SOPRAVVISSUTI AL CONIGLIO

SOPRAVVISSUTI AL CONIGLIO

Intervista a Giacomo Gardumi a cura di Lorenzo Trenti

La redazione della Fondazione Elia Spallanzani ha intervistato Giacomo Gardumi, l’autore dell’intrigante romanzo La notte eterna del coniglio, edito da Marsilio: storia agghiacciante di sopravvissuti a un olocausto atomico che dai loro rifugi sfidano la morte nelle rosee vesti di un coniglio omicida.

La notte eterna del coniglio cita, a un certo punto, una delle storie dell’orrore più brevi e terrificanti mai scritte, addirittura uno one-liner: “C’è un ultimo uomo rimasto sulla terra. Qualcuno bussa alla porta”. Ci si fa l’idea che il tuo romanzo nasca proprio dalla volontà di ampliare quest’idea. È così?

Purtroppo non è così. L’idea di citare quel raccontino one-liner mi è venuta solo durante la scrittura delle pagine in cui lo stesso si trova, mentre cercavo di calarmi il più possibile nella situazione vissuta dalla mia protagonista. Siccome ho scritto il Coniglio in ordine rigorosamente cronologico, cioè cominciando dalla prima pagina del primo capitolo, ne consegue anche che l’idea è spuntata fuori solo verso la fine della prima stesura (che per me è sempre molto curata e definitiva almeno all’80%).

Il romanzo mescola in modo molto originale suggestioni di vari generi letterari: si passa dalla fantapolitica alla narrazione interiore, dallo splatter al delitto nella “camera chiusa”. Secondo te è ancora possibile parlare di un “generi” o gli steccati tradizionali sono stati ormai abbattuti? Nota come sto cercando di non inserire la parola ‘postmoderno’ nella domanda… 🙂

I generi sono sempre esistiti ed esisteranno sempre, almeno a mio avviso. E da sempre si evolvono, si contaminano, si intrecciano. Usati in modo intelligente non sono delle gabbie ma rappresentano al contario dei punti di riferimento di grande aiuto per gli scrittori (e i lettori). Io per esempio ho in effetti spaziato tra generi e suggestioni diverse, ma nella costruzione della trama, nella creazione dei meccanismi di suspense e anticipazione, mi sono consapevolmente ispirato a tutta una serie di modelli narrativi che avevo assorbito da decine di thriller e horror letti nel corso degli anni. Naturalmente ho anche cercato di dare al risultato finale un’impronta personale, una chiara nota di originalità.

È stato notato, credo correttamente, come la storia sia affine a un film su carta, peraltro senza scadere nei più vieti cliché cinematografici (tipo la classica storia d’amore tra i sopravvissuti). Quanto sono consapevoli sia i debiti sia il distacco nei confronti del mezzo cinematografico?

Sono convinto che il mio immaginario come ormai quello di chiunque altro sia talmente impastato di suggestioni e referenze cinematografiche che è impossibile tracciare una linea netta di demarcazione rispetto ad altre fonti di ispirazione. Mentre scrivevo la storia la “visualizzavo” nella testa e sicuramente la innestavo, a volte consciamente a volte meno, sui miei molteplici ricordi cinematografici, a cui il Coniglio è debitore di ritmo, angolazione narrative delle scene e gioco di alternanza tra le stesse. Accetto peraltro il complimento sull’aver evitato i più triti cliché. Mentre redigevo la prima stesura, da scrittore esordiente, quindi insicuro, quindi conformista, ero stato sul punto di inserire una breve parentesi amorosa (un bacio e un abbraccio tra i due sventurati assediati dal coniglio, francamente in una situazione del genere neanche Rocco Siffredi e Moana Pozzi avrebbero potuto dare di più). Poi però ho coraggiosamente resistito alla tentazione, dicendomi giustamente che sarebbe stata un’incongrua idiozia.

All’inizio del tuo romanzo c’è un’apocalisse nucleare; i pochi sopravvissuti si rintanano nei rifugi antiatomici. In una situazione del genere viene da pensare che non potrà andare peggio di così; e invece spunta addirittura un coniglio rosa assassino. Viste le premesse ti ritieni un pessimista?

Assolutamente sì, e anzi il Coniglio è all’acqua di rose rispetto al mio prossimo romanzo. Viviamo, qui in Europa, in un mondo ricchissimo, libero, civile, avvolti in una rete di servizi e comodità così sviluppata che per la prima volta nella storia siamo concretamente affrancati da quei bisogni primari che hanno sempre costituito il fulcro e il banco di prova di ogni esistenza umana. (Giusto per chiarire, non sono un apologeta idiota della civiltà occidentale, ma semplicemente una persona che ha vissuto per dieci anni nel terzo mondo). Bene , tutto questo è stato reso possibile in prima battuta da uno straordinario progresso scientifico e tecnologico che nel momento stesso in cui ci ha resi i padroni assoluti del mondo e della natura ci ha anche privati di qualunque speranza sensata in una dimensione trascendente, in un’esistenza che si estendesse al di là dei pochi decenni, e non tutti in condizioni ottimali, per cui il nostro organismo è stato programmato a funzionare. Io trovo in questo una terribile, tragica ironia, la stessa di un gruppo di sopravvissuti alla catastrofe nucleare che si ritrovi improvvisamente alla porta del rifugio una creatura mascherata e dotata delle peggiori intenzioni.

Di tutti gli orrori che ci si potrebbe aspettare, la visione di un coniglio rosa psicopatico è davvero agghiacciante. Non è la prima volta che un tenero coniglietto diventa simbolo di cattiveria: penso a “I conigli rosa uccidono” di Dylan Dog, ai due protagonisti delle strisce naif di Matt Groening, al blog Coniglio Cattivo, alla visione nel film Donnie Darko. Tu perché hai scelto proprio un coniglio rosa?

Ho scelto il coniglio rosa per un insieme di ragioni. Senz’altro volevo che l’aspetto dell’assassino accentuasse ulteriormente il carattere di incongruità, di vera e propria impossibilità dell’intera situazione. Inoltre anche io, in linea con gli altri esempi che hai riportato, percepisco istintivamente in questo giocoso simbolo di purezza infantile una dimensione oscura e archetipica, la stessa che si ritrova nel clown. A proposito di quest’ultimo e senza scomodare Stephen King, mio figlio, sin da piccolissimo, si è mostrato terrorizzato da una bambolina truccata da clown che gli avevamo regalato, e questo senza nessun condizionamento o suggerimento esteriore. È chiaro che quello degli archetipi impressi nella nostra memoria profonda (biologica? culturale? di specie?) è un discorso che porta lontano. Tornando a noi c’erano anche alcune ragioni abbastanza prosaiche che hanno pesato nella scelta. Volevo un costume che avviluppasse completamente il suo possessore, così da non lasciar intuire nulla su chi o cosa lo stesse indossando, e inoltre volevo che fosse un costume semplice, facile da visualizzare mentalmente per i lettori.

La televisione e le comunicazioni, nonché gli inganni a cui possono portare, giocano un ruolo di primo piano nelle vicende dei protagonisti. Tornando in tema di occidentalità, come vedi l’invasione mediatica a cui siamo sottoposti? La tua sede geografica “decentrata” e le tue esperienze internazionali in qualche modo ti offrono un punto di vista privilegiato?

L’invasione mediatica è a mio avviso uno dei dati essenziali ed “antropologici” della civiltà globalizzata in cui viviamo. È naturale che si presti a inganni e manipolazioni, ma sono tutt’altro che convinto che fosse meglio prima. Personalmente trovo terrificante l’idea di un paese intero che cinquant’anni fa si fermava per vedere Lascia o raddoppia, con il perbenismo da sacrestia e il gongolante conformismo piccolo-borghese che si respirava in una trasmissione come quella. In Cina l’esplosione mediatica della metà degli anni novanta (Internet, TV via cavo, DVD piratati, persino SMS) è stato uno dei vettori fondamentali che hanno accompagnato la liberazione della società civile e soprattutto delle giovani generazioni da costrizioni e conformismi secolari. A orecchie occidentali può suonare ridicolo ma persino la più idiota e stereotipata delle commedie hollywoodiane, con i suoi personaggi femminili emancipati e volitivi e il diritto a seguire i propri sentimenti dato per scontato, è implicitamente portatrice di una visione del mondo e dei rapporti interpersonali che in certi contesti risulta quantomai di rottura. E poi diciamocelo chiaramente, se c’è stato un settore che si è sviluppato potendo contare su un inesausto e costante aumento della “domanda”, una domanda quantomai diffusa e a cui abbiamo tutti contribuito, questa è l’industria mediatica. Quando sopra parlavo di dato “antropologico” non usavo l’aggettivo a caso, siamo degli animali mediatici e lo siamo diventati di nostra spontanea volontà. Si può naturalmente parlare di ” bisogni indotti ” e via dicendo, ma si arriva molto presto al punto in cui al buio tutte le vacche sono nere. Non credo assolutamente, cioè, che l’invasione mediatica sia il risultato di qualche cospirazione o disegno occulto, fermo restando il diritto di ritenerla l’anticamera della nuova apocalisse, quella in cui i corpi resteranno dove sono mentre dentro i cervelli si saranno da tempo liquefatti (tentazione cui spesso soggiaccio anche io).

Senza svelare troppo della trama, il finale resta abbastanza aperto circa la possibilità di entità superiori che incarnano un male metafisico. È una mia impressione o c’è qualche eco del maestro Lovecraft?

Assolutamente sì, Lovecraft è il primo autore horror che abbia letto (dovevo avere tra gli undici e i dodici anni) e mi ha segnato per sempre. Ancora adesso la suggestione e la forza evocativa dei suoi racconti rimane a mio avviso assolutamente insuperata.

Da quali altri autori o generi ritieni di essere stato maggiormente influenzato?

Ho debiti di gratitudine verso decine di libri e di autori. La moderna scuola del thriller anglosassone (Grisham, Michael Connelly e molti altri) mi ha trasmesso il modello di una narrazione rapida, lineare, precisa e pulita nella scrittura quanto attenta a costruire storie forti, in grado di reggersi sulle proprie gambe prima ancora che caratterizzazioni e atmosfere arrivino ad arricchirle. Una lezione che, fatte le debite proporzioni, non mi sembra così diversa da quella di molti grandi romanzieri dell’Ottocento come Balzac, Guy de Maupassant, Dostoevskij (che straordinario thriller è I fratelli Karamazov!). Poi c’è naturalmente lo zio King, Anne Rice, un’incredibile scrittrice horror che in Italia è stata presentata male e in modo discontinuo, la tradizione delle ghost stories inglesi a cavallo tra i due secoli, e tanti, tanti altri.

Per concludere, cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro da Giacomo Gardumi?

Un nuovo romanzo, davvero nerissimo, che dovrebbe uscire nel 2004, sempre per Marsilio. Rimarrà l’impianto del thriller ma non il meccanismo a orologeria che ha contraddistinto la trama del Coniglio. Parlerò, naturalmente in forma narrativa, dell’incubo più allucinante che mente umana possa concepire: quello della morte fisica in un universo strettamente e disperatamente materiale.

E su queste note allegre chiudiamo con un ringraziamento per il tempo concessoci. Grazie e alla prossima!

Annunci

Informazioni su eliaspallanzani

Blog dedicato etc
Questa voce è stata pubblicata in atrocità, delitti, indovinelli, interviste, pseudo recensioni. Contrassegna il permalink.

10 risposte a SOPRAVVISSUTI AL CONIGLIO

  1. dhalgren ha detto:

    questo signore mi è istintivamente antipatico. mi rendo conto che non vale molto come argomento, ma guardate bene le sue parole e poi fatemi sapere.

  2. eliaspallanzani ha detto:

    Cos’è, avete finalmente trovato qualcuno più pessimista di voi? :-)))

  3. utente anonimo ha detto:

    a me non sembra poi così pessimista e neppure antipatico. evangelisti, baricco, fois sono antipatici. lui mi sembra invece molto concreto. avete mai provato a cercare di capire cosa dice baricco inun suo libro? gardumi è veramente bravo. Leggete tutti, leggete tutto.
    Essenio Cappai, (OR)

  4. utente anonimo ha detto:

    Gardumi è un fenomeno.
    Altro che antipatico!
    La fatalità della morte cui siamo destinati è ironica dal suo punto di vista .
    Ironica in un mondo di uomini che si vorrebbero perfetti come la loro tecnologia.
    Questo è il concetto.
    Cosa c’e’ di antipatico? Non vi è antipatico , vi è sgradevole doverlo ammettere.
    Quindi siete la prova della sua tesi.

  5. utente anonimo ha detto:

    Mi presento visto ke non son ancora iscritto a questo fantastico sito. Mi kiamo daniele 19 e vivo a bari. Trovo quest’autore tutt’altro ke antipatico, forse puo darvi questa impressione visto il linguaggio impeccabile a cui alcuni individui possono non essere abituati o cmq possono interpretare come una forma di superiorità nei propri confronti. cmq sia credo lui nutri qualcosa di piu catastrofico di quanto scriva… Puo essere un invito questo suo ultimo libro, un invito ad accettare il suo vero pensiero…

  6. utente anonimo ha detto:

    secondo me quest’autore è un genio. questo libro è la prova che quanto raccontato in donnie darko è vero!! mi sembra ovvio che il sig. Giacomo Gardumi è uno dei manipolati che ha conservato ma soprattuto compreso la vicenda della collisione dell’universo tangente con quello primario.
    saluti

  7. Pingback: Vecchie conoscenze: Giacomo Gardumi | Fondazione Elia Spallanzani

  8. Pingback: Dall’universo tangente | Fondazione Elia Spallanzani

  9. Pingback: Lo spettro del natale passato (del 2003) | Fondazione Elia Spallanzani

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...