“A un fotone somiglia il mio amore”

Negli anni ’80 la Garzanti pubblicò un’antologia per le scuole medie che aveva alcuni elementi innovativi, come una maggiore attenzione per la scienza (c’erano i dialoghetti di Alfa & Beta, di Piero Angela) e persino per la fantascienza (c’era l’indimenticabile “Magazzino dei mondi” di Sheckley). All’epoca si parlò anche di una partecipazione di Spallanzani, che in effetti predispose una piccola scheda dedicata alla metafora scientifica, piena di esempi tratti da Donne, Musil, Gadda, Levi, Calvino.
Nella nota il Nostro si scagliava furiosamente contro la teoria di Boyd,  che distingueva tra metafore “nobili”, cioè interne alla scienza, e metafore popolari o “povere”, esterne alla scienza e adatte solo a scopi didattici e divulgativi. Secondo Spallanzani, infatti, non esiste alcun rischio di un “eccesso metaforico” e anzi la metafora è tanto più potente e significativa quanto più avvicina elementi apparentemente lontani e irrelati (in ciò richiamando la lezione di Tesauro e del suo Cannocchiale).
Infine, Spallanzani concludeva con la storiella di uno scienziato, il professor Franco Bosone, che dimostra la sovrapposizione quantistica e la elegge a modello del suo sentimento. Perchè dovete sapere, cari bambini, che in base al principio di sovrapposizione un fotone può trovarsi contemporaneamente in due stati, e che solo l’osservazione farà “collassare” lo stato del fotone nell’uno o nell’altro. Allo stesso modo, pensava lo scienziato, io odio e amo la mia donna e solo quando ci penso (cioè mi osservo) il sentimento assume uno stato definito, mentre appena distolgo l’attenzione torna in sovrapposizione e mi fa disperare.

A quanto pare il testo fu ritenuto (a torto) troppo complicato per degli alunni delle medie e tutto ciò che ne resta sono la sinossi e il bellissimo titolo.

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