Il solo scopo

Al supermercato ci siamo imbattuti in questo vasetto:

Il lodevole prodotto biologico conterrebbe, a detta dei suoi creatori, più del 100% di frutta. L’affermazione ci ha talmente stupito che abbiamo chiesto ad alcuni clienti presi a caso di dare uno sguardo al vasetto e di dirci se quello che vedevamo era reale oppure no. Pochi hanno notato qualcosa di strano nella scritta in alto a destra. Uno ha anzi difeso la validità della marmellata, facendoci notare che nell’etichetta c’è scritto che per ogni 102 grammi di frutta si ricavano 100 grammi di marmellata. Gli abbiamo risposto che questo è inevitabile, visto che la frutta bisogna pur cuocerla, e comunque non giustifica quel “più del 100%”, ma il tipo è rimasto della sua opinione.

Comunque non dubitiamo che sia un’ottima marmellata. Ci spiace solo di non avere lo sguardo miope e meticoloso del Nostro, che da questo episodio avrebbe certamente tratto un racconto in cui lo slogan è letteralmente vero. Ci è però tornata in mente una sua involuta annotazione, sempre riguardante il packaging, e siamo andati a recuperarla:

<<Incuriosito dal nuovo prodotto, ho comprato una scatola di tofu: poi me ne sono dimenticato e oggi l’ho ritrovata in frigo (detta così non sembra una vicenda emozionante e infatti non lo è). Ho preso la scatola e ho deciso di contemplarla a lungo, senza nessun particolare motivo: ho letto più volte la tabella delle calorie, poi una sorta di commento (nemmeno tanto entusiastico) del testimonial del prodotto, poi sul lato stretto ho letto, in piccolo: “l’illustrazione ha il solo scopo di presentare il prodotto”.

Orbene… benché io sappia cosa vuol dire la frase e l’abbia anche già incontrata, per qualche minuto non sono riuscito a comprenderne il significato. Ho continuato a rigirarmi la scatola tra le mani senza afferrare il senso non solo di quelle parole, ma dell’intero oggetto, anzi dell’intero frammento temporale. Sulla scatola c’è una foto di cubetti di tofu (che se ben capisco è un formaggio) coperti di frammenti di verdure e macchiati di una salsa arancione. E quale potrebbe mai essere la funzione di un’illustrazione se non quella di mostrare il prodotto?

Ma innanzitutto, perché chiamarla illustrazione visto che è una foto? O sembra comunque una foto. Forse che è stata disegnata apposta? Forse qualcuno si è preso la briga di riprodurre in modo molto realistico del tofu? Che, per inciso, sarebbe non un formaggio bensì una sorta di muco di soia indurito? A questo punto mi sono accorto che nella mia mente la frase era diventata “l’immagine ha il solo scopo di mostrare il prodotto” e che perciò nella sua assoluta ovvietà mi impediva di notare che in realtà c’è scritto:

“l’illustrazione ha il solo scopo di presentare il prodotto”.

Presentare è molto diverso da mostrare. Il senso inutile dirlo è che l’immagine (ma non è un’immagine) non mostra il prodotto, ma qualcosa che contiene il prodotto (una presentazione), o che comunque ha a che fare col prodotto, anzi una promozione (ma perché non dire allora “ha il solo scopo di promuovere”?). Tutto ciò nel caso in cui qualcuno possa pensare che dentro la scatola piatta e rettangolare non c’è del generico tofu ma proprio quella specifica cascata di cubetti di tofu con verdure e schizzi di salsa. Ma chi mai potrebbe pensare una cosa del genere? Nel suo vero senso la frase appare ancora più inutile e insensata di quella che avevo mentalmente ricostruito.

Sta di fatto però che la gente deve confondere l’illustrazione (illustrare, presentare) col contenuto: c’è gente che effettivamente lo fa e probabilmente lo farei anch’io se si trattasse di un prodotto che non ho mai visto. Dev’essere anzi la maggioranza della gente, a fare questa confusione, perché altrimenti i produttori non avrebbero sentito la necessità (o non sarebbero stati costretti da proteste popolari, avvocati, dibattiti televisivi) a scrivere quella frase. E a questo punto mi è anche venuto in mente che nella sua disinvoltura

“l’illustrazione ha il solo scopo di presentare il prodotto”

contiene qualcosa di notevole, o forse di stupido ma infinitamente esaminabile, come un gorgo. Di pletorico, anche, visto il ripetuto accento sulla funzione ostensiva, visto quel mettere le mani avanti con “ha il solo scopo”. L’immagine (che non è) meravigliosamente non ha lo scopo di mostrare ma “solo” di presentare: come dire “questa mia foto ha il solo scopo di presentarmi ma non mi ritrae (e non è una foto)“.

Ora, se io fossi giovane e mandassi a una donna una lettera d’amore con un’immagine molto realistica di un uomo (anche la mia, in realtà) tutto sorridente e circondato da una luce ruffiana, con qualche lieve asimmetria segno di carattere e non promessa di deformità… se invece della luce avara e ragionevole in cui vivo la foto ne contenesse una azzurrina, come nell’elevazione, o verde tenero… se sotto questa foto io scrivessi

“l’illustrazione ha il solo scopo di presentare il prodotto”

non direi forse la verità più che con una foto normale?>>

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“Considerai che eravamo, come sempre, alla fine dei tempi”

                                        O Lord, whit what a love
Thy tale complete of saints Thou dost provide
To fill the thrones which angels lost through pride.

J. H. Newman, The Dream of Gerontius

Anche (anzi soprattutto) in questo agosto terreo lo studio delle carte spallanzanesche riserva ai pochi cultori gioie e trasalimenti. Tra le inesauribili bozze del Nostro abbiamo infatti ritrovato una traccia di romanzo che, insieme con il racconto “Il modello Da Vinci“, documenta il tragico periodo in cui Spallanzani pensò davvero di poter diventare un autore di successo confezionando dei polpettoni esoterici, e ciò con notevole anticipo sui numerosissimi pervenuti. L’opera, che è allo stadio di impalcatura, contiene comunque delle idee relativamente originali e pur non essendo presentabile nella sua forma caotica e ipertestuale (un ipertesto ante litteram, composto di ritagli, rimandi e altre povere strutture) resta agevolmente riassumibile. Si perderà purtroppo lo stile tra ironico e ieratico del Nostro, ma meglio questo di niente.

Ebbene, la storia comincia con il dott. Herbert Ramusio, professore di geometria, che rifila ai suoi studenti una strana lezione sulle dimensioni del punto ideale tutta incentrata su citazioni dei padri della chiesa. In seguito Ramusio invita a pranzo il più sveglio dei suoi studenti (che nella bozza non ha nome) e lo convince a seguirlo nella sua casa al lago, con il pretesto di dover approfondire alcuni punti della sua tesi. Qui lo studente conosce la moglie di Ramusio, la giovane e bellissima Magdalene, e ne resta inevitabilmente attratto. Sotto lo sguardo compiaciuto del professore, lo studente ingaggia con la ragazza una serie di discussioni morali e teologiche. Magdalene, infatti, pur non praticando nessuna fede sembra fermamente convinta dell’eternità dell’anima e quindi, di riflesso, dell’esistenza di un creatore, mentre il nostro studente è un ateo arrabbiato. Nel frattempo vediamo il professor Ramusio che tenta inutilmente di convincere delle persone a fare delle cose non meglio precisate e si lagna della sua solitudine.

Il piccolo romanzo tra lo studente e la ragazza evolve in fretta. Lo studente, pur deprecando le sue idee superstiziose, è deliziato dall’innocenza e dalla forza della ragazza, e inoltre scopre con grande sorpresa che Magdalene è un’immigrata clandestina e che Ramusio l’ha sposata civilmente solo per darla la cittadinanza: infatti la tratta più o meno come una figlia e il loro matrimonio non è mai stato consumato. Nella casa sul lago, che è stata opportunamente avvolta da una tempesta quasi soprannaturale, lo studente scopre inoltre degli antichi testi religiosi, che riguardano quasi tutti l’assurda questione del numero degli angeli caduti. Divertito da quello che considera un vizio senile del suo professore, lo studente legge che secondo San Barnufazio la domanda non è affatto oziosa, perchè a seguito della caduta i troni degli angeli sono rimasti vuoti e, cosa più importante, quando saranno di nuovo riempiti il mondo avrà fine. Quasi incidentalmente, Barnufazio aggiunge i demoni erano centoquarantaquattromila e che ogni santo prende il posto di un demone.

La sera stessa ne discute con il professore, che ammette la sua fascinazione per queste antiche diatribe. “Sa”, dice, “io sono nato in un mondo molto diverso, in cui la separazione tra cultura umanistica e scientifica non era ancora così netta. Anche se sono stato sempre un cultore delle scienze esatte ho mantenuto un vivissimo interesse per le questioni, diciamo così, spirituali. Non che abbia molte occasioni di discuterne. Si potrebbe dire che per molti versi  io sono l’ultimo della mia specie.”. E mentre il suo viso non bello è illuminato dai lampi e Magdalene, in cucina, rassetta canticchiando, il professore invita lo studente a esaminare, ovviamente per gioco, tutte le conseguenze che deriverebbero dalla verità letterale dei testi sacri, e in particolare da questa faccenda degli angeli caduti.

Come se raccontasse una storia che conosce a memoria, Ramusio spiega che il fatto è dubbio e che anche la chiesa ha assunto posizioni molto diversificate. Gli ortodossi, che sono storicamente gli eredi dei padri del deserto, conoscono benissimo la teoria per cui ogni santo prende il posto di un angelo caduto, ma pensano che gli angeli caduti siano moltissimi, tanto che sulla capocchia di uno spillo ne danzano milioni. Anche se la teoria fosse vera, quindi, il problema sarebbe remoto.
La chiesa cattolica, che pure conosce il problema, pensa invece di avere una sorta di monopolio del rapporto con dio e quindi che solo i santi ufficiali contano nel numero dei salvati: perciò anche se i demoni fossero davvero solo 144mila saremmo ancora ben lontani da aver riempito tutti i loro seggi, e in definitiva la scelta resterebbe nelle mani della chiesa.
I protestanti, anche in odio a Roma, danno poca fede a questa leggenda dei 144mila demoni, ma in fondo in fondo sono un po’ preoccupati, perchè pensano che per essere nel numero dei santi non serve affatto la sanzione papale: in effetti i santi sono semplicemente gli uomini che vanno in paradiso, non è necessario che il Papa li elegga perchè il
rapporto è direttamente tra l’uomo e dio. Questo implica anche che non si può sapere
quanti sono i salvati, né prevedere quando si arriverà a 144mila e alla fine del mondo. In ogni caso anche per i protestanti il problema è relativo, visto che salvezza dipende solo dalla grazia, che è dono imperscrutabile di dio, quindi anche se fosse tutto vero non ci si potrebbe fare nulla: il destino dell’universo si compirà ugualmente.

Dopo questa tirata lo studente è davvero perplesso: non si aspettava un simile delirio da un uomo che ha sempre considerato perfettamente sano ed equilibrato. Per cercare di chiudere l’argomento dice che alla fin fine i più vicini alla verità forse sono proprio i testimoni di Jeova: dai loro opuscoli, letti per ludibrio, ha appreso che l’Apocalisse parla di 144mila salvati, il che combacia con i calcoli di Barnufazio. A questo punto si mette a ridere ma il prof. Ramusio annuisce e aggiunge che sì, è vero, di certo i testimoni hanno ragione su un punto, e cioè che la salvezza non richiede l’approvazione della chiesa ed è anche molto più rara di quanto pensano cristiani, ortodossi e protestanti. “Pochissimi uomini si salvano, la stragrande maggioranza finisce all’inferno. Il numero
massimo dei salvi è 144mila e sarà raggiunto presto.”

In questo momento entra Magdalene e il professore cambia di colpo argomento. Dopo qualche commento sul tempo infame, si ritira accampando vaghi malori e invita i due giovani a trattenersi davanti al fuoco, loro che possono.

Rimasti soli, nell’atmosfera da tregenda, i due ragazzi si guardano timorosi e quasi febbricitanti. Lo studente non riesce a nascondere che Ramusio ormai lo stomaca, con quel suo atteggiamento dolciastro da mezzano, e la ragazza confessa che lei ne ha sempre avuto un po’ paura, per motivi che non riesce a spiegarsi. Lei sogna, a volte, che Ramusio si aggira intorno alla casa circondato da civette e altri rapaci notturni, e che le sue mani si tendono verso le finestre e sono nere e spaventosamente lunghe. All’improvviso un fulmine provvidenziale fornisce lo spavento necessario a gettare la ragazza tra le braccia dello studente. Lui, orribilmente turbato, si dice che sarebbe davvero il massimo dell’ingratitudine approfittare di quest’angelo sotto il tetto del suo ospite, e però non riesce a fermarsi.

Angelo? Il pensiero, la parola si impadronisce di lui disordinatamente. Ancora rintronato dal lungo discorso del professore, si dice che sarebbe curioso sapere cosa ne pensa Satana, di tutta questa faccenda: altro che la chiesa. Il demonio potrebbe mai sopportare l’idea che un uomo sieda sul suo trono? Mai no. E forse è proprio per questo che i demoni hanno sempre cercato di tentare gli uomini e di distoglierli dal pensiero di dio: in fondo loro sono i primogeniti. “E’ davvero buffo”, dice alzando la testa dai riccioli della ragazza: “forse il demonio sta involontariamente salvando il mondo dal giudizio”. Poi i due giovani si baciano e il narratore spegne pudicamente la luce.

La mattina dopo il cielo è di nuovo chiaro, lo studente è sulla veranda a fumare quando arriva il prof. Ramusio. Questa volta però la sua espressione non è compiaciuta, anzi sembra trattenere a stento la rabbia. La situazione è delicata e lo studente cerca di evitare argomenti pericolosi riprendendo la discussione della sera prima. “Ho ripensato alle sue parole”, comincia, “e ho fatto una sorta di fantasticheria. Fingiamo per un attimo che sia tutto vero, e che nel corso dell’intera storia umana si siano già salvati 143.999 uomini. Resterebbe libero solo un trono, e per motivi drammatici non può che essere quello di Lucifero”.

“Vada avanti”.

“Bene. Che cosa farebbe il diavolo per evitare che si arrivi a 144mila? Mettiamo che si imbatta in una creatura angelica, innocente come un bambino. Farebbe di tutto per traviarla. Ma se quella creatura è già così perfetta, probabilmente è anche immune alle arti del demonio…”

“Nessuno è immune”.

“Suvvia professore, mi ha raccontato proprio lei che per chi ha fede basta invocare il sacro nome per impaurire i demoni.”

“Ci sono altri mezzi”.

“Lo credo, ma non potendo agire direttamente Satana avrebbe bisogno di un uomo, per fare questo lavoro. Di un uomo che sia libero, perché se fosse posseduto sarebbe una sorta di demone”.

“E’ interessante, ma non capisco dove vuole arrivare”.

A questo punto lo studente si spazientisce. “Ramusio, forse lei crede di essere belzebù, e non sarebbe l’unico professore universitario con questa mania, ma i demoni non esistono. Non so se mi ha portato qui perchè é malato o è solo un pervertito ma devo avvertirla che, sono spiacente, però io e Magdalene ci amiamo e tutto il resto è solo un suo brutto sogno”.

Il professore resta a lungo in silenzio, poi prende anche lui una sigaretta e dice: “La sua teoria mi piace, ma manca un elemento. Se il demonio, cioè io, aveva tanta fretta di spingere al peccato Magdalene, ciò non può che voler dire una cosa: che lei sta per morire. Solo con la morte si diventa santi o dannati. E tu, imbecille di uno studente, non l’hai avuta. Ho guardato le lenzuola stamattina”.

Quest’uomo è pazzo, pensa lo studente, ma ugualmente lo coglie il terrore. Dov’è Magdalene? Stamattina non ha preparato la colazione… entra in casa, corre su per le scale, apre la porta della camera della ragazza e la vede distesa sul letto, pallida e immota. Si avvicina, le poggia una mano sul petto ma non si muove, non riesce a sentire il suo respiro. Cerca disperatamente un telefono ma non c’è e in questo momento entra Ramusio, che siede a fianco al letto.

“E’ tardi per ogni rimedio”, dice, “ma il mondo è finito solo per me. Ci dev’essere un errore”. Poi inizia a piangere. Lo studente, impietrito, guarda il vecchio che allunga una mano nera e scheletrica verso il viso della ragazza: da sotto al letto sbucano ramarri e serpenti, le incisioni dei pannelli di legno si animano e prendono la forma di gufi e civette, corvi, lupi, gatti mostruosi e tutte le creature della notte gemono e gridano mentre il vecchio professore pronuncia una parola, che arde e schianta le pareti della stanza e poi tutto è finito, della casa resta solo una piattaforma di legno con sopra il letto e il giovane e il corpo senza vita di Ramusio. Con un buffo mugolio Magdalene si risveglia.

Quella notte, in un albergo, i due cercano di raccapezzarsi. Ramusio è morto e tutto sembra incredibile ma la casa è esplosa davvero e non è stata una fuga di gas come hanno detto i vigili del fuoco, qualcosa è accaduto e i due ripercorrono tutti gli eventi degli ultimi giorni alla ricerca di una spiegazione. Alla fine decidono di tornare sul lago e setacciano i resti della casa. Inutile dire che qualche libro si è salvato e tra quelle pagine leggono:

“[…] onninamente, e c’è poi un’altra fola degli gnostici, che è eretica e odiosa quante altre mai, per cui i troni degli angeli caduti saranno ripresi sì, ma da quegli angeli stessi. E dicono questi nemici della fede che i centoquarantaquattromila di cui parla l’apocalisse sono proprio i demoni caduti, che col passare di infiniti eoni si saranno incarnati e persino ravveduti. E dicono tutto l’universo, umanità compresa, essere solo una macchina complicatissima per riportare in paradiso i ribelli: col che la terra sarebbe solo un purgatorio per diavoli”.

Letto ciò, i due innamorati alzano lo sguardo. In cielo, una a una, le stelle iniziano a spegnersi.

Nota: negli appunti Spallanzani spiega anche perché non ha completato il racconto: lo annoiava l’idea di dover creare dei personaggi e un intreccio dettagliati. In particolare scrive: “Dicono i padri del deserto che agli angeli manca la scienza del particolare. Non è chiaro cosa significhi ma forse intendevano che i primogeniti non vedono il singolo uomo, la singola cosa, ma sempre e solo qualcosa di più astratto. Così è anche la mia mente. Se dovessi scriverlo tutto finirebbe per essere una parodia, perché solo un sentimento di una certa intensità (in questo caso l’odio verso il lettore) può fornirmi la motivazione e la costanza necessarie per scrivere un testo mimetico.”

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L’alternativa

Questo raccontino di Spallanzani inizia in medias res, con un uomo affannato tra telefoni e dispacci che cerca di mettersi in contatto con i suoi superiori. Dopo un po’ capiamo che si tratta di un militare e che il motivo della sua agitazione è la crisi cubana. Qualche altra frase e il militare si precisa come un agente dei servizi segreti italiani: parla concitatamente al telefono con diplomatici, informatori turchi, messi del vaticano e le notizie sono sempre più allarmanti, ormai sembra chiaro che i russi stanno per forzare il blocco navale e questo, lui lo perfettamente, significa la guerra atomica. L’uomo ripensa a sua moglie e vorrebbe telefonarle ma all’improvviso arriva il colpo finale: un Lockheed U-2 statunitense è stato abbattuto su Cuba. Il mondo non lo sa ancora ma le unità americane sono in stato di allerta DEFCON 2, pronte a un’azione immediata, anche senza l’autorizzazione della Casa Bianca. Per quest’uomo, che in fondo si sa vile, l’unica cosa che resta è attendere. Mentre posa il telefono sente ticchettare una telescrivente, le prime parole che legge sono “aereo americano intercettato su Rostock” e poi vede solo una grande luce.
Una linea bianca e l’uomo apre gli occhi, si guarda attorno, è steso in un giardino con sua moglie e dice “mio dio, che incubo: iniziava con te che coglievi quella mela e me ne davi da mangiare”.

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Unreal

Brevi segnalazioni estive.

1. Il nostro corrispondente a Pechino ci informa che si è verificato il primo caso al mondo di omicidio su commissione virtuale: un tizio ha pagato dei giocatori di World of Warcraft perché uccidessero il personaggio di suo figlio, per impedirgli di continuare a giocare e costringerlo a trovarsi un lavoro. Ma le premesse c’erano già dieci anni fa.

2. Nel libro di Marcel Thiry “Distanze” un uomo continua a ricevere le cartoline di sua figlia, che sa morta da tre giorni. Non c’è nulla di magico se non l’inevitabile ritardo della comunicazione. La storia ci ha fatto tornare in mente Ciro Milani, quel ragazzo che prima di uccidersi programmò il suo blog per continuare a postare messaggi.

3. Wikipedia, si sa, non è il massimo dell’affidabilità, e il grande regista Yuri Gadyukin è un esempio un po’ vecchio ma efficace. La storia della creazione di Yuri in effetti non ha niente di particolare, è più o meno quella di tutti gli esperimenti di questo genere. In questo senso la Fondazione è davvero avantissimo perchè è stata forse la prima, e l’unica, a creare un falso profilo internet di un autore che è esistito davvero.

4. Il sempre lodevole Fondatore segnala un corto basato su una specie di spirale che si allarga piano piano. L’idea di per sè non è nuova ma la realizzazione è abile e, cosa forse più interessante, funziona meglio se lo si guarda a occhi chiusi.

P.S. D’estate tutto sembra più obs.

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Una soluzione

Nel precedente messaggio proponevamo una sorta di indovinello, che è basato sul racconto “Spanner in the Works“, di J.T. McIntosh, del 1963, pubblicato in Italia come “I bastoni fra le ruote”, nell’Urania “Crimini e misfatti al computer”.

L’unico nostro lettore che ha spedito privatamente una soluzione si è avvicinato molto alla risposta immaginata da McIntosh: per mettere fuori servizio il computer basta dargli un’unica informazione, e cioè “tu sei una spia”, col che il computer comincerà a fingere di sbagliare in modo da essere sostituito (il suo scopo, infatti, resta sempre quello di combattere le spie, e quindi a questo punto sè stesso).

La soluzione è buona, ma cozza un po’ con le condizioni (non precisissime) poste dall’autore, perchè si scontra con l’assioma per cui il computer è nemico delle spie. In realtà McIntosh dà un’altra risposta: l’informazione letale è “il capo della Cia è una spia”, che porterà il computer a danneggiare l’agenzia e a produrre risultati sempre più scarsi, in modo che il capo venga cambiato.

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La pietra di inciampo

Lavori per la Cia e stai per assistere a un interrogatorio con la sonda mentale. Il lato positivo è che il sospettato dovrà per forza dire la verità; quello negativo é che subito dopo morirà. Tu sei convinto che questo tizio col sabotaggio del sottomarino non c’entra nulla, il computerone della Cia sostiene che é il più probabile colpevole e al tuo capo questo basta, perché il computer non sbaglia. Si accendono le macchine, il morituro trema e poi grida: non sono stato io.

La Cia quindi ha ucciso un innocente, e non é nemmeno la prima volta. Da quando si è insediato il tuo capo le cose vanno male, gli errori si moltiplicano. Decidi allora di indagare per i fatti tuoi e scopri che per il sabotaggio c’era un altro possibile sospetto, che il computer ha ignorato. Ma come é possibile?

A questo punto riferisci tutto al vertice. I capi si accorgono che sei più furbo del tuo superiore, quindi lo licenziano e mettono te al suo posto. Qualche giorno dopo il poveretto si suicida.

Colto da una specie di rimorso, continui a chiederti cosa può essere successo. Sei sicuro che il computer sta continuando a dare indicazioni sbagliate ma tutti ti ripetono i tre assiomi:

1. il computer non può essere fisicamente sabotato;
2. non può sbagliare nelle sue deduzioni;
3. il suo unico scopo é difendere il paese dalle spie nemiche.

Ció nonostante, ti ostini ad ignorare le indicazioni del computer. Il quale, del resto, non risponde a nessuna domanda: per sua struttura, e per evitare il rischio di spiate, il computer non rivela nessuna delle informazioni che gli vengono fornite. Tutto quello che fa é, posto di fronte a una certa situazione, chiedere informazioni o dettare una linea di condotta. Ad esempio, se descrivi al computer la scena di un attentato lui ti farà delle domande, e in base alle tue risposte farà altre domande finchè, collegando insieme miliardi e miliardi di dati, deciderà che bisogna arrestare X o Y.

Non c’è altro modo di comunicare col computer. Quindi, rifletti, l’unico modo di agire su di lui (lui?) é dargli delle informazioni. Ma allora vuol dire che qualcuno ai vertici ha dato al computer un’informazione tale da compromettere la sua capacità di giudizio: per intuito pensi che sia stato “D”, ma come ha fatto?

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Se non ci fosse Sam Hall

In un futuro piuttosto vicino l’America è diventata il poliziotto mondiale, ha creato colonie su venere e marte (dove sfrutta la manodopera locale) e usa normalmente una specie di “sonda mentale” per verificare l’ortodossia dei suoi funzionari. I dati relativi alle attività giornaliere di tutti i cittadini vengono raccolti da un supercomputer e manca poco che ognuno debba portare tatuato il suo numero identificativo. In questa distopia tutto sommato standard c’è un fedele funzionario addetto al supercomputer che un bel giorno si trova a canticchiare la ballata di Sam Hall, un tizio condannato alla forca che non perde l’occasione per mandare tutti al diavolo prima dell’esecuzione. Preso da uno strano sentimento, il burocrate decide di inserire nel computer dei dati falsi e di creare un certo Sam Hall. Dapprima ne fa un semplice vagabondo, poi decide che ha anche ucciso un poliziotto, e poi man mano comincia a disseminare tracce che legano questo Sam Hall a diversi attentati terroristici: infatti c’è una resistenza, che vorrebbe tornare a un’America che non si intromette nella vita di chiunque.

Manco a dirlo, Sam Hall è inafferrabile, e in breve diverse persone cominciano a spacciarsi per lui. Ogni attentato, ogni protesta porta la firma di Sam Hall. Non raccontiamo il resto della storia, che per altro non vale moltissimo, ma notiamo solo che Paul Anderson l’ha scritta nel 1953, cioè sessantadue anni fa. Certo non si tratta della prima avventura incentrata su un personaggio fittizio (il sottotenente summenzionato è del 1927), ma comunque resta uno dei primi casi in cui i rivoluzionari adottano il personaggio inesistente: giochetto che si potrebbe ritrovare in molti romanzi e film dell’inizio del ventunesimo secolo. Del resto il principio è molto più antico anche dell’applicazione di Anderson, visto che Necaev (uno degli ispiratori dei Demoni di Dostoevskij) aveva già dichiarato che il modo più semplice per creare una società segreta è fingere che esista già (e questo forse l’aveva appreso dai Rosacroce).

Nel 1963 P. Dick scrisse qualcosa di simile a Sam Hall, If There Where Not Benny Cemoli, che però è in fondo molto più realistico perché suppone che il personaggio fittizio serva a conservare lo status quo invece che a stravolgerlo.

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A volte iohò paura di voi piuchè

In questi giorni quel che ci impressiona non sono tanto le polemiche sugli algoritmi di google che scambiano gente di colore per scimmie, ma questa foto:

La persona ritratta è accusata di aver stuprato una quindicenne ma la cosa curiosa è la pixelatura: perchè pixelare le braccia? Forse c’era sopra qualcosa di osceno? O magari è un tratto di delicatezza verso i suoi congiunti, che potrebbero dispiacersi alla vista delle manette? In questo caso bisognerebbe pixelare anche i titoli dei giornali. O ancora può darsi che si tratti di una sorta di difesa anticipata del diritto all’oblio, perché tra qualche anno quell’uomo potrebbe anche risultare innocente e in questo caso ci sarebbero in giro delle foto che lo mostrano con le manette e non sarebbe possibile trovarle e cancellarle tutte, quindi vengono pubblicate così e saranno spixelate solo a sentenza definitiva. Viene però da chiedersi come potrebbero essere interpretate queste foto in caso di conclamata innocenza. L’assolto potrebbe dire, ad esempio, che si stava stringendo le mani da solo, complimentadosi della bella foto con i poliziotti, oppure che teneva in mano un bambino molto piccolo, e i minori vanno pixelati. Il tutto potrebbe apparire assurdo ma in fondo non tanto assurdo, non quanto le circostanze permettono. C’è qualcosa che si sta velocemente rovinando e secondo noi tra i tanti piccoli indizi della catastrofe c’è anche questa foto. A meno che non si tratti di un errore: magari il software usato per pixelare le foto ha scambiato i suoi pugni per la sua faccia.

P.S. ci dicono che è proprio una norma a vietare la pubblicazione di foto di gente in manette tranne casi particolari, ed è anche di 15 anni fa.

P.P.S. ovviamente vietare le foto di indagati in manette potrebbe anche essere un segno di civiltà, ma quel che è assurdo è il compromesso per cui si pubblica lo stesso la foto ma con le manette pixelate e quindi non solo riconoscibili, ma addirittura più evidenti che se fossero scoperte. Questo perchè mentre ciascuna regola può essere sensata, tutte insieme fanno la follia.

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La psicanalisi nei secoli

2000 a.c.

Ugh.: “Popolo! Ugh sognato grande cane, e fatto lui amore degli uomini!”
Popolo: “ORAY! Per grande spirito tu sciamano!”

1000 d.c.

Venanzio: “Padre,  sotto il sigillo della confessione devo dirvi che ho sognato un cane nero e compivo con lui atti innominabili…”
Prete: “Stai sereno…” (segue rogo)

1900 d.c.

Otto: “Dottore, è inspiegabile ma ho sognato un grosso cane e lui… come dire… se lo faceva mettere… ahem… sotto la coda, non so se…”
Freud: “Chiaro segno di coprofagia. “Cane” infatti è l’anagramma di “cena”, cenare con ciò che è nel retto, quindi…”

1999 d.c.

Un nerd: “Salve dottore, c’è questo sogno ricorrente in cui sodomizzo un cane…”
Dottore: “Mi dica, ha preso la chiave inglese nella stanza dei motori?”
Il nerd: “Che cosa?”
Doc: “USA chiave inglese CON cane”.

2015 d.c.

Sms: “Doc strano sogno bunga bunga cane nero ???2?”
Doc: “Obs…”

Si ringrazia Riccardo Raccis per il 1999.

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Un altro paradosso dello spione

Repubblica ci informa che la grande scienza italiana è riuscita, per la prima volta al mondo, a effettuare una trasmissione di dati quantistica con un satellite sulla distanza record di 1.700 chilometri.
Ora dovete sapere che per la peculiare natura della realtà questa trasmissione è praticamente inattaccabile, perché qualsiasi sistema utilizzato per intercettarla la modificherebbe (nel caso di specie dicono che la distruggerebbe).
Questo perchè (semplificando) è come se il segnale fosse composto da tante palle da biliardo infinitesimali, e l’unico modo per avere delle informazioni su queste palle è colpirle con altre palle infinitesimali, col che però le palle colpite si spostano e quindi non è possibile conoscerle senza alterarle.

La crittografia quantistica si basa, tra l’altro, sul  principio di indeterminazione di Heisenberg, che era ben noto al Nostro. Molto prima degli esperimenti veri e propri, Spallanzani aveva annotato degli spunti per un racconto che come al solito cercava di rivoltare l’argomento sottolineando che così la spiata diventava parte del messaggio.

Segue la fedele trascrizione:

<<Ciccio e Tore (due spie, o due capimafia) si scambiano dei messaggi tali che qualunque osservazione li altera. Credono quindi di essere al sicuro.
A un tratto Ciccio si accorge che il segnale è stato alterato, per cui deve esserci uno spione.
Che si fa? E’ bello sapere subito che ti spiano ma dal lato pratico l’essenziale è sapere chi è questo spione e cosa vuole.
L’unico modo di saperlo, pensa Ciccio, sarebbe fornirgli false informazioni che lo inducano a scoprirsi, ma per farlo bisogna accordarsi con Tore, e come si fa visto che lo spione è sempre lì? Bisognerà incontrarsi.
Ma, pensa Ciccio: “e se lo spione fosse Tore?”

“Potrebbe avere pagato qualcuno per spiare il segnale, contando sul fatto che me ne sarei accorto e che quindi avrei avuto bisogno di incontrarlo per stabilire una linea di azione.
Del resto, perché un vero spione dovrebbe provare a intercettare il segnale, visto che sappiamo tutti che verrebbe notato?
Dev’essere per forza così, quindi lo spione è Tore e se vuole incontrarmi dal vivo non sarà per un motivo commendevole. A questo punto l’unica cosa che posso fare è organizzare comunque l’incontro con Tore e ucciderlo, prima che lui uccida me.
Però attenzione, può darsi che questo sia proprio il gioco dello spione, che non è realmente interessato a conoscere i nostri messaggi ma solo a metterci l’uno contro l’altro.
Perchè è chiaro che Tore avrà fatto la mia stessa riflessione e forse starà già cercando di trovarmi per uccidermi.
Ma aspetta un attimo: io non ho ancora detto nulla a Tore, non gli ho detto che il messaggio mi è giunto alterato.
Che cosa faccio? Glielo dico o no?”

E così via, nella paranoia.>>

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