Retorica

Nel film “C’eravamo tanto amati” (1974), di Scola, Nicola Palumbo è un insegnante di sinistra, cinefilo, ammiratore di “Ladri di biciclette”, che a un certo punto partecipa a “Lascia o raddoppia?”. La domanda finale riguarda il motivo per cui il bambino del film si mette a piangere a dirotto, con “scottante verismo”. Palumbo spiega che il regista Vittorio De Sica nascose una sigaretta in tasca al bambino, per poi accusarlo di essere un “ciccarolo”, in modo che si offendesse fino alle lacrime e rendesse più verosimile la scena. La risposta però viene considerata errata: Mike voleva soltanto sapere perchè il personaggio di Bruno (il bambino di “Ladri di biciclette”) si mette a piangere, e non perchè piangesse l’attore (Enzo Staiola).

Già riportare il fatto è laborioso, e ancora di più intenderne pienamente il significato. In televisione fanno un film che mostra una trasmissione televisiva in cui un appassionato di film scambia il personaggio di un film per l’attore. Il groviglio di piani e di riferimenti rende il tutto vagamente surreale. L’interpretazione più semplice è che Palumbo, in coerenza con il suo atteggiamento da pseudo o aspirante intellettuale, fallisce perchè la fa troppo complicata: iperinterpreta una domanda molto semplice e pur sapendone più di tutti sbaglia, e viene umiliato. Comportamento piuttosto comune tra i nostri aspiranti intellettuali.

Ma c’è un altro elemento, perchè l’anedotto di De Sica e il bambino sarà confermato dallo stesso de Sica, che interpreta se stesso. Quindi il regista del neorealismo, dell’occhio commosso sulla povertà, ha davvero fatto piangere un bambino (si suppone proletario) per far venire meglio la scena. Che poi è il succo della retorica: usare i bambini morti o piangenti per vincere la discussione. Ed è anche lo stesso comportamento che qualcuno rimprovererà al Pasolini delle “120 giornate di Salò”, usare sul set una forma di violenza per stigmatizzare la violenza.

“C’eravamo tanto amati”, però, mostra che questo atteggiamento è perdente: è un’altra forma di iperinterpretazione. Chiedersi che cosa c’è dietro il film, con quali mezzi il film raggiunge l’obiettivo, è più un modo di fraintenderlo che di capirlo. Il fatto estetico richiede la collaborazione dello spettatore, che si traduce in una pia limitatezza di visione. Chi viola questa regola, che vale anche per il film del mondo, è destinato all’umiliazione.

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2 risposte a Retorica

  1. vincibile ha detto:

    Il compagno prof. Nicola Palumbo ha interpretato correttamente la domanda, sono i notai della televisione democristiana che sono una mafia di corrotti. Ciò non toglie che quel che descrivete sia un fenomeno reale e interessante.

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