Invasione, 4: il wumingo colpisce ancora

WM1 e WM4 hanno tradotto libri di Stephen King e di Tolkien. Già nel 2006 Wu Ming e Giovanni Arduino erano finiti in un’antologia con “il re”.  Qualcuno ha insinuato che la scelta di cambiare traduttore sia dipesa dall’influenza dell’agente di Wu Ming, che è lo stesso di King in Italia, mentre per Tolkien è in atto da molto tempo un tentativo di reinterpretazione dei suoi scritti in modo da sottrarlo alle grinfie della destra. Sulla traduzione di King c’è stata qualche discussione, e

“Il gusto per la polemica e la ricerca della rissa verbale a tutti i costi (questo aspetto della vicenda è stato sviscerato in maniera molto interessante dalla scrittrice romana Lara Manni che parla, in riferimento ad alcuni interventi, di vero e proprio bullismo) hanno vinto su qualsiasi buonsenso. ”

Questa faccenda del “bullismo della rete” vi ricorda niente? Sembra che sia una strategia ricorrente di fronte a qualsiasi tipo di contestazione. Il bello è che andando a guardare la discussione su anobii si nota che la maggior parte dei commenti è di incoraggiamento, ma si sa che il nostro Wu è un po’ insofferente delle critiche. Per fortuna c’è sempre Giampi lo squalo che corre in suo soccorso (ehi Giampi, e il nostro commento? Guarda che ci teniamo!).

Non possiamo dire nulla sulla qualità delle traduzioni perchè non le abbiamo lette, e comunque è un campo in cui è difficile dare giudizi, ma in fondo cosa c’è di male in questa invasione del fantastico? Non è mica una zona riservata a qualcuno.
Già. E’ curioso però che WM1, parlando della sua traduzione, ringrazi  Biondillo e Lara Manni, cioè a quanto pare la solita Lippa, e che un altro libro di King venga tradotto da Giovanni Arduino, altro amicone di Lara. E che WM4 incensi il libro di Lara Manni.

In pratica Lara sembra diventata il fulcro del gioco, quando di fatto non è nessuno: e non alludiamo alla sua presunta inesistenza, ma proprio allo scarso peso di un’autrice marginale di un settore tutto sommato marginale come il fantasy manghesco. Tutti questi debiti di riconoscenza da parte di persone che di norma non riconoscono un debito nemmeno a sparargli sembrano davvero strani. Forse attraverso Lara si pensa di raggiungere un nuovo pubblico, e comunque la sua voce è meno “compromessa” di quella della Lippa, notoriamente schierata a favore di Wu e quindi non credibilissima nei giudizi. Insomma una voce nuova, distante dalle logiche dei circoletti, che si aggiunge al gruppo dei sostenitori storici. Finchè non si scopre che quella voce probabilmente non esiste.
Ma di nuovo viene da chiedersi: che c’è di male? Dov’è lo scandalo? Gli amiconi lottano insieme per trovare sbocco nel fantastico, che ancora vende, e il loro agente li aiuta, come è dovere di un agente*. Poi si fa intervistare su Repubblica dalla sua cliente Loredana Lipperini ma è tutto perfettamente in regola, basta saperlo.

P.S. è passato quasi un mese dalla sparata di Serino e ancora non c’è stata nessuna smentita.

* Inizialmente avevamo scritto che Bernardi era stato sostituito da Santachiara come curatore di Einaudi Stile Libero Noir, ma nei commenti ci hanno fatto notare che è falso: solo un paio di libri Stile Libero Noir risultano a cura di Santachiara, non l’intera collana. Ci scusiamo per l’errore.

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54 risposte a Invasione, 4: il wumingo colpisce ancora

  1. j0nsi ha detto:

    ovviamente la questione è mal posta

  2. eliaspallanzani ha detto:

    uaz uaz… che abbiano messo nella black list uno equilibrato come il Ventura è veramente indicativo.

  3. Francesca ha detto:

    Io però sono un’ingenua e non capisco perchè agitarsi tanto per conquistare credibilità in un campo in cui fino a poco fa nessun intellettuale si sarebbe mai infilato, ovvero il fantastico (non mi voglio limitare al fantasy).
    Sta per succedere qualcosa che non sappiamo? Un’invasione aliena di fan di Tolkien intenzionati a vaporizzare tutti i nemici degli elfi? Stephen King sta per conqwiztare mondo e fucilerà tutti quelli che non hanno letto La Torre Nera?
    Tanta foga cospiratoria mi parrebbe degna di miglior causa.
    Comunque prendo atto della tendenza.

  4. eliaspallanzani ha detto:

    Il recupero della letteratura di genere (gialli, noir, fantascienza, fantasy) va avanti da anni, Tolkien viene “studiato” seriamente da molto tempo, Lovecraft è definitivamente un classico, Philip Dick (grandissimo scrittore) viene citato con disinvoltura (anche troppa) dagli intellettuali, la divisione tra letteratura “alta” e “bassa” si è un po’ ridotta. Ciò non toglie che chi si occupa di queste cose continua a sentire un po’ di inferiorità e tende a cercare padri nobili, o a sovraccaricare di significato dei testi che probabilmente non miravano a quello (e qui si verifica l’iperinterpretazione dei testi e il loro tradimento, perchè vengono usati come pretesto per sostenere teorie dell’inteprete. E’ il caso di Tolkien, ampiamente strumentalizzato dai curatori di destra, e adesso da quelli di sinistra). Il sogno di wuming (e non solo il suo) è probabilmente quello di fare letteratura alta ma bassa, popolare ma colta, impegnata ma pop, che poi è l’elenco di aggettivi contraddittori che a suo parere descrivono “la nuova epica italiana”, che ha l’incredibile caratteristica di non essere né nuova né epica.

  5. paolo f ha detto:

    Questo mi fa venire in mente il noto tormentone del Walter Veltroni imitato da Maurizio Crozza:
    “Ma anche no”.

  6. paolo f ha detto:

    «(questo aspetto della vicenda è stato sviscerato in maniera molto interessante dalla scrittrice romana Lara Manni che parla, in riferimento ad alcuni interventi, di vero e proprio bullismo)»:

    autentica retorica lipperiniana, molto evidente. L’espressione «in maniera molto interessante», poi, è pateticamente scoperta.

  7. eliaspallanzani ha detto:

    No, quella frase è di Cattaneo (pensavamo di aver messo il link, lo facciamo ora).

  8. Pingback: GIOVANNI ARDUINO, CHI ERA COSTUI? « CAZZEGGI LETTERARI

  9. Strampamolly ha detto:

    l’articolo di Andrea Cattaneo riportato nel post è quanto di più fazioso e tendenzioso potesse essere linkato: Andrea Cattaneo è (stato) commentatore abituale di “Lara Manni”: mai avrebbe dato di quella storia una versione super partes.
    Per fare un po’ di chiarezza: le polemiche nacquero sul NON senso di una discussione aperta prima ancora che il nuovo traduttore incominciasse a tradurre un libro che sarebbe stato pubblicato sei-6- mesi dopo (!!!) e sul fatto che, in barba a ogni pur minima forma di deontologia professionale, scritta peraltro nero su bianco nel codice deontologico dei tradutori – se mai ce ne fosse stato bisogno: la correttezza esula da regole scritte- Wu Ming 1 ha criticato pubblicamente una scelta lessicale -motivata puntualmente dal grande Tullio Dobner- del collega, traduttore storico di King- che stava sostituendo.
    Polemiche, dunque, motivatissime e non dettate dal puro gusto di criticare lo scrittore, ehm, famoso.

  10. strampamolly ha detto:

    @Francesca, al di là di tutto e soffermandosi su un aspetto terra terra della questione, King e Tolkien sono oggettivamente due icone popolari. Diventarne le *voci* o i portavoce (senza togliere niente al reale interesse di wm1 e wm4 per i due scrittori) significa anche e soprattutto farsi pubblicità attraverso di loro, farsi conoscere e far comprare i propri testi da un pubblico che mai, probabilmente, si sarebbe avvicinato ai wu ming.

    • Francesca ha detto:

      Certo, hai ragione, messa così ha senso. Mi pare anche sensata la spiegazione della Fondazione sul fatto che WM vorrebbero essere impegnati ma pop, popolari ma colti ecc ecc. Volendo sintetizzare, sembra un po’ quell’atteggiamento che mia nonna definiva con una punta di veleno “vorrebbe essere la sposa a tutti i matrimoni”.
      Curioso però che questo venga da chi in fondo è già piuttosto famoso e riconosciuto. Non penso che sia una questione (o non solo) di ampliare il proprio bacino di lettori e aumentare le vendite. Dev’esserci anche una componente psicologica. Si vede che i riconoscimenti non bastano mai e si cercano anche al di fuori del proprio ambiente, in un continuo espandersi a conquistare nuovi territori (la sindrome di Alessandro Magno ^_*).

      • eliaspallanzani ha detto:

        Per quello che vediamo, wuming è noto soprattutto tra chi conosce wuming. Quanto al riconoscimento dell’accademia, ci sembra molto limitato (per quel poco che conta). I wu hanno un pubblico fedele e ideologicamente omogeneo, e per questo necessariamente limitato, per cui non c’è niente di strano che puntino a ingrandirlo. E in generale quella descritta è una strategia adottata da molti autori (riunirsi in gruppi, lodarsi, fare muro contro i detrattori), tranne per il giochetto della Lippa. Anzi, ciò che colpisce negativamente è proprio che si tratta di un procedimento comune: non te lo aspetteresti, da persone che si dichiarano sistematicamente contro il “sistema”.

  11. Geims Cramli ha detto:

    “Ah, se vi state chiedendo chi ha sostituito Bernardi come curatore di Einaudi Stile Libero Noir, non arrovellatevi oltre. Si tratta sempre di Santachiara”

    Ma no, mena che ti rimena adesso state decisamente strafando (o strafacendo?) :-))) Ovviamente Santachiara è un agente e non sta né in cielo né in terra che un agente diventi direttore di una collana, cioè dipendente di una casa editrice. Praticamente sceglierebbe di cessare l’attività come agente. Infatti Santachiara non è risulta essere mai stato direttore di nessuna collana (ma come nasce una voce del genere??). Einaudi Stile Libero Noir è una sottocollana e sui libri non è indicato nessun direttore, quindi è diretta da Paolo Repetti e Severino Cesari.

  12. eliaspallanzani ha detto:

    Oh, non sarebbe certo il nostro primo errore. Abbiamo visto che alcuni libri Einaudi Stile libero Noir indicano come curatore R. Santachiara (es. http://thrillerpages.blogspot.it/2012/01/vite-perdere-i-racconti-neri-di-ed.html), il già citato The Dark Side (che però è Stile Libero Big), L’universo del crimine (https://www.facebook.com/note.php?note_id=223951280993581) e abbiamo indebitamente generalizzato. Evidentemente è il curatore dei singoli libri e non della collana (quindi correggeremo in tal senso). Tenkiu.

    • Geims Cramli ha detto:

      Va bene, ma “curare” un’antologia di racconti significa avere l’idea della raccolta, selezionare i racconti e scrivere una prefazione. Nel caso di Santachiara si sarà trattato di autori che rappresenta e che gli sembrava interessante o profittevole pubblicare insieme. “Dirigere” una collana, invece, significa decidere quali libri pubblicare di anno in anno, decidere quando farli uscire e in quale successione e per ogni titolo coordinare il lavoro di tutti, dal curatore al correttore di bozze al grafico che fa la copertina all’ufficio stampa, avendo l’ultima voce in capitolo su tutti questi aspetti. Insomma, un lavorone. Sono due cose molto diverse e vedervele confondere (e vedervi credere che un agente letterario possa dirigere una collana di casa editrice) mi ha un po’ rovinato l’effetto d’insieme della vostra “inchiesta”, che per certi versi è interessante e anche coinvolgente, ma per parlare di editoria bisogna conoscere i fondamentali. Un’affermazione così stiracchiata fa sospettare non poche forzature anche su tutto il resto.

      • eliaspallanzani ha detto:

        In effetti pensavamo che la curasse (così avevamo scritto), non che la dirigesse. E’ vero che di editoria sappiamo ben poco, ma siccome sembra che di queste cose non parli nessuno, tocca accontentarsi del resoconto degli esterni. Naturalmente possiamo sbagliarci, e quando è accaduto abbiamo sempre segnalato l’errore. Se dubiti anche del resto, puoi controllare: quando è possibile abbiamo linkato le pagine da cui prendevamo le informazioni. Poi se qualcuno vuole contribuire noi siamo a disposizione, anzi ci farebbe piacere sapere cosa ne pensano le persone che andiamo citando da quattro post, ma fino ad ora pare che nessuno intenda commentare la vicenda.

  13. robe22 ha detto:

    “Un’affermazione così stiracchiata fa sospettare non poche forzature anche su tutto il resto.”
    È una tecnica famosa, quella di attaccare l’intera impalcatura di un discorso usando un particolare errato. È quello che hanno fatto i Wu Ming contro Serino, per dirne una.
    PS: a distanza di un mese dal fattaccio, l’unica cosa che mi viene ancora da dire è che Lara mi manca, lei e il suo blog. Spero perciò che spunti fuori presto un’altra esordiente neoepica di talento…

  14. paolo f ha detto:

    Di quello che succede davvero in editoria non parla nessuno, perché qualunque interno che lo facesse verrebbe estromesso e non lo farebbe lavorare più nessuno. Agenti letterari, editor, direttori di collana, autori: le cose sporche o anche solo sconvenienti non ha il coraggio di raccontarle nessuno.
    Giocoforza chi ne vuole parlare, indagandone, è gente esterna che osserva il fenomeno con attenzione. Scambiare un agente letterario che “cura” raccolte di racconti (mai visto prima, praticamente s’è rotto un tabù, e questo la dice lunga) per un direttore o curatore di collana è uno strafalcione, è vero: ma è l’unica forzatura che ho letto finora in queste ricostruzioni.

    • eliaspallanzani ha detto:

      Una sola cosa: non volevamo forzare niente. Abbiamo scritto che curava la collana, mentre ha curato singoli libri. Ammettiamo tranquillamente l’errore e la superficialità, ma non la mala fede.

    • Geims Cramli ha detto:

      “un agente letterario che “cura” raccolte di racconti (mai visto prima, praticamente s’è rotto un tabù, e questo la dice lunga) ”

      In che senso? Si è visto eccome: per rimanere all’Italia, Piergiorgio Nicolazzini ha curato diverse raccolte di fantascienza. Ma succede in tutti i paesi, perché la cura di un libro rientra nelle prerogative normali di un’agenzia letteraria, è uno dei “servizi editoriali” di cui un’agenzia può farsi carico. Che un agente letterario abbia l’idea di una raccolta di scritti dei “suoi” autori, la metta insieme e la proponga a una casa editrice ha molto poco di strano. Insomma, uno strafalcione ne ha chiamato un altro. Posso dirvi la mia impressione? Finché siete rimasti sulle malefatte e gli atteggiamenti gradassi dei Wuminghi sul web, andavate bene. Quando vi siete allargati al mondo delle case editrici, avete perso qualche colpo e visto che (questo lo so per certo) questi post li stanno leggendo diversi addetti ai lavori che hanno più di una ragione per detestare le lipperine e i senzanome e gli arduini, superficialità del genere vengono accolte come le ho accolte io. Non ho parlato di mala fede, questo ci tengo a precisarlo.

      • paolo f ha detto:

        Nessuno strafalcione, signore anonimo.
        L’agente letterario in discorso ha l’abitudine di inserire il suo nome in tutti i libri pubblicati dai suoi autori, con la dicitura: “Published in agreement with” etc. etc. E’ una sorta di “segnatura del territorio” e di autopromozione che anche i suoi colleghi non vedono di buon occhio. Suona quasi come una dichiarazione di supremazia (che alcuni insinuano venga effettivamente esercitata): come quella che ha tentato il waso ming mettendo il suo strano nome in copertina. Tutto questo, ribadisco, la dice lunga.
        Perdere qualche colpo è una libertà che può prendersi chiunque, e non inficia la sostanza dell’intero.l

      • eliaspallanzani ha detto:

        Beh ma Paolo e noi siamo persone diverse, non attribuire a uno le considerazioni dell’altro. E che escano dal buio questi addetti ai lavori così timidi! Insomma, non è mica una guerra, si può parlare tranquillamente. Noi poi siamo entrati in argomento proprio perchè ci ha molto irritato il silenzio sulla vicenda (più che la vicenda in sè). E pensiamo anche che un agente possa curare il libro di un suo cliente, però abbiamo qualche dubbio sull’utilità della pratica (per la riuscita del libro, intendiamo).

      • Geims Cramli ha detto:

        “L’agente letterario in discorso ha l’abitudine di inserire il suo nome in tutti i libri pubblicati dai suoi autori, con la dicitura: “Published in agreement with” etc. etc.”

        Veramente è una cosa che fanno quasi tutte le agenzie letterarie, in Italia e nel mondo: quella di Vigevani, quella di Nicolazzini, Grandi & Associati, quella di Bernabò, in America quella di Andrew Wylie. E’ la normalissima prassi. Sentite, fidatevi di uno che quel mondo lo conosce: la ricerca di una “anomalia Santachiara” (o complotto Santachiara) ha già portato al terzo strafalcione di fila. Non è quella la pista su cui insistere, rovina tutto il resto.

      • eliaspallanzani ha detto:

        Potremmo farlo partecipare alla gara dei GOMBLOTTI. E immaginiamo che non vorrai darci indizi sulla pista giusta, vero? LORO rischierebbero di scoprirti e finiresti a fare fotocopie per la Manuzio.

      • paolo f ha detto:

        Se in Italia lo fanno altri agenti letterari, lo fanno da poco: evidentemente emulando il primario. Di questo sono certissimo, e chiudo qui.

      • Geims Cramli ha detto:

        “LORO rischierebbero di scoprirti e finiresti a fare fotocopie per la Manuzio.”

        Non sono una testa tagliabile. Sono uno di quelli che taglia le teste.

      • eliaspallanzani ha detto:

        Uaz, allora James guidaci attraverso la terra delle menzogne fino alla parte sbagliata del mondo editoriale.

  15. anfiosso ha detto:

    Postoché, per un addetto, confermare le verità che esterni ben informati propalano non abbia lo stesso effetto jellato (anche e soprattutto in considerazione che il venerdì 13 ancòra non è finito) – epperò se aveste tutti lettori come me potreste andare sul tranquillo in tutti i casi (per dire che non ci capisco una mazza – e comunque i WuMing non mi piacciono, mai mi sono piaciuti, e comunque scrivere a più mani è di destra, come disse la Benedetti in uno dei 2 momenti di lucidità che ha avuto nel corso degli ultimi 30 anni) — ma in ogni caso ero qui per dire forse tutt’altro: forse c’è un netbook in avvicinamento (anzi, di sicuro c’è, ma non so per quando).

    • eliaspallanzani ha detto:

      Ne siamo lieti perchè così potremo lisciarti e tu per compenso liscerai noi, egregio Anfiosso :)! Facciamoci subito una promessa: nel commentarci non useremo mai più garbo di quello che richiede la comune educazione.

    • Francesca ha detto:

      No, fermi tutti. La frase chiave qui è: “e comunque scrivere a più mani è di destra”. Per favore, motivatemela.
      (Signùr, quante cose che non so. Ci sono più cose in cielo e in terra Orazio… ecc)

  16. Heady Bankar ha detto:

    Ciao, Luigi anche detto Bernardi, come stai?
    Adesso ti fai chiamare Geims Cramli?
    E’ bello vedere la tua connessione da qui!

    • eliaspallanzani ha detto:

      uaz, è arrivato un altro misterioso figuro…

    • robe22 ha detto:

      Uh, che colpo basso…
      Non ho capito se è stata la Fondazione a scrivere questo “disvelamento” (se è così, lo ammetto, sarebbe una profonda delusione), o è stata una boutade, ma a mio avviso ad una critica (anche brusca) si risponde nel merito, non attaccando sul personale.
      Un’altra cosa: l’anonimato, in Rete, è una cosa bellissima. Così gli pseudonimi. Se qualcuno vuole proteggersi, in questo modo, è secondo me più che legittimo. Il caso “Lara Manni” è diverso (se è diverso, ancora non sappiamo come è nato questo nome, né con quali scopi) perché ha usato uno pseudonimo, utilizzando poi conoscenze reali per promuoverlo.

      • eliaspallanzani ha detto:

        Non sappiamo chi siano Cramley e Heady (che ovviamente sono Crumley e Bunker), entrambi indicano email fasulle, e a dire il vero non ci interessa nemmeno sapere chi sono. Tutto questo sospetto però è molto divertente.

  17. strampamolly ha detto:

    Un Heady Bankaron che svela la presunta identità di Geims Cramlion conferisce *credibilità* al discorso iniziale del post (tono ironico, n.d.r.) che, invece, seriamente, per me non fa una piega: il particolare di Santachiara curatore di due raccolte e non di una intera collana, svista prontamente corretta, non sposta di una virgola il senso del post e i ragionamenti che ne stanno a monte.
    Santachiara, senza intorno alcun alone di complotto (altro termine usato per sminuire) è un punto centrale di queste vicende. Curando gli interessi del 99% dei nomi e pseudonimi citati in questi post. La mia personale idea nel caso traduzione di King è che, essendo l’agente italiano di King, abbia (anzi HA) potuto imporre alla casa editrice Sperling & Kupfer la sostituzione del traduttore trentennale con il suo pupillo, facendo a mio avviso soprattutto gli interessi di wu ming a scapito di quelli di (un ignaro) King: non sembra, inoltre, che le vendite di King siano aumentate o diminuite…

  18. strampamolly ha detto:

    Sul caso Lara Manni: una pincopalla qualsiasi che scrive fanfic, con uno stile discutibile, imho, avrebbe attirato l’attenzione dell’agente letterario più influente di Italia? Suvvìa…
    @robe22, se ti manca tanto Lara… segui Lori! 😉
    e mi permetto di sottolineare che un conto è pubblicare con uno pseudonimo, un conto sono i nickname in rete, ben altro è il fake… e ancora peggio sarebbe, come nel caso di Lara Manni, far credere per quattro anni di essere una persona reale, di interagire con lippa stessa e soci come se fosse una persona reale… in odore di reato, imho.
    Mi auguro davvero che questa storia sia l’ennesima trovata promozionale di casa Fazi, perché gli interessati ne escono davvero male.

    • eliaspallanzani ha detto:

      non pensiamo che ci sia alcun reato, è solo una furbacchionata.

      • maria pia ha detto:

        Sostituzione di persona
        La legislazione italiana considera un reato l’assunzione di una falsa identità. Questo vale anche su Internet, dove la tutela della privacy deve essere esclusivamente omissiva e non può comportare in nessun caso l’assunzione di false identità.

        « Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino a un anno »
        (Art. 494 del Codice Penale)
        http://it.wikipedia.org/wiki/Pseudonimo#Sostituzione_di_persona

      • eliaspallanzani ha detto:

        ma ci vuole “il fine di procurare a sè un vantaggio o ad altri un danno” e di indurre qualcuno in errore (es. assumo un obbligo a nome di un altro, o mi fingo un profugo per raccogliere fondi etc etc). No, noi non pensiamo che ci sia un reato. E poi se vuoi sapere un’altra cosa buffa, proprio Lara Manni minacciò di denunciare un tizio perchè aveva assunto illecitamente la sua identità (questo sarebbe davvero un caso divertente da discutere a Forum).

      • maria pia ha detto:

        Stando all’assunto che La legislazione italiana considera un reato l’assunzione di una falsa identità.
        alla precisa domanda:
        Lara Manni è il tuo vero nome? Visto che il tuo campo è il fantasy-trattino-horror non dovresti avere un nome esotico, dal sapore germanico, con delle K o delle W, un secondo nome o almeno un paio di lettere puntate? qualcosa tipo Lahara K. T. Manni, magari?
        Lara Manni risponde:
        E’ il mio vero nome: in compenso il mio nickname su EFP è Rosencrantz.
        http://www.feltrinellieditore.it/SchedaTesti?id_testo=2605&id_speclibro=1197
        debbo pertanto ritenere che Lara Manni esista e non abbia mentito, dunque sono in dovere di porgerle le mie scuse per aver insinuato di non esistere realmente etc etc.
        oppure questo giochetto di fake è stato condotto al limite della legalità?

    • robe22 ha detto:

      “se ti manca tanto Lara… segui Lori!”
      Grazie per il consiglio, ma continuo a ritenere che il loro stile (almeno sui rispettivi blog) fosse alquanto diverso. Per esempio, Lara diceva spesso “Non lo so.”, e per me è importante.

  19. strampamolly ha detto:

    Non mi è sembrato di leggere da nessuna parteuna dichiarazione della stessa in cui diceva che Lara Manni era uno pseudonimo e che lei preferiva mantenere l’anonimato sulla sua reale identità, al contrario ho letto una dichiarazione che all’incirca suonava tipo “sì, mi chiamo Lara come Lara Croft e Manni come i saggi della torre nera”

    • eliaspallanzani ha detto:

      pare che tra le fan si sapesse che era uno pseudonimo, ma le persone (per economia) tendono sempre a credere che un nome è anche una persona reale e che quello che dice tendenziamente è vero (anche la Lippa ha creduto che Elia Spallanzani aveva firmato l’appello per Cesare Battisti, però quando le abbiamo svelato lo scherzo si è un po’ innervosita. Come la sua indignazione, anche il suo senso dell’umorimo è alquanto unitalerale).

  20. anfiosso ha detto:

    1. Non ho nessun’intenzione di cedere alla provocazione, fondaz., quindi ribadisco: non capisco una mazza, e una mazza capirò;
    2. Non ho nessun’intenzione di spiegare quello che altri ha spiegato, magari in modo non singulatim condivisibile (una *scrittura piena di batterj ignoti* m’è del tutto aliena, spero bene), ma in generale e nel concetto mi pare sì; leggasi qui: http://www.ilprimoamore.com/old/testo_51.html, dove la medesima Benedetti spiega perché secondo lei una scrittura collettiva livella e omologa e standardizza e industrializza [ciò che in fase liminare, stavo pensando, può non essere un male – come raggiungimento, più conativo che fattuale, di una sorta di grado zero (da cui, però, poi bisogna o bisognerebbe [ri]cominciare); ma infatti, proprio per questo, mi sembra una forma ancòra accademica di scrittura, o meglio scolastica, dopodiché fortunatamente si rincoglionisce e si comincia a scrivere gloriosamente a cacchio – mentre non uscire dalla collettività, scrittorialmente, è come non uscire mai di tutela, e dunque è infantilizzante, e il discorso non è diverso, nell’essenza, da quello che può farsi sul rapporto tra dittatura e scrittura collettiva. Postoché essa scrittura collettiva non serva, invece, al conseguimento di una scrittura giojosamente stravolta da quei manierismi, quei vecchiumi stracciati, quelle bizzarrie, quelle manie, quelle idiosincrasie che senza maschera non si ardirebbe recare all’attenzione di nessun pubblico per téma di sfottò – solo che questa è una possibilità che la scrittura collettiva (stavo pensando a certi antichi a due come Guerrini/Riccj con le loro serene concezioni &c.; ma perlopiù non lavoravano in tandem [le Sbolenfi, gli Stecchetti]), almeno ai dì nostri, non sembra voler star lì a significare & sperimentare, tutt’altro].

    • Francesca ha detto:

      Grazie per il punto 2, era quello che desideravo sapere.
      Come al solito si fanno esempi strumentali al proprio punto di vista. Benedetti cita i Dieci di Marinetti e ha buon gioco nell’etichettare la scrittura collettiva come “di destra” (… Piacque al Duce il collettivo di scrittura formato nel 1929 da Marinetti, Bontempelli, Varaldo, e altri sette all’epoca celebri e oggi dimenticati. Sovvenzionati dal governo, i “Dieci” composero a 20 mani un romanzo d’avventura, Lo zar non è morto… ecc), ma dimentica di citare il precedente tentativo collettivo del 1908, sponsorizzato da Harper’s Bazaar e avente tra i 12 membri Henry James (The Whole Family, NY & London, Harper & Brothers, 1908). Ora, questo non sarà stato ‘sto grande romanzo, anche qui a parte James nessuno si ricorda più chi siano gli altri 11 autori (va anche detto che Mark Twain inizialmente aderì al progetto ma poi se ne tirò fuori, probabilmente giudicandolo una scemenza), ma come dimostriamo che è di destra questo qui, please? Tra l’altro il progetto era diretto da una donna (Elizabeth Jordan, a quei tempi direttrice della rivista) e la trama era incentrata su una famiglia parecchio sopra le righe. Non sarà stata letteratura di avanguardia, ma neppure così tradizionalista e conservatrice. Mah.

      • anfiosso ha detto:

        Beh, guardandoci un poco addietro, se non sbaglio anche il Settembrini ricordava un poema scritto un canto per uno da diversi arcadi, che uscì come “la veste d’arlecchino”, ornata di bellissimi rami; e quello era un esempio che all’epoca mi venne fatto di mettere in relazione con questi esperimenti di scrittura a più mani, perché in effetti l’opera, castrazione sistematica, a quel che sembra, di quella scipitezza del Bertoldo, uscì a cura della Compagnia di Gesù, e che si trattasse di un esperimento di destra dimostrerebbe innanzitutto la paradossale produzione arcadica ‘individuale’, che era il risultato di un esperimento riuscitissimo di rincoglionimento collettivo; i due o quattro sonetti che si passavano alla sede locale dell’Accademia per avere confermata l’adesione potevano nel 99% dei casi essere stati scritti da chiunque.
        Direi che c’è scrittura a più mani e scrittura a più mani, sicuramente: da una parte c’è la letteratura industriale – Colette che muove i primi passi in una specie di officina letteraria, in cui impara a non vergognarsi di espressioni come “la marchesa uscì alle cinque”, quando pure è necessario [?] usarle (a quello mi riferivo, vagamente, sù, ad una sorta di palestra letteraria; e poi quella pletora di scrittori assunti per scrivere 64 cartelle fisse la settimana da varj fornitori di letture da treno, specialità soprattutto francese, o gli elaboratori, anche italiani, a fine Ottocento/inizio Novecento, di romanzi di volta in volta confezionati a partire da un trovarobato piuttosto ricco, proveniente dall’appendicismo putrefatto specialmente francese, ma anche dalla nascente cinematografia, portatrice di qualche tematica nuova o di un’attenzione prevalente a certi décors – non più storici, ma quelli del nuovo esotismo, l’America e delle distese selvagge e delle grandi città, &c. -; tutti romanzi che, ripresi e ampliati e scorciati e rielaborati, finivano col riproporre, incessantemente e talora felicemente variata, una materia che, però, ed è bene ricordarlo, nasceva come condivisa, non originale, e destinata ad un pubblico modestissimo, che basava le sue avventure estetiche su quella che Eliot chiamò giustamente l’anticipazione del piacere.
        L’esperimento di James, come di tanti consimili, mi sembra tutt’un’altra cosa: lì c’è una volontaria rinuncia alla propria voce in nome di un’esigenza condivisa da un certo numero di intellettuali: benché appartenesse, James, ad una generazione prima, il 1908 era già anno di avanguardie, e l’esperimento, che ognuno, Howells, James &c., affrontò con mezzi assolutamente proprj, è piuttosto vicino alla caduta libera dei varj cadaveri squisiti, e a tutto quanto c’è di comunitario nelle esperienze avanguardistiche. Tant’è vero che il romanzo fu voluto, dai collaboratori, disorganico e tutto sorprese. E poi rimase un unicum.
        L’esperimento del 1929 non ha prodotto, in primis, nulla che abbia resistito fino al giorno d’oggi, ed è questo il motivo per cui è stato riesumato, e anche piuttosto interessatamente, in un determinato momento della ‘nostra’ storia [minore]. La Benedetti notava che in esso gli stili non si distinguono affatto; e la trama, che non mi è interamente nota perché non ho mai finito di lèggere il libro, è quella di un romanzaccio di fantapolitica che, fatta la debita tara, apparentano questo non-esperimento più a quelle specie di dizionarj che affaticavano tanto gli smandrappati eredi dell’appendicistica francesoide degli ultimi del XIX secolo piuttosto che all’avanguardia – che pure era atmosfera vitale tanto di Bontempelli che di Marinetti &c.! Ognuno, in questa vaccata di minor conto, pensò ad annullare il *proprio* stile in nome di una sorta di goffo giornalistese – all’epoca uno stecchito e malazzato, e assolutamente non moderno, bellettrismo – e se Mussolini elogiò l’impresa, fu solo perché essa realizzò il dubbio miracolo di apparentare la scrittura di Bontempelli (che era giunto persino ad invaghirsi delle cacate di Virgilio Martini, il cui stile è poi quello) a quella dei prosivendoli dell’epoca. Anche Pasolini ha fatto qualcosa di simile in Petrolio, almeno negl’intenti, ma: 1. nessuno gliel’ha chiesto, l’ha deciso lui; 2. la sua era una parodia, non un ingaglioffimento; 3. non aveva nessun sodale a fiatargli sul collo; 4. non aveva affatto l’intenzione di fare ‘letteratura qualunque’.
        Già la scrittura a due è un altro discorso, che non è affrontabile su un piano di omologia con questo. Diciamo che il problema comincia a presentarsi dai tre autori in sù.
        Ricapitolando: la Benedetti, quando disse male di quel romanzo per quelle ragioni, certamente aveva in mente un determinato tipo di esito: ossia il gruppo di ‘anonimi’ più o meno indichiarati che decide di annullare il proprio sé scrittorio – posto ne abbiano mai avuto uno – che vogliono fare il romanzo come prodotto oggettivamente valutabile, secondo regola, in buona & dovuta forma. Si faccia mente locale: dal punto di vista della letteratura, il romanzo non ha e non può avere nessuna (yecch) “forma”, o struttura preassunta, o troppa prevedibilità e uniformità di esito. Solo la narrativa, la scrittura (Emanuele Trevi è appena uscito con un bellissimo libro su Petrolio e Pasolini e la Betti, e ne colgo qualche nitida suggestione) cioè commerciale, si basa su un patto più o meno non scritto con un lettore più o meno conformista che sa esattamente quello che vuole e che dev’essere servito secondo una chiara ricetta. I WuMing non rappresentano né un’avanguardia né un gruppo di anziani letterati che si mettono d’accordo per far esplodere il mondo con un romanzo: è un gruppo di lavoratori della penna che affrontano, un pezzo ciascuno, la loro parte di bibliografia, se la riassumono e scrivono romanzi tutti a vario titolo rubricabili alla sputtanata categoria del “romanzo storico”, liscj e tondi come palle da biliardo, colla loro brava scritturina ‘professionale’ e cinematografica; quando poi dicono di partire dal presupposto di non voler subire l’attrazione irresistibile del tutto, e di voler bandire dalla ‘propria’ [?] scrittura il congeniale e il personale, tra cui anche il piacere, si suppone, il ritrattìno che ne ha fatto la Benedetti appare addirittura edulcorato, possibilista, e persino conciliante. Quella, davvero, *è* non-letteratura nazionalsocialista.

  21. paolo f ha detto:

    Il 21 giugno 2011 La Lipperini scrive:
    «Chi ha provato, come Lara Manni in questo post, a ragionare sul meccanismo che porta a questa situazione, è stato minacciato di querela (esattamente come certe trasmissioni televisive nei confronti di certe giornaliste di Newsweek). L’augurio è che anche per Internet le cose comincino a cambiare, e che la riproposizione di meccanismi di isolamento e di incitamento all’odio mutuata dal piccolo schermo, infine, abbia termine. Forse.»

    Dal commentario:
    —————–
    *Allora, ragazzi. Ribadisco (a meno che non stiate cancellando commenti a valanga nello stesso modo in cui Ricci si affretta a rivestire le Veline) che conoscevo già il forum e parlo di killeraggio a ragion veduta. Siete liberi, naturalmente: ma sono libera io di non voler veder riportate qui autodifese come “siamo ironici”. Se nella vita reale siete abituati a deridere, tanto contenta per voi. Qui, non si fa.
    Quanto a Evan. L’ironia io non la vedo: ho letto (faticosamente) i commenti dalla Manni e da parte di “Knight” si dice, testuale:
    “Singoli elementi ci hanno insultati, e anche se personalmente non credo me ne darei la pena Hika segnala, correttamente, che potremmo considerare l’azione legale. ”
    Se era ironico, era difficile accorgersene.
    Sul divertimento, mi sono già espressa: trovo questi passatempi non solo inutili, ma dannosi. Per la rete.
    Fine della disponibilità.*
    (Postato martedì, 21 giugno 2011 alle 1:13 pm da lalipperini)

    *Ringrazio dell’intervento, ma a quanto pare devo fare una precisazione. La minaccia di querela era ironica e non l’ho capito. Scusate, io intendevo discutere e non provocare tutto questo.*
    (Postato martedì, 21 giugno 2011 alle 2:25 pm da Lara)

    *Io ho partecipato alla discussione, ho letto e non c’era traccia di ironia negli interventi degli esponenti del forum. La minaccia c’è stata e posso confermarla. Non so a cosa sia dovuta questa precisazione, ma suppongo sia stata estorta.*
    Postato martedì, 21 giugno 2011 alle 2:31 pm da Marco85
    ————–

    A quanto ricordo, quello del “doppio” è un tema ricorrente in letteratura. O sbaglio?

  22. Pingback: Tutto il faccendone aka per chi non ne avesse abbastanza | Fondazione Elia Spallanzani

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