Il molare della fava

Ormai è difficile trovare lettori se non si menzionano pokemon o immigrati, o almeno femminicidi. Essendo impreparati su quest’ultimo argomento, e non volendo diffondere ulteriormente il primo, siamo andati a recuperare un vecchio raccontino buffo del Nostro, scritto probabilmente pochi mesi prima del sua decesso (è noto che l’umorismo è affine alla morte). Parla appunto di immigrazione ma si vede che è stato scritto in tempi più innocenti.

“Nel 1986 Abù Abib raggiunse fortunosamente le coste italiane e si diede all’accattonaggio. Nel 1993 aveva conquistato un posto di lavavetri al semaforo della stazione, ma nel 1996 la sua fortuna si esaurì e fu fermato dalla polizia a bordo di un motociclo sospetto, per non dire rubato, ridipinto, truccato e incendiato, e poi di nuovo ridipinto. In quella si scoprì che Abù Abib era senza libretto, marmitta, targa, freni ed assicurazione, e che era stato già fermato altre sette volte ed espulso dal patrio suolo: si scoprì inoltre, cosa ti vanno a scoprire, che l’uomo era solito regalare false generalità: e così era stato Abì Abù a Torino, Abel Abà a Fregene, Babù Babèl a Capri, et cætera. Tutta queste persone risultavano comunque espulse da anni.

Tratto a giudizio direttissimo, gli fu assegnato un legale d’ufficio. Quest’uomo annoiato sostenne con ogni verosimiglianza che il motorino circolava sì senza assicurazione, ma di questo non si poteva incolpare Abù, Abì, Abèl, o comunque si chiamasse, in quanto è chiaro che nessuna compagnia avrebbe mai assicurato un motorino rubato. La colpa era quindi del governo.
Quanto alle false generalità, l’avvocato spergiurò che Abì non era bugiardo ma solo ignorante, e che in particolare lo confondevano le vocali, dacché la sua lingua gutturaloide ne faceva a meno.
Gli fecero notare che il suo assistito aveva comunque sul groppone sette decreti di espulsione, ma il legale replicò che si trattava di un caso di forza maggiore. Disse: signori! il mio assistito è zoppo! come volete che raggiunga il confine, uno zoppo?

L’aula come di costume era vuota: c’erano solo il giudice, il pm, due poliziotti in borghese e l’addetta alla registrazione. tutti però guardarono Abù, che zoppicava vistosamente. E veramente era zoppo: zoppo quanto lo può essere un uomo! Da quando una strana malattia gli aveva ristretto la gamba destra, che adesso era due centimetri più corta dell’altra.
Il piemme mugugnò che prove non ce n’erano, che insomma era una farsa, che poteva fingere e rattrappire a bella posta la gamba, che ci volevano dei documenti. Il giudice non convalidò l’arresto ma rinviò l’udienza alla settimana successiva.

Abù uscì dall’aula tutto lieto. Non aveva capito molto dell’intera vicenda e credeva che l’avvocato d’ufficio fosse il console del Marocco: gli si rivolse quindi nel suo dialetto tribale. Ma l’avvocato aveva altro a cui pensare: alla prossima udienza non sarebbe andata così liscia. Restava il problema di dimostrare legalmente che lo zoppo era zoppo.
Per un italiano sarebbe bastato andare da un medico, ma Abù era senza documenti e nullatenente, e non parlava una parola di italiano. Il suo legale capì la gravità della situazione e propose di investirlo con la macchina. Poi l’avrebbe trascinato al pronto soccorso, dove una lastra gliela dovevano fare per forza. Abù non capì e rispose toccandosi il petto e la fronte, gesto che di solito bastava a far contenti gli italiani.
L’avvocato lo accompagnò allora sul posto di lavoro, nella speranza di ricevere in pagamento almeno un diecimilalire o una musicassetta pirata, ma Abù non se ne diede per inteso, scese dalla macchina e salameleccò di nuovo. Il legale stava quindi per mandare ad effetto il suo proposito, ma non ci fu bisogno di arrivare a tanto: appena tornati al semaforo, certi concittadini di Abù lo assalirono senza ragione a pugni e a schiaffi, e l’ambulanza ci volle davvero.

All’ospedale però il medico si rifiutò di attestare che o zoppo zoppicava perché, a suo dire, il paziente non era in grado di spiegare come mai zoppicasse; ed era la sacrosanta verità, in quanto Abù non parlava italiano.
Dio mio, ma zoppica! lo vede chiunque che zoppica! fategli delle lastre, disse l’avvocato. Ma quel giorno l’apparecchio non funzionava, o il personale era in agitazione, o viceversa. Il medico di turno si limitò a scrivere nel referto che il paziente era non normo ambulante per causa idiopatica, id est, ignota.

A stento rattoppato, Abù uscì dall’ospedale rollando e beccheggiando come il migliore dei carretti siciliani e si riavviò lemme lemme al suo semaforo: da anni per lui la vita si riduceva al frastuono dei clacson interrotto da poche ore di oblio: l’idea di finire in galera, espulso o persino cadavere, non gli faceva né caldo né freddo: pensava anche che il palazzo di giustizia fosse la casa del Re d’Italia, che ogni tanto lo mandava a chiamare per sapere se era contento.

L’avvocato in cuor suo schiumava dalla rabbia: non per la sorte di Abù, di cui gli importava meno di niente, ma per il dispetto di non riuscire ad ottenere il documento giustificativo. Decise quindi di andare in fondo alla faccenda e tornò all’originario proposito di inscenare un investimento: in retromarcia, a cinque chilometri all’ora, toccò appena il posteriore di Abì e si diede a urlare come un ossesso “mio dio l’ho ucciso!”. Di nuovo l’ambulanza, di nuovo l’ospedale: qui tutti i medici concordarono che la gamba destra era malconcia: probabilmente il forestiero sarebbe rimasto zoppo a vita: ma non era detta l’ultima parola!

Come? disse l’avvocato paonazzo in volto. Come rimarrà zoppo? lo era già, zoppo! Ma non lo vedete che ha una gamba più corta dell’altra? non l’ho mica azzoppato io!

I medici convennero che per essere una frattura fresca si era rimarginata in fretta, ma per sapere come stavano le cose sarebbero servite delle lastre. Senonché la macchina… e il personale… trascorse così una settimana e giunse di nuovo il giorno dell’udienza: il giudice era stato trasferito, il piemme era andato in pensione, i poliziotti in borghese borgheseggiavano chissà dove sulle orme di fantomatici Abì e Babì, più in generale nessuno si ricordava della vicenda. Fu di nuovo tirata in ballo la storia dell’assicurazione, poi quella delle vocali. Alla fine, giusto per chiarirsi meglio le idee, il giudice rinviò l’udienza alla settimana successiva, fermo restando che la palese zoppìa andava rigorosamente dimostrata.

Da allora nulla è cambiato. Le udienze e i ricoveri si susseguono senza sosta, in un vortice di nuovo e agitato personale. Non c’è mai lo stesso giudice, mai lo stesso medico. Il fascicolo si gonfia di carte reticenti che nessuno legge, la macchina delle radiografie continua a disfunzionare, l’avvocato di Abì gli ha regalato una scarpa col rialzo.”

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teH pHezback

Da cosa nasce l’odio del nostro inviato per il turismo? Nel suo taccuino, buttato come al solito in mezzo a cose che non c’entrano nulla, un breve flashback rivelatore. Dobbiamo supporre che sia stato scritto a Marrakech, quando era già preda dell’allucinazione.

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E dove hanno fatto il deserto**

Nel 1843 Joseph T. Arnaud raggiunge Marib, l’antica capitale del regno di Saba nel sud dello Yemen. Difficile crederlo, ma fu uno dei primi occidentali ad arrivarci. Lo Yemen era ancora in parte sconosciuto e Arnaud cercava le iscrizioni della civiltà che ha preceduto la conquista islamica. Cercava anche il palazzo della Regina di Saba, la figlia dei jinn coi piedi caprini che portò doni a Salomone, e che con tutta probabilità non è mai esistita. Nel 2008 alcuni archeologi hanno sostenuto di aver trovato il suo palazzo, ma in Etiopia. Incidentalmente, il figlio di Salomone e della regina, Menelik I imperatore d’Etiopia, avrebbe trafugato l’Arca dell’Alleanza. Come si vede materiale leggendario ce n’era in abbondanza, ma Arnaud si attiene ai fatti. Il suo “Viaggio nel regno della regina di Saba” non è, contrariamente a quel che cercarono di far credere Dumas e Malraux, un resoconto avventuroso, anzi non fa nessuna concessione al colore e smorza i toni.

In maniera pacata e anche un po’ noiosa, Arnaud elenca minuziosamente le tappe, le distanze, i tempi di marcia, fa rilievi, misura i resti della grande diga* che costituiva la ricchezza del paese. Racconta le minacce ed angherie che ha subito dalle popolazioni locali e i piccoli sotterfugi per non farsi  riconoscere come infedele. Più di tutto, lo infastidiva il continuo interrogatorio sulle sue origini, sul suo modo di pregare, sui suoi scopi. I locali trovavano inverosimile che fosse lì a ricopiare iscrizioni di cui non capivano il significato e il valore: secondo loro doveva essere una sorta di stregone o un cercatore di tesori (che poi, ironia della sorte, furono trovati davvero, ma non da Arnaud).

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Si direbbe che nutrisse un certo prudente e salutare disprezzo per gli Yemeniti*** e i beduini. Quando cercano di fargli recitare la professione di fede se la cava così:

<<… mi disse imperiosamente: “Di’: la ilah ill’a allah, wa mohammed rasoûl allah“. Non volendo ripetere esattamente le due ultime parole di questa formula, sostituii loro una volgare ingiuria in francese, che aveva pressapoco lo stesso suono. Parve soddisfatto e mi lasciò continuare le mie ricerche in perfetta libertà, dicendo ad alta voce: “Non ci sono più dubbi, è musulmano, è musulmano”>>.

Altro elemento che ce lo rende simpatico è la sua descrizione della città di Sana’a, quella che Pasolini si accanirà a celebrare e che invece a un cronista del 19simo secolo appariva poco più di un mucchio di fango.

Arnaud quindi è forse uno degli ultimi viaggiatori, categoria già morente e che sarà a breve sostituita da quella più comune e deleteria del turista. A differenza del turista non è entusiasta, non cerca il pittoresco e non si fa illusioni sulla natura dei locali. Sa bene che non è amato o compreso, che è lì per prendere qualcosa e rischia anche la vita. Per Arnaud la cammellata non è un’attrazione ma una ripugnante necessità, come del resto per i suoi ospiti, che capisce meglio di molti turisti. Temendo di essere rapito o ucciso, non porta con sé denaro e si affretta a dirlo in giro. Ciò nonostante, come il turista è costretto a pagare.

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La sua figura ci è tornata in mente per contrasto dopo l’ultimo attentato a Nizza. Gli esperti stanno ancora discutendo sul ruolo degli integralisti, ma possiamo prescindere dal problema: se questo mentecatto non era un estremista di sicuro lo sarà il prossimo. Quasi tutti gli editorialisti hanno colto l’occasione per ripetere che il terrorismo islamico è una forma di provocazione, che mira a suscitare reazioni violente e smodate. Non dobbiamo cadere nella trappola: sarebbe un vantaggio per gli integralisti, perché qualsiasi rappresaglia occidentale rafforzerebbe l’odio dei diseredati e quindi la forza dei terroristi.

Spesso hanno aggiunto che una reazione di fatto è impossibile, perché non si possono colpire bersagli che si mimetizzano tra i comuni cittadini e non si sa nemmeno dove sono. Atti esemplari e terrificanti sarebbero anche inutili, perché non si può spaventare gente pronta al martirio. Pare che l’unica cosa da fare sia emanare leggi più restrittive e aumentare la polizia in giro: ma nemmeno questo si può fare, perché ridurre le nostre libertà sarebbe un altro favore fatto ai terroristi. Il discorso, costantemente ripetuto dopo ogni attentato e autonobilitato col nome di “analisi”, ha conferito al terrorismo una certa aura di invisibilità e invincibilità, che poi doveva essere anche quello uno degli scopi dei terroristi.

Confessiamo che molti di questi discorsi ci sembrano dettati più da una forma di masochismo (a volte inconsapevole, altre compiaciuto) che dall’analisi della realtà*****. Ci siamo chiesti che sarebbe accaduto proponendo di reagire al terrore col terrore****, e la risposta è stata più o meno quella che immaginavamo: quasi tutti ci hanno accusato di trollare o ci hanno semplicemente insultato. Paradossalmente, la sola ipotesi di una reazione violenta fa scattare nell’italiano scolarizzato una reazione violenta. L’automatismo mentale è pressoché perfetto: proposta di reazione violenta = trollaggio, pazzia o nazismo.

I più sensati ci hanno fatto notare che colpire la Siria servirebbe a poco contro dei terroristi che sono cittadini europei, e che servirebbe ancora meno contro dei folli. Questo in parte è vero, ma i terroristi non sono tutti folli, e in seguito si potrà valutare se adottare misure terroristiche anche contro i terroristi nostrani, ad esempio fucilando le loro famiglie.

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Ma mentre facevamo questa proposta atroce ci è venuto in mente Arnaud, e il confronto tra la figura del viaggiatore e quella del turista, e ci siamo accorti che molte delle vittime del terrorismo sono turisti, o gli somigliano. I turisti di solito amano pensare a sé stessi come a persone libere, cosmopolite, rispettose della diversità, curiose dell’esotico, sensibili all’autentico, e si propongono di agire in modo etico, responsabile, sostenibile. La loro ideologia è perfettamente analoga al progressismo, ed è altrettanto falsa. Di fatto, sono notoriamente dei semplici consumatori, e anche i più dannosi. Più in generale, tutta la nostra società somiglia sempre più a un gruppo di turisti: ricchi, molli, indifesi, entusiasti, ignoranti, voraci, frettolosi, accomodanti e foderati da un sentimentalismo ipocrita che gli permette di piangere sulla povertà dei popoli che affamano.

Ai locali questi turisti devono apparire per forza dei provocatori.

Serenamente esposti in aereoporti e luoghi di ristoro, su passeggiate panoramiche e nei musei, gli europei sono una vera e propria sfida per qualsiasi fanatico, religioso o meno. E loro, gli sciocchi telintesta, sono cascati nella trappola e hanno reagito smodatamente, uccidendo qualche centinaio di persone. Ma loro non hanno i nostri intelligenti editorialisti e quindi non hanno capito che così fanno il nostro gioco!

I turisti si comportano come avanguardie, come Gandhiani inconsapevoli. La loro non violenza è attiva e provocatoria, per fini che ignorano. Diventano loro malgrado martiri della nostra ideologia e così vengono celebrati. Dopo ogni attentato le foto delle vittime, esposte come quelle dei kamikaze islamici, alimentano lacrime e lunghe rivendicazioni della necessità di difendere il nostro stile di vita: e i nostri valori, che non ci permetto reazioni criminali né restrizioni della libertà, mentre ci consentono di distruggere le altre economie e culture. Per salvarci la coscienza bisogna che qualcuno continui a farsi ammazzare a piccole dosi, e anche questa è una forma di fanatismo.

Perciò i terrorizzati finiscono per apparire a loro volta dei suicidi, che vanno nudi a farsi sparare per non violare i loro valori e invece di portare bombe diffondono il ben più pericoloso germe della disgregazione. Infatti le culture invase dai turisti non piangono morti, forse, ma il loro sistema di vita viene messo radicalmente in discussione. Ed è evidente chi sarà il vincitore di questa lotta: saremo noi.

Del resto, mettersi contro il turismo è la mossa più sciocca che si può fare. Basta guardare i dati per accorgersi che tutte le bombe del mondo non riescono a frenarlo: dopo un piccolo calo il flusso riprende più forte di prima. Forse gli islamici pensano che siamo davvero dei pazzi a continuare a rischiare la vita per andargli a insegnare il libertinaggio e la cucina malsana.

In definitiva, non serve bombardare e sterminare, basta rovesciare continuamente le interpretazioni e assecondare il masochismo, che si nasconde in genere sotto il nome di ironia. Ogni attentato finisce per rafforzare la chiesa laica dei valori occidentali, come le persecuzioni rafforzavano il cristianesimo. Qualcosa di simile vale anche per l’America. Anche se ci consideriamo evoluti, tutti dobbiamo fare dei sacrifici: gli americani possono sacrificare centinaia di vite all’anno al mito della frontiera: noi a quello del turista.

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* si diceva che la grande diga di Marib fosse stata distrutta dai Romani, in uno dei non rari accessi di furia che li prendevano di fronte alla scostumatezza (la diaspora, gli eccidi in Gallia, in Inghilterra, in Germania etc. I Romani promuovevano sì l’integrazione, ma non rinunciavano ogni tanto allo sterminio, forse perché non riflettevano abbastanza da sentirsi impotenti). In effetti oggi prevale l’idea che all’arrivo dei Romani la diga fosse già stata abbandonata perché i cambiamenti climatici stavano peggiorando la desertificazione. Forse fu distrutta dagli stessi invasi, proprio per privare i Romani dell’acqua.

** la frase originale dice “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Benché il senso sia quello, “solitudine” non è orrendo come deserto.

*** formalmente oggi lo Yemen è una democrazia. Il presidente ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāliḥ ha vinto le ultime elezioni con il 96,3% dei voti.

**** più in dettaglio, la proposta sarebbe di reagire a ogni attentato con un bombardamento a tappeto di un villaggio o cittadina a caso, di dimensioni compatibili con la scala di rappresaglia scelta (almeno 100 a 1). Bisognerebbe dare all’evento il massimo risalto mediatico, visto che i terroristi non sono intelligenti come noi che amplifichiamo l’effetto terrorizzante. La dimostrazione dovrebbe essere fatta senza risparmio. Non basta distruggere le case e uccidere la gente: non deve restare nemmeno un mattone. Dovrebbe apparire come un castigo biblico, che è più comprensibile. Il potere dell’aviazione è senza paragoni, esistono già bombe capaci di scavare un cratere di duecento metri, quindi basterebbero quaranta-cinquanta aerei per volta. Si avrà cura di evidenziare che non c’è alcun limite alla distruzione che possiamo provocare. Nel prevedibile caso di diffusione di immagini strazianti di vittime civili, non bisogna minimizzare né cercare giustificazioni. L’atto dovrebbe essere presentato esplicitamente come un’atrocità, di cui tutti siamo consapevoli e responsabili. Del resto, col nostro tenore di vita causiamo già la morte di milioni di persone ogni anno. Rendere questa violenza visibile anche a noi stessi non è l’ultimo degli scopi della dimostrazione.

***** ricorsione: in seguito all’attentato i nostri lucidi analisti ipotizzano che i terroristi vogliano scatenare la reazione della destra estremista, che dovrebbe mettersi ad ammazzare gli immigrati provocando una guerra civile. Ma a parte che negli ultimi mesi in Francia si è parlato di rischio di guerra civile a seguito della riforma del mercato del lavoro e anche a causa di episodi di violenza sulle donne, resta il fatto che il meccanismo della provocazione evocato dagli analisti funziona anche troppo, e spiega anche troppo. Infatti se i fascisti si mettessero a uccidere gli immigrati potrebbero farlo solo nelle forme del terrorismo, cioè con azioni provocatorie. A questo punto gli immigrati dovrebbero avere i loro lucidi commentatori che li invitano a non reagire per evitare di dare ai fascisti una scusa in più per perseguitarli. E quindi la parte sveglia della popolazione immigrata si troverebbe sulle stesse posizioni della parte sveglia dei francesi: l’unica reazione possibile è non reagire. E quindi niente guerra civile.

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Tutto è vecchio per i vecchi

“Cos’è l’universo in confronto all’Occhio che lo guarda?”
Thulsa Doom

La tendenza a trovare tutto obs è debilitante come il caldo ed è uno dei primi segni di vecchiaia, però non riusciamo proprio ad entusiasmarci per il nuovo gioco dei pokemon a realtà aumentata: cose simili esistono da almeno dieci anni e sono state realizzate anche in maniera più fine. Parliamo piuttosto del vecchio: del noto rapporto fantascienza-religione. Ci sono tornati in mente due racconti, Il disco si posò di Buzzati e Dei Mortali di O. S. Card, che trattano il problema degli alieni e del peccato originale.

Che a sua volta era già obs perché affrontato secoli prima per i selvaggi: ci si chiedeva se avessero un’anima e, in caso positivo, se partecipassero della caduta. Era frequente la tesi negativa: quando Colombo vide gli Haitiani li giudicò parzialmente immuni dal peccato originale, tanto erano felici e longevi. Credeva infatti di trovarsi nei pressi del paradiso terrestre (e non ne traeva le logiche conclusioni, perché sarebbe stato comunque vuoto) e che gli effetti del primo errore lì fossero meno forti.

Scoperte le nequizie dei selvaggi, fu tempo di attribuire l’innocenza agli abitanti di altri pianeti. Però si riponeva il problema: la caduta riguardava anche loro o il padreterno aveva un curioso senso della giustizia e tentò solo gli umani? Se la mela ha dannato tutto l’universo, vale anche per la redenzione portata da Gristo? Il figlio di dio si è manifestato solo sulla terra in una sorta di “liberi tutti” o ci sono stati tanti Cristi, incarnati sui vari pianeti, perseguitati e crocifissi per la salute degli alieni? Se così fosse, su pianeti con abitanti a quattro braccia il relativo Cristo sarà stato appeso a un asterisco?

Immaginare che la crocifissione si fosse ripetuta molte volte, forse infinite volte, richiamava subito alla mente l’eresia degli Anulari; considerarla un fatto unico e irripetibile (tutt’ora la tesi ufficiale) non significava escludere i popoli della luna dalla salvezza, o almeno dalla conoscenza del loro salvatore? (e per questo, in verità, sarebbe bastato il limbo).

Spesso queste domande venivano poste più che altro per ridicolizzare l’interpretazione letterale dei testi sacri (che già quasi nessun vero credente praticava più, ma questo è un vizio degli illuministi passati e presenti: farsi beffe di ciò in cui nessuno crede), eppure erano domande non facili. I filosofi non erano d’accordo: Guillaume de Vorilong pensava che una crocifissione bastasse per salvare infiniti mondi, mentre Melantone negava l’esistenza di più mondi proprio perché erano inconcepibili più resurrezioni. Campanella riteneva gli alieni privi di peccato perché non erano nati da Adamo. Anche Leibniz si occupò brevemente del problema. Che la questione non sia del tutto oziosa è provato dal suo ritorno nei racconti di fantascienza.

Ne “Il Disco si posò” un prete di campagna cerca di catechizzare gli alieni, ma scopre che vivono ancora nello stato primitivo di purezza perché non hanno mai mangiato il frutto dell’albero della conoscenza (quindi ci sono molti paradisi terrestri). Ciò non li ha resi migliori, perché senza peccato non hanno bisogno di chiedere perdono e di rivolgersi a Dio. Non hanno ricevuto il dubbio dono della colpa e la loro spocchia, che incidentalmente somiglia a quella dei radicali e dei tecnocrati, fa infuriare il prete.

In “Dei Mortali” la situazione di partenza è in parte simile e in parte rovesciata. Questi alieni poco entusiasmanti vengono sulla terra e in cambio della loro tecnologia (che non include i viaggi iperluminali) chiedono solo di poter costruire delle chiese. Un vecchio rabbioso (come il prete) gli chiede perché lo fanno e loro rispondono che sono venuti ad adorare gli uomini: perché tutte le creature dell’universo sono immortali, tranne noi. L’evoluzione, sostengono, porta necessariamente a forme di vita in grado di riprodursi perfettamente, conservando tutta la memoria del passato. Solo gli uomini, per chissà quale caso, muoiono e spariscono. Ogni uomo quindi è unico e finito e il suo sforzo disperato sorprende gli alieni e li commuove.

Anche se non viene menzionato il peccato, è noto che mangiando la mela Adamo ha guadagnato anche la morte e quindi la necessità di portare la sua memoria fuori di sè, andando oltre il gioco meccanico del DNA. Perciò come la memoria viene dalla vergogna, così la scrittura viene dal peccato e dalla morte, anzi alla scrittura si applica molto più giustamente ciò che è stato detto del puerile cinema, e cioè che è la morte nel suo farsi.

P.S. Molti hanno pensato che il male riguardi solo la terra. Voltaire, forse nel dizionario filosofico, riporta o inventa la favola indiana dei due esseri primordiali che si nutrivano di ambrosia ed espellevano i residui dalla pelle, finché un giorno non vollero provare un biscotto: che però non era etereo e quando i due chiesero a Dio dove fosse il luogo di decenza gli fu indicato un pianetino alla periferia dell’universo: ma dopo essersi sgravati i due non riuscirono più a lasciarlo. Anche in “Lontano dal pianeta silenzioso” il Male è solo cosa nostra e la terra è governata dall’angelo caduto (come pensavano gli gnostici). Pascoli, nel suo delicato frignare, la chiama atomo opaco del male. Etc.

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teH Phez, l’ennesima digressione

Abbiamo lasciato il nostro uomo davanti all’aeroporto di Fiumicino. A questo punto nel taccuino mancano alcune pagine, presumibilmente strappate dallo stesso autore, e poi c’è un brano ancora più eccentrico del solito, che forse è un riepilogo del film trasmesso durante il volo a Marrakech. Siamo stati a lungo in dubbio sul se integrare la lacuna in base ai pochi scarabocchi rimasti sul margine sinistro dei fogli strappati. Da questi, però, sembra emergere una crescente identificazione dell’autore con Giesù Cristo. Pieni di dubbi, riteniamo che per ora sia più prudente limitarci alla copia del testo.

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Dell’uso delle virgolette in alcune riviste femminili (seguito da uno scritto dell’Elia)

La Fondazione legge avidamente le riviste abbandonate nelle sale d’aspetto, convinta che in esse si celi la Uita Uera. Questa settimana ce n’è capitata una dedicata alla casa e abbiamo notato per l’ennesima volta l’uso singolare delle virgolette, che è indice di un più vasto disagio. In queste riviste le virgolette appaiono quasi in tutti gli articoli e spesso più volte per pagina. Basta aprire a caso (numero di luglio 2016) e si legge:

<<Nello spirito zen le ciotoline dovevano essere semplici, naturali e “povere”.>>

La notizia è pregevole, ma perché le virgolette? Giriamo pagina e c’è un metodo per scolpire dei pescetti di argilla. Al punto 6 si legge <<con una punta “tagliamo” la bocca>>, e alla pagina dopo: <<Ora l’oggetto ci è tornato “cotto” […] solo alcuni colori “metallici” sono specifici da raku>>.

La cosa singolare è che sia “tagliamo” che “cotto” che “metallici” sono termini normali e appropriati (la bocca viene effettivamente tagliata, il pescetto viene davvero cotto, il colore è proprio metallico), per cui in questi casi le virgolette non hanno la funzione di “mettere tra virgolette” un termine il cui uso è metaforico. Allora si tratta forse di una specie di sottolineatura? Con le virgolette le autrici volevano dare enfasi a questi termini? Ma a parte l’improprietà dell’uso, cosa c’è da sottolineare in questi termini?

Apriamo ancora a caso la rivista e leggiamo:

<<Ora la cartapesta si compera “già fatta” […] bisogna preparare quel che ci servirà “dopo” […] apprestiamo un “vassoio” in metallo […]  ed eccola al lavoro sulle sue “piastrelle” […] maggiore è l’ “affondo” dei fiori e dei gambi nella creta, migliore è il risultato […]  scegliete il motivo, ricalcatelo e coloratelo con i pennelli (parti “larghe”) e i pennarelli (zone sottili) […] da cucire c’è sicuramente la forma del cuscino, perché “tenga” bene>>, eccetera eccetera.

In nessuno di questi casi (e di tanti altri) le virgolette assolvono la loro modesta ma utile funzione di contraddistinguere citazioni o discorsi diretti, o di evidenziare la natura tecnica, metaforica, figurativa, ironica o gergale di certe parole. Ma allora a che servono? L’unica spiegazione che ci viene in mente è che le autrici degli articoli, conoscendo la natura delicata delle loro lettrici, cerchino di sterilizzare con le virgolette ogni parola che potrebbe avere un suono anche solo lontanamente offensivo. Una sensibilità esacerbata, quale è quella di molte gentili lettrici, potrebbe forse trovare rudi o volgari espressioni come “già fatta”, o persino scatologiche. La parola “dopo”, evocando il tempo che passa, potrebbe suonare esiziale per le signorine attempatelle, mentre chiunque intuisce che dietro l’ “affondo” c’è qualcosa di sporco, e che “larghe” non suona bene alla boffici, robuste e tarchiate. “Tenga” pare quasi dialetto, “vassoio” lo dice la servitù, “piastrella” è parola da operai e vili meccanici, e così via

Bisogna quindi immaginare che a scrivere questi articoli siano (almeno in spirito) delle suore di un genere particolare, uscite dritte dal diciannovesimo secolo ma con una inarrestabile propensione per il bricolaggio, il riciclo e le tinte pastello. Delle donne che, pur scrivendo per il popolo, si premurano innanzitutto di non usare un linguaggio che ritengono troppo popolare (che il popolo, le rare volte che scrive, cerca a sua volta di evitare come la peste). E’ più o meno la stessa presa di distanza che Calvino vedeva nel lessico burocratico, ma con un’aggiunta di rosa e anche con meno sforzo, perché le signore non rimpiazzano le parole comuni ma si limitano a virgolettarle, come se infiocchettassero una patente merda di cane (non sfuggirà che “virgo” è la vergine, anche del senso, e le virgolette saranno sue ancelle). Sul lettore comune (noi) l’effetto invece è misterioso e inquietante, perché alle virgolette noi ricolleghiamo necessariamente un sovrappiù di senso che invece nel caso concreto non c’è.

Ci sarebbero forse molte altre riflessioni da fare ma pensiamo che provvederà egregiamente Gramellini.

E ora per risollevarci dal tristrume una piccola nota del Nostro su

<<L’uso del Corsivo nei viaggi di Gulliver Continua a leggere

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Un amaro risveglio

Pigrizia, misantropia, ossessione, anarchia passiva: questi i tratti salienti del nostro agente “D”, che dopo la sbrodolata celineggiante riprende di colpo la veridica cronaca del suo viaggio a Phez con il più abusato degli espedienti e il peggior tempismo possibile.

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Pensarono che essere nulla fosse più di essere qualcosa e magari coincidesse con l’essere tutto

“Il perfetto è inconoscibile, inconcepibile e inesprimibile per tutte le creature, in quanto creature. Perciò il perfetto è detto ‘nulla’, giacché non è nessuna di esse”
Teologia Tedesca, anonimo francofortese, 1477.

 “Stay,” he said. “I’ll watch the captain kirk with you.” He got into his shirt. “Remember years ago when there were — what was it? — twenty or twenty-two TV channels? Before the government shut down the independents?”
She nodded.
“What would it have looked like,” he said, “if this TV set projected all channels onto the cathode ray screen at the same time? Could we have distinguished anything, in the mixture?”
“I don’t think so.”
“Maybe we could learn to.[…]He saw apples, and cobblestones and zebras. He felt warmth, the silky texture of cloth; he felt the ocean lapping at him and a great wind, from the north, plucking at him as if to lead him somewhere. Sarah was all around him, so was Danceman. New York glowed in the night, and the squibs about him scuttled and bounced through night skies and daytime and flooding and drought. Butter relaxed into liquid on his tongue, and at the same time hideous odors and tastes assailed him: the bitter presence of poisons and lemons and blades of summer grass. He drowned; he fell; he lay in the arms of a woman in a vast white bed which at the same time dinned shrilly in his ear: the warning noise of a defective elevator in one of the ancient, ruined downtown hotels. I am living, I have lived, I will never live, he said to himself, and with his thoughts came every word, every sound; insects squeaked and raced, and he half sank into a complex body of homeostatic machinery located somewhere in Tri-Plan’s labs.
He wanted to say something to Sarah. Opening his mouth he tried to bring forth words — a specific string of them out of the enormous mass of them brilliantly lighting his mind, scorching him with their utter meaning.
His mouth burned.He wondered why.
Vi el populoso mar, vi el alba y la tarde, vi las muchedumbres de América, vi una plateada telaraña en el centro de una negra pirámide, vi un laberinto roto (era Londres), vi interminables ojos inmediatos escrutándose en mí como en un espejo, vi todos los espejos del planeta y ninguno me reflejó, vi en un traspatio de la calle Soler las mismas baldosas que hace treinta años vi en el zaguán de una casa en Frey Bentos, vi racimos, nieve, tabaco, vetas de metal, vapor de agua, vi convexos desiertos ecuatoriales y cada uno de sus granos de arena, vi en Inverness a una mujer que no olvidaré, vi la violenta cabellera, el altivo cuerpo, vi un cáncer de pecho, vi un círculo de tierra seca en una vereda, donde antes hubo un árbol, vi una quinta de Adrogué, un ejemplar de la primera versión inglesa de Plinio, la de Philemont Holland, vi a un tiempo cada letra de cada página (de chico yo solía maravillarme de que las letras de un volumen cerrado no se mezclaran y perdieran en el decurso de la noche), vi la noche y el día contemporáneo, vi un poniente en Querétaro que parecía reflejar el color de una rosa en Bengala, vi mi dormitorio sin nadie, vi en un gabinete de Alkmaar un globo terráqueo entre dos espejos que lo multiplicaban sin fin, vi caballos de crin arremolinada, en una playa del Mar Caspio en el alba, vi la delicada osadura de una mano, vi a los sobrevivientes de una batalla, enviando tarjetas postales, vi en un escaparate de Mirzapur una baraja española, vi las sombras oblicuas de unos helechos en el suelo de un invernáculo, vi tigres, émbolos, bisontes, marejadas y ejércitos, vi todas las hormigas que hay en la tierra, vi un astrolabio persa, vi en un cajón del escritorio (y la letra me hizo temblar) cartas obscenas, increíbles, precisas, que Beatriz había dirigido a Carlos Argentino, vi un adorado monumento en la Chacarita, vi la reliquia atroz de lo que deliciosamente había sido Beatriz Viterbo, vi la circulación de mi propia sangre, vi el engranaje del amor y la modificación de la muerte, vi el Aleph, desde todos los puntos, vi en el Aleph la tierra, vi mi cara y mis vísceras, vi tu cara, y sentí vértigo y lloré, porque mis ojos habían visto ese objeto secreto y conjetural, cuyo nombre usurpan los hombres, pero que ningún hombre ha mirado: el inconcebible universo. Sentí infinita veneración, infinita lástima.

P. K. Dick
Formiche Elettriche

J. L. Borges
L’Aleph

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La selezione avversa inversa e il discorso ignorante

Il dolus bonus era definito come la consueta esaltazione delle qualità del prodotto (sostanzialmente la pubblicità artigianale), cui nessuna persona normale di fatto credeva. Questo tipo di “dolo”, a differenza delle menzogne, degli artifizi e degli inganni, non poteva invalidare un contratto, trattandosi di innocua furbizia che una persona di media avvedutezza avrebbe dovuto riconoscere.

Però la bella semplicità delle origini non era poi così semplice. La distinzione tra dolo buono e cattivo è sempre stata labile e nell’ultimo cinquantennio si è affermato più o meno il principio opposto, e cioè che quasi nessuna furbizia è innocua. Dal fallimento del mercato dei bidoni (o limoni) si impara che quando i venditori approfittano delle loro maggiori conoscenze per spingere i clienti a comprare i bidoni, questi prima o poi se ne accorgono e cominciano non solo a dubitare dell’esaltazione del prodotto, ma a supporre sempre e comunque l’inganno. In questo modo i clienti tendono ad offrire sempre meno, per prodotti che giudicano sempre scadenti. Ciò abbassa il livello del mercato, che offrirà sempre più prodotti effettivamente economici e scadenti, in una spirale senza uscita.

Il mercato dei limoni viene considerato un caso di “selezione avversa”, che consiste più specificamente in una selezione sfavorevole dei contraenti in seguito a un cambiamento contrattuale voluto dalla parte che intendeva invece ottenere un vantaggio. L’esempio classico è quello delle assicurazioni: se le compagnie alzano i prezzi delle polizze inducono i clienti cauti a rinunciare all’assicurazione e a ricorrere a forme di autoassicurazione. I clienti sciocchi, distratti, pericolosi, invece restano, perché corteggiano il disastro e quindi trovano ancora conveniente il prezzo maggiore.

Tutti e due questi esempi sembrano a loro volta rientrare nel più generale caso dello sfruttamento eccessivo di una risorsa, che col tempo porta alla sua distruzione e quindi al crollo dell’intero sistema. Se i lupi (le assicurazioni, le banche) abusano del loro potere per ingozzarsi di conigli (spennare i clienti), alla fine non resteranno più conigli e nemmeno lupi. L’effetto ottenuto è quindi l’opposto di quello desiderabile.

Di norma questi problemi vengono affrontati supponendo che la parte forte sia l’impresa e che le basti usare un po’ di logica per evitare la selezione avversa. Però da quando sono nati forti movimenti di consumatori si verificano anche casi di selezione avversa inversa: in altre parole, la lotta dei consumatori porta di fatto a stabilire oneri così pesanti per le imprese (di informazione, di protezione) che molte di queste gettano la spugna o cercano di rivalersi altrove, o di passare dal dolo buono a quello cattivo, ossia al puro e semplice inganno. Infatti sembra chiaro che se tu punisci lo spaccio di erba come quello di cocaina, a me conviene spacciare cocaina.

Le imprese furbe, quindi, diventano criminali, e prima o poi trascinano con loro i clienti. Che pretendono giustamente maggiore protezione, interventi dello stato, più obblighi informativi e di protezione, strutture pubbliche che controllino le informazioni, la loro correttezza, completezza, etc. Lo stato si impegna, e obbliga i privati, a spiegare, educare al consumo, consigliare prudenza, attenzione, morigeratezza: tutto il contrario di quel che servirebbe a un’economia che vive di consumo e pubblicità. Anche in questo caso la spirale può autoalimentarsi e portare a un ulteriore abbassamento del livello invece che a maggiori tutele.

Naturalmente niente è così semplice, ma la salutare forza dei consumatori li espone a due rischi: quello della selezione avversa e quello della prevalenza del cretino.

Chi gode maggiormente del processo, infatti, è pur sempre il cretino. Per natura o per scelta, per difetto di educazione o o per qualsiasi altro motivo, il cretino (l’incauto, il pigro, il goloso, il distratto) è l’unico che trae immediatamente un beneficio, potendosi rilassare e anzi diventando libero di esprimere con fierezza la sua cretineria, confidando nella protezione dello stato e sul supporto dei suoi simili, che (si dice) sono sempre maggioranza. E come si dice che la scarsità di lupi nuoce ai conigli, perché gli esemplari malati e tarati non vengono più uccisi e quindi diffondono i loro difetti, così accade che senza un po’ di dolus bonus la cretineria e l’imprevidenza dilagano, fino a che, morto l’ultimo lupo, giungono al potere assoluto e sovvertono i valori, proclamando felicità l’ebetudine, spensieratezza la miopia, generosità l’idiozia, solarità il riso distorto dell’isterico e del folle.

Nota

Ogni tanto la Fondazione rimugina in modo dilettantesco su problemi che saranno già stati discussi ed analizzati migliaia di volte, in genere col risultato di riscoprire l’acqua calda o di arrivare a conclusioni notoriamente errate. In ciò seguiamo la lezione di un precursore di Spallanzani, Macedonio Fernandez, che riteneva ogni uomo tenuto a ricreare daccapo tutta la conoscenza, la musica, la filosofia etc. Uno dei campi in cui siamo meno preparati è proprio l’economia, ma ci attira lo stesso perchè (come aveva già detto qualcuno) contiene un numero sorprendente di illusioni, paradossi e metafisicherie.

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La voce dell’a.i.

Le persone in sintonia coi tempi oggi parlano di Francia e terrorismo e casualmente il seguito della mappata di “D” ha qualcosa a che fare coi due argomenti.

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Una lite tra persone volgari

Questo (non perderti lettore!) è il seguito del papello intercalato (quindi per la precisione è la seconda parte +1 della parte nel mezzo).

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tEh phEz, una parte in mezzo

Molti lettori (uno) insistono perché continuiamo la pubblicazione del taccuino fezzesco. A parte le considerazioni di audience, il problema è che dopo l’arrivo alla stazione di Roma c’è una mappata di fogli sciolti che non sappiamo bene come collocare… ma forse stiamo facendo ancora più confusione. Riassumiamo brevemente i fatti: offertosi volontario per rappresentare la Fondazione alla Phiera del Phez, l’agente “D” viaggia entusiasta verso Marrakech e arrivato a Roma fornisce già prove della sua arguzia.

A questo punto il diario dovrebbe descrivere il viaggio in aereo, e invece c’è la mappata. Che pure parla di un viaggio in Africa, ma non sembra del tutto congruente con quello che c’era prima. Inoltre anche lo stile è diverso, benché la grafia sia sicuramente di “D” (o almeno così dicono i periti). E’ vero che “D” scrive sempre in modo confusionario, ma questo pezzo è più coerente nel suo disordine e quindi dobbiamo pensare che sia una cosa voluta, una sorta di caricatura. Questo ci fa pensare che non sia una parte del diario, ma un racconto che il grafomane “D” stava scrivendo parallelamente al suo vero viaggio in Africa, e che per innato amore del caos ha deciso di intercalare al vero diario. Oppure la spiegazione potrebbe essere un’altra e molto più sinistra.

Ci rendiamo conto che tutto ciò può apparire insensato, e peggio ancora privo di qualsiasi interesse. Tuttavia, per non contrariare il nostro assiduo lettore riportiamo lo stesso il racconto nel racconto.

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Sulla logica fantastica

Volevamo commentare questo libretto di C. L. Dodgson ma poi abbiamo concluso che siccome è molto breve e liberamente scaricabile il passante farà prima e meglio a leggerlo per intero che a passare attraverso le nostre considerazioni.

Ci limitiamo quindi a notare che:

  • questi polisillogismi somigliano molto a un giallo ideale, dove ogni premessa può essere considerata un indizio che insieme agli altri conduce per gradi all’inevitabile scoperta del colpevole.
  • alcuni esempi sembrano contenere più informazioni di quelle strettamente necessarie a giungere alla conclusione. Ad es., l’ultimo dice:
  1. Gli unici animali di questa casa sono gatti.
  2. Ogni animale che ami guardare la luna è adatto ad essere un animale domestico;
  3. Quando detesto un animale, lo evito.
  4. Nessun animale che non si aggiri furtivamente nella notte è carnivoro.
  5. Non c’è gatto che non uccida i topi.
  6. Nessun animale si affeziona a me, fatta eccezione per quelli che sono in casa.
  7. I canguri non sono adatti ad essere animali domestici.
  8. Solo i carnivori uccidono i topi.
  9. Detesto gli animali che non si affezionano a me.
  10. Gli animali che si aggirano furtivamente nella notte amano sempre guardare la luna.

Da queste premesse si deduce che evito sempre i canguri (lasciamo la soluzione in bianco per chi volesse provare).

Costui potrà anche notare che la conclusione sembra discendere già solo dalla combinazione di 1, 3, 6, 7 e 9. Le premesse 2, 4, 5, 8 e 10 sono solo il presupposto della 1 (i gatti uccidono topi quindi sono carnivori quindi si aggirano nella notte quindi amano guardare la luna quindi sono adatti ad essere domestici). La 1 però è data, quindi perché cercarne i presupposti?

Inoltre nella traduzione non è chiaro se la n. 6 si deve intendere come “fatta eccezione per quelli che sono in qualsiasi casa”, o come “quelli che sono in questa casa”. Il testo originale (n. 60) dice proprio “in this house”, quindi la traduzione italiana è imprecisa. La piccola soddisfazione di aver trovato questo errore non chiarisce però il nostro dubbio.

P.S.

Seguendo i consigli di Carrol su come leggere l’opuscolo abbiamo capito il nostro errore. Lo sviluppo è questo:

8+5 = a) solo i gatti sono carnivori;

a+4 = b) solo i gatti si aggirano furtivi nella notte;

b+10 = c) i gatti amano sempre guardare la luna;

c+2 = d) ogni gatto è addomesticabile;

d+1 = e) in questa casa gli unici animali sono quelli addomesticabili;

e + 6 = f) gli unici animali che si affezionano a me sono addomesticabili (questo è il punto che ci sfuggiva: noi pensavamo che bastasse concludere “gli unici animali che mi si affezionano sono gatti”, senza dover precisare che sono addomesticabili, ma questo non avrebbe permesso di escludere i canguri, perché non c’è scritto da nessuna parte che i canguri non sono gatti, mentre c’è scritto che non sono addomesticabili);

f + 7 = g) i canguri non si affezionano a me;

g + 9 + 3 = h) evito sempre i canguri.

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Nel prolifico non essere

Visto il fragoroso e crescente insuccesso del Memoriale del Phez, interrompiamo momentaneamente la noiosa decifrazione per pubblicare un frammento Spallanzanesco. Si tratta, a quanto pare, di una sorta di dialogo immaginario tra l’Elia e sir Bertrand Russel intorno al vecchio paradosso degli insiemi e al cuore del linguaggio.

<<Elia: Supponiamo di fare una lista di tutte le cose che sappiamo (es. quanti satelliti ha Giove, quando è stata scoperta l’America) e una lista delle cose che non sappiamo (dov’è finito il Graal, qual è la strada di un uomo nella donna etc). Chiamiamole Lista S e Lista N.  E’ ovvio che se un elemento sta nella lista S non può stare nella N e viceversa. Ma la lista delle cose che non sappiamo, in che lista sta?

Sir Bertrand Russel: Quale tedioso esercizio.

Elia: Attenzione! In effetti noi la lista delle cose che non sappiamo la “sappiamo”, anche se può apparire infinitamente lunga. Per altro, se la mettessimo nella “lista delle cose che non sappiamo”, come potremmo fare la “lista delle cose che non sappiamo”, visto che non la sappiamo?

Bertrand: Il suo commento è dettato da ineducata empiria.

Elia: Sarà, però così ricadiamo nel paradosso: perché la lista delle cose che sappiamo, che non dovrebbe contenere neppure un elemento che non sappiamo, finirebbe invece per contenere anche tutta la lista delle cose che non sappiamo. No?

Bertry: Se lei si decidesse a leggere i miei Principia invece di fare logica d’accatto…

Elia: Aspetti, sir. Forse è più facile capire con la lista delle cose che ho e che non ho. Tra le prime, una certa tendenza alla grafomania, tra le seconde, una certa femmina. La lista delle cose che non ho, io ce l’ho. Ho la lista ma non le cose che contiene, perché la lista è solo il nome di certe cose in base a una loro caratteristica comune. Tutti i nomi sono solo liste e possono contenere infiniti elementi, uno solo, o anche nessuno.

Bertry: Non voglio nemmeno perdere tempo a farle notare che lei con “nome” intende in effetti “classe”.

Elia: Va bene va bene però un momento: la lista delle cose che ho non è un puro nome, è anche una cosa tangibile, che potrei anche perdere, come perdo le altre cose, e quindi finirebbe nella lista delle cose che non ho. Allora potrei farne un’altra, che sarebbe indistinguibile dalla prima e quindi a tutti gli effetti sarebbe la prima. Così la lista delle cose che ho sarebbe nella lista delle cose che ho e anche in quella delle cose che non ho, o non avevo, o non avrò mai.

Sir: Ma questo è ovvio…

Elia: Forse però no, caro Bertrand. Il problema che pongo è un po’ diverso da quello delle liste che comprendono sé stesse. Nel nostro caso c’è una lista S che contiene una lista N che contiene elementi che non hanno nulla di S. Cercherò di fare un altro esempio, fin troppo semplice…

Il Sir:  Purtroppo questo autobus non si decide ad arrivare

Elia: …l’insieme dei Nobili Decaduti contiene l’insieme dei Marchesi Decaduti, che contiene il sotto insieme (già di per sé piuttosto vasto) dei Marchesi Decaduti Che Stanno Per Sposare Servette.  Orbene, è chiaro che ogni elemento del sottoinsieme, oltre a essere promesso sposo, è anche marchese decaduto, ed è anche nobile decaduto: gli elementi del sotto insieme hanno una caratteristica in comune con quelli dell’insieme, e così via.

Il Sir: Yawn… mi complimento per la sua laboriosa ovvietà.

Elia: Grazie. Però, tornando a quel che dicevo prima, c’è una grossa differenza, perché nel caso della “lista delle cose che sappiamo” (che comprende la “lista delle cose che non sappiamo”), pare che gli elementi compresi nella seconda lista (le cose che non sappiamo) non abbiano alcun elemento in comune con il superinsieme delle cose che sappiamo, pur essendovi contenute.

Bertry: Guardi non la seguo però se vuole seguiti, seguiti pure…

Elia: Però, a ben pensarci, questa è solo un’illusione. E non per via della storia del divieto per gli insiemi di contenere sé stessi, visto che ciò non avviene, bensì per una ragione molto più semplice, talmente semplice che non si vede subito:  le cose che non sappiamo, sappiamo di non saperle. Dunque qualcosa la sappiamo, di queste cose che non sappiamo, e perciò è corretto che stiano nella [lista delle cose che sappiamo [[lista delle cose che non sappiamo]].

Bertry: Temo che il suo discorso resterà impenetrabile finché non inventerà anche dei segni tipografici fonetici.

Elia (sempre più introverso): In effetti, la lista delle cose che letteralmente non sappiamo dovrebbe essere vuota, perché non le sappiamo, e non sappiamo nemmeno che non le sappiamo. E’ singolare però che noi siamo in grado di pensare ad una lista (vuota) delle cose che assolutamente non sappiamo, mentre non siamo assolutamente in grado di immaginare alcun elemento di questa lista. Se lo immaginassimo, infatti, due sarebbero i casi: 1, lo sappiamo, e non va nella lista; 2, non lo sappiamo, ma sappiamo che c’è, quindi non va nella lista. Tautologicamente, si potrebbe dire che non possiamo pensare ciò che non possiamo pensare, ma possiamo pensare a qualcosa che contiene ciò che non possiamo pensare. E questo possiamo tramite il linguaggio.

Bertrand: C’era un mio allievo austriaco che diceva di qualcosa di simile. O meglio, l’avrebbe detto se io fossi rimasto scioccamente ad ascoltarlo.

Elia: Sa, ho come la sensazione che sia sempre la stessa persona a parlare .

Bertrand Russel: Ahahahahahaah ragazzi sta capendo…

Elia: No ma seriamente, in queste sciocchezze è contenuto qualcosa, anche se qualcosa di sbagliato. Come avrebbe potuto la mente percepire la possibilità di alludere all’innominabile, non come ente ma come categoria, senza il linguaggio?  Il negro primitivo che si aggirava per la foreste del Sahara poteva indicare le erbe, gli animali, i poponi, ma non poteva indicare quello che non c’era. QUEL NEGRO FELICE NON CONOSCEVA CHE L’ESSERE.

Il Sir: Forse ignorava addirittura il concetto di negazione.

L’Elia: Ma certo! Non era in grado di pensare, e tantomeno di dire, “oggi non piove”. Come avrebbe indicato la “non pioggia”?  Gli serviva una parola (pioggia) e un privativo (a-pioggia).  Ma come ha fatto ad arrivarci? La parola, e va bene, la prendeva dall’essere, ma la negazione?

Il Sir e i passanti: Come ha imparato, dove ha “visto” il non?

Elia: Il suo cervello rudimentale deve essersi esercitato coi disegni: un bue, la cancellazione di un bue, cioè il non bue. Solo vedendo quel segno (scritto!) ha potuto conoscere la categoria della negazione (ma non ovviamente i suoi membri, che non esistono: egli però deve avere riflettuto che era curiosissimo poter nominare il non essere e non il non essente).

Bertrand: Ma allora questo è solo un circolo vizioso, perché il pensiero superiore non può nascere senza la scrittura e la scrittura non può nascere senza il pensiero superiore.

Elia (ormai irrefrenabile): Noi (voi) salviamo e veneriamo incisioni di animali, disegnini di cervi e mani rosse sulle pareti dei monoliti, ma la rappresentazione di ciò che si vede è una forma elementare di ragionamento, persino alcune scimmie ne sono capaci: disegnano facce, tavoli, ciò che vedono, come macchie. Ma quale scimmia è in grado di cancellare il disegno e pensare “la negazione di un viso”?

Bertry: Comunque trovo che la forma del dialoghetto sia il più volgare artificio divulgativo.

Elia (in crescendo): Ma taci! Le opere d’arte fondamentali sono sempre nascoste. E’ una legge della vita che il volgo possa accedere solo alle forme inferiori del pensiero. Il vero capolavoro dell’arte neolitica è una pietra raschiata, forse risciacquata per anni fino a tornare liscia. Un oggetto che al volgo appare semplicemente una pietra come le altre, abbandonata al bordo della strada. E invece è il primo disegno del “non”, il primo sguardo sull’altra metà dell’universo!

Bertry: Puah!>>

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Alla Phiera del Phez, 4a parte

Abbiamo lasciato il nostro uomo su un treno circondato da individui loquaci e nocivi.  Se continua di questo passo non arriverà mai a Phez! Pur dissociandoci dalle opinioni espresse, siamo costretti a proseguire la copiatura.

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