La coerenza del filo

Leggendo Considera l’Aragosta ci è tornata in mente un’oscura annotazione Spallanzanesca, vergata a margine di un labirinto nella Settimana enigmistica del 5 aprile 1980. Il testo dice solo “come fa a sapere che sta girando sempre a destra?” e noi lo abbiamo interpretato in questo senso:

(segue lungo delirio probabilmente errato) 

– immaginiamo un tizio che vive da solo in un labirinto. Gli serve un modo per orientarsi, quindi usa un pezzo di ferro per graffiare le pareti di tufo e lasciare un segno: farà un segno in ogni zona visitata, così almeno saprà che lì ci è già stato.
– il nostro amico va avanti per anni, sgraffia le pareti e se ne trova bene, poi però un giorno mentre sta attraversando un corridoio intonso fa uno strano pensiero:
– “ma come faccio a sapere che qui non ci sono mai stato? le pareti non sono segnate, ok, però come posso essere sicuro che ho segnato davvero tutte le zone in cui sono già passato? e se qualche volta me ne sono dimenticato? e se, per via della vita assurda che faccio, la mia mente si fosse turbata al punto da impedirmi temporaneamente di distinguere tra muro liscio e muro segnato? l’unico modo per sapere se davvero segno tutti i luoghi attraversati sarebbe avere qualcuno con me che mi conferma che li ho segnati”.
– ciò confermerebbe che non può esistere un “linguaggio privato”, perchè la costanza dell’uso (elemento necessario per parlare di linguaggio) non può essere accertata dal singolo individuo;
– tuttavia proviamo ora a immaginare un linguaggio più sofisticato. Magari il nostro uomo potrebbe usare un segno per i luoghi che ha attraversato, una croce per le strade senza uscita, una freccia per il percorso più breve tra due punti che gli interessano, e così via. Con un certo numero di simboli sarebbe ancora più probabile l’errore o l’incoerenza, ma ci sarebbe anche un’enorme agevolazione: ad esempio, vedendo che il simbolo della croce di fatto non contraddistingue una strada chiusa, il tizio potrebbe dedurne che “in quell’occasione” ha usato male il simbolo, oppure che l’ha usato male in tutte le altre: in ogni caso avrebbe la prova che c’è qualcosa che non va, senza bisogno di assistenti.
– in altre parole, magari una lingua privata è impossibile, ma potrebbe esistere una “scrittura privata”, perchè in pratica il segno lasciato materialmente fornisce un indizio sulla coerenza del suo uso;
– si potrebbe però obiettare che magari l’uomo continua a non vedere l’incoerenza, perchè quando trova la croce su una strada aperta interpreta il segno come “strada aperta”, e quando lo trova su una chiusa l’interpreta come “strada chiusa”, e comunque non si accorge dell’errore;
– questo però vorrebbe dire che l’uomo interpreta il segno in base a ciò che c’è sotto, mentre dovrebbe avvenire il contrario: è la visione del segno a dirgli cosa dovrebbe esserci;
– qui c’è una specie di salto lirico: il linguaggio nasce dalle cose, ma la scrittura determina le cose.

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3 risposte a La coerenza del filo

  1. Francesca ha detto:

    Ma questo post non l’avevate già scritto?

  2. eliaspallanzani ha detto:

    Forse, ma come facciamo a esserne sicuri?

  3. Pingback: Et caro factum est | Fondazione Elia Spallanzani

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