Apocrifi

Il gentile lettore Mario Bianco è rimasto molto colpito da questa citazione apocrifa di Spallanzani (da Crocevia) e ci sembra giusto riportarla qui.

“Tracce. Noi lasciamo solo tracce.
A volte esigue tanto da sparire in pochi momenti.
Persistono altre quali quelle della lumaca di Trilussa che suppose di lasciare un’impronta nella storia sbavando su di un obelisco.
Opere rimangono talvolta. Le vite si bruciano.
In queste, tuttavia, una consorteria copiosa di agenti speciali del denaro si crogiola e si
sbrodola per edificare edifici di biografie costituiti essenzialmente da letame.
Costoro si avviticchiano alle tracce di vita d’artista per cavarne sugo d’ossa, liquame per dilettare palati malati.
Le opere più non contano: vale assai di più sapere come il musicista, l’artista schiavazzò, cacò, quanti bicchieri si scolò, se fece il morbillo o il colera o si guadagnò la vita anche come prosseneta, se ebbe le mutande sfondate o i calzoni bisunti.
Le opere là in un angolo, le sole vere, reali tracce di vita languono in un stipo remoto.
Rende molto così una critica del sospetto artatamente creata per dilettare i bassi geni, come osava dire il Ripano Eupilino. Parafrasando il generale Grant: il pittore migliore è quello morto.
L’uomo consapevole, che vuole vedere, l’uomo che gusta si apposta di fronte all’opera e contempla: l’assorta contemplazione non ha bisogno di mediatori, di critici né di becchini.”

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2 risposte a Apocrifi

  1. dhalgren ha detto:

    mumble… io ‘sto brano mica me lo ricordavo… e a me il sig. bianco risulta facitore di scherzi. es., le fantarecensioni che appaiono su http://www.linus.net/hdoc/articoli/articolo.asp?idarticoli=62&startposition=1

  2. utente anonimo ha detto:

    Ci terrei a dire che non solo quel tale Bianco suddetto andava nominando Elia Spallanzani, quel grande, ma io stesso che ne sono cultore da trent’anni voglio qui citare, poichè mi trovo in difficoltà economiche schifose, quanto il nostro affermava nei suoi “Altricrocevia”:
    ” Lo spaziotempo mi fa ridere, esso è convenzione, puro e semplice simbolo del non c’è, non c’è qui, non cè là, chissà quanto ci vorrà, di questa nozione immaginaria, fittizia e convenzionale usano molto i banchieri quando apressandoti alle loro fruste dimore ti sussurrano suadenti: ci vorrà tempo assai, ed anche gli spazi tra il bancone e loro son grandi, siderei; pure i conti sono di ingente diversità e distanza; loro ti fanno passare i mesi da un bonifico che sospiri per tirare a campare, da quello stipendiucolo della zia Carla che agogni, e loro nel proprio privatissimo spatiumtempus continuum ci sguazzano e si sbrodolano, si ungono, ci si impiastrano bene, quali in palude i bufali neri”

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