Il Castello del Se

Tra i Racconti matematici (di cui abbiamo già parlato) c’è anche Il Conte di Montecristo di Calvino: al riguardo in rete c’è un bell’articolo ma riassumendo al massimo possiamo dire che Edmond Dantès si trova chiuso nella fortezza d’If e ragiona di come uscirne; con lui c’è anche un altro prigioniero, l’abate Faria, ed Edmond lo osserva mentre scava i suoi cunicoli e come un cartone animato finisce sempre in un’altra cella. Dantès sostiene che mentre Faria procede per tentativi ed errori, lui utilizza gli errori di Faria per costruire una teoria della fortezza, uno schema astratto che cerca di rendere sempre più perfetto. La tesi di Dantès è che immaginare una fortezza dalla quale non sia possibile uscire lo aiuterà ad uscire dalla prigione reale, perchè dove la reale non coincide con la perfetta, allora lì si annida l’errore della fortezza, che permetterà di vincerla. E se poi la fortezza reale coincidesse con quella ideale, almeno il prigioniero si metterebbe l’anima in pace, perchè sapendo che è perfetta non spererà più di uscire, e questo praticamente equivale ad essere libero.

E’ evidente (anche troppo) che Dantès e Faria rappresentano due metodi della conoscenza, ma ora quello che ci interessa è l’ultimo postulato: la pace che deriverebbe dal sapere la fortezza invincibile, la soddisfazione dello scienziato nel dimostrare un teorema dell’impossibilità. A questa idea si contrappone quella della prigione perfetta in quanto illusoriamente vincibile, volgarizzata in Matrix (ricordate il pippone dell’Architetto?) e in Estensione del domincio della lotta di Houellebecq:

“Se una scimmia viene rinchiusa in una piccola gabbia, con delle sbarre di metallo, tempo pochi minuti e sembrerà impazzire, diventerà violenta, furiosa, inizierà ad avventarsi sulla gabbia, poi a strapparsi il pelo, a farsi delle ferite mordendosi e nel 73% dei casi finirà per uccidersi.
Tuttavia, se nelle stesse condizioni di prima viene praticata un’apertura sul lato della gabbia, posta in corrispondenza di un precipizio senza fine, si noterà che l’animale si avvicina all’apertura, esamina la situazione, le possibilità d’uscita, l’altezza, e rimane immobile a contemplare il baratro.
Vi tornerà altre volte, ma non si getterà, non lo farà mai, e il suo nervosismo verrà presto sedato.”

Il tutto si può ricollegare all’antichissima favola del vaso di Pandora e all’ambiguo dono della speranza, grande sollievo e l’ultimo dei mali, che ci fa sopportare tutti gli altri. Spallanzani notava che nel Prometeo incatenato il titano pronuncia delle parole terribili:

“Prometeo: ho liberato gli uomini dal terrore della morte!
Coro: e come hai potuto fare ciò?
Prometeo: mettendo nei loro cuori false speranze.”

Da ciò il nostro argomentava che la favola di Pandora e il mito del fuoco rubato agli dei sono la stessa cosa: Prometeo ed Epimeteo sono la stessa persona e il fuoco, che è la ragione, è allo stesso tempo la speranza di comprendere il mondo, o almeno di comprendere che è incomprensibile. Questa natura sentimentale e contraddittoria della ragione-speranza divide tutta la letteratura e si ripete nell’altro autore molto amato da Spallanzani, Cesare Pavese:

“O cara speranza / quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla”

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