Il fiore del professor T.

Il signor T. non era ancora professore quando gli venne in mente una poesia sul vento della scogliera e sui capelli di due amanti: il linguaggio era arcaico e spiccava il nome di una stella ignota ai telescopi. Temendo lo scherno dei moderni, o forse anche la follia, quella poesia T. la nascose e la staccò da se, attribuendola a un vecchio marinaio. Poi si pensò l’uomo che interrogava il marinaio e gli chiedeva di quel nome: l’altro gli spiegò la sua origine e il mito dietro il nome ma il mondo con la sua violenza si imponeva, le sirene laceravano l’aria e T. dovette correre in un rifugio. Per anni dimenticò l’isola del vecchio marinaio, prese moglie, diventò professore e un giorno tra vecchie carte trovò la storia di un uomo che aveva attraversato il mare oscuro orientadosi con un fiore luminoso, e che per questo era stato tramutato in una stella: allora T. pensò confusamente che un solo fiore presuppone un albero (o due alberi splendenti), che presuppongono una terra, un mare, una stella e tutte le stelle, e poi capì che sbagliava, che questo era l’odioso ragionamento dei moderni: in principio nulla esisteva finché improvvisamente non fu pronunciato un nome (quel nome) che diventò un canto, che diventò il mondo.
Il professor T. aveva quasi ottant’anni quando capì che era stato il cronista, il viandante, il vecchio marinaio, il ragazzo che aveva pronunciato il nome: sentì gratitudine e nostalgia e le nascose in un libro di migliaia di pagine, dove sono ancora.

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