Basi economiche del postmoderno

Il discorso richiede un giro un po’ lungo.

Ieri sera una scrittrice (ossia una giornalista) spiegava che le dichiarazioni di Di Maio padre sono una “mossa comunicativa perfetta”, perché ha detto “ho sbagliato, tengo famiglia”. Nel nostro paese la più elementare delle affermazioni passa quindi per una genialata strategica. Figuratevi quanto dovevano far cagare i comunicatori di prima. Ma c’è anche la tendenza a imbottire il vuoto di significato con l’iper analisi della più pura banalità.

Questo processo è nato nel giornalismo (esempio evidente quello sportivo) ed è stato incautamente nobilitato da parte dell’accademia, con estenuanti analisi di fenomeni di costume trattati come opere di Joyce e quindi suscettibili di infinito approfondimento. Lo stesso post moderno non è andato oltre il fare il verso a questa mania, riducendo il fatto a semplice pretesto per variazioni e divagazioni, che per essere davvero intelligenti o divertenti richiedono la collaborazione, anzi l’integrazione, di un lettore colto e divertente, che in pratica non esiste più, se pure è mai esistito.

Ma perché l’accademia si è messa ad esaminare il nulla con tanta foga? Alla fine, la radice è sempre economica. Il problema è sempre il posto di lavoro dei colti poveri, quindi anche qui in fondo è una questione di “tengo famiglia”. Non si potevano certo assumere centomila professori universitari di letteratura perché parlassero di Dante. Persino il popolo, che menziona Dante solo col dileggio e il timore normalmente connessi ai santi patroni… persino il popolo si sarebbe ribellato.

Allora bisognava trovare qualche altro oggetto di studio, e volendo ce ne sarebbero stati a bizzeffe: migliaia, milioni di opere del passato che di fatto nessuno conosce, che non sono nemmeno catalogate. Ma non si poteva, perché gli stipendi li paga lo stato e se lo stato deve cacciare i soldi serve una ragione più concreta. Hai voglia di dire che Buffalmacco Smaraldino, oscuro giullare del 12simo secolo, si mette in saccoccia Dante e pure Petrarca: anche se fosse vero nessuno ti crederebbe. E allora come fai a giustificare la cattedra che vorresti istituita?

Ti serve qualcosa che abbia un minimo di presa sulla gente, sulla stessa burocrazia. E allora puoi studiare la storia del carnevale, ad esempio, ed è una storia degnissima, ma il problema è che apre la strada alla cattedra di storia di Halloween, e quella alla cattedra di storia di Woodstock. Insomma si è capito dove si va a finire: all’analisi forzata dell’episodico, con i metodi dell’eterno.

Ma peggio ancora tutte queste cattedre finiscono per giustificare una cattedra di cattedratica. Al processo di iperanalisi della polvere si aggiunge quello ancora più grave di ipergeneralizzazione della polvere, che inevitabilmente conduce a constatare come tutto sia polvere, cenere, ciuenere, non ciuè altro che ciuenere.

La letteratura post moderna è la volgarizzazione di questo fenomeno. Ed è anche un caso di contenuto generato dall’utente, come del resto lo erano i quadri di merda dove il significato e l’arte dovevi metterceli tu, anche pagando.

Tutto questo ora è ritornato da dove è nato, ossia nel giornalismo continuo di tutti i parlanti. Tutti producono inutili variazioni e squallide divagazioni su cose di una stupidità avvilente, e tutti si aspettano che i lettori vi aggiungano il loro: il che, essendo ormai i lettori poco più che infanti mentali, significa solo che “ho sbagliato, tengo famiglia” passa per l’epitome dell’arte retorica, su cui continuare a strologare fino alla prossima cagata.

Il fatto singolo, vivo, quello che accade, ormai resta preda dei praticoni ignoranti e faziosi, che lo usano per propaganda, o viene assorbito in una demenziale iperstruttura significativa, il cui presupposto è che il significato non esiste. Il reale viene cucinato e speziato o direttamente malcagato: mai però servito.

Il che spiega anche perché a furia di leggere libri e giornali siete diventati solo dei boriosi ignoranti.

P.S. Ieri l’agente ci segnalava la vendita di un’altra copia del nostro libro. A quanto pare però l’opera non smuove le coscienze, non se ne dibatte agli aperitivi; non ci sono teen che ne traggono rivelazioni, né giovani barbuti che lo citano per farsi belli con gli amici del paesello. Colmo della sfigheria, l’opera non fa nemmeno cagare al punto da piacere alla massa.
Più in generale, alcuni pensano che il difficile sia scrivere una cosa bella e originale, mentre in realtà la sfida è scrivere una banalità risaputa in modo che se ne parli. Da quando la memoria dei lettori si è ridotta ai tweet del giorno prima, rivestire la banalità risaputa in modo che non sembri tale è diventato più facile, ma ci sono anche più concorrenti. Praticamente in confronto ai lettori siamo quasi tutti dei geni, e quindi quale genio scegliere? Come superare l’abulia del lettore? Le tattiche sono varie, e anche quelle risapute, ma la pratica è tutta un’altra cosa. Riuscirci resta una forma d’arte, sebbene un’arte diversa dalla scrittura.

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Lo spirito opera per vie traverse

Stanotte meditavamo cupi pensieri cercando nella nostra collezione di audiocassette il bellissimo pezzo del sassofonista Hal Damerini, quello dove a un certo punto dice “Among ambrosies of adenoids / and spaces of toucans / I learn the tables of infamy“. Rovistavamo accecati dall’amarezza. Volevamo una musica tragica, preludio di gesti estremi quali dar fuoco alla baracca: tanto, ormai… 
Ma appena abbiamo fatto partire il fido mangiacassette, meraviglia! Tra fruscii e impurità è emersa la sua voce.
La VOGE, la sua! L’inconfondibile voce dell’Elia!
Abbiamo ritrovato una sua registrazione! La stiamo riascoltando ora, ancora increduli del dono. Tutto ciò non può essere un caso! Egli vive e ci parla spronandoci a continuare l’opera nonostante il pubblico infame e squallido, i giornalisti ignoranti, le persone falze.
Ebbene sì nostro capitano, la Fondazione risponde “presenti!” al tuo appello dalla terra temuta! Con rinnovato entusiasmo porteremo la tua PALORA al mondo che non la merita, lo voglia o no! 

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La decima poontata

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Alessandro Previdi ci ha mandato altri tre libri brutti e quindi lo ringraziamo e pubblichiamo un’altra puntata del fumetto, che nemmeno a farlo apposta include Charlie Brown ed affronta tematiche scabrose e adulte, quindi proseguite a vostro rischio.

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I AM CTHULHU

Nel “Richiamo di Cthulhu” un giovane scultore crea quasi in trance la statuetta raffigurante l’orribile creatura che ha sognato. Qualcuno potrebbe pensare che lo scultore rappresenti lo stesso Lovecraft, fine artista in comunicazione con i misteri preternaturali. O almeno ciò che Lovecraft avrebbe voluto essere: un ricco dilettante, talentuoso e sognatore. Tuttavia il protagonista del “Richiamo” descrive lo scultore con una certa ammirazione ma anche, si direbbe, con un po’ di disprezzo. In verità il dubbio è che la proiezione psicologica dell’autore non sia lo scultore, ma proprio Cthulhu.

Pensateci un attimo. Cthulhu dorme nella sua isola sprofondata di R’Lyeh ma quando le stelle torneranno giuste si sveglierà per distruggere il mondo. Ignoto, inascoltato, capace di comunicare solo con i più sensibili tra gli umani e solo con immagini oniriche, questo dio sepolto non ricorda un po’ lo scrittore Lovecraft, anche lui quasi ignoto al mondo e in fitta comunicazione con una rete di corrispondenti scelti per sensibilità?

Nella mente di HPL forse girava l’idea che prima o poi sarebbe stato scoperto, diventando il grande che lui sapeva di essere, e allora si sarebbe vendicato. Essì. Per quanto sembri illogico, nella logica sghemba dell’inconscio è normale che il recluso sogni di uccidere il suo liberatore. Pensate alla storia del genio della lampada: nei primi mille anni di prigionia gridava “a chi mi libera darò enormi ricchezze!”; nei successivi mille gridava “a chi mi libera, esaudirò tre desideri”. Ma nessuno venne. Allora nei mille anni successivi pensò: “a chi mi libera, uomo o dio, guai a lui”.

Cthulhu sarebbe quindi una fantasia di potere di HPL, e lo conferma anche il culto reso dagli uomini di colore. Costoro più che adorare Cthulhu cercano di tenerlo buono offrendogli sacrifici, e infatti nove volte su dieci finiscono male, divorati da qualche forma oscura. HPL, è noto, non amava queste persone, e non ci vuole molto a immaginare che in cuor suo aspirasse ad essere temuto come un dio.

Sulla sua tomba quindi invece che I AM PROVIDENCE avrebbero dovuto scrivere I AM CTHULHU. Ma in un certo senso tutto ciò è ovvio. Lovecraft E’ PER FORZA i suoi dei, sia materialmente, perché li forma lui, sia psicologicamente. Il problema dello scrittore HPL però è stato sempre come allontanarsi da questa proiezione.

HPL scopre molto presto che dietro tutto c’è lui. Dal racconto “L’estraneo” in poi, cerca in tutti i modi di rimuovere il nesso psicologico tra se stesso e l’opera. Lovecraft disprezzava la psicanalisi, la considerava una forma puerile di simbolismo, ma questo disprezzo (che tra parentesi noi condividiamo) può essere anche considerato come una forma di rimozione. Lo scrittore, Super Io, censurava il nucleo profondo di HPL, in cui lui era un dio immortale e obliato ma pronto alla vendetta. Questa censura però non riusciva sempre al meglio e infatti in alcuni racconti del mito, come ad esempio l’orrore di Dunwich, a guardare da vicino emerge incontestabilmente una simpatia della voce narrante per i cultisti, che l’autore non riesce del tutto a nascondere e che, contro la sua volontà, rende il racconto molto più ambiguo di quanto sembra (e su questo hanno già scritto Becherini e Bencistà).

Lo sforzo di Lovecraft per recidere il legame tra l’estraneo e il suo riflesso nello specchio è quasi eroico e infine ha successo: nei migliori racconti dell’ultimo periodo il mito recede, diventa quasi solo uno sfondo, il colore venuto dallo spazio e la grande razza di Yth non somigliano per niente agli dei del ciclo e non sono nemmeno propriamente dei mostri. Il colore è una forma di vita di passaggio, la grande razza  si limita ad osservare e imparare: non vogliono distruggere o dominare, non hanno culto, sono semplicemente alieni in senso oggettivo. L’antipsicologia di Lovecraft ha superato la fase del sogno, la paura comune di ciò che è dentro, che è sepolto, e si è avvicinata al micidiale miscuglio di fascinazione e orrore per ciò che è reso altro. L’altro, psicologicamente, non esiste, perché tutto è generato dal se. La grande mossa di Lovecraft è proprio scovare, costruire un orrore che non è in nessun modo assimilabile, riconoscibile come un proprio riflesso e quindi neutralizzabile. Insomma, la cura psicanalitica forse potrebbe funzionare su chi ha visto Cthulhu, ma non su chi ha visto il colore.

Gli epigoni di Lovecraft, si noti, hanno continuato a sviluppare soprattutto il mito, cioè una parte relativamente meno matura e significativa dell’opera di HPL. Lui stesso quando ha scritto l’ultimo racconto, “l’abitatore del buio”, è tornato un po’ indietro: di nuovo una sorta di dio nascosto, di nuovo un culto, di nuovo nel buio, nell’inconscio. Non si può escludere che l’abbia fatto perché il racconto era una sorta di risposta a un racconto di Bloch, una specie di scherzo, che quindi non meritava tutto il suo impegno. Insomma Lovecraft avrebbe fatto una specie di caricatura di se stesso, o meglio della maniera che era già sorta intorno a lui.  

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Dove conduce la riflessione sui libri

Nel disperato tentativo di vendere libri a una nazione in cui per leggere si aspettano le ferie, editori e giornalisti creano delle etichette commerciali (“il noir scandinavo”), mentre scrittori e giornalisti (che spesso coincidono) inventano categorie critiche.
Questi marchietti sono più facili da pubblicizzare e ritenere e ovviamente mirano a rendere l’opera riconoscibile, familiare (“ah, io amo il noir scandinavo!”, che è come dire “ah, io amo la musica napoletana!”). Anche grazie al nodo in comune (giornalisti), l’etichetta commerciale e quella critica tendono sempre più a somigliarsi, ad essere mere parole. Nel caso della “critica” (ma in effetti giornalismo) il fenomeno è più grave perché spinge a definire categorie così vaghe da riuscire completamente inutili a scopo conoscitivo, o a deformare i caratteri delle opere per ficcarle comunque sotto la stessa etichetta. Costringe insomma al vaniloquio o alla menzogna.

Nella peggiore delle ipotesi, e cioè quando il trucco “funziona”, spinge persino gente a scrivere adeguandosi al marchio, con i risultati che tutti vediamo: libri di merda, tutti simili solo per spappolatezza e confusione, lingua di plastica, piaggerie e altre vergogne.
Anche i marginali applicano lo stesso metodo e per esempio già da qualche anno tentano di creare la categoria del “nuovo strano”, o meglio di tradurla, visto che in inglese c’era già il “new weird”. Nel mondo anglosassone il sospetto che sia solo un nome commerciale è abbastanza diffuso. Vedremo quanto ci metterà ad arrivare in Italia.

Si dirà che è sempre stato così, ma da una ventina d’anni si nota di più. Magari anche per “i crepuscolari” succedeva qualcosa di simile, però all’epoca la categoria nasceva dalla critica e veniva poi semplificata e usata dalla (mini) industria, mentre adesso pare il contrario. Lo sforzo di riempire con qualcosa i nomi commerciali è visibile, gli articoli che tracciano paralleli, figliolanze, sorellanze e parentele spesso puzzano di partito preso, di necessità. L’analisi non diciamo del valore, ma anche solo dei caratteri esteriori appare tendenziosa e fasulla. Che un genere sia relativo è ovvio, ma relativo non vuol dire arbitrario. Al di sotto la distruzione del senso lavora, lavora…

Bisogna anche capire gli editori. In Italia c’è una borghesia economica (un po’), ma non una culturale. Ci sono molti che non leggono mai o quasi mai, e pochi che leggono molto ma evidentemente male. In mezzo quasi nulla.
L’aristocrazia dei c.d. lettori forti ha i vizi di tutte le aristocrazie. I suoi membri se la fanno tra loro, parlano tra loro di loro, e sono dogmatici o estenuati: tornano sempre alle stesse cose o cercano spasmodicamente il “nuovo” per noia. L’industria si adegua e stampa cloni o spaccia cagate per opere rivoluzionarie.
Come nel caso dell’istruzione, da noi quella superiore è eccessiva e quella inferiore quasi inesistente. Pare però che i libri per bambini vendano. Speriamo. Magari nel 2050, quando la scrittura quasi non esisterà più, avremo un sacco di gente che vuole leggere.

Ma potrebbe andare diversamente. Infatti è evidente che stiamo raggiungendo l’autarchia culturale, nel senso che tra poco ognuno leggerà al massimo i libri che ha scritto lui. Anzi, la piccola cricca dei lettori forti ha già i mezzi materiali e spirituali per buttare giù tutti i libri spappolati che vuole, metterli su amazon e non degnarli mai più di uno sguardo, nemmeno per correggere i “nè”. La scrittura diventa puro esercizio ginnico, involgarita pratica mistica, yoga, dita che si muovono per non comunicare niente a nessuno, nemmeno all’autore, che infatti dai suoi fallimenti non impara. Tra cent’anni tutti questi esercizi costituiranno un mistero per gli studiosi, come le statue dell’isola di Pasqua. Perché le hanno fatte, anzi perché sono arrivati persino a distruggere le loro vite per farle? Non si sono accorti che non servivano a niente?
Quando la penna è caduta in mano agli aristocratici abbiamo avuto periodi di memorie, il cui principale o unico pregio era di contenere pettegolezzi e scostumatezze. Adesso queste memorie di povera élite non conterranno nemmeno più fatti ma solo un’interminabile e incomprensibile variazione sulla polvere, priva di qualunque auto consapevolezza. I famosi miliardi di scimmie che battono a casaccio avrebbero le stesse possibilità di essere lette.
Sarà un’opera in qualche modo grandiosa, enigmatica, triste, micidiale, invisibile. Nessuno si accorgerà che l’Elia l’aveva già composta.

E ciò che abbiamo detto è anche la ragione per cui, nonostante la vaga e immeritata disponibilità di qualcuno, non siamo capaci di annodare tutto in una storia con un inizio e una fine. Non riusciamo e potendolo vorremmo non volerlo. Quello che facciamo è l’opera di un morto, attende un curatore dotato di tempo infinito, infinita curiosità, infinito amore, disprezzo, pena, l’attenzione totale, l’immersione in un’altra mente fino a diventare uguali. Questa cosa che facciamo attende noi in un’altra vita, come tutti i libri che abbiamo letto. Noi facciamo un libro che dovremmo aver già letto, quindi è normale se invecchiamo e impazziamo e in questo luogo assurdo riusciamo solo a diventare più noi stessi.

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Il cuore di due sedicenni

Prima che per un malinteso desiderio di legittimazione i fumetti scadessero a repliche grottesche della vita comune, prima di eroi che si sposano e fanno figli o patiscono la pubalgia, l’eroe da fumetto amava una ragazza che amava la maschera. Una specie di Cirano collassato, in cui spirito e corpo coincidono.
L’eroe non può amare come i popolani perché grandi cose assorbono la sua attenzione e/o per non compromettere chi ama, e la funzione psicologica della struttura è abbastanza ovvia, ma la sua radice storica sembra l’amore cortese idealizzato, che permette di rimanere spasimanti e spasimati a vita, senza il peso di corpi che possono puzzare, senza la tetra meccanica del coito. Diventato di massa, questo sentimento delicato e suicida viene messo in crisi da eroi sempre più borghesi, bassamente borghesi, che passano anche per innovativi.
Il mondo medioevale del fumetto, con le sue vetrate dai colori accesi, gli archi traforati, i capilettera d’oro, è entrato da tempo nell’età adulta del mobilio pratico e conveniente, che significa preoccuparsi della prostata e tenere dietro alla corrispondenza: e come sempre la gente guarda ammirata la polvere.

P.S. “Tristano ama di sentirsi amato ben più che non ami Isotta la bionda. E Isotta non fa nulla per trattenere Tristano presso di sé: le basta un sogno appassionato. Hanno bisogno l’uno dell’altro per bruciare, ma non dell’altro come è in realtà; e non della presenza dell’altro, ma piuttosto della sua assenza”.
De Rougemont, l’Amore e l’Occidente.

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Manga pa’a capa

Dice che all’alba si vedevano le stelle cadenti, abbiamo anche messo la sveglia ma non ne sono cadute. Meglio così. Guardare le stelle cadenti a volte ci sembra come fermarsi a guardare un incidente. Poco prima avevamo sognato di lavorare all’Ikea svedese sotto la direzione di babbo natale. In particolare assemblavamo i cavallucci a dondolo rossi però fatti a forma di renna. Era un lavoro triste e ripetitivo, anche per via di radio Ikea che mandava classici di natale in salsa svedese, con accelerazioni pop e campanelli. Allora ci veniva da pensare “niente per noi e niente per nessuno”, sicché in molte renne abbiamo lasciato le viti lente.

P.S. L’ultimo ricordo prima del sonno è “Caccia al ladro” di Hitchcock. Nel film ci sono parecchi momenti in cui tutti i personaggi sulla scena hanno i capelli imbrillantinati fino al blocco solido uniforme. Piceo quello di Grant, d’oro-platino quello di Grace, vecchio violone o scorza di castagna gli altri. La perfezione dei blocchi ricorda bigghiggimmi e altri pupazzi, le onde di riflessi che li solcano a ogni movimento fanno pensare ai meravigliosi capelli-crema dei manga. Ma siccome caccia al ladro è venuto prima, dobbiamo pensare che è stato il cinema americano degli anni ’60, attraverso i pupazzi, ad influenzare l’estetica manga.

P.P.S. Caccia al ladro insegna pure che la persona signorile, volendo picnicare, non fa come i pervenuti, che cercano di scimmiottare il pasto di dodici portate caricandosi dietro anche la zuppiera fumante, con posate e stoviglie, ma sceglie carni già scalcate e bianchi tovagliuoli. Cibi compatti, non sporchevoli, addobbo semplificato ma di un bianco smagliante, comune cesto di vimini senza alcun fronzolo pseudo scozzese o tirolese. Ma rispetto al film quello che manca di più nei veri picnic è la conversazione brillante, e a ciò non si può rimediare.

P.P.P.S. La divagazione potrebbe continuare, e di fatto continua, all’infinito. La scrittura infinita. Un giorno Elia Spallanzani portò la sua valigia di cartone di scritti a un amico redattore e lo costrinse ad ascoltarne qualche saggio. Lui disse che era tutto bello, veramente, ma ne sarebbe venuto fuori un oggetto editoriale “troppo complesso”. Si sarebbe dovuto lavorare per cavarne qualcosa con un inizio e una fine. Spallanzani meditò a lungo questo consiglio giusto e onesto, mentre continuava a macinare la sua incuocibile farina.

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Ancora contro la scienza

È ovvio che l’agiografia degli scienziati si scrive sul modello di quella dei santi, e per gli stessi scopi: giustificare la struttura. Il momento della scoperta è sempre rappresentato come un’illuminazione istantanea, con tanto di occhi sgranati di fronte alla luce ulteriore: non c’è nessun tentativo di rappresentare il lento e macchinoso studio né di far capire che cazzo è successo davvero, tanto nessuno capirebbe, quindi si va sul mistico. Se la sorte dello scienziato è infelice meglio ancora, perché c’è anche il martirio. Lo scavo psicologico è minimo, nella migliore delle ipotesi il modello è l’infantile Spock: una mente disumana ma in fondo buona, con l’elementare etica che i bisogni di molti contano più di quelli di pochi, o di uno. In realtà i vecchi film dell’orrore con gli scienziati pazzi coglievano meglio e anche in modo molto più realistico la componente accumulativa e ossessiva del genio.

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All’inizio sembrava una buona idea

Invece ormai siamo arrivati alla nona puntata del foometto e le sorti del protagonista declinano vistosamente. Ma ecco come d’incanto apparire un nuovo personaggio, un fan sfegatato e disposto a tutto! Riuscirà Erik il rosso a tirare fuori Sam Hall dalla sua mutria?

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Ma a noi, chi ci salva?

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Forse duecento milioni di anni fa le piante si accorsero che a furia di inquinare l’aria primordiale con l’ossigeno sarebbero nate creature che con la cellulosa ci si pulivano il culo. È facile immaginare il grido di allarme degli scienziati erbacei: “abbiamo solo un milione di anni per salvare il pianeta!”. Purtroppo però l’egoismo e l’analfabetismo funzionale ebbero la meglio: nacquero i primi animali e per ringraziamento cominciarono subito a mangiare i loro benefattori. Fai bene e vedi che te ne viene, dice il proverbio. Allora le piante si misero a pregare il loro dio inconcepibile perché mandasse una purga e togliesse di mezzo gli scagliosi, e furono anche esaudite, pure troppo. Ma la vita animale, rara pianta velenosa, ormai era innescata, e successo dopo successo è arrivata trionfalmente a produrre voi bestiacce, che volete salvare la terra. Ma sappiate che la terra non ha per voi nessuna compassione e vi spazzerebbe via con indifferenza, solo per vedere cos’altro è capace di tirare fuori dal suo cilindro zeppo di infamie il dio bjorko.

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I lettori che uno si merita

Nicola Cudemo ci ha mandato 5 libri per riscattare un’altra puntata del foometto, ma prima ha pensato di usarli per il tirassegno. A parte che nel caso di “Regno a venire” ha fatto anche bene, perché è un libro che non aggiunge nulla a quanto Ballard aveva già scritto, ma se Cudemo pensa di impressionarci si sbaglia di grosso: abbiamo già avuto a che fare con dei mentecatti ben peggiori. In ogni caso la nuova preziosa puntata è stata scodellata, e con un surplus di meta.

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Promesse promesse

Erik il rosso ci ricorda i nostri doveri: abbiamo avuto i libri e quindi dobbiamo pubblicare la settima puntata del foometto. Questa è un po’ fuori continuity, ma supponiamo che nessuno se ne accorgerà.

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Lovecraft nostro contemporaneo

Pare che Lovecraft abbia scritto quasi centomila lettere. Considerando che è morto a 47 anni, viene da chiedersi come facesse. Ma prendendo qualche lettera a caso si nota che spesso si ripeteva (soprattutto, ma non solo, su argomenti triviali). Per lui le lettere, prima che una corrispondenza con una persona specifica, prima di qualcosa di personale, erano il modo artigianale di diffondere storie che non riusciva a pubblicare. Già da ragazzo faceva qualcosa di simile, scrivendo una rivista di astronomia in quattro o cinque copie. Se avesse avuto il copia e incolla avrebbe potuto scrivere un milione, dieci milioni di lettere: quel che ci avviamo a fare noi.

Anche Carroll ha un epistolario sconfinato. Decine di migliaia di lettere. Aveva architettato molti metodi grotteschi per fare più in fretta certe operazioni, tipo dividere per 11 o cose così. Inoltre inventava anche giochi di logica e di parole, e fotografava le ragazzine. Probabilmente la gente che lo conosceva davvero provava per lui pena e imbarazzo. Pare che il suo contributo alla matematica sia considerato modesto*.

Ovviamente non ci interessa, in se, la vita degli scrittori, ma i loro non sono comuni epistolari**. Quando si arriva a decine di migliaia di lettere vuol dire che stanno assumendo un’altra funzione, o soddisfano una compulsione a comunicare che diventa quasi struttura delle opere.

Per dire quanto Lovecraft abbia precorso psicologicamente i tempi: in un suo racconto in forma diaristica (spoiler) il protagonista continua a scrivere il suo (appunto) diario anche mentre viene divorato da un orribile mostro. Questo finale viene considerato uno dei più goffi e ridicoli della storia, e invece a ben vedere se oggi un drogato di internet venisse assalito da un mostro probabilmente invece di scappare ci si farebbe un selfie. Volendo si potrebbe salvare la “naturalezza” del finale interpretandolo nel senso che il protagonista è vittima di illusioni, che prendono vita mentre scrive e proprio perché scrive. Questo però sarebbe molto meno interessante di prenderlo alla lettera.

A ottant’anni di distanza l’immersione totale nel canale di comunicazione, la smania di lasciare qualcosa, di documentare per essere, è diventata una caratteristica comune della nostra mentalità. Il sedicente gentiluomo del New England che disprezzava il presente e rimpiangeva il 18simo secolo, che scriveva ogni giorno decine di lunghe lettere coinvolgendo i conoscenti nella creazione di una realtà consensuale follemente lucida, il solitario Lovecraft infantile e grafomane non era dunque l’ultimo rettile di un’altra era, ma il primo della nostra: “non la fine ma il principio benedetto”.

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* Alla fine Carroll e Lovecraft sono così distanti che si somigliano. Leggendo l’uno con in mente l’altro, Alice diventa agghiacciante e R’lyeh fiabesca. Un tratto comune che emerge dalla loro corrispondenza, oltre al volume spaventoso, è la gentilezza.

** Elia Spallanzani invece non scriveva molte lettere. La scarsità quantitativa e qualitativa delle risposte gliene aveva tolto l’uzzolo. Inoltre la maggior parte di quelle rimaste sono state distrutte per mano o volontà dell’autore. Rimane qualche scambio con Calvino, finché non litigarono perché Spallanzani gli faceva il verso, e la serie delle lettere a sua zia Luisella, che se le dimenticò in frigorifero e così le salvò involontariamente dalla distruzione.

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L’ottusa fiamma

Sappiamo che attendete scalpitantoni la settima puntata del foometto ma siccome non ci sono arrivati altri libri toccherà aspettare ancora. Nel frattempo un po’ di pubblicità.

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MA COOOSA?

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Pubblicità!
Lui lo sapeva, oh sì che lo sapeva! Ma che cosa sapeva un tempo? COOOSA?
Lo scoprirete solo nella prossima avvingente poontata del SENZA NOME FUMETTO, deggheng in de dert!

E guardatevi i video.

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