Il giuoco che non mai finisce

Maria Caterina Cicala (nomen etc) ha curato per Sellerio una raccolta di 49 ricordi di infanzia incentrati sul gioco. Non ci sono solo scrittori ma anche scienziati (forse i più deludenti) e politici (che ci tengono a mostrarsi predestinati: Churchill giocava coi soldatini, Hitler leggeva storia militare).

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Diversi autori ricordano il gioco del “facciamo che”: Teresa d’Avila giocava alle “monachine”*, Tolstoj a Robinson (Robinson Suisse) e a fare il cocchiere, Gide aveva un amico immaginario, Jung al sacerdote del fuoco, Sartre a fare lo spadaccino, Amado il pirata. Uno dei racconti più noti è quello di Tolstoj, riportato anche in un’altra forma, che oltre a sprigionare nostalgia costituisce un punto nodale nel passaggio dal “facciamo che” al suo erede moderno, il gioco di ruolo:

[…] “Facciamo Robinson”.
“No, è noioso…”, disse Volodja, sdraiandosi indolentemente sull’erba e masticando delle foglie. “Eternamente Robinson! Se proprio volete giocare, fate piuttosto una capanna!”
[su insistenza della ragazza Volodja acconsente]
La condiscendenza di Volodja ci fece ben poco piacere, mentre il suo aspetto indolente e annoiato distruggeva tutto l’incanto del gioco. Quando ci sedemmo per terra e, immaginandoci di andare a pesci, cominciammo a remare con tutte le forze, Volodja rimase con le braccia penzoloni, in un atteggiamento che non aveva nulla di somigliante all’atteggiamento di un pescatore. […] Quando, immaginandomi di andare a caccia, con un bastone sulla spalla, io mi dirigevo verso la foresta, Volodja si sdraiava sulla schiena, inarcava le braccia sotto la testa e mi diceva che era come se camminasse anche lui. Quei modi e quelle parole, raffreddando il nostro gioco, erano estremamente antipatici, tanto più che era impossibile non convenire in fondo al cuore che Volodja si comportava da persona seria.

Volodja si annoia e ostenta la sua noia, anche nel tentativo di apparire più adulto. Tolstoj ricorda quando anche lui partecipava al “facciamo che siamo in carrozza” e commenta che se uno si mette a ragionare davvero, non si fa nessun gioco.

Ma in realtà c’è un’alternativa. Il gioco di Robinson è arrivato al limite perché imita goffamente la realtà ed è inevitabile che prima o poi qualcuno pensi “questa sedia non è una carrozza, questo bastone non è un fucile, smettiamola o almeno costruiamo una capanna vera“. Crescendo diventa più difficile sospendere l’incredulità di fronte alla palese smentita dei fatti.

Invece dire “vado a caccia nel bosco”, se uno lo dice col tono giusto, non fa scoprire rapidamente il gioco. Ancora una volta la parola è più potente e insinuante dell’immagine, il verbo più dell’imitazione e le parole di Volodja “fai conto che stia camminando anch’io” possono essere la fine di questo gioco e l’inizio del gioco di ruolo, in cui i partecipanti si limitano appunto a descrivere o indicare le azioni dei loro personaggi, senza mimarle. Il gdr quindi non rientra nella mimesi ma ha più a che fare con l’agon e, allo stesso tempo, con la vertigine: una vertigine puramente mentale. Il passo successivo è in un altro brano dell’antologia. Scrive Kierkegaard:

Quando Giovanni qualche volta gli chiedeva il permesso di uscire, ne otteneva quasi sempre un rifiuto; in compenso, però, il padre qualche volta gli proponeva di passeggiare su e giù per la stanza tenendolo per mano. A prima vista sembrava un magro compenso, ma, come l’abito di fustagno, nascondeva un tutt’altro contenuto. Accettata l’offerta, egli lasciava Giovanni completamente libero di scegliere dove sarebbero andati. Essi uscivano allora dalla porta della città, dirigendosi verso un castello dei dintorni, o fino alla spiaggia, o bighellonavano per le strade, sempre a piacimento di Giovanni perché il padre era capace di tutto. Durante quest’andar su e giù per la stanza, il padre raccontava tutto ciò che essi vedevano; salutavano i passanti, le vetture correvano con strepito assordante e soverchiavano la voce del padre; le frutta delle fruttivendole sembravano più invitanti che mai.

Anche se c’è ancora una piccola parte di imitazione (il passeggiare), il gioco è diventato quasi esclusivamente verbale e il padre è il primo master. Solo con le parole evoca il mondo e lascia che sia Giovanni a decidere la direzione, come in una sorta di racconto a bivi. Ma non solo:

Quest’arte magica del padre, Giovanni la imparò ben presto. Ciò che prima non era stato che un semplice giro epico, divenne presto drammatico: essi cominciarono a parlare mentre camminavano. Se prendevano le vie ben note, si sorvegliavano a vicenda perché non fosse omesso alcun particolare. Se la strada era sconosciuta a Giovanni, egli lavorava di fantasia, mentre la straordinaria inventiva del padre era in grado di dare forma a tutto, di usare ogni desiderio del bambino come un pezzo del dramma che si stava svolgendo.

Ora se camminando verso il castello incontrassero un goblin, il gdr classico ci sarebbe tutto. Davvero è difficile aggiungere qualcosa a questa descrizione dell’opera di un master: mantenere la coerenza di ciò che è noto, inventare il nuovo, rappresentare tutto solo con le parole, cambiare l’illusione consensuale in base ai desideri del giocatore: letteralmente demiurgico. E infatti:

Per Giovanni sembrava che il mondo sorgesse dalle loro conversazioni; come se il babbo fosse Nostro Signore, ed egli il suo beniamino che avesse il permesso di mescolare le sue pazze idee a piacimento.

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Il gioco di ruolo classico, quello che si faceva al massimo con carta e matita, oggi è stato quasi sostituito dai giochi per computer, con la loro volgare grafica sempre più pixelosa della parola, o dal gioco di ruolo dal vivo, che in realtà è un passo indietro verso la mimesi puerile di Tolstoj, anzi peggio, verso la “capanna vera” di Volodja (tra parentesi, dal giocare a fare i soldati fino alla baruffa vera e propria non c’è molta distanza, come dimostra il racconto di Fred Uhlman e la guerra degli adolescenti per difendere una trincea “vera” costruita in mezzo al quartiere).  La Fondazione, per ragioni anagrafiche e ideali, continua a preferire il padre di Giovanni e il suo gioco infinito.

Infine, la Fondazione vuole ringraziare la Sellerio per i suoi libretti maneggevoli, così periferici, riposanti, viene da dire estivi, che si finiscono in un’ora e, vantaggio non trascurabile, si trovano spesso sulle bancarelle per un euro, tranne ovviamente quei pochi che facevano proprio cagare tipo Montalbano e quindi sono andati a ruba.

* Non c’entra del tutto ma dobbiamo per forza trascrivere questo bellissimo ricordo di Teresa:

“Nel leggere i martìri che le sante avevano sofferto per Dio, mi sembrava che comprassero molto a buon mercato la grazia di andare a godere di lui, e desideravo ardentemente di morire anch’io come loro, non già per l’amore che mi sembrasse di portargli, ma per godere presto dei grandi beni che leggevo esservi in cielo. E stando insieme con questo mio fratello, entrambi cercavamo di scoprire che mezzo potesse esserci a tal fine.
Progettavamo, così, di andarcene in terra di mori, a mendicare per amor di Dio, nella speranza che là ci decapitassero, e credo che il Signore ci avrebbe dato il coraggio, in così tenera età, di attuare il nostro desiderio, se ne avessimo avuto i mezzi, senonché l’aver genitori ci sembrava il più grande ostacolo”.

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Solo in Puglia ci sono paesi così pugliesi

Negli anni ’80 quel cricetone di Umberto Eco scrisse una serie di articoli sull’America e sulla mania dei mericani di ricostruire le opere d’arte europee in scala 1 a 1, palazzi compresi, ma con colori squillanti e più realistiche del reale, ammassandole tutte insieme e producendo uno strano effetto di sovraccarico e distorsione.

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Noto ritratto di Pericoli usato per la Bustina di Minerva. Lampante la somiglianza col prolifico e vorace roditore.

Come in molti altri casi l’Umberto riscopriva l’ovvio, perché gli europei avevano fatto più o meno la stessa cosa con altre culture. Ad esempio, Gerard de Nerval in viaggio in Egitto scriveva: “Ho visto per la prima volta danzare in pubblico delle almee. Vorrei ben mettere un po’ la cosa in scena; ma veramente il decoro non comporta né archi trilobati, né colonnine, né rivestimenti in porcellana, né uova di struzzo sospese. Non è che a Parigi che si incontrano caffè così orientali”.

Stessa cosa più o meno Gautier: “Il caffè turco di Boulevard du Temple ha fuorviato l’immaginazione dei parigini sul lusso dei caffè orientali. Costantinopoli resta ben lontana da questa magnificenza di archi a cuore, di colonnine, di specchi e di uova di struzzo…”.

L’uovo di struzzo evidentemente aveva fatto colpo. E non solo l’occidente ricostruiva un oriente immaginario moltiplicando in maniera grottesca i suoi elementi ritenuti più esotici, ma così stimolava l’ignobile turismo imponendo all’originale di conformarsi al modello iperreale, pena la delusione dei clienti.

Questa ulteriore finzione mostrava rapidamente la corda e persino l’ingenuo De Amicis partito in vacanza dirà che la danza dei dervisci ormai era uno spettacolo organizzato per i turisti: “le estasi, i rapimenti, i volti trasfigurati, che tanti viaggiatori videro e descrissero, io non li vidi. Non vidi che ballerini agilissimi che facevano il loro mestiere colla massima indifferenza”*.

Stessa cosa sarebbe accaduta per la Cina. Non ricordiamo quale principe tedesco maniaco di porcellane fece costruire la pagoda del palazzo di Sanssouci a Postdam, tutta dorature e stucchi rococò, che doveva dare la vera idea del lontano oriente.

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Si dirà (ma chi lo dirà?): vabbè, i francesi del ‘700 costruivano assurdi edifici moreschi perché non avevano mai visto quelli veri, non c’erano foto, solo qualche disegno, tutto si basava su voci e quindi si capisce… mentre i mericani vedono bene le nostre città, le opere d’arte, hanno tutto per riprodurle identiche, se proprio vogliono, e allora perché i loro orrendi collage, le loro orrende ultime cene in colori brillanti e senza una crepa, insomma perché questa loro assoluta mancanza di gusto e di senso storico?

Perché la parola è più potente dell’immagine, o almeno lo è quando l’immagine è muta per ignoranza della cultura che contiene. Il mericano che vede la foto della Cappella Sistina pensa quasi certamente “toh, un soffitto dipinto”, ma poi ascolta il viaggiatore di ritorno da Roma che racconta di sensazioni estatiche, in genere per giustificare la spesa, e quindi gli viene da riprodurre la cappella non come è, ma come per lui dovrebbe essere per suscitare quelle reazioni: di cui lui è diventato partecipe attraverso le parole del suo simile.

E così viene fuori una copia della cappella senza segni del tempo, con colori nuovi, luci suggestive, musiche ed effetti e tutto ciò che può estorcere persino a un mericano l’emozione raccontata, supposta, di fatto immaginata; al che gli italiani si sentono quasi in dovere di imitarli, e si capisce benissimo che non vedono l’ora, cadute le ultime barriere della vergogna, di mettere anche nella Cappella Sistina vera un po’ di luci soffuse e di musica ambient**.

Però c’è un freno. Non che la maggior parte dei taliani sia in grado di interpretare quelle immagini meglio dei mericani, ma qualcosa l’hanno comunque assorbita dall’ambiente, nonostante le immagini mericane in cui sono immersi, e poi i taliani hanno preso troppe cazziate per aver storpiato e distrutto parte del loro passato e quindi a parole sono diventati quasi tutti ferocemente contrari a qualsiasi cambiamento**, come cani lungamente bastonati per distoglierli dalle pantofole o farli scendere dalla poltrona padronale, cui non farebbero accostare più nemmeno i figli. Il rispetto del passato per principio, il rispetto irriflesso, per quanto sciocco ha comunque i suoi lati positivi.

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Il finto antico villaggio pugliese segnalato da Luigi Mastandrea probabilmente non somiglia a nessun antico villaggio pugliese mai esistito ma, come i caffè orientali della Parigi del novecento, è molto più arabo dell’Arabia vera: è la quintessenza della Puglia da cartolina, se fosse mai esistita una puglia rurale da cartolina.

L’idea di creare dei finti villaggi antichi non è mica nuova, gli americani lo fanno già da tempo (forse ispirati dai nostri presepi viventi), ma la bellezza di quello pugliese è farlo in Puglia, a vantaggio non solo dei turisti americani, ma anche dei pugliesi che vogliono ritrovare le radici, e in particolare le uniche che vale la pena di cercare, cioè quelle immaginarie.

L’idea potrebbe essere applicata su più larga scala, coniugando l’amore degli italiani per la tradizione con la loro irresistibile voglia di costruire palazzi sulle antiche rovine. Si potrebbe, ad esempio, fare una copia dei sassi di Matera, farla ancora più misera e sassosa, e nei sassi veri costruirci dei bar per l’aperitivo, come per altro stanno già facendo.

E in fondo perché no? Se lo fanno i mericani, perché noi no? Le possibilità sono enormi: una nuova antica Roma di cartone, così dormi nell’albergo costruito nel Colosseo (tradizione e innovazione) e poi ti vai a fare un giro nel Colosseo antico, quello di cartone.

 

* Questa e le le due precedenti citazioni sono tratte dalle note all’Elogio del caffè di Antoine Galland, ed. Sellerio.

* * Le due considerazioni potrebbero sembrare contraddittorie, ma non lo sono: quando una cosa si fa senza capire perché, fare esattamente il contrario è un attimo.

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Concessione all’attualità

Un lucido riassunto degli eventi:

Dopo due mesi e mezzo di trattative Lega e 5S propongono come presidente del Consiglio Conte, che con rispetto parlando politicamente non è nessuno, e non è nemmeno quel che si dice un tecnico di chiara fama. Per il resto della banda, dicono, ci vorrà ancora un po’ di tempo. D’altronde Roma non è stata distrutta in un giorno.

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Parte il tritacarne, si indaga sulla vita di Conte e lo si accusa di aver gonfiato il suo curriculum con delle menzogne. Quasi tutto il dibattito politico vira su questi “problemi” e gli avversari politici non si rendono nemmeno conto che se queste accuse fossero vere renderebbero solo Conte più simile all’italiano medio che avrà l’onore di rappresentare e quindi più amato. Lui, dal canto suo, si presenta come avvocato degli italiani, che ne avrebbero effettivamente bisogno, però di un penalista.

Ma Mattarella pone il veto su Savona, proposto come ministro dell’economia, perché antieuro. Anche se non apprezziamo affatto i cinque stelle e Salvini, ci sembra una mossa molto grave e pericolosa.

Pure stavolta però la principale questione politica viene elusa e si comincia a discutere della legittimità del veto. Spuntano subito costituzionalisti da entrambe le parti e gli italiani ascoltano attenti la lezione per poi subito ripeterla. Tra parentesi, peggio di chi non ha mai letto la costituzione c’è solo chi l’ha letta mezza volta. Infatti la costituzione non dice che il Presidente della Repubblica può rifiutarsi di nominare i ministri proposti dal presidente del consiglio, e non dice nemmeno che deve nominarli per forza. Questo punto non viene affrontato specificamente e in passato si è sempre risolto con un negoziato, ma questa è una prassi (anche comprensibile, anche giusta), non una previsione costituzionale.

In effetti il sistema democratico è ambiguo e ipocrita e proprio in ciò consiste la sua natura: è democratico PROPRIO perché ambiguo e ipocrita. Ma Salvini l’ha spinto verso un punto di rottura: il rifiuto di Mattarella è ciò a cui non si doveva mai arrivare. Nella logica ipocrita della repubblica, il Presidente ha il potere di veto ma solo finché non lo esercita fino in fondo, e la maggioranza ha il potere di indicare i ministri finché non lo fa davvero. I due poteri devono, per principio, ritenersi superiori, e per educazione trovare un accordo. Ma quando uno dei due pretende davvero di esercitare tutto il suo potere, viene svelata la sostanziale impossibilità di funzionamento del meccanismo costituzionale. A nostro avviso la responsabilità politica di Salvini è gravissima, o lo sarebbe, se questo fosse un paese serio..

Nel frattempo la sinistra è in difficoltà perché non riesce a dare la colpa anche di questo a Renzi.

Di Maio dal canto suo parla di messa in stato di accusa del Presidente ma Salvini non lo segue. E ovviamente, perché Salvini non ha nessun interesse a stabilire se il comportamento del Presidente sia lecito o meno, a lui basta e conviene aver inceppato il meccanismo. Se il Parlamento, chiamato a pronunciarsi sulla messa in stato di accusa, stabilisse che non ci sono i presupposti, Salvini dovrebbe ammettere che la colpa di questa situazione di merda è sua, e ovviamente lui non ha nessun interesse che ciò avvenga. I suoi elettori sono già convinti che c’è stato un golpe e gli va benissimo così, per la sua ambizione è disposto a screditare il sistema democratico per presentarsi come unico e vero rappresentante della volontà popolare. È come uno che accusa il giudice del suo processo di essere un corrotto ma non lo denuncia, per paura che si scopra che non è vero. Gli basta infangare quel potere in modo da potersi dire sottratto a ogni giudizio. Questo è pericoloso, molto pericoloso, e non bisognerebbe più lasciarglielo fare, ma ovviamente le cose vanno in un altro modo.

Perché secondo noi il punto è questo: non bisogna convincere gli elettori del centrosinistra che è stato Salvini a provocare la crisi per fomentare la popolazione: lo vedono già; bisogna convincere gli elettori di centrodestra. E non si riuscirà a convincerli facendo parlare i costituzionalisti. Serve qualcosa di più semplice e più forte, che può essere solo una decisione del Parlamento. Le forze politiche dovevano essere chiamate a dire senza ambiguità e senza dubbi chi ha impedito la formazione di un governo, perché altrimenti Salvini continuerà a demolire il sistema rivendicando questa “vittoria tradita”, che poi è un classico cavallo di battaglia del populismo di tutte le ere.

Salvini pensa di sottoporre il Presidente della Repubblica non al giudizio del Parlamento, ma dei suoi elettori. Lui sa che in Parlamento la sua furbesca manovra verrebbe fuori, mentre gli elettori sono più facilmente manipolabili ed emotivamente già pendono dalla sua parte. Vuole e sta mettendo una parte della popolazione contro l’altra, sta già spaccando il paese, come del resto ha sempre fatto, fuori da ogni procedura e puntando alla reazione viscerale. Poi, quando avrà preso i voti, troverà un accordo da una posizione di forza. Perché non è pazzo, è solo furbo e spregiudicato e sta sfruttando non solo le debolezze del sistema, ma anche quelle dei suoi elettori. È chiaro che non gli importa nulla della verità o di chi lo vota, purché riesca a raggiungere il potere.

Nel frattempo Mattarella indica come premier Cottarelli. Anagrammi di Cottarelli:
– Al Col, tetri (riassunto della giornata politica);
– Te, tracolli (le prime parole di Renzi).

Se riesce a formare un governo si andrà avanti fino a dicembre, altrimenti si voterà a settembre. All’inizio nessuno sembra disposto a sostenere Cottarelli, già indicato come uno che taglia, quindi la mossa sembra quasi suicida.

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i giovani sono con il Presidente

E’ passato solo un giorno e già pare che Di Maio abbia rinunciato all’impicciamento. Qualcuno gli avrà spiegato le tabelline. Perde anche un paio di punti percentuali, gente di sinistra che adesso tornerà a votare per i comunisti di Rizzo: d’altronde meglio un fallimento sicuro che uno incerto. Salvini invece succhia voti al Berlusca e anche ai cinque stelle, ma è lo stesso processo che ha svuotato il PD a favore dei cinque stelle: ti prendi i peggio. Alla fin fine c’è questo 10-15% di popolazione accanitamente alla ricerca del più bugiardo e urlone, prima votavano comunista o AN e adesso votano cinque stelle e lega e trovandosi vicini si scambiano anche di posto, per cui non capisci più chi è comunista e chi è fascista, che poi non si capiva nemmeno prima, a guardare bene. Rimane lo zoccolo duro dei dipendenti statali, che ce l’hanno con Renzi perché ha costretto gli insegnanti ad andare a lavorare dove ci sono le cattedre vuote e non sotto casa, e hanno paura di Cottarelli perché parla di efficienza, e voterebbero chiunque prometta di non fare nulla, di lasciare tutto com’è, magari per quegli altri due o tre anni che mancano alla pensione: pensione che non avranno, se lo trovano.

Infatti non saranno certo uno o due tragici pagliacci ad affondare di colpo l’Italia, dopo che per trent’anni ci hanno provato praticamente tutti, a partire dai bravi cittadini che prendono ancora la pensione col retributivo o hanno costruito la casetta sulla tomba etrusca. Anche dei balordi di grosso calibro ci metterebbero qualche anno a buttare tutto nel cesso, forse quattro o cinque, e ormai quattro o cinque anni sono più lunghi dell’eternità.

In televisione Salvini si dichiara di nuovo ansioso di andare agli interni per cambiare le leggi sulla legittima difesa. Uno si sarebbe aspettato di più qualcosa sull’immigrazione, ma quella è una materia difficile mentre la legittima difesa costa niente e fa felice il leghista tradizionale, che si separerebbe anche dal resto del suo quartiere e vuole la pistola come simbolo di indipendenza. Non che voglia davvero spararci.
La legittima difesa è per la destra come il testamento biologico per la sinistra, una questione più di principio che di sostanza, un “diritto civile”. Già, perché anche stabilire che se uno entra in casa mia posso sparargli è un “diritto”. Contrariamente a ciò che pensano i giovani di sinistra, e anche parecchi vecchi, il “diritto” non è di per se una cosa bella o giusta, ma solo una posizione di preminenza tutelata dall’ordinamento. Quindi ci sono anche diritti odiosi. Ad esempio, avere una pensione più elevata di quanto deriverebbe dai contributi versati è un diritto, ma è odioso.

Comunque, il bello è che adesso Salvini passa pure per un genio della politica. Certo in confronto a Di Maio… ma diciamo che gli piace vincere facile: dopo un esordio politico tra i comunisti, Salvini passa a destra e a forza di sparate contro lo stato contende la lega a un Bossi invecchiato, malato e inquisito, operazione che ripete oggi con successo nei confronti di Berlusconi. Il suo unico avversario ancora in salute, Renzi, praticamente si suicida, e adesso c’è Di Maio, che avrebbe difficoltà a manovrare anche in un’assemblea di condominio. In pratica Salvini a un certo punto si è accorto che intorno a lui c’era solo gente addirittura peggio di lui, una scoperta che deve averlo sconvolto. Le porte del palazzo erano talmente marce che per entrare non serviva nemmeno sfondarle, bastava aspettare ancora un po’ e sarebbero cadute a pezzi da sole.

Incidentalmente, notiamo che Salvini, Di Maio e Renzi hanno fatto tutti e tre il classico. Tra i giovani leader solo Giorgia Meloni viene dal linguistico, confermandosi in ciò figlia del popolo prima ancora che della lupa. È chiaro che il problema della selettività del liceo è stato un po’ trascurato.

Comunque è anche vero che nel nostro paese annunciare una cosa e poi fare l’esatto contrario è considerato praticamente il massimo della furbizia e quindi dell’acume politico. Quando poi uno, tradendo le aspettative del popolo, fa proprio quello che ha detto, allora appare un furbo al quadrato, degno della massima considerazione. In pratica la furbizia è nell’occhio di chi guarda e quando sei in auge tutto ciò che fai è considerato furbo, da cui le inani ed estenuanti “analisi” di quelli che ricostruiscono il tuo presunto e sempre più tortuoso processo mentale. Come diceva l’Elia: “E che vuoi dirgli? Loro guardano ammirati la polvere”.

Immaginiamo le signore dalla parrucchiera che cinguettano:
“ah quel salvini, che furbo di tre cotte! ha messo nel sacco giggino, uno che notoriamente beve latte di volpe… che peccato sia già impegnato con quella sciacquabicchieri altrimenti gli davo proprio la mi’ figliola!”.

E queste sono le scenette che ci passano per la mente ogni giorno, ogni minuto. Davvero avremmo bisogno di una cura.

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Nel frigo

Con signorile ritardo la Fondazione ha visto Blade Runner 2049. Essendo passati più di sei mesi dalle prime proiezioni, il film è già obs come la merda. Che poi è anche il grande pregio di non guardare / leggere la roba a tempo con la plebe. Del film visto fuori tempo non senti l’urgenza di parlare, perché nessuno più ne parla, a riprova del fatto che non parlavano tanto per il film in se ma per lo squallido bisogno di fare conversazione. E quindi vedere il film in ritardo ti salva da due grandi mali, che sono parlarne e sentirne parlare per fatuità. Perché poi molti altri motivi per parlarne non ce ne sono, tranne forse quella meravigliosa bambina che fa l’ologramma.

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Altro piccolo vantaggio di andare controtempo è che abbiamo pagato tre euro e cinquanta e siccome la sala era quasi vuota abbiamo occupato pure le poltrone vip. In compenso la proiezione era mediocre, ma già da diversi anni ci sembra che al cinema le immagini siano sempre troppo scure, che i neri siano piatti, come del resto accade pure con le immagini televisive. Forse i nuovi proiettori digitali sono più scadenti, come i led da pochi soldi? O è il solito generico rimpianto del passato che ci fa ricordare meglio le vecchie immagini?

Ad ogni modo, l’insignificante evento ci fa pensare che tutto il grande mondo delle merci aspetta il suo frigorifero temporale. Fragole, pomodori, questa roba si conserva a stento mentre film, libri, vestiti, il resto si conserva perfettamente e basta muoversi di lunedì, come gli accattoni istituzionalizzati, per trovare parcheggi vuoti, sale vuote, posti in albergo, sconti, per godere effettivamente dell’abbondanza, dell’eccesso anzi: una sala da trecento posti solo per te, un parcheggio grande come un campo di calcio, puoi arrivare fino all’ingresso e anche lasciare la macchina in diagonale. Dentro, venti persone aspettano te, tanto il macchinario non si può fermare.

Perché tu possa largheggiare ti basta consumare con lentezza, attendere un po’, rinunciare all’ultimo film (ma lo vedrai tra sei mesi), all’ultimo taglio di pantaloni (idem), e l’unico valore che perdi è la freschezza, che nel caso in questione coincide con la banalità, la voga, il ritmo imposto da altri. Ma, uno dice, bisogna pur lavorare, svegliarsi la mattina dopo… queste in buona parte sono scuse, la verità è che se vai al cinema di sabato è perché lo vuoi, vuoi vedere gente, parlare come tutti del film che tutti vedono, del libro, avere il vestito che tutti portano, averlo quando ce l’hanno gli altri e se possibile anche prima, ma solo un poco prima, un attimo prima, altrimenti sarebbe come averlo dopo.

Per soddisfare sia i desideri materiali che la vanità di essere proprio come tutti gli altri basterebbe creare una comunità-frigorifero, che vive con un ritardo di qualche mese, e anzi è sorprendente che non esista già. Il mondo delle macchine ricrea assurdamente l’epoca contadina, coi suoi cicli, la scarsità, le sue primizie a caro prezzo, la sua onnipresente puzza di letame pubblicitario… il futuro è arrivato così veloce che ci ha scavalcato e adesso sfreccia allegramente verso il medioevo e noi lo rincorriamo.

Inventare le comunità-frigorifero? Ma ovviamente esistono già, come potevamo pensare il contrario? Il 99% delle sottoculture sono solo dei frigoriferi temporali, sono esattamente la stessa cosa che è già accaduta l’anno scorso, dieci anni fa, cinquanta, solo con dei nomi nuovi e qualche insignificante variazione estetica, giusto per non dare l’impressione che sia roba smessa, da accattoni, farti pensare che la tua non sia una scelta ma solo l’impotenza di pagare la primizia. Da questo una loro certa inevitabile puzza di muffa.

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Prossimamente al cinema

Dopo “Black Panther”, indiscrezioni sul prossimo film della Marvel, “White Cougar“: Belinda Carlisle è la classica casalinga americana alle prese con ragù, tradimenti ed omicidi. Un giorno sistemando il garage trova un vecchio opuscolo della Dottoressa Tirone stampato con inchiostro radioattivo e prima di rendersene conto si trova trasformata in White Cougar. Subito parte con un’energica pulizia kontatti, stermina alcune persone farze e compra un suv grande come un’ambulanza per andare a fare gli esercizi nel parco dietro casa. Di notte invece adesca giovani di colore spacciandosi per un’attivista del PD, ma scopre con orrore che votano tutti Lega. Lo sciovinismo e razzismo del copione la costringono a uccidere il regista piantandogli un tacco nell’occipite e a questo punto il film degenera in un’orgia di violenza insensata che piaceva molto negli anni ’90.

Ancora indiscrezioni cinematografiche: le riprese del nuovo Indiana Jones cominceranno nel 2019, confermata la presenza di Harrison Ford, titolo “Indiana Jones e la ricerca della lapide adatta“.
Questo episodio è ambientato nel 1968, Indiana ha 85 anni e teme di restare senza una degna sepoltura. I posti al cimitero sono tutti prenotati e il nipote ha anche falsificato la firma sul libretto postale per ritirare la pensione al posto suo. Per fortuna un’antica pergamena comprata su amazon gli spiega che in Italia le fosse sono a buon mercato, ma si tratta di una fake news e quando Indiana arriva con la Costa Crociere a Napoli scopre che scugnizzi senza scrupoli ingannano i cd. “turisti del tumulo” e invece di seppellirli li buttano a mare. Scatta un ipercinetico inseguimento in carrozzella che tra l’altro rovescia il bancariello di brodo di polpo di Mario Merola e termina contro un corteo di femministe. Indiana, reo di aver fatto troppo lo sciupafemmine, viene fatto a brani dalle menadi e seppellito di nascosto nella tomba di Leopardi, tanto è vuota.

E ora la risposta italiana alla Marvel: Super Poweri: Giggino è uno scugnizzo col porsche, risulta invalido civile ma scorrazza nei vicoli a duecento all’ora. Sua madre, 28 anni, è in pensione da 15. La nonna, quarant’anni, prende l’accompagnamento. La loro casa sembra bombardata, ma dentro hanno le mattonelle di Rocco Barocco. Una famiglia come tante, che si lamenta delle tasse che non paga e vota contro il sistema. Ecco i super poweri, che combattono contro i comunisti e gli intellettuali da salotto a colpi di facezie dialettali. Riuscirà Giggino a prendere anche il reddito di cittadinanza? Lo scoprirete solo nella prossima puntata “Chiagnere & Fottere”.

Ancora: un film di orrore sociologico, che fa esplodere le contraddizioni della società: Peppino Besciamella si laurea alla Bocconi e diventa consulente in una startup di supposte deodoranti. Si innamora di Ipazia (nata Concetta), artista visuale ed influencer: i due conducono una vita frenetica, tutta sushi e anfetamine. Finché Peppino decide di ritornare per un weekend al paese. Qui impulsi atavici lo possiedono e con la complicità dei familiari tortura Ipazia costringendola a ingurgitare parmigiane di melanzani e soffritti di cinghiale. Poi elabora una versione sadica del gioco dell’oca: ad ogni tiro di dado la povera Ipazia viene trascinata sul tabellone e costretta a mangiare la relativa pietanza, in un crescendo di spietato tradizionalismo. Riuscirà Ipazia a salvarsi prima della diabolica casella 69, il ciuccio imbottito di petardi? Lo scopriscerai solo guardando “GIÙMANGI!”, quest’altr’anno, al cinema.

P.S.: si vocifera anche di un film sul crudele e fantasmagorico mondo del turismo di massa, percorso da continui fremiti di ignoranza e contagiato da un’insanabile avidità di fittizio: “il giorno della low cost“.

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Juvenilia compromettenti

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Lo spoglio dei quaderni ginnasiali di Spallanzani ha fatto emergere un certo numero di piccole liriche dedicate a Mussolini. Erano spesso semi cancellate o racchiuse tra fogli incollati, perché l’ortografia deforme e il tono ironico all’epoca gli avrebbero causato seri fastidi, e oggi forse anche di più. Il prof. Levonetto non solo ha raccolto le migliori, ma ne ha anche aggiunte altre, di gusto se possibile peggiore.

8 aprile 1934

“Ducie! Lo straniero si introducie
Tra il tuo popolo e seducie
Le sue figlie più procacie.
Sorgi dunque! e come bracie
Ardi tutte le fallacie
Del bolscèvico batracie
Che le razze vuol meticie!”

2 giugno 1934

AMLETO: Potrei sentirmi d’infiniti universi il Ducie / anche chiuso in un guscio di nocie / se non fosse per i brutti sònii…

P.S. anche gli anni lucie / sono nulla per il Ducie / alieno se vieni più vicino / ti daremo l’olio di ricino

12 gennaio 1935

Mentre uscivan da l’inferno / disse Orfeo ad Euridice / tengo questo dubbio eterno: / mi hai stirato le camicie? / Gli rispose l’infelice / “ma ti credi forse il Ducie? / io mi accingo alle faccende / sol per l’uomo che mi offende”. / All’udir queste palore / mite Orfeo cambiò colore / e volgendosi a Euridice / con la fronte in sua narice / diede un colpo così fatto / da violar l’infero patto”.

20 febbraio 1935

“e quando del tuo DOOGIE / tu sentirai la vOOgie / cantare dògie dògie / tu non avrai più indOOgie”

(senza data ma probabilmente giugno 1935)

“mi piage sì mi piage / andare sulle spiage /
e con tono mordage / fare l’apologia del duge”.

(coretto) “ducie oh mio ducie / insegnami le audacie /
che di donna procacie / carpiscon le fiducie!”.

(contro coretto) “ducie, caro ducie / su chi ti contraddicie /
con piume e con la pecie / mi getterò vindicie!”

(e riprende) “al moro pertinage / sbarcato sulle spiage /
il duge con l’orbage / insegna la saudage”

(con foga) “al rosso col versage / allo zinchero predage /
al semita più rapage / il mio dvgie non dà page!”

(avvampando) “DVGIE! / Su di te, quante bùgie!
Ma il codardo presto fugie / quando lo tuo spirto rugie”.

Aggiunta del prof. Leonetto:

“L’Abboldrina fa il visage
con la crema di borage;
poi finito il maquillage
va ad un afro-vernissage.

Indi uscita dal garage
la impedisce un équipage
di magreb col tirabrage
e di zingare randagie.

La ministra teme strage,
pensa ad un escamotage:
parla ai negri con ambage,
fa un discorso di fallagie.

Quella turba è ben predage
non ascolta la loquage,
vuol di lei sporcar la fagie
e poi farne quel che piage.

Ma in quell’attimo vivage
tosto appare il più verage
dei fascisti il carapage:
fiero guardo, gran torage.

Non si tratta d’un seguage,
non di Balbo o di Starage,
ma di LVI, il più tenage:
eia eia viva il DVGIE!

Con la mano sua pugnage
rende il negro inefficage,
e rimanda il contumage
al confin o alla fornage.

Latillovvo, il nostro DVGIE,
la ministra lui seduge
e alopecio riproduge
il famoso piglio truge.

L’Abboldrina si dispiage,
fa il musetto di batrage.
Una scusa ecco adduge:
lei non è Clara Petage.

Sulla MiniCooper beige
(goffamente la conduge)
fugge ingrata la redùge,
nel Raccordo s’introduge.

Resta solo il caro DVGIE,
nel tramonto che riduge,
come Chaplin fa spalluge
e s’allontana controluge.”

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La Fiera dei Pagliacci

Stamattina alla radio parlavano del libro di un austriaco sul nuovo capitalismo dei dati. Il giornalista diceva che secondo questo tizio mentre una volta prevaleva il modello aziendale, come organizzazione gerarchica, ora prevale il mercato, che grazie alla tecnologia si autoregola sempre meglio; molte imprese (es. amazon etc) sono mercati travestiti da imprese. Il che è vero, ma è anche pietosamente ovvio: pure facebook è un mercato.

Però una differenza tra il mercato come sistema astratto e le imprese-mercato è che per entrare nelle seconde tu paghi, innanzitutto fornendo i tuoi dati (e nel caso di facebook anche i contenuti). Anche solo sbracciare per farsi vedere è parte dello spettacolo, come le urla dei verdumai. Al mercato rionale però ci sono 20 verdumai, mentre qui ce ne sono due miliardi, quindi la concorrenza tende a infinito, il frastuono è assordante e praticamente impedisce la comunicazione. Da cui la necessità di frazionare il mercato in tanti settori più piccoli, attraverso filtri (gruppi, bolle, algoritmi che premiano i più fracassoni perché più fracassoni etc).

Per funzionare, il mercato ricostruisce le barriere che doveva abbattere, ma non sono più geografiche o materiali: sono spirituali, ideologiche. I mentecatti di tutto il mondo adesso hanno il loro recinto, con dentro altri recinti, fino alla gabbia singola di colui che grida nel deserto, e paga per farlo con la sua vita. I reietti di facebook sono anche giullari, chierici vaganti, puttane, ladruncoli, che si aggirano tra i vari recinti cercando sempre un nuovo pubblico per i loro vecchi trucchi.

Sono loro, quindi, che nel nuovo medioevo assicurano la comunicazione tra i vari settori: questa funzione “ermetica”, dal dio dei crocicchi, spiega perché l’impostura e la ciarlataneria siano di nuovo il carattere dominante di tutta la produzione artistica ed intellettuale.

Diciamo sempre le stesse cose, da angoli diversi. Il pagliaccio che si aggirava tra le fiere doveva cambiare continuamente posto perché la gente del posto si abituava alle sue facezie. Erano così modeste da non poter strappare il sorriso più di una volta, e quindi sotto a viaggiare per felicitare altri cafoni. Oggi la distanza non è più materiale, ma i gruppi sono chiusi come i paesi medioevali, quindi il pagliaccio cambia gruppo. Il fatto che materialmente resti fermo crea l’illusione che non sia il vecchio pagliaccio, e il primo ad illudersene è lui.

Il pagliaccio di successo è quello che riesce a trasferire una banalità da un settore all’altro, e meglio ancora a tanti altri. La sua opera, che nella sfera di appartenenza non fa più ridere da secoli, con qualche piccolo aggiustamento funziona ancora in altre. Ciò spiega il successo di gente che prende una teoria estetica del 18simo secolo e la trasporta dalla letteratura al cinema, o applica teorie economiche a contesti ideali. Questa prassi spesso viene chiamata “contaminazione”, parola più esatta di quanto pensino i suoi paladini perché c’è un aspetto malato, deleterio, “virale” nel senso micidiale del termine in questa diffusione di pezzetti sempre più generici e scialbi ed efficaci solo su chi non ha anticorpi, ossia una percentuale sempre maggiore della popolazione.

Nella serie di recinti creati dal mercato facebook c’è ovviamente anche quello dei pagliacci. Come gli altri, è un recinto trasversale, non fisico, realizzato tramite filtri etc. A differenza del passato, i pagliacci si vedono l’un l’altro istantaneamente. Anche prima la facezia circolava nell’ambiente, ma serviva più tempo. Adesso la disseminazione è così veloce che tutti i pagliacci si mettono subito a lavorare su qualsiasi battuta che abbia una minima potenzialità, diffondendola e modificandola quel minimo che basta per attribuirsene la paternità, per “farla propria”. Questo spiega la proliferazione dei c.d. “meme”, il cui successo non dipende solo (e anzi dipende in piccola parte) dalla loro capacità di divertire gli sciocchi, ma anche dalla loro attitudine alla riformulazione.

Il “meme” di successo non è una battuta ma un modello di battuta che può essere facilmente adeguato ad altri contesti. E come al solito si verificano dei fenomeni di feedback, nel senso che una cosa classificata come “meme” viene trattata come tale anche se non lo è: questo spiega il successo di varianti assolutamente stupide o prive di qualsiasi significato: la loro forzata mutazione produce dei mostri, delle vere e proprie idiozie che continuano a girare quasi per inerzia, perché qualcosa deve pur girare. Nella maggior parte dei casi la comprensione di questi mostri è impossibile senza conoscere la storia dei passaggi, dei vari “livelli” di mutazione che si sono sovrapposti. Da questo una nuova setta, un nuovo recinto, quello degli esperti di “meme”.

Man mano che la variazione parossistica degli stessi modelli produce mostri, i loro elementi costitutivi diventano astratti: diventano segni quasi completamente arbitrari interpretabili solo da chi conosce la storia del codice, e questo processo, nella mente di chi li interpreta, li nobilita: sono una lingua segreta e permettono l’ironia estrema, cioè il parlare senza essere capiti dagli ignari. I pagliacci si fanno beffe del pubblico, insomma, raccontando cose che hanno un significato apparente (un non significato, in realtà) e uno nascosto, visibile solo per loro. E questo, l’abbiamo già detto, è il postmoderno.

La grande fatica del postmoderno è convincere la gente che la forma apparente, quella che non significa niente, sia significativa e divertente. I “livelli” di lettura del testo postmoderno (intrattenimento per il popolo, citazione e lingua cifrata per i dotti) sono una pia illusione, o direttamente una frode, e serve una critica che, come i sarti dell’imperatore, riesca a convincere il popolo che se non si diverte è stupido e indegno.

La critica fa una gran fatica a convincere il popolo che le cagate esposte nei musei non siano solo quel che sembrano, ossia rottami accumulati da un demente, ma comunichino qualcosa di vitale e profondo, qualcosa che ha a che fare con la vita, con il livello elementare dell’esistenza: che comunichino emozioni e siano al contempo raffinate astrazioni. E intendiamoci, alcune lo erano: il loro messaggio nascosto, comprensibile solo agli artisti di quel settore, era composto in una lingua effettivamente astratta, diventata astratta a furia di ripetizioni nei settori più disparati.

Ma il problema è che a un certo punto diventa impossibile distinguere il messaggio apparentemente balordo che cela qualcosa e quello che non cela niente, che somiglia soltanto al primo ma in realtà è una semplice cagata arbitraria. Perché non tutti i pagliacci sono disposti a spremersi le meningi: quelli più furbi, vedendo che si può esporre un cesso scassato in un museo, ne fanno uno simile: è sempre un cesso scassato, anche se dietro non c’è nessuna elaborazione e quindi nessun messaggio di livello più elevato. Insomma è una finta ironia, ha la forma dell’ironia ma non fa ridere e non fa pensare, da cui uno sforzo sempre maggiore per convincerci del contrario. Sforzo che diventa pure lui oggetto di variazione e caricatura, in un vortice senza fine.

Bisogna quindi dire che l’arte post rinascimentale è già un’arte moderna, nel senso che è giullaresca: il manierismo, il barocco etc. sono nati dai pagliacci, che non a caso ritraggono spesso. Dopo ogni rivoluzione della comunicazione (la stampa, poi il telegrafo) c’è un’arte giullaresca sempre più estrema, perché si produce lo stesso fenomeno di internet: cadono blocchi fisici, ne nascono di ideali, si formano gruppi di giullari e la velocità delle variazioni aumenta, si formano codici di secondo livello, che vengono imitati dagli idioti, fino alla saturazione e al riflusso (nuovo classicismo). Siamo almeno alla quarta, se non alla quinta ripetizione di questo processo, che si intensifica ogni volta.

P.S. Uno potrebbe dire (non che nessuno lo dica): “Egregi Spallanzani, avete rotto il cazzo voi e questa storia dei pagliacci, e comunque anche se fosse che ne consegue? E come se ne esce?”.
Giusta domanda. Non lo sappiamo. Possiamo solo dire che in passato il riflusso è consistito nel classicismo, neoclassicismo, neo-neo classicismo etc. Oltre che per la riproposizione di modelli antichi questi periodi sembrano caratterizzati da forme di “decoro”, da una stretta anche sul linguaggio (che non corrispondeva per forza, anzi non corrispondeva per niente, a una stretta sui costumi reali: era appunto esteriore). Possiamo quindi immaginare che i tentativi odierni di sterilizzare il linguaggio siano un’avvisaglia (o forse già una conseguenza) di un incipiente riflusso. Oppure forse non c’entra niente, forse la storia non si ripeterà a siamo senza indicazioni.

P.P.S. Alla fine noi, altri pagliacci, restiamo chiusi nella nostra piccola fiera locale: gli scherzi che ripetiamo da quindici anni ormai non fanno ridere il nostro pubblico a sua volta stanziale e invecchiato male e ricevono una limitata approvazione che è solo un segno di FAMILIARITA’: probabilmente nel medioevo il pagliaccio zoppo faceva più o meno la stessa cosa: non riuscendo a muoversi doveva per forza sprofondare in se stesso e diventare una specie di mascotte del posto, quando non lo linciavano per aver stancato anche la simpatia. L’incapacità di spostarsi sulle gambe e quella di adeguarsi ad altri recinti hanno in comune una menomazione, del corpo o del cervello: una rigidità, quasi un vizio. Il pagliaccio zoppo si augura che la gente venga a vederlo, che cambi posto (o mente) per lui, privilegio che è solo dell’artista riconosciuto, cioè del ciarlatano che si è fatto i suoi giri e ha duramente conquistato l’immobilità, il diritto a ripetere puramente e semplicemente le stesse cose, senza volgari “contaminazioni”: il mimo di statue.

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Non chiederti per chi suona il fattorino della pizza

Per la gente ossessionata come noi tutto si lega e si tiene. La pizza, l’arte, i grandi sistemi di governo, la manipolazione occulta o consapevole della mente, tutto rientra in un grande processo che sembra logico, a modo suo, e anche inevitabile. Il nostro rifiuto istintivo del caos, che sarebbe la spiegazione più semplice, è una forma di difesa di una cultura che sta sparendo, una forma educata di complottismo. Ciò detto, scriviamo lo stesso:

C’è gente che prima di ordinare una pizza guarda quanto pagano i corrieri e sceglie l’intermediario che paga di più. E’ una versione del commercio equo e solidale e non ci sarebbe niente di male, se non fosse che trattandosi di una scelta puramente volontaria funge più da scarico di coscienza che altro. La cosa buffa è che chi può permettersi queste delicatezze appartiene spesso alla categoria dei tecnici che hanno creato le app che permettono al sistema di consegne di andare avanti.

I corrieri comunque si lamentano e da qualche tempo ottengono una certa visibilità, anche perché molti sono ancora italiani. I vari servizi di consegna a domicilio del cibo sono ancora parzialmente difesi dalla concorrenza degli extracomunitari perché il corriere deve avere un cellulare e un po’ di conoscenza della lingua e delle strade cittadine. Inoltre il corriere rischia di essere controllato, ogni tanto, mentre il tizio che raccoglie i pomodori molto meno. Il problema sociale dei corrieri, in effetti, non è tanto che lavorano per pochi soldi, ma che sono bianchi. Quando gli extracomunitari si saranno un po’ evoluti e prenderanno il loro posto, si dirà che “gli italiani non vogliono più fare quel lavoro”.

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L’ex corriere italiano fatto fuori dalla concorrenza non potrà nemmeno organizzare una sua rete di consegna sfruttando il lavoro dei neri, perché l’organizzazione c’è già e funziona tramite un’app. Il progresso centralizza lo sfruttamento, elimina gli sfruttatori intermedi e lascia solo quelli giganteschi, a vantaggio indiretto di una popolazione sempre più vecchia, grassa, lenta e impegnata a esprimere le sue emozioni su facebook mentre aspetta la pizza, o a guardare la millesima serie fotocopia.

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L’attività imprenditoriale, che consiste nell’organizzazione dei fattori produttivi, viene risucchiata da un programma, ma la gente ha paura dei robot. Il robot, in effetti, è molto meno pericoloso del programma (che è un robot immateriale), perché sostituirà il nero, mentre il programma sostituisce te. Anzi, ti ha già sostituito.

Restano le attività “creative”, ma quanta creatività possiamo tollerare? Quella dei professionisti (artisti, scrittori) è già fastidiosa e a guardarla da vicino si rivela rimasticatura muffa da due secoli. È chiaro che l’unica soluzione è non guardare da vicino, alimentare la propria capacità di stupirsi anche dell’ovvio e del già detto, già visto, di quello che era già virtualmente contenuto nel passato, insomma di perdere la memoria e il gusto, il senso critico, di perdere la ragione, e anche a questo provvede egregiamente la rete, quindi tutti i mali apparenti sono solo le convulsioni di un organismo sociale che si sta abituando al futuro, un futuro finalmente senza passato e senza ragione, di pura ed elementare emozione, un pianeta di bambini, non è bellissimo?

Bambini adulti, diminuendo quelli infanti, di libri per bambini, che già vendono più degli altri, di spettacoli per bambini e mimi di statue. Un mondo innocente.

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P.S. Il gruppo che domina una società può mantenersi in piedi in due modi: spingendo le persone a consumare e quindi arricchendosi o spingendo le persone a ritenersi soddisfatte e quindi divinizzandosi. I due tipi di società possono arrivare a consumare le stesse energie perché la propaganda e il controllo richiedono tutto lo sforzo che non si mette nella produzione. Sollecitare il consumo all’inizio è relativamente facile perché asseconda una tendenza naturale, mentre convincerti che va tutto bene richiede uno sforzo continuo. Nondimeno la pubblicità produce un effetto di sovraccarico e quindi col tempo nasce una resistenza, che bisogna vincere con mezzi ancora più energici, così energici che ci avviciniamo al lavaggio del cervello. D’altro canto la propaganda ha un limite fisico, perché non può crescere fino ad azzerare le necessità basilari di un organismo. È chiaro che tra i due sistemi quello che crollerà prima è il sistema della propaganda. Ma anche il sistema pubblicitario ha il limite delle risorse e della resistenza mentale umana, ed esaurisce entrambe, perché mentre le risorse si esauriscono deve convincerti, contro l’evidenza, che non è così. Ancora una volta il punto è che una delle due forme può trasformarsi nell’altra senza che venga meno la loro essenza, ossia il controllo del potere da parte di un’oligarchia. Qualsiasi rivoluzione o ridistribuzione, per quanto siano sinceri gli attori, porterà alla nascita di una nuova oligarchia, che userà pubblicità o propaganda etc.
Tutto questo avviene da secoli.
Per quanto sia banale, l’unica alternativa sembra la filosofia, e meglio: la manipolazione della mente fatta da ogni singolo individuo per smettere di desiderare di far parte dell’oligarchia. Questo permetterebbe di risparmiare un’infinità di energie: chi domina non dovrebbe più solleticarti o torturarti per dormire tranquillo e ciò prolungherebbe la vita del sistema. Il progressivo disinteresse degli uomini per la politica, e in definitiva anche per gli altri individui, sarebbe una reazione salutare, se dipendesse dalla filosofia e non dalla pubblicità.
Nel nuovo mondo dei filosofi coloro che aspirano al potere sarebbero dei mentecatti, delle persone subnormali, lasciate a giocare coi loro trenini. Certo c’è il rischio che essendo dei pazzi distruggano tutto. Questo purtroppo è un problema che non si può risolvere, ma è anche un’eventualità remota, e comunque più remota dell’autodistruzione che stiamo già vivendo.

P.P.S. Quanto sopra non significa che non si possa o non debba lottare “per un mondo più giusto” etc., ma solo che questa lotta vale per dieci anni, venti, forse al massimo per una vita umana, mentre nel ciclo complessivo è solo una ripetizione del gioco. Il fatto è che si fa prima a perdere interesse per il futuro che per il presente: difficilmente gli uomini sacrificheranno il gioco che li diverte tanto per la sopravvivenza della società. Queste cose infatti vengono dette da millenni e siamo sempre punto e a capo.

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Autofuck

Nel 1955 Philip Dick ha scritto un racconto geniale, “Autofac”, cui abbiamo già accennato nel nostro manualetto di semiotica aggressiva.

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Ripetiamo la trama: dopo la guerra atomica un sistema di fabbriche automatizzate create in previsione della catastrofe produce tutto ciò che serve ai sopravvissuti. Loro però non sono contenti, perché vorrebbero riappropriarsi dei mezzi di produzione. Il problema è che le fabbriche sono state programmate per continuare a lavorare finché la produzione umana non eguaglierà la loro, e questo non avverrà per molti secoli, o forse non avverrà mai, visto che gli uomini non hanno i mezzi.

Già questa premessa è molto più bella, intelligente e probabile di tutti i banali incubi sulle macchine intelligenti che distruggono l’umanità. Qui delle macchine stupide insistono a fare da balia agli uomini, che invece hanno altre ambizioni.

Dopo aver cercato inutilmente di comunicare con le fabbriche, gli uomini si rendono conto di aver creato una trappola linguistica senza uscita e decidono di fomentare una guerra tra le macchine per le risorse. Il tentativo ha un successo spaventoso, perché le fabbriche smettono di fornire beni e invece si mettono a costruire armi per distruggersi tra loro. L’umanità regredisce di colpo a uno stadio primitivo e la guerra continua a consumare risorse, a un ritmo ancora più veloce del passato. Ma un’ultima sorpresa aspetta gli uomini e, altra genialata, si tratta di una scoperta consolante e terribile allo stesso tempo.

A ben vedere questo mondo postatomico è molto simile al paradiso comunista: le macchine lavorano, producono beni, gli uomini potrebbero dedicarsi ad altro. Il problema è che il loro istinto vitale li fa sentire castrati. Loro vogliono decidere cosa produrre, vogliono continuare ad essere padroni del destino e anche se non hanno necessità materiali sentono lo stesso il bisogno di valutare, agire, distinguersi. Il sistema capitalistico che ha portato alla guerra ha già sprecato molte risorse, e l’economia pianificata delle autofac continua a sprecarle, o almeno così pensano gli umani, che lo considerano troppo rigido e incapace di adeguarsi alla realtà. Se loro potessero riprendere il controllo creerebbero ciò che gli serve davvero (cosa sia, però, significativamente non si sa)

In passato i mezzi di produzione appartenevano a pochi individui, e si vede che uso ne hanno fatto, mentre ora appartiene alle macchine chiuse nella loro programmazione. Ma le autofac di Dick sono il vero capitale incarnato, il punto dal quale non si torna indietro. Anzi, la rivolta degli uomini sarà l’occasione di raffinare ulteriormente il sistema fino a renderlo assolutamente indistruttibile. E’ importante notare che per arrivare a questo punto non c’è bisogno che le macchine siano intelligenti: basta che siano abbastanza potenti da innescare un processo di feedback. Gli basta quindi un linguaggio molto elementare, che esiste già da almeno ottant’anni.

La competizione ha portato alla guerra, la guerra all’economia programmata, questa all’impotenza umana: allora gli uomini insinuano nelle macchine la loro malizia e la brama di competere pensando di distruggerle, ma la rivolta viene assorbita dal sistema e il feedback lo rafforza, finché si vede che un altro mondo impossibile: o almeno, un altro mondo dominato dagli uomini.

Ma insomma che cosa impedisce agli uomini di buona volontà di controllare i mezzi di produzione senza ricadere nel capitalismo, o di accontentarsi della mamma robotica che gli porta latte e biscotti? Si potrebbe dire il loro spirito. Nati dalla competizione, sono condannati a competere su qualsiasi piano: materiale, morale, sessuale, spirituale, anche se non ce n’è bisogno, e anzi proprio perché non ce n’è bisogno.

Nel racconto di Dick non c’è, sotto questo profilo, una vera distinzione tra sistema capitalistico ed economia programmata: tutti e due producono grandi quantità di merci più o meno utili ma impediscono alla stragrande maggioranza della popolazione di decidere. Nel mondo di Dick il comunismo retto dalle macchine è la naturale prosecuzione del sistema capitalistico ma non porta a un reale cambiamento, perché non muta la natura umana. Saranno gli uomini, in realtà, a mutare la natura delle macchine, facendogli compiere l’ultimo salto verso la vita organica con tutta la sua terrificante forza.

Forse anche Dio quando creò gli angeli voleva solo dei servitori, ma facendone uno più bello degli altri gli ha insegnato la lezione delle tenebre.

P.S. Torna in mente il frammento spallanzanesco:

“Dio creò gli angeli tutti uguali perché reggessero il mondo, e lo facevano così bene che lui si sentì inutile. Le sfere ruotavano in perfetta armonia senza che lui dovesse più intervenire. Cercò di dare qualche suggerimento ma gli angeli gli risposero che il piano originario era già perfetto. Allora Dio ne chiamò uno da parte e gli disse Stella del Mattino, come sei bello…

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Una forma nascosta di letteratura

Dal 1975 in poi milioni di persone hanno collaborato alla creazione di racconti secondo moduli formali abbastanza definiti e tutta quest’enorme attività è quasi invisibile, sia perché in buona parte orale, sia perché pochissimi la consideravano letteratura, a partire dagli autori. Non solo: gli autori hanno anche creato una sorta di critica, che riguardava le regole stesse della narrazione e che in parte ha ripercorso la storia della critica letteraria comune. Parliamo, si sarà capito, del gioco di ruolo e delle controversie spesso bizantine che hanno accompagnato la sua evoluzione.

Non potendo affrontare un discorso complessivo, ci limiteremo alla nostra esperienza.  Quando noi giocavamo a D&D la disputa forte tra gli accaniti contrapponeva “simulazionisti” a “narrativisti” (la cosa era più complicata, ma mettiamola così). I primi dicevano che il gioco era innanzitutto un simulatore di mondi, come un gioco per computer, ma avendo regole necessariamente semplificate richiedeva ogni tanto l’intervento del master per risolvere i casi dubbi. I narrativisti invece dicevano che il gioco era soprattutto una storia collettiva e quindi le regole servivano solo come generiche linee guida e suggerimenti. Il pregio di un sistema di gioco era proprio sparire dietro la narrazione.

A quei tempi la novità era “Vampire”, un gioco ispirato ai pessimi libri di Anne Rice, che si definiva appunto “gioco di narrazione”, sistema di “storytelling”. In realtà la maggior parte dei giocatori si trovava da sempre nel mezzo: il gdr era intimamente contraddittorio perché aveva le regole di un wargame e le aspirazioni di Matrix, la creazione di un’illusione consensuale profonda e coinvolgente. Il contrasto aveva poco senso o meglio era irrisolvibile e veniva alimentato (come sempre avviene) dai gruppi più estremisti, che giocavano a d&d come fosse Heroquest e a Vampiri come fosse improvvisazione teatrale, camuffandosi pure da pagliacci. Dopo molti anni, mentre il gdr quasi spariva soppiantato dai giochi online, comparvero giochi in cui le regole servivano più che altro a stabilire chi deve descrivere e non qual è la conseguenza di un’azione del personaggio.

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Al massimo livello di generalizzazione, si può dire che somigliavano a varianti del cadavere squisito. In realtà anche questi giochi contenevano spesso qualche elemento “simulativo”, o di fatto venivano usati in questo modo, perché molti giocatori non volevano fare i narratori ma i personaggi. Inoltre ritornavano vecchi giochi “simulativi”, rivisti in chiave ironica o come metagiochi, o proprio tali e quali, in omaggio alla nostalgia. Evidentemente la narrazione condivisa aveva già rotto i coglioni. Tutto questo lungo contrasto, dai toni spesso molto accesi e infantili, ricordava un po’ le dispute tra naturalisti e artisti per l’arte, con l’intervento finale di una sorta di strutturalisti ingenui (ma esistono strutturalisti che non siano ingenui?), con relativi riflussi. Una versione isolata e in piccolo della storia delle controversie letterarie.

Critica da garage, sottocultura etc. Però era abbastanza coinvolgente, rendeva vivo un dibattito che a scuola era solo un elenco di posizioni. Era una perdita di tempo, un lusso, a volte era anche divertente, quasi quanto giocare.

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Un ciclo epico moderno

Ieri sera abbiamo visto un vecchio cartone animato, quello coi 5 leoni robot che si univano. Lo ricordavamo vagamente ma c’era qualcosa di strano, il nome era diverso, altre piccole differenze facevano venire in mente quelle storie in cui qualcuno manipola il passato a tua insaputa. Cercando su internet ci siamo accorti che era Golion, poi modificato e ritrasmesso in America come Voltron. In pratica da giovani abbiamo visto due cartoni, l’originale e il remix americano, da cui una strana impressione di racconto biforcato. In Golion sulla terra c’è stata una guerra atomica, in Voltron no; in Golion uno dei piloti vieni ucciso, in Voltron no. Il nome dei personaggi è diverso e Voltron ha degli episodi in più, che furono prodotti apposta per il mercato americano, abituato a serie più lunghe.

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Ma questo è niente rispetto a quello che hanno combinato con Robotech. La versione nota in occidente è stata ottenuta cucendo insieme tre serie giapponesi che avevano in comune i Mecha. Hanno creato una sceneggiatura unica e rimontato gli episodi per cercare di dargli un senso complessivo. La famosa “protocultura” di cui si parlava sempre negli episodi di Macross è stata inserita dagli americani. Gli Zentradi, i signori di Robotech e gli Invid in origine erano tre cose completamente distinte. Questo spiega come mai da ragazzi Robotech ci sembrava così balordo e sgangherato, a volte ripetitivo come un incubo.

Eppure l’operazione ebbe grande successo, dando vita a molti seguiti sempre più ingarbugliati e balordi. Robotech è quasi come una di quelle chiese costruite con colonne rubate da edifici romani di epoche e stili diversi, a suo modo è quasi geniale e porta i meccanismi narrativi (sempre gli stessi) all’esasperazione: dietro ogni mistero ce n’è un altro del tutto diverso, dietro una razza aliena ce n’è un’altra che sembra entrarci poco eppure tutti questi buchi vengono riempiti dalla mente di chi guarda secondo le poche consuetudini del genere, come se cento western fossero fusi in un unico racconto, il che è del tutto possibile e anzi è quello che la mente fa da sola, che ha sempre fatto con i miti e le favole, inserendoli in strutture sempre più grandi, confusionarie, cicliche, frattali, in cui ogni parte sembra ripetere uno schema generale (ed è proprio così). Robotech ha concentrato in pochi mesi un processo che prima durava secoli, con metodi già applicati per libri e fumetti ma col vantaggio che le serie originali erano quasi introvabili e quindi nessuno poteva accorgersene. L’operazione meriterebbe approfondimento, che sicuramente è già stato fatto da molti nerd ma senza finezza.

P.S. È chiaro che le tre serie non erano poi tanto diverse, anzi erano strutturalmente simili, tanto da potersi congiungere. I singoli elementi appartenevano allo stesso genere, le storie erano già ripetizioni e accumuli: gli alieni erano sempre cattivi invasori, gli eroi erano impelagati in vicissitudini sentimentali, c’era sempre “qualcosa” di ignoto che tutti volevano etc. I vari pezzi, ridotti alla loro funzione elementare, erano sempre quelli, mentre cambiavano i dettagli. Allo stesso modo le gesta di tanti cavalieri che salvavano tante principesse da tanti mostri erano diventate cicli di un solo cavaliere eterno. La ripetizione, contraddizione, l’accumularsi di errori e soste inutili, di livelli dentro livelli, ripeteva (imitava) il processo di formazione dei miti, che imitava quello di un codice genetico (o viceversa). I pezzi di maggior successo proliferavano e variavano leggermente ma anche le scorie venivano conservate, casomai tornassero utili, potessero “esprimersi” in un altro ambiente.

P.P.S. La “ragione” che ha prodotto Robotech era economica, servivano più episodi perché lo standard americano era quello e poi bisognava far accanire i ragazzi perché comprassero i modellini. Anche i cicli precedenti avevano la stessa causa, bisognava raccontare storie più lunghe perché raccontare era diventato un lavoro. Il riferimento allo stesso eroe o alla stesso gruppo serviva per rendere la storia familiare o per sfruttare la fama già esistente. Queste motivazioni non possono essere trasportate direttamente dal piano letterario a quello biologico, salvo ipotizzare un pubblico: Dio come pubblico.

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Molte vesti ha il Sultano…

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La favola dei vestiti nuovi dell’Imperatore mostra che il bambino, l’innocente (lo stupido) che non si adegua danneggia l’economia. I vestiti nuovi sono un’idea, un’astrazione di vestiti e piacciono davvero a tutti, e tutti si ritengono più intelligenti perché stanno al gioco.

Questi vestiti rispettano la natura, non inquinano, non pesano e i cinesi non possono copiarli, perché la loro bellezza dipende solo dalla fama dei creatori e quale cinese può competere con gli stilisti italiani su questo punto? Sono belli perché ritenuti belli e quindi sono la merce ideale, e fanno girare l’economia. Il bambino non è l’eroe della storia, è solo un ignorante inopportuno in mezzo a tanti ignoranti opportuni e perciò andrebbe ucciso o almeno coperto di sputi in quanto nemico del progresso e, in definitiva, del popolo. E infatti la parte favolosa della storia è proprio che il bambino si salva.

I vestiti nuovi dell’imperatore sono il bene immateriale per eccellenza, l’idea che non costa nulla ed è infinitamente riproducibile. Chi è così gretto da non vedere i vestiti in realtà fa male al popolo, perché costringe l’imperatore a comprarsi dei vestiti materiali a spese di tutti. Inoltre mina l’autorità del re, lasciando intendere che il suo potere non derivi dalla sua natura, ma dalla forma. Dice giustamente Farid Hattar: molte vesti ha il sultano ma non ammirare i loro colori: ammira piuttosto la sua unicità.

In teoria i vestiti nuovi dell’imperatore non dovrebbero avere alcun valore, intendendo valore come lavoro, à la Marx. Però produrre qualcosa che tutti ammirano sul presupposto che solo gli stupidi e i cattivi non l’ammirano costa lavoro, bisogna fare campagne pubblicitarie, creare il marchio etc. Nel caso della favola le qualità dei vestiti vengono diffuse tramite una diceria (chi non vede i vestiti è indegno del suo ruolo) che si diffonde in maniera diremmo oggi “virale”, e in passato avremmo detto “come una diceria”.

Ma anche questo, a ben vedere, è lavoro: il fatto che milioni di persone si sussurrino l’un l’altra un’idiozia richiede pur sempre un certo sforzo, che viene incorporato nei vestiti. Quindi anche nel mondo marxiano i vestiti hanno valore, o meglio sono frutto di lavoro. Allo stesso modo le idiozie che diffondete su internet accumulano valore per il fatto che le diffondete e lo risucchiano da voi, dal vostro tempo, dalla vostra attenzione, dalla rete di contatti che avete creato nella vita, dalla (per quanto il termine sia grottesco) credibilità che vi siete fatti come scopritori e divulgatori di sciocchezze.

A voi naturalmente non ne viene nulla, a meno che non vi troviate già in alto nella piramide dei diffusori e quindi con poco sforzo ne facciate fare tanto a tanti altri. Restando in quella posizione col tempo potete diventare degli “influencer” e ottenere magari qualche aperitivo pagato dai sarti dei vestiti imperiali. –

P.S. Bisogna notare che l’imperatore, una volta scoperto l’inganno, non smette di recitare. La favola dice:

“Non ha proprio nulla indosso!”, si misero tutti a urlare alla fine. E l’imperatore, rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: “Ormai devo restare fino alla fine.” E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c’era.

Chissà perché noi invece ricordavamo un altro finale. Dobbiamo averlo modificato inconsciamente per un malinteso senso di giustizia, immaginando che almeno la gente sarebbe arrossita, e invece Andersen è più fine: l’impostura intellettuale, anche quando viene scoperta, continua, e infatti continua.

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L’arte del Giullare

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La sostituzione dell’opera d’arte durevole con qualcosa che va continuamente riprodotto o ri-rappresentato è solo l’applicazione nel campo culturale dell’obsolescenza programmata e della fragilità delle merci. Devi cambiare continuamente telefono e devi andare al concerto invece di comprare il disco perché la macchina che estrae lavoro dagli uomini deve continuare a girare. Marx dovrebbe essere divertito dal fatto che il capitalismo ha bisogno di un capitale niente affatto monolitico, anzi friabile e perituro come la più umile forma vivente*.

Anche la triste sfilata televisiva dei presentatori di libri è, oltre che pubblicità, una forma di riproduzione “live” della merce. Per quanto parassitario è un lavoro, e il popolo ama guardare il lavoro altrui, sente per istinto che vale la pena pagare per guardare i pagliacci che si dimenano. Inoltre a furia di sentir suonare il libro dall’autore il popolo si convince pure di averlo letto, che poi è una delle ragioni per cui non lo compra. Infatti è sicuro che gli autori noti potrebbero farsi pagare per presentare libri che non hanno scritto e quasi nessuno se ne accorgerebbe.

Anche le serie televisive sono un modo di affrontare la caduta tendenziale del tasso di profitto distruggendo e ricostruendo in continuazione le stesse cose, con minime varianti, ed impiegando più persone. Migliaia di attori, sceneggiatori, cameraman, attrezzisti, lavorano su decine e decine di prodotti molto simili, composti a loro volta da ripetizioni e variazioni di blocchi narrativi noti.

Il processo diventa visibilissimo quando la serie di successo modifica qualche fatto del passato per ripartire: allora si vede che è proprio sempre la stessa buca scavata e riempita di nuovo, e di nuovo, e di nuovo. Lo sviluppo (o inviluppo) ulteriore sarebbe un telefilm ripreso in diretta, tutti i giorni, come una specie di vecchia commedia a canovaccio continuamente reinterpretata; come se non esistesse modo di registrarla**.

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Il cinema e la televisione vanno verso un reality permanente e controllato e l’ideale per loro sarebbe poter distruggere le puntate man mano che vengono girate, compito che per ora è ancora affidato al benevolo oblio dello spettatore. La disattenzione e la scarsa capacità di ricordare non sono effetti collaterali dell’età dell’informazione: sono conseguenze volute e ricercate, per poter dire ogni giorno più o meno le stesse cose senza che nessuno se ne accorga. Chi controlla il presente cancella il passato e chi cancella il passato non ha bisogno del futuro***.

Si può anche aggiungere serenamente che tutta l’arte degli ultimi cinquant’anni è semplicemente una manifestazione del processo di distruzione e ricostruzione tipica del capitalismo al tramonto. Non a caso una carrellata di quelle opere, dopo l’iniziale confusione, produce un effetto di angosciante immobilità. Con la scusa di denunciare il processo gli artisti si limitano a perpetuarlo: sono come sentinelle che annunciano ogni sera l’arrivo del nemico senza mai tirare nemmeno una freccia.

Tutta l’arte che si definisce lavoro, tutta l’arte della performance e dell’impermanenza è serva del capitalismo e non a caso ricorda quei disgraziati mimi di statue che chiedono l’elemosina sul corso. Il mimo di statue coniuga e svela: l’artista pagliaccio, la figura veramente emblematica di oggi. Per sopravvivere non ha bisogno che della capacità di soffrire. L’immobilità forzata che una volta si imponeva ai bambini discoli adesso è un’esibizione dello spreco che uno fa di sé.

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Il mimo di statue lascia la sua posa per sorprendere e spaventare. È un effetto drammatico poverissimo, forse il più povero del mondo, e funziona solo una volta; e siccome lui lo sa, si piazza dove la fiumana di gente equivale a un unico spettatore infante, senza memoria, che si stupisce ogni volta come fosse la prima.

Lo spettatore del mimo di strada è l’obiettivo della rete, il massimo effetto col minimo dello sforzo, l’ovvietà da due milioni di like, la stessa frase ripetuta ogni giorno che passa per un’inedita lepidezza, o meglio ancora per una scandalosa bestemmia. Bisogna solo sputare sangue per conservare il proprio posto a margine del fiume, solo mortificarsi per restare immobile, mentre il fiume porta, e anzi diventa, il cadavere del futuro.

 

Come il mimo di statue, l’arte moderna ti sorprende solo una volta, e solo per un istante. Quando la vedi per la seconda volta prevale subito il suo far cagare. L’ambiente adatto per queste opere non è il museo ma la rivista, e infatti i musei che contengono questa roba devono essere belli di per se perché la gente ci vada più di una volta. In verità quella roba ha come unica giustificazione che costringe a costruire musei sempre più accattivanti, come del resto avviene per il cibo spazzatura servito in locali fini. Messe in un deposito di cemento, quelle opere rivelerebbero troppo in fretta la triste cagata che sono.

P.S. Tutte queste considerazioni scaturiscono in verità da un episodio poco edificante. Alcuni giorni addietro, trovandoci ospiti, abbiamo fatto cacca in un cesso straniero (operazione sempre delicata e non priva di rischi), e vicino c’era una rivista d’arte di qualche anno fa. La sfogliavamo per distrarci dall’atto quando abbiamo visto la foto di un cinese che si fa dipingere addosso il paesaggio per sparire nelle foto****.  Tre, quattro foto del cinese. Corredate da un articolo che spiegava la bellezza se non la genialità dell’atto (quello del cinese), e la sua pregnanza di significati.

Consapevoli dei luoghi comuni sull’arte moderna e i suoi esegeti, siamo comunque stati colti da un pensiero triste, e cioè che la sorte di quella seria e patinata rivista fosse di essere letta nel cesso da chi l’avrebbe dimenticata appena tirato lo sciacquone; e poi da un pensiero ancora più triste, e cioè che tutto questo, consumo durante la cagata incluso, è ampiamente previsto e voluto, innanzitutto dal cinese. Ed è per questo che noi temiamo ogni giorno di uscire pazzi, non solo per il cinese.

Comunque non si creda che disprezziamo la ripetizione, anzi l’amiamo, e l’amava anche Spallanzani, basta leggere il suo “Buona la seconda“. Amiamo la ripetizione e l’infinita variazione. Quello che ci sta sul cazzo sono i mimi di statue e il loro pubblico.

 

* L’unico capitale che non si usura e che quindi è destinato alla stasi e alla morte è quello che si accumula nel nostro cervello, nei circuiti del mistero.

** L’arte (la vita) è digitale da quando esiste la scrittura. La società digitale esiste da almeno cinquemila anni. Non c’è da stupirsi che sia un po’ stanca e sogni l’analogico.

*** Si noti: la produzione di migliaia di piccole varianti delle stesse storielle da serial potrebbe apparire uno spreco di risorse, ma quello spreco è necessario. Senza ci sarebbe stagnazione e insieme progresso. Siccome il futuro è il comunismo, il capitalismo crea un presente eterno e nasconde (come l’Impero) il passaggio del tempo, distruggendo il surplus che porterebbe al gradino successivo. Il capitalismo rende volutamente impossibile ciò che i mezzi consentirebbero, proprio perché lo consentirebbero. Il fatto è che il capitalismo dominante è una forza regressiva e questo spiega parecchie apparenti contraddizioni.

**** Nonostante la mossa non sia originale e si esaurisca nella sua stessa descrizione, pare che il cinese stia ancora girando per farsi queste foto. In realtà potrebbe ottenerne quante ne vuole con photoshop ma allora non ci sarebbe la componente “mimo di statua”, cioè lui che sta fermo dieci ore mentre lo dipingono e lo fotografano. Insomma non sarebbe un lavoro.

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La mossa vincente

Il buffone vuol sempre recitare la parte di Amleto, notava senza soverchia originalità William Golding*. Del resto Amleto assume la parte del buffone, perché come il re e la terra, anche il re e il buffone sono una cosa. “Ma quale cosa?”, domanderebbero i personaggi di Pratchett. Questo post, sebbene possa sembrare scritto da un demente, è il seguito di Abbagliare la luna, cui rimandiamo.

In questi giorni più che mai il popolo grida che i governanti sono dei buffoni, credendo di recargli ingiuria. Ma in realtà la sovrapposizione tra il re e il giullare è cominciata almeno nel medioevo. Le miniature del passo “lo stolto nel suo cuore dice che dio non esiste” mostrano sempre il re e lo sciocco affrontati, ma la nascente borghesia inclina per lo stolto, che diventa poi il furbo Bertoldo e poi il giullare Amleto**.

Lo sviluppo delle democrazie nasconde questo processo con la folla dei deputati ma l’idea del re-buffone piace al popolo e quindi periodicamente riemerge: Stalin, Hitler, Mussolini hanno molto di istrionesco, il primo è addirittura un baffone-buffone. La pervasività della televisione porta alla ribalta i singoli rappresentanti del popolo e subito questi assumono o confessano una natura francamente buffonesca, riscuotendo successo in proporzione alla loro capacità di rappresentare insieme il potere e la sua caricatura.

Votando, il popolo trasferisce la sua innata buffoneria ai governanti, che ora può accusare di essere dei pagliacci invece di doverlo ammettere di se. Il buffone è il borghese prima della borghesia, il borghese eterno, e tutti i suoi sforzi mirano alla distruzione del potere centrale iniettandogli i suoi geni pagliacceschi. Il potere e l’intrattenimento si fondono di nuovo, l’Italia medioevale del 2018 ride del non governo buffonesco e sposta i soldi in Svizzera, tra buffoni ancora più biechi dei nostri e con le mani più insanguinate.

“Uno strano paese, dottor Falken, in cui l’unica mossa vincente è non governare. 
Che ne dice di una bella partita a uecess?”.

* Golding è un autore strano. Diventato famosissimo col suo primo libro, “Il signore delle mosche”, poi ha scritto roba che fa prevalentemente cagare. Forse tutti si aspettavano un altro “signore etc”, che però non si poteva scrivere perché non c’era altro da aggiungere. Infine a Golding hanno dato pure il Nobel. Un vero miracolato, che come tale doveva nutrire un gran disprezzo per l’umanità.

** Si noti: uno snodo fondamentale della storia è quello in cui l’ateismo si è trasformato da empietà criminale in manifestazione di stoltezza o follia. Una posizione che non si può reprimere con la forza estrema perché ormai troppo diffusa deve diventare malattia. D’altro canto l’ateo si veste da pazzo per evitare il rogo. I due moti si rafforzano a vicenda e l’ateismo diventa pagliacciata, quindi serpeggia più o meno liberamente. Non è un caso se i moderni negatori di Dio hanno tutti dei tratti pagliacceschi: gli è rimasta l’abitudine dei loro predecessori. Per l’inerzia che caratterizza i fatti umani, costoro continuano a comportarsi da buffoni contestatori anche se ormai la loro ideologia è dominante e i buffoni dovrebbero essere diventati gli altri, i credenti. I razionalisti, che fanno ridere già dal nome, continuano a usare mezzi come l’ironia e l’istrionismo e a farsi beffe della religione, dimenticando che chi beffa è sempre in qualche modo anche lui ridicolo.

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A proposito di “narrazione”: uno schifoso abuso

Perché non finirla con questa imbecillità della “narrazione” o “narrativa” come calco di “narrative“? Persino la Treccani fa un cattivo servizio perché dice:

“Da qualche anno in inglese in ambito giornalistico è molto usata anche la parola narrative per descrivere una forma di comunicazione con un’esposizione argomentata che riflette al meglio la propria visione, i propri valori e i propri obiettivi. È un nuovo concetto (argh!) adottato in italiano con il neologismo semantico narrazione, ignorato però da parecchi media che invece ricorrono al falso amico narrativa, suggerendo così insolite produzioni letterarie come la narrativa elettorale di Obama o la narrativa apocalittica di Ahmadinejad.”

Ora, quando sentite “nuovo concetto” iniziate a preoccuparvi. Perché sarà anche vero che tradurre narrative con narrativa è ancora peggio che con narrazione, ma “narrazione” significa (dice sempre Treccani):

“L’azione del narrare; il singolo racconto fissato in una sua forma definitiva; anticam. anche con il senso più generico di esposizione, discorso; nella retorica classica, la parte dell’orazione che serviva all’esposizione obiettiva del fatto”.

Quindi nessuno di questi significati coincide con la “narrazione” come traduzione di narrative. Il neologismo “narrazione” è così diverso dal vecchio termine che usare la stessa parola è una pura cretineria. L’unico senso del vecchio “narrazione” che somiglia un po’ al nuovo “narrazione” è il generico discorso, e a questo punto chiamatelo discorso.

Il “nuovo concetto” è un altro problema, perché non si vede cosa ci sia di nuovo o di concettuale in un’argomentazione “che riflette al meglio la propria visione”. Si potrebbe dire “discorso persuasivo”, se non fosse che il “persuasivo” deve semmai aggiungerlo chi ascolta e non chi parla. In effetti l’uso di “narrazione”, per la sua identità con la vecchia, cara parola, induce subito a pensare “racconto” o “favola”, e quindi finisce per trasmettere esattamente il contrario di ciò che si vorrebbe: la “narrazione” è una favoletta, una cosa da imbonitori. Che poi, per i miracoli della lingua, 99 su 100 questo senso corrisponde alla realtà molto più di “esposizione argomentata che riflette etc”.

Se ascoltate uno dei migliaia di cretini che dicono “la narrazione di Trump” e provate a sostituire “narrazione” con “esposizione argomentata che riflette etc” vi accorgerete subito che non funziona. Quelle che vengono chiamate “narrazioni” non sono né argomentate, né riflettono al meglio alcunché. Sono solo dei discorsi tendenziosi, nella migliore delle ipotesi.

Il vocabolario inglese è molto più sintetico ed efficace della Treccani. Dice che “narrative”, oltre a racconto etc, significa:

“a particular way of explaining or understanding events: es. There was pressure on academics to construct narratives of the period that were positive.”

Questo particular suona come “parziale”, di parte, e infatti queste sono “versioni di parte”, che per ora sembra la traduzione più chiara. E non è un concetto nuovo, tutt’altro.
E non è neanche una precisazione utile, perché diamo per scontato che i discorsi di quella gente siano parziali, quindi non c’è bisogno di ribadirlo. Ci vorrebbe semmai un “concetto nuovo” che indichi l’esposizione oggettiva dei fatti da parte di un politico o giornalista. Si potrebbe forse usare “svista”.

Oppure il narrative applicato al discorso politico si potrebbe tradurre con “recita”, che rende la natura preordinata, teatrale e ripetitiva dell’atto. La recita di Renzi (o Salvini, etc) fa capire subito di che si parla. E per evitare confusioni con l’onesta recita dei guitti potremmo volgerla al maschile, “il recito”. Il recito di Trump, di Obama, etc.

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