Appunti per una storia dell’Opteopo

“Come certi chimici vollero provare su se stessi l’LSD alluciniere, così il miscredente Spallanzani tentò distillare una purissima gocciòla di fede, e inocularsela. Lo fece perché trovava l’incredulità limitante quanto il bigottismo, lo fece per fame di esperienza: ma non si scherza impunemente col numinoso…”.
Primo Levi, “Perché non possiamo non dirci non atei”, Milano, 1971, edizione non venale.

Durante la conferenza inaugurale dell’Opificio di Teologia Potenziale (in seguito “Opteopo”), Elia Spallanzani osservò:
“Il primo problema del giovane teologo sperimentale non è tanto dimostrare l’esistenza di Dio, ma capire cosa dovrebbe essere. Qual è il minimo comune denominatore della divinità? Non tutti gli dei sono onnipotenti, alcuni non sono neppure immortali e altri si disinteressano dell’uomo”.
Con la consueta lucidità Spallanzani si era accorto che nonostante l’enorme letteratura sul tema, nessuno sapeva bene di che cosa si voleva dimostrare o escludere l’esistenza. L’unico tratto che sembrava accomunare le divinità delle varie tradizioni era il loro potere di fare cose altrimenti inspiegabili (tranne per certi dei assai borghesi).
“Ne deriva che ci accaniamo inutilmente”, disse Spallanzani, “perché più spieghiamo il mondo, più la divinità si rifugia in luoghi remoti e in atti di scarsa visibilità. Se facesse qualcosa di spiegabile, non sarebbe più un Dio ma una forza della natura. Ci sono molti dei che il progresso ha reso disoccupati: da quando abbiamo spiegato i fulmini, Giove si è messo a vendere caldarroste”.
Nonostante l’espressione giocosa, Spallanzani era fin troppo consapevole della tragicità del momento. Al recedere del numinoso si accompagnava la sterile tendenza all’astrazione della ricerca teologica contemporanea. “Il Dio dei teologi non è il Dio delle genti!”, ripeteva continuamente il Nostro, e spiegava che il primo è solo un’astrazione, un cumulo di superlativi, e che non bisogna mai dimenticare che è solo un modello di Dio, non la realtà. Con crescente enfasi, tenne a sottolineare:
“Non possiamo farci addormentare dai modelli, non possiamo dimostrarli, come non possiamo dimostrare la retta ideale. Perciò l’unico approccio sensato e interessante è prendere un dio alla volta e testarne la duttilità, la resilienza, il coefficiente di conduzione e se possibile anche l’edibilità. Solo questa strada conduce alla vera conoscenza!”.

Seguirono applausi scroscianti, ma anche critiche più o meno acute. Qualcuno osservò che Spallanzani cadeva nel vecchio errore di Anselmo, supponendo senz’altro l’esistenza del nominabile; altri dissero che questa teologia potenziale in definitiva somigliava talmente a quella comune da non trovare nessuna giustificazione accademica. I più attenti accusarono Spallanzani di essere un vanesio e un pasticcione, perché l’opificio doveva occuparsi di teologia potenziale e lui stava parlando solo di sperimentazione, per cui gli diedero la baia e lo invitarono a cambiare acronimo. I più giovani notarono cinicamente che stava solo giocando con le parole e che la divinità, in fondo, non è altro che una deduzione affrettata. Al che il Nostro rispose:
“Di qualunque cosa parliamo, la parliamo di parole. Con le parole facciamo gli dei e poi ci lamentiamo che non se ne può provare l’esistenza. Noi però non guardiamo più le cose, ma solo le parole con cui chiamiamo le cose. Da ciò la necessità di una teologia sperimentale e positiva”*.

Proprio a questo scopo il Nostro aveva fondato l’Opteopo, per sopperire all’incresciosa scarsità di materiale divino. Una sera, immergendo un’ostia in adeguata soluzione zuccherina, Spallanzani era addivenuto alla moltiplicazione della particula, e progettava anche di costruire un acceleratore di particule, di cui però parlava solo con frasi oscure, perché gli infedeli non capissero.
In effetti nell’Opificio di Teologia Potenziale si producevano vari tipi di dei: alcuni erano onnipotenti, altri nullapotenti e questi erano i più elusivi, i più difficili da osservare: simili a neutrini, tendevano a non interagire con l’ambiente e si beavano soltanto della loro sferica perfezione. Pure, v’era chi li adorava, e anzi ce n’era uno piuttosto grasso, con un sorriso melenso, che riscuoteva grandissimo successo tra le donne.
Ma la vita all’Opificio non era facile. Non era nemmeno cominciata che già certi gruppi fondamentalisti premevano perché si interrompesse la sperimentazione sugli dei, come pratica feroce e disumana. Inutilmente Spallanzani replicò che non c’era altro mezzo, che gli dei non pativano alcun male e che, nella maggior parte dei casi, nemmeno esistevano: non ci fu verso.
D’altro canto, il costosissimo acceleratore di particule non dava i risultati sperati perché le divinità, smemoratelle, talvolta ignoravano le loro stesse leggi e superavano allegramente la velocità della luce per andarsi a prendere un caffè alle macchinette, eludendo tutti i test.
Ben presto alla critiche e agli attentati si aggiunse la scarsità di fondi: non c’erano più soldi per pagare gli anagrammisti, i trasmutatori, i meccanici del mulino a preghiere. Quando tagliarono la corrente il Grande Zero (così si chiamava il frigo che teneva le divinità a −459.67 Fahrenheit) cominciò a scaldarsi e a perdere. Miliardi di dei stavano per liberarsi nell’atmosfera…
Fu allora che il Nostro pronunciò la frase famosa:
“Spesso gli dei sono delle brutte persone, ma fuori c’è anche di peggio”.

 

* Spallanzani non aveva tutti i torti: siccome la teologia è già una forma di letteratura potenziale, una teologia potenziale non potrà essere altro che qualcosa di molto concreto.

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7 risposte a Appunti per una storia dell’Opteopo

  1. Leonetto ha detto:

    Colgo un parallelismo con certi segreti iniziatici di Scientology. Del resto è noto che Ron L. Hubbard ha saccheggiato in lungo e largo senza confessare mai i suoi debiti e senza mai pentirsi delle sue adulterazioni. Rattrista ma non stupisce – chi si meraviglia più del dolore che è sostrato del mondo? – che, a infamia dell’Elia, le ragionevoli intuizioni spallanzaniane siano state subdolamente distorte per divulgare nuove incarnazioni della menzogna.

  2. Leonetto ha detto:

    Da come si stanno mettendo le cose ultimamente, comincio a sperare che uno dei due papi scriva anche alla Fondazione, riconosca tutti i meriti dell’Elia circa le nuove frontiere della teologia da lui aperte e gli dedichi un dipartimento in almeno un’università pontificia.

    • eliaspallanzani ha detto:

      Come tu ben sai, nel raccontino di Spallanzani “Il Papadosso” c’è un papa impazzito che vuole dimettersi, ma non può, perchè siccome è pazzo le sue decisioni sono invalide, e però siccome ogni decisione del papa è inappellabile, non c’è nessuno che possa dichiarare invalida la sua rinuncia: che pertanto produce ugualmente l’effettone.

      • Leonetto ha detto:

        Mirabile artifizio de le antinomie de la mente rationale et terrestre.
        Ma Giey Sì concede l’autorità al papa, Giey sì la toglie. Fin ché non interviene Lui, è tutto valido, effendo che di paradosso vive la Deitate e non si mette spagno di niuna contraddittione. Tralaltramente, Dj Ezoo insanisce quelli che vuol perdere.

  3. mi avete ricordato le dispense di teobiologia che davano all’università della terza età di Pompu, le ho trascritte altrove visto che qua occupavano troppo spazio.

    lo spallanzani è un evidente precursore della teobiologia.

  4. eliaspallanzani ha detto:

    E’ un articolo interessante ma il carattere e lo sfondo rendono la lettura un po’ faticosa (devi perdonarci ma ormai siamo vecchi).

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