Pensavamo fosse Borges

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Leggiamo svogliatamente un libro sul brigantaggio. Così, senza motivo. Fornito dalla solita bancarella per un euro, non avremmo speso la folle somma (è più di quanto costa il nostro libro) se non fosse un resoconto dell’epoca, e scritto da un francese. La poca roba moderna che abbiamo letto sul tema era di una partigianeria insopportabile (se vecchia) o aveva un tono sociologico e sindacalistico (se moderna). Il vecchio resoconto di un forestiero è l’ideale per gustare una prosa colorita e aneddotica, e infatti l’autore si sofferma volentieri su episodi di grottesca ferocia o di comica ignoranza, quasi fosse un antico viaggiatore in Congo. Il pittoresco, che sconfina nel deforme; il giudizio fatuo e brillante. Ci mette anche un po’ di storia ma noi quelle parti le saltiamo, pure perché non si capisce niente: infinite scaramucce in infiniti paesucoli dai nomi tutti simili, rocche spaccate, fiumi secchi, borghi del dio borgo. Di seguito forse ricopieremo qualche fatterello particolarmente selvaggio, tipo la storia del brigante che per non essere tradito dal vagito del figlio appena nato gli spaccò la testa, e di come nottetempo la sua donna e complice, simulando, gli sparò in faccia e poi trascinò il cadavere in paese per riscuotere la taglia, che le fu scrupolosamente pagata.

I racconti di briganti avrebbero potuto fornire migliaia di sceneggiature per una sorta di western italiano. Popolarissimi (Gramsci notava che il popolo italiano capisce solo le satire anticlericali e le storie di briganti), basati su pochi elementi ricombinabili all’infinito come i western veri, sanguinari fino alla stupidità: questi racconti avevano tutto per diventare film di successo tranne registi e sceneggiatori che non si vergognassero al pensiero, e non ne facessero una specie di finta epopea proletaria. In uno di questi racconti leggiamo di come i briganti, dopo aver offerto di parlamentare con le autorità civili del paesello di turno, tendessero loro l’ennesima e prevedibilissima trappola, e ricevuti in una bicocca sindaci e sbirri li scannassero bestemmiando come scellerati. Nel paese arriva quindi l’emissario regio, che sa di non poter snidare i briganti dalla selva. Allora, mostrando perfetta conoscenza della psicologia popolare, raduna la plebe e annuncia che per punire il paese del suo appoggio ai briganti farà cacciare tutti i preti e chiudere le chiese, in modo che la gentaccia debba nascere e morire senza benedizioni, e vivere senza scudo dall’inferno.
Chiuse davvero le chiese e deportati i preti, l’emissario regio vede il popolo disperarsi e flagellarsi, e dopo tre giorni consegnargli i cadaveri dei briganti massacrati a colpi di badile, come fanno oggi gli anziani con gli animali d’affezione.

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Sempre parlando di briganti, è abbastanza interessante il diario di Jose Borges, soldato spagnolo mandato dai Borboni a liberare il sud dall’invasore piemontese sfruttando appunto il brigantaggio. Gli avevano raccontato che avrebbe avuto uomini e mezzi, invece si ritrovò con venti scalzacani in una Calabria piena di spie. Continuamente tradito e costretto a imboscarsi, si unì a una banda di ladroni capitanati da un certo Crocco, che a parole erano borbonici ma di fatto cercavano solo di rubacchiare e taglieggiare il più possibile. Nonostante le condizioni difficilissime Borges riuscì perfino a sconfiggere in campo aperto un migliaio di infami soldati piemontesi, che da allora se la presero talmente a male da dargli una caccia spietata, arrestando e fucilando chiunque fosse sospettato di aiutarlo. Tradito anche da Crocco, Borges capì che gli restava solo la fuga e arrivò a pochi chilometri dal Lazio e quindi dalla salvezza, quando l’ennesima spiata lo fece circondare dagli sbirri, che non riuscendo a stanare la sua misera banda da un casolare gli appiccarono fuoco. A quel punto Borges si arrese e dopo qualche ora fu fucilato insieme a tutti i suoi, senza rivelare nulla e ostentando il sublime coraggio di fronte alla morte che allora era di prammatica. Addosso gli trovarono un pregevole atlante rilegato in tela (quando viveva a Parigi da esule si era dato alla legatoria) e il diario di cui parlavamo. Le sue osservazioni dei primi giorni sono le più lunghe e distese, è chiaro che Borges si vedeva già governatore della Calabria e ne descrive le bellezze e le presunte ricchezze naturali, progettando anche strade, fortini, canali e miniere, nonché riforme amministrative. Notevole, anche se forse tipico per un ufficiale dell’epoca, lo schifo che provava per ogni tipo di “disordini”, lui che era stato spedito a fomentare una rivolta. Più volte ripete che con cinquecento uomini sarebbe riuscito a fare la controrivoluzione, e considerando le modeste capacità militari degli invasori forse aveva anche ragione. Verso la fine della sua breve avventura però Borges capì che non si poteva contare sul popolo, rivoltosissimo ma anche inguaribilmente ipocrita e disposto a schierarsi solo con chi apparisse senza alcun dubbio il più forte. Solo qualche evento eccezionale avrebbe potuto colpirne la fantasia, come era successo con Garibaldi, che veniva venerato quasi come un santo e di cui si raccontavano meraviglie: il popolo credeva che le pallottole non potessero ferirlo e che se le scrollasse di dosso come cimici. Borges non capì subito l’anima subdola, infame e porca dei meridionali e d’altronde non gli capitarono fatti d’arme abbastanza grossi da generare voci insensate, e poi liberare un regno con diciassette uomini non sarebbe riuscito nemmeno al Giuseppe Garibba, ed è curioso notare come Borges si dolga, più della morte verso cui si stava dirigendo con assoluta certezza, del fatto che gli veniva rubato l’onore di una bella battaglia onesta, tecnica, fatta anche per amore dell’arte.

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Il più grande scrittore italiano mai esistito

Negli anni ’70 la noia spinse molti intellettuali verso la droga o il comunismo. Elia Spallanzani, che aveva già una certa età, invece fu colpito da una sorta di epifania e intuì 1) di essere il più grande scrittore italiano mai esistito e 2) di essere l’unico a saperlo.

Fattosi portatore e quasi bozzolo di questo segreto, come se il suo essere il più grande scrittore italiano mai esistito fosse qualcosa di distinto da lui, una specie di iper realtà codificata in lui, passava le giornate schiacciato dalla consapevolezza. La notte a volte si svegliava di botto in preda al dubbio atroce: “sarei quindi persino più grande di Gadda? Difficile crederlo, eppure devo”.

Questo annotava nel suo gigantesco e squinternato zibaldone “Raccontalo alla cenere” e tornava a più riprese sull’argomento, criticando spietatamente la sua stessa opera nel vano tentativo di abbassarsi al di sotto dei suoi idoli: ma non c’era niente da fare, anche quando scriveva ad occhi chiusi sulla parete della cucina o dimenticava volutamente le “h” mute continuava lo stesso ad essere il più grande scrittore italiano mai esistito e questo gli impediva anche l’antico piacere di glossare i classici perché qualsiasi cosa annotasse a margine di quei maestri era talmente più grande da annichilire il resto, come un fulmine rende nere le faci.

Angosciato, terrorizzato all’idea che qualunque cosa avesse scritto avrebbe condannato all’oblio secoli di meravigliosa letteratura, come era accaduto per tutti i grandi prima di lui, Spallanzani meditava di togliersi la vita quando un altro pensiero lo colpì: in fondo lo sapeva solo lui. Per un’incomprensibile grazia dell’Eterno il poppolo ignorava onninamente la sua spaventosa grandezza, e la critica non ne parliamo.

Come una bomba atomica ambulante di cui si fosse smarrita l’elettrica combinazione lui incedeva ignoto, incacato flagello, salutato appena dal salumaio e dai suoi studenti del liceo, che non sapevano il rischio che avevano corso: trovarsi di faccia IL PIU’ GRANDE SCRITTORE ITAGLIANO MAI ESISTITO!

Così forse c’era ancora una salvezza per la letteratura ma alcuni suoi testi circolavano, seppur clandestinamente circolavano e qualcuno avrebbe potuto capire e allora sarebbe stata la fine, Pirandello e Leopardi dimenticati, Montale e Parini buttati al sudicio, Dante, Ariosto, stasera al solito posto la luuuna sembraaa straaaanaaaa… folli pensieri gli turbinavano nel cervello mentre superava il casotto del bidello e si dirigeva alla sua tarlata cattedra di insegnante di scuola tra gli spifferi del corridoio e i brandelli di volantini delle occupazioni e allora decise che doveva far sparire tutto, che per amore della sua cultura doveva scomparire e risucchiare in se stesso tutto ciò che era sfuggito, come l’en sof alla fine del ciclo emanativo e fu in quel momento che nacque il grande Piano, la complicata e inesauribile cospirazione di un solo uomo per proteggere l’umanità dalla sua stessa strabocchevole grandezza annuvolandosi come la seppia, antica forma divina… sì, sì, il Piano che noi indegnamente eseguiamo.

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L’uomo prende il vello ma non il vizio (di starsene a casa)

Tra i segni del cambiamento climatico c’è che non vendono più le maglie di lana. Abbiamo chiesto in vari negozi, ci hanno risposto oltraggiati che le maglie di lana dei nonni, quelle a maniche lunghe, non le compra più nessuno: al massimo misto lana cotone e maniche corte, siamo mica in Alaska. Abbiamo obiettato che noi siamo abituati alle vecchie, calde maglie della salute di lana, ma col tempo si sono tanto ingiallite e sbrindellate che le abbiamo dovute regalare al giardiniere, ma i negozianti niente, le maglie di lana sono out, e tra poco racconteranno che non solo non si vendono, ma non si sono mai vendute. Proietteranno il presente all’indietro, come tutte le persone ignoranti, e anche in avanti, come tutte le persone fondamentalmente ottimiste e dedite solo al bene proprio, e quindi in definitiva al male. Nel frattempo l’inverno appropinqua e noi siamo senza maglie di lana, il che potrebbe risultarci fatale, se non altro psicologicamente.

P.S. Parlando di lana, l’altra sera in televisione mostravano le isole Shetland, con le proverbiali pecore dal vello impermeabile. Millenni di vita in isole umide, fredde, ventose, hanno fatto maturare in queste pecore un’inclinazione alla pelosità ancora più accentuata che di costume, e il loro pelo è anche pieno di grasso così da idrorepellere. Un esempio che è anche morale, perché non è che siccome dio le ha condannate a vivere su isole di merda, brulle, fredde umide e ventose allora loro se ne sono andate, no: dove DIO LE HA MESSE SONO RIMASTE. Mica lamentose ‘ste pecore, mica gironzolone: si sono messe di buzzo buono per migliaia di anni a impelosire sempre di più, sempre più ricciolotte, più grasse. Questa è onesta, questa è persino bellezza. No i barconi, no migrare. Poi puccioppo è arrivato l’uomo, che a differenza delle pecore su queste isole ci è venuto apposta, per il suo vizio sporco di non stare al posto. Ma che cazzo ci sono andati a fare su quelle isole di merda? E colmo dell’infamia, hanno derubato le pecore del sudato vello! Per vivere per scelta in un posto di merda! Veramente il fuoco non è abbastanza per questa gente. La loro perfidia è pari solo alla loro stupidità.

P.P.S. Tutti ricorderete che non riuscivamo a trovare maglie di lana. Adesso però abbiamo capito il trucco. Fanno una pubblicità dell’intimo termico. Ora le chiamano intimo termico, no maglie di lana che sembri un vecchio: INTIMO TERMICO. La pubblicità sottolinea che questo è un capo TECNICO, altra parola che ha rimpiazzato le vecchie qualifiche sempre da anziano, tipo tuta o sportivo. Dopo l’abuso che se n’è fatto non c’è rimasto niente di meno giovanile che “sportivo”. La parola è stata sputtanata fino alle estreme conseguenze, fino a ribaltarsi su se stessa per lo sdegno. Oggi se dici “vado a comprarmi un capo sportivo” tua moglie capisce che è tempo per il viagra, anzi che lo era già da un bel po’. Ma tu sei furbo e quando senti “tecnico” ti esalti, hai trovato una soluzione, un’altra parola: una nuova parola da masticare come un sigaro finché non sentirai di nuovo quel lieve ma distinto sapore di merda.

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L’autunno alla Fondazione

3 ottobre

Sotto lo sguardo amorevole del giardiniere sono spuntati i soliti fungacci bianchi, dalla cappella sottile e sfrangiata, forse pure commestibili ma di certo non salutari, che da sempre cercano di colonizzare l’ex prato. Sotto le gigantesche e mai potate ortensie, diventate simili a maligne mangrovie dai fiori appassiti color carta bruciata, sono invece spuntati timidi ciclamini, di sfumatura pallida per via della poca luce e dalla forma di complicate asce medioevali. Nel frattempo il giuggiolo abbandonato a se stesso si è riempito con arroganza dei suoi frutti curiosi, che nessuno vuole nemmeno regalati e che invece sono buoni quando hanno fatto le grinze, al contrario di quanto succede agli uomini. I melograni, poi, sono piuttosto abbondanti, nonostante i tentativi del giardiniere di fargli perdere tutti i fiori per ottenere frutti più grossi. Come era prevedibile ci sono invece un sacco di frutti, ma piccoli e svogliati di maturare. L’uva fragola ha fatto una buona riuscita, sempre nonostante le mosse di quell’uomo, che l’ha riempita talmente d’acqua da farla diventare enorme e aggressiva, tutta foglie. I cachi, dal canto loro, verdeggiano ancora, ma come ogni anno aspettano solo il segnale per maturare di colpo, tutti insieme, trasformandosi in una notte in globi rossi dolcissimi e appiccicosi e già sul punto di marcire. Quanto alle castagne…

4 ottobre

Chiunque possieda anche un piccolo terreno sa che in certi periodi la frutta la deve buttare. Adesso è il turno dei cachi: prima ne maturano due, il giorno dopo 5, quello dopo 20 e poi di botto 200. È impossibile mangiarli o conservarli e quindi li regali o li butti. Poi succede lo stesso con gli agrumi, poi con le prugne e le pere e così via. La proverbiale generosità dei contadini, la loro mania di portarti una cassetta di fragole o zucchine è sempre dipesa solo dalla difficoltà di conservare. A meno che tu non voglia passare le giornate a fare marmellate, che comunque non riusciresti a mangiare. Il bello è che questa frutta che sei costretto a regalare nessuno la vuole. Gli alberi cresciuti senza cure, senza concimi e pesticidi fanno frutti macchiati, attaccati da vermicoli, lestissimi a marcire. Per quanto siano buoni, perché un po’ di frollatura li rende inevitabilmente più dolci, non hanno l’aspetto che il popolo si aspetta. Persino la mela del peccato se la immaginano rossa e lustra come ceramica smaltata. La conseguenza è che finisci per raccogliere solo quel po’ che mangi e il resto lo lasci marcire sulla pianta, tanto raccogliere significherebbe buttare e allora che lo mangino gli insetti e gli uccelli. Questo fatto è particolarmente impressionante col gelso: l’albero ormai ha rami lunghissimi, forma quasi una capanna gigante e d’estate si riempie di frutti che già hanno poco appeal, la gente non compra i gelsi nemmeno al supermercato, figurati quelli naturali. Quindi ne cadono a terra migliaia e fanno il suolo tutto nero e col caldo senti levarsi zaffate alcoliche, per la fermentazione degli zuccheri, che rendono il posto inavvicinabile. Migliaia, milioni di moscerini zigzagano sotto l’ombra dei rami e rendono davvero l’idea della creazione, un posto rigurgitante di vita, prolifico fino alla follia, una generosità strabocchevole e distruttiva, niente affatto pensata per l’uomo, anzi: nemica all’uomo. Come possano questi imbecilli aver immaginato la teoria del migliore dei mondi possibili resterà sempre un mistero: niente sembra fatto per l’uomo, tutto mostra che lui è solo un incidente, un vortice di esitazioni, in un mondo che scoppia di insensata energia e tinge di rosso porpora creature che nessun occhio vede.

6 ottobre

Ieri il popolo ha comprato un’altra copia del libro su Spallanzani, e francamente ci chiediamo perché visto che comunque non lo capisce. Nel frattempo come ogni anno qui alla Fondazione è cominciata la caccia alle castagne. I bellissimi frutti color dei violoni sono pochi e rotolano furbescamente sotto le siepi, tra le rose e i rovi e in altri luoghi resi inaccessibili dall’incuria. Il giardiniere è molto soddisfatto perché tutte le imprese che costano soverchia fatica e il rischio di farsi male lo esaltano. Per rendere il gioco ancora più difficile lui parte al tramonto, quando la castagna insubdolisce e si confonde quasi perfettamente col terreno coperto di foglie. Ogni due tre minuti si sente un grido, quando si punge, e poi una soffocata bestemmia. Lui raccoglie anche la castagne col verme perché ha letto da qualche parte che vanno tolte altrimenti danno vita a una nuova generazione di infestanti, e questa è una delle poche cose sensate che fa. Ma raccoglie anche quelle castagne non cresciute, simili a una sfoglia, che insieme alle perle sono l’alimento tradizionale dei porci. L’unico problema è che di porci intesi come animali noi non ne abbiamo, mentre abbiamo alcuni lettori, se non la maggioranza, che porci lo sono eccome: irredimibili porci. E quindi anche stavolta non sappiamo dire se è più balordo lui o noi.

10 ottetc

Il biologico vende le castagne a 10 euro al chilo e non sono nemmeno un po’ belle come le nostre, che tra l’altro sono biologiche davvero: nessun trattamento, crescono così, come mille anni fa. Ovviamente metà sono bacate e quindi la resa è molto bassa, e volendo considerare quanto è faticoso raccoglierle dovrebbero costare anche più di 10 euro al chilo. Tuttavia ricordiamo che quando eravamo piccoli gli adulti ricordavano ancora il tempo in cui le castagne erano un cibo da poveri, cioè fino agli anni ’50, più o meno. Le nostre poi non sono le tipiche castagne del luogo, piuttosto piccole, ma somigliano inspiegabilmente ai marroni. Le piccole sono notoriamente più saporite ma il biologico, che sarebbe meglio chiamare bioladro, vende castagne ancora più grosse delle nostre, di una specie sicuramente forestiera e quindi infida e nemica.

11

Da qualche sera mangiamo castagne arrostite sulla brace ottenuta dalla legna degli ulivi e delle mimose che abbiamo dovuto far potare, oltre a melograni, giuggiole e cachi. È tutta roba che ci cresce in casa e teoricamente è molto bello, il camino, l’autarchia. Il problema e che di notte facciamo degli scorreggioni che alzano le coperte.

11, più tardi

Comunque volendo la rete è piena di buone notizie. Ad esempio se cerchi informazioni su qualunque frutto o verdura troverai migliaia di pagine, tutte molto simili, che ne illustrano i benefici effetti sulla circolazione, sull’umore e sulla prevenzione delle neoplasie. Qualunque frutto o verduro, anche quello che non avresti stimato due soldi come il cavolfiore o le noci pecan. Anzi proprio quelli che sottovalutavi sono i più benefici, i più preziosi, e perciò quando farai una mala morte a ben vedere sarà stata colpa tua, per aver snobbato il ravanello o la mela cotogna. Le buone notizie infatti quando sono davvero tante producono un mondo perfettamente uguale a quello delle sole brutte notizie, con l’unica differenza che la salvezza era dietro l’angolo e tu, proprio tu, te la sei fatta sfuggire. C’era sempre qualcosa che potevi fare per evitare il tracollo e questo a ben pensarci è molto peggio della visione pessimistica, che almeno ti metti l’anima in pace. Tanto è vero che le donne, perché sono soprattutto loro a leggere e a scrivere queste buone notizie, risultano comunque sempre insoddisfatte. Si è vero la cipolla di Tropea ringiovanisce la pelle, ma anche il carosello, e anche il lampascione, e forse il tubero mannaro delle alpi fa anche meglio, il che sarebbe l’ennesima buona notizia, che ne chiama un’altra, e un’altra.

12 ottobre, ore 8.32

Tanto per dire, il succo di melograno alcenero costa tipo 11 euro al litro, ed è composto di melograno solo al 65%. Quello che facciamo noi invece è 100%, ma è talmente una rottura di coglioni che una volta fatto non lo venderemmo nemmeno per il doppio. Perché prima di tutto devi cogliere i melograni del cazzo, i cui rami notoriamente pungono, e poi devi sgranarli: infatti se premi il melograno tipo arancia, come un grezzo, il succo che ottieni ha un forte retrogusto di tannino, che oltre ad essere amaro allappa terribilmente la bocca. Per ottenere il succo veramente bello allora devi sgranare, e per sei melograni ci vuole un’ora, e con sei melograni non fai un cazzo: per ottenere un litro di succo ce ne vorranno trenta. Ma in cambio hai la soddisfazione di vedere una piccola piramide di rubini e una montagna di scorza. Ma non è finita perché devi premere i chicchi, e l’unico sistema che funziona è con lo schiacciapatate, mettendocene un poco alla volta e premendoli più volte dopo averli rigirati con una forchetta. Dopo tutto questo sforzo, che può anche far dolere i bicipiti, il succo ottenuto è di un colore magnifico, un rosso profondo, vellutato, che alla luce sembra riempirsi di sfaccettature. Il sapore, che ha sempre comunque una piccola nota tanninica che deriva probabilmente dalla compressione dei semi, è eccellente. Forse l’unico sistema per avere il sapore puro, quello che comunque non ottieni nemmeno quando schiacci i chicchi tra i denti, sarebbe dargli una premitura più leggera, il che vorrebbe dire dover sgranare sessanta melograni invece di trenta per un litro, e quindi dovresti venderlo a quanto? Duecento euro? Facendo fare tutto ai cinesi forse trenta.

P.S. Naturalmente la persona signorile filtrerà il succo prima di berlo. L’ideale sarebbe usare una garza sterile, ma siccome dopo tutto questo casino sembrerebbe davvero una cosa da mentecatti noi usiamo un comune setaccio di metallo, tipo quello con cui si sparge lo zucchero a velo.

14 oh t’obre

Uscendo abbiamo visto che davanti al cancello c’erano alcune castagne. Come hanno fatto ad arrivare fin lì? È vero che sono rotolone, ma il cancello è più in alto. Ci siamo guardati attorno pensando al vento e agli uccelli, ma non esistono uccelli che mangiano castagne, e poi queste erano intere. Con un gesto per metà automatico le abbiamo raccolte e ce le siamo ficcate in tasca, ma un paio erano bacate e le abbiamo lasciate sul muretto vicino al cancello. Al nostro ritorno non c’erano più.
La cosa iniziava a farsi strana e abbiamo cercato un po’ in giro finché a poca distanza sul vialetto ecco le due castagne bacate. Di nuovo il vento? Sono anche discretamente pesanti, quindi era del tutto improbabile. Forse che davvero queste castagne del cazzo se ne vanno in giro? Che cerchino di nascondersi tra le foglie è certo, ma spostarsi sul cemento… comunque con un po’ di inquietudine le abbiamo raccolte e messe di nuovo sul muretto, proprio per vedere dove volevano arrivare. Il giorno dopo le castagne erano a terra e la notte era stata chiara, e senza vento.
Ovunque ci sia un piccolo bosco, anche formato solo da due piante, tutto diventa pieno di presenze: ci sono sempre insetti, foglie che volteggiano, talpe che talpeggiano, cose che si muovono e frusciano misteriosamente e piccoli rumori inquietanti, di cui non si comprende la fonte. Il bosco è pieno di dei, sia il grande bosco di Bomarzo che l’umile nostro. E così con una certa inquietudine abbiamo riraccolto e ririposizionato le castagne, e questo per almeno una dozzina di volte: dopo un po’ erano sempre a terra.
Stamattina abbiamo deciso che o capivamo o saremmo diventati pazzi. Ci siamo alzati alle sette con la certezza che le castagne sarebbero state di nuovo a terra, come infatti erano, e dopo averle risistemate ci siamo seduti a guardarle. Dev’essere passato un quarto d’ora prima di vedere la zampa: da dietro alla siepe di pitosforo è spuntata una zampetta pelosa, che ha dato due colpetti a una castagna. Dopo qualche altro minuto è spuntata la testa di un gatto minuscolo, bianco e nero, che dopo aver guardato in giro si è rimesso a dare colpetti alle castagne finché le ha buttate a terra. Ci è rimasto palesemente male e ha guardato in giù ma non ha avuto il coraggio di uscire dal riparo della siepe. Poi sopra di lui è spuntata la testa di un altro gattino, e poi di un altro. I tre gattonzoli hanno formato una specie di totem di teste pelose che guardavano in tutte le direzioni ma non ci hanno visto, però appena ci siamo alzati ci hanno sentito e sono rientrati nella siepe come teste di tartaruga nel guscio. Adesso si sentiva solo il lieve frup frup dei gatti che zampettavano e capitombolavano sotto la siepe. Allora ovviamente abbiamo preso le castagne e le abbiamo rimesse a posto.

16 corrente mese

Va detto che non c’è bisogno di abitare nel New England per sentirsi circondati da orrori sovrannaturali scaturiti dagli abissi del tempo, basta camminare nel nostro incolto giardino per capire che vite antichissime, incomprensibili e sornione cercano ogni momento di avvolgerti e soffocarti tra le loro spire. Alberi che possono vivere quattromila anni, carichi di sferule fatte di aculei che sembrano ognuna avere una bocca e una lingua marrone screziata e cuoriforme. In confronto qualsiasi pseudopolpo da fan di Lovecraft è pressoché insignificante. Di fronte vedi le cicadine, che persino confinate nei grandi vasi hanno un’aria minacciosa e di inconcepibile antichità: forme primitive nate duecento milioni di anni fa, anch’esse piene di aculei e altri strumenti pensati unicamente per straziare la carne tenera di mammiferi che non esistevano ancora. Piano piano ma inesorabilmente il cosiddetto giardino cerca di ucciderci e ricoprirci trasformandoci nella terra nera che gli è così gradita: i rami del pino, un vecchio albero di Natale piantato per gioco e cresciuto più alto dell’edificio, disseminano aghi che avvelenano qualsiasi altra forma di vita (e incidentalmente otturano le grondaie, che per ripulirle dobbiamo pagare); persino gli agrumi, piante educate e si direbbe sedate, complottano nottetempo e ributtano spine che la selezione avrebbe dovuto ammorbidire. I funghetti bianchi dall’aria putrida sono circondati da un balletto inesauribile di insettini pungenti, a loro volta predati dai grossi ragni vespa che stendono tele da un tronco all’altro, nel grottesco affollamento che non abbiamo cuore di sradicare. Perché l’unica arma che manca agli orrori lovecraftiani e che invece gli orrori veri hanno in abbondanza è la seduzione, la bellezza quasi ipnotica di questi alieni verdi, così ingannevole, riposante, che invita al sonno per meglio divorarti.

diciassette

Qui cresce anche il sambuco. Qualche alberello l’abbiamo dovuto far tagliare perché non si passava più e adesso ci chiediamo che fare dei resti. Cercando in rete abbiamo scoperto che il legno di sambuco si usa per fare manici di attrezzi tipo pale e simili, con un procedimento semplicissimo che consiste nel tagliare i rami con la luna calante di ottobre (perché? mah) e poi ingrassarne le estremità (con un tipo specifico di grasso, quello da scarponi) e poi appenderlo per un anno in cantina, però in una posizione particolare. Dopodiché basta scortecciare il ramo e rimuovere anche la pellicina bianca, possibilmente usando una scheggia di vetro, in modo da non rischiare di non farsi male, e poi lo si riappende per un altro anno, con diverse cautele. E alla fine dopo solo due anni se tutto va bene ti ritrovi con un eccellente manico di zappa o di scopa, che potevi comprare dal cinese per mezz’euro.

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Acqua dal sole

La sfrenata promozione di Leonardo come richiamo turistico genera programmi divulgativi apparentemente mirati a un pubblico di forestieri o di bambini. Il tono costantemente ammirato e stupito, anche di fronte alle non poche cazzate commesse da quell’uomo disordinato*; la puerile gesticolazione illustrativa, il continuo “pensate!”, l’uso di “testimoni” celebri tipo Proietti o Benigni, che non c’entrano niente ma servono a sedurre il popolo; il ricondurre a Leonardo qualunque cosa sia stata inventata negli ultimi 5 secoli perché da qualche parte nei suoi scartafacci c’è un disegno che potrebbe far pensare etc: tutta questa strategia di apoteosi conduce a risultati involontariamente comici. L’immagine che ne risulta è quella di un pasticcione e di un balordo, cui il re di Francia attribuisce una pensione a patto che la finisca di sperimentare colori mischiati con la pece o con lo sputo di anziani e di inguaiare onesti muri bianchi coi suoi aborti.

E invece i giornali plaudono. Sottolineano che questi programmi così ben realizzati hanno uno share persino superiore ad “Amici” di Maria de Filippi. Il problema alla fine però è proprio questo, che per portare il pubblico di “Amici” a guardare un documentario su Leonardo lo si fa stupido come una puntata di Amici. Non si cava sangue dalle rape, né acqua dal sole.

Ad ogni modo, onde offrire al pubblico il nostro proverbiale servizio di alta qualità, riassumiamo con parole ancora più semplici la parte interessante del documentario:

Siccome dipingeva troppo lentamente per fare un affresco, Leonardo provò con la tempera grassa e fece l’ultima cena. Dopo pochi anni il colore cominciò a staccarsi e i preti lo bestemmiarono. Nel frattempo gli avevano commissionato la battaglia di Anghiari, e lui, forte delle brutte esperienze, invece dell’affresco cercò di fare un encausto. Ora, chiunque da bambino abbia avuto i pastelli a cera avrà letto nelle istruzioni che ci si può fare anche l’encausto, che in pratica consiste nel riscaldare il colore: e tutti, alla loro prima fiduciosa esperienza, hanno scoperto che non funziona nemmeno per il cazzo. La vera tecnica dell’encausto poi era ancora più difficile, prevedeva l’uso di pece punica e calce spenta e in realtà nessuno sapeva bene come si facesse, perché i pochi resoconti del metodo che ci sono arrivati sono generici. Quindi provare a riprodurre questa antica tecnica su una parete di dieci metri era semplicemente un’idiozia. E infatti quando Leonardo cercò di scaldare il colore con dei grandi bracieri tutto cominciò a far cagare. Il colore, come nelle nostre tragiche esperienze infantili, invece di fissarsi si sciolse, e fu allora che le autorità civili lo bestemmiarono.
Bestemmiato dai preti e dai potenti, Leonardo era diventato praticamente un paria. Quando qualcuno, entrando in una splendida sala affrescata, vedeva una parete coperta solo di macchie color merda soleva dire “ah, quindi anche di qui è passato Leonardo”.
Delusi e turlupinati i committenti, da tutti odiatissimo Leonardo dovette scapparsene in Francia, dove il re era abbastanza ricco e ignorante da non avere bisogno di affreschi. Qui, concepì il suo più grande capolavoro, ma siccome a ottant’anni la tecnica dell’affresco ancora non voleva entrargli in testa, forte delle passate esperienze decise di dipingerlo con un colore ben stemperato nel suo piscio, e per tre anni lavorò su una parete che rimaneva miracolosamente bianca. Il colore, oltraggiato, appena toccava il muro si staccava in minuscoli frammenti, che sospinti dai refoli volteggiavano attorno ai nivei capelli del genio, bestemmiandolo. Ancora oggi alcuni studiosi continuano a cercare il capolavoro perduto, il santo Graal dei dipinti realizzati con tecniche fallaci, ma non riescono a trovarlo: se ne intuisce soltanto la puzza.

* Per dirne una, Levonardo era a volte così stordito che pensava che il camaleonte fosse un ugello.

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La favola del lupo nella favola

C’erano queste due tipette alla stazione che parlavano e a un tratto la prima ha detto “in bocca allupo” e l’altra ha risposto “viva illupo!” e si è allontanata sbarazzina.
Siamo rimasti un po’ perplessi e poteva finire lì. Sapevamo già che se ci fossimo messi a riflettere sull’episodio ne avremmo ricavato considerazioni sconfortanti ma (puccioppo) non è possibile fermare il pensiero, va dove vuole, e quindi abbiamo per forza dovuto concludere che la sensibilità ecologista e animalista (di donne con borse di pelle, scarpe di pelle, creme di origine animale sul volto) aborre il vecchio e bieco “crepi il lupo”. Però così il senso dello scambio proverbiale (ti esponi a un rischio, tenti qualcosa – che io possa prevalere sulla difficoltà) viene completamente stravolto e chi risponde si augura il trionfo del suo nemico.

Si potrebbe pensare che la frase, da scongiuro, sia diventata espressione del masochismo inconscio che domina la società, inconscio perché la natura del lupo (predatore, competitore) è ignorata o negata: il lupacchiotto è come l’orsacchiotto, un giocattolo di carne e di pelo, non una bestia potenzialmente letale. E questi ragazzi che si augurano di soccombere ovviamente non se ne accorgono: molti di loro sono convintissimi che il proverbio originale dicesse proprio così, viva il lupo. Alcuni ci hanno fornito questa spiegazione:

“in situazioni di pericolo la lupa può afferrare i suoi cuccioli per la collottola attraverso le sue fauci, che solo in questo caso diventano strumento di tutela e non di offesa. Delle fonti non me ne può fregare una minchia ragazzi, io la so così, i vecchi la raccontano così dalle mie parti”.

E un altro:

“stando a quanto raccontatomi da un dottorando in storia antica, in bocca al lupo non richiama l’immagine – peraltro insensata – del lupo che ci mangia ma quella della lupa che prende protettivamente in bocca i suoi cuccioli. Quindi la risposta più corretta e tradizionale è “viva il lupo”.

Ovviamente è tutto falso. Questa versione non è mai esistita fino a qualche anno fa, e si noti che il processo di creazione del passato segue le solite tappe: si sostiene che la tradizione vivente è quella, e poi che lo dicono anche gli esperti, quindi è vero per forza. Tra poco verranno fuori anche dei documenti contraffatti.

Per alleggerire il discorso ad uso del popolo notiamo che si potrebbero creare molti altri proverbi ideologicamente “aggiornati” sul modello di “in bocca allupo – viva illupo”. Ad esempio:
“Tanto vanno i gatti al lardo – che domineranno il mondo”
“Mogli e buoi – liberatevi dal patriarcato!”
“Chi dice donna – non dica gonna”
“Una mela al giorno – odiosa come i vaccini”
“La gatta frettolosa – il corpo è suo”
“Chi va con lo zoppo – assistente sessuale!”
“Tra moglie e marito – telefono rosa!”
Etc.
Sarebbe un esercizio stupido e avvilente, quindi adattissimo alla massa*.

Tornando all’argomento, il problema non è tanto la storpiatura di un proverbio ma la tendenza dei progressisti stupidi a non accorgersi di quanto sono dominati dall’ideologia e a sostenere invece che dietro le loro scelte esistono motivi puramente oggettivi, inventandosi e diffondendo grottesche spiegazioni che per arrivare allo scopo fanno violenza al linguaggio e alla logica. E lo fanno con tutto, mica solo coi proverbi.

A pensarci, questa falsificazione del passato dovrebbe suonare incomprensibile tra persone che credono fermamente di essere avanti. Se il futuro è loro, com’è che finiscono sempre per richiamare illustri precedenti? Innanzitutto perché tra gli elementi cardine della loro personalità c’è la fede nel saperne più degli altri, e quindi quel che dicono non solo è giusto, ma lo è sempre stato. In secondo luogo, la loro idea di progresso è così infantile che finisce per confondersi con un passato mitico, con l’età dell’oro in cui lupi e agnelli prendevano insieme l’aperitivo e la terra produceva messi sovrabbondanti senza bisogno di pesticidi e caporalato (il che, considerando che all’epoca gli umani erano solo 2, potrebbe essere anche vero). Il loro futuro è una rivisitazione demenziale dell’eden e perciò tante delle loro idee sotto sotto puzzano di catechismo, dei pomeriggi passati ad ascoltare le “signorine”, di cui sbirciavi la scollatura, mentre ti illustravano il paradiso e la caduta (e tu pensavi sempre a Satana, a quanto gli deve essere costato abbandonare il suo amore per ubbidirgli e mettere alla prova gli uomini).

Comunque, la falsificazione mediante abolizione della logica è molto più vasta di quanto potrebbe far pensare la storia del proverbio. Un lettore ci fa notare che colpisce anche testi ultra classici, della cui interpretazione non si era mai dubitato:

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Egregio lettore che magari sorridi, ricorda che anche di te parla la favola e sorvegliati, sorveglia anche questa ragazzi e non fare come noi, non fingere di non sentire, correggili. Perché non sarà un lupo a divorarli ma la distruzione del linguaggio, l’incapacità di significare.

L’unico modo per guarirli, per farli uscire dalle parole che non significano più niente, sarebbe fargli incontrare davvero il lupo, magari di notte, in una strada isolata. Cagarsi addosso potrebbe risvegliarli, ma forse pretenderebbero di farla in un cesso d’oro.

* Scorrendo una lista di proverbi alla ricerca di altri da storpiare abbiamo notato un gruppo di detti che esprimono tutti più o meno questa tesi: la conoscenza non vale niente se non la mostri. Non li avevamo mai sentiti (come il 99% degli altri) e ora ci seccherebbe ritrovarli, ma ci sono, e in fondo rispecchiano un’idea comune. Il poppolo nella sua teatralità non ha mai attribuito valore alla cultura se non come ornamento, da cui la sua ammirazione per i titoli, i paroloni e le patacche. Non a caso in Italia la figura dell’intellettuale è una caricatura ancora più pagliaccesca che nelle altre culture: chi sa deve mostrare che sa e farlo con mezzi che il popolo possa percepire, quindi con un abbigliamento, un tono, dei vezzi. Esempio classico la barba, il tocco, le “parole nuove”. Quando il popolo vede un pagliaccio con la barba e il tocco che blatera sofismi allora è contento, perché si capisce proprio che ne sa a pacchi. Eggià perché se uno invece sembrasse un pezzente e si limitasse a dire cose dotte o intelligenti il poppolo, non capendole, da che cosa dovrebbe arguire che sono dotte o intelligenti? La conoscenza vale solo se si vede, ma per vederla bisognerebbe saperla riconoscere e quindi chi vuole vendersi come sapiente è indotto a fare giochini che colpiscano la fantasia popolare, il che spiega come mai nel nostro paese la distinzione tra colto e imbroglione sia pressoché svanita.

P.S. Notare che nelle trasmissioni televisive quando interviene a distanza qualche “intellettuale” si ha sempre cura che alle sue spalle appaiano dei libri. Se così non fosse, il popolo non capirebbe che quello è un professore e ascoltandolo potrebbe addirittura scambiarlo per un cretino. Sarebbe interessante fare questo esperimento: mandare in onda l’intellettuale su uno sfondo di salumi o di erbaggi, e vedere quanto ci mette il popolo ad esclamare “ma che vuole quest’imbecille porno di un dio?”. Noi scommettiamo 3-4 secondi.

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Bancarelle

Tra i libri con più lunga permanenza sulle bancarelle (alcuni devono essere lì da vent’anni) ci sono gli esili volumetti di poesie pubblicati a loro spese da maestre ed ex maestre. Ce n’è qualcuno anche di uomini ma questi hanno quasi sempre un’impronta nostalgica che si intuisce già dal titolo e le edizioni sono più rozze, magari con la copertina plastificata, mentre i volumetti femminili usano cartoncino poroso, bianco o avorio, del tipo che attira e trattiene tenacemente la polvere, con tenui disegni simil acquerello o semplici profili di forme naturali. Molti di questi oggetti nati a eterna notte hanno una prefazione, in genere di uno sconosciuto che a ben vedere è anche il curatore / editore della collana, e una sorta di premessa di mano dell’autrice, di solito in forma di scusa non richiesta. Queste donne, mentre affidavano le loro parole e i loro soldi al prefatore – curatore – editore – amante platonico, non si aspettavano più di quello che hanno avuto, cioè un centinaio di copie dello smilzo volumetto per felicitare colleghe, ex colleghe e lontani zii, persone tutte che alla morte della poetessa, e spesso anche prima, hanno liberato le opere portandole alla bancarella, quando non le avevano consumate per accendere il camino. Destino che le poetesse presagivano, perché se il tratto dominante dei maschi è la nostalgia, il loro è la disillusione. Forse solo degli uomini è l’assurda speranza, certo non di queste camille, elvire, luciane, tosche, tutti nomi un pochino stravaganti, di minima stravaganteria, come le loro portatrici (i poeti a proprie spese maschi invece sfoggiano nomi comunissimi, sono tutti beppi o giuseppi, antonii, giovanni, e anche questo fenomeno andrebbe indagato).

(Ma il nostro vero pensiero, la nostra vera preoccupazione è un’altra: vuoi vedere che anche adesso c’è qualche libretto, qualche opera minore, già abbandonata nell’immondezzaio, in cui c’è scritto quello che chiunque poteva sapere e che noi ostinatamente ci rifiutiamo di sapere? Ormai da molti anni la nostra impressione è che non ci può essere nulla di vero in ciò che promette di svelare il vero, nella roba che viene venduta e discussa, studiata e interpretata, perché una società sistematicamente basata sulla menzogna, dal più basso livello fino all’accademia, non può nemmeno per sbaglio dire la verità. E quindi non è solo per snobismo se rovistiamo nelle bancarelle e leggiamo nell’immondizia, ma perché ormai ci illudiamo che solo quanto questa società rifiuta può (può) contenere un minimo di intelligenza e di verità. Ma l’immondizia è tanta, lo scarto è diventato così grande, forse a bella posta è diventato così grande, in modo che sia impossibile cercarci dentro qualcosa, la zona al margine è diventata enorme, dal nucleo centrale della menzogna perenne fino al cerchio estremo del vuoto c’è una periferia sconfinata di immondizia in cui si cela, assolutamente introvabile, il futuro, scritto e composto in prezioso italiano).

Per esempio, è noto che le poesie di Emily Dickinson furono “scoperte” dai familiari dopo la sua morte e trascorso un mezzo secolo passava già per la più grande poetessa americana. Raccolti tutti i brandelli e forse anche le liste della spesa, alla fine risultò qualcosa come 1800 povesie. In vita pare che gliene avessero pubblicate sette, pure con modifiche imposte. Se non è la più grande povetessa, almeno è una delle più incacate al mondo; eccettuate le maestre ed ex maestre di cui parlavamo prima, quelle che la bancarella seppellisce. Ci assilla sempre il pensiero che in quelle raccoltine di poesie pubblicate a loro spese ci sia del genio, anche perché fuori non se ne vede, anzi il far cagare impazza. Dev’essere per forza nascosto lì, il genio, ci diciamo: nella monnezza: sul presupposto ottimistico che il genio esiste ininterrotto, come una corrente che scorre dal pitecantropo al polo in via di ossidazione del futuro. Ma queste povetesse di provincia a differenza di Emily non hanno sorelle colte e sollecite, non amici di buona educazione e gusto: non c’è nessuno intorno che si chini sulle loro carte e se le hanno pubblicate cacando dei denari forse non è solo per grottesca vanità ma anche perché sapevano che nell’attenzione dei vicini c’era zero da sperare. Se alla loro morte i parenti metteranno sotto sopra la stanza sarà solo per cercare qualche spicciolo scivolato sotto il cuscino della poltrona, qualche buono postale di quelli vecchi, quelli veramente belli, che dopo sette anni duplicavano e dopo quattordici triplicavano: non come ora che per prestare i soldi devi pagare tu, come fanno i camorristi alla Svizzera. Le maestre hanno lanciato la bottiglia della pubblicazione a proprie spese nel mare dell’incaccaggio ben sapendo che la loro isola amicale e familiare era deserta di intelligenza, di amore, di bontà, compassione, curiosità, di vita. Noi vorremmo anche leggerle tutte ma non ci basterebbe il tempo e comunque vince lo sconforto.

(Osserviamo che quasi tutti i nostri scrittori preferiti sono stati dei pezzenti. Pur scrivendo furiosamente, Dick ha vissuto quasi sempre sulle spalle della moglie di turno; H. P. L. è morto senza un centesimo; Gadda ha sempre soffiato anticipi e pianto miseria finché da vecchio non è stato assunto alla Rai; Céline ha passato gli ultimi vent’anni della sua vita più o meno come un barbone. Per citare solo i più recenti e famosi. Siccome queste notizie biografiche in genere le abbiamo sapute molti anni dopo aver letto i loro libri, o c’è qualcosa nella pezzenteria che ci attira o portiamo retroattivamente sfiga.)

Tanti anni fa, quando la Fondazione non si era eretta in ente morale e abitava ancora la forma umana, le capitò di partecipare a un libretto. In uno dei periodici tentativi di sistemare la nostra libreria, che si interrompono e sovrappongono generando sempre più confusione, ne abbiamo ritrovato cinque copie. All’inizio non ricordavamo nemmeno l’episodio ma chi può avere cinque copie dello stesso testo se non chi l’ha fatto? In base a questo identico ragionamento Elia Spallanzani si dichiarò l’autore delle operette morali. Una volta capito cos’era il libretto, ci siamo anche accorti che queste copie erano teoricamente destinate a felicitare il prossimo, e che invece ce le siamo tenute. Né ci è mai capitato di vedere l’opera da nessuna parte, nemmeno sulle bancarelle. Saranno passati vent’anni e di bancarelle ne abbiamo viste migliaia, ma questo libretto non è mai entrato neanche nella classifica di ciò che si butta. A questo punto potremmo prendere le nostre cinque copie e portarle noi al bancarellaro, per niente, si intende, ma poi dovremmo tagliare i rapporti col bieco imprenditore dell’immondizia, onde non correre il rischio di passare di lì per anni e anni e vedere le cinque fottute copie sempre allo stesso posto, tra i volumetti di poesie delle maestre nubili e i ricordi di caccia dei pensionati dell’Inps. In realtà, l’abbiamo già visto succedere più volte, quei libretti affonderebbero nella morbida superficie degli scarti; a furia di essere rimestati da gente che cerca vecchi topolini e copie senza copertina delle opere del gramella, ingiallite e maculate di sputi catarrosi, che vanno a ruba; a furia di essere rimestati, dicevamo, sprofonderebbero nell’abisso della bancarella, dove la carta si macera dolcemente e il metallo degli inchiostri si ossida, lasciando buchi al posto delle palore. Nel giro di qualche decina d’anni (la carta di oggi vale assai poco) diventerebbero inavvertiti polvere, destino che possono compiere più signorilmente dove sono ora, insieme a tutto il resto.

(Il punto fondamentale è che non abbiamo mai avuto un piano, nella vita come nella scrittura. Quando cominciamo a scrivere non sappiamo mai che vogliamo dire, ad esempio ora ci viene in mente che tanti anni fa ci regalarono un sapone a forma di paperella, e d’altro canto pensiamo anche a un film in costume in cui compariva monica belluccia e stavolta non faceva solo la bella statuina ma aveva anche un ruolo abbastanza importante, recitava delle battute, e noi abbiamo guardato tutto quel film di merda solo per riuscire a capacitarci di come facesse monica a stonare battute così facili, e a stonarle tutte: quasi volesse dimostrare, togliere qualsiasi dubbio, mettere in chiaro una volta e per sempre che non esiste al mondo attrice più scarsa e cagnaccia di lei, più irrecuperabilmente cagna. Una performance, la sua, che si potrebbe definire maiuscola, tanto è riuscita ad incarnare la perfetta maledetta cagnaccia imposta da qualche attore o produttore per la disperazione e la sempiterna vergogna del regista. Una cagnacceria, una patatosità nel pronunciare e nel porgere che nemmeno fatta apposta si crederebbe, che uno rimane incantato ad aspettare la prossima battuta chiedendosi se riuscirà ancora una volta a dirla come la definitiva maledetta inguaribile cagnaccia fottuta che è stata fino a quel momento, e miracolosamente lei ci riesce. Nel frattempo mentre scriviamo queste cose prive si qualsiasi interesse e importanza la paperella saponosa e mai usata ci fissa con la sua imperturbabile bonomia di giocattolo igienico e lentamente, ma senza scampo, ci accompagna verso l’esaurimento nervoso, il ricovero e l’auspicabile, benedetta, finale apatia.)

Al contrario di ciò che si pensa, la gente che paga per pubblicare le sue cagate raramente soffre: anche se quei libri finiscono al macero, in fondo ha avuto ciò che voleva: il merdoso succo è stato estratto, imbottigliato e reso disponibile per una somma contenuta, lo scopo di soddisfare la vanità è raggiunto: le opere esistono, recano ben visibile il nome in copertina, hanno peso e volume e la loro funzione, che in pratica è quella di erigersi un busto, è adempiuta, anche se nessuno le compra. Molto di più soffre colui che non ha pagato. Al (comunque prevedibile) fallimento dell’iniziativa si aggiunge il pensiero che l’editore ha sprecato dei soldi per lui. L’autore, se è una persona appena decente, di notte ripensa continuamente che qualcuno ha buttato dei soldi, i preziosissimi soldi, per stampare la sua cagata, e si sente talmente in debito che l’unica strada che gli rimane è trovare una scusa per odiare l’editore, in modo da non doverci parlare mai più. Allora, verso le tre, l’autore si alza dal letto in preda ai brividi e riprende in mano per la millesima volta l’insignificante libretto, e lo scruta, lo percorre e lo rigira alla ricerca di qualche refuso, di qualche vizio che gli permetta di urlare (da solo, nella notte, come una bestia uscita dall’incubo) che l’editore è proprio un porco, ma che stronzo, che infame stronzo dilettante E PORCO, ma io gli levo il saluto, ma io lo crocifiggo dioporco ha stampato “uma” invece di “una”, vedi che succede ad affidarsi agli improvvisati e agli scarsi, si capisce che è andata come è andata e la colpa È SUA, sì è sua e io non gli devo niente A QUEL PORCO, ringrazi invece la madonna che ho cambiato casa pur di non rincrociare il suo sguardo mesto perché quest’infamia NON ME LA DOVEVA FARE!

E così invecchiamo e impazziamo e le persone per noi scompaiono, prima quelle che in noi hanno creduto.

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La mossa del cavallo

Torniamo alla scottante attualità e alla domanda che ora tutti si pongono: ma questa storia del cavallo di Troia è VERAMENDE VERA o ci hanno sempre preso per il culo?
In un’opera presumibilmente falsa, attribuita a un certo Darete Frigio (absit iniuria verbis), la faccenda del cavallo veniva già abilmente debunkata: Troia sarebbe caduta per il tradimento di Enea e di altri principi troiani, che in cambio della salvezza avrebbero fatto entrare gli achei da una porta chiamata “porta cavallo”. Quindi il pio capostipite dei romani sarebbe in realtà un infame traditore del suo popolo, che vista l’indole dei romani di oggi sembra assolutamente credibile. Non a caso è proprio Enea a raccontare nel dettaglio la panzana del cavallo, e si sa che la prima gallina che canta ha fatto l’uovo. Tra parentesi, per molto tempo in occidente la versione del Frigio è stata più nota di quella di Omero, che essendo in greco quasi nessuno sapeva leggere. Chi si nascondesse dietro il testo latino attribuito a Darete e spacciato come traduzione dal greco e dal fenicio ancora non si sa, ma la sua razionalità complottista è indubbiamente moderna.

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Il leviatano che ingoiò se stesso

In un paragrafo del “Del Regno delle Tenebre” Hobbes sembra dire che dopo il giudizio i salvi resusciteranno in un corpo incorruttibile e eterno mentre i reprobi resusciteranno anche loro ma in un corpo mortale, che attende la MORTE SECONDA, quella veramente vera ed eterna. In questo corpo saranno puniti e tormentati ma potranno mangiare, cagare e anche copulare e avranno dei figli, che a quanto pare saranno puniti come loro e moriranno per sempre. Quindi l’inferno è una pena temporanea per il singolo peccatore, perché alla fine morirà e di lui non resterà nulla, ma è eterno per il genere umano (dei reprobi), perché è eterno il genere.

Tutto questo discorso lo fa per vari motivi e forse va anche oltre le sue intenzioni, ma la cosa curiosa è che non sembra accorgersi di un fatto capitale. Se con questa spiegazione riesce ad avere un tormento eterno per il genere senza l’assurdità di un tormento eterno per il reprobo, e se riesce a dare un senso alla temutissima “morte seconda”, non vede però che il suo inferno è indistinguibile dal mondo. Dando retta a lui, il giudizio potrebbe esserci già stato e noi saremmo semplicemente i reprobi. E dal suo punto di vista le conseguenze sarebbero ancora più gravi dell’idea di essere già all’inferno, perché Hobbes si accanisce lungo tutto il Leviatano a sostenere che il regno di Dio in senso stretto, cioè un regno dove comanda la Chiesa, è esistito solo in passato e tornerà ad esistere solo dopo il giudizio: e ciò sostiene per ribadire fino allo sfinimento che nel frattempo comanda il Re e non il Papa. MA se, come abbiamo visto, dopo il secondo avvento ci sarà un eterno inferno di reprobi morituri pressoché uguale al mondo normale, allora noi potremmo già esserci, e questo sarebbe il regno di dio e non più quello del re.

P.S. Incidentalmente, notiamo qualche somiglianza tra il discorso di Hobbes e un noto racconto di Spallanzani.

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Di come la lingua venga danneggiata più dai semi istruiti che dagli ignoranti

DIFCORSO CHE UALE
PER ÒNI PRATICA
E CONOFFENZA

La parola “occorre” è diventata il sinonimo finto colto di “bisogna”. Chi vuole scrivere che dopo aver cagato bisogna pulirsi il culo, e trova quel “bisogna” un po’ povero, un po’ proletario, volgare, sentirà il bisogno (a a a!) di sostituirlo col più burocratico e signorile “occorre”: dopo aver cagato, occorre pulirsi il culo. Così suona ufficiale. Ma “occorre” in origine aveva più il senso di “venire incontro” (che è proprio l’etimo), “capitare”, “sovvenire”, con una sfumatura di casualità e libertà che è proprio l’opposto di “bisogna”. Qualsiasi vocabolario dovutamente registra l’ “oh come grato occorre il rimembrar delle passate cose, ancor che triste”, che letto dall’ignorante diventa “come un grato bisogna ricordare le cose passate e diventare ancora triste”.
Naturalmente il vero ignorante non sarebbe stato capace di impoverire il senso di “occorre” sostituendolo sistematicamente a “bisogna”, per la banale ragione che non sapeva della sua esistenza. Solo chi ha fatto i primi anni delle scuole alte poteva provocare il danno, trattando la parola come un accessorio di vestiario, uno sfizioso papiglione al posto della banale cravatta. Usare una parola che poco si conosce e senza alcuna necessità, al solo fine di distinguersi dalla plebe e arruolarsi nella pattuglia dei colti, è il classico espediente del pervenuto di tutte le ere, che essendo appunto uomo del popolo scatenerà l’emulazione di quelli più ignoranti di lui, tutti ansiosi di sfoggiare lo sdoganato (altro termine che viene dallo stesso semi-ignorante) papiglione. Quindi è chiaro che invece di battersi per l’istruzione universale bisognerebbe (anzi occorrerebbe a a a!) eliminare tutte le scuole che permettono di acquisire una semi cultura, una semi competenza: o impari davvero a parlare o resti nobilmente ignorante, perché tutto ciò che sta in mezzo corrompe la terra e il cielo.

P.S. Preveniamo la consueta obiezione “eh ma lingua cambia!”. Sì, lo sappiamo che cambia; e no, non è per forza un bene.

P.P.S. Qualcuno leggermente più attento potrebbe rimproverarci di usare a nostra volta termini impropri e persino pseudo neologismi: ma il fatto è che siccome nessuno ci caga in fondo danno non ne facciamo. È come se uno chiuso in casa sua si mettesse per giuoco le mutande in testa, che è cosa magari patetica ma non cattivo insegnamento.

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Cancelleranno anche lui

Qualche giorno fa è morto Kary Mullis, che nel ’93 aveva avuto il Nobel per una tecnica in grado di amplificare minimi frammenti di dna. Mullis si era lagnato varie volte che con la sua scoperta la gente mediocre aveva fatto i soldoni, mentre a lui avevano dato solo un nobel del cazzo. Ha anche raccontato le sue numerose esperienze con l’lsd e pure un incontro con un alieno che somigliava a un compito procione. Non era esattamente lo scienziato con una coscienza sociale che oggi tutti pretendono. In particolare odiava i burocrati e i mediocri e non aveva scrupoli a dirlo, e si lasciava anche andare ad altre affermazioni non proprio corrette. La sua tecnica, pur non essendo una rivoluzione concettuale, ha avuto una quantità di applicazioni impressionante: ha realmente cambiato il mondo.
È forte l’impressione che il poco rilievo dato alla sua morte dipenda anche dal fatto che non era un burattino e credeva poco alla faccenda del buco nell’ozono. I mediocri si sono presi la loro meschina rivincita.

Anni fa sulle bancarelle comprammo quel suo libretto che si intitola “Ballando nudi nel campo della mente“. All’epoca non sapevamo niente di lui né della reazione a catena della polimerasi. A voler essere proprio onesti dobbiamo dire che avevamo letto “ballando nudi nel campo della merda”, trovandolo un concetto interessante.

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L’eccellente prismatico spray

nabo

La vera vita di Sebastiano Knight“, di Nabokov, è palesemente ispirato alla vicenda di Elia Spallanzani: non a caso il primo libro di Knight, “The Prismatic Bezel”, è una parodia del delitto della camera chiusa, proprio come “Crocevia“.
Del resto nella copia dell’Elia di “Proprietà perduta”, il terzo libro di Kinght, troviamo questa lunga sottolineatura, con la nota “plagio!”:

“La gran parte della gente vive durante il giorno con questa o quella parte della mente in un felice stato di sonnolenza: un affamato che sta mangiando una cotoletta si interessa al suo cibo e non, diciamo, al ricordo di certi angeli in tuba sognati anni addietro; ma nel mio caso tutte le persiane, serrande e porte della mia mente erano spalancate a qualsiasi ora del giorno. Tutti hanno i loro giorni festivi, il mio cervello non voleva saperne di riposo. Questo stato di costante vigilanza era penoso non solo in se stesso, ma anche per i suoi diretti risultati. Ogni atto ordinario che dovevo compiere assumeva un aspetto così complicato, generava una tale moltitudine di associazioni di idee nella mia mente, e queste associazioni erano così subdole e oscure, così inutili in pratica, che o evitavo di muovermi o, se mi muovevo, combinavo un’ira di guai a causa del nervosismo. Un mattino in cui andai a trovare il direttore di una rivista che speravo volesse pubblicare alcune delle mie liriche di Cambridge, un suo particolare modo di tartagliare, misto a una certa combinazione di angoli a mo’ di tetti e comignoli, il tutto leggermente deformato a causa di una bolla nel vetro della finestra – questo e lo strano odore di muffa della stanza (di rose che stavano marcendo nel cestino?) spinsero i miei pensieri in così lungo e intricato groviglio che, invece di dire quello che avevo intenzione di dire, mi misi subito a spiattellare, a quella persona che vedevo per la prima volta, di certi progetti letterari d’un comune amico che, ricordai più tardi, mi aveva pregato di farne mistero…”.

P.S. Va detto che Nabokov ha nascosto per anni dietro un affettato disprezzo del lettore la puerile volgarità del suo animo. Tra gli scrittori popolari Nabokov è forse quello che riesce a fingere meglio l’intelligenza e questo ha provocato un’infinità di sciocche sopravvalutazioni della sua opera, a danno dei veri profeti come lo Spallanza.

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Il trailer

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Sulle traccie del Prescielto

La Fondazione sta realizzando un simpatico giuoco di società (anzi in realtà TRE GIUOCHI) per allietare le vostre tristi serate nella città infuocata e deserta. Il primo è già stato inviato ai playtester, che non si sono nemmeno sentiti in dovere di ringraziare: il secondo è in avanzato stato di putre… ahem di completamento e manca solo qualche particolare per via dell’inusitata puntigliosità del grafico (che incidentalmente ringraziamo), mentre il terzo, a tema Cthulesco, sarà testato questo fine settimana e in caso di esito positivo prontamente messo a disposizione delle masse anelanti. Per ora godetevi questo piccolo stralcio del manuale:

sotot

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Una faza una raza

“I complottisti abusano dei fatti come i critici abusano dei testi: lo pseudo ragionamento è nato in ambito complottista ma è stato nobilitato da quegli intellettuali che, non sapendo assolutamente più cosa dire, avevano pur bisogno di pubblicare qualcosa. Quando i complottisti si sono accorti che anche gente laureata sragionava come loro, non c’è stato più modo di fermarli.”
Umberco Eto.

Complottismo, accademia e arte moderna condividono anche una sudicia pulsione produttiva, un obbligo di tirar fuori comunque qualche altra cagata, costi quel che costi e a discapito di vecchi, muffi limiti quali la verità e la ragionevolezza. Tutti e tre aborrono il pieno, che è tipico del processo capitalistico: resta sempre qualche angolo inesplorato, qualche variazione ancora non tentata, sebbene ovviamente implicita nel modello: e così le risorse diventano infinite, proprio come quelle che non abbiamo più.

Il proliferare canceroso delle tesi complottiste è perfettamente analogo all’alluvione di nuove scoperte, somiglianze impensate, lucide denunzie che ci vengono vomitate addosso ogni giorno da individui costretti a negare continuamente che un argomento qualsiasi si possa esaurire, perché un prodotto che non viene almeno presentato come nuovo è destinato all’insuccesso. Che ne sarebbe allora dei loro sforzi? Niente si esaurisce, il discorso (la performance) va avanti all’infinito aggrovigliandosi su se stesso come il più demenziale complotto partorito da quatto illetterati in un bar di periferia, che poi è anche quasi sempre la culla di tutti i “nuovi” movimenti artistici.

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