Nel centenario della nascita: Pavese, in contro memoria

In Raccontalo alle cenere, zibaldone e cripto-diario, lo Spallanza cita e annota alcuni versi di Cesere Pavese e giulivamente ipotizza “questi versi potrebbero ben leggersi al contrario”. Il nostro prende le mosse da un’affermazione del poeta:

“ma per quasi un anno prima dei “Mari del sud” […] andavo componendo […] una dilettantesca pornoteca [che] risultò un corpo di ballate, tragedie, canzoni, poemi in ottave, il tutto vigorosamente sotadico…”
(Pavese, Il mestiere di poeta, in appendice a Lavorare stanca)

Il riferimento è ai versi di Sotade, che secondo certa tradizione se letti al contrario davano un senso osceno. Quindi Pavese intendeva che la pornoteca era oscena, ma il nostro considerò la precisazione pleonastica e quindi volle intendere che conteneva anche un altro significato: la teca, oltre che porno, doveva essere anche palindroma o più esattamente bifronte, cioè leggibile in senso inverso e con diverso o opposto significato (ché, se fosse lo stesso, dovrebbe dirsi propriamente palindroma).

Su questa risibile premessa, e assumendo che Pavese sia rimasto segretamente sotadico per la vita intera, lo Spallanza costruisce un’analisi della sua poetica tutta fondata sul rovesciamento del significato palese, a partire dai titoli delle opere (Lavorare stanca, in opposizione alla tradizionale mitologia del lavoro, Notte di festa, in luogo del giorno, Il diavolo sulle colline, invece che nell’abisso suo solito, Il mestiere di vivere, che è un continuo richiamo al suicidio, etc).

“Il procedimento è arbitrario”, rivendica il nostro, “ma non del tutto sterile. Per citare Calvino, Pavese è l’uomo della non integrazione: “ragazzo nel mondo degli adulti, senza mestiere nel mondo di chi lavora, senza donna nel mondo dell’amore e delle famiglie, senza armi nel mondo delle lotte politiche cruente e dei doveri civili”, cfr. Poesie edite e inedite)”.

In altre parole, secondo Spallanzani il poeta avrebbe sempre volutamente scritto e fatto proprio il contrario di ciò che pensava e voleva, e per giustificare la sua teoria il nostro va a ripescare e strumentalizza senza ritegno tutte le dolorose contraddizioni di Pavese, come l’interesse per il fascismo (dal cd. taccuino segreto: “Tutte queste storie di atrocità naziste che spaventano i borghesi […] Se anche fossero vere, la storia non va coi guanti. Forse il vero difetto di noi italiani è che non sappiamo essere atroci”), oppure l’adesione al PCI, quando egli era notoriamente disinteressato alla politica, o il passaggio alla prosa, quando la sua cifra era evidentemente la poesia, e la sua lunga serie di amori infelici, “Sospetta serie, ripetitiva come un incubo o uno schema. Infelici per sua scelta: costruiti per essere tali.

E aggiunge: “I suoi atteggiamenti […] l’assillante richiamo al suicidio, il compiacimento masochistico di avvilirsi, il misoginismo, alcune ossessioni sessuali, le inversioni […] perchè attribuirli semplicemente a un romanticismo d’accatto, quando potrebbero essere piuttosto una scrittura cifrata? La razionalità pura, distillata e rovesciata, incomprensibile agli stolti. Supponendo ciò, non gli si farebbe un migliore servizio?”.

Come è noto, Pavese si suicidò la notte del 27 agosto 1950. Sul suo comodino trovarono i Dialoghi con Leucò e sopra la frase: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi“. Per Spallanzani la domanda ironica è appunto la prova che Pavese parlava seriamente, non perdonava affatto, nè tantomeno chiedeva nulla. “E di quale peccato poteva accusarsi?”. L’ingiunzione di non sparlare avrebbe poi sicuramente prodotto l’effetto contrario, chiunque lo capisce, e infatti si è parlato anche troppo di argomenti marginali, come la sua estrema fiamma, o di quell’attricetta americana che non sapeva recitare (ridagli), per cui lui scrisse dei soggetti e a cui dedicò alcune poesie in inglese, volutamente ingenue. Quindi, per Spallanzani Pavese chiude la sua vita nel segno del rovescio, con una tregedia che tiene del comico, un lieve e sotadico commiato.

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