Lapo uno di noi

Lapo Elkann sarebbe stato arrestato per aver simulato un sequestro. Come riportato da tutti i giornali,

“sarebbe sbarcato a New York per la festa del Thanksgiving, contattando un escort di 29 anni (transgender, secondo il New York Daily News) e trascorrendo con lui due giorni di eccessi tra alcol e droga. Finiti i soldi, l’escort avrebbe pagato per altra droga ed Elkann avrebbe promesso di restituire i soldi. Poi, sempre secondo i media Usa, avrebbe escogitato il piano del falso sequestro, raccontando ai propri famigliari di essere trattenuto contro la sua volontà da una donna che gli avrebbe fatto del male se non gli avessero fatto pervenire 10mila dollari.”

I familiari però non hanno ceduto, anzi:

“un rappresentante della famiglia si sarebbe quindi rivolto alla polizia, che avrebbe organizzato la finta consegna del denaro bloccando la coppia”.

A questo punto noi della Fondazione ci siamo chiesti: ma è possibile che ogni volta che questo tizio si trova nei guai la famiglia invece di coprirlo lo sputtana? E la sua situazione non ricorda, fatte le debite proporzioni, quella della maggior parte dei “giovani” italiani? Dopo le inevitabili cachinnate sui gusti di Lapo, qualcuno ha cominciato a vedere il lato umano della faccenda:

“Edoardo e Lapo sono i due Agnelli rifiutati. […] si sentivano parte di quella famiglia che li respingeva. […] Entrambi sono stati tagliati fuori. Dalla Fiat, dalla Juventus, dalla famiglia. E soprattutto lasciati soli. Con le tasche piene di quattrini e lo coca a portata di mano. […]  C’è infine da ricordare che l’idea del rilancio della Fiat 500 è stata di Lapo. […] La 500, dopo quasi 10 anni, resta a tutt’oggi l’auto Fiat più venduta, il modello che ha rilanciato l’azienda. Di John, ma non di Lapo.”

Questa difesa un po’ eccessiva rafforza però la nostra impressione. Tolti i soldi, Lapo non è altro che un quarantenne declassato, di fatto espulso dalla vita economica, che avrebbe cercato di ricattare la famiglia per soddisfare bisogni di evasione. I suoi hobby (la droga, il sesso libero) sono più o meno ciò per cui si battono tutti i giovani progressisti. La sua qualifica di “creativo” se la attribuiscono quasi tutti. Quindi è simile a moltissimi “giovani” italiani, che con ricatti più o meno velati cercano di convincere le famiglie a dargli i soldi per comprarsi cellulari e abbonamenti a sky. Perché somme maggiori non è proprio il caso di parlarne. E con tutto ciò, le famiglie non cedono, nemmeno quando si rischia di trascinare il loro nome nel fango.

Al riguardo, il cinquantesimo rapporto annuale del Censis appena pubblicato descrive proprio un paese che non avendo più nessuna fiducia nel futuro tiene i soldi stretti per timore del peggio.

“Dal 2007 a oggi gli italiani hanno accumulato 114 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva, che equivale al Pil dell’Ungheria e che rimane liquido, pronto a essere usato in una prospettiva futura di tempi ancora più bui, investito davvero in minima parte e sostanzialmente nelle mani degli anziani. […] Le famiglie con persone di riferimento che hanno meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% rispetto alla media della popolazione e  una ricchezza inferiore del 41,1%. Mentre la ricchezza degli anziani è superiore dell’84,7% rispetto ai livelli del ’91. […] C’è un unico canale di consumi che sembra convogliare la passione per gli acquisti degli italiani: la comunicazione digitale […] perché aumenta il loro potere individuale di disintermediazione.”

Cioè gli permette di scavalcare gli intermediari (che sono di norma i nipoti) e risparmiare ancora di più a danno loro. Il “giovane” italiano, che ha circa quarant’anni, può quindi solo sperare nella morte dei nonni, ma grazie al progresso della medicina i nonni vivono novant’anni e comunque grazie ai progressi dei servizi alla persona riescono spendere i loro soldi fino alla fine, e quel poco che resta lo lasciano semmai ai figli, non ai nipoti. Bisognerà quindi aspettare che muoiano anche i genitori e questo non è bello, tant’è che qualcuno proponeva di modificare le norme sulle successioni in modo che il denaro passasse direttamente dai nonni ai nipoti. In caso contrario, per vedere qualche cambiamento ci vorranno almeno altri trent’anni, durante i quali potremo tutti fare (con le debite proporzioni) come Lapo.

15327505_10154859118469429_6694415137347131974_n

Pubblicato in oziosità, vecchi intrattenimenti | 4 commenti

Che ogni novità è solo oblio

Ogni 20-25 anni spunta qualcuno che nota l’ovvio, e cioè che non c’è sempre un rapporto positivo tra istruzione e benessere: anzi, talvolta la prima nuoce al secondo. E ogni volta che qualcuno lo nota viene guardato con stupore, come se avesse pronunciato una cazzata diabolica. Se ne discute per un po’ con accanimento, la constatazione viene apparentemente confutata con argomenti che risalgono a un secolo prima e poi tutto viene dimenticato, fino alla prossima riscoperta*.

Questa sconsolata considerazione viene dalla lettura di un vecchio libro che abbiamo trovato nella libreria piccola di Elia Spallanzani, “Disoccupazione Intellettuale e Sistema Scolastico in Italia (1859-1973)“, di Marzio Barbagli, Bologna, Il Mulino, 1974. In estrema sintesi, l’autore sostiene che c’è un rapporto positivo tra istruzione elementare e sviluppo economico, mentre per quanto riguarda l’istruzione superiore sembra esserci addirittura un rapporto opposto: più la società è povera, rigida e arretrata, più si diffonde l’insegnamento superiore.

“Formulata in modo schematico e semplificato, l’ipotesi che propongo per interpretare le informazioni esistenti é la seguente: l’espansione dell’istruzione secondaria e superiore che si ebbe nel nostro paese nella seconda metà del secolo scorso non fu dovuta allo sviluppo economico, ma all’arretratezza; non al miglioramento ma alla crescente precarietà della situazione socio-economica di alcuni ceti; non all’aumento della domanda di forza lavoro qualificata ai livelli medio inferiori ma alle difficoltà di occupazione incontrate da questa forza lavoro.”

E in forma un po’ retorica prosegue:

“Se il calzolaio, il pizzicagnolo e il falegname di cui parlava Gabelli mandarono sempre più frequentemente alle scuole e agli istituti tecnici i propri figli, se il ginnasio e liceo furono invasi dai giovani provenienti dalle famiglie dei proprietari terrieri grandi e medi, alla ricerca affannosa di una laurea in medicina o giurisprudenza, ciò fu dovuto al fatto che l’arretratezza del sistema economico italiano e la mancanza di un vasto ceto medio produttivo fecero fin dall’inizio della scuola l’unico canale di mobilità sociale”.

Per evitare confusioni forse è opportuno ribadire che l’autore si riferisce alla seconda metà del secolo decimo nono. E questa tesi, formulata nel 1974, era già vecchia di almeno un secolo, perché come nota lo stesso Barbagli se ne erano già accorti in molti. Riportiamo alcune delle sue citazioni:

“Uomini che in Inghilterra si dedicherebbero agli affari, e per essi sarebbero avviati, in Italia aumentano la fila dei disoccupati colti. Ogni bottegaio arricchito desidera vedere suo figlio avvocato, medico o impiegato civile, e spende da lire 7000 a 12500 per educarlo ad una vita inutile. A molti é impossibile aprirsi una via nelle professioni affollate: e la maggioranza, che poco o nulla può guadagnare, cerca il pane in qualche concorso bandito o strepita per ottenere un posto dal Governo. Essi e i loro genitori esercitano feroci pressioni sui deputati, e un Ministro sa che il creare un certo numero di posti non necessari può mantenergli molti collegi. E, con tutto ciò, vi è un gran residuo di gente che non può trovare un impiego” (Bolton King e Thomas Okey).

“Lo spettacolo degli spostati ci sta purtroppo continuamente dinanzi: i laureati che fanno i copisti a 20 centesimi la pagina, e segretari comunali a 800 lire l’anno… aperto il concorso ad un impiego dello stipendio di lire 1.000, per 20 posti disponibili, abbiamo veduto farvi ressa, coi loro titoli accademici, fino a 1.700 frutti secchi della società, 1.700 affamati in guanti bianchi, 1.700 spostati” (Aristide Gabelli, La riforma universitaria, 1890).

Secondo Barbagli l’eccedenza dell’offerta di laureati e diplomati sulla domanda non è un fenomeno recente ma una caratteristica endemica della società italiana fin dal 1880 e spesso ha messo gli intellettuali in una situazione di squilibrio di status, che ha prodotto una forte radicalizzazione politica.

[L’espansione dell’istruzione secondaria, causata dall’onda democratica, produce] “una quantità di medici senza malati, di avvocati senza cause, di ingegneri senza ponti e senza case da costruire e prepara nella disoccupazione e nel disinganno di tanta gente, che il bisogno costringe a discendere dal grado a cui era a gran pena salita, una fonte perenne di morbosa inquietudine e di malcontento”.

Gabelli aggiungeva che “l’usanza comune a molti letterati di disprezzare il mondo moderno, è una maniera dissimulata di presumersi degni di un altro migliore”, che poi è solo un’applicazione del “mito del mondo nuovo“. Già a metà del diciannovesimo secolo gli intellettuali (sarebbe meglio dire “gli istruiti”) declassati preoccupavano parecchio il Governo, perché costituivano notoriamente l’avanguardia delle rivoluzioni, come era già accaduto un secolo prima in Francia e come sarebbe successo di nuovo in Russia. Tra il 1890 e il 1920, alla sistematica sovrapproduzione di laureati seguirono l’emigrazione intellettuale e l’espansione incontrollata della burocrazia, in un’ottica tendenzialmente clientelare. Così, aggiungiamo noi, si otteneva l’ulteriore vantaggio di allontanare i facinorosi e incanaglire gli assimilati.

Rispetto ad altri grandi paesi europei, alla fine del diciannovesimo secolo l’Italia vantava due singolari primati: la maggiore percentuale di analfabeti e allo stesso tempo il maggior numero di laureati in proporzione agli abitanti (Ernesto Nathan, 1906). Come nota Barbagli, il fatto non è contraddittorio e si tratta solo di due facce della stessa medaglia. Inoltre il problema delle università si presentava già molto simile a quello attuale e c’era anche allora un forte conflitto tra chi intendeva ridurle e chi invece aumentarle ancora.

“Gli “abolizionisti” sostenevano l’esistenza di un numero eccessivo di università nel nostro paese e chiedevano di chiudere le minori e di concentrare le scarse risorse disponibili nello sviluppo delle maggiori […] I confronti con i dati degli altri paesi mostravano infatti che l’Italia spendeva “per istituzioni monche ed anemiche quanto e più che non spenda la Germania per i suoi splendidi centri di cultura”. […] Vi erano università con una media di sei studenti per docente. Il caso limite era costituito dalla facoltà di Scienze matematiche e naturali di Urbino, in cui vi era 5 professori e 4 studenti. […] Le spese che lo stato e gli enti locali sostenevano per far sopravvivere queste istituzioni anemiche andavano chiaramente a scapito dell’istruzione primaria”.

Il governo cercò più volte di ridurre le università ma gli interessi e le clientele locali determinarono resistenze così tenaci che tutti gli sforzi furono vani. Tra le proteste, anche quelle dei gestori di trattorie che temevano di perdere la clientela studentesca.

Inoltre Barbagli nota che la “sovrapproduzione” di laureati continuò anche nei periodi di crescita economica. Il governo cercò costantemente di rendere più difficile l’accesso agli studi superiori, ma con scarso successo. Non ci riuscì del tutto neppure il fascismo, che pure aveva trasformato la scuola in un potente sistema di indottrinamento.

Bisogna notare che nel dopoguerra i partiti di sinistra erano anche loro contrari a un ulteriore aumento di diplomati e laureati.

“La scuola immette ogni anno, con il pauroso ritmo incalzante e meccanico della macchina che nessuno regola e controlla, una sempre crescente massa di spostati nella vita del paese. Non é vero che la scuola non assorba elementi “poveri”, specialmente di piccola e piccolissima borghesia urbana e rurale. Li assorbe, strappandoli al loro abituale ambiente di lavoro, non per farveli rientrare con più alta qualifica o capacità direttiva, ma per trasformarli il elementi improduttivi che cercano il posto, il grado sociale più elevato – eventualmente, per disperazione o ambizione, anche nelle milizie nere degli avventurieri e dei predoni” (L. Lombardo Radice, Rinascita, febbraio 1945).

“L’italia ha un bubbone che è necessario estirpare al più presto: il bubbone dottorale” (Concetto Marchesi).

Incidentalmente, possiamo ricordare che due scrittori-tecnici come Levi (chimico) e Gadda (ingegnere) hanno raccontato le loro difficoltà economiche e il secondo è stato costretto anche ad emigrare.

All’inizio degli anni sessanta, però, cominciò a diffondersi l’idea che in Italia scarseggiassero i laureati. Così riteneva la Svimez (vedi ad es. L’università nello sviluppo economico italiano), e col senno di poi viene da pensare che la valutazione non fosse proprio neutrale. Lo sviluppo economico aveva effettivamente assorbito parte della “disoccupazione intellettuale” ed era già iniziato il processo di auto-alimentazione della scuola, per cui i laureati disoccupati ripiegavano sull’insegnamento e quindi reclamavano più clienti, ossia più scuole e più scolari. Tuttavia secondo Barbagli sostenere che vi fosse addirittura un deficit di formazione era solo una pia illusione. Tutt’al più poteva esserci uno squilibrio tra specializzazioni prodotte e richieste: in altre parole, c’erano troppi avvocati e pochi ingegneri. Ma, contrariamente a quel che sostenevano gli ottimisti, la disoccupazione colpiva anche i tecnici.

Le modifiche al sistema scolastico, che eliminarono ogni ostacolo al passaggio dalle scuole superiori all’università, avrebbero poi aumentato esponenzialmente il numero degli “spostati” e le illusioni di un futuro di crescita inarrestabile. La sinistra avrebbe cavalcato (e cavalca ancora) questo processo, sia alla ricerca del consenso, sia per genuino accecamento ideologico.

L’illusione però colpì soprattutto i ceti istruiti, a riprova della loro sostanziale abdicazione al pensiero. Vivendo in un’economia rachitica e con una struttura sociale quasi immobile, gli ignoranti non si illudevano affatto che i figli potessero vivere da signori: sapevano che il “pezzo di carta” poteva forse servire a cercare “il posto”, ma non vedevano nessuna alternativa. In ciò, l’Italia ricordava la Cina sclerotizzata e povera menzionata anche nei racconti, in cui l’unica speranza dei giovani era imparare a memoria le sentenze di Confucio per superare l’esame da funzionario pubblico. Parliamo più o meno di mille anni fa.

* Come sanno i giornalisti, affinché il popolo si interessi a un argomento bisogna presentarlo sempre come nuovo, e ciò vale a maggior ragione per le persone educate. Secondo Schopenhauer veniamo addestrati a leggere tutti insieme le cose spacciate come ultime novità, per avere periodicamente del materiale di conversazione e risparmiarci la fatica di pensare. Ma Schopenhauer era un reazionario invidioso del successo altrui e le sue tesi finirono subito nella categoria delle ovvietà provocatorie, cioè di quelle cose tutto sommato vere e inevitabili che, proprio perché tali, possono essere messe da parte senza doverci più pensare. Perciò vengono dimenticate fino alla loro prossima apparizione, quando per un attimo sembreranno argute provocazioni e di nuovo verranno subito dimenticate.

Pubblicato in borges, illusioni, pseudo recensioni | 2 commenti

Nel mondo della verità

Il popolo usa ancora quest’espressione, che non sappiamo se venga da qualche versetto: “ora è nella verità”: e si dice dei morti. Che soli, a quanto pare, godono di quella luce eterna ma impietosa, avara e ragionevole. Qui invece nella penombra ci chiediamo che ne sarà del Binda, l’uomo accusato di aver ucciso trent’anni fa una compagna di scuola. Apprendiamo dai giornali che è ancora in carcere, sulla base di indizi a nostro sommesso avviso molto deboli, e che ha presentato la quarta istanza di scarcerazione. Nel frattempo le autorità hanno riesumato il corpo della vittima e scavato ampiamente in un parco pubblico alla ricerca dell’arma del delitto, non si sa con quali risultati. Vengono anche esaminate (o riesaminate) delle case abbandonate. Pare comunque che la richiesta di rinvio a giudizio sia imminente.

Ricordiamo che uno degli indizi è una lettera anonima giunta alla famiglia poco dopo il delitto, che secondo gli inquirenti sarebbe proprio del Binda e conterrebbe una sorta di confessione. Come già dicemmo, a noi sembra più che altro una preghiera e l’ennesima interrogazione sul male. Nel rileggerla ci ha colpito una frase, “strazio di carni”, e siamo andati a cercarla su internet. Ne è venuta fuori una leggenda sull’Isolino Partegora, un piccolo scoglio del lago maggiore. Vuole il caso che l’isolotto sia vicino al luogo del delitto: può anche darsi che il Binda o Lidia Macchi lo vedessero quando prendevano il traghetto per andare a scuola, come del resto dovevano vederlo tutti quelli che abitano nella zona.

Per un istante questa coincidenza, che non significa nulla, ci è sembrata caricarsi di una valenza terrificante, come un piccolissimo foro nella volta celeste, da cui si intravede l’occhio spalancato e malevolo della verità.

Pubblicato in oziosità | 4 commenti

In un’epoca di diffusa verità l’unico atto rivoluzionario è mentire

veroe

Morton nota che temevamo un potere intento ad ingannarci e invece paradossalmente ci troviamo di fronte a una massa che inganna e si autoinganna senza che nessun potere riesca a fermarla. Il Pedante nota al contrario che la guerra al complottismo sembra più una questione di autorità che di verità: sotto sotto si ha l’impressione che la tesi ufficiale si spacci per l’unica ragionevole solo perché è ufficiale.

L’idea di complottismo […] integra uno dei tanti volti della tecnocrazia. Perché mortifica le opposizioni dialettiche e quindi la sorveglianza democratica, suggerisce l’idea di un buon governo in quanto governo e di un rigore scientifico garantito da chi ha la forza di reclamarne la titolarità, non dai suoi risultati“.

In entrambe le visioni c’è del vero. La collettività fabulante crea instancabilmente delle illusioni consolatorie o paranoiche e il potere dei burocrati e dei tecnici non ha nessun vero interesse a combatterle. Finge di farlo ma in realtà cerca di enfatizzare il peso e la diffusione del complottismo per sostenere che la massa è incapace di governarsi da sola. In ciò il potere utilizza agevolmente la scienza, perché buona parte del popolo ci crede come se fosse una religione.

Infatti il presunto complottismo viene quasi sempre definito “antiscientifico” anche quando di scientifico nel discorso c’è ben poco. Ad esempio, uno degli argomenti frequentemente usati contro i complottisti è il c.d. Rasoio di Occam, quello per cui non bisogna moltiplicare gli enti senza necessità. Ma questa bella ed economica idea non ha molto a che fare col groviglio delle motivazioni umane, degli errori, degli accidenti casuali. Riguardo alle vicende politiche e sociali spesso non ha senso dire che “bisogna preferire la spiegazione più semplice”. Allo stesso modo, è insensato chiamare “fallacia” il buon vecchio argomento del “dove andremo a finire”, che non è un sillogismo ma solo un entimema, cioè un discorso che ha scopo persuasivo e non dimostrativo.

Cerchiamo di essere più chiari: si sostiene che è sbagliato inferire degenerazioni a catena del tipo “se si ammette la marigiuana libera allora presto ci sarà la coca libera a da lì dove andremo a finire”. Però è chiaro che questo argomento rispecchia tendenzialmente la realtà. La stessa legge ammette l’estensione analogica delle norme, per cui è frequente che a situazioni simili (sotto certi aspetti) vengano estese previsioni nate per altre situazioni, ed ogni ampliamento finisce per estendere l’area del “simile”, anche perché nel mondo reale è difficile dire cosa sia “simile” e cosa no. La tutela della famiglia di fatto avviene per analogia rispetto a quella basata sul matrimonio, anche se ci sono notevoli differenze (ad es., nella prima non c’è il matrimonio). Una volta tutelata la famiglia di fatto ci si può allargare a quella in cui i coniugi non hanno lo stesso sesso, per via delle numerose somiglianze (che vengono arbitrariamente considerate più rilevanti delle differenze, pur presenti). Quindi la previsione pensata per la famiglia fondata sul matrimonio si estende pian piano a cose che somigliano sempre meno al modello iniziale, e non è affatto escluso che possa estendersi ancora, perché il “modello” diventa sempre più generico (da “famiglia naturale consacrata” a “famiglia naturale” a “famiglia”). Naturalmente non è detto che questa estensione sia negativa, né che debba continuare per forza, ma è molto probabile: è nella natura delle cose. Ritenere che il “dove andremo a finire” sia un errore logico è cosa da sofisti: non è un argomento strettamente logico, ma è comunque un modello piuttosto attendibile della nostra società.

Tuttavia, quante volte abbiamo sentite accusare di ingenuità, illogicità o complottismo le persone che temono questa “deriva analogica”? Il timore, naturalissimo, cozza evidentemente con un pensiero dominante, o che pretende di diventare tale, e che non esita ad abusare delle tecniche del discorso razionale e scientifico per screditare i suoi avversari e farli apparire dei sempliciotti o dei cretini. Si intuisce però che sotto l’apparente razionalità ci sono delle scelte ideologiche, che non avendo molto altro su cui appoggiarsi devono camuffarsi dall’unica cosa in cui la massa ancora crede, che è la scienza. O meglio, quella versione un po’ ipocrita della “scienza” di cui parlavamo qualche giorno fa.

Un’obiezione possibile è che questo, a sua volta, è un discorso complottista. Perché il “potere” avrebbe interesse ad alimentare un complottismo che potrebbe persino rovesciarlo? Come si nota, siamo di nuovo al rasoio: non bisogna cercare spiegazioni più complicate del necessario, basta supporre che la gente sia stupida e ignorante. Il che è certamente vero, DIO SA QUANTO E’ VERO. Però c’è un però, ed è che né il potere, né i complottisti possono davvero sapere dove li porterà il loro agire. Al momento è facile e utile diffondere l’idea che la maggior parte della popolazione sia composta da mentecatti e che i pochi ragionevoli debbano decidere per tutti. Che cosa potrà accadere a lungo termine la vera scienza non lo sa, e a maggior ragione non lo sa quella finta.

Nel frattempo ricordiamo quello che Elia Spallanzani ai suoi studenti: “non sarà la verità a farvi liberi, ma la libertà a farvi veri”.

Pubblicato in blog, illuminati, paradossi, rovesci | Lascia un commento

Too many secrets

wp_20161031_10_26_01_pro2

Immagine | Pubblicato il di | Lascia un commento

Teologi & Taumaturghi

1914298_1191887771402_1686766_n

Da qualche anno si leggono titoli di giornale del tipo “L’Italia che odia la scienza“. In genere si riferiscono a polemiche sull’uso dei fondi pubblici per la ricerca, o a indagini penali che riguardano scienziati e tecnici, o alle proteste contro industrie farmaceutiche, oppure al rifiuto di terapie mediche. Di solito si giunge alla conclusione che il popolo è privo di cultura scientifica e che bisognerebbe investire di più nel settore.

A nostro avviso le cose non stanno esattamente così. Ci sembra che gli italiani non odino affatto la scienza, anzi la idolatrano, e l’idolatria è anche una forma dell’incomprensione. Il nostro popolo, che non è mai stato religioso ma superstizioso, ripete con la scienza ciò che ha fatto con la fede. Non gli interessano le speculazioni dei teologi ma i prodigi dei taumaturghi e le grazie dei santi. Cento anni fa pregava le statue perchè facessero piovere o guarissero le malattie, e adesso prega i tecnici per le stesse ragioni: benessere e salute. Però quando non pioveva abbastanza il popolo tirava giù le statue dei santi e ci sputava sopra.

Questa è certo mancanza di cultura, ma la colpa non è solo del popolo. I teologi, per quanto persi nei loro giochi sublimi, avevano capito da tempo che per sopravvivere gli servivano i taumaturghi. Per poter chiedere denaro al popolo avevano bisogno di magie e prodigi, molto più facili da comprendere del mistero della transustanziazione. Allo stesso modo, gli scienziati hanno capito che per avere fondi gli servono i tecnici entusiasti. Di qualunque ricerca si parli, ci si affanna subito ad aggiungere che avrà presto ricadute pratiche, economiche, perché è l’unica cosa che interessa alla maggior parte delle persone*. Il clero scientifico, per mantenersi, ha bisogno di promettere il (o almeno di tollerare la promessa del) miracolo istantaneo.

Chiaramente se poi il miracolo non si verifica l’esaltazione popolare si converte in rabbia, e a quel punto i teologi si lamentano ipocritamente che il popolo non ha vera fede. Secondo i teologi il popolo dovrebbe pagare felicemente le decime per finanziare la ricerca di dio. Ricadute pratiche ce ne potrebbero essere, probabilmente ce ne saranno, ma lo scopo non è quello, l’importante è la fede, la ricerca stessa.

Per i teologi il popolo è palesemente incapace di comprendere e di valutare i loro sforzi: non ha diritto di decidere se mantenerli o no perchè è troppo ignorante e preda degli istinti. La democrazia, in campo teologico, è una palese assurdità. Per il suo stesso bene il popolo deve finanziare i chierici e fidarsi della loro parola. In realtà nessuno può mettere bocca nella loro ricerca, tantomeno politici e magistrati. La loro sfera, che è quella della verità, è assolutamente separata e autonoma.

In pratica gli scienziati vendono spesso la scienza per miracolo, e quando le cose vanno male protestano che il popolo crede ancora nei miracoli.

A tutto questo discorso si può rispondere che però i miracoli non esistono e dio nemmeno, mentre la tecnologia risolve effettivamente molti problemi e la scienza forse perviene alla verità. E che se la gente scambia la tecnica per magia e la scienza per fede è un errore suo. Sì, è così, ma è un errore incoraggiato, stimolato e rafforzato da chi per indagare la natura, o semplicemente per vivere, ha bisogno di soldi, e quindi di visibilità, di pubblicità, di aspettative e di speranze pratiche.

Quindi è vero che manca una cultura scientifica, ma ne manca pure una umanistica. Perché se gli scienziati conoscessero meglio la storia e la società saprebbero che la chiesa non incoraggia più di tanto la fede nei prodigi: per paura che, ove manchino, la vergogna dai santi di gesso ricada su Dio.

* Incidentalmente, non si può negare che la ricerca italiana abbia grosse ricadute, tipo l’ultima su Marte.

Pubblicato in oziosità, rovesci | 8 commenti

La musica delle sfere

Il padre e il fratello di Galileo erano noti musicisti e forse dobbiamo alcune fondamentali scoperte proprio a questa familiarità dello scienziato con la musica. Spallanzani, che insegnava fisica, cercava di rendere la lezione più interessante con dei racconti pittoreschi, come quello che ricopiamo:

“Galileo andò dal Granduca di Toscana per chiedergli se poteva fare un esperimento: voleva buttare due pietre dalla torre degli asinelli per vedere quale cadeva prima, e perchè; un problema che assillava da sempre i filosofi. Maestà?
Il granduca si riscosse e disse: “Sì ma se poi si fa male qualcuno mi volete mandare in galera, a me?”
Allora Galileo in cuor suo pensò: effettivamente, è un’idea del cazzo. Salire sulla torre con due pietre… veramente, come mi è venuto in testa?
Senza salutare se ne andò e inventò il piano inclinato, che era una tavola di legno rialzata, più come una grondaia, che dentro può scivolarci una boccia. Prima ci mise dentro la chiave del laboratorio, ma non scendeva bene, e così si rassegnò.
Ad aspettare il giorno dopo, per andare a ordinare due bocce: una di ferro e una di marmo, di identiche dimensioni. Poi aspettò i mesi, successero altre cose, e poi furono pronte le bocce. Col che lui le soppesò a lungo.

Nel frattempo il Granduca governava e alle volte, la sera, raccontava il fatto di Galileo, la sua domanda. Voleva buttare una vacca dalla torre di Pisa per vedere che rumore faceva! La storia gli usciva ogni volta più bella.

Ma Galielo nel suo studio aveva un pendolo. Gli dava un colpo e quello oscillando oscillando colpiva una campanella, tin, tin, tin. Un tìn ogni quanto di tempo, per un po’ di tempo. Quanto tempo? Come saperlo! Ma uno ogni tot, e quindi…
Poteva sapere quante campanellate ci metteva la boccia a percorrere il piano inclinato, ma non bastava. Evidentemente le bocce, a differenza dei pianeti, non gioivano del moto uniforme e perfetto. Figlie della materia, cadevano sempre più svelte, attirate verso il nucleo dall’amore universale.
Le bocce, fatte di ferro e di pietra, venivano infatti dal cuore del pianeta; del grande animale terrestre; ne erano state strappate e adesso anelavano a ricongiungersi con le loro simili, al centro. Così opera la legge per cui il simile attrae il simile, che vi si precipita.
Galileo lo sapeva. Anche lui era un uomo e come le pietre correva all’altra porzione, alla metà del tetramorfo. Quello che, dice Platone, in origine era l’uomo: a quattro zampe e due teste, di maschio e di femmina insieme. Separati, al fine, per troppa scostumatezza, troppo potere, finché piacque a Zeus farne due tronchi e, dimidiandoli, insegnargli l’umiltà, che cos’è. Amen.
Ma allora i pianeti, i pianeti… perchè loro no, perchè loro dovrebbero marciare uniformi, come dice Aristotile? Sono come gli spiriti, che come gli umani, che come le pietre corrono… oh no, no, che miscuglio, che contraddizione… e allora, allora…
Ma la risposta pronta c’era: i pianeti muovonsi eguali perchè… dall’uomo differiscono in purezza… e ciò che nell’uomo è fregola bestiale, che lo affonda…  e ciò che nella più vile pietra è corsa annichilente… al contrario nel pianeta si raffina, ed è amor che dura sempre, costante, dolce.
Galileo sapeva tutto, ma…

Nei giorni che vennero Galileo lasciava le bocce nel canalone del piano inclinato e le sentiva scendere con lieto rumore di pioggia. Poi, più per sfizio che per altro, appese sul canale uno due tre campanelli, che quando la boccia scendeva gli titillava il batocchio. Sicché la boccia cadendo faceva tìn tìn, come il pendolo, come il cuore degli automi. E Galileo giocando coi campanelli si avvide che mettendoli tutti alla stessa distanza, a un metro l’uno dall’altro, la palla scendendo faceva un tin tin sempre più svelto. Quindi accelerava! Ma come misurarlo?
Allora prese il pendolo, gli diede un colpo, poi lasciò la boccia e sentì due serie di tìn: il tin tin regolare del pendolo, e quello affrettato della boccia, ogni serie di tin col suo ritmo, le sue armoniche… e come il bifolco che accorda la chitarra per farsi strada tra le cosce di una serva, così Galielo accordò il piano sul pendolo, finché le armoniche si sovrapposero e gli intervalli furono uguali. Di tempo! Perchè nello spazio, era un’altra questione.
Adesso i campanelli stavano uno a un metro, il secondo a due e mezzo, il terzo a quattro e mezzo, e così via. Più ci si allontanava dalla fonte, dalla bocca del canale, più la palla accelerava! E ad ogni intervallo la sua fregola cresceva di un quanto misurabile, sempre lo stesso.

campanequite

perspicua illustrazione marginale dell’autore

Galielo uscì dal laboratorio intronato di campanelli, andò in una bettola, giocò a dadi e bestemmiò. Poi mangiò, dormi, poi si sgravò del superfluo. Poi parlò in pubblico, scribacchiò una novella. Passarono i mesi, il piano inclinato pigliava polvere nello stanzone, ma la legge ormai era scoperta: un corpo libero di cadere accelera uniformemente, irresistibilmente, fino all’inconcepibile schianto.  Nessun amore, nessun dio sulla terra. Le cose cadono sempre più in fretta, pensa Galileo, e forse io e tutto il pianeta volvente e il sole e le stelle invulnerabili giriamo e cadiamo sempre più svelti in folle spirale verso che cosa.

Pubblicato in oziosità, spallanzate | Contrassegnato | Lascia un commento

Le api d’oro

Grande commozione per l’eroico sacrifico della sonda Rosetta, ma non dobbiamo dimenticare gli altri fieri e volenterosi satelliti che nel corso degli anni hanno dato la loro vita per migliorare la nostra. Ricordiamo innanzitutto Kocmoc-2251, maschio satellite per telecomunicazioni del peso di una tonnellata, partito nel giugno 1993 dal glorioso cosmodromo di Plesetsk.

kosmos202251

Installatosi nell’orbita bassa, Kocmoc (cosmos) 2251 ha portato avanti il suo umile ma necessario compito sfidando diciotto volte al giorno la pericolosa anomalia meridionale delle fasce di Van Allen, che attraversava continuando sprezzantemente a trasmettere nonostante la sua scarsa schermatura. E così andarono avanti le cose per un bel po’ di tempo, gira e rigira.

A un tratto però, verso l’agosto del 1995, il satellite smise di trasmettere. A terra lo diedero per perso, forse vittima di qualche microcollisione o delle sullodate fasce, che con le loro particelle cariche avevano cortocircuitato il virile ma primitivo Kocmoc. Nel 1995 i russi avevano ben poco da ridere: la guerra cecena entrava nel vivo e tutto il mondo biasimava l’ex impero, soldi non ce n’erano e in fondo di Kocmoc non importava a nessuno: nuovi e più sofisticati satelliti stavano già ingolfando l’orbita bassa: in definitiva, il nostro 2251 fu abbandonato al suo destino.

Ma due anni dopo riprese a trasmettere: inspiegabilmente, a sprazzi, Kocmoc sparava nello spazio quelle che all’inizio sembravano canzoni rivoluzionarie. E poi, visto che nessuno gli badava, così come aveva ricominciato smise di nuovo: tornò un oggetto nero e muto, colmo di elettronica rancura.

Siamo giunti così al 1997, quando dal Kazakistan e precisamente dal glorioso cosmodromo di Baikonur parte Iridium33, vezzoso satellite americano per telecomunicazioni, del peso di 550 chili, in tutto simile ad un’ape d’oro e un tantino effeminato. Meno intrepido di Kocmoc , Iridium si limita al suo squallido compito di servo del capitalismo ma fa il grave errore di irridere (come dice il suo nome) il povero Kocmoc , che solo e abbandonato gli passa trecento chilometri sopra una volta ogni settecento orbite.

iridium_satellite

Il vecchio Kocmoc, solo ormai da anni e abbandonato, nella sua miseria forse guardava con paterna simpatia ai più giovani Iridium e nulla esclude che in quell’isolamento avesse sviluppato anche una certa passione amorosa per le sfolgoranti api d’oro: immaginate quindi cosa deve aver provato a sentirsi sfottere e chiamare “antenna rotta”: dapprima ferito, come mozzicato da un aspide, pensò forse di mettere fine alla sua ormai inutile esistenza, ma poi ricordò gli insegnamenti dell’accademia e allora il suo odio per i fottuti Mericani, che era composto da una buona parte di amore, divampò nuovamente.

Non si è mai capito come abbia fatto, ma Kocmoc abbassò da solo la sua orbita e gira e rigira, gira e rigira, dopo dodici anni di cauto avvicinamento, nel febbraio del 2009, proprio in corrispondenza della Siberia, il magnifico russo portò la giusta retribuzione sul femminiello Iridium, inculandolo da dietro all’entusiasmante velocità di VENTISETTEMILA CHILOMETRI ALL’ORA mentre cantava un inno bolscevico.

E per la prima volta nella storia un satellite russo disintegrò un satellite americano (perendo purtroppo nell’eroico gesto), e per l’ultima volta la stella rossa del comunismo rifulse gettando nel terrore i plutocrati e i loro pallidi scherani.

Quindi noi diciamo onore al compagno Kocmoc 2251 e Russia-Merica 1 a 0.

Pubblicato in alieni | Lascia un commento

Sulla manticora e la carne degli uomini

Se cercate su google “manticora” e “gelada” troverete diversi siti in cui si ipotizza che l’immagine del mostro venga dalla deformazione di quella di certi babbuini.

Ad es. da Supereva : “Vi sono però dei babbuini chiamati “gelada” che vivono in Etiopia, in terreni aridi e rocciosi. Hanno la voce a trombetta, il pelo fulvo, la coda spessa terminante con un ciuffone e camminano a quattro zampe. Non sono carnivori ma hanno denti enormi e quando si arrabbiano scoprono le gengive rosse. Il fatto che un animale etiope sia finito nelle cronache persiane del V secolo AC può essere spiegato perché all’epoca i gelada vivevano in quasi tutta l’africa del nord. Egizi e numidi solevano tenerne alcune al guinzaglio, e all’epoca l’Egitto era una colonia persiana.

Poi dal 5clone: “Inoltre la manticora è anche associata ai gelada, babbuini che vivono in Etiopia, in terreni aridi e rocciosi. Hanno la voce a trombetta, il pelo fulvo, la coda spessa terminante con un ciuffone e camminano a quattro zampe. Non sono carnivori ma hanno denti enormi e quando si arrabbiano scoprono le gengive rosse.”

E da misteri.esoteria: “In Etiopia vivono dei babbuini chiamati gelada che hanno il pelo fulvo, la coda che termina con un aggroviglio di peli e camminano a quattro zampe, questi non sono carnivori, ma hanno dei denti enormi e gengive rosse.”

E nel forum l’antrodelleanime: “In Etiopia vivono dei babbuini chiamati gelada che hanno il pelo fulvo, la coda che termina con un aggroviglio di peli e camminano a quattro zampe, questi non sono carnivori, ma hanno dei denti enormi e gengive rosse. Come sia finita questa creatura nelle cronache persiane del V secolo AC può essere spiegato in un solo modo: poiché all’epoca, i gelada vivevano in tutta l’africa del nord.”

Persino in un articolo più serio, da bibliomanie: “Nel tempo, gli studiosi hanno avanzato diverse ipotesi di identificazione per la manticora: […]. Altri, basandosi invece sull’allusione pliniana all’Etiopia (confinante con l’Egitto, all’epoca possedimento persiano), hanno preferito il gelada, un babbuino del nord Africa, amante delle zone aride e rocciose, dotato di voce chioccia e stridula, con il pelo fulvo e l’andatura quadrupede e munito di una coda terminante con un vistoso ciuffo. I gelada non sono ovviamente antropofagi (né carnivori), ma se vengono infastiditi, mostrano una formidabile dentatura.”

Eccetera eccetera.

E’ evidente che tutti questi brani sono molto simili e pur senza mai menzionarla vengono da un’unica fonte, e lo sappiamo per certo per il semplice motivo che quella fonte siamo noi. In rete infatti si trova il testo che scrivemmo all’epoca e che fu anche inserito su wikipedia nel 2004 e prontamente cancellato dai soliti mediocri dell’enciclopedia quasi libera.

Nel giro di 12 anni l’ipotesi si è diffusa nonostante la censura wikipedesca ma è stata attribuita a una generica terza persona o a fantomatici “studiosi”. La cosa più buffa è che quel testo era a sua volta una rimasticatura di una lezione che l’Elia tenne nel 1982, in cui si aggiungeva una considerazione interessante:

“Sull’origine della sfinge, leggo che Ambroise Paré, nel riprendere quanto annotato da Andrè Thevet nella sua Cosmografia, faceva un po’ quel che ho fatto io con la manticora: si chiede cioè se il modello originale non fosse una scimmia.
Thevet riferisce infatti che trovandosi presso il mar Rosso, più volte gli era capitato di vedere arrivare certi indiani che portavano con loro una creatura mostruosa e singolarissima. Si trattava di un animale simile a una tigre, ma senza coda, con il viso dalle caratteristiche umane ma con il naso camuso; gli arti anteriori assomigliavano a quelli di un uomo, mentre i posteriori avevano le sembianze di zampe di tigre; il corpo era ricoperto di una fine peluria, che si accentuava nei capelli, neri ed increspati. Gli indiani chiamavano questa strana creatura “thanacth” e la cacciavano nelle loro terre a colpi di freccia, per poi gustarne la carne prelibata.
Il Paré si chiedeva se non fosse proprio questa bestia, che forse gli Indiani importarono dalla Siria, alla base della rappresentazione della sfinge.

Ma la cosa più bella per me non è tanto la possibile conferma di una derivazione di questi mostri dalle scimmie, bensì proprio la scoperta di Thevet, grande viaggiatore e cosmografo reale! Bugiardone, arruffone e sfortunato, pure. Sentite: messo in convento a dieci anni, invece di studiare divorava libri di viaggi e d’avventure. Al seguito di un cardinale girò il medioriente e pubblicò una cosmografia del levante, che poi si scoprirà essere opera di un suo scriba, col quale polemizzerà e perderà anche un processo. L’ingiusta fama gli procurò un viaggio in Sudamerica: ci rimase dieci settimane appena e nondimeno scrisse Stranezze della Francia antartica altrimenti chiamata America, che deve essere un delizioso miscuglio di fole. Scoprì per primo il tabacco, lo potrò a casa e lo coltivò, ma lo descrisse solo nel 1575, quando ormai la gloria era già tutta di tale Jean Nicot (da cui nicotina). Diventa poi cosmografo del re e fece stampare, appunto, una Cosmografia Universale, ma litigò di nuovo con un collaboratore. Costui passò al nemico e tradusse in francese la Cosmographie di Sébastian Münster, che uscì tre anni prima di quella di Thevet e gli tolse quasi tutto il pubblico. Sull’onda della traduzione in francese delle Vite di uomini illustri di Plutarco, Thevet rilanciò e ne pubblica una sua, libro mostruoso e di singolare acredine contro i suoi nemici, dove sono elencati con perfetto disordine oltre 200 personaggi illustri presi un po’ a casaccio da ogni luogo ed epoca. Completava il tutto un indice per nome, che rendeva impossibile la consultazione sistematica. Invecchiando continuò a farneticare e si convinse di essere stato in America non una ma due volte (Storia dei due viaggi, postumo). Cosa non darei per una vita così!”.

Pubblicato in frammenti, plagi, spallanzate, virale, wikipedanti | Contrassegnato | Lascia un commento

Contrarisum 2

Anche su facebook si possono trovare cose interessanti. Il socio Bellassai ci segnala una rara sindrome chiamata come le erbe della Ricola, Witzelsucht, ossia “dipendenza dallo scherzo”, che sembra derivare da una lesione del lobo frontale destro del cervello. Le vittime della malattia producono continuamente motti di spirito e ne traggono un intenso divertimento. Le loro battute però non fanno ridere nessuno e potrebbero classificarsi più come semplici bisticci o freddure (ad es., “Q: What did the proctologist say to his therapist? A: All day long I am dealing with assholes”).

Il fatto curioso è che gli afflitti non riescono più a comprendere forme di umorismo complesse. Sembra che il danno cerebrale diminuisca la capacità di risolvere problemi, il che confermerebbe che un motto di spirito è simile a un codice o a un gioco enigmistico. C’è da dire però che questi drogati della battuta appaiono inoffensivi, tranne per i loro cari, e si divertono con poco. Inoltre nella forma benigna offrono materiale per la pagina delle “risate a denti stretti”. Non si può nemmeno escludere che il loro deficit fosse un tempo la modalità normale di funzionamento cerebrale e che lo humor costituisca invece una degenerazione recente o un errore evolutivo.

Prendiamo ad esempio una delle tante varianti della storiella dei tre desideri. Tre naufraghi trovano la lampada di Aladino: il genio esaudirà un desiderio a ciascuno. Il primo desidera di tornare a casa, il secondo pure, il terzo dice: “ora mi sento solo, vorrei che i miei due compagni fossero di nuovo qui”.

Il soggetto con una lesione al lobo non capisce la battuta, ma il vero problema è perché noi la capiamo, cosa capiamo, e perché ci fa sorridere. Prima di rispondere vediamo un altro spunto preso da internet.

Roberto Di Palma cita un articolo di Zizek, che a sua volta cita Dupuy. Quest’ultimo dice, in sintesi, che gli uomini non tollerano l’idea di essere inferiori ad altri per motivi oggettivi. Perciò ricorrono ad alcuni meccanismi che servono a rendere non umiliante il rapporto di superiorità: la gerarchia (un ordine imposto dall’esterno che mi consente di percepire la mia condizione sociale inferiore come indipendente dal mio valore personale); la demistificazione (il procedimento ideologico che dimostra come la società non sia una meritocrazia ma il prodotto di oggettive lotte sociali, consentendomi così di evitare la dolorosa conclusione che la superiorità di qualcuno sia il risultato del suo merito e dei suoi risultati); la contingenza (un meccanismo simile, che ci consente di capire come la nostra posizione nella scala sociale dipenda da una lotteria naturale e sociale: i fortunati sono quelli nati con i geni giusti in famiglie ricche); e la complessità (forze incontrollabili hanno conseguenze imprevedibili: per esempio, la mano invisibile del mercato può portare al mio fallimento e al successo del mio vicino, anche se io lavoro molto di più e sono molto più intelligente).

gigek

una diapositiva dell’ilare sjigek

Questi meccanismi, si nota, in realtà non contestano o minacciano la gerarchia, ma anzi la rendono accettabile, perché “a scatenare l’invidia è l’idea che l’altro meriti la sua fortuna e non l’idea opposta, l’unica che può essere espressa apertamente”.

Da questa premessa Dupuy giunge alla conclusione che sia profondamente sbagliato credere che una società ragionevolmente giusta, e che si percepisce come giusta, possa essere priva di rancore: al contrario, è proprio in società di questo tipo che chi occupa posizioni inferiori darà sfogo al suo orgoglio ferito con violente esplosioni di risentimento.

Detto questo, e come è stato già notato, ai 4 meccanismi difensivi si può aggiungere l’ironia, considerandola o come una delle modalità con cui si esprime la demistificazione oppure, al contrario, considerando la demistificazione uno dei risultati dell’ironia. L’ironia permette di sentirsi superiore al bersaglio, scaricando l’aggressività senza arrivare al conflitto vero e proprio. In questo modo, inoltre, le persone possono illudersi stare facendo qualcosa contro un sistema che disapprovano. Il sistema però resta pressoché invariato e quando capisce che non ha molto da temere, perché la gente è appunto paga di ironizzare, può persino mettersi a usare lo stesso metodo.

Meglio ancora, i meccanismi individuati da Dupuy possono essere ordinati storicamente: nel ‘700 l’ordine esterno, la gerarchia divina o “naturale” che si voglia, viene demistificata anche attraverso l’ironia ed emerge l’aspetto della contingenza. Nel giro di  un paio di secoli diventa predominante l’aspetto della casualità (lotteria genetica, scontro tra le classi), su cui viene costruita una nuova gerarchia, un ordine apparentemente “naturale” (evoluzione, mano invisibile etc). Quest’ordine viene ulteriormente demistificato e appare la complessità (fine dell’illusione nel socialismo scientifico, fine dell’illusione che il mercato possa autoregolarsi, caos sottostante).

Siamo ormai vicini. La reazione alla complessità è di nuovo una forma di demistificazione, ma siccome sotto la complessità non c’è nulla (o c’è tutto), stavolta l’arma viene rivolta contro se stessa: si demistifica la stessa demistificazione! Che da strumento di conoscenza viene degradata a strumento di consolazione: é il regno dell’ironia come attività di sostituzione, in cui viviamo ancora.

14390776_10154639787429429_6827450107379150563_n

la comicissima consolazione

Tra l’altro, l’osservazione non è poi nuova. Scriveva notoriamente Platone: “Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tanto disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della tirannide è pronuba e levatrice. Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.”
Marx invece riprendeva l’osservazione per cui le cose si ripetono sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.

Notare l’inversione temporale, segno di tempi cambiati. Quanto più spazio si concede al sarcasmo, tanto più si allontana la necessità della violenza, e il sarcasmo sempre ripetuto diventa a sua volta oggetto di sarcasmo. Ne deriva che una democrazia degenerata ha tutto l’interesse ad ampliare il dominio della satira, che diventa un succedaneo della violenza e finisce per accartocciarsi su se stessa lasciando il sistema immutato. Quindi bisogna correggere Platone: una democrazia, per abuso di se stessa, può fermarsi prima del sangue e restare nel ridicolo per molto, moltissimo tempo.

E quindi torniamo ai malati di wizzelsucchio: loro questo ridicolo non lo colgono, non li fa ridere. Si beano solo del gioco di parole, come se provassero piacere a trovare una falla nel sistema linguistico. Probabilmente odiano lo stesso linguaggio, che è fatto notoriamente per mentire, e il loro odio si esprime in questa risata demenziale, ininterrotta, spaventosa. Eppure forse fanno bene: se l’ironia non li consola, vuol dire che il loro istinto di lotta ha ancora qualche possibilità di cambiare le cose, invece di perdere elegantemente. Può darsi che l’unica speranza di una vera rivoluzione sia rimessa nelle mani di questi malati, che non riescono a vedere il lato comico dell’inferno.

Pubblicato in oziosità | 2 commenti

Come fatto apposta

Per un caso curioso, ogni volta che ci viene voglia di lasciar perdere il blog viene fuori qualche piccola stranezza che ci fa cambiare idea. Giravamo mestamente per la rete quando ci siamo imbattuti in una tesi di dottorato sull’algebra omologica (argomento che ignoriamo onninamente) che menziona il Nostro. Riportiamo uno stralcio:

“Ciò che stai per leggere è il prodotto di un lavoro di indagine
che esula enormemente dalla matematica; parlare di algebra omologica,
di teoria delle categorie, di geometria, topologia o fondamenti
è funzionale a uno scopo diverso dalla “semplice” matematica.
Come conseguenza, questo lavoro contiene diverse cose in
aggiunta ad essa: la mia visione della materia, che ho raffinato (o
peggiorato, o irrigidito) negli anni; dosi molto elevate di un discutibile,
troppo personale senso estetico; un ancor più discutibile
gusto per il citazionismo e diverse idee che, cresciute in libertà
nell’arco di anni, non sono state smussate, semmai affilate, proprio
perché intoccate.”

In cima, una permutazione della quieta sentenza dell’Elia:

“Le anime, al contrario delle lame, si affilano evitando ogni contatto.”

Spallanzani, che in vita ha sempre avuto l’onore di essere ignorato sia dal popolo che dall’accademia, sarebbe rimasto completamente sorpreso: poi avrebbe pensato che quell’introduzione poteva averla scritta lui, a dispetto dell’evidenza, e infine si sarebbe messo a cercare nelle formule e nei diagrammi di questa tesi un punto di contatto tra la teoria delle categorie e quell’appuntamento mancato per via del destino, o cose del genere. Con una certa puerile baldanza, e non senza compassione, cercare il punto in cui logica infernale e principesco arbitrio si scambiano i ruoli. Il che proveremo a fare anche noi.

Pubblicato in illuminati, segnalazioni | 2 commenti

Contrarisum

Nel “motto di spirito” (1905) Freud sostiene che un certo tipo di umorismo somiglia al sogno e che il motto nasconde sotto una forma accettabile un contenuto aggressivo o (manco a dirlo) una pulsione sessuale. Il motto sarebbe una sorta di codice e se gli ascoltatori ridono è perchè colgono il senso nascosto e si liberano di una pulsione che vorrebbero esprimere ma non possono. In effetti, sin da Socrate l’ironia è considerata un modo di “parlare dissimulando”, ma mentre per lui l’ironia mirava alla conoscenza della realtà, per Freud serve a soddisfare l’inconscio. Una funzione francamente miserabile, come quasi tutto il discorso di Freud. A parte il nostro giudizio poco benevolo, sta di fatto che la sua concezione non è universale bensì condizionata da una società che praticava ampiamente la censura (in effetti tutta la struttura mentale descritta da Freud non è altro che la società del suo tempo). Col ridursi dei vincoli espressivi, paradossalmente risulta meno utile (e più difficile) parlare dissimulando: da cui una serie di battute in cui il contenuto aggressivo o sessuale è tutt’altro che nascosto. Se Freud avesse ragione, una società molto libera non avrebbe bisogno di fare battute: e invece continua a farle, solo che diventano meno sottili e somigliano sempre di più a pure affermazioni di odio o di desiderio. Il loro effetto perciò si inverte: invece di fornire un piacevole nascondiglio alle pulsioni, mostrano chiaramente all’ascoltatore quanto è atroce ciò che sente. Questo è il motivo per cui le “battute” di CH non fanno ridere, quindi si può rovesciare la tesi di Freud e sostenere che l’umorismo non nasce dalla liberazione di una pulsione nascosta, ma proprio dalla sua copertura. L’uomo, che in fondo non ignora affatto il suo nucleo malefico ed egoista, ride quando trova il modo di coprirlo ingegnosamente, mentre quando lo vede espresso chiaramente si infuria e si vergogna. Questo “antiumorismo”, che è solo una delle tante benefiche conseguenze del progresso, potrà essere debellato solo con una politica rigidamente conservatrice e il ritorno alle dolci inibizioni di un tempo. Del resto, è noto che i grandi umoristi sono dei moralisti.

Pubblicato in atrocità, media, oziosità, rovesci | Lascia un commento

Il problema Euridice

E’ sorprendente la quantità di scrittori che si sono tolti la vita in albergo. Una volta avevamo compilato una lista con la data, il luogo e il metodo. Wikipedia, nella sua inguaribile mediocrità, ci cancellò la pagina degli scrittori suicidi perchè diceva che era una categoria sciocca e inutile, e poco tempo dopo ricreò la categoria, rendendola però molto meno utile della nostra. Comunque abbiamo perso la lista e ora ci tornano in mente solo Esenin (1925), che si impiccò in albergo a trent’anni; Frederick Van Rensselaer Dey (1922), che si sparò; Ernst Weiss (1940), che aveva curato Hitler, e un altro Ernst, Toller (1939); poi Mário de Sá-Carneiro (1916, a 25 anni), che con Pessoa aveva fondato il gruppo Orfeo, e parlando di Orfeo, Cesare Pavese (1950), che si uccise il 27 agosto coi sonniferi. Notoriamente aveva sul tavolino i Dialoghi con Leucò. Ed è proprio in omaggio a quel libro così diverso da suoi che Elia Spallanzani scrisse “Tre versioni di Euridice”, perché lui di ogni cosa aveva almeno tre versioni, e nonostante sia una delle sue cose meno interessanti e spallanzanesche la ripubblichiamo lo stesso:

“Tre versioni di Euridice

(nda: rileggendo trovo accenti patetici, mero terrorismo, ma il tempo fa le cose piatte e prima che la nostalgia ti spinga a mantenere per cimelio, prova ad aggiustare).

le tele che hai tessuto nella notte
il giorno le ha disfatte
c.p.

Orfeo scriveva noticine per un supplemento domenicale, Euridice invece coltivava i bulbi. Quando tra loro tutto finì, lei andò a starsene in un posto affollato e buio. Per ritrovarla Orfeo affrontò molte peripezie noiose a descriversi, quindi udì dalle sue labbra il curioso patto: “per le potenze infernali, io verrò con te solo se giurerai di non amarmi più.”
Orfeo giurò, senza poterle dire la ragione. Nei mesi a venire quel che sentiva lo uccise e i resti li seppellì nelle sue note: l’editore già si lamentava per la vaghezza di certi rimandi e tutto, tutto era una trappola…

no, non va bene.

Invece Orfeo le rispose: è un patto crudele, ed aggiunse molte altre e patetiche parole: non era meglio crepare tra le zanne del cane tricipite?  meglio il sangue nero di Acheronte fin giù nella strozza, che fare del mio cuore il mio nemico… queste ed altrettali. Al che Euridice disse soltanto: “fai tutto tu”, e riprese ad arredare la plutonica dimora…

questa è ancora peggio. No.

Disse Orfeo:  un patto stupido. Io ho tessuto di te le notti! Merito un’ultima occasione. Al che Euridice: così mi hai perso, già allora, e non da ieri. Da quando hai scelto di ascoltare solo la tua voce. Mi hai fatto più grande della vita, schiacciante, fuori di misura; ed è questo che vedo in te quando  mi guardi: nei tuoi occhi, una dea… quindi “per le potenze di cui sopra, io verrò con te se saprai condurmi fuori senza mai voltarti”. Orfeo accettò, ma poi fallì. Voleva tanto la sua musa…

Cazzo! IO VOGLIO che finisca bene! Anche se è brutto. Orfeo devo riuscire.

Il tunnel finisce, si vede già il primo verde, è fatta! Ce l’hai fatta, chiacchierone… dalla morte, il cui vero nome è separazione, alla grande luce del mattino. Che scioglie anche i tuoi canti e la bellezza ultraterrena… puoi voltarti adesso. Ma Orfeo sente le viscere contrarsi e dice: adesso, Euridice, cosa vedrei sotto il sole ragionevole? Io penso…

“tu sei pazzo”

…che amo questa trappola e vorrei che non finisse.

“no!”

perciò giunto alla soglia Orfeo si volta, torna indietro, e stretto tra poco e nulla lui sceglie tutto.”

Pubblicato in frammenti, pavese, spallanzate | Contrassegnato | Lascia un commento

Il verme dei ghiacci

Come Borges, anche Elia Spallanzani sentì il bisogno di perpetrare un racconto alla Lovecraft. Purtroppo nel suo sublime dilettantismo il nostro non andò oltre l’incipit, che resta comunque memorabile e che vi riproponiamo nel 126simo anniversario della nascita (di Lovecraft, non del nostro).

“Il Verme dei ghiacci

in memoria

Dalla terra di Francesco Giuseppe sono quattrocento miglia fino alla prima catena: le montagne, alte sei chilometri, emergono per metà dall’altopiano di ghiaccio. Quando la temperatura scende a meno sessanta vedi sbucare qualche verme dei ghiacci. Il verme dei ghiacci è lungo quattro metri, largo quanto un braccio, colore del metallo brunito; non ha occhi, a che gli servirebbero, e la sua bocca ricorda una grattugia rivolta all’esterno. Poiché sulla superficie non vi è nulla che gli aggradi, emerge solo per errore: come le balene che si arenano; per un difetto del suo sonar o di altro strumento inconcepibile che gli permette le sicure traversate dei ghiacciai. Dietro di sé lascia cunicoli così numerosi che se la neve non fosse pressata, schiacciata dai millenni fino alla consistenza del quarzo, se così non fosse… crollerebbe in lastroni di chilometri, a seppellire le poche vite che si avventurano quassù.

Ma dietro i picchi della prima catena c’è un altro altopiano, questo a quota quindicimila piedi, e nel suo cuore c’è un’altra catena, le cui vette superano abbondantemente i nuvoli: trentacinquemila piedi, meno ottanta di temperatura, l’aria così rarefatta che nessuna creatura vi sopravvive: tranne il verme dei ghiacci. Quelli della seconda catena sono lunghi fino a dieci metri, larghi quanto una bombola del gas: di colore più chiaro, vicino all’argento, e per bocca nient’altro che un foro: i denti sono all’interno, lungo tutto il tubo digerente. Invece di strisciare questo verme si avvolge su sé stesso come le macchine tritaroccia del canale sotto la manica: dubito che abbia una mente: dubito addirittura che sia un animale.

Oltrepassata la seconda catena, appare un altro altopiano: immerso in una luce invariabile, è alto trentamila piedi; battuto da venti a trecentocinquanta chilometri all’ora, piatto come la volta di un cranio: al suo centro, finalmente, si innalza la terza catena, al cui confronto le altre due sembrano formicai. Cinquantamila piedi d’altezza, temperatura meno novanta, i bordi affilati come lame dalle correnti a getto, è in tutto simile a un pettine di ghiaccio: regolare, ultraterrena visione colorata d’azzurro: e nel suo ventre ricamano i vermi dei ghiacci: mostri larghi quanto betoniere, lunghi cinquanta e più metri, privi di bocca, di occhi, di pensiero, si torcono senza tregua allo scendere della notte.

Ma dietro queste montagne c’è un altro altopiano: al suo centro, un’altra catena, che lambisce la ionosfera: sulla sua cima, ridotti dalla lontananza, migliaia di fili trasparenti, tesi verso le stelle, anelanti.”

Pubblicato in frammenti, lovecraft, spallanzate | Contrassegnato | Lascia un commento

Sospettare, sospettare sempre

Parlando di roba da mangiare, che poi è un argomento che non stanca, pubblichiamo parte di una delle ultime lettere di Spallanzani alla nipote Letizia.

“Cara Letizia, l’altra notte mi sono svegliato verso le quattro in preda all’inquietudine, mi sembrava di ricordare di aver fatto un sogno sgradevole che aveva a che fare con le etichette, ma i dettagli mi sfuggivano. Tanto per fare qualcosa mi sono alzato e sono andato in cucina, dove un gesto dopo l’altro ho finito per mettermi a mangiare dei biscotti del Mulino Bianco. Ti ricordi la pubblicità del piccolo mugnaio? Io per me l’ho sempre trovata frustrante. Comunque si trattava dei galletti, quelli quadrati, e mentre ne immergevo uno nel latte ho pensato alla frase “inzuppare il biscotto” e mi sono messo a ridere da solo, a lungo, sgangheratamente. C’era qualcosa di orrendo in quella risata da mentecatto e allora sempre per fare qualcosa mi sono messo a leggere l’etichetta dei biscotti, come faccio sempre.

A parte i dati nutrizionali, che tengo in gran conto, amo la lista degli ingredienti e mi sembra che leggendola il sapore dei biscotti migliori. Infatti mi sono sembrati subito più zuccherosi, direi addirittura più cristallini e sgranocchievoli, quando però mi è venuto un dubbio:  “ma questa etichetta, insomma, è sempre stata così?”. Sono già tanti anni che vendono i galletti, ci sarà pur stato qualche cambiamento nella ricetta o negli ingredienti, ma io come faccio a saperlo cara Letizia? Non posso mica fare il confronto con l’etichetta di un anno fa, o di cinque, e chi è che si conserverebbe l’etichetta dei biscotti per vedere se varia la composizione? Allora mi sono detto che avrei chiesto al negozio, ma poi mi è venuto in mente che un’informazione del genere non la sapranno, perché non importa a nessuno, o meglio importa eccome ma a gente che non ne discute in pubblico, et pour cause.

Ma il fatto che la composizione delle merci varia di nascosto mentre l’aspetto resta uguale, questa idea dico, un’idea molto semplice e banale, si è impadronita di me disordinatamente, si è estesa a tutti i settori dell’esistenza e in breve ha intossicato la mia visione della realtà: e per più preciso dire ha riattivato un pensiero che esisteva già latente, che forse è sempre esistito.  […]”

 

Pubblicato in frammenti, imposture, spallanzate | 1 commento