Il mosaico come vocazione

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Di ritorno da Ravenna, dove si è svolto il secondo ritrovo ufficiale della Fondazione, viene spontanea una riflessione sui mosaici. Se siete stati a Ravenna saprete che il mosaico costituisce un po’ il simbolo della capitale bizantina. Ma forse si tratta di qualcosa di più di un simbolo. Forse è una vera e propria vocazione. Passeggiando per la città e chiacchierando con chi ci abita, si viene a scoprire infatti che Ravenna, come ogni porto di mare che si rispetti, è stata un crocevia di culture, popoli, artisti e stili differenti, ognuno dei quali vi ha lasciato qualcosa al proprio passaggio. Tutto ciò che c’è di “locale”, insomma, viene in realtà da altrove: o meglio, i singoli elementi si sono mescolati assieme delineando Ravenna così come si presenta oggi ai nostri occhi. Un po’ come in un mosaico, insomma, dove non contano tanto i singoli tasselli ma il quadro finale che ne emerge. Viste le premesse, non è difficile comprendere l’amore che Elia Spallanzani provava per la sua città d’adozione: essa gli regalava ogni giorno l’applicazione concreta delle sue teorie sulla combinatoria.

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