Verso i luminosi orizzonti dell'evo medio

Il sempre ottimo Eschaton, che è un po' il topo gigio della letturatura italiana, si è accorto che un editore ha stampato quindicimila libri composti automaticamente ricopiando voci di wikipedia (prese un po' a caso) e che per di più wikipedia cita questi stessi libri tra le sue fonti.
Il processo, del resto, non è nuovo. Da molti anni l'università produce tesi che sono copiate da internet o da wikipedia e a loro volta diventano fonti di wikipedia. La stragrande maggioranza della saggistica è plagio o rimasticatura, come dimostra il caso del benemerito Galimberti. Ma in tutti questi casi l'ignorante copiava il dotto (anche se il dotto a sua volta ha copiato), mentre qui l'ignorante copia direttamente l'ignorante: anzi, la macchina copia la macchina.
E tuttavia, siccome copia dopo copia il dotto diventa ignorante, i due casi non sono poi così lontani.
E poi c'è un altro problema: immaginando una base di conoscenza che cresce all'infinito, è quasi impossibile evitare di copiarla. Noi potremmo facilmente realizzare un programmino che combina casualmente le lettere dell'alfabeto, chiamare le sue pagine "kaosopedia" e poi scoprire che ci copiano tutti. Anzi non ce n'è nemmeno bisogno perchè l'alfabeto, appena nato, ha già esaurito tutte le sue possibilità, così come una scacchiera contiene già tutte le partite possibili.

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3 risposte a Verso i luminosi orizzonti dell'evo medio

  1. emmanuelstorage ha detto:

    Questo dà un ulteriore senso alla “mia” teoria della preserving machine…

  2. emmanuelstorage ha detto:

    Insomma… è chiaro che siamo dominati dai memi, anzi dai temi (tecno-memi) come raccontava la Susan Blackmore… ste robe sono il tipico esempio di preserving machine che funzionano da sé, solo noi macchine umane potremmo opporci… inquietante o affascinante?

  3. eliaspallanzani ha detto:

    noi veramente preferiamo evitare la parola “meme”, che significa tutto e niente (si potrebbe dire che questa parola è l’unico vero “meme”, perché pur essendo pressoché vuota (e magari proprio perché vuota) si diffonde con una rapidità sbalorditiva). La macchina di Dick non trasforma solo un codice in un altro, ma inserisce un’informazione in un sistema ordinato e autoreplicante: se fosse davvero possibile costruirla, e in parte lo è già, il codice finale consisterebbe al 90% nella struttura vivente e solo in minima parte nell’informazione da salvare: perché serve un codice già funzionante e rodato per la replicazione e la sopravvivenza. I sistemi che in maniera automatica e casuale aggregano informazioni non sono, probabilmente, destinati a una lunga vita: anzi sono sistemi per molti versi fragili, che finiscono per mangiare sé stessi e corrompere l’informazione invece di preservarla.

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