Fu tutto un gioco?

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2 risposte a Fu tutto un gioco?

  1. DANILO FABBRONI ha detto:
    Danilo Fabbroni ’68: MAGIE, VELENI & INCANTESIMI SPA Del Potere Oscuro e la Rivoluzione del Sessantotto Inedito Danilo Fabbroni c/o HarkenV.M. Biagi, 14 22070 L. Comasco (CO) 031 35 23 589348; 071 81 47339; 87 81 114 danilo.fabbroni@harken.it Foto di Danilo Fabbroni al Palazzo dell’Arengario, Museo del Novecento, Milano, 15 agosto 2012 Ai miei genitori, Adriano e Liliana Sommario: Introduzione La Colonna Infame Pagina 4 Parte Prima La nascita della tragedia allucinogena. Pagina 15 Parte Seconda L’ecce homo tecno-nichilista al lavoro. Pagina 70 Parte Terza Crepuscolo degli dei. Dove furono gli dei, ci saranno i demoni. Pagina 133 Ringraziamenti Pagina 199 Bibliografia Pagina 201 Introduzione La Colonna Infame Diario della Colonna Infame Invero questo scartafaccio avrebbe potuto rispondere al nome di Due pesi, due misure. Così, tanto per naturale reazione chimica a quel doppiopesismo – primogenito figlio scemo del Conformismo più becero – che ammorba come l’inesorabile coltre di smog sulle grandi città, noi tutti, senza distinzione alcuna. O con distinzioni che non fanno (quasi) testo. «Se Benjamin ebbe a dire che la storia è stata scritta finora dal punto di vista del vincitore e deve essere scritta da quello dei vinti […]» sappiamo che la vittoria ha molti padri, e la sconfitta molti orfani. Già, il conformismo. Una parola – fateci caso – che è quasi scomparsa dal vocabolario del politicamente corretto. Epurata nei lager e nei gulag del politicamente scorretto. I Vopos (l’abbiamo forse cancellati dalla memoria politicamente corretta anche questi?) e le SS a guardia del mainstream progressista sorvegliano occhiuti ogni trasgressione. Quindi nessuno la pronuncia quasi più. Eppure essa ha goduto di una grande popolarità ai tempi della feroce rivolta contro la società borghese. Se si dovesse riassumere in uno slogan quanto mai apodittico cosa ha fondato e mosso le bordate della sovversione contro l’imperante quanto presuntamente falsa borghesia, si potrebbe dire: “A morte il conformismo”. O anche: “Facciamola finita con l’ipocrisia”. Quindi, se tanto mi dà tanto, oggi, a decenni di distanza da quegli accadimenti, visto il successo innegabile dei valori portanti di quella svolta – non per niente è anche il titolo di un libro di Klaus Mann – i quali permeano il sociale a 360°, da destra a sinistra, da nord a sud, occupando tutta la rosa dei venti insomma, la menzogna, l’inganno, la mistificazione, i due pesi due misure, dovrebbero se non esser scomparsi, almeno fortemente ridotti a mal partito. Invece è graniticamente vero il contrario. Il conformismo e di conseguenza il doppiopesismo dei due pesi e due misure impera sovrano, e fa sempre di più scuola. Ha legioni, stuoli di ammiratori ed aficionado. Per amore del paradosso, io sono grato – in qualche modo – a Ricucci. Sì, proprio Stefano Ricucci, meglio noto come il capoccia dei furbetti del quartierino. Ricucci, difatti, fu messo in croce – al di là dei suoi misfatti reali – con la gogna mediatica più intransigente. Gli fu addirittura dedicata una satira da un settimanale en vogue dileggiandolo in quanto si abbuffava di pasta al forno, e mangiava a bocca aperta, mentre parlava. Lo si è deriso perché originario di un paesino di provincia, Zagarolo. Lo si accomunava con l’ignominioso filmuccio L’ultimo tango a Zagarolo, con Ciccio e Franco parodia della perla progressista Ultimo tango a Parigi, della starlet del cinema, Bertolucci. Eppure nessuno si è mai azzardato ad accennare alla benché minima derisione all’indirizzo di Alain Danielou, vate cerimoniale, acclamato all’unanimità ai quattro venti, del culto del fallo, dell’eros e della Natura. Eppure Danielou stette proprio a Zagarolo per lunghi anni. Quindi due pesi e due misure? Per il contadinesco Ricucci la foga e l’onta, il ludibrio urbe et orbi; per il raffinato (si fa per dire…) esteta francese, nulla. Non solo. Il mangiar villano di Ricucci è un obbrobrio, e qui concordiamo in pieno che l’eleganza interiore si manifesta anche attorno al desco. Ma….c’è sempre un ma! Si dice che la Storia non si fa con i “se” ed i “ma”. Ma a Lor Signori potenti, anche i “ma” possono contare assai. Infatti, se a tavola è assiso un personaggio “giusto”, un fratello – come dire? – di buona cerchia, allora tutto è, magicamente, permesso. Anzi. La cosa che era prima assai sconveniente, diventa alchemicamente un vezzo signorile di gran fascino. Ne volete la prova? Eccola qua, servita con fiori e cotillon di circostanza. «Parigi […] Pare si diverta a coltivare una certa volgarità, come se si divertisse a provocare l’ovattato mondo della finanza: a tavola si toglie le scarpe e spesso si annoda il tovagliolo attorno al collo. Ma bisogna fare attenzione alle apparenze, perché questo ricchissimo signore è anche un raffinato collezionista d’arte…[…] genio della finanza per alcuni, pescecane senza morale per altri, Antoine Bernheim non lascia nessuno indifferente. Numero due di Lazard Frères, ma in rapporti ben poco cordiali con il gran capo Michel David-Weill, instancabile ordinatore di trame e complotti finanziari, burbero ai limiti della maleducazione […] del resto, lui stesso sembra compiacersi in questo ruolo di uomo complesso, enigmatico, maniaco del segreto». Avete capito la musica? Qui siamo in presenza della volgarità tout court, ma il giornalista , nel descrivere Antoine Bernheim, potentissimo nume della finanza internazionale tende ad essere benevolo, anzi, in corner, finisce per esaltarne la raffinatezza. Due pesi, e due misure, appunto. Ancora un esempio. Saul Bellow, premio Nobel per la letteratura, nel suo roman à clef Ravelstein, ritratto à gouache di Allan Bloom, filosofo neocon americano, allievo di Leo Strauss, e propalatore della nobile menzogna, nonché – no need to say – omosessuale, lo descrive con la stessa propensione ad essere porco e volgare a tavola. Ma non è finita qua, essendo la tecnica adottata seriale: va vanti ad libitum. Venne fuori a proposito di Ricucci la questione della sua laurea conseguita presso un’università di San Marino denominata Clayton. E giù sfottò a non finire. Peccato che nessuno ebbe da dire nulla su Ligresti che era compagno di corso di Ricucci. La sperequazione morale era già entrata in ballo con Ligresti. Si ebbero grandi sollevazioni di scudi a proposito delle affiliazioni siciliane di Berlusconi, e degli ingenti patrimoni legati, pare, in qualche modo a quell’egida territoriale, ma nessuno scatenò neanche un’oncia di fuoco mediatico contro Ligresti, nativo di Paternò, very deep Sicilly, che ad un certo punto, quasi dal nulla, approdò nella città della bedda madonnina, borfo di pecunia, tanto da essere accolto a braccia aperte nel salotto buono della finanza meneghina. Questo però non sorprende più di tanto. Assistendo a questo bieco conformismo che si vuol adagiare – come l’acqua nei contenitori – nello stampo, nella matrice, del Potere Nero, del Potere Oscuro, per cui tutti gli altri poteri a lui avversi, sono e debbono essere uno zero fatto con un bicchiere, un buco nero, non si può non reagire. Da questa reazione è nato il presente zibaldone. È di nuovo tempo di samizdat. A mo’ di abbecedario, a guisa di colonna infame, qui si cercherà di affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le credenze, le convinzioni personali o collettive del tempo. Tramite un’analisi storica, psicologica, si cercherà di sottolineare l’abuso del paradigma messianico demonologico, che calpestò ogni forma di buonsenso e di pietà umana, spinto da una convinzione del tutto nichilista. Fine ultimo di questo petite bande demonologica (che poi non è tanto petite…) è quello di instaurare una paura legata alla tremenda condizione del tempo provocata dall’epidemia di peste conformista. Da osservare che gli untori che hanno scatenato tale condizione, non sono stati una prerogativa di questi tempi: se ne ha notizia, à rebours, anche nelle precedenti epidemie socio-culturali. Ma non finisce qua. Non basta. Si potrebbe dire che l’acquiescenza verso il Gotha ci riservi questo e altro. Il figlio di Antoine Bernheim, Pierre-Antoine, ha pubblicato, nel 1992, presso il prestigiosissimo editore francese Plon, una specie di Einaudi d’oltralpe, un libro in cui si fa una spudorata apologia del cannibalismo senza che nessuno si periti della benché minima reazione. Anzi. Si mettono le mani avanti, e si da voce al saracino Sergio Quinzio, che cerca di menar a destra e manca, per intimidire ogni improbabile, quanto sacrosanta, levata di scudi, dinnanzi a tali bestialità. Vale la pena di riportare per intero l’articolo apparso sul Corriere della Sera a firma Sergio Quinzio e Ulderico Munzi, il 26 maggio 1993, a pagina 29. «Riti Barbari. Un libro francese racconta la storia dell’ antropofagia fino ai giorni nostri. E il suo autore dichiara: “Anche i cattolici si cibano del corpo di Cristo”. Cannibali fra noi. Parigi […] sul suo volto di uomo ben nutrito appare un sorriso ironico: “Siamo stati, siamo e saremo cannibali”. Il tono di Pierre Antoine Bernheim, studioso ed ebreo non praticante, ha un che di categorico. Perché ne è così convinto, signor Bernheim? “Forse non è scritto nel nostro codice genetico, ma di certo è permesso”. Lo guardiamo un po’ increduli. Ma il nostro sguardo cade sulla copertina del libro che Pierre Antoine Bernheim ha scritto, a quattro mani, con Guy Stravides […] Sotto il titolo “Cannibales!” c’ è la scena di un banchetto di antropofagi in qualche sperduta isola del Pacifico. Fa rabbrividire. Stranamente, la loro precedente opera, sempre pubblicata da Plon, era dedicata all’immagine del Paradiso nella storia del costume. “Cannibales!” è costato due anni di lavoro solo per le ricerche in recenti e antichi archivi. Un panorama completo dell’antropofagia, dalla preistoria dell’Uomo di Pechino all’Egitto del 3126 avanti Cristo per arrivare al dottore in filologia di nome Andrei Chikatilo, processato nell’aprile del 1992 per aver ucciso qualche decina di persone, delle quali cucinava e mangiava le parti sessuali. E così signor Bernheim, i cannibali sono sempre fra noi? “Nei casi d’estrema urgenza e di estrema necessità l’uomo è ancora pronto a divorare il suo simile come i Maori scoperti dal capitano James Cook nel 1769. Si mangia della carne umana anche in qualche luogo disperato dell’ex Jugoslavia. Gli esseri normali possono trasformarsi in cannibali con estrema facilità com’ è accaduto a quei giocatori latino americani che, dopo essere precipitati con il loro aereo, sopravvissero sulle Ande grazie alla carne dei compagni deceduti. Ne hanno fatto un film”. Il cannibalismo è anche un fatto religioso? “Pensi ai cattolici. All’Eucarestia non si trasformano in cannibali. Assorbono realmente il corpo e il sangue di Cristo. Si dirà: è un atto simbolico, il che, però, è negato dal Concilio Lateranense IV del 1215 e dal Concilio di Trento del 1545. Chi pensava che fosse un atto simbolico era considerato un eretico. I protestanti hanno accusato i cattolici d’essere degli antropofagi. Quando ingoiava l’ostia sacra, la mistica Colette Corbie aveva come una visione, quella di mangiare carne macinata. E non era la sola mistica a provare fenomeni del genere. In un catechismo del Seicento, redatto come botta e risposta, a un certo punto c’ è questa domanda: perché Gesù si dà a noi sotto forma di “carne”? È usata proprio la parola “carne”, in francese “viande”. E la risposta è stupefacente: perché consente una migliore assimilazione. San Tommaso d’Aquino, parlando dell’Eucarestia, si domanda: “Non è che i credenti, non provando il gusto di sangue e carne, potrebbero essere ingannati dai loro sensi?”. E le altre religioni? “Il tabù sembra più forte tra i musulmani. Ciò non toglie che ci siano stati casi di cannibalismo anche nelle terre dell’Islam. L’Egitto del 1200 conobbe la carestia, l’esodo rurale e la peste. I fatti vennero descritti da uno scienziato del Cairo che si chiamava Abd al Latif. La gente arrostiva i bambini e se li mangiava. Poi, a mano a mano, anche se i cannibali erano condannati, gli egiziani ci presero gusto. La “moda” si estese in tutto l’Egitto. E le vittime, anche adulte, erano catturate con lacci quando passavano sotto le finestre. Del resto, per tornare ai cattolici, si discusse a lungo se si dovesse mangiare carne umana in casi estremi. La risposta fu positiva. Un crociato, fatto prigioniero dagli arabi, fu spinto dalla fame a mangiare la figlia e si preparava a far subire la stessa sorte alla moglie allorché venne liberato. La Chiesa lo condannò solo a far penitenza per alcuni anni. Avete cercato le origini del cannibalismo? “Non abbiamo cercato la cosiddetta causa unica nell’animo umano. Noi abbiamo solo creato un “Quid” e un Who’ s Who del fenomeno attraverso testimonianze, scritti e fonti di archivio. Non abbiamo mai incontrato un cannibale nei nostri lunghi viaggi. Insomma, il nostro è stato un viaggio teorico nelle società dette cannibali e in quelle potenzialmente cannibali in frangenti di carestia o in altri frangenti. C’è anche il cannibalismo di vendetta, come accadde durante la Rivoluzione Francese o durante la Rivoluzione di Napoli del 1799 dove erano i conservatori a mangiare i rivoluzionari. Penso che non sia possibile risalire alle origini del cannibalismo. Gli antropologi materialisti dicono che il cannibalismo sia dovuto a una mancanza di proteine animali. Citano il caso degli Aztechi che mangiavano i loro prigionieri. Secondo i materialisti, non si trattava di un fatto religioso per far piacere alle divinità. Quel popolo aveva bisogno di proteine, di calorie”. E al di là delle motivazioni religiose, delle carestie e dell’impulso della vendetta (il nemico degradato ad animale), ci sono altre ragioni che inducono l’uomo a trasformarsi in antropofago? “L’amore, per esempio. Ci sono popolazioni, in Brasile, che mangiavano o mangiano ancora i propri genitori defunti per amore filiale, cioè per custodirli in qualche modo nei loro corpi invece di farli divorare indegnamente dai vermi. E c’ è poi quel giapponese, Sagawa, che ha sostenuto, nel 1981, d’aver divorato la sua olandesina perché ne era follemente innamorato. Forse, mentiva. Molti psicotici mangiano secondo lo schema: “Ti amo, quindi ti mastico e ti assimilo”. E quei morsi che si scambiano gli amanti, nell’amplesso, non sono atti di precannibalismo? Il serial killer americano Dahmer riduceva i suoi giovani amanti in zombie introducendo nei loro cervelli degli acidi, poi li possedeva e quando morivano, come prova del suo amore, ne conservava i resti e li sgranocchiava di tanto in tanto”. E poi c’ è la golosità … “Le dirò di più: la carne umana è squisita. Ci sono le testimonianze di tutti i popoli cannibali e di gente occasionalmente cannibale. Mi riferisco alle cronache dei missionari ai quali era consigliato: “Perché non l’ assaggiate?”. I gusti sono diversi. C’è chi dice, come gli eschimesi, che è dolce come quella del cavallo e chi dice che ricorda il maiale. Così affermarono gli Aztechi quando gustarono la carne di porco. Per altri, in Occidente, assomiglia alla carne di bue. In Normandia si ricorda ancora il “saraceno arrosto”. Per alcuni, invece, ha il sapore della cacciagione. Il gusto cambia a seconda delle razze. In Oceania gli indigeni trovavano i “bianchi” immangiabili perché salati. Preferivano i cinesi che si nutrivano di riso”. Lei dice che si mangia ancora carne umana. “Direi dappertutto. Durante la rivoluzione culturale, in Cina, si cucinavano, per vendetta, gli oppositori. E poi pensi ai boat people e ai rifugiati curdi. Si mangia ancora carne umana in certe montagne della Nuova Guinea, in Amazzonia e in luoghi insospettabili. Ci sono, inoltre, i riti satanici in America o in Africa. Nelle sette, come quella di Waco, il passaggio al cannibalismo è facile. Il futuro ci annuncia, a causa dell’incremento demografico, dei grandi banchetti a base di carne umana. L’Ucraina della carestia degli anni 1932 e 1933, dove ci si divorava tra vicini di casa, sarà un ricordo trascurabile. L’Uomo di Pechino era cannibale. Dio, creandoci, non ci ha impedito di diventare cannibali”. Prosegue Quinzio: Ma non dimentichiamo che quello cristiano è un Banchetto mistico. “Antropofagia” ha un senso molto preciso: “Mangiare carne umana”. Ma “Mangiare carne umana” ha invece una sterminata gamma di significati, nel senso che l’atto può avere motivazioni diversissime. Mettere sotto la stessa etichetta di “Antropofagia” il delitto del criminale che tortura fino alla morte le sue vittime e ne mangia i pezzi conservati in frigorifero e la liturgia cristiana dell’Eucarestia, probabilmente non aiuta molto a capire. Sarebbe un po’ come raccogliere sotto un unico titolo, “Tagli da lama”, le coltellate dell’assassino e il lavoro del chirurgo. Fatta questa precisazione preliminare, l’antropofagia resta un tema sconcertante, uno degli ultimi tabù, che sussiste accanto a qualche altro più debole ancora di lui, come l’incesto. Sulla necrofilia poi si potrebbe scrivere un libro provocatorio come quello di Bernheim e Stravides. Bernheim è un ebreo, e l’appartenenza a questa tradizione esaspera la sua sensibilità sul tema prescelto, perché l’ebraismo prova nei confronti del morto un orrore che altre culture non conoscono. Comunque sia, ci si può cibare di cadaveri umani per sottrarsi alla morte per fame (e qui lo “Stato di necessità ” potrebbe giustificare l’antropofagia più o meno come l’omicidio, se non intervenisse un più forte tabù religioso). Ci si può cibare di carne umana credendo di impossessarsi delle virtù del morto; o per devozione filiale, come avveniva in Cina, in modo di non abbandonare alla putrefazione il corpo del padre. Ci si può cibare di carne umana per follia, disprezzo, odio. E un cibarsi di carne umana anche l’Eucarestia? I cattolici sono dunque cannibali? Si può forse dirlo, sempre che si tenga presente che non tutte le forme di antropofagia, come si è detto, si equivalgono, e che “cannibale” suona invece come un degradante insulto. Le specie eucaristiche non sono semplicemente un simbolo di Cristo, non sono tali né per i cattolici, né per gli ortodossi, né per i luterani, né per altre (certo non tutte) confessioni cristiane. Dunque, chi se ne ciba compie un atto di antropofagia. L’Eucarestia è però qualcosa di teologicamente arduo e complesso, e la sua riduzione a cannibalismo, nel migliore dei casi, semplifica un po’ troppo le cose, lasciando sospettare l’intenzione di “épater le burgeois”. Forse dovremmo parlare, piuttosto che di antropofagia, di “teofagia”, e sul tema del “Mangiare il Dio” si potrebbe scrivere un altro libro. In ogni caso, se volessimo includere senza le dovute precauzioni l’Eucarestia nell’antropofagia, troppe cose resterebbero fuori. Per esempio, il sacrificio eucaristico rinnova “realmente”, ma “misticamente”, la passione e morte di Gesù Cristo, secondo la dottrina tradizionale; la quale parla perciò di “Mistero eucaristico”. Dunque, anche la consumazione dell’Eucarestia è “reale”, ma “mistica”. Non è facile dire ciò che questo significa, ma indubbiamente stabilisce una non trascurabile differenza nei confronti dell’antropofagia “reale” e niente affatto “mistica”. Infine, andrebbe ricordato che il “Banchetto eucaristico” è una prefigurazione e anticipazione mistica, appunto del “Banchetto escatologico”, e che quindi comprende numerosi sensi simbolici. Comunque, è vero che l’Eucarestia stabilisce un contatto, una qualche continuità con i più remoti riti dell’umanità, e quindi anche con le più oscure profondità dell’animo umano, quelle che non possiamo presumere di cancellare con un tratto di penna.» Ma Pierre-Antoine non è solo uomo di lettere, ma anche banchiere alla banca Lazard, quindi un illustratore ben attendibile di cosa alberga nelle menti e nelle voglie dei circoli dell’alta finanza iniziatica. Il tempo appare immobile per lunghe classi di età, poi, all’improvviso appare una cometa inaspettata, e tutta la movimentazione delle cose, e degli animi subisce un’accelerazione vertiginosa. Il terre motus del ’68 e dintorni ha costituito questo fenomeno di artata disintegrazione di un certo esistente borghese, per poi raggrumarsi, decadi dopo decadi, in un post moderno sparso su una melassa avvelenante di cupo conformismo, di una morale pret-à-porter, pronta ad essere stirata, deformata, e malformata a seconda dei propri porci comodi. In parole povere: in una liturgia della mistificazione. Oh, che parole grosse, direbbero alcuni. Forse. O forse no, visto che circola la voce piuttosto insistente che un veneratissimo maestro della cultura, ospite degli Agnelli a Sankt Moritz, recitasse come un mantra il seguente motto, e che gli astanti, il parterre du roi, lo condividesse in pieno. Non c’è cosa più sopraffina che tradire il proprio miglior amico. Attenzione! Non siamo impressionati da un moralismo da operetta da tre soldi! Non stiamo girando qui attorno al concetto di bugia, né tantomeno ci stiamo facendo scandalizzare dalle capibili debolezze umane. Non si tratta della proverbiale quanto innocua “dissimulazione onesta” del sagace Torquato Accetto. No. Qui abbiamo a che fare con l’oltre inganno in carne ed ossa. Qui si tratta, si ha a che fare, con la deliberata gestione della menzogna ai fini della costruzione della mistificazione. Del principio del mysterium iniquitatis. Qui si tenterà di tracciare un’ermeneutica di questa spaventosa quanto terribile “filosofia del tradimento”. Uno stesso banditore del ’68, Adorno, rilevava che «tra i motivi della critica della cultura ha sempre occupato un posto centrale il motivo della menzogna.» Quindi “viaggiamo” sul “sicuro”. «Chi vuol apprendere la verità sulla vita immediata, deve scrutare la sua forma alienata, le potenze oggettive che determinano l’esistenza individuale fin negli anditi più riposti». Ebbene, quello che segue è un muoversi da errabondo, scrutando queste “potenze oggettive”. Il tradimento messo in pratica da queste camarille vuol portare direttamente ad «un eccesso di degradazione [quale] maggior “santità”, e che quanto più velenosa era la perfidia, tanto più si avvicinava il giorno della “redenzione”.» Questo testo può esser visto come un centone, o un baedeker, di un viaggio nei meandri del Potere Oscuro di cui – confessiamo – non possiamo pretendere di detenere le chiavi di volta, da quidam quale siamo, nel senso che questo è un itinere di un percorso da fare assieme al lettore che possa dare, ad entrambi, scorci significativi quanto poco noti tanto scarsamente meditati. Spetterà al lettore trarre le sue conclusioni se questo zigzagare attraverso una moltitudine di fatti, avvenimenti, testimonianze, nessi apparentemente del tutto casuali, talvolta affastellati assieme come in un mucchio di bastoncini di shangai, dia o no un identikit plausibile del volto del Potere Oscuro. E delle incontrovertibili volontà di maleficio di quest’ultimo. Del resto ci rammentiamo tutti che lo stesso San Paolo ci ammoniva affermando che il mistero dell’iniquità è esplicabile solamente in termini spirituali. Sta a significare che la persona razionale, normale, la quale vive in accordo con la civiltà e la moralità cristiane, è inabilitata a comprendere appieno cosa muove questa malvagità. È appunto un mistero. Il mistero dell’iniquità è la caverna abitata da chi è posseduto dalle forze energiche di Lucifero. La sinagoga di Satana, principe della menzogna. Come nei prismi, in cui il raggio di luce si infrange, dando adito a variegate correnti di luce, così in questo centone, il tentativo è quello dispiegare una serie di rifrazioni per poi ricomporre il disegno finale, con un’unità di intenti. Si sa che nel tratteggiare le costellazioni, per farle apparire visivamente, si debbono unire a mo’ di zigzag i vari punti con delle linee. Alla fine, se la via del tratteggio si sarà rivelata quella appropriata, allora apparirà in tutta la sua chiarezza la forma della figura astrale, vero oggetto di indagine. Quindi non le stelle su misura di cui andava parlando Adorno, ma bensì la misura delle stelle. Il lettore particolarmente benevolo spero ci perdonerà di averlo costretto a volteggiare, come nella giostra quando si era bambini, assieme a noi in questa chicane spericolata, in questa serpentina da alambicco letterario, di citazioni, voci, commenti provenienti da fonti così disparate quanto eterogenee. Per di più, diverse volte proclamate da partiti e fazioni in aperto contrasto tra di loro, e anche contro lo stesso approccio del presente testo. Riteniamo che averlo fatto abbia comportato una maggior completezza da un lato, ed una maggiore obiettività dall’altro. In ultimo chiediamo di farci il piacere di risparmiare la critica “automatica” imperniata sul dato che lo Zeitgeist qua dipinto sia solo un mero fatto teoretico. Per restare soltanto all’orizzonte italiano (ma la cosa vale globalmente), una rapida lettura de Il caso Genchi a firma di Edoardo Montolli, spazzerà via ogni dubbio a riguardo che la “perfezione” a cui è giunto l’esercizio della mistificazione istituzionalizzata, del tradimento assunto e sussunto come afflato (im)morale, quale minima moralia per la società intera, cosiddetta civile, è divenuto la norma nella gestione del potere. Questo testo è il diario di come tutto ciò possa essere avvenuto, dei suoi registi, dei suoi produttori, dei suoi art-directors, del suo a cui prodest. Sposiamo, in ultimo, in pieno le parole che ebbe Primo Levi «a proposito del genocidio cambogiano perpetrato dai khmer rossi del generale Pol Pot: “È colpa nostra se ne sappiamo così poco. È colpa nostra, perché avremmo potuto leggere meglio, saperne di più. Leggere i pochi libri usciti sull’argomento. E non lo abbiamo fatto per pigrizia mentale, per amore del quieto vivere”». Riteniamo che queste parole si cuciano alla perfezione a quell’arcano che risponde al nome del Sessantotto. «Caro Direttore, vorrei segnalarLe un libro che – conclusioni a parte – è singolare e interessante: Piovra gialla. La mafia cinese alla conquista del mondo, di Francesco Scisci e Patrizia Dionisio, […] In questo libro si descrive e si documenta come le entità denominate Triadi abbiano raggiunto il quasi esclusivo controllo del mondo dell’eroina, e altre droghe, e dispongano di mezzi finanziari enormi; e mentre già controllano l’economia di alcuni Paesi orientali (Cina comunista e Sudest asiatico), si siano saldamente installate anche in Usa, Gran Bretagna e Olanda –in Italia, Francia e Spagna siamo agli inizi-, e, in conclusione, procedano speditamente alla conquista di buona parte del mercato mondiale. Queste Triadi non sono enti che lavorano per il bene dell’umanità, ma gli autori del libro –uno di essi è il sinologo del Manifesto- non si allarmano molto, anzi sotto sotto sembrano quasi compiaciuti per quello che potrebbe essere una revanche del mitico Oriente sul marcio Occidente cristiano. Ho cercato di approfondire un tema così nuovo, ma sulla dottrina, prassi e sulla storia di queste entità ho trovato ben poco. Unica eccezione un vero e proprio testo sacro: La Grande Triade di Guénon, edito anni lontani dalla massonica Atanor, poi ripubblicato da Adelphi che lo ha presentato come una prodigiosa sintesi di tutta l’opera di questo autore. Il testo è di natura solennemente apologetica e afferma, in sostanza, che l’esoterismo della Triade è il più puro e principale che sussista al mondo e in particolare si sofferma con attenzione – rivelatrice – sui nessi tra questa spiritualità e i riti della massoneria regolare anglosassone che – secondo Guénon – è l’unica organizzazione iniziatica valida e attingibile per gli occidentali. Dopo questa lettura mi sono chiesto: se questa Triade è una realtà così rilevante sul piano economico, finanziario e spirituale coma mai i nostri mass media e gli improvvisati inquisitori della criminalità organizzata, non ne parlano proprio mai? Non è che forse qualcuno vuole – tolta di mezzo la classica Cosa Nostra ormai, grazie a Dio, in declino inarrestabile – aprire poi le porte a qualche cosa di molto più potente, efficiente e spietata? A questo riguardo vorrei aggiungere un altro singolare ricordo di lettura. Nelle sue Memorie, […] Altiero Spinelli ricordava un certo sconcerto come nel salotto dell’editore Adelphi, quello che ha pubblicato La Grande Triade, aggiungo io, il preclaro giornalista Giorgio Bocca, durante gli anni di piombo, illustrasse, tra il fervido consenso dell’ambiente, la necessità di un’intransigente difesa garantista dei soggetti coinvolti nel terrorismo. Lo stesso personaggio che, anni dopo, è diventato il più feroce sostenitore della necessità di incriminare, arrestare e condannare senza perdere tempo, sulla base di semplici calunnie e voci, quegli sventurati uomini politici cattolici che i media appartenenti alla famiglia buona avevano incluso nello scellerato teorema: narcotraffico = mafia = DC; teorema che più indiziario di così non potrebbe essere. Tirando le conclusioni, non è ovviamente l’ennesima trasformazione che è di qualche interesse riguardo a questo personaggio, ma una domanda che si può ben porre allo stesso e magari anche a certi ambienti: che cosa pensano del vero mercato della droga e di quelle entità che lo animano, lo incrementano e lo amministrano col fine dichiarato di annichilire il cristianesimo e quella civiltà in cui esso è innestato da duemila anni? Credo proprio che non ci sarà una risposta. Angelo Burlando La ringrazio per non aver preteso una risposta da me. Il Direttore» Parte Prima. La nascita della tragedia allucinogena. Dell’inizio. «D’altro canto comincia a profilarsi un altro problema non di sistema ma di dominio. Il traffico di droga è il core element di questi traffici clandestini e questo traffico appare sempre più dominato dalla mafia cinese. Questi capitali, la straordinaria vitalità delle economie est-asiatiche e l’insistenza occidentale nel voler mantenere illegale il commercio di stupefacenti potrebbero combinarsi in una miscela mortale: l’Occidente potrebbe rimanerne sconfitto commercialmente, arretrato industrialmente e con le strade piene di drogati e malati di aids. Per la Cina potrebbe essere la vendetta per la guerra dell’oppio: ancora una volta il papavero bianco avrebbe giocato un ruolo importante nel teatrino dei vincenti e dei perdenti nella storia». È come un cazzotto al fegato: “l’insistenza occidentale nel voler mantenere illegale il commercio di stupefacenti”. Ecco centrato l’obiettivo! Si noti l’assonanza d’emblée – dei due autori liberal – con le tematiche da tempo tambureggiate da George Soros, e compagnia bella ovviamente, sulla legalizzazione delle droghe. Segno che alta finanza e pensiero d’avant-garde vanno, strano a dirlo?, a braccetto. Non sarebbe però notitia criminis solo dei nostri giorni. La troviamo infatti presente ubiquamente, ad un facile scandaglio delle cronache passate. «Due storici inglesi dell’India, Edward Thompson e G.T. Garrett, hanno descritto i primi anni dell’India britannica come “forse il punto più alto mai raggiunto dal guadagno illecito”, “una brama d’oro, paragonabile solo a quella degli spagnoli dell’era di Cortés e di Pizaro, si impadronì degli inglesi. Il Bengala, in particolare, non avrebbe ritrovato la pace finché non fosse stato dissanguato”. Significativo il fatto, fanno notare, che una delle parole indù ad essere entrata nel vocabolario inglese sia stata proprio loot, saccheggio…Il Bengala allora era rinomato per il suo cotone pregiato, adesso scomparso, e per l’eccellenza dei suoi tessuti, ora importati. Dopo la conquista britannica, come scrisse il mercante inglese William Bolts nel 1772, i commercianti inglesi, usando “ogni possibile trucco”, “acquistavano le stoffe dei tessitori ad un prezzo molto inferiore al loro valore…”. “Vari ed innumerevoli erano i metodi usati per colpire i poveri tessitori…multe, arresti, fustigazioni, l’imposizione di dazi sulle merci, etc.”. “L’oppressione ed i monopoli” imposti dagli inglesi “sono stati la causa del declino dei commerci, della diminuzione delle entrate e dell’attuale rovinosa situazione del Bengala”. Adam Smith, forse basandosi su quanto sostenuto da Bolts, … scrisse quattro anni dopo che nello scarsamente popolato e “fertile paese” del Bengala, “tre o quattrocentomila persone muoiono di fame ogni anno”. Questa situazione è il frutto delle “arbitrarie normative” e “sconsiderate limitazioni” imposte dalla potente Compagnia (delle Indie, N.d.R.) sul commercio del riso, che trasformano la “scarsità in carestia”. “Non era insolito” che i funzionari della Compagnia, “quando il capo prevedeva che l’oppio avrebbe reso un maggior profitto”, facesse scassare “un fertile campo di riso o di grano…per sostituirlo con una piantagione di papaveri”» Forse di fronte ai peccati veniali di Berlusconi tanto lapidati all’unanimità dalle congreghe anglosassoni, con il forte battage della stampa d’avanguardia nostrana, (composta da eredi – de facto e culturalmente parlando – di quella schiera di italiani che tradì la Patria servendo come vili maggiordomi i poteri forti anglosassoni, ai fini della nostra disfatta in guerra) sino alla vetta dell’iceberg della copertina dell’Economist (Berlusconi is unfit to lead Italy), viene da chiedersi dove sia andata a finire la memoria di questi signori che non porta traccia alcuna delle loro infinite nefandezze. «Nei primi anni dell’800, i redditi dell’East India Company derivanti dalla vendita dell’oppio alla Cina, scrive Keay, venivano subito dopo le rendite terriere, “con profitti tali da poter soffocare qualsiasi scrupolo morale degli inglesi e da opporsi con ogni mezzo alla richiesta cinese di bandire quel narcotraffico”». Il termine “oscuro”, di matrice iniziatica non desti facile scalpore, né tantomeno faccia alzare il sopracciglio che si agita ad ogni sentor di complottismo. In un libro privo di ogni sospetto del genere, ed anzi, che è un manifesto neanche tanto celato di un’apologia di questi nuovi vandali della finanza (così nel testo), nucleo centrale appunto del Potere Iniziatico, a firma di Gregory J. Millman, Finanza barbara, si parla espressamente della nascita di un nuovo invisibile potere di pochi iniziati in grado di muovere le leve della nuova finanza e del famigerato libero mercato. Per questo il titolo del presente testo porta la “e” commerciale &. Vedremo nel prosieguo che la centrifuga del ’68 non fu nient’altro che un “prodotto culturale” generato e terminato dalle banche. Tutto nasce dalle banche e tutto muore nelle banche. Quasi per caso “inciampo” in una recensione del libro Ninna Nanna di Chuck Palahniuk che per le vicissitudini singolari della vita sembra illuminarci in questo viaggio nel cuore di tenebra del Potere Oscuro. Dice Palahniuk: «Ninna Nanna è la storia di un incantesimo che si propaga come un virus, e i richiami al Grande Fratello nel libro abbondano. Gli incantesimi e la magia hanno in comune il loro essere contorti. Più l’incantesimo è contorto, più il suo effetto sarà di contorcere e deformare la mente della vittima. La confonderà. Si impossesserà della sua attenzione. La vittima inciamperà. Avrà i capogiri. Non riuscirà a concentrarsi. Proprio come il Grande Fratello coi suoi canti e i suoi balli. Non è che “l’immaginazione al potere”, il celebre slogan del ’68, si sia realizzato, sì, ma in un modo perverso?» La storia di questa perversione, di questa possessione degli individui operata dalla rivoluzione sessantottina, è uno dei temi portanti di questo libro. Per capire la portata di questo sconvolgimento si possono rammentare parecchi “quadretti” ben esplicativi del prima e del dopo ’68. Uno assai efficace lo troviamo in Adulti con riserva. Come era allegra l’Italia prima del ‘68, di Edmondo Berselli. A pagina 9 leggiamo: «Una volta mio padre venne candidato alle comunali, un po’ controvoglia, e sul giornale locale pubblicarono addirittura la sua foto, con una biografia che lo dipingeva come una specie di eroe della resistenza al comunismo “nella difficile realtà emiliana” […] Un secolo dopo, eravamo tutti di sinistra, alcuni molto franco-fortesi e adorniani, o marcusiani, hegeliani e freudiani, e si leggevano libri che volevano smantellare la famiglia o distruggere la scuola borghese […]» Più nello specifico, la biografia del leader del gruppo pop The Doors, Jim Morrison, è un suggello, non ultimo di una serie di segnali inequivocabili, dell’aura mortifera, che la dice lunga sul carattere profondamente nichilista del Movement che mentre esaltava la “vera vita” finiva per schiantarsi nella reale morte. Il titolo è mutuato infatti da un leit motiv dello stesso Morrison che recitava così: Nessuno uscirà viva di qui. Non si creda che quella di Morrison sia stata una vicenda a sé stante. Una vicenda posta qua solo per esaltare le tesi pro domus nostra. La lista di personaggi che sono finiti come larve umane, suicidati, auto-annichiliti o protagonisti di fatti cruenti quanto letali è lunghissima. Un’autentica porzione di cimitero. Singolare – quanto tremendo – il caso di William Burroughs, uno dei più accaniti mallevatori della Controcultura libertaria che, ricordo, fra i suoi fini centrali aveva quello del femminismo, e della liberazione della donna. Ebbene, egli sparò a sua moglie, uccidendola. Parafrasando Agnelli (“La Sinistra farà quello che la destra non osa fare!”), si potrebbe dire che la Controcultura oserà mettere in pratica i più efferati crimini a stento immaginati dalla Borghesia. Ma tra la Beat Generation non son tutte rose e fiori come la vulgata vorrebbe spacciare, e così «affiorano tanti segreti e l’ultimo lo pubblica ora This is the beat generation a firma di James Campbell. La storia è quella di Lucien Carr, 19enne studente della Columbia University, un esteta stravagante. Fu proprio Carr ad attirare l’attenzione di tre giovani intellettuali che frequentavano il campus: Jack Kerouac, 21 anni, William Burroughs, 30, Allen Ginsberg, 17, che tramite lui s’incontrarono per la prima volta. Il legame con Carr durò poco: una notte il giovane accoltellò a morte un corteggiatore troppo pressante. Il giorno dopo andò al museo d’arte moderna con Kerouac e poi si costituì». Caleb Carr, scrittore, figlio di Lucien ebbe a dichiarare: «Sono stato allevato in una famiglia in cui la violenza era all’ordine del giorno: una madre e un padre alcolisti persi e due fratelli disperati». Una addenda. La fascinazione malefica e il connubio strettissimo tra eros e thanatos dentro l’ambiente omosessuale non è più un tabù da quando ha fatto scalpore il romanzo di Jonathan Littell, Le Benevole, in cui seppur sotto forma di prosa, la mitografia del gay tutto rose, fiori e gaiezza si disintegra in mille pezzi. Il protagonista è un omosessuale nazista e criminale incallito. D’altra parte, sul versante della saggistica rimane tutt’ora insuperato il testo di Scott Lively e Kevin Abrams, The Pink Svastika. Homosexuality in the Nazi party, in cui si mette in luce la profonda genealogia pederasta insita nel nazismo. Che ci sia stata qualche filiazione omosex nel nazismo derivante, a sentir dire Stephen Spender, dalle deliziose «debosce berlinesi ai vecchi tempi, primo dell’arrivo di Hitler?». Autentiche dissonanze cacofoniche per il pensiero mainstream dei giorni nostri! Ora sappiamo chiedere venia alla canea arruolata quanto prezzolata dal politicamente corretto che si scatenerà, latrando, contro il nostro associare in tali fenomenologie, categorie sociali culturalmente protette quali il gay, la spia, l’ebreo, lo psicologo, e via così. Ci piacerebbe rispolverare Georg Simmel, per confutare che si tratti da parte nostra ogni erba come un fascio, il quale nel ricordare Bismarck citava le sue memorie riferendosi ad «un’associazione di omosessuali molto radicata a Berlino, che lui aveva conosciuto nelle vesti di giovane magistrato, e sottolinea l’effetto parificante, attraverso tutti i ceti, del comune esercizio del proibito». Niente di inedito comunque sia: «Nell’opera del “fratello Clevel” – che fu colpito dalla censura dal Grand Orient come reo di indiscrezione e di violazione al giuramento del segreto, ma non espulso dalla massoneria […] si trova un curioso passaggio relativo a un’associazione segreta di sodomiti dal quale risulta che anche Philippe d’Orléans […] era stato un gran maestro di una società segreta, società che può aver giocato un ruolo occulto nello stabilimento degli alti gradi [al tempo della rivoluzione francese; N.d.A.]». Del resto questo fil rouge sarebbe stato attizzato a lungo. In «The Paris Working (Opus Lutetianum) Crowley descrive una serie di operazioni magiche che intraprendeva con l’aiuto di Frater Tradam (il poeta Victor Neuburg). Si servivano di una formula omosessuale che Crowley in seguito incorporò nel Santuario Sovrano […]» a testimonianza che il cocktail finale che si para dinanzi ai nostri occhi ha elementi noti, uguali e costanti nel tempo. Tanto che Kenneth Grant, un esegeta dello stesso Crowley si premura di affermare, se mai ce ne fosse bisogno, che «[…] l’uso sodomitico del sesso a scopi magici […] è formula valida». Lungi da noi ogni tentativo di discriminazione causato dall’appartenenza ad un’area etnica, culturale, politica o sessuale. Sappiamo troppo bene che invero l’unica concreta discriminazione a questo mondo è quella del ricco contro il povero, sic et simpliciter, sebbene c’è da tener presente l’indicazione di Federico Mavì, che vede «nel rapporto sodomitico […] radici, non già nella perversione gratuita, ma nell’arte mistica alchemica». L’unico vero, autentico, razzismo è del disprezzo del ricco contro il povero. Se non fosse così non si spiegherebbe come mai tanti gay facoltosi siano ai vertici assoluti della moda, dell’industria culturale, della finanza, e au contraire una miriade di gay non abbienti siano discriminati tout court. Uno su tutti, Alain Danielou. «In Francia [un suo libro; N.d.A] ebbe subito una grande risonanza mediatica grazie ad una puntata del programma televisivo Apostrophe […] Il presentatore Bernard Pivot, cominciò il programma presentando Alain Danielou come “indianista e omosessuale […] faceva parte dell’ establishment parigino. Suo fratello Jean, il cardinale, e suo cognato George Izard, l’avvocato, non avevano fatto parte entrambi dell’Academie Francaise? Pivot aggiunse infatti. “Voi siete un marginale che è riuscito a sfondare”». Come ebbe a dire Humphrey Bogart in Casablanca: “È la stampa… bellezza!”, e noi facendogli il verso: “È il borsellino… bellezza!” A New York, al ristorante Le Cirque – uno dei templi della ristorazione di classe – non si nega un Sassicaia, o uno Chateau Lafitte, né ad un arabo, né ad un ebreo, né tanto meno ad un gay, né a chicchessia, purché fornito di abbondante pecunia. Questa è la vera discriminazione. O per dirla, con lo storico ebreo Cecil Roth: [egli] «afferma che gli ebrei possiedono requisiti eccellenti per far da agenti segreti» , e così auspichiamo animi più calmi, e volti più sereni. Vale anche la pena di ricordare che Freud, confezionò un discorso di empatia profondissima con la loggia in capo del B’nai B’rith, la massoneria ad uso degli ebrei. Non riuscì a leggerlo lui stesso ma lo fece fare a suo fratello Alexandre. «I grandi pensatori ebrei del XIX secolo avevano compreso che per vincere sul piano della storia universale dovevano eliminare l’antico ordinamento cristiano del mondo, dunque accelerare la secolarizzazione e la disgregazione di quell’ordine, diffondendo i concetti della dissoluzione» . Quanto era Freud consapevole di questi disegni? A sentire il Vannoni, mentre «Carl Gustav Jung apparteneva al Rito Scozzese Rettificato […] una frangia massonica […] Freud apparteneva […] assicura Pierre Mariel, che oltre ad essere un affermato studioso di esoterismo è anche membro di tale Rito, a una massoneria del tutto diversa […] quella dei B’nai B’rith […] riservata solo agli ebrei». «Jung dopo aver abbandonato, in giovanissima età, il calvinismo svizzero, la fede nella quale era stato cresciuto, era rimasto senza una propria chiesa; per lui l’ebraismo, come l’occultismo, era un’intrigante chiesa della porta accanto». «A spingere Jung verso gli gnostici fu il loro modo di pensare per paradossi. Perciò Jung si identificò qui con lo scrittore gnostico Basilide […] e assunse parte della sua terminologia: per esempio, Dio inteso come Abraxas. Fu un deliberato gioco mistificatorio». Insomma se l’abito è vero che non fa il monaco, un certo habitus umano invece, di quelli elencati poco sopra, permette di tessere reti di conoscenze, estese quanto compatte nei loro scopi, e quindi di essere un passepartout che apre moltissime porte nelle stanze del potere, altresì negate alle persone qualunque. *** Stessa negromanzia si replicò in Francia con il filosofo marxista Louis Althusser che strangolò sua moglie, tanto per essere un po’ femminista. Nel novero di questo carro funebre spicca la vicenda di Ed Sedgwick. Bella ereditiera di una facoltosa famiglia americana, la Sedgwick, giovane quanto promettente attrice della Factory di Andy Warhol, finì distrutta dalle droghe in men che non si dica. Ne L’amor mio non muore , un “sussidiario” per il perfetto rivoluzionario sessantottino troviamo uno squarcio significativo di come si immaginava allora la società perfetta del futuro e che impressiona per l’estremo realismo nel raffigurare il quadro contemporaneo popolato da “animali parlanti” stile Grande Fratello, l’Isola dei Famosi, e via di seguito, nella sequela di quella grande agenzia della diseducazione che risponde al nome di TV. Quello che allora appariva come miraggio di stampo nietzschiano dell’Uomo Nuovo (Diventa ciò che sei) è incredibilmente comparso, ritagliato come una figurina al millimetro, nel giro di pochi decenni, a mo’ di Golem, con tutte le sembianze e le movenze del caso, all’insegna del più grande conformismo edonista. Un tipo umano – figlio assolutamente legittimo del’68 – che ha introiettato tutti i diktat del marchese De Sade (“Godi sempre di te stesso e dei tuoi simili senza domandarti se è giusto e lecito”) senza avere neanche un briciolo del suo essere aristocratico, ma anzi, sprofondando nella più immensa cafoneria, mancanza di classe e contadineria immaginabile, a prescindere dai livelli di reddito e di censo. Fabrizio Corona era già all’orizzonte. «Il gioco più divertente di tutti è fare l’amore. Fin dall’antichità ha procurato le più grandi gioie che esistono. Per fare questo bisogna mettersi tutti nudi e accarezzare il corpo e le parti sconosciute dei vostri compagni e delle vostre compagne. È molto bello! Non date retta ai vostri genitori quando vi dicono che toccarsi è pericoloso. Non è vero! Non ha mai fatto male a nessuno! Guardatevi dai fumetti menzogneri quando il denaro è necessario per divertirsi. Quando non avete i soldi per comprarvi un dolce, un libro, un giocattolo o altre cose che vi piacciono rubatele, perché sono vostre! Tutto ciò che desiderate è vostro…[…] Tutto quello che vi hanno detto sul dovere, la patria, la gerarchia, la disciplina, la cultura generale, la religione e la morale e le leggi è completamente falso. Sono tutte fesserie. Bisogna sbeffeggiare chi vi parla di queste cose: ridetegli in faccia! Quando i genitori vi dicono: “Dovete essere riconoscenti……”, voi dovete rispondere: “Genitori, su di noi non avete alcun diritto….non illudeteci di poterci comandare”. Riassumendo: solo gli imbecilli studiano, obbediscono, pagano e fanno non tutto quello che fa loro piacere. Intelligenti sono soltanto coloro che hanno il coraggio di avere un unico scopo nella vita: divertirsi!». La parte liberal del culturame rifiuta a parole questa pesante “eredità” sessantottina ma poi la sottoscrive con i fatti. È proprio di questi giorni, sul finire del 2012, sentire Franco Bolelli del giro di Repubblica, asserire in TV a Le invasioni barbariche (nomen omen!) che «sono le regole a doversi adattare al bambino, e non è il bambino che si deve adattare a loro»! Del resto, la funzione scardinante di quello che potremmo definire insurrezione erotica, con valenza centripeta oltre e contro ogni ordine di qualsivoglia genere, non è nuova nella storia. Durante la rivoluzione francese, a partire da De Sade sino a Fourier, passando per Mirabeau la produzione di letteratura pornografica fu veicolo di profondissima sovversione sociale. Ci sarebbe da chiedersi se a De Sade fu fatto scontare in segregazione carceraria, uno scorcio significativo della sua vita, piuttosto per avere divulgato i segreti inconfessabili di certa aristocrazia malata, che invece per la blasfemia e la pornografia inserite nei suoi testi. Probabile che il Marchese De Sade fosse consapevole di ghenghe simili a quelle presenti in Inghilterra che ruotavano attorno alla figura di Jack Lo Squartatore. «L’amico più intimo di Clarence, già suo amante, James Kenneth Stephen, era figlio del giudice Sir James Fitzjames Stephen. C’erano state malattie di mente a iosa nella famiglia Stephen […] tra le quali quella conclusasi col suicidio della cugina di Stephen, Virginia Woolf […] Fino a diciannove anni, il duca di Clarence era stato pressoché inseparabile dal fratello minore Giorgio. Poi era stata presa la decisione di nominare Giorgio sottotenente della Marina e di spedire Eddie al Trinity College di Cambridge. Si sentiva la necessità che Eddie avesse a fianco qualcuno che sostituisse Giorgio, qualcuno che gli potesse essere amico, consigliere e maestro. La scelta cadde su J.K. Stephen, di poco maggiore d’età di Eddie. Egli provvide a un’intensa preparazione di Eddie, durata tre mesi, prima di entrare al Trinity College di Cambridge, nell’autunno del 1883. Qui, dice Harrison, Eddie entrò a far parte di una cripto confraternita di invertiti, della quale faceva parte Stephen, oltre che un poco raccomandabile soggetto, Oscar Browning, ex direttore del convitto a Eton, espulso per indebita familiarità con uno degli allievi, ma ciò nonostante ammesso a far parte del consiglio accademico al Trinity. Pur non essendo possibile averne le prove, Harrison sostiene che Stephen diventò l’amante di Eddie. Eddie era bisessuale: Harrison definisce panerotico il suo vivo interessamento alla sessualità. Altrettanto sarebbe stato, in misura inferiore, anche Stephen». *** Qui ci piacerebbe che si gettasse maggior luce, pur se non fosse quella definitiva – il finale “velo alzato per i curiosi” – sul tourbillon sessantottino, ben oltre non solo alle decine di testi commemorativi quanto apologetici, o di converso, screditanti, ma pur sempre in nome di un’ideologia, e quindi, a loro modo, “coprenti” la sostanza delle cose. E ci piacerebbe che questa maggior luce fosse in qualche modo proiettata oltre i pochi testi che già si sono incamminati in questa direzione. Il primo di tutti, Acid Dreams , di Martin Lee e Bruce Shlain, che se da un verso è un lavoro magistrale avendo per primo aperto le danze sul tema, dall’altro, si esime dal trarre alcuna conclusione su cosa va dicendo. E oltre Rivoluzione psichedelica , lavoro ben argomentato di Mario Arturo Iannaccone, pur col limite di ispirare la tesi per cui la Controcultura fosse stata il portato di un’opera di una CIA, per così dire liberal, progressista, di sinistra insomma. Oltre anche ad Acid , di David Black, una sorta di continuazione in profundis di Acid Dreams, con ampi scorci sulla situazione della Controcultura in Europa. Acid Dreams stesso, peraltro, porta in sé la confutazione più cristallina della tesi di Iannaccone: «Qualcuno nell’ambito della comunità dell’intelligence evidenziò i potenziali benefici sociali di droghe come l’LSD…e una delle prime voci a levarsi in pubblico per parlare in favore di questa visione fu quella del magnate dell’editoria Henry Luce, che considerò il suo impero Time-Life come la voce semiufficiale del Dipartimento di Stato americano. Luce, dietro le quinte, era un accanito sostenitore del valore dell’LSD e mescalina come mezzi per allargare la mente dell’élite politica americana e incoraggiava i suoi compagni di trip a collaborare con la CIA». Quindi, all’evidenza, nessun complotto di sinistra tout court, visto che Henry Luce rappresentava la parte più “reazionaria” che potesse esserci negli Stati Uniti, in quanto nelle alte sfere del Potere Oscuro, le categorie “sinistra” e “destra” sono solo, appunto, mere categorie e nulla più, degne maschere d’essere indossate ora su questo volto, ora su di un altro, ai fini ultimi del Grande Gioco dell’Inganno. Potere Oscuro, Potere Opaco… ne spiega la ragione e il funzionamento un’efficace metafora che il New York Times usò anni fa per descrivere la potenza devastante della finanza derivata. Essa racconta che tale force de frappe finanziaria gravitava sulla terra come un asteroide, seppur invisibile dal nostro pianeta, sebbene esercitasse un potere, una leva di attrazione irresistibile, magnetica, su tutti noi. Ebbene il Potere Oscuro è tutto questo, e non è certo un caso che la finanza derivata sia una sua mostruosa creatura. Bisogno di maggior luce, si diceva, in modo da scorgere non solo gli attori, i gregari, i caratteristi, le comparse, il plot, come ci hanno sapientemente mostrato questi lavori, ma anche e soprattutto per iniziare ad evidenziare chi sono stati, nel buio oltre la siepe, i registi e i produttori di questa rappresentazione dello spettacolo della rivolta degli anni sessanta. In linguaggio contabile à la page verrebbe voglia di dire che ci piacerebbe computare il Roe, il ritorno sull’investimento fatto. Non tanto e non solo, per quanto attiene al conto della serva su chi ha guadagnato autentiche fortune economiche con questa autentica negromanzia esperita sulla pelle di migliaia di morti di droga, e chi continua a farlo oggidì. Quanto per capire, o almeno per occhieggiare, quale era, e qual è il ritorno che Lor Signori contavano ci fosse sull’investimento. Ritorno, premio, di natura impalpabile (che sospettiamo sia stato il vero movente di tutta l’operazione). Il ritorno “incassato” è stato ancora una volta il salto di paradigma comportamentale il cui risultato odierno è l’Uomo Dissolutorio che vediamo agire (in realtà agito) ai giorni nostri. D’altronde la cosa non è del tutto nuova. Nella rivoluzione culturale dell’Illuminismo s’erano già ampiamente sperimentati meccanismi del genere. «Benché Barruel sia stato tra i primi ad insinuare che le Logge fossero la “santa barbara” del processo rivoluzionario (come enunziò in Le patriot véridique ou discours sur le vrais causes de la Révolution actuelle), indubbiamente Lefranc ebbe il discutibile merito di sviluppare per primo un ragionamento organico e articolato, nutrito da riferimenti storici, per addebitare gli eventi a un “complotto” di cui la Massoneria era a un sol tempo responsabile e tramite». Non lo scriviamo noi, ma bensì Aldo Mola, noto fan della Massoneria stessa. E anche da noi, lo stesso procedimento ebbe luogo quando «proprio da Copenaghen, un religioso e archeologo danese aveva intrapreso un viaggio, alquanto misterioso, verso Napoli, le Calabrie e la Sicilia […] Quel personaggio era venuto insomma – questo non era noto – a collocarsi, con un ruolo di stimolo e di aggregazione, all’inizio di una fase di elaborazione teorica e di azione politica che condurrà fino al risorgimento italiano […] Il Demetrio per il suo potere massonico, e Gaetano Filangieri per la sua autorità morale che lo metteva al di sopra di tutti, sono le persone cui fare riferimento. Il disegno, si capisce, è quello di ristabilire l’autorità della massoneria inglese. Era stata una delle finalità del Munter a Napoli e in Sicilia…». Scenari simili a quanto accadeva a Firenze nei primi del Settecento dove «una loggia […] composta originariamente da inglesi, cui si era unito un gruppo di fiorentini, tra cui Paolino Dolci, notorio amante del granduca Gian Gastone […]». Dobbiamo prendere atto che sodomia, influenze foreste arbitrarie e realtà eterodirette vanno naturaliter a braccetto assieme, a dispetto di ogni periodo storico. Quindi nihil sub sole novi, ma è l’ora di comprendere, o perlomeno, di tentar di farlo, le cose come sono e non come appaiono con una tecnica mista, composita, di flashback e patchwork, scandagliando l’orizzonte come si fa con un periscopio. *** «Penetrare la nebbia dei nomi e delle parole con le quali lavora la macchina psicotecnica della suggestione di massa, additando la legge segreta di questo vocabolario, in base al quale la guerra più terribile può essere condotta solo in nome della pace, l’oppressione più terrificante solo in nome della libertà e la disumanità più abbietta solo in nome dell’umanità» Carl Schmitt in Le società segrete, Gianni Vannoni, Sansoni, p. 111 La porta della camera della figlia era socchiusa; dalla sala si sentiva un registratore che sciorinava l’ultima lezione di musica. Marta era andata da una famiglia nella quale la competenza per quest’arte era notevole, quanto era notevole la loro “magia” radical-chic. Sì, proprio “magia” l’aveva definita un nostro conoscente comune. A chi non capiva il perché di questa definizione rispondeva che loro erano presi entro una magia di cui loro stessi non ne conoscevano le leve né le motivazioni ultime. Francamente ai più questa sua spiegazione risultava un po’ fumosa. È vero che loro avevano – tra le altre amenità – un Canaletto autentico in salotto, e una teca piena di uova di Fabergé (solo con uno di essi si poteva comperare un bell’appartamento in centro…), ma tutto questo faceva di loro dei tipici gauche-caviar come tanti alla fine dei giochi… «In quegli anni era di moda per gli “aristocratici” alto borghesi flirtare con la “strada”. All’epoca […] ricordo due sorelle ricchissime che raccoglievano soldi per i “compagni detenuti”. La sera si andava spesso a mangiare da loro, in una casa lussuosissima, bivaccando. Ero circondato da gente che disprezzava la ricchezza, ma la sfruttava fino in fondo». Non si capiva cosa c’entrasse la magia in quel contesto, per giunta così razionalistico, e tardo-illuminista. Forse rammentandomi di questi discorsi, forse no, è allora che captai un loro accenno tra un tentativo di far suonare a modo una scala musicale, senza eccessive stonature. Il loro discorso riecheggiava la condanna, il disprezzo astioso, uscito dalle labbra di Anna Wintour – la nota direttrice di Vogue America – in occasione della settimana della moda milanese, contro le camarille del satrapo italiano che aveva intessuto un novello Satyricon dei nostri tempi. Pochi giorni dopo le aveva dato man forte Karl Lagerfeld, sempre sullo stesso tono su tono, per così dire. Ora seppur facilmente disgustati da quei vituperati scenari, il disgusto più grande lo si provava dinnanzi a cotanta ipocrisia che lasciava mettere in cattedra morale figuri come quelli che patrocinavano milieu ove la moralità non sapeva essere di casa nemmeno un giorno, un’ora all’anno. Il mondo della moda è l’espressione più sopraffina di una delle massime agenzie della diseducazione e della mala moralità imperante. Il patrocinio immondo che larghi settori della Moda esercitano sulla promozione della più bieca corruzione della moralità è acclarato. Già nel lontano 1989, apparve un libro – di cui i Grandi Difensori Nazionali della Libertà di Stampa…i nostri Venerabili Maestri, si guardarono bene dal tradurre, e su cui ovviamente scese la più ferrea cortina di silenzio – a firma di Yann Moncomble, La politique, le sexe e la finance. Il testo getta luce sugli intrecci tra i legami serratissimi, ancorché insospettabili, in seno all’alta finanza, e alla promozione della débauche sessuale e politica. I legami sono i gangli vitali del Potere Oscuro. «C’è questa necessità: colui che deve legare deve possedere una teoria universale delle cose, per essere in condizione d’incatenare l’uomo, che di tutte le cose è, per così dire, l’epilogo […] L’artefice lega con l’arte: Poiché l’arte è la bellezza dell’artefice […] Il senso è mezzano per il vincolante. Libidine rada e stimolata dal solo impulso naturale lega l’uomo ottuso […] Il destinatario del vincolo, per essere vincolato, non richiede tanto vincoli reali, cioè quelli che sono così sostanzialmente, quanto apparenti, cioè vincoli d’opinione: infatti, l’immaginazione senza verità può vincolare veramente, imbrigliare davvero il destinatario del vincolo per via immaginaria. Posto anche non esista l’inferno, la credenza immaginaria nell’inferno senza fondamento di verità produce veramente un vero inferno. L’immagine fantastica ha la sua verità, con la conseguenza che essa reagisce realmente e realmente e potentemente resta imbrigliato chi si lascia vincolare e il tormento infernale si fa eterno con l’eternità della convinzione di fede; e l’animo, pur spoglio del corpo, conserva tuttavia il medesimo aspetto e nonostante tutto persevera con esso infelice nei secoli, anzi ancor più potentemente talvolta per indisciplina o diletto o acquisite parvenze». L’effetto dei media spiegato secoli prima che li inventassero. Sempre su questo genere seppur più focalizzato nell’ambiente modaiolo di notevole spessore è Top models, Les coulisses de la gloire, di Ian Halperin. Questa patente ipocrisia ha un nome soltanto: conformismo. A questa parola ormai desueta per tutti si associa con un certo automatismo il pensiero del ’68. Esso aveva tra i suoi scopi principali quello del combattere il cosiddetto conformismo. È una eterogenesi dei fini allora? Oppure la marea nera sessantottina prevedeva proprio la sostituzione del mediocre, in senso lato, conformismo borghese con uno più scaltro, per così dire, che si ammantasse di uno spolvero di spontaneità e di improvvisazione, per quanto invece ferreo e totalizzante fosse la sua vera sostanza? Un testo notevole per capire l’humus del Sessantotto è I giorni del dissenso, di Giorgio Cesarano, proprio del luglio 1968. Dalla quarta di copertina riportiamo dati di quel tempo: «Giorgio Cesarano è nato a Milano nel 1928. Giovanissimo fu reporter per due quotidiani milanesi. Da quindici anni risiede a Bergamo, ma lavora nella capitale lombarda come free lance writer. Nel 1959 pubblicò un primo volumetto di versi giovanili L’erba bianca. Collabora come critico alle riviste Aut Aut, Nuovi Argomenti e Paragone. Su Rendiconti ha pubblicato […] un dramma politico dal titolo Il soggetto, ispirato alla morte di Che Guevara. Per la TV ha scritto un teleromanzo d’ambiente pugilistico, Il mestiere di vincere, che andrà in onda in autunno. È tradotto in antologie di poeti italiani in Cecoslovacchia e negli Stati Uniti». *** Siamo finiti a decenni di distanza per essere immersi in una bolla magica di massimo conformismo ove i più turpi all’avant-garde osano dar lezioni ai poco meno turpi non perché peccano in moralità ma bensì perché proprio son ancor troppo poco amorali? Non che il ’68 sia stato – marxianamente parlando – la forma fenomenica del suo contrario ? Nello stabile di rango, di questa famiglia, mentre attendevo Marta, poco distante dal video citofono, notai una macchia in terra, di notevoli dimensioni, ai piedi di un angolo del palazzo. Era vomito. Vomito, e quindi gesto assolutamente insospettabile in un palazzo estremamente signorile come quello. Inspiegabile anche agli occhi di un cittadino dei primi anni del duemila. Qualcuno aveva evidentemente vomitato lì, durante la notte precedente, e non s’era dato pena di ripulire. Mi sovvenne in quell’istante, e lo ricollegai immediatamente, un recente viaggio in treno, in cui salendo su una vettura, fummo tutti accolti da un puzzo insopportabile, di marcio, di sudicio, così stantio quasi che fosse apparentato all’odor di morte, di disfacimento. Le due fiumane di passeggeri (io tra di loro) mentre si andavano incontro, chi da un ver
  2. lastlightx ha detto:

    GMT uber alles (and thanks mark herman for card driven games).

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