaristica, il maggiore (l’iniziato) si appresta al duro lavoro del Libero Muratore di edificare, con i mattoni, il Tempio! Il lupo (il male), per convincere i profani ad aprire la porta si traveste semplicemente da agnello, ma con l’iniziato usa una tattica più raffinata: sapendo che il Fratello Massone ha in alta stima la tradizione spirituale ebraica, cerca di farsi aprire la porta presentandosi come venditore ebreo. L’iniziato riconosce però l’inganno e non lascierà entrare il male nel Tempio al quale nel frattempo i due porcellini minori hanno bussato ed, essendo stati accettati, sono divenuti anch’essi Liberi Muratori!

[2] L’autore finge di ignorare che l’Origine delle specie fu pubblicata solo nel 1858, ossia quindici anni dopo i Tre porcellini. Sarebbe quindi più corretto dire che la favola ispirò Darwin, invece di esserne ispirata.

[3] L’autore, non si sa perchè, sembra non considerare che la favola della selezione naturale ormai ha centocinquant’anni e quindi è tutto fuorchè moderna.>>

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