Il redentore incredulo aka Nino Manfredi

Quand’eravamo piccoli facevano spesso i film di Manfredi e soprattutto quelli di un certo periodo, tra i ’70 e gli ’80, in cui lui era già abbastanza vecchio e recitava sempre più o meno la stessa parte, e cioè quella del tipo che finge di voler essere moderno e non ci riesce (ad esserlo, e nemmeno a fingerlo).

Ne “Il cavalluccio svedese”, 1976, regia di Magni, Manfredi è un architetto che ha una tormentata avventura sessuale con la figlia di un amico svedese. La ragazza lo crede disinibito come lei e gli racconta che la moglie e suo padre hanno avuto una relazione, il che gli risulta intollerabile.

In “nudo di donna”, del 1981, regia dello stesso Manfredi, il protagonista in crisi coniugale vede il quadro di una donna nuda di schiena e comincia a sospettare che sia la moglie. Incontra poi una prostituta identica a sua moglie e inizia una curiosa ricerca, che termina in modo ambiguo.

In “Quello… col basco rosso”, del 1983, regia di Corbucci, Manfredi è uno scrittore sessantenne che ha perso l’ispirazione. Incontra la figlia di una vecchia amante, frigida e problematica, e litiga con lei sul concetto di “natura”. Famoso per la citazione della ciccia baffetta.

Infine, in “Secondo Ponzio Pilato”, 1986, regia sempre di Magni, Manfredi-Pilato cerca di capire se la storia di Cristo è vera, dopo che sua moglie, convertita, è scappata con un centurione.

Quest’ultimo film ha avuto una piccola notorietà per via della scenetta di Erode (figlio), quasi certamente copiata da qualche altra parte, dove Erode spiega che alla fin fine Betlemme era un paesucolo di quattro case e quindi quanti bambini poteva starci? Considerando che bisognava ammazzare solo i maschi, e solo in fasce, in tutto potevano essere tre o quattro. E ma la chiami una strage?

A questo punto si noti che nei vari film il personaggio di Manfredi è sempre un borghese e spesso un “intellettuale”, cosa che Manfredi uomo non è mai stato, e che è sempre la donna che gli mostra un’altra vita, e che allo stesso tempo la rende grottesca. In fondo è come se fosse un piccolo animale, che fa allegria guardarlo ma col quale non si può davvero parlare.

In tutti questi film, e in particolare in S.P.P., Manfredi ha la faccia di chi si è cacato irrimediabilmente il cazzo. Inoltre mostra sempre una specie di nostalgia per la tradizione, che pure intuisce vuota. In sintesi, Manfredi non riesce a credere, in lui è morta la capacità di credere (nella giovinezza, nel futuro, nella libertà, in giesucristo) e ciò gli conferisce un’aria quasi nobile, molto più fine del nichilismo adolescenziale di tanti altri personaggi del cinema impegnato.

La parabola di Manfredi raggiunge il culmine in “Secondo Ponzio Pilato”, dove il personaggio acquista un’aura palesemente messianica e si assume tutta la responsabilità della morte di Cristo-Dio, pur essendo innocente. Manfredi-Santo chiede di essere giustiziato, e chiede un obolo per Caronte, come ultima dolente dichiarazione di fede nell’incredulità.

E’ forse opportuno ricordare che il suo vero nome era “Saturnino”.

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