La città sottomarina

Su una bancarella abbiamo trovato questo libro di Renzo Chiosso (in basso a destra potete vedere Giupeppe, il coniglio familiare della Fondazione):

cittasott

 

Pubblicato nel 1944, è una seconda edizione e l’abbiamo pagata un prezzo francamente irragionevole, ingannati dalle poche notizie che avevamo sull’autore.

Chiosso è noto (relativamente) per aver scritto alcuni apocrifi Salgariani, talvolta partendo da testi incompiuti. Inoltre viene inserito nella lista dei “precursori” italiani della fantascienza. Questo libro però di fantascientifico ha ben poco, anzi si direbbe scritto una cinquantina di anni prima. Siccome la trama è banalissima, la sintetizziamo senza troppi timori di spoilerare:

Un marinaio viene a sapere da certi indigeni che su un’isoletta nei paraggi ci sono le sirene. La nave su cui viaggia viene travolta da una tempesta ma improvvisamente una forza misteriosa la attira in un porto sicuro. Appaiono inoltre dei misteriosi individui a bordo di un panfilo, che danno scorte alla ciurma e poi le lasciano la loro nave per raggiungere un luogo abitato. Questo luogo, incidentalmente, è quello nei cui pressi si dice ci siano le sirene. I marinai le vedono, raggiungono il loro atollo e scoprono che c’è un passaggio sottomarino che conduce a una città illuminata di rosso, piena di ricchezze. Si scopre che qui vivono i discendenti di alcune persone scampate al terrore rivoluzionario. Non solo hanno trovato oro e preziosi ma hanno anche scoperto una vernice che brilla grazie all’elettricità, una sorta di televisione, i sottomarini e altre cosette. Ovviamente sono loro che hanno salvato i marinai e le sirene sono semplicemente delle giovani di questa razza bionda e bianca, che ogni tanto escono a prendere il sole in un costume iridescente. Gli abitanti sono lieti della visita perché con i marinai c’è un prete e loro erano ansiosi di avere qualcuno che dicesse la messa.

La presenza del prete nel racconto giustifica l’approvazione ecclesiastica sulla prima pagina. Certo sarebbe stato difficile desiderare un racconto più ortodosso e rispettoso della religione, addirittura critico verso gli orrori della rivoluzione, da sempre invisa ai preti. Per il resto, si può dire che nel 1940 tutte le eccezionali scoperte dei sirenidi erano già state realizzate, compresi i sottomarini e la televisione (che non viene chiamata così, benché la parola esistesse già). Viene quasi da pensare che il libro sia stato scritto una ventina di anni prima e tenuto (giustamente) in un cassetto. Certo è un libro per ragazzi, programmaticamente puerile, però (tanto per dire) all’inizio degli anni ’40 Asimov aveva già formulato le tre leggi della robotica e cominciava la cosiddetta epoca d’oro della fantascienza, mentre in Italia veniva pubblicato questo libretto, che sembra un’imitazione di Giulio Verne. Questo ritardo di una cinquantina d’anni rende ancora più singolare la figura del Nostro, che è, a paragone, di una modernità persino sospetta.

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Senza nessuna vera ragione

I nostri archivisti hanno trovato un nuovo e rilevante frammento spallanzanesco, che non possiamo tacere:

<<Riordinando trovo un foglio invecchiato. Sopra c’è scritta una lunga frase sentenziosa e in fondo, più grande,

“tutte le cose servono il
[…]”.

La parte bianca indica una striscia di scolorina.
Questa grafia è sicuramente la mia, ma che cosa avevo scritto di così strano da scolorirlo? Di norma cancello (cancellavo: sono anni che non scrivo a penna, questa roba è vecchia) o butto. Perché conservare e coprire?
Evidentemente volevo lasciarmi un segno. Com’è strana questa striscia: appena in rilievo, sarebbe invisibile se la carta non si fosse scurita per il tempo. Devo sapere che cosa ho scritto! Allora prendo un taglierino, gratto come se fosse intonaco e, meraviglie della scolorina, la pasta bianca si scalfisce, s’arriccia e cede rivelando una striscia di carta bianca, pulita. Tanto è chiara che spicca.
Continuo a grattare, gratto il foglio ma è solo carta, sotto non c’è niente, nessuna scrittura.
Anni fa, scientemente e con fermezza, ho steso una striscia di scolorina su niente.
Una riga vuota mascherata da riga cancellata. Significava niente, o solo vuoto, e poi è diventata mistero, curiosità, speranza.>>

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Parentesi di attualità: il valore del nulla

La faccenda del ministro Guidi e del suo compagno ricorda un po’ quella di Guglielmo Manna, marito del giudice Scognamiglio, e del presidente della regione Campania. A parte il fatto che in entrambi i casi ci sono donne con un potere e uomini a loro vicini che sembrano prosperare di riflesso, e non il contrario, si ha la forte impressione che anche stavolta non ci sia stata la vendita sottobanco di favori, ma una sorta di banfata o millantato credito. Cioè, sia l’assoluzione di De Luca che la modifica legislativa appaiono cose scontate, che sarebbero accadute lo stesso, anche senza nessun particolare interessamento, e tuttavia delle persone vicine al potere sembrano farsi belle di un favore che non c’è. Questo rientra, in generale, nello schema degli affari italiani per cui una cosa normale o dovuta viene presentata (o interpretata) come un favore.

La fonte di questo fenomeno, però, si direbbe ambientale, nel senso che la stessa popolazione non crede più da tempo al normale svolgimento degli affari pubblici. In virtù della sua proverbiale furbizia, e dell’adagio per cui il ladro si sente sempre derubato, il popolo suppone sempre che dietro ogni evento ci sia per forza qualche scambio illecito, e così facendo in realtà facilita la vendita del nulla.

Si potrebbe anche parlare di faccendieri immaginari o di sciamanesimo politico: un uomo si veste di piume e giura che ballando otterrà la pioggia, grazie al suo particolare rapporto con la grande madre: e siccome a furia di ballare prima o poi piove davvero, né il popolo riesce a pensare che possa piovere spontaneamente, lo sciamano prospera e le sue piume si allungano, si impreziosiscono, si aprono in una vasta coda di pavone infinitamente futile e occhiuta, come la gente che ricopre.

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Tre versioni di Lazzaro

abbosdo

Per ovvi motivi ripeschiamo l’ennesimo frammento spallanzanesco su un tema di non secondaria importanza.

<< Mandarono a chiamare Giesùcristo perchè Lazzaro era salito su un cornicione e voleva buttarsi di sotto. Diceva che non ce la faceva più a vivere e non avrebbe cambiato la sua decisione. Allora Gristo gli arrivò alle spalle all’improvviso e disse: “amico mio, se ti butti da qua sopra nemmeno io potrò fare più niente”.
Lazzaro sbandò, il vento gonfiava le sue bende e lo faceva somigliare a un goffo cormorano. Girando sui talloni sgranò gli occhi e disse: “ma che dici maledetto? tu sei il signore dell’universo, puoi fare quello che ti pare!”
“In teoria”, concesse Gristo.
Cinquanta metri più in basso la gente li guardava senza sentire niente, le sorelle di Lazzaro pregavano e qualcuno nel dubbio andò a chiamare un centurione.
In alto Lazzaro fece un breve scarto, oscillò paurosamente all’indietro e poi lo si sentì gridare: “stai lontano! puoi farlo eccome, rigenerare la mia carne dalle ceneri, il corpo glorioso… puoi persino far tornare indietro il tempo! non era questo che hai promesso?”
“Si ma vedi”, disse Giesucristo mettendo un piede sopra al parapetto, “se tu togli la vita”, e salì sul parapetto finendo pancia a pancia col suo discepolo: “se tu rinunci a questa vita”, continuò, “io non posso certo costringerti”. Poi lo spinse giù.

Schiantato sull’asfalto il cadavere di Lazzaro non sembrava neanche più una cosa umana. Le articolazioni si erano rotte e sporgevano dal corpo buttate a caso, il cranio si era spaccato longitudinalmente. Disse Giesucristo, che era lì: “amico mio, sei un idiota. Adesso alzati e cammina”.

Come un ragno, come un incredibile insetto, quello che era stato Lazzaro si sollevò dal suo sangue e dalla faccia spaccata uscirono queste parole: “ma che diavolo ti è venuto in mente”. Al che rispose Gristo: “è stato un incidente, al massimo potranno chiamarlo un crimine, però almeno la tua anima è salva”. Poi pensò d’ora in poi la bestemmia contro lo spirito non sarà mai più perdonata, ma adesso io prendo su di me anche il tuo peccato e lo porto nel deserto, dove bruceremo. Poi se ne andarono insieme e alcuni scambiavano Lazzaro per il suo cane. Il suo di Gristo, voglio dire.

II

Quando Lazzaro morì mandarono a chiamare l’ispettore Giesucristo perchè facesse luce sull’omicidio e la prima cosa che lui fece fu andare a trovare Hannibal Lecter.
Chiuso nella sua cella Hannibal stava in piedi come il pupazzo dello sposo sulla torta. Gli disse “Ciuao Giesucristo, scommetto che di solito usi l’eir diu tomp, ma non oggi”, e detto questo sembrò venirsene nelle mutande dalla contentezza.
Disse Giesucristo: “aiutami a risolvere questo mistero e ti farò avere una vista, casomai anche un balcone, se i vicini non ci denunciano”.
Disse Hannibal “allora è tutto un altro paio di maniche! a proposito, secondo te “paio di maniche” è maschile o femminile? perchè se è femminile ci voleva l’apostrofo”, e detto questo prolungò il suono della “effe” ricavandone un verso agghiacciante.
Disse Giesucristo: “Hannibal, passi per esperto del cuore umano perchè dicono che l’hai assaggiato, aiutami a decifrare la morte di Lazzaro e in cambio ti perdonerò molti peccati, ma non l’uso della brillantina”.
Il feroce cannibale si richiuse in se stesso, come ascoltando il ticchettio della follia universale. Alla fine disse: “Ieri ho letto il giornale, diceva che una chiesa è crollata in testa alle beghine. Adesso capisci chi è il grande assassino?”
E Giesucristo: “l’appaltatore?”
No.
“I tecnici del comune?”
No.
“L’ispettorato del lavoro? Insomma chi cazzo è?”
Dio.
“Ahahaahhaah!”, rise  IFFIGNORE, “e per queste scemenze ti hanno dato l’oscar? non sai che Dio non crea il male?”
E cosa fa? uccide la gente.
“No Hannibal, lui desidera. Leggi Marco Aurelio. La prima cosa che fa è desiderare”.

III

“Le tue ferite risaneranno”, disse Giesucristo, “e presto l’acqua sarà gelosa di te”.

Dietro il pietrone della sepoltura Lazzaro rispose: “potresti anche spostarlo questo masso, visto che la fede smuove le montagne e mi hai resuscitato da tre giorni”.
Al che rispose Giesucristo “e non pensi allo scandalo? o credi che la resurrezione cancelli la morte nella mente degli uomini? che direbbe la gente a vederti camminare di nuovo sotto il sole? che la legge di natura è sovvertita, quella legge che io sono”.
“Allora lasciami dormire, maledetto idiota!” gridò Lazzaro dal suo sepolcro. Erano tre giorni che grattava la pietra con le unghie.
Disse Gristo: “nòne, te ne andresti in giro nelle tue bende a ridere e cantare, mangiare, amoreggiare, sudare, defecare… e che direbbe allora la gente? ecco, è risorto ed è proprio uguale a prima! un piccolo uomo, un misero peccatore! allora che ne sarebbe della resurrezione, dell’inconcepibile resurrezione? la gente direbbe “l’universo si è piegato alla Sua volontà, la legge della morte è spezzata, e tutto quello che sa farsene questo pidocchio è vivere di nuovo come un uomo! allora niente ha più alcun senso!”.

“Tu sei pazzo”, disse Lazzaro, e capì che era vero. Sprofondò nell’orrore.
“Tu sei la cosa peggiore che esiste al mondo e ora io ci credo, questo prova che le scritture
non mentivano, davvero tu sei Dio e la tua volontà è del tutto intesa al male”.

Giesucristo alzò le spalle. “Non esagerare Lazzy, è andata così. Nemmeno io posso far sì che ciò che è stato non sia: ormai su di te la morte non ha più dominio e tu resterai qui a testimoniare oscuramente la lieta novella, la vittoria sulla morte e la resurrezione. La gente pagherà per venirti a sentire e se griderai verrà da più lontano ancora, quindi grida pure se vuoi”, e se ne andò. Giesucristo dico.

Allora Lazzaro rimase completamente solo, che poi è il vero significato della parola “immortale”, e al buio che puzzava della sua stessa carne disse: “aprite, vi prego! a colui che smuoverà questa pietra io donerò la mia vita”, ma non venne nessuno.

Passarono altri mille anni e Lazzaro gridava notte e giorno aprite, aprite, vi scongiuro, sto impazzendo! a colui che aprirà questa bottiglia io esaudirò tre desideri! Ma non venne nessuno.

Nel terzo millennio della sua prigionia non disse più nulla, ma chino sulle ginocchia si mordeva a sangue le mani e pensava: a colui che aprirà questa porta, uomo o dio, guai a lui.>>

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Un modesto impegno

Anche nella Fondazione infuria la lotta tra mangiatori di carne e anime sensibili. Dopo lunghi ragionamenti il direttivo ha deciso di lasciare libertà di coscienza, però con un suggerimento: evitare, se possibile, i tagli di carne più richiesti e comprare tendenzialmente “quello che resta”.

Perché la quantità di animali macellati dipende anche dalla richiesta di parti pregiate. Visto che un porco ha un numero limitato di costolette, se tutti vogliono la costoletta bisognerà allevare e macellare più maiali. Se invece uno compra quelle parti che in genere si vendono poco, probabilmente non incrementa il numero di animali uccisi. Questa almeno è la nostra ipotesi, e quindi per Pasqua compreremo quello che resta dell’agnello.

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Daccapo

gies

 

Amici, interrompiamo le trasmissioni per darvi una notizia sgradevole: GIESUCRISTO E’ MORTO! Ebbene sì. Ma sentiamo cosa ebbe da dire al riguardo l’Elia:

“Nella lettera ai corinzi dice molto giustamente l’apostolo: “Se Gristo è morto, allora la nostra speranza è vana”.
I corinzi erano infatti gente capziosa, convinta dell’esistenza della morte. “Ma come potete credere nella morte?”, dice Paolo. “Se ci credete, allora anche Gristo è morto”.

I corinzi avevano questa strana fissazione, di credere sia in Gristo che nella realtà della morte, per l’unica ragione che di entrambi avevano avuto l’esperienza materiale. Ma dice l’apostolo: “Delle due l’una: o esiste la morte o esiste Gristo!”.

Passarono molti anni e nel corso della disputa alcuni dei corinzi morirono. Allora i superstiti cercarono scorrettamente di usare questo argomento contro Paolo. Disse l’apostolo: “Vi pare che siano morti, ma ragionate: siete d’accordo che esiste Gristo? Sì. E  allora come può esistere la morte? Allora anche Gristo è morto! Allora, badate, la nostra speranza sarebbe vana”.

Alla fine i corinzi si avvidero del loro errore: se Gristo era morto, la loro speranza era vana; dunque Gristo non era morto, dunque non esisteva la morte.
Disse l’apostolo: “Io giuro su Gristo: mi è più facile rinunciare alla vita che alla speranza, alla nostra speranza della vita; perchè Gristo non fa mai mancare la vita a chi desidera la vita, e la continua resurrezione della vita”.

Così sia.

Questo si è dato e tornerà ad essere, e daccapo! DACCAPO! e ancora! fino alla consumazione dei secoli.”

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Senza fine

Riprendiamo brevemente il post in cui si parlava di tendenza degli uomini a cercare intenzionalità. In un articolo leggiamo:

“È come se fossimo ipersensibili ai segnali di intenzionalità, specialmente a quelli convogliati dal mo­vimento. Ci sono buone ragioni evoluzionistiche per una tale ac­centuata sensibilità: meglio essere cauti che morti. È una buona idea, in generale, interpretare un ramo spezzato come segno del recente passaggio di un nemico o di un predatore, cioè di un agente causale, piuttosto che di un fenomeno fisico naturale, come l’azione del vento.”

Questo sembra ragionevole, e però allo stesso tempo sembra anche un’altra applicazione della tendenza a cercare intenzionalità. Cioè, esiste davvero la prova che attribuire un evento a un soggetto invece che al caso aumenti le possibilità di sopravvivenza? Questo fattore è realmente calcolabile? Non si potrebbe dire con altrettanta ragionevolezza che un eccesso di cautela spesso è letale? Il fatto che gli esseri si siano evoluti in questo modo (se pure fosse vero) dimostrerebbe di per sé che è una buona idea? O è solo un “minimo locale”, cui attribuiamo più meriti del dovuto?

Non sarebbe più semplice e meno impegnativo pensare che la mente cerca ciò che le somiglia, indipendentemente da esiti favorevoli o nefasti? Del resto, gli esseri privi di mente non sembrano mostrare grande cautela: i virus e i batteri mutano furiosamente e hanno un enorme successo, e forse l’hanno proprio perché privi di cervello. Si potrebbe anzi immaginare che la nascita della mente sia una cosa del tutto sconveniente.

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Il gene ignorante

esonoungrillino

 

Da un paio di secoli è opinione comune che il comportamento dei viventi sia quasi sempre egoistico. Anche gli atti che sembrano altruistici sarebbero solo una forma contorta di egoismo, perché l’individuo si sente gratificato, o di scambio complesso. In effetti si distingue tra un altruismo “empatico” e uno basato sulla reciprocità, ma comunque pare che l’uomo sia tendenzialmente egoista per struttura.  La tesi non è poi molto diversa da quella del peccato originale, se non per il fatto che l’egoismo è considerato un fatto neutro o comunque inevitabile, e nel complesso addirittura positivo poiché i comportamenti egoistici, combinandosi, trascinano invisibilmente verso il progresso. Ma, come abbiamo appena detto, vediamo solo quello che già esiste nella mente e dovremmo chiederci cosa intendiamo con egoismo.

Qualche tempo fa i soliti scienziati hanno esaminato le aree cerebrali che si attivano di fronte a comportamenti che producono risultati positivi o negativi. Si è notato che gli uomini tendono a interpretare i comportamenti dannosi come intenzionali e quelli favorevoli come casuali. A quanto pare la reazione di fronte ai primi è più emotiva, meno razionale, e in noi esiste una tendenza innata a cercare un colpevole. Naturalmente perchè sia colpevole deve averlo fatto apposta.

Questo fatto, già noto agli aforisti di tutte le ere, costituisce una delle grandi illusioni umane. Molto probabilmente i guasti di cui ci lamentiamo ogni giorno dipendono più da errori e dal caso che dalla volontà di nuocere o di arricchirsi: più dall’ignoranza che dall’egoismo. Il nostro problema non è tanto che siamo circondati da approfittatori, ladri e assassini, ma da cretini, quando non apparteniamo noi stessi alla vasta e secolare compagnia.

Non è azzardato perciò ritenere che gli uomini tendano a sopravvalutare anche l’egoismo, perché vedono negli altri ciò che conoscono, e quindi in realtà se stessi.

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Di nuovo nella caverna

Viene da chiedersi cosa prova una scienziato quando riesce ad accumulare dati che confermano un’ovvietà. Leggiamo che alla Johns Hopkins si sono presi la briga di mostrare duemila glifi arabi a due gruppi di persone: quelle del primo gruppo conoscevano la lingua mentre quelle del secondo no. Le lettere venivano mostrate due alla volta e si chiedeva all’esaminato di dire se erano lo stesso carattere o no. Poco sorprendentemente, quelli che conoscono l’arabo identificano somiglianze diverse rispetto a quelli che non lo conoscono. Inoltre gli esperti risultano più lenti ed accurati e ottengono risultati migliori quanto più è complesso il segno, mentre per i non esperti è il contrario.

Questo dimostrerebbe che la conoscenza incide sulla percezione. Del resto, la stessa cosa accade per una rete neurale addestrata rispetto a una ancora vergine. Qualche commentatore osserva che Wittgenstein aveva detto più o meno la stessa cosa sessant’anni fa, ma in effetti l’idea è molto più antica, platonica addirittura: più che vedere, noi riconosciamo (l’unica differenza è che per Platone la conoscenza non è sintesi dell’esperienza ma esiste già prima dell’esperienza: il che forse sarà / è stato confermato da altre ricerche sulle strutture fondamentali del cervello, amorevolmente trasmesse attraverso il dna invece che la metempsicosi).

Comunque la formulazione più elegante del principio risale forse al criminologo francese Bertillon, che verso la fine del diciannovesimo secolo realizzò un sistema di riconoscimento biometrico detto “antropometro” e da qualche parte chiosò: “Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente”. La frase, che curiosamente viene spesso attribuita ad Ellery Queen, compare anche all’inizio de “Il delitto della terza luna”, criminale traduzione del titolo “Red Dragon”.

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Nel luogo senza oscurità

Snobbando delitti più eclatanti, buoni per le persone ciarliere e volgari, la Fondazione segue con attenzione il caso di Stefano Binda, accusato di aver ucciso 29 anni fa una sua ex compagna di classe. All’inizio avevamo anche raccolto molti documenti, articoli di giornale, decine e decine di link: avevamo delle teorie e pensavamo quasi di farci un articolo serio o addirittura un racconto, perché questo Binda in qualche modo ci somiglia. In seguito però ha prevalso la stanchezza, più o meno per lo stesso motivo. Ci limiteremo quindi a sintetizzare alcuni fatti.

29 anni fa Lidia Macchi va a trovare un’amica in ospedale e non torna più a casa. Il giorno successivo i suoi amici di Comunione e Liberazione si organizzano in squadre per cercarla, e la mattina dopo ancora la trovano morta in una stradina non lontana dall’ospedale, vicino alla sua panda, coperta da un cartone. La ragazza è stata accoltellata varie volte, soprattutto alla schiena, ma sotto al corpo e anche nella macchina c’è poco sangue, per cui si pensa che sia stata uccisa altrove. Nonostante alcune segnalazioni di presunti maniaci e tossici nel parcheggio dell’ospedale, si indaga soprattutto su persone del suo ambiente e anche su un prete. Scoppia subito una polemica perchè si accusa il PM di aver avuto la mano troppo pensate con alcuni indiziati. In seguito il caso torna sui giornali perchè Tortora propone di ricorrere al test del dna (per la prima volta), ma vuoi perché i metodi sono ancora primitivi, vuoi per la scarsità di materiale da analizzare, il test non produce risultati apprezzabili.

La vicenda dorme per anni. Qualche tempo fa però due ragazze accusano il padre di essere l’assassino, perché le aveva più volte minacciate di fargli fare la fine di Lidia. Anche in questo caso l’indiziato sarà giudicato estraneo ai fatti. Le televisioni però hanno avuto modo di ritornare sul caso e in una trasmissione viene mostrata una lettera, recapitata ai genitori di Lidia a pochi giorni dal delitto, che conteneva una sorta di poesia o preghiera. Una spettatrice riconosce nella lettera la grafia di un suo conoscente, tale Stefano Binda, che conosceva anche Lidia, e ritrova anche delle vecchie cartoline in modo da poter confrontare la scrittura.

La procura a questo punto si convince che l’autore della lettera è l’assassino e perquisisce la casa del Binda. Ci trova, tra l’altro, delle agende con le pagine strappate in corrispondenza della data del delitto. Alcune frasi annotate dal Binda suonano come una sorta di confessione, e inoltre qualcuno ricorda che l’allora diciottenne aveva una macchina bianca, e che il giorno della scomparsa era stata vista una macchina bianca nel parcheggio dell’ospedale.

Inoltre i conoscenti del Binda non confermano il suo alibi (aveva detto di trovarsi in gita con CL), e la procura pensa che uno di loro abbia voluto coprirlo, perché ha cambiato la versione che aveva fornito inizialmente. Per tutte queste ragioni l’uomo viene arrestato, e al momento è ancora dentro.

La procura ha anche deciso di acquisire alcune testimonianze prima del giudizio. La donna che asserisce di aver riconosciuto la grafia del Binda sostiene pure che qualche giorno dopo il delitto si trovava in macchina con lui e che c’era a terra un sacchetto bianco contenente qualcosa di pesante. Il Binda sarebbe sceso dalla macchina col sacchetto in mano e si sarebbe diretto in un giardinetto pubblico, ma al suo ritorno non avrebbe più avuto con sè il sacchetto. Da ciò il sospetto che contenesse l’arma del delitto e che il Binda l’abbia sotterrata nel parco. La procura a questo punto manda a setacciare il parco coi metal detector, dopo 29 anni, e come era prevedibile non viene fuori un coltello, ma sette, che adesso vengono analizzati.

La vicenda, schiacciata da delitti più appetibili, riceve modesta attenzione mediatica. In molti articoli però si lascia intendere che il Binda sarebbe una brutta persona, in quanto non solo laureato in filosofia, ma anche disoccupato e mangiatore di pane a ufo (la pensione della madre), e anche ex tossicomane, se non tossicomane ancora in attività. Il movente ipotizzato dalla procura, inoltre, è abbastanza singolare: il Binda, essendo anche lui una sorta di maniaco religioso, avrebbe ucciso la ragazza dopo averla violentata ritenendola colpevole di aver ceduto alla sua violenza.

Il punto che in particolare ci colpisce è che le accuse sembrano basate essenzialmente su delle parole scritte. Si dà infatti per scontato che l’autore della lettera ai familiari sia anche l’assassino, perché il testo conterrebbe elementi che solo l’assassino poteva conoscere. In verità, chiunque legga la lettera noterà che non contiene particolari elementi di fatto e che sembra più che altro una preghiera: la preghiera di uno che si chiede come può conciliarsi l’esistenza di dio con quella del male. Non c’è, a nostro avviso, nessun dato che era noto solo all’autore e non ad altri, e anche le frasi scritte sul diario del Binda sembrano compatibili con una generica disperazione adolescenziale. Per non parlare della stranezza di un assassino che va a seppellire l’arma in un parco pubblico portandosi dietro un testimone, e che nasconde le sue tracce tenendosi in casa per trent’anni dei diari in cui confessa l’omicidio.

A tutto ciò si aggiunge che non è possibile fare il test del dna al Binda, perchè la procura ha buttato i reperti raccolti 29 anni fa. E non sembra che scavare nel parco pubblico possa davvero fornire qualche certezza. Anche se tra i vari coltelli persi o sepolti nel corso di 29 anni si trovasse la vera arma del delitto, ipotesi già chimerica, resterebbe sempre da dimostrare che ce l’ha messa il Binda e non un altro. Il processo contro quest’uomo sarà perciò totalmente indiziario e richiederà parecchie deduzioni azzardate.

Eppure quest’uomo è già in galera, per esigenze cautelari, e potrebbe restarci a lungo perché non c’è nessuno che lo scagioni, nonostante il nostro processo sia basato sull’idea che è lo stato a dover provare la tua colpevolezza e non tu la tua innocenza. E non si può fare a meno di tremare pensando alla responsabilità di chi dovrà giudicare quest’uomo sulla base di elementi così incerti. Veramente è terribile cadere nelle mani del dio vivente, così simili a lame del sole e a forbici.

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Echi

La morte di Eco sta provocando un sussulto di dignità nazionale: la folla, per lo più ignara del soggetto, avverte confusamente che si tratta dell’ennesima “eccellenza italiana”, come fosse un salume o un caciocavallo, e che perciò bisogna appropriarsene. Qualche raro e malevolo individuo ricorda alcuni passi discutibili del venerabile, che però furono più o meno di tutta la sua generazione, come la famosa lettera contro Calabresi. Altri si lasciano andare a critiche personali, spesso di scarsa signorilità.

Benchè Spallanzani fosse stato in corrispondenza con Eco, la Fondazione non ha mai nascosto il suo fastidio per un certo prezzemolismo del professore, per la sua tendenza al riciclo e per la modesta qualità narrativa dei suoi romanzi successivi a l’Isola del giorno prima. Tuttavia, in questi giorni non è il caso di fare gli schizzinosi e perciò ripubblichiamo una vecchia nota contro Umberto Eco.

Echi

In Dire quasi la stessa cosa, p. 103, Eco propone come esempio di traduzione difficile il catalogo dei pezzenti del Nome della RosaVe lo ricordiamo:

“accapponi, lotori, protomedici, pauperes verecundi, morghigeri, affamiglioli, crociarii, alacerbati, reliquiari, affarinati, falpatori, iucchi, spectini, cochini, appezzenti e attarantati, acconi ed admiracti, mutuatori, attremanti, cagnabaldi, falsibordoni, accadenti, alacrimanti e affarfanti.”

La lista, ricorda Eco, è ripresa da Il libro dei vagabondi, di Piero Camporesi, Einaudi, 1973, che attinge al fino ad allora sconosciuto speculum cerretanorum di Teseo Pini, 1485 circa*. Come esempio di ottima versione Eco cita quella francese, che traduce:

“capons, rifodés, franc-mitous, narquois, archisuppôts, cagous, hubins, sabouleux, farinoises, feutrards, baguenards, trouillefous, piedebous, hapuants, attarantulés, surlacrimes, surands.”

Il professore si chiede anche in quale repertorio locale il traduttore abbia scovato questi termini. Ebbene, la risposta è abbastanza facile. In Notre-Dame de Paris, Hugo scrive:

“Veniva poi il reame d’argot: [. . .], i coutards de boutanche, i coquillarts, gli hubins, i sabouleux, i calots, i franc-mitoux, i polissons, i piètres, i capons, i malingreux, i rifodés, i marcandiers, i narquois, gli orphelins, gli archisuppôts, i cagoux.”

Visto? ci sono quasi tutti. Ma la cosa più bella è che Eco ha scritto l’introduzione a Notre-dame, edizione Repubblica, dove c’è appunto la lista in francese, e tuttavia non sembra essersi accorto che la fonte del suo traduttore francese è (in gran parte) proprio quel libro. Forse l’Umbertone è stato fuorviato dalle vecchie traduzioni, che italianizzavano il testo (es., quella Feltrinelli del 2002 riporta “ruffiti, formigotti, arcischerani etc”).

Non vogliamo dire che Eco non abbia letto il libro che stava introducendo, ma probabilmente è proprio così. Dal canto suo, il traduttore dell’edizione di Repubblica lascia molti termini in lingua originale**, mentre avrebbe potuto copiare la lista di Eco. Bisogna dedurne che, come la maggior parte degli italiani, non aveva mai letto il più noto romanzo dell’Umberto. Tanto vasta e isolata è la letteratura!

* Siccome è in latino, segnaliamo pure Il vagabondo di Rafaele Frianoro, che a quanto pare copiava spudoratamente da Pini.

** E fornisce una legenda:

coutards de boutanche: sedicenti disoccupati.
i coquillarts: falsi pellegrini che portano conchiglie.
gli hubins: si fingevano morsi da cani o da lupi rabbiosi e imploravano guarigioni.
i sabouleux: falsi epilettici che emettevano schiuma dalla bocca grazie a un pezzo di sapone nascosto dietro le labbra.
i calots: fingevano guarigione dalla tigna grazie ai pellegrinaggi.
i franc-mitoux: imitavano lo sfinimento dei malati con un fazzoletto sporco attorno al capo.
i polissons: straccioni, si muovevano a gruppi di quattro con la bottiglia al fianco.
i piètres: camminavano solo con le stampelle.
i capons: tagliaborse o giocatori che frodavano il pubblico attirandolo e fingendo di perdere.
i malingreux: mostravano false piaghe.
i rifodés: proclamavano di essere vittime del fuoco.
i marcandiers: si dicevano mercanti rovinati dalle guerre o da altre sventure.
i narquois: falsi mutilati di guerra.
gli orphelins: bambini mendicanti.
gli archisuppôts: violenta manovalanza al servizio dei masnadieri.
i cagoux: falsi lebbrosi.

 

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Il grande obeso dei numeri e altre stranezze

obeyso

 

Il Prof. Yaroslav Sergeyev è russo ma insegna all’Università della Calabria e da una dozzina d’anni propone un modo (inizialmente definito “rivoluzionario”, ora solo “più semplice”) per trattare l’infinito. La Fondazione ama questi argomenti ma nel suo dilettantismo non è in grado di valutare scientificamente il metodo Yaroslav. Trova però buffo il nuovo nome proposto per il più grande dei numeri, il grossOne, e trova anche curioso che l’accademia si mostri un po’ tiepida verso una scoperta che avrebbe notevoli conseguenze anche pratiche: le pagine e gli articoli dedicati all’argomento sembrano provenire da un numero piuttosto ristretto di persone, e alcuni commentatori non nascondono un certo scetticismo. Solo il tempo ci dirà se il grossOne è un’idea brillante o la rimasticatura di teorie già esistenti, sostenuta da uno dei tanti circoletti. Nel frattempo lo si può sempre usare come epiteto obesicida.

Foibe, Film e Falso: si scopre che un più volte annunciato “colossal sulle foibe” non è mai esistito. L’articolo di wuming è verboso e non privo di acrimonia, nel suo solito stile, ma mostra per l’ennesima volta la scarsa tendenza della stampa a controllare le notizie, e la capacità di amplificazione del falso di piattaforme come wikipedia. Naturalmente wuming si mostra meno solerte nel controllare notizie conformi al suo profilo ideologico e/o provenienti da amici e camerati, ma non si può pretendere la perfezione (p.s. grazie ai progressi dello spirito, con la parola “perfezione” si intende sempre meno: non è lontano il momento in cui significherà solo un po’ di onestà intellettuale).

Pare che un tizio truffasse le turiste approfittando anche di una vaga somiglianza con Richard Gere, amplificata col paint. La notizia appare a sua volta “falsata” a scopo pubblicitario, perché dice che il tizio “si spacciava per Gere” quando invece dalle foto dei documenti alterati sembra che il resto dei dati non fossero quelli di Gere (e del resto che senso avrebbe avuto portare come prova una patente italiana?). Forse il tizio puntava sulla subliminale aura di probità che circonda le persone belle, ma da questo a dire che “si spacciava” ne corre. Incidentalmente, ci torna in mente che anni fa Richard Gere ha interpretato il ruolo di Clifford Irving, l’autore di una famosa biografia fasulla di Howard Hughes, comparso anche in “F for Fake” di Welles.

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Attraverso Gristo

“Quello che scrivo  non ha molto senso. C’è divertimento e religione e orrore psicotico sparpagliati come un mucchio di capelli. E c’è anche una deriva sociale o sociologica… più che verso le scienze esatte, e l’impressione complessiva è infantile ma interessante. Non è una persona raffinata, quella che scrive. Tutto è ugualmente reale, come gioielli da bigiotteria nel vicolo. Una mente fertile e creativa che vede costantemente gli scenari che mutano, il serio che diventa buffo, il  buffo triste, l’orribile esattamente quello: del tutto orribile come se fosse la pietra di paragone di quello che è reale. […] Certamente vedo l’accidentalità del mio lavoro, e vedo anche come questo vasto rimescolamento di possibilità dopo possibilità riesca alla fine, dato il tempo necessario, a giustapporsi e a dischiudere qualcosa di importante automaticamente trascurato in un modo di pensare più ordinato. Patafisica. […]

Perché nulla, assolutamente nulla è escluso (come non degno di essere incluso), offro un carniere ampio ed eterogeneo… da cui tiro fuori porte che funzionano a monete e Dio. E’ un circo del cazzo. Io sono come un corvo dalla vista acuta che adocchia qualsiasi cosa che scintilli, e l’afferra per aggiungerla al mucchio. Chiunque abbia la mia attitudine potrebbe semplicemente imbattersi per puro caso e fortuna – nella sua vera vita, vale a dire la vita della sua mente – nell’autentico Dio camuffato, il Deus Absconditus, provando strane combinazioni di cose e luoghi, come un computer ad alta velocità (sic) che processa ogni cosa; potrebbe anche far colpo su un dio circospetto, potrebbe coglierlo di sorpresa sbucando da qualche parte in modo inaspettato. […]

Il dio pazzo James-James ha cominciato a generare un mondo dopo l’altro, mondi senza relazione fra loro, mondi dentro mondi. Mondi falsi, falsi mondi falsi, astute simulazioni di mondi, opposti speculari di mondi. Come faccio io nei miei racconti e romanzi (per esempio Le tre stimmate e Il gatto). Io sono James-James. Ho creato un mondo fra tanti e ci sono entrato e mi ci sono nascosto. Ma la polizia mi ha trovato – la polizia nonterrestre – e ha tentato di imbrogliarmi con la lettera Xerox. […]

‘Ma stai scrivendo qualcosa di serio?’ Notare la parola. Cazzo. Se non potessero costringerci a scrivere cose serie risolverebbero il problema stabilendo per decreto che quello che stavamo scrivendo era serio. Prendere una forma pop come ‘seria’ è quello che si fa se non c’è modo di liberarsene. […]

Ero stato parzialmente psicotico per anni e nel 3-74 ho avuto il crollo definitivo. A causa di un vero e proprio stress. (La faccenda delle tasse). Come Cordwainer Smith, sono stato catturato dal mio stesso universo fantascientifico. Schizofrenia con colorazioni religiose e paranoidi[…]

e adesso mi sfinisco nel tentare di spiegare il 3-74. Ero avvelenato dal litio. E ho avuto un crollo schizofrenico. La mia mente monitora la mia ‘anamnesi del missile’ come una chiave di una psicosi precedente. Ho bisogno di atmosfere romantiche (avventura) nella mia vita. La voce dell’IA è un tipo speciale di allucinazione, una di soddisfazione dei desideri e dei bisogni, per via della solitudine: inedia emotiva, dolore e maltrattamenti. Non posso proprio sopportare la vita senza quella voce amorevole che mi guida, così regredisco a un livello (atavico, in termini storici) in cui può avere luogo una tale esperienza bicamerale (come in Scrutare). La voce dell’IA è la mia immaginaria compagna di giochi, mia sorella, evoluta dalle mie fantasie infantili di ‘Bill e Nell’. […]

Be’, dannazione… non ho rimpianti. Ha reso una vita sterile e timorosa significativa e sopportabile […]

Ma credo che quando tutto il resto andava a rotoli e le pressioni interne ed esterne mi facevano precipitare nella psicosi, Dio mia abbia preso sotto la sua protezione personale e mi abbia guidato e salvato con il Suo divino amore, misericordia, sapienza, e grazia attraverso Cristo… anche se non, forse, come io illusoriamente immaginavo.”

Questi sono alcuni frammenti dell’Esegesi di Philip Dick, pubblicata parzialmente. Come l’ologramma che nomina di continuo, ogni frammento della mente di Dick sembra contenere l’intero. Il testo caotico, atrocemente ripetitivo e spesso illeggibile, include anche la sua ragionevole confutazione, e la confutazione della confutazione. Non è solo un documento clinico (anche se è per la maggior parte un documenti clinico), ma la testimonianza letteraria di una battaglia contro la follia, non per distruggerla, ma per usarla. Dick non voleva semplicemente essere sano, voleva tenersi la parte folle e metterla al servizio della sua ricerca della realtà, non rifiutando a priori nessuna ipotesi, nemmeno quella di essere pazzo, per vedere, risvegliarsi. E la cosa stupefacente è che per molti versi Dick quella battaglia la vinse. Nei suoi ultimi romanzi (specie Valis), che sono la sintesi della sua sterminata Esegesi, Dick rimane talmente in bilico tra la consapevolezza e la psicosi, il delirio e l’ironia, che non si può fare a meno di amarlo.

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Non la fiamma

Riguardo al suo rapporto con la fama, ebbe a dire il nostro:

“Più o meno una volta l’anno ricevo una lode iperbolica e ampiamente immeritata. Bisogna che la mia vanità sia una macchina di straordinaria efficienza, perché le basta questo carburante minimo ad andare avanti un altro anno. Ma in verità io sono il carburante, la cosa che viene consumata, il tempo speso a scrivere, la lode è solo un catalizzatore, ne bastano poche molecole. Altro fatto notevole è che i miei troppo generosi e direi anche ingenui estimatori sono sempre e solo uno alla volta. Prima ce n’è uno, che poi sparisce, l’anno dopo ne viene un altro, e così via. Come certe quantità immaginarie, non si sommano. E’ quasi come se la stessa forma mentale passasse da un individuo all’altro, tanto che potrebbe essere sempre la stessa persona sotto diverse identità. Anzi, la spiegazione più semplice del fenomeno è proprio questa e se fossi davvero schizofrenico non esiterei a credere che quella persona sono io.”

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Ancora pubblicità enigmatiche

Il 12 gennaio 2016 a Times Square sui maxischermi sono comparse foto del fisico Hawking e tre numeri: 48, 16, 11. Al 99,99% si tratterà della solita pubblicità enigmatica, ma non possiamo escludere alcune ipotesi:

  1. Forse il messaggio prevedeva con soli 27 giorni di ritardo il terremoto di magnitudo  1.9 del 16 dicembre 2015 ore 11:48:31 (UTC) in provincia di Bologna.
  2. E’ possibile che il messaggio alluda all’estrazione del lotto n. 48 del 16-11-2015, in cui curiosamente non è stato estratto il 71, ossia l’omm’emmerda.
  3. Ci sono ottime ragioni per sospettare che la sequenza si riferisca alla Determinazione Dirigenziale n. 48 del 16-11-2015 della Regione Abruzzo, con cui (dopo gran ponzare) si liquidavano alla Vodafone 281,20 euro più Iva.
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