La trappola di Scooby-Doo

Nel libro “I giochi e gli uomini” Roger Caillois individua quattro radici del gioco: agon, alea, mimicry (imitazione o mimetismo) e ilinx (la vertigine). A suo parere c’è un forte legame tra gioco e struttura sociale, tanto che le società primitive possono dirsi basate sulla maschera e la vertigine (mimicry e ilinx) e quelle moderne sull’agon e l’alea. L’autore osserva che in diverse tribù dell’Africa il potere è monopolio di vere e proprie società segrete i cui membri, di solito gli anziani del villaggio, periodicamente si mascherano da spettri e vessano i giovani e le donne: a un certo punto però i giovani vengono sottoposti a un’iniziazione, il cui nucleo è la scoperta che gli spettri in realtà sono maschere, e da quel momento in poi anche loro possono servirsene (e vessare gli altri). La maschera è quindi potere e una regola ancestrale regola il passaggio di potere.

Ma che c’entra Scooby-Doo? In realtà il parallelo è evidente: gli amici di Scooby vanno in giro col loro furgone a risolvere misteri soprannaturali, ma alla fine si scopre sempre che il mostro è solo un uomo mascherato, di norma qualcuno che vuole appropriarsi di una risorsa allontanando tutti col terrore. Anche qui, dunque, i giovani più forti e coraggiosi scoprono che dietro la maschera non c’è nulla,  ma a differenza dell’antica società tribale non vengono chiamati a condividere il potere, anzi rivelano a tutti che è un imbroglio. E allora il potere come si trasmette?

Il problema non è secondario. Scooby Doo è iniziato nel 1969 e risente degli ideali dell’epoca. I protagonisti sono in qualche modo dei contestatori (almeno due o tre: Shaggy, Velma la nerd e in parte anche la bionda ricca), o comunque ne hanno l’aspetto (i pantaloni a zampa, il furgone, il nomadismo). Sono anche dei puri, perchè a quanto pare non gli viene mai in mente di accordarsi col mascalzone di turno o di chiedergli dei soldi per stare zitti. C’è qualcosa di latamente politico in tutto ciò e viene da pensare che i giovani dell’epoca, magari senza accorgersene, si immedesimassero in questa purezza dei contestatori. Tuttavia, per ogni maschera che Scooby scopre, ce ne sono altre mille che restano coperte. Rifiutando la maschera, i giovani contestatori in un certo senso si tagliano fuori dal potere.  E l’agghiacciante ripetitività della serie martella queste idee nelle teste dei ragazzini, che si convincono che il male è una maschera, mentre quello cammina sotto il sole.

Il fatto è che l’uscita dal mondo della maschera è sicuramente un segno di civiltà, ma dove andrà a finire la risorsa contesa? In genere nel cartone c’è qualcuno che sostiene di aver “diritto” a quella risorsa, ma non si questiona mai questo diritto. Si dà per scontato che è vero, che c’è un legittimo proprietario (mentre magari quello è a sua volta un predone, ma senza maschera) e quindi in definitiva i contestatori proteggono la proprietà, DA CUI SONO ESCLUSI.

E’ stato notato che i personaggi di scubidù sono eternamente giovani, non crescono, non maturano, non fanno nessuna esperienza formativa, sono incatenati al loro ideale, non sono integrati nella società reale che gli farebbe conoscere il compromesso, la misura, il relativismo morale per l’avanzamento del capitale. Si potrebbe paragonarli ai sessantottardi delle caricature, che non hanno mai fatto niente di veramente utile e mai lo faranno, che sanno solo lamentarsi che la società è piena di truffatori, ma non serve perché puntata dopo puntata la situazione non migliora nel complesso, ci sono sempre i soliti truffatori, che anzi sono l’unica ragion d’essere dell’esistenza del gruppuscolo. Ciò è molto sospetto. Oppure si tratta di fiancheggiatori, strumenti ancillari del potere criminale, come gli sbirri che catturano i ladruncoli affinché non infastidiscano l’onesto bancarottiere, difeso e protetto perché fa girare l’economia.

Ma la faccenda non è così semplice, e forse per capirla bisogna prenderla anche da un altro lato. Notiamo, incidentalmente, che i titoli degli episodi di Scooby-Doo sono tutti costituiti da umorosi giochi di parole e in generale i cattivi sono parodie di “veri” spettri e mostri, quindi non solo è esplicito che non c’è nessun mistero, ma l’intero mondo del cartone è “ironico” e quindi sostanzialmente ambiguo.
E’ poi evidente che il gruppo di Scooby è una famiglia, con Shaggy e il cane come figli e i due biondi come genitori, mentre la bruna è un po’ asessuata e potrebbe essere una specie di genio e/o di aiutante magico (nella versione “impoverita” di un mondo senza magia, quindi qualcuno che almeno conosce il mistero, anche se non ci crede).

Anche da questo punto di vista la situazione non cambia mai: i figli restano sempre figli, non crescono, non imparano a superare la paura, benchè vedano continuamente che non c’è nulla di soprannaturale. In realtà forse i figli VORREBBERO la maschera e quindi alla fin fine quelli che vengono puniti di più sono loro.

Perchè Shaggy e il cane non saranno mai capi, comanderà sempre il biondo: l’unico modo che avrebbero per cambiare la situazione forse sarebbe usare una maschera, ma non si può, perchè è solo una finzione. Per cui il cartone riproduce più volte e a tortiglione lo stesso schema di impotenza: anche chi indossa la maschera sostanzialmente è un bambino, e sarà sempre sconfitto. La crudeltà sta nel fatto che spesso Shaggy e il cane vengono usati come esche per intrappolare il cattivo: quindi si beccano tutto il male, la paura, il pericolo, e poi però non ottengono la ricompensa, perchè 1. non superano la paura e 2. non possono nemmeno appropriarsi della maschera.

Nel complesso, il cartone propone e difende un sistema di castrazione (non a caso Shaggy e il cane sono maschi): c’è un diritto, che non si discute, ci sono i cattivi mascherati e ci sono mamma e papà sbirri che si vestono coi pantaloni a zampa MA sono servi della legge, e poi ci sono i figli, eternamente esclusi dal potere E ANCHE dalla possibilità di fuggire nel fantastico. Il che ripropone esattamente la nostra società come si è venuta sviluppando.

Viene da chiedersi che accadrebbe se le maschere non venissero scoperte, o se fossero mostri veri. Sarebbe un mondo di terrore MA in quel mondo il cane e barbetta potrebbero vivere, sarebbero anzi avvantaggiati rispetto ai loro amici stupidamente coraggiosi. Finalmente sarebbero loro a comandare e ad insegnare agli altri come evitare i pericoli, oppure potrebbero a loro volta fondare un regno del terrore, diventare maschere. E questo non deve accadere. No: Scooby Doo insegna continuamente che i deboli non devono comandare e non possono cambiare.

Tutto questo è orribile. Da un lato c’è la folle avidità degli anziani, che non sono disposti a spartire il potere nemmeno quando si minaccia di mostrare che è basato su una finzione, e dall’altro c’è l’incredibile cecità dei genitori, che non si rendono conto del fatto che senza la maschera non è più possibile trovare un fondamento del potere diverso dalla pura forza: e in mezzo, stritolati, i figli.

Allora uno finisce per desiderare davvero un mondo di squilibrio e di terrore: vuole vivere nel trauma, essere confermato nel trauma, che è anche un sogno, e inconsciamente, inconsciamente, e poi sempre più consciamente, lui prepara la catastrofe.

Si ringrazia Leonetto per la collaborazione.

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7 risposte a La trappola di Scooby-Doo

  1. Hendioke ha detto:

    Analisi affascinante ma che si infrange contro i fatti della produzione di Scooby Doo. Anna e Barbera inizialmente volevano che i mostri fossero veri e che Scooby Doo e compagni fossero dei detective dell’innaturale. La produzione costrinse loro a togliere i mostri veri per un motivo abbastanza puerile ma comprensibile per una emittente TV americana di fine anni ’60: temevano che i bambini (destinatari dello show) venissero spaventati dai mostri veri.

    Così, per tenere in piedi il progetto, si decise di trasformare i mostri in persone mascherate riuscendo così a tenere in piedi sia l’immaginario horror cui intendeva attingere la serie sia il suo carattere investigativo.
    Il fatto che tutte le persone mascherate siano malviventi che vogliono appropriarsi di proprietà altrui trova facilmente spiegazione nel suo essere una storia plausibile la quale, come era costume per gli show televisivi dell’epoca (e per quanto riguarda gli show per bambini in parte è così anche oggi), è stata ripetuta ad ogni episodio per semplicità creativa e per venire incontro a un gusto che all’epoca tollerava, se non proprio esigeva, schemi narrativi fissi.

    Il fatto, poi, che siano Shaggy e Scooby a essere mandati avanti assolve allo stesso meccanismo narrativo per cui nei romanzi di Sherlock Holmes osserviamo la storia attraverso gli occhi di Watson. In ogni gruppo di investigatori che hanno a che fare con casi apparentemente paranormali (si pensi al Mastino dei Baskerville) c’è stato a lungo bisogno di componenti in grado di subire la suggestione dell’inganno i quali non possono essere coloro che poi lo risolveranno in quanto in personaggi destinati a non evolvere (come Sherlock e Watson o i componenti della banda di Scooby Doo) farsi suggestionare e comprendere l’inganno sono due caratteristiche conflittuali e antitetiche.

    Ergo, se avessero mandato avanti Velma, Fred o Dafne a fare da esca lo spettatore non avrebbe potuto vedere prima gli effetti dell’inganno e poi i mezzi dell’inganno (es. il fantasma che vola e poi i fili che lo fanno volare) ma avrebbe visto subito i mezzi, togliendo senso all’opera.

  2. eliaspallanzani ha detto:

    Già, ma le intenzioni degli autori sono sostanzialmente irrilevanti: in altre parole, quel che loro volevano non è necessariamente ciò che hanno fatto, né può vincolare l’interpretazione. Può essere interessante, da un punto di vista storico, sapere come si è svolta la produzione del cartone, ma non ci dice niente sugli effetti che il prodotto può aver avuto. Allo stesso modo, il fatto che gli autori usassero i personaggi avendo in mente certe funzioni, non vuol dire che poi le abbiano realizzate, né che fossero le uniche, né che di fatto siano state efficaci o preminenti.

  3. Hendioke ha detto:

    La buona vecchia ermeneutica; l’interpretazione di un’opera completamente svincolata dalla costruzione della stessa. Fattibilissimo ma è un metodo che trovo sopravvalutato. Spesso prende vie troppo astruse scartando spiegazioni più semplici e plausibili e altre volte finisce con l’addossare al/agli autore/i volontà precise ma non dimostrate, come spesso non sono dimostrati gli effetti che l’analisi ermeneutica attribuisce all’opera analizzata.

    • eliaspallanzani ha detto:

      Non deve essere per forza completamente svincolata, ma nemmeno vincolata. Quello dell’intenzione dell’autore è solo uno dei tanti criteri interpretativi (e a certi fini è davvero poco rilevante, perchè in questo caso chi vede non può sapere qual è l’intenzione). Del resto, la nostra è un’iperinterpretazione più che un’interpretazione.

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