Ipotesi sul Dagoberti

Già noto in ambito accademico come filosofo tuttifrutti, Roberto Dagoberti ha raggiunto il grande pubblico attraverso la rubrica delle lettere di un giornale femminile, dove spiega come e perchè si soffre, e cosa può farci la cultura.

In cima, una sua foto con le mani alle tempie, nell’atteggiamento tipico di chi sta cacando la ragion pura.

Da qualche anno però il Dagoberti è vittima di frecciatine, commentucoli e insinuazioni, via via sempre più numerosi e pressanti: a detta di qualcuno sarebbe solo un tronfio copione, che ricicla interi brani dei suoi vecchi libri e peggio ancora plagia autori antichi e moderni, con una spudoratezza eguagliata solo dall’idiozia dei suoi estimatori.

Secondo certi calcoli, pare addirittura che il 90% dei suoi testi sia composto di plagi, per di più assemblati senza alcun criterio, di modo che la frasi sono volentieri prive di alcun significato, perchè ottenute dalla crasi di pensieri divergenti (e pure altrui).

A parte l’indignazione (così facile nel popolo italiano proprio per via della sua generalizzata immoralità), l’episodio ha spinto noi seri studiosi a teorizzare:

– che il Dagoberti lo faccia apposta, a mo’ di sberleffo alla cultura (tesi del “non può essere così pirla se non a bella posta”, antichissima e sempre fiorente nel paese dei furbi);

– che lo faccia apposta come esperimento combinatorio, in ciò richiamando la gloriosa tradizione dell’Oulipo;

– che i suoi cumuli di cripto citazioni mal comprese e peggio accostate siano in qualche modo assimilabili a testi sacri, formati con pezzi di tradizioni precedenti e spesso privi di senso, e ciònonpertanto ugualmente ammirati dai seguaci e studiati dai critici: che egli sia, in sostanza, un’intera religione lui solo;

-che lo faccia perchè costretto, da forze terrene o soprannaturali: al riguardo si va diffondendo la tesi che il Dagoberti, giovane studente di sociologia, abbia incontrato il diavolo in persona e barattato la sua anima con quella bella posa da cacatore, che tanto fascino sprigiona sulle femmine e sugli altri animali inferiori. In cambio della fama e del successo, Roberto si sarebbe obbligato a scrivere per l’eternità: nuova forma di supplizio, e dei più raffinati, perchè avendo terminato gli argomenti ormai da anni, egli non può far altro che plagiare e ripetersi compulsivamente;

– infine, che davvero il Dagoberti nessuno l’ha mai letto, per non acccorgersi del trucco: che dunque egli è strumento divino e non demoniaco, celestiale parruccone: inviatoci da ISSIGNORE GIESUCRISTO per smascherare la nostra vanità, credulità, l’amore dei diplomi e delle patacche, delle pose da filosafo o pensatore, dei discorsi da femmine (da studentesse in particolare) e più in generale per sfottere la cialtronaggine tutta: del popolo nostro così ciarliero e salivatore, ma ciuco nelle lettere: sordo alla grammatica: reprobo e colione sempre.

Al momento nessuno ha la risposta definitiva, ma il Dagoberti, per plagiare qualcuno, è per noi come il cucchiaio con il quale scaviamo nella gelatina della nostra anima.

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