Cretineria passiva

Il fatto è che è difficile smettere di ascoltare e di leggere i cretini. I cretini sono profondi, affascinanti, intriganti, e poi sono tantissimi. In ogni campo e a qualsiasi livello culturale, dai complottisti più sfrenati ai filosofi pop, i cretini dominano pressoché incontrastati il panorama della comunicazione. E tra l’altro sarebbe strano il contrario, visto che dominano anche in campo pratico. La grande illusione è proprio credere che il mondo della cultura sia meno affollato di cretini di quello, per dire, del calcio: vasto e comune errore. A ben vedere non c’è nessun motivo perché sia così.

Nel corso degli anni abbiamo letto le teorie di un gran numero di mentecatti veri e di complottisti furbi che non sono per niente dei mentecatti ma si limitano ad usare lo stile e i materiali prodotti dai pazzi perché sanno che hanno un pubblico, e pian piano il loro metodo ci è sembrato sempre meno diverso da quello di finissimi analisti della modernità. Abbiamo cominciato a percepire una forte aria di famiglia tra il peggio e il “meglio”: ci siamo accorti che spesso i ragionamenti brillanti che parevano cambiare verso a seconda di come li guardavi dovevano questa strana qualità caleidoscopica alla loro povertà di significato: erano solo frammenti di plastica senza valore posti tra due specchi. Abbiamo provato ad applicare a questi discorsi lo stesso metodo che usiamo con le chiacchiere dei complottisti, e cioè a preferire l’ipotesi più semplice, quella che richiede meno elementi, e il risultato è stato simile: quasi sempre si sono sgonfiati come un tortino di merda. Infine abbiamo indicato alcuni elementi sintomatici come i neologismi superflui o ossimorici e l’ormai noto “paradossalmente” e il nostro inclito pubblico come al solito ha accolto questa teoria come una barzelletta provocatoria o un’ovvietà, perché la percentuale di cretini è sostanzialmente uguale in ogni settore e quindi non potevamo aspettarci altro.

P.S. Poi dice che siamo pazzi… proprio oggi un virologo italiano spiegava agli americani che il sistema sanitario lombardo “paradossalmente” è vittima della sua efficienza.

(Da qui)

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Questa penombra ci rovinerà gli occhi

Ci capita di pensare che il dominio della “critica” di sinistra dipenda anche dalla sua tendenza a fingere la novità, mentre quella di destra tende a ritrovare il passato in ogni fenomeno e quindi suona meno eccitante, anzi deludente.

L’ossessione dei compagni per il “nuovo” non è soltanto una pratica pubblicitaria, anche se lo è in gran parte: dipende pure da una sorta di polarizzazione originaria, qualcosa che probabilmente avviene durante l’adolescenza. La scelta tra due illusioni, quella dello spirito che procede attraverso la dialettica e quella dell’eterno ritorno, avviene per motivi imperscrutabili e forse si basa su una predisposizione genetica.

Ma non sottovalutiamo l’influenza dell’ambiente: solo che le due tendenze, incrociandosi, spesso non si mischiano, ma diciamo laminano, scorrono una sull’altra. Ad esempio il soggetto di destra crede di poter prenotare il weekend sulla luna ma solo con la sua famiglia tradizionale, mentre quello di sinistra vede già la scomparsa dei sessi mentre annusa con voluttà il vecchio libro. Invece di contemperarsi e mediarsi, le due illusioni convivono nello stesso soggetto, in compartimenti stagni.

Questo, però, potrebbe sembrare normale. Il cambiamento avviene a ritmi diversi nell’immensa complessità e soprattutto in base a desideri diversi. Un’idea di progresso uniforme o di pura stasi sarebbe troppo astratta, troppo pura, come anche quella di un non precisabile giusto mezzo. Allora di che cazzo stiamo parlando?

La nostra semplicistica schematizzazione risente del passato da master, di un mondo in cui esistono due orientamenti e una media (legale-caotico-neutrale), o una matrice (si aggiunga l’asse buono-neutrale-cattivo). E ciò perché governare un mondo secondo criteri riconoscibili impone che siano alla portata di tutti. Nei giochi più “moderni” questa matrice viene superata da qualcosa di più “realistico”, da lunghe liste di tratti caratteriali (avido, gentile), da propensioni per oggetti specifici (impazzisce per le rosse, non tradirebbe mai un amico), fino a comprendere l’intera biografia del personaggio, con tutte le sue sbandate (Ulf il saggio iniziò come brigante, ma l’incontro con San Tarallo…). Chiaramente in questo modo non si finisce mai, per certi versi il gioco non comincia mai e alcuni cominciano a pensare che sia del tutto inutile scrivere lunghe biografie del proprio personaggio perché basta “agirlo”. Così nel mondo fittizio ognuno porta solo se stesso travestito da Ulf e tutto diventa opaco, ingovernabile, sempre più simile a quella “natura” che uno voleva giustamente evitare. E il master, che deve assumere tanti ruoli, come potrà esprimere quella complessità senza diventare pazzo? Il potere che non è in grado di semplificare diventa schizofrenico.

Si obietterá che la semplificazione è l’unica cosa che nel quadro politico non manca. È vero, ma è una semplificazione estemporanea, e si direbbe frutto di disperazione. Non riconduce tutto a un sistema “semplicistico”, ma a tanti e spesso contraddittori mini-sistemi. Lo stesso leader politico semplifica più temi in modo diverso e mutevole e questo alla lunga crea più confusione.

Il problema quindi non è l’eccesso di semplificazione ma la rinuncia a una semplificazione organica. Se questa è la condizione per l’esistenza di un mondo orientato in maniera comprensibile, la stratificazione delle pulsioni di cui parlavamo all’inizio resta sintomo di pazzia.

(da qui)

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La destra si procuri almeno una satira, se non una cultura

Alla fin fine il solo motivo per cui non si vedono in giro più satirici di destra è che la satira di sinistra è diventato da trent’anni un settore chiuso, in cui sguazzano sempre le stesse persone. Come nel campo dell’istruzione o della cultura, il “sindacato” dei compagni si è organizzato per spartirsi un mercato sempre più piccolo e allora è chiaro che chi voleva fare di questo suo vizio un mestiere si è dovuto mettere a sparare contro la sinistra. Anche la parabola di Grillo è praticamente questa. Il tutto facilitato dalla caratteristica base di chi fa il brillante, che è l’amoralità. I mezzi per provocare il riso sono più o meno sempre gli stessi, è una tecnica come un’altra e può essere usata in qualsiasi direzione. È vero che chi fa satira spesso finisce per fare anche il moralista, ma è appunto uno sviluppo, non un punto di partenza: spesso dipende più dall’invecchiare che da altri fattori.

Il problema della satira di destra però è che ha poco mercato, perché quello dei ridanciani è un settore che si crea col tempo. La satira crea il suo pubblico, lo istruisce, perché compie operazioni su una serie di figure che lei stessa diffonde tra il pubblico. Il pubblico di destra, quindi, è meno “formato” a ridere della satira rispetto a quello di sinistra, quindi la satira di destra è ancora un settore abbastanza amatoriale, in cui migliaia di disperati si cimentano disordinatamente. E il fatto che i suoi mezzi vengano compresi più a sinistra che a destra è dimostrato, perché i pochi che se ne occupano a un livello strutturale sono proprio i compagni.

Resta ovviamente un vasto settore della comicità legato ai metodi più elementari: animali, bambini, cadute, tormentoni e sfottò dei tormentoni (che chi vuole mostrarsi più giovane chiama “memi”). Potendo essere praticato più o meno da chiunque, è un settore poco monopolizzabile e quindi la sinistra lo guarda da sempre con sospetto e cerca di ridurlo (in genere sottolineando la “violenza” implicita in questo tipo di scene: violenza che, detto per inciso, c’è, ed è proprio quella che fa ridere, come del resto avviene anche per la satira).

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Oggi vi siete ricordati di disprezzare i compagni?

A furia di sbattere il grugno contro la realtà Candido si accorge che l’unica cosa da fare è chiudersi nell’orto a coltivarlo. Il Candido di oggi, il compagno Candido, invece resta convinto che un altro migliore dei mondi è possibile.

Nato in una famiglia borghese, cresciuto in una scuola ambigua e permissiva, svezzato in un’università di impianto prettamente camorristico, a sua volta borghesemente installato in uno dei tanti cubicoli dell’apparato statale, il compagno Candido non ignora le brutture e le malizie del mondo, di cui anzi è buona parte, ma l’orto-giardino lo fa coltivare al marocco e nei vasi di plastica infila tante piantine forestiere, ironicamente tradendo la vocazione alla chiusura dell’agello. E mentre ordina la spesa all’Esselunga per poter dare la mancia al rider e lenire così le ingiustizie sociali programma già di combattere un altro po’ il razzismo andandosene in vacanza all’Eldorado, che sotto la pioggia di disdette ora offre il volo di andata e ritorno a quindici euro.

Di tutto ciò il compagno Candido forse è consapevole, ma il banale trucchetto del sarcasmo appreso dalle sit-com degli anni ’80 gli permette di ridere delle sue contraddizioni e di trovarle persino interessanti. Lui gioca a giocare a fare il cinico ma in fondo si crede ancora un puro, Candido appunto, che per legittima difesa gioca a giocare a giocare di essere quello che non è, in una vertigine di travestimenti: eccolo assumere tutti i ruoli immaginabili, dalla donna abusata al profugo, dal miliardario benefattore al bieco sfruttatore vittima a sua volta del capitalismo, in quella specie di teatro di marionette che nel suo cervello si permette di chiamare “compassione”, e nemmeno, perché è una parola pretesca, condiscendente.

(da qui)

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Mille anni di impotente protesta

In generale, il fatto è che la realtà somiglia sempre di più a quelle satire didascaliche degli anni ’70 in cui, sull’esempio di Pinocchio e del suo giudice gorilla, ad ogni categoria venivano semplicemente affibbiate le caratteristiche opposte a quelle proverbiali: così il giornalista era un illetterato, il poeta smemorato, il chirurgo cieco, lo sbirro ladro, il prete puttaniere e il grande attore maledettamente bofonchiava, e tutti applaudivano lo stesso.

Il vecchissimo arnese del mondo rovesciato: che si mostrava già a margine dei testi di mille anni fa come protesta tollerata e quindi FALLITA.
Che cosa potevano produrre mille anni di protesta impotente se non la totale corruzione? Non faceva neanche più ridere, anzi era la consolante conferma che le persone decenti, se sfortunatamente capitasse di incontrarne, costitutivano solo un’eccezione.

È vero che in contemporanea la televisione continuava a diffondere storie esemplari, personaggi virtuosi, messaggi di speranza, ma il già avvenuto rovesciamento implicava la ricezione di queste storie come puramente fantastiche. E infatti in Italia storie fantastiche nel senso tradizionale del termine non se ne producevano affatto, perché quelle dei personaggi esemplari bastavano ampiamente a soddisfare il bisogno di evasione dal mondo. Che bisogno c’era di favole con gli elfi e i draghi quando potevi vedere ogni momento il medico eroe e il poliziotto umano ma incorruttibile?

L’inesistente fantascienza italiana era tutta lì, sta ancora tutta lì, nelle serie televisive palesemente ambientate in un’Italia parallela, con un linguaggio parallelo (nessuno parla come parlano nei film italiani). Eppure la realtà mostruosa, rappresentata abbastanza fedelmente nelle presunte satire (anche se mai fino al vero e completo orrore), continuava a essere chiamata satira: gli spettatori continuavano a guardare il mondo a testa in giù che era evidentemente il loro mondo ma si sforzavano di riderne. Si sforzavano, ma ci riuscivano sempre di meno, finché quelle satire sono state abbandonate perché “non fanno più ridere”. E quindi si è tornati a una comicità prettamente fisica, di gente che sbatte e cade, una specie di paperissima senza fine, senza tregua.

(da qui)

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Ancora perle ai porci

Sotto la forte impressione causatagli dalla lettura del Beovolfo, Elia Spallanzani cominciò anche a scrivere una sorta di suo poemetto barbarico che però, puccioppo, non aveva niente a che fare coi vichingi e nemmeno allitterava. Se ne rendeva conto, ovviamente, il pastore dei versi, e infatti dopo un po’ proseguì in prosa, per sconcludere infine al suo solito modo. Ma la prima parte conserva una certa sonorità, qualcosa che vuole la declamazione, come ogni persona bennata potrà avvertire:

“Sentite! quel giorno Olfo, il figlio di Ecbeon,
solo se ne andava al mare, cupo,
ancora masticando un suo malestro
per la ragazza
che non gli era riuscito di traviare.

Per strada e sulla spiaggia se ne andava
sfogando la sua rabbia con il luogo,
il mendico, i bagnanti, con l’apina
e in specie il venditore di gelati
co-occo-ooo!

“La spiaggia è tutta rocce!”, lamentava
“e ciò mi manda in bestia”. Grazia
non ce n’era nel suo cuore
né riconoscenza, per quella vacanza
offertagli dai fati: così, a gratis.

Ma ad ogni cosa forse pone gli occhi l’Arbitro
e dunque mentre papariava,
splendida nell’acqua perse l’equilibrio,
stupidamente
e cadde con la tempia su una roccia.

Fu rumore di carne pestata
e quando si svegliò ormai era sera. Il mare
scintillava stranamente e lui si accorse
di avere il piede tra le rocce intrappolato.
Gridò, ma non venne nessuno, allora disperò

quel prode, tirò, storse la gamba, il male
facendosi da solo. Era bloccato
a due metri giusti dalla riva, bassa nell’acqua,
e dopo un po’
tutto gli sembrò ridicolo.

“Comincio a credere
che sto sognando”, si disse Ulf,
il fabbro di artifici, poi pensò
“quel mendico mi ha forse maledetto”.
Rise come un fesso lì nell’acqua,

poi una furia
traboccò dalla sua mente,
con una pietra
si accanì attorno al suo piede, scheggiò la roccia
inutilmente, tagliandosi le mani.

Ma la botta
nella tempia forte era stata, giacchè ora sentiva
il rumore del mare solamente,
che per tutta la notte lo sbatacchiò
sopra le pietre, riempiendolo di tagli.

Così durò la notte, angustiato
da fredde correnti, morso dalla roccia
e un tratto fu colto dal rimorso, rivide il suo passato:
pensava alla ragazza, ma si disse
che di quella sporca storia era innocente, almeno.

La trappola in quell’occasione
gliel’aveva tesa lei, invero. Appena fu la luce
ricominciò a gridare
ma la spiaggia ormai era vuota
ed in suo aiuto non venne nessuno.

“Verranno”, disse Ulf, la testa che pulsava
“oggi è domenica e quando i ragazzini
avranno svegliato il Padre, la macchina caricheranno
per la consueta gita. Verranno,
e dove altro possono andare?”

Ma ormai il disco del sole, chiaro viso,
da mille volte cento battiti
si arrampicava sulla volta azzurra
e lui, reietto dalla spiaggia,
restava solo. Si struggeva dalla sete.

La terra a pochi metri era già un forno,
il mare esecrato fumigava. Allora
provò a bere l’acqua salsa, sputò,
si ricordò che bere il mare
infine l’avrebbe ucciso,

quando improvvisamente
si annuvolò il cielo ramato, sentì puzza di ozono
e prima di un battere d’occhi
venne la pioggia, rada e fine,
cadendo con lenta possanza.

“Adesso al mare non verrà nessuno”,
pensò l’uomo, “neanche lo facesse apposta.
Almeno avrò un po’ d’acqua”
e aprì la bocca, il collo intorpidito
piegando verso il cielo

e pensò ancora “è strano,
è troppo strano
che appena ho avuto sete venne pioggia”.
Così accade talora di misconoscere la grazia,
o il suo contrario.

Passava il tempo
e lui si fè coraggio,
ora vedeva attraverso il mare:
aveva la caviglia intrappolata
tra il fondo e una sporgenza:

come la lepre che quasi è sfuggita
alla tagliola e, volta su un fianco
si torce senza posa, strazia i nervi,
i legamenti della sua lunga zampa
traditrice. In quella morsa

la carne gli diventava azzurra.
“Fa un male del diavolo”,
disse, con più calma ponderò la situazione
e ora con metodo scelse un’altra pietra,
prese a colpire:

tra grida e le bestemmie,
spruzzando acqua incise quella roccia
poi seduto
afferrò la sporgenza, tirò,
i muscoli del collo e del schiena

tesi in unico dolore. A un tratto
gli sembrò che il duro scoglio
cedesse di un millimetro,
così tirò di nuovo, il piede
storpiato nello sforzo, la pelle

grascinata. Sentì le ossa cedere,
farsi di lato, qualcosa gli schioccò
dentro al malleolo, e vide bianco
dei vortici di luce, mentre il dolore
correva verso l’alto. Così fu libero.

Trionfante
si volse a guardare la sua spiaggia:
c’era una sedia. “Com’è possibile?”,
prima non c’era. “Qualcuno è mai venuto nella notte
e non mi avrà né visto né sentito?

Che fa qui quella sedia abbandonata?”
Il freddo lo avvolse,
Fece per alzarsi e non riuscì,
il piede non teneva. Ricadde nell’acqua
e ridacchiando, con una smorfia

sputò all’aria invulnerabile e disse “va bene,
se vuoi che strisci, striscerò.”
Poi fece forza coi gomiti
e si avvicinò alla riva, palmo dopo palmo,
trascinando il corpo inerte nell’acqua.

Scivolava senza fatica sulle rocce smeraldine,
Pregustava già il trionfo, sua la riva,
la scala e con più forza, ora smanioso
lui si gettò in avanti e a un tratto
qualcosa lo punse. Urlò

e la risacca lo tirava indietro. Aveva
l’avambraccio ricoperto di spine…”

(da qui)

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Ai nostri lettori

I nostri lettori sono come quei compagni (e ancora di più quelle compagne) che ogni mattina scambiano due parole col faceto edicolante, si beano della sua verve, echeggiano le sue uscite, e poi tornano a casa a leggersi i giornali gratis con la navigazione in incognito o il codice della zia maestra, che tanto a lei la carta dell’insegnante non serve; poi quando un bel giorno trovano l’edicola chiusa per sempre corrono su twitter a criticare l’impoverimento del mondo per colpa del fascismo.

Ma in fondo per mantenere il vostro stile di vita da parassiti qualcuno bisogna pur depredare, no? Per mantenere il vostro ributtante ghignetto da cretini qualcuno bisogna pur depredare, e allora tanto meglio se lui si lascia così facilmente depredare.

Da qui.

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L’economia spiegata ai progressisti

Provate a chiedere al progressista riflessivo medio se il latte debba avere un prezzo minimo che remuneri l’allevatore. Dopo vari contorcimenti e distinguo, probabilmente dirà di sì.

Ovviamente è anche convinto di avere il pieno diritto di spendere il suo stipendio su Amazon cercando il “buon prezzo” della pubblicità*. Crede di metterlo in culo all’intermediario, perché in fondo il progressista riflessivo non è ancora diventato abbastanza riflessivo da accorgersi che anche l’intermediazione è un lavoro. Lui rimane fanciullescamente convinto che lavoro=contadino, che poi è il motivo per cui ha fatto di tutto pur di prendere il posto invece di curare le pecore di famiglia.

Se gli fate notare che in effetti Amazon non lavora gratis, come lui evidentemente pensa, nonostante la laurea, e che Amazon (da un punto di vista compagnesco) è assai peggio di un intermediario perché è proprio il padrone del mercato, e che compete slealmente attraverso l’elusione fiscale, elusione di cui lui progressista in parte si giova, vi risponderà che esagerate, che fate i puri, che lui in fondo compra ogni tanto e solo perché nei negozi non trova competenza e cortesia. Non arriverà mai ad ammettere che sta partecipando alla spoliazione della comunità e che il suo comportamento è egoistico e incivile come buttare l’immondizia per strada o comprare merce di contrabbando. Questo non riuscirà mai a dirlo, nemmeno in privato.

Dopotutto lui in virtù della ritenuta alla fonte delle imposte è automaticamente innocente. Lui non può evadere, al contrario dei commercianti ladri ed ebre… stava quasi per dirlo, ma si è fermato in tempo. E siccome ogni tanto lo accusano di eludere il lavoro, giacché non può evadere le tasse, allora la convinzione di essere un contribuente modello è tutto ciò che resta a tenere in piedi la sua superiorità morale. Ne deriva che qualsiasi allusione a una sua complicità con un gigantesco evasore rimbalza contro questa resiliente** corazza psicologica. (da qui)

P.S. Per riassumere: immaginate una vignetta in cui il progressista riflessivo scrive su fb: “Briatore spiegaci come hai fatto davvero i soldi!!”. Nella vignetta successiva, alla domanda “Come farà Amazon a vendere i portatili a 10 euro in meno?”, lui risponde: “Eh, chissà. Sarà l’efficienza degli algoritmi”. (da qui)

Note

*Il fatto che Amazon sia passata da pubblicità del tipo “qui trovi quello che vuoi” (es. il pony) a “qui paghi meno”, indica chiaramente la strada. Anche il tipo di acquirente mostrato nella pubblicità è cambiato: prima era la giovane coppia alternativa, ora sono quasi tutti: anziani, sportivi, persone sole. Non solo la platea degli acquirenti si allarga ma la competizione tra i venditori diventa ancora più feroce di prima, mentre Amazon in qualità di gabelliere concorrenti non ne ha e quindi può investire in pubblicità destinata a migliorare la percezione del marchio, come ad esempio quella in cui assume le minoranze (e del resto chi ci andrebbe a lavorare se non persone in gravi difficoltà?). Quindi Amazon ha avvertito una certa ostilità nei suoi confronti, visto che di fatto per dimensioni è uno stato oligarchico che sfrutta l’arretratezza e la disarmonia delle legislazioni per drenare risorse in paesi compiacenti, e la sua reazione è spiegare che vuole il bene dei piccoli produttori locali e della gente umile che “vuole farcela”. Tutto rego, tutto già visto. Chi compra anche il detersivo su Amazon lo sa, e in fondo perché non dovrebbe approfittare? Anche lui usa la stessa tattica di Amazon, e ad esempio racconta ogni momento di quella volta che ha dato la mancia al fattorino: l’aneddoto è l’equivalente dello spot di Amazon, migliora l’immagine. (da qui)

**La fascinazione della sinistra per la parola “resilienza” ha qualcosa di demenziale che si può spiegare solo supponendo che non sappia cosa significhi e la consideri una versione più alla moda di “resistenza”. Invece “resilienza” indica, a un dipresso, la capacità di riassumere la forma che si aveva prima dell’urto. La radice infatti è “rimbalzare” e quindi è (involontariamente) adattissima a descrivere il muro di gomma cerebrale dei compagni. Può succedere qualsiasi cosa, può cascare il mondo ma loro dopo un po’ tornano esattamente gli stessi di prima. Rimbalzon rimbalzoni, conservano sempre la loro forma picea, gommosa, sostanzialmente impermeabile alla realtà.
Notare che con i frantumi di una colonna si può costruire qualcos’altro. Dopo che una cosa disgraziatamente si rompe, può esserci un cambiamento. Ma la palla di gomma dei compagni ha natura esclusivamente conservatrice: si può solo giocarci a tirarla nel muro e poi a tirarcela ancora, per anni e anni e anni. (da qui)

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Un po’ di pietà per i compagni

D’altro canto i compagni bisogna capirli, e apprezzarli. Hanno subito tante ingiustizie. Negli anni ’70, quando il partito era forte e tanta gente lavorava, i compagni si accorsero di botto che il popolo, nonostante avesse risolto parecchi problemi materiali, restava insistentemente mafioso e fascista. C’era da impazzire. Ma come? Avete avuto la macchina, avete avuto il frigo, avete avuto le ferie e tutto grazie a noi, alla nostra lotta! E ancora votate per quei porci? Non c’era niente da fare, evidentemente si trattava di un problema di “cultura”: ossia, detto in un altro modo, il popolo non capiva qual era il suo bene. Da ciò un sempre maggiore investimento delle energie compagnesche nei settori dell’istruzione e della comunicazione, che detto per inciso avevano anche orari comodi.

Avevano sottovalutato, i compagni, due cose: la prima, che il popolo non stava poi benissimo (loro, essendosi sistemati, tendevano a pensare che si fossero sistemati anche gli altri), e la seconda che non c’era limite ai bisogni, e che questo non era tanto un problema culturale ma industriale. Era possibile, anzi era necessario accrescere i bisogni attraverso la comunicazione, ma era praticamente impossibile fare l’inverso, tanto più che loro per primi non avevano nessuna intenzione di ridurre i propri.

Naturalmente tra i compagni ci fu anche chi capì: non erano proprio andati tutti a scuola inutilmente: però capire suonava disfattismo, faceva quasi pensare che non ci fosse speranza, e allora era meglio andare avanti così, continuare con la cultura, più cultura, più giornali, libri, cattedre, più corsi e lezioni, prediche e segni, soprattutto un sacco di segni, simboli, col popolo ci vogliono. Prima o poi avrebbe funzionato, e comunque gli orari restavano comodi, le pensioni vicine, l’avvenire, tutto sommato, radioso.

P.S. Da qui.

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Una facile previsione

I compagni più divertenti sono quelli che dall’anticamera della pensione riflettono a voce alta sul loro fallimento. Abbiamo fallito!, dicono con virile sconforto. Avevamo ragione ma siamo stati battuti! E giù aneddoti su quella marcia, su quello striscione, su quel discorso infuocato all’assemblea condominiale. Loro sono sinceramente convinti di aver lottato per cambiare il mondo e di aver perso. Ci credono davvero. I complessivi due giorni di pacate proteste che hanno accumulato in un’intera vita perfettamente borghese, nel periodo storico più facile dell’umanità, gli conferiscono anche la tragica grandezza del fallimento.

Speriamo anche noi un giorno di poter fare lo stesso, di poter dire “eh, sul covid avevamo ragione e non ci hanno ascoltato! Abbiamo combattuto, lottato ferocemente su facebook e subito lo scherno degli imbecilli, patito la violenza dell’incacaggio! Avevamo ragione ma non ci hanno ascoltato! Abbiamo (ma con quanta ragione) fallito!”

Invece non lo diremo. In primo luogo, perché non arriveremo mai all’anticamera della pensione, che è il posto da cui si fanno questi discorsi, e poi anche perché forse non siamo abbastanza compagni.

Ma state a sentire, e insegnatevi questo: non siete stati sconfitti, per la banale ragione che non avete combattuto. Non avete mai combattuto, avete inciso sugli eventi come una palla di gomma, meno ancora del già nulla che fa ogni uomo. Avete parlato molto, questo sì, ma questo e basta. Non siete nemmeno riusciti a fallire. La decenza vi imporrebbe di tacere almeno adesso, ma voi la decenza non la conoscete.

Da qui.

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Come diventare fascisti

Anche la Fondazione sta cercando di diventare fascista. Troppo è diventato lo schifo per i compagni e le compagne, troppo vomitevole è sentirli concionare. Il problema è che in questo paese i fascisti mediamente sono pazzi. Non si accontentano di essere fascisti, no: devono anche aggiungere qualche stronzata assolutamente gratuita come negare il surriscaldamento o l’efficacia dei vaccini. Bisognerebbe creare una pagina tipo “Fascisti ragionevoli”.


Il discorso potrebbe anche essere serio. Come mai tra i fascisti sono così diffuse teorie del tutto irrazionali? Anche i compagni sragionano, è chiaro, ma la loro follia di norma riguarda il futuro, continuano a credere in sviluppi impossibili o comunque a sottovalutarne le conseguenze. La pazzia dei fascisti invece è più un rifiuto di ciò che sta già succedendo, anzi che spesso è già successa. È come ciò che dicevamo della propaganda di destra e di sinistra: la sinistra si culla nelle sue previsioni infallibili mentre la destra in fondo non crede nel futuro, pensa a breve termine, crede che le cose bene o male siano sempre uguali, quindi è impossibile che stiamo distruggendo il mondo, e non è vero che i vaccini hanno cambiato la storia dell’uomo.

Su un punto la destra ha qualche ragione: l’uomo cambia molto lentamente, e molto poco. Fondamentalmente cattivo, nel profondo l’uomo è cambiato così poco rispetto alla sue convinzioni che la speranza dei compagni in realtà è molto più irrazionale del rifiuto dei vaccini. Però la pazzia dei fascisti si vede subito, si vede ora, è lampante, mentre quella dei compagni si vede sulla distanza, e la distanza è ciò che non vogliamo vedere. La distruzione della memoria intensifica entrambe le tendenze: i compagni non vedono quanto poco siamo cambiati, i fasci non vedono che il tempo non è fermo, e alla fine le due posizioni si confondono, possono anche invertirsi, diventa tutta una questione di occasioni, temperamento, moda, diventa come il gusto per un tipo di scarpa o un altro.

P.S.
La passione dei compagni per la falsificazione del passato, la censura e la distruzione di ciò che non è più in consonanza con la loro visione del futuro si spiega facilmente considerando che, appunto, è molto più sicuro cambiare il passato che il futuro. Le previsioni dei compagni possono magari ogni tanto non avverarsi, benché ciò sia stranissimo e anche incomprensibile, ma cambiando il passato questo rischio non si corre: andrà proprio tutto esattamente come previsto.
Di nuovo, è ironico che questa mania in fondo alimenti l’impressione di un tempo fermo, che è proprio il presupposto dei fascisti: oggi è come ieri e domani sarà come oggi.

Nota: da qui.

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Il Museo degli Sforzi Inutili

In soffitta abbiamo ritrovato qualche centinaio di vecchi gialli, dei dischi, un borsone pieno di riviste d’architettura che non abbiamo idea da dove siano uscite, diversi giuochi di ruolo e vecchi moduli di d&d, una scatola con modellino di nave da costruire, un’altra scatola però di latta e piena di foglietti scritti a penna, che non abbiamo voluto leggere.

C’erano anche bicchieri rotti, tazze con disegno umoroso, viti e rondelle e una serie di filtri per rubinetti, degli animaletti apparentemente di pietra, piatti, in particolare un riccio un elefante e un coniglio (che di certo non erano nostri, eppure rappresentano, almeno due, dei nostri animali totemici).

Poi c’erano tanti altri oggetti disparati, una coppa di un torneo di calcetto, il dizionario etimologico Tommaseo, delle coppette che dovevano essere portacandele, un cubo di metallo vuoto, tutto traforato, un pezzo di candela di quelle vecchie, lunghe, non i cilindrotti che fanno ora, che sembrano muffin (mentre i muffin sembrano piante grasse, e le piante grasse pasticcini). C’era anche un grosso posacenere giallo con su scritto “xxx investigazioni”, assolutamente inspiegabile.

Ci sono tanti anfratti, tante cose, gusci di cose, cartoni triangolari di chitarre, vetri rettangolari che dovevano far parte di una finestra stile inglese, mattonelle di cui non si trova l’uguale nell’edificio, piccole cornici di legno, in numero soprendente, tutte vuote tranne una con una meridiana di ceramica rotta. Da qualche parte c’è persino una moto, l’insegna di un negozio, un calcetto di quelli che andavano a gettone, una serie di barattoli di vetro pieni zeppi di vitarelle e bulloni e piastrine e perni e chiodi e altri oggetti di ferro meno identificabili. Ci sono vecchi computer, tini per fare il vino, maniglie color ottone, vasetti porta cintronella, appendiabiti con il manico che si usavano per gli armadi molto alti.

La quantità di roba che ci si tira addosso nel giro di non molti anni è così spaventosa che la batte solo la quantita di carte che uno si tira addosso, e poi la quantità di file. Eppure non ci decidiamo mai a buttare niente, soprattutto perché spesso non ci sembrano neanche cose nostre. Ci diciamo sempre che conviene metterle da qualche parte in una busta, casomai un giorno il proprietario tornasse a reclamarle. Questa cosa di essere dei pigri custodi è sempre esistita in noi, anche prima che ci riducessimo a reggenti del trono spallanzanesco. Noi sentiamo da sempre che qualcuno tornerà a chiederci conto di ogni minima viterella, e la cosa peggiore è che non è vero.

P.S.
La cantina della Fondazione è piena tra l’altro di specchi. Ieri ci siamo accorti che uno è caduto (era più o meno due metri quadrati) e si è scomposto in tante lunghe lamelle vagamente falciformi, oltre che in un miliardo di frammenti più piccoli. Abbiamo rimosso solo questi ultimi, lasciando il resto dell’opera d’arte al suolo. Potrebbero già essere passati anni da quando si è frantumato e questo spiegherebbe alcune cose, ma a suo modo è stranamente bello.

P.P.S.: da qui.

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Non giocare il cincillà, perché anche lui ti gioca

A grande richiesta, sintetizziamo la nostra mini conferenza sul cincillà cui accennavamo nel post precedente:

Ultimamente abbiamo preso il vizio di guardare video di cincillà. Come sono pupazzeschi e piriformi e rimbalzini, con le braccine corte e le lunghe zampette posteriori. Sembrano dei mini canguri grassi e pelosi.

Il cincillà è meravigliosamente peloso ma, come i gremlins, non va lavato, altrimenti prenderà di muffa: invece bisogna approntargli un bagno di sabbia, che lui prenderà ogni giorno, rotolandosi e impanandosi come una cotoletta: e da quella polvere uscirà netto: da quella cenere.

Il cincillà non è solo un animale notoriamente peloso, ma anche tragicamente sociale: non sa vivere da solo e quando ha compagnia si stringe ai suoi simili, anche durante l’estate più micidiale. Così, potendo dissipare calore solo con le orecchie, spesso muore cotto di socialità.

Il cincillà non è un animale brillante: quando non saltella follemente in giro se ne sta più che altro fermo, si lascia sfruculiare col dito e se porti qualcosa all’altezza delle sue manine l’afferra e resta così, a fissarti. Talvolte sbatte gli occhi e questo è più o meno tutto.

Eppure ci sono migliaia, milioni di video di cincillà che fanno tutti sempre le stesse 2 o 3 cose: saltellano follemente, stanno impalati o reggono un cartoncino. Nessun fiero proprietario di cincillà resiste alla tentazione di sfoggiare il suo, indistinguibile dagli altri.

Lo stesso ovviamente accade per altri prodotti, animali, figli, ma con i cincillà l’orrore del fenomeno è particolarmente evidente, perché sono forme viventi ma stereotipate come pupazzi, proprio come i loro proprietari.

Poesia:

Quando il cincillà resta impalato

e ti fissa coi suoi occhietti

globulosi e folli

mentre con la zampina destra

atroce caricatura di una mano

traccia nell’aria brevi segni demoniaci

il naso fremente, tutto arte

il baffo saturo d’orrore…

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La lezione delle ombre, II

L’altro giorno illustravamo alcune nozioni base sul cincillà quando abbiamo avuto l’impressione che gli astanti non fossero pienamente soddisfatti ed anzi manifestassero persino dei segni di tedio, se non proprio di odio, per l’argomento. D’altronde loro, fino a qualche istante prima, stavano parlando animatamente dei loro animali, e la differenza sta proprio in questo: che il popolo riesce ancora ad avere un minimo interesse per i fatti singoli (che invece noi troviamo noiosi, insopportabili), mentre qualsiasi discorso generale gli suona intollerabile come una puntata di superquark. Se noi, per dire, avessimo parlato delle cose insignificanti che fa il nostro cincillà (che tra l’altro non abbiamo), allora ci sarebbe stato quell’elemento umano ed emotivo cui la gente tributa ancora un briciolo di interesse, per il solo motivo che si rivede in chi parla. È come la storia delle foto di paesaggi, che attirano più attenzione se contengono anche l’immagine di una persona (mentre per noi è il contrario: tranne che in rari casi, la presenza di un individuo ci rovina il paesaggio).

E del resto, come pensavamo di suscitare interesse senza mostrare nemmeno una foto? Quando ormai chiunque, anche se parla di una sua esperienza diretta, ti fa vedere la foto o il video dell’evento? Come in quella satira, di quel popolo senza linguaggio, che si portava dietro tutte le cose di cui doveva parlare per mostrarle all’interlocutore. 

Quindi per sfuggire alla nostra mini conferenza sul cincillà una donna ha preso a parlare delle sue vacanze: in luoghi clamorosamente turistici, a tappe di una notte per isola onde collezionarle tutte: e tutto il suo resoconto dell’esperienza è stato un profluvio di bello e bellissimo, come se una persona più che scolarizzata conoscesse solo quest’aggettivo. È seguita la carrellata di foto e di video, versione ancora più atroce del vieto “filmino delle vacanze” degli anni ’90 perché l’uso del cellulare impone di mostrare tutte le foto a una persona per volta, mentre gli altri si distraggono frugandosi nel naso o si mettono a guardare il loro, di telefono, preparando la rappresaglia.

E tutte quelle foto (piccole, dai colori super saturi, zeppe di gente, guardate senza agio mentre l’autrice le sfoglia nevroticamente sotto i tuoi occhi) ci hanno fatto per l’ennesima volta pensare “ma noi che ci facciamo qui?”. Durante le nostre brevi vacanze in luoghi prossimi e negletti non abbiamo fatto forse nemmeno una foto, anche se siamo stati inevitabilmente coinvolti in qualche foto altrui. Come potremmo mostrare questa esperienza se non a parole? E come non passare al generale, visto che la nostra singola esperienza è insignificante, o la sua parte significativa è troppo personale anche solo per pensare di esporla ad estranei? Perché estranei sono, anche se li vedi tutti i giorni. Tanto vale tacere, ripensare al cincillà, non a uno specifico cincillà ma all’iper cincillà di cui tutti gli esemplari sono mere copie imperfette, e che vive nella mente.

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Libri per l’estate: la biografia di Togliatti

Scrivevamo alcuni anni fa:

Per un felice caso, dopo la biografia di Lenin ci è venuta a mano quella di Togliatti scritta da G. Bocca. Anche in questo caso il biografo manifesta subito il suo odio per il personaggio e ci è molto piaciuta questa storia di perdere anni per scrivere la vita di uno che ti sta sul cazzo perché conferma che ormai l’unica forma di obiettività riconosciuta in questo paese è l’odio. Abbiamo letto solo qualche pagina perché troviamo insopportabile lo stile di Bocca e comunque in confronto alla storia di Lenin i fatti sono piccoli e noiosi. Siamo andati a guardare il periodo in cui Palmiro sosteneva Stalin contro Trozchi (scriviamo così perché ci rifiutamo di calare il capo di fronte alla grottesca e imprevedibile grafia di questi nomi forestieri). La cosa divertente è che i compagni italiani, tutta gente che in una fabbrica non ci aveva mai messo piede, si cacavano moltissimo in mano dei russi: si rendevano conto che quella era gente che non scherzava nemmeno per il cazzo, che quando parlava di distruggere, schiacciare e trascinare con la forza non era tanto per dire. In confronto all’ubriacatura di parole tipica dell’italietta, i russi sembravano reali e spaventosi come orsi entrati nel pollaio. Gli italiani a Mosca vedevano perfettamente che il comunismo era un’isola di poche migliaia di fanatici in un mare di contadini niente affatto persuasi e anzi ostili. Anche se i metodi del baffone gli ripugnavano, capivano che realisticamente non si poteva fare altrimenti: la guerra era innanzitutto contro il proprio popolo ma questa era la conseguenza necessaria di una rivoluzione comunista scoppiata quasi per caso nell’ultimo paese in cui teoricamente doveva scoppiare. Gli eventi andavano contro la teoria, eppure andavano. Il contrasto stridente fra il marxismo e il leninismo, che invece venivano presentati come un corpo unico, stava producendo quella particolare malattia mentale che poi sarebbe stata chiamata bispensiero, e che ha avuto molta più fortuna del comunismo: infatti oggi appesta tutti i settori della vita.

P.S. Comunque non vorremmo aver dato l’impressione di non volere bene al compagno Togliatti. Se milioni di italiani l’hanno pianto doveva essere per forza una gran carogn… ahem, una grande anima. La sua posizione era oggettivamente difficilissima. Sopravvivere nel manicomio russo, dove un gesto casuale poteva farti uccidere senza sapere nemmeno perché, richiedeva una cautela e una scaltrezza che in confronto il topo più sfuggente è un tifoso del Napoli col putipù. E non si trattava solo di paura per la propria vita, ma per le sorti di un’idea che pareva valere più della vita. Erano davvero tempi incomprensibili per noi, che in qualsiasi ridicolo pagliaccio vediamo la minaccia di un dittatore ma non abbiamo più la minima idea di cosa sia il terrore, il terrore VERAMENTE VERO, quello che liquefa il cervello e la gente si uccide pur di non affrontarlo. Dicono che la nostra è un’epoca di paura ma questo è davvero grottesco: la gente che si è fatta due guerre mondiali, tra Hitler e Stalin, forse sapeva cos’è il terrore, e fin dove può condurre: in un posto infinitamente calmo, una soprannaturale landa ghiacciata da cui si intravedono lontanissime montagne azzurre, affilate come forbici dalle correnti a getto. Vai avanti.

P.P.S. Sempre nel libro su Togliatti avevamo letto una bella scena ma non ritroviamo il segno, quindi la raccontiamo a memoria e potremmo anche non essere al 100% fedeli:

gli italiani a Mosca vengono invitati in una stanza col baffone. I suoi sgherri gli chiedono (agli italiani, no al baffone) di votare un severo rimprovero al compagno Troschi per certe cose non belle che ha scritto. Intorno a Troschi volano già gli avvoltoi, ma forse gli italiani non se ne sono ancora resi del tutto conto e ingenuamente si dicono dispostoni a votare dopo aver letto queste cose. Nella stanza cala il gelo: in effetti nessuno ha letto le brutte cose scritte dal compagno Troschi, gli dicono, e nessuno deve leggerle, perché potrebbero demoralizzare i compagni. A un certo punto la situazione si fa tesa e la riunione viene aggiornata: il giorno dopo stessa scena, ma stavolta il baffone è accompagnato da una ventina di sbirri della GPU, quelli incaricati di purgare la società dai disutili e dai disfattisti. Si chiede agli italiani se per caso hanno avuto modo di riflettere sul loro contegno e se intendono votare questo rimprovero. Con mille contorsioni verbali, e pur con un non indifferente cagotto, i nostri coraggiosamente ribadiscono la loro assoluta fedeltà al partito e la ferma intenzione di condannare le tesi di Troschi, appena lette. I compagni francesi e tedeschi si accodano e la mozione non viene votata.
Tornati nella loro stanza, camminando a chiappe strette per via del sullodato cagotto, gli italiani si vedono consegnare una lettera: viene da Troschi. Terrore. Palmiro riflette che rifiutarla o accettarla potrebbe essere ugualmente disastroso. È vero, è una trappola, è vero ma è una trappola? Bisogna denunciare il fatto? Impossibile decidere. Alla fine gli italiani, forse stremati dalla prova di prima, ricevono la lettera ma non la aprono: la lasciano chiusa sul comodino e vanno a discutere su come fare l’uomo nuovo.

P.S. al P.P.S. Molti testimoni si dicevano convinti che fosse Stalin in persona ad organizzare simili giochetti e a seguire golosamente le contorsioni dei messi alla prova. Vista la quantità di eventi che potevano sembrare macabri avvertimenti o minacce, pare del tutto improbabile.

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