La parola di cenere

In Italia non si è intellettuali di rispetto se manca la dissertazione sul puffo o sui fagioli di Raffaella Carrà. Discutendo della somiglianza del puffese con la neolingua di Orwell*, e delle gioie che vengono da un vocabolario ristretto, l’amico Levonetto Cristoeschi ci faceva notare che grande puffo usa “puffare” molto meno degli altri, il suo linguaggio è quasi normale, articolato, chiaro segno di potere, tanto più che gli altri puffi non imparano le sue parole**. Viene da chiedersi come mai e il sodale ipotizzava che i puffi non siano esseri viventi ma semplici golem creati dal diabolico vecchio, padrone del linguaggio. Il che, tra l’altro, spiegherebbe perchè non li si vede mai senza cappello: sotto è nascosta la parola di potere “emet” (o “puffa”, che tolta l’iniziale diventa “uffa” e li conduce alla morte).
E’ noto che la puffetta fu creata da Gargamella per la perdizione del genere puffo, quindi nulla vieta che anche gli altri siano costrutti. Ma ci sono altri inquietanti legami tra i puffi e il popolo ebraico (rovesciando la tesi che li vorrebbe nazzisti): ad esempio sono bianchi e blu, i colori della bandiera di Israele, e il nazzista Gargamella li perseguita per ricavarne l’oro. La gatta Birba in originale si chiama Azrael, che è parola ebraica: potrebbe trattarsi della figura di un collaborazionista.
Comunque il fatto che i puffi siano molto specializzati (uno cucina sempre, l’altro coltiva sempre etc.), la durata indeterminata della loro vita, la mancanza di stimoli sessuali… tutto sembra confermare la tesi dei golem. Qualcuno potrebbe obiettare che festeggiano il Natale (in realtà fanno solo l’albero, non il presepio), e che sembrano un po’ panteisti, o, che poi è lo stesso, un po’ solari e un po’ matti. Tuttavia non si può escludere che si tratti di abili camuffamenti o concessioni allo spirito dei tempi. La prova definitiva potrà venire solo dalla cattura di un puffo e relativo scappellaggio, da cui un certo tifo per Gargamella.

* La tesi per cui meno parole significa meno idee potrebbe essere un po’ ingenua. Come il nuovospicco può uccidere la ribellione, così può alimentare il sotterfugio e la diffimulattione: ad es. il puffo che scrive “puffa al grande puffo!” potrà sempre sostenere davanti all’inquisizione che non intendeva “morte” ma “gloria”, benchè con grande difficoltà: e forse un giorno i due significati si appiattiranno davvero, ma in quale direzione?

** Sarebbe interessante misurare la permeabilità della gente alle parole nuove: considerando l’età, il reddito, l’istruzione e il numero di neologismi usati (ad es. nelle loro pagine webbe). A nostro avviso si scoprirebbe che, tolti i giovani, i più permeabili sono brutte persone.

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5 risposte a La parola di cenere

  1. > il fatto che i puffi siano molto specializzati (uno cucina sempre, l’altro coltiva sempre etc.)

    Durante i primi decenni di immigrazione sionista nell’Eretz Israel, si poneva moltissima attenzione alla composizione equilibrata dei kibbutzim. Racconti di ebrei ashkenazi cresciuti nella prima meta’ del XX secolo (non tutti poi effettivamente emigrati in Palestina) spesso menzionano che la scelta dei loro studi fu indirizzata verso certe discipline e non altre a seconda di quanti ingegneri o medici fossero gia’ presenti tra i correligionari in Terra Santa.

    Ma mentre noi dissertiamo dottamente della kasherut degli Schtroumpf (notare come il nome originale suoni molto yiddish), io controllo e ricontrollo se il vostro/nostro libro e’ arrivato nella mia cassetta delle lettere, e non lo e’. Giusto per essere sicuri, devo dare la colpa alle poste o a voi?

  2. Pingback: I tre porcellini, o dell’indifferenza | Fondazione Elia Spallanzani

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