Cambiare niente perchè tutto cambi

Dai, passiamo ad altro. Nelle Mille e un notte c’è la storia di Abù Hassan, cui il califfo gioca un brutto scherzo: lo fa addormentare, lo porta al palazzo e ordina a tutti di trattarlo come fosse il califfo. Hassan finisce per crederci, con grande sollazzo della corte, finchè non viene riaddormentato e retrocesso alla condizione di borghese. Però il pover’uomo si crede ancora califfo e passa per pazzo, con quel che segue.

La storia dello scambio di persone è sicuramente più antica e si ripete fino ad oggi in tutte le possibili varianti: ingannati e ingannatori, veri sosia e inverosimili (come quello patetico, ricordato da Borges nella Storia Universale dell’Infamia, che non somigliava per niente al nobile sostituito e proprio per questo veniva creduto).
Nel diciannovesimo secolo alla scambio di vestiti si sostituisce lo scambio di corpi: persone che in virtù di una pozione sono due in uno, o uno in due, oppure veri trapianti di cervello (tra uomo e uomo, tra animale e uomo, persino con mostri o robot). La ripetizione di quest’ultima formula diventa così comune da meritare la parodia (es. Frankenstein Junior).
In effetti l’idea di scambiare le menti risale perlomeno a Locke, che nel 1690 si chiedeva “cosa accadrebbe se l’anima di un principe dovesse entrare nel corpo di un ciabattino e governarlo”? Le neuroscienze si sono impadronite di questo esperimento mentale e l’hanno declinato anche loro innumerevoli volte (vedi ad es. L’io della mente).
Con tanti predecessori che poteva fare il nostro Spallanzani?

Beh, lui pensò più modestamente (o più ambiziosamente) di non cambiare abiti, anime o cervelli, ma solo il punto di vista. Nel racconto breve “Contrappasso”, contenuto in Altri Crocevia, Spallanzani descrive l’odioso farmacista Tommaso Delgrano, cupo e avarissimo, derubato dall’apprendista e irriso dalla moglie. Siccome è insonne e avaro, Tommaso per dormire prende farmaci scaduti, finchè una mattina al suo risveglio non vede più dagli occhi, ma dall’esterno: come se si osservasse attraverso una telecamera piazzata nello spigolo della stanza. La finezza, la trovata Spallanzanesca sta nel ridurre tutto il vertiginoso scambio a questa sola frase, perchè poi il racconto continua come prima, con la terza persona di prima. In seguito Tommaso non scopre nulla di nuovo: i maneggi dell’apprendista, le smorfie che sua moglie gli fa alle spalle, lui li conosceva già. Alla fine le due serpi tramano per eliminarlo e mentre è distratto gli versano qualcosa nel bicchiere, e lui alza il bicchiere, sta per bere, il racconto subisce una dolorosa sospensione e poi lui beve, e muore.
Ma come, si chiederà il lettore, ma non vedeva dall’esterno? Non ha visto che c’era il veleno? Ed è solo a questo punto che si accorge del trucco: prima della trasformazione la voce del racconto non era quella di un autore onnisciente, ma di qualcuno che osserva la scena da una telecamera posta nell’angolo, per cui bisogna dedurne che il personaggio Delgrano ha scambiato il suo punto di vista con quello del suo autore! Ma allora nel personaggio adesso c’è l’autore, che guarda attraverso gli occhi di Tommaso quel liquido un po’ torbido.

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16 risposte a Cambiare niente perchè tutto cambi

  1. Leonetto ha detto:

    Soprattutto impeccabile.

  2. eliaspallanzani ha detto:

    Levonetto per i furbacchioni come te abbiamo omesso la spiegazione finale del racconto (che è contenuta nelle note private del nostro) e visto che fai lo spiritoso ti sfidiamo a indovinare.

    • Leonetto ha detto:

      Io sono notoriamente ottuso per indovinare queste ed altre cose. E comunque mi pareva davvero una storia impeccabile, mica per spirito.

  3. eliaspallanzani ha detto:

    Allora perdona la nostra MALIFFIA. Sta di fatto che l’Elia vide un buco nella storia e propose alcune (una dozzina di) spiegazioni alternative, e a dire il vero abbozzò anche una versione cinematografica.

  4. Leonetto ha detto:

    Se non si fofpende l’INCREDULITA’ si nota, certo, anche più di una incoerenza. Ma al LETTORE dee interessare che codesto scambio inedito avvenga sic ET simpliciter, e dee avvenire IN quanto inedito e immaginifico, non perché plausibile secondo LOGICA e leggi fisiche. Sia il DESIDERIO a muovere i giudizi sull’opra e la realtà, non la UERITA’ ma UOLONTA’ che ESALTA.

  5. eliaspallanzani ha detto:

    AJHAHAHAAHAHHA1!11!!

  6. paolo f ha detto:

    Mi piacete, così seicenteschi. Ho fatto un lunga ricerca sui Grimori e le stregonerie del XVII secolo, volevo scriverci un romanzo, poi è rimasto tutto nela cassetto (insieme ad altri dieci progetti).

  7. lastlightx ha detto:

    ma se in questo caso è l’autore che si scambia col personaggio e muore, allora abbiamo la spiegazione della prematura morte dello spallanzani. però a questo punto è tommaso delgrano a dover essere ancora vivo, da qualche parte (a meno che nel frattempo non sia morto anche lui di vecchiaia o per qualche incidente o malattia).

    • eliaspallanzani ha detto:

      difatti in “Raccontalo alla cenere”, lo zibaldone di pensieri Spallanzaneschi, c’è IL RITORNO DI DELGRANO (TA DAH!).

    • Leonetto ha detto:

      L’arguta trouvaille dello Spallanzani sta nello scambiare solo il “punto di vista”, non il corpo, non il cervello o la coscienza. Cosa si debba intendere con “punto di vista” non è immediato.
      Per me, potremmo intenderlo in termini esclusivamente ottici, proiettivi e spaziali.
      Al risveglio da sonni farmacologici, Tommaso Delgrano si ritrova col suo proprio corpo, ma l’immagine del mondo che arriva alle sue retine non gli giunge più nel modo usuale: ciò che vede è ciò che arriva agli occhi del narratore-voyeur e questi, parimenti, vede ciò che giunge agli occhi del farmacista, ma il suo corpo – dico del narratore – è ancora il suo, seduto in sala monitor (o anche Dio che tutto vede, e non sta qui sulla terra, che già c’è venuto, è oltre i confini dell’universo, ancora signore e padrone delle sue tre persone).
      In ogni caso un insolito fenomeno ottico, dunque: la fisica moderna saprà fornigli una qualche plausibilità.
      Con un po’ d’esercizio, Tommaso Delgrano si abitua a questa nuova prospettiva, ha pieno controllo del suo corpo anche guardandosi dal di fuori, quasi non si sorprende più del prodigio; pure, il narratore potrà continuare nell’attività che gli è propria, da una posizione particolare, e figuriamoci se si farà problemi (anche a Dio piace rivivere certe esperienze).
      Ora, Delgrano sa del bicchiere attossecato e ordina al suo corpo, laggiù in fondo alla tavola, di ingollare il veleno. Forse voleva suicidarsi? Parrebbe, e come dargli torto, la moglie antipatica, l’apprendista arraffone, pure questa cosa del punto di vista esterno, nemmeno lo entusiasma. Invero, Delgrano decide di farla finita non per le cose che vede, bensì per come le vede, dal punto di vista di Dio: è nota di costui la vocazione al martirio e il sacrificio per interposta carcassa umana. Da lassù, evidentemente, si coglie tutta la miseria della stirpe d’Adamo, e non serve l’intelletto perfettissimo che si suole attribuire a Dio, anca quello umano sufficit, però ci si deve trovare fuori, al di sopra, lontano da qui.

      • eliaspallanzani ha detto:

        In un primo tempo l’idea di Spallanzani era molto simile a quella che descrivi e lui se la rigirava tra le mani non trovandola del tutto soddisfacente. Inaudita, un po’ lo era, ma le mancava qualcosa di ingannevole. E poi c’era sempre il problema dello stile: come rappresentare attraverso il linguaggio il cambiamento di prospettiva? Tutte le soluzioni gli sembravano goffe ma la notte, il caldo e le zanzare congiurarono questa soluttione: non cambiare nulla. Fermo lo stile, cioè la terza persona “telecamera” (non l’autore onnisciente, nè la prima persona), tutto diventava sottilmente “sbagliato” ed erano possibili varie congetture: 1) non è cambiato davvero nulla, la frase “non vide più dagli occhi ma etc” è semplicemente falsa; 2) narratore e autore si scambiano il punto di vista ma non altro – Delgrano si uccide; 3) si scambiano di ruolo, e quindi è il personaggio che racconta e fa morire il narratore, colpevole di averlo fatto così brutto (da questa versione deriva il titolo); 4) ma in ogni modo, colui che legge questa storia non è forse a sua volta un occhio, una telecamera che sbuca dall’angolo? 5) se il personaggio si mettesse a scrivere un libro vedrebbe se stesso che scrive un libro in cui se stesso crive un libro in cui… 6) e se il racconto fosse di Delgrano sin dall’inizio, se fosse un’autobiografia?

        Spallanzani sapeva che il racconto andava sempre peggio, perchè a guardarlo più da vicino si sbriciolava in una serie di errori e vicoli ciechi, però trovava più divertente questo che una soluzione perfetta. Gli sembrava come uno di quei meccanismi rovinati che se stringi una vite salta una molla, e se rimetti la molla scivola un perno, e comunque una cosa che non può essere aggiustata, con cui puoi solo “giocare a riaggiustarla”.

  8. lastlightx ha detto:

    la spiegazione di cui al punto 3 del precedente commento degli elia (che è anche quella che sposavo io nel mio commento e che appunto viene avvalorata dal titolo) è certo la meno fantasiosa ma è anche quella che tutto sommato evita il problema del deterioramento del meccanismo perché spiega tutto. l’ipotesi fatta da leonetto che il delgrano abbia scambiato “solo” il punto di vista è certo suggestiva ma mi pare che divaghi un po’ troppo rispetto all’argomento del post che è, appunto, lo scambio di corpi visto in tutte le sue sfaccettature. oltretutto il tema del suicidio introdotto da leonetto non mi pare c’entri molto con le intenzioni originali di spallanzani. cito il post: “Ed è solo a questo punto che si accorge del trucco: prima della trasformazione la voce del racconto non era quella di un autore onnisciente, ma di qualcuno che osserva la scena da una telecamera posta nell’angolo, per cui bisogna dedurne che il personaggio Delgrano ha scambiato il suo punto di vista con quello del suo autore! Ma allora nel personaggio adesso c’è l’autore, che guarda attraverso gli occhi di Tommaso quel liquido un po’ torbido.” cioè, se ho capito correttamente quello che intendevate, delgrano è diventato il narratore e il narratore belgrano, per cui indipendentemente da chi si trovi nel corpo di delgrano, è destinato a bere perché la sua percezione di ciò che si trova nel bicchiere è sempre la stessa, è il punto di vista a essere cambiato. non si può parlare quindi di suicidio.

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