Altri echi

1340358564-d0e96cddaa7765ef7079343b827852e3

Da qualche tempo nutriamo un astio meschino nei confronti di Umberto Eco e ogni volta che leggiamo qualcosa di suo andiamo a controllare se è roba autoriciclata, il che risulta vero nel 90% dei casi. Ciò dipende sia dal fatto che il professore aveva effettivamente un approccio alla scrittura da giudizioso massaio e non buttava via nulla, sia dal culto sciocco che lo circonda e che spinge a pubblicare ogni fottuta cosa che ha scritto, ed è chiaro che se di ognuno di noi si pubblicassero fino anche le liste della spesa verrebbero fuori infinite ripetizioni. Oggi ci capita sotto gli occhi un raccontino talmudico che Eco dedicò a Paolo De Benedetti, ovviamente raccolto e pubblicato, e che non è altro se non l’esatta ripetizione di una frase dell’Isola del Giorno Prima (o viceversa).

Nel riciclarsi l’Umberto non muta il testo di una virgola e parte pure con un “Per finire, trovo nel Talmud“, dando la finta impressione che sia una trouvaglia del momento, un ghiotto bocconcino appena sfornato e non il regalo di natale restituito e rimpaccottato. Non pago, termina con il pensoso “Io non so che cosa significhi questa storia, ma la trovo molto bella“, che di nuova mira a mostrare il testo di fresco steso, dipinge il vivo ponzare del lettore circa il ricordo dell’amico, e invece è anch’esso solo una copia conforme del testo originale, che poi “originale” non si sa che significhi.

Certo con l’uso dei computer in letteratura (di cui Eco va senza dire ha scritto) sono venuti meno anche quegli errori del copista che forse costituiscono il genuino spirito della creazione. I ricicli di Eco sono perfetti, senza sbavature, persino spavaldi, nella piena consapevolezza che quasi nessuno legge e quindi nessuno nota, ma dicono anche del travaglio di quest’uomo, costretto dai tempi ad esprimersi per iscritto su qualsiasi sciocchezza e in ogni occasione, così di fatto obbligandolo all’auto saccheggio per schivare la pazzia.

Comunque, può anche darsi che l’elogio di De Benedetti preceda l’Isola o che siano entrambi la ripetizione testuale di qualche altro scritto dell’ottimo e alacre criceto, il che certamente scopriremo a breve, quando l’intero pacco di scritti pubblici, privati e privatissimi sarà ripubblicato in forma di gigantesca strenna natalizia, per gli occhi di nessuno.

Pubblicato in plagi | Lascia un commento

Gli anni luce

La scoperta di nuovi pianeti extrasolari, oltre a sollecitare finanziamenti, risveglia l’antica discussione sui messaggi da altri mondi, anche nella versione romantica (dove nel frattempo quei mondi sono scomparsi). Il bel libro “Distanze” di Marcel Thiry racconta la stessa storia: grazie alla latenza del servizio postale un uomo continua a ricevere lettere dalla figlia che sa già morta. Anche Spallanzani tentò di giocare con le lettere ma la sua storia più ambiziosa rimase un abbozzo incomprensibile e comunque conteneva un elemento fantastico che la rende meno efficace di quella di Thiry.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Un’arte

(Non ricordiamo se abbiamo già scritto queste cose).

Per quanto sia sempre stata un’attività privata e minore, le traduzioni approssimative  del Nostro meritano una piccola nota. Alla sua versione di questa modesta poesiola l’Elia premette:

“I napoletani dicono “ha fatto un’arte!” per “un continuo”, “ha fatto sempre la stessa cosa”, come ad esempio il malato che delira: di lui dicono che per tutta la notte “ha fatto un’arte!”. Chissà da cosa viene questa forma. Come se la ripetizione, anche quando è necessitata, avesse per forza in sè qualcosa di teatrale. Non si può credere che tutto questo continuo lamentarsi o piangere o ridere o vaneggiare o chiamare e ripetere  sia vero, non si può credere e non si può pensare: dev’essere, o comunque appare,

un’arte

L’arte di dimenticare si impara in fretta;
le cose sembrano possedute da una brama
di andare perdute, quindi vedi? è normale,

perdi una cosa al giorno – seccante, ma si accetta
di perdere le chiavi, o un’ora inutilmente.
Perché l’arte di dimenticare si impara in fretta.

Dunque allenati, perdi di più, più rapidamente;
luoghi e nomi, perfino dove stavi
andando, a fare cosa. Non fa niente,

l’orologio di mio padre e guarda qua: è andata
l’ultima (o la penultima?) di tre case che amavo:
l’arte di dimenticare è alla mia portata.

Ho perso due città, le amabili, ed i più vasti
regni dove regnavo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, però: non fa niente.

E anche perdere te (la voce sorridente, un gesto tuo
che amo), non riuscirò a evitarlo. Ma così è scritto
che l’arte di dimenticare si impara come niente
anche quando sembra (scrivilo), sembra…

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Dal Profondo

Il malloppetto di carte intitolato “I Volatori”, da cui abbiamo tratto il racconto del Ladro, contiene anche molti altri frammenti. Probabilmente Letizia e lo zio pensavano a un “ciclo del Prodondo, che è la loro versione del classico dungeon. Ogni racconto doveva riguardare un personaggio (nel senso tecnico di personaggio di gdr) e quindi ci sono abbozzi di storie dell’Amazzone, dell’Elfo, del Mezzo Troll e persino una del Pooka. L’unico testo che raggiunge un grado sufficiente di sviluppo però è quello del Guerriero, che è anche (apparentemente) l’ultimo della serie e allo stesso tempo il primo ad essere stato scritto e la matrice di tutti gli altri.

Pubblicato in apocrifa, frammenti, gdr, spallanzate | Lascia un commento

Le mille cose che un ragazzo può fare

Bisogna pur finirla con questa storia! L’ultimo capitolo.

Pubblicato in gdr, spallanzate | Contrassegnato | 3 commenti

Aspettati l’inaspettato

La Storia indugia sull’abisso. Ma non è questo il proprio di ogni storia? Chissà. Comunque dovevamo per forza scrivere qualcosa per introdurre il sesto capitolo de “I Volatori”.

Pubblicato in oziosità, spallanzate | Contrassegnato | Lascia un commento

Una gabbia sull’abisso

La storia del Ladro volge al termine: catturato dagli orrendi Vitrei servi della Pitonessa, il nostro eroe sta per subire l’inevitabile discorso autoindulgente dei cattivoni. Nel frattempo i suoi amici penzolano sull’abisso di fronte a un pubblico entusiasta. Tutti sappiamo come andrà a finire, ma è proprio questo l’importante? Non scopritelo nella quinta puntata de “I Volatori

Pubblicato in gdr, spallanzate | Contrassegnato | Lascia un commento

Nell’antro della Pitonessa

Riprendiamo la trascrizione del raccontino “I Volatori“. Il Ladro abbandonato dai suoi amici declina l’invito di 13 nani alticci e litiga con la sua Gilda per questioni di principio, poi incontra nuovamente il Prete e si prepara a conoscere la terribile Pitonessa.

Pubblicato in gdr, spallanzate | Contrassegnato | Lascia un commento

Et in Arcadia

Notiamo che i racconti a puntate del Nostro hanno scarso seguito, e per ottimi motivi. Con la storia del Ladro si era arrivati al punto in cui  dopo essere stato abbandonato dagli amici rincontra il Prete, ma adesso nel manoscritto c’è un’interruzione e, nel consueto stile Spallanzanesco, parte un altro racconto intitolato “in Arcadia”, che non si capisce bene se sia ambientato prima o dopo i fatti raccontati ne “I Volatori”. Siccome contiene alcune notizie sul background dei personaggi abbiamo pensato di pubblicarlo qui.

Pubblicato in dick, frammenti, gdr, spallanzate | Contrassegnato | Lascia un commento

Gesù salva, ma anche il venti naturale

Ci si può fidare dei sindacati? Il ladro del raccontino “i volatori” sta per scoprirlo.

Pubblicato in gdr, spallanzate | Contrassegnato | 4 commenti

Tredici nani sulla cassa del drago

La magia, come la tecnologia, crea disoccupati. Quando basta un incantesimo per aprire qualsiasi lucchetto, a che serve più un ladro di settimo livello? Vediamo che ne pensavano Letizia e lo zio Elia nel seguito del raccontino “I Volatori“.

Pubblicato in gdr, spallanzate, tolkien | Contrassegnato | Lascia un commento

I Volatori

Gli ultimi giorni di feste si sente sempre la necessità di fare tutte quelle cose che uno avrebbe potuto fare durante le feste e non ha fatto. A noi è capitato ieri, ci è tornata voglia di giocare a D&D e abbiamo anche provato a chiamare degli amici ma sono tutti dispersi o impegnati con figli e famiglie e comunque nevicava per cui non se n’è fatto niente. Ma ogni gesto inane, ogni mossa fuori tempo massimo, ogni errore è sempre produttivo e infatti mentre cercavamo la nostra vecchia scatola rossa abbiamo trovato tra le schede dei personaggi e le mappe macchiate col caffè un piccolo plico con su scritto “I Volatori”, che apparteneva in origine a Letizia Spallanzani. Si tratta di una specie di racconto fantasy che la ragazza abbozzò e lo zio corresse. L’Elia era curioso dei gdr, assisteva spesso alle partite della nipote e aveva colto subito l’aspetto formulare del gioco e  le sue potenzialità meta-narrative. Nel testo si sente anche qualcosa che somiglia alla nostalgia. Di seguito pubblichiamo la prima parte.

Pubblicato in gdr, oziosità, spallanzate | Contrassegnato | 4 commenti

Ancora su 1984

In “1984” lo slogan “l’ignoranza é forza” non è come gli altri due, non è una contraddizione in termini come “la guerra é pace”: é l’inversione parziale di un altro slogan, “la conoscenza é forza”. Quindi nasce da un’idea che era già, in sé, un’applicazione del pensiero ideologizzato. Insomma era già qualcosa che aveva a che fare con la neolingua, sebbene in forma meno perfezionata.

Jordanbrown nota che Orwell è ingabbiato nella critica ideologica alle dittature, ma non usa lo stesso strumento su se stesso, mentre ad es. Huxley va oltre gli schematismi ideologici di Orwellsi e arriva a una distopia ulteriore, dell’uso potere biopolitico in forma più avanzata rispetto al controllo ideologico palese. La conoscenza è forza… è un po’ come il sapere è potere. Torniamo al discorso che si faceva sulla scienza/religio e la tecnica/magia: deve produrre effetti “utili”. Ecco in che senso noi siamo totalmente immersi in una neolingua che ci dice proprio questo, ma appena abbassiamo la guardia non ce ne accorgiamo più, perché é impressa dentro di noi e trasforma i nodi problematici in tautologie.

Di sicuro Huxley è più moderno e ironico e in un certo senso critica anche la critica alle dittature. Probabilmente è anche vero che Orwell voleva criticare e satireggiare la dittatura ma il suo discorso si è rivelato talmente forte e persuasivo da essere utilizzato per altri scopi, e così finiamo oggi per applicarlo anche a quello che Orwell forse non avrebbe considerato dittatura, e cioè il nostro mondo così libero, in cui il bispensiero non nasce per imposizione ma dall’interno e forse per disperazione più che per consapevole volontà di ingannare e dominare.

Comunque il nostro vago punto è che la tendenza a riunire concetti come conoscenza e forza (finendo semmai per inglobarli in una sola parola, almeno tendenzialmente) è già la neolingua, era così già ai tempi di Orwell, sessanta anni fa, e lui forse non se ne accorgeva perché pensava a “forza” come a un elemento interiore, mentre per molti stava già diventando la forza pura e semplice, forza materiale, capacità di modificare la realtà e spinta a farlo per il solo motivo che si può fare.

Pensiamo che ad Orwell quest’idea avrebbe fatto schifo. E infatti quando lui scrive che l’ignoranza è forza non intende solo che al potere conviene tenere la gente nell’ignoranza, che era un’ovvietà, ma che lo stesso potere desidera essere ignorante (innanzitutto riguardo a se stesso) perchè questo gli permette di superare qualsiasi limite dettato dalla ragione e dallo spirito umano.

L’ignoranza produce quindi innanzitutto una forza interiore, la capacità spaventosa di far soffrire per il solo motivo che si è capaci di far soffrire, senza nemmeno trarre un vantaggio se non la conferma costante di questo potere illimitato. Da ciò a sostenere che la pura e semplice pazzia è forza basta pochissimo, e infatti è stato detto.

La nostra società insomma é ormai fondata su tre slogan ancora più falsi e paradossali di quelli del grande fratello, e ancora più pericolosi, perchè sembrano ovvi:

la libertà é libertà
la pace é pace
la conoscenza é forza.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Lapo uno di noi

Lapo Elkann sarebbe stato arrestato per aver simulato un sequestro. Come riportato da tutti i giornali,

“sarebbe sbarcato a New York per la festa del Thanksgiving, contattando un escort di 29 anni (transgender, secondo il New York Daily News) e trascorrendo con lui due giorni di eccessi tra alcol e droga. Finiti i soldi, l’escort avrebbe pagato per altra droga ed Elkann avrebbe promesso di restituire i soldi. Poi, sempre secondo i media Usa, avrebbe escogitato il piano del falso sequestro, raccontando ai propri famigliari di essere trattenuto contro la sua volontà da una donna che gli avrebbe fatto del male se non gli avessero fatto pervenire 10mila dollari.”

I familiari però non hanno ceduto, anzi:

“un rappresentante della famiglia si sarebbe quindi rivolto alla polizia, che avrebbe organizzato la finta consegna del denaro bloccando la coppia”.

A questo punto noi della Fondazione ci siamo chiesti: ma è possibile che ogni volta che questo tizio si trova nei guai la famiglia invece di coprirlo lo sputtana? E la sua situazione non ricorda, fatte le debite proporzioni, quella della maggior parte dei “giovani” italiani? Dopo le inevitabili cachinnate sui gusti di Lapo, qualcuno ha cominciato a vedere il lato umano della faccenda:

“Edoardo e Lapo sono i due Agnelli rifiutati. […] si sentivano parte di quella famiglia che li respingeva. […] Entrambi sono stati tagliati fuori. Dalla Fiat, dalla Juventus, dalla famiglia. E soprattutto lasciati soli. Con le tasche piene di quattrini e lo coca a portata di mano. […]  C’è infine da ricordare che l’idea del rilancio della Fiat 500 è stata di Lapo. […] La 500, dopo quasi 10 anni, resta a tutt’oggi l’auto Fiat più venduta, il modello che ha rilanciato l’azienda. Di John, ma non di Lapo.”

Questa difesa un po’ eccessiva rafforza però la nostra impressione. Tolti i soldi, Lapo non è altro che un quarantenne declassato, di fatto espulso dalla vita economica, che avrebbe cercato di ricattare la famiglia per soddisfare bisogni di evasione. I suoi hobby (la droga, il sesso libero) sono più o meno ciò per cui si battono tutti i giovani progressisti. La sua qualifica di “creativo” se la attribuiscono quasi tutti. Quindi è simile a moltissimi “giovani” italiani, che con ricatti più o meno velati cercano di convincere le famiglie a dargli i soldi per comprarsi cellulari e abbonamenti a sky. Perché somme maggiori non è proprio il caso di parlarne. E con tutto ciò, le famiglie non cedono, nemmeno quando si rischia di trascinare il loro nome nel fango.

Al riguardo, il cinquantesimo rapporto annuale del Censis appena pubblicato descrive proprio un paese che non avendo più nessuna fiducia nel futuro tiene i soldi stretti per timore del peggio.

“Dal 2007 a oggi gli italiani hanno accumulato 114 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva, che equivale al Pil dell’Ungheria e che rimane liquido, pronto a essere usato in una prospettiva futura di tempi ancora più bui, investito davvero in minima parte e sostanzialmente nelle mani degli anziani. […] Le famiglie con persone di riferimento che hanno meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% rispetto alla media della popolazione e  una ricchezza inferiore del 41,1%. Mentre la ricchezza degli anziani è superiore dell’84,7% rispetto ai livelli del ’91. […] C’è un unico canale di consumi che sembra convogliare la passione per gli acquisti degli italiani: la comunicazione digitale […] perché aumenta il loro potere individuale di disintermediazione.”

Cioè gli permette di scavalcare gli intermediari (che sono di norma i nipoti) e risparmiare ancora di più a danno loro. Il “giovane” italiano, che ha circa quarant’anni, può quindi solo sperare nella morte dei nonni, ma grazie al progresso della medicina i nonni vivono novant’anni e comunque grazie ai progressi dei servizi alla persona riescono spendere i loro soldi fino alla fine, e quel poco che resta lo lasciano semmai ai figli, non ai nipoti. Bisognerà quindi aspettare che muoiano anche i genitori e questo non è bello, tant’è che qualcuno proponeva di modificare le norme sulle successioni in modo che il denaro passasse direttamente dai nonni ai nipoti. In caso contrario, per vedere qualche cambiamento ci vorranno almeno altri trent’anni, durante i quali potremo tutti fare (con le debite proporzioni) come Lapo.

15327505_10154859118469429_6694415137347131974_n

Pubblicato in oziosità, vecchi intrattenimenti | 4 commenti

Che ogni novità è solo oblio

Ogni 20-25 anni spunta qualcuno che nota l’ovvio, e cioè che non c’è sempre un rapporto positivo tra istruzione e benessere: anzi, talvolta la prima nuoce al secondo. E ogni volta che qualcuno lo nota viene guardato con stupore, come se avesse pronunciato una cazzata diabolica. Se ne discute per un po’ con accanimento, la constatazione viene apparentemente confutata con argomenti che risalgono a un secolo prima e poi tutto viene dimenticato, fino alla prossima riscoperta*.

Questa sconsolata considerazione viene dalla lettura di un vecchio libro che abbiamo trovato nella libreria piccola di Elia Spallanzani, “Disoccupazione Intellettuale e Sistema Scolastico in Italia (1859-1973)“, di Marzio Barbagli, Bologna, Il Mulino, 1974. In estrema sintesi, l’autore sostiene che c’è un rapporto positivo tra istruzione elementare e sviluppo economico, mentre per quanto riguarda l’istruzione superiore sembra esserci addirittura un rapporto opposto: più la società è povera, rigida e arretrata, più si diffonde l’insegnamento superiore.

“Formulata in modo schematico e semplificato, l’ipotesi che propongo per interpretare le informazioni esistenti é la seguente: l’espansione dell’istruzione secondaria e superiore che si ebbe nel nostro paese nella seconda metà del secolo scorso non fu dovuta allo sviluppo economico, ma all’arretratezza; non al miglioramento ma alla crescente precarietà della situazione socio-economica di alcuni ceti; non all’aumento della domanda di forza lavoro qualificata ai livelli medio inferiori ma alle difficoltà di occupazione incontrate da questa forza lavoro.”

E in forma un po’ retorica prosegue:

“Se il calzolaio, il pizzicagnolo e il falegname di cui parlava Gabelli mandarono sempre più frequentemente alle scuole e agli istituti tecnici i propri figli, se il ginnasio e liceo furono invasi dai giovani provenienti dalle famiglie dei proprietari terrieri grandi e medi, alla ricerca affannosa di una laurea in medicina o giurisprudenza, ciò fu dovuto al fatto che l’arretratezza del sistema economico italiano e la mancanza di un vasto ceto medio produttivo fecero fin dall’inizio della scuola l’unico canale di mobilità sociale”.

Per evitare confusioni forse è opportuno ribadire che l’autore si riferisce alla seconda metà del secolo decimo nono. E questa tesi, formulata nel 1974, era già vecchia di almeno un secolo, perché come nota lo stesso Barbagli se ne erano già accorti in molti. Riportiamo alcune delle sue citazioni:

“Uomini che in Inghilterra si dedicherebbero agli affari, e per essi sarebbero avviati, in Italia aumentano la fila dei disoccupati colti. Ogni bottegaio arricchito desidera vedere suo figlio avvocato, medico o impiegato civile, e spende da lire 7000 a 12500 per educarlo ad una vita inutile. A molti é impossibile aprirsi una via nelle professioni affollate: e la maggioranza, che poco o nulla può guadagnare, cerca il pane in qualche concorso bandito o strepita per ottenere un posto dal Governo. Essi e i loro genitori esercitano feroci pressioni sui deputati, e un Ministro sa che il creare un certo numero di posti non necessari può mantenergli molti collegi. E, con tutto ciò, vi è un gran residuo di gente che non può trovare un impiego” (Bolton King e Thomas Okey).

“Lo spettacolo degli spostati ci sta purtroppo continuamente dinanzi: i laureati che fanno i copisti a 20 centesimi la pagina, e segretari comunali a 800 lire l’anno… aperto il concorso ad un impiego dello stipendio di lire 1.000, per 20 posti disponibili, abbiamo veduto farvi ressa, coi loro titoli accademici, fino a 1.700 frutti secchi della società, 1.700 affamati in guanti bianchi, 1.700 spostati” (Aristide Gabelli, La riforma universitaria, 1890).

Secondo Barbagli l’eccedenza dell’offerta di laureati e diplomati sulla domanda non è un fenomeno recente ma una caratteristica endemica della società italiana fin dal 1880** e spesso ha messo gli intellettuali in una situazione di squilibrio di status, che ha prodotto una forte radicalizzazione politica.

[L’espansione dell’istruzione secondaria, causata dall’onda democratica, produce] “una quantità di medici senza malati, di avvocati senza cause, di ingegneri senza ponti e senza case da costruire e prepara nella disoccupazione e nel disinganno di tanta gente, che il bisogno costringe a discendere dal grado a cui era a gran pena salita, una fonte perenne di morbosa inquietudine e di malcontento”.

Gabelli aggiungeva che “l’usanza comune a molti letterati di disprezzare il mondo moderno, è una maniera dissimulata di presumersi degni di un altro migliore”, che poi è solo un’applicazione del “mito del mondo nuovo“. Già a metà del diciannovesimo secolo gli intellettuali (sarebbe meglio dire “gli istruiti”) declassati preoccupavano parecchio il Governo, perché costituivano notoriamente l’avanguardia delle rivoluzioni, come era già accaduto un secolo prima in Francia e come sarebbe successo di nuovo in Russia. Tra il 1890 e il 1920, alla sistematica sovrapproduzione di laureati seguirono l’emigrazione intellettuale e l’espansione incontrollata della burocrazia, in un’ottica tendenzialmente clientelare. Così, aggiungiamo noi, si otteneva l’ulteriore vantaggio di allontanare i facinorosi e incanaglire gli assimilati.

Rispetto ad altri grandi paesi europei, alla fine del diciannovesimo secolo l’Italia vantava due singolari primati: la maggiore percentuale di analfabeti e allo stesso tempo il maggior numero di laureati in proporzione agli abitanti (Ernesto Nathan, 1906). Come nota Barbagli, il fatto non è contraddittorio e si tratta solo di due facce della stessa medaglia. Inoltre il problema delle università si presentava già molto simile a quello attuale e c’era anche allora un forte conflitto tra chi intendeva ridurle e chi invece aumentarle ancora.

“Gli “abolizionisti” sostenevano l’esistenza di un numero eccessivo di università nel nostro paese e chiedevano di chiudere le minori e di concentrare le scarse risorse disponibili nello sviluppo delle maggiori […] I confronti con i dati degli altri paesi mostravano infatti che l’Italia spendeva “per istituzioni monche ed anemiche quanto e più che non spenda la Germania per i suoi splendidi centri di cultura”. […] Vi erano università con una media di sei studenti per docente. Il caso limite era costituito dalla facoltà di Scienze matematiche e naturali di Urbino, in cui vi era 5 professori e 4 studenti. […] Le spese che lo stato e gli enti locali sostenevano per far sopravvivere queste istituzioni anemiche andavano chiaramente a scapito dell’istruzione primaria”.

Il governo cercò più volte di ridurre le università ma gli interessi e le clientele locali determinarono resistenze così tenaci che tutti gli sforzi furono vani. Tra le proteste, anche quelle dei gestori di trattorie che temevano di perdere la clientela studentesca.

Inoltre Barbagli nota che la “sovrapproduzione” di laureati continuò anche nei periodi di crescita economica. Il governo cercò costantemente di rendere più difficile l’accesso agli studi superiori, ma con scarso successo. Non ci riuscì del tutto neppure il fascismo, che pure aveva trasformato la scuola in un potente sistema di indottrinamento.

Bisogna notare che nel dopoguerra i partiti di sinistra erano anche loro contrari a un ulteriore aumento di diplomati e laureati.

“La scuola immette ogni anno, con il pauroso ritmo incalzante e meccanico della macchina che nessuno regola e controlla, una sempre crescente massa di spostati nella vita del paese. Non é vero che la scuola non assorba elementi “poveri”, specialmente di piccola e piccolissima borghesia urbana e rurale. Li assorbe, strappandoli al loro abituale ambiente di lavoro, non per farveli rientrare con più alta qualifica o capacità direttiva, ma per trasformarli il elementi improduttivi che cercano il posto, il grado sociale più elevato – eventualmente, per disperazione o ambizione, anche nelle milizie nere degli avventurieri e dei predoni” (L. Lombardo Radice, Rinascita, febbraio 1945).

“L’italia ha un bubbone che è necessario estirpare al più presto: il bubbone dottorale” (Concetto Marchesi).

Incidentalmente, possiamo ricordare che due scrittori-tecnici come Levi (chimico) e Gadda (ingegnere) hanno raccontato le loro difficoltà economiche e il secondo è stato costretto anche ad emigrare.

All’inizio degli anni sessanta, però, cominciò a diffondersi l’idea che in Italia scarseggiassero i laureati. Così riteneva la Svimez (vedi ad es. L’università nello sviluppo economico italiano), e col senno di poi viene da pensare che la valutazione non fosse proprio neutrale. Lo sviluppo economico aveva effettivamente assorbito parte della “disoccupazione intellettuale” ed era già iniziato il processo di auto-alimentazione della scuola, per cui i laureati disoccupati ripiegavano sull’insegnamento e quindi reclamavano più clienti, ossia più scuole e più scolari. Tuttavia secondo Barbagli sostenere che vi fosse addirittura un deficit di formazione era solo una pia illusione. Tutt’al più poteva esserci uno squilibrio tra specializzazioni prodotte e richieste: in altre parole, c’erano troppi avvocati e pochi ingegneri. Ma, contrariamente a quel che sostenevano gli ottimisti, la disoccupazione colpiva anche i tecnici.

Le modifiche al sistema scolastico, che eliminarono ogni ostacolo al passaggio dalle scuole superiori all’università, avrebbero poi aumentato esponenzialmente il numero degli “spostati” e le illusioni di un futuro di crescita inarrestabile. La sinistra avrebbe cavalcato (e cavalca ancora) questo processo, sia alla ricerca del consenso, sia per genuino accecamento ideologico.

L’illusione però colpì soprattutto i ceti istruiti, a riprova della loro sostanziale abdicazione al pensiero. Vivendo in un’economia rachitica e con una struttura sociale quasi immobile, gli ignoranti non si illudevano affatto che i figli potessero vivere da signori: sapevano che il “pezzo di carta” poteva forse servire a cercare “il posto”, ma non vedevano nessuna alternativa. In ciò, l’Italia ricordava la Cina sclerotizzata e povera menzionata anche nei racconti, in cui l’unica speranza dei giovani era imparare a memoria le sentenze di Confucio per superare l’esame da funzionario pubblico. Parliamo più o meno di mille anni fa.

* Come sanno i giornalisti, affinché il popolo si interessi a un argomento bisogna presentarlo sempre come nuovo, e ciò vale a maggior ragione per le persone educate. Secondo Schopenhauer veniamo addestrati a leggere tutti insieme le cose spacciate come ultime novità, per avere periodicamente del materiale di conversazione e risparmiarci la fatica di pensare. Ma Schopenhauer era un reazionario invidioso del successo altrui e le sue tesi finirono subito nella categoria delle ovvietà provocatorie, cioè di quelle cose tutto sommato vere e inevitabili che, proprio perché tali, possono essere messe da parte senza doverci più pensare. Perciò vengono dimenticate fino alla loro prossima apparizione, quando per un attimo sembreranno argute provocazioni e di nuovo verranno subito dimenticate.

** Se ne erano accorti anche i preti. Sempre contrari all’istruzione del popolo, perchè arrecava scostumatezza, avevano però giustamente intuito che non c’erano proprio le condizioni: “Adunque effetto ordinario di questa istruzione [popolare] è, o di destare l’orgoglio del sapere in una plebe ignorante, che si stima addottorata solo perchè non confonde l’acca colla zeta, e non iscambia il numero sei col numero nove; o di spostare una turba di poveri e presuntuosi disgraziati dal luogo in cui la Provvidenza li avea fatti nascere, per indurli a cercar pane e ventura nella riboccante greppia dello Stato, dei municipii e delle private compagnie o famiglie; col doppio utile di empire le città e le terre di oziosi affamati, pronti sempre a vendersi per ogni impresa a chi li compra; e di costringere lo Stato e i municipii ad aumentare impieghi, per isfamare la caterva di questi infelici istrutti, i quali assaltano a centinaia il primo posticino che riman vuoto in una qualsiasi mangiatoia” (da “Civiltà Cattolica” 1876).

Pubblicato in borges, illusioni, pseudo recensioni | 2 commenti