Il Corsivo, I

Come promesso, ecco il primo brandello del racconto buzzatiano (e inedito) del Nostro, Il Corsivo di Dvigrad, I:

“Nell’aria fredda di un’alba di gennaio, quando tra i rami di possenti e snelli larici stavano sospesi ancora densi vapori nebbiosi, qualcuno calcava il proprio passo nella neve fragrante facendosi strada nel gelo con un bastone. Nessuno sapeva dove fosse diretto né perché con ampi movimenti camminasse così spedito, lasciandosi dietro una scia d’impronte profonde e dai contorni confusi. L’alta neve caduta in quei giorni aveva ricoperto tutte le pietre dipinte che attraverso il bosco guidavano verso il mare, perciò ora trovare il sentiero sarebbe stato particolarmente difficoltoso per chiunque. Ma quella sagoma di canapa proseguiva decisa e sembrava avere molta fretta di arrivare da qualche parte. Aveva una specie di sacco appeso ad una spalla e non si arrestò fino a quando un ramo esile e nodoso, impigliatosi nella tela del mantello, non la trattenne afferrandola per una manica. Fu allora che capì d’aver smarrito la via.
Per la prima volta lo sconosciuto dopo lunghe ore di marcia si fermò e si rese conto di quanto fosse esausto. Si appoggiò con un gomito ad una betulla, respirò profondamente ansimando e alzò gli occhi lassù verso le cime degli alberi cercando un orizzonte noto, ma vi trovò solo la luce di un nuovo giorno che gli ferì la vista. Il bosco taceva. Nella foschia mattutina non si sentiva null’altro che la presenza di un vuoto carico di silenzi e morbide forme.
Un filo di sudore gli scivolò lungo una tempia e se lo sentì sfuggire lento lungo lo zigomo, lambire grave la gota e poi sparire repentino nell’incavo del collo. Si passò una mano sulla fronte e decise che continuare a camminare sarebbe stata l’unica scelta ragionevole.
Appena passato il ciglio di un’altura, si ritrovò ai bordi di una dolina.
«Fermo!» irruppe nell’atmosfera una voce smorzata. «Non scendere giù di lì!»
«Chi sei tu? Perché mi ordini di fermarmi?».
«Vattene, quello è un inghiottitoio». E l’aria gelida s’inghiottì quella voce sconosciuta che così come s’era fatta breccia nella quiete, d’un tratto scomparve.
«Ehi! Ma chi sei?». Il bosco si risucchiò le troppe parole mentre un pino improvvisamente si scrollò di dosso un cumulo di neve e questa cadde a terra sorda e farinosa, ammassandosi su se stessa.
«Aiutami… come si arriva al mare per di qui… ehi… dove sei?».
Quell’essere così goffamente vestito di stoffe strinse gli occhi e cercò un punto nella bruma ma gli alberi laggiù in lontananza si aggrovigliavano, i loro profili grigio-azzurrognoli si sfuocavano in ombre e nebbie come se quel susseguirsi di rami e fusti continuasse all’infinito in un profondo spazio buio assai lontano, come se le fronde di quelle altissime piante nascondessero un segreto impenetrabile alla vita. La voce non rispondeva. Forse voleva mettere in guardia da qualche pericolo, forse apparteneva a qualcuno che conosceva bene quell’avvallamento. Ma perché ora non rispondeva più?
E cosa poteva mai essere un inghiottitoio? Si chinò e con le mani scavò nella neve. Trovò un sasso. Lo afferrò e lo gettò giù per la piccola vallata e quello sprofondò nel manto nevoso in silenzio, inghiottito da un ingenuo candore. Poi, per soddisfazione, spezzò un ramo basso di un nocciolo e lo lanciò con cura nella stessa direzione sperando che questo rivelasse a che profondità si trovava il terreno muschiato.
Il ramo però si conficcò nella neve quasi subito, proprio lì a due passi. Con impazienza, fece per ripigliarselo ma non riuscì nemmeno a slanciarsi nel movimento che scivolò lungo il fianco della dolina franando giù dritto verso il suo centro. Una forza pesante ed immensa sembrava trascinare il suo corpo verso di sé, lenta, vorace. La neve lo infarinò, lo abbracciò e lo fagocitò, mentre la sua persona cercava disperatamente un appiglio, una salvezza che stentava, una mano che mancava e franava, franava, franava tutto l’essere lento ma implacabile verso quelle viscere impalpabili, così soffici, così umide, così pallide e  rotolava, si divincolava, con gambe e braccia tutto il corpo si dimenava ma la neve ancor piu’ dolcemente lo assediava, lo cingeva alla vita, gli stringeva il cuore e gli rubava l’anima portandoselo segretamente con sé in una gola remota ove nemmeno più il vento osava lamentarsi.
Di quel solitario viaggiatore in superficie rimasero solo l’impronta di una scia e un laccio di cuoio.
«Io glielo avevo detto di starsene alla larga. Bah… gli umani… tutti uguali, tutti troppo curiosi ».
«Vieni, dai. Dobbiamo muoverci, sta salendo il giorno. Questo laccio lo prendo io, tu pensa al resto».

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