“Più cose in terra”

In questo breve appunto contenuto nello zibaldone “Raccontalo alla cenere”, Elia Spallanzani descrive un tipo particolare di follia. Il protagonista della storia è infatti ossessionato da una trasmissione radiofonica sui pesci d’appartamento, che considera pieno di sinistre allusioni alla sua vita privata.
In breve il nostro uomo si convince di essere malato e che quella trasmissione esiste solo nella sua mente, per cui decide di ignorarla. In seguito però parlando con dei conoscenti apprende con stupore che il programma esiste davvero e allora pronuncia la famosa battuta: “Mio dio, l’illusione che fosse irreale era così credibile“.
A questo punto il racconto si sfalda e diventa una riflessione piuttosto banale sulla natura inevitabilmente positiva del linguaggio, e sulla considerazione che per illudersi dell’inesistenza di una cosa bisogna per forza prima illudersi della sua esisteza. Dopo lunghe contorsioni logiche, Spallanzani arriva a sostenere non solo che il linguaggio è più vasto della realtà, ma addirittura che è più vasto del pensiero:
<<[…] noi diciamo che la contraddizione è un problema del linguaggio, che “io mento” è una combinazione scorretta ma pensabile, tant’è che l’ho pensata. Vasto e comune errore! Sarebbe più logico dire che è impensabile ma formulabile, “tant’è che l’ho scritta!”.>>

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