La luce rosa

Dall’infinito deposito di cartacce dell’Elia estraiamo questi altri frammenti, attaccati con lo scotch e quindi oscuramente legati. Il primo si può classificare come poesia senile, il secondo come giuoco in onore del più grande scrittore americano del ventesimo secolo.

“In forma della più tradizionale brioche
tonda, col bottone di crema in cima,
così mi appare talvolta le foemina,
la rima, che volli eludere.

Iò crèo che, e recito tutt’altro:
la parlata non scorre più velosce
come quando sapevo ùna lingua:
cala su di me l’ombra di una brioche.

Medialuna! dal profilo di delicato cornetto
e l’allarmata memoria, la visione del forno:
impastata a dileggio… io
sto scavando nella polvere.

Non guardare! guida soltanto,
dobbiamo arrivare nel posto che duole.

Al ritorno dal processo, morto di stanchezza e affamato, Giovanni Protagora accelerò fino a centoquaranta. Alla periferia del suo sguardo si accese un punto di luce che vibrò e scomparve. Lui inclinò la testa ed eccolo di nuovo, proprio al limite della lente sinistra: pulsava lento, rosa confetto.
Affaticamento cerebrale, pensò, e poi si disse come in sogno: a metà degli anni settanta Philip K. Dick sperimentò l’invasione divina sotto forma di un raggio rosa.

Ebbe l’esperienza di un raggio rosa che si accese come un flash nella sua testa… immediatamente, attribuì all’evento valori mistici”.

Giovanni si voltò ma dietro di lui non c’era nessuno: l’autostrada si era svuotata e la luce rosa non era il faro di un’altra macchina. Quando tornò a guardare in avanti, eccola ballare lungo il profilo degli occhiali. Li aveva scelti senza montatura per non vedere come in uno specchio e adesso sul bordo di puro vetro c’è una cosa aliena.

Dick scrisse alcune delle sue speculazioni, che chiamò la sua Esegesi; a quanto pare, queste note comprendono milioni di parole”.

Si arrischiò a chiudere gli occhi. Questo raggio rosa mi trasmetterà informazioni come fece con Dick, predicendogli la malattia del figlio? Cambierà la struttura del mio cervello? Sono le nove e non ho ancora finito, avrei voglia di dormire ma non posso.
Riaprì gli occhi, erano passati solo decimi di secondo. Misericordiosa, la realtà nel frattempo non gli aveva scaraventato davanti pedoni o sassi, cani e tir: l’autostrada era sempre vuota e se lui avesse alzato lo sguardo si sarebbe accorto che il punto era sempre lì.

Non sapremo mai con sicurezza cosa accadde a Dick nel 1974, ma poiché è morto per un attacco cardiaco nel 1982 forse la spiegazione è molto semplice”.

Non è dio che mi parla, si disse Protagora, e non è un riflesso. Esiste ed inspiegabile come ogni cosa, io lo vedo ma nessuno mi crederà. Senza volere accelerò ancora.

Dick stesso ha inserito l’informazione in Valis, in una maniera che fa pensare l’abbia sempre sospettato, malgrado l’infinita ricerca dell’Esegesi”.

A centocinquanta all’ora la macchina faceva un rumore di lamiere. Non posso correre più veloce di lui, si disse, non posso vincere. Eppure non distoglieva lo sguardo. Gli sarebbe bastato fissare il volante perché il punto rosa scivolasse altrove.

All’epoca di queste esperienze, scrive Dick, la pressione di Fat era salita fino a livelli di infarto… a 280 su 178… il suo dottore l’aveva fatto ricoverare brevemente

E possibile che questa breve esperienza
è possibile che quell’improvviso, doloroso lampo
l’aver saputo e scordato
doloroso lampo di luce rosa sia stato un segnale
centossessanta
un segnale premonitore
centossettanta
dell’infarto che lo uccise

Sì, un colpo meno letale, non diagnosticato.

pensate a questo: un uomo prova un dolore alla testa
alla testa?
e vede delle luci, e per otto anni scrive più di un milione di parole cercando di capire cosa sia stato; e scrive, come narratore di Valis, che a quell’epoca la sua pressione sanguigna era a livello di colpo apoplettico; ma non scrive mai “forse ho avuto un colpo”; esplora ogni altra possibilità tranne questa”.
Fragile e febbrile Philip Dick! Di pochi uomini mi addolora tanto la morte.

Rallentò, tirò il fiato: la luce era svanita. Un mese dopo ricevette una lettera: una multa per eccesso di velocità , cinquecentomila lire. Infrazione rilevata a mezzo di tele laser sull’autostrada x il giorno y. Il giorno della luce.
Il riflesso di un laser. Giovanni bestemmia, poi ride, poi rilegge la multa. Alle ore… la velocità rilevata tramite modello omologato VA115… sessanta giorni per fare ricorso…

Come? Ma allora…”

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Contrarisum 2

Anche su facebook si possono trovare cose interessanti. Il socio Bellassai ci segnala una rara sindrome chiamata come le erbe della Ricola, Witzelsucht, ossia “dipendenza dallo scherzo”, che sembra derivare da una lesione del lobo frontale destro del cervello. Le vittime della malattia producono continuamente motti di spirito e ne traggono un intenso divertimento. Le loro battute però non fanno ridere nessuno e potrebbero classificarsi più come semplici bisticci o freddure (ad es., “Q: What did the proctologist say to his therapist? A: All day long I am dealing with assholes”).

Il fatto curioso è che gli afflitti non riescono più a comprendere forme di umorismo complesse. Sembra che il danno cerebrale diminuisca la capacità di risolvere problemi, il che confermerebbe che un motto di spirito è simile a un codice o a un gioco enigmistico. C’è da dire però che questi drogati della battuta appaiono inoffensivi, tranne per i loro cari, e si divertono con poco. Inoltre nella forma benigna offrono materiale per la pagina delle “risate a denti stretti”. Non si può nemmeno escludere che il loro deficit fosse un tempo la modalità normale di funzionamento cerebrale e che lo humor costituisca invece una degenerazione recente o un errore evolutivo.

Prendiamo ad esempio una delle tante varianti della storiella dei tre desideri. Tre naufraghi trovano la lampada di Aladino: il genio esaudirà un desiderio a ciascuno. Il primo desidera di tornare a casa, il secondo pure, il terzo dice: “ora mi sento solo, vorrei che i miei due compagni fossero di nuovo qui”.

Il soggetto con una lesione al lobo non capisce la battuta, ma il vero problema è perché noi la capiamo, cosa capiamo, e perché ci fa sorridere. Prima di rispondere vediamo un altro spunto preso da internet.

Roberto Di Palma cita un articolo di Zizek, che a sua volta cita Dupuy. Quest’ultimo dice, in sintesi, che gli uomini non tollerano l’idea di essere inferiori ad altri per motivi oggettivi. Perciò ricorrono ad alcuni meccanismi che servono a rendere non umiliante il rapporto di superiorità: la gerarchia (un ordine imposto dall’esterno che mi consente di percepire la mia condizione sociale inferiore come indipendente dal mio valore personale); la demistificazione (il procedimento ideologico che dimostra come la società non sia una meritocrazia ma il prodotto di oggettive lotte sociali, consentendomi così di evitare la dolorosa conclusione che la superiorità di qualcuno sia il risultato del suo merito e dei suoi risultati); la contingenza (un meccanismo simile, che ci consente di capire come la nostra posizione nella scala sociale dipenda da una lotteria naturale e sociale: i fortunati sono quelli nati con i geni giusti in famiglie ricche); e la complessità (forze incontrollabili hanno conseguenze imprevedibili: per esempio, la mano invisibile del mercato può portare al mio fallimento e al successo del mio vicino, anche se io lavoro molto di più e sono molto più intelligente).

gigek

una diapositiva dell’ilare sjigek

Questi meccanismi, si nota, in realtà non contestano o minacciano la gerarchia, ma anzi la rendono accettabile, perché “a scatenare l’invidia è l’idea che l’altro meriti la sua fortuna e non l’idea opposta, l’unica che può essere espressa apertamente”.

Da questa premessa Dupuy giunge alla conclusione che sia profondamente sbagliato credere che una società ragionevolmente giusta, e che si percepisce come giusta, possa essere priva di rancore: al contrario, è proprio in società di questo tipo che chi occupa posizioni inferiori darà sfogo al suo orgoglio ferito con violente esplosioni di risentimento.

Detto questo, e come è stato già notato, ai 4 meccanismi difensivi si può aggiungere l’ironia, considerandola o come una delle modalità con cui si esprime la demistificazione oppure, al contrario, considerando la demistificazione uno dei risultati dell’ironia. L’ironia permette di sentirsi superiore al bersaglio, scaricando l’aggressività senza arrivare al conflitto vero e proprio. In questo modo, inoltre, le persone possono illudersi stare facendo qualcosa contro un sistema che disapprovano. Il sistema però resta pressoché invariato e quando capisce che non ha molto da temere, perché la gente è appunto paga di ironizzare, può persino mettersi a usare lo stesso metodo.

Meglio ancora, i meccanismi individuati da Dupuy possono essere ordinati storicamente: nel ‘700 l’ordine esterno, la gerarchia divina o “naturale” che si voglia, viene demistificata anche attraverso l’ironia ed emerge l’aspetto della contingenza. Nel giro di  un paio di secoli diventa predominante l’aspetto della casualità (lotteria genetica, scontro tra le classi), su cui viene costruita una nuova gerarchia, un ordine apparentemente “naturale” (evoluzione, mano invisibile etc). Quest’ordine viene ulteriormente demistificato e appare la complessità (fine dell’illusione nel socialismo scientifico, fine dell’illusione che il mercato possa autoregolarsi, caos sottostante).

Siamo ormai vicini. La reazione alla complessità è di nuovo una forma di demistificazione, ma siccome sotto la complessità non c’è nulla (o c’è tutto), stavolta l’arma viene rivolta contro se stessa: si demistifica la stessa demistificazione! Che da strumento di conoscenza viene degradata a strumento di consolazione: é il regno dell’ironia come attività di sostituzione, in cui viviamo ancora.

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la comicissima consolazione

Tra l’altro, l’osservazione non è poi nuova. Scriveva notoriamente Platone: “Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tanto disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della tirannide è pronuba e levatrice. Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.”
Marx invece riprendeva l’osservazione per cui le cose si ripetono sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.

Notare l’inversione temporale, segno di tempi cambiati. Quanto più spazio si concede al sarcasmo, tanto più si allontana la necessità della violenza, e il sarcasmo sempre ripetuto diventa a sua volta oggetto di sarcasmo. Ne deriva che una democrazia degenerata ha tutto l’interesse ad ampliare il dominio della satira, che diventa un succedaneo della violenza e finisce per accartocciarsi su se stessa lasciando il sistema immutato. Quindi bisogna correggere Platone: una democrazia, per abuso di se stessa, può fermarsi prima del sangue e restare nel ridicolo per molto, moltissimo tempo.

E quindi torniamo ai malati di wizzelsucchio: loro questo ridicolo non lo colgono, non li fa ridere. Si beano solo del gioco di parole, come se provassero piacere a trovare una falla nel sistema linguistico. Probabilmente odiano lo stesso linguaggio, che è fatto notoriamente per mentire, e il loro odio si esprime in questa risata demenziale, ininterrotta, spaventosa. Eppure forse fanno bene: se l’ironia non li consola, vuol dire che il loro istinto di lotta ha ancora qualche possibilità di cambiare le cose, invece di perdere elegantemente. Può darsi che l’unica speranza di una vera rivoluzione sia rimessa nelle mani di questi malati, che non riescono a vedere il lato comico dell’inferno.

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Come fatto apposta

Per un caso curioso, ogni volta che ci viene voglia di lasciar perdere il blog viene fuori qualche piccola stranezza che ci fa cambiare idea. Giravamo mestamente per la rete quando ci siamo imbattuti in una tesi di dottorato sull’algebra omologica (argomento che ignoriamo onninamente) che menziona il Nostro. Riportiamo uno stralcio:

“Ciò che stai per leggere è il prodotto di un lavoro di indagine
che esula enormemente dalla matematica; parlare di algebra omologica,
di teoria delle categorie, di geometria, topologia o fondamenti
è funzionale a uno scopo diverso dalla “semplice” matematica.
Come conseguenza, questo lavoro contiene diverse cose in
aggiunta ad essa: la mia visione della materia, che ho raffinato (o
peggiorato, o irrigidito) negli anni; dosi molto elevate di un discutibile,
troppo personale senso estetico; un ancor più discutibile
gusto per il citazionismo e diverse idee che, cresciute in libertà
nell’arco di anni, non sono state smussate, semmai affilate, proprio
perché intoccate.”

In cima, una permutazione della quieta sentenza dell’Elia:

“Le anime, al contrario delle lame, si affilano evitando ogni contatto.”

Spallanzani, che in vita ha sempre avuto l’onore di essere ignorato sia dal popolo che dall’accademia, sarebbe rimasto completamente sorpreso: poi avrebbe pensato che quell’introduzione poteva averla scritta lui, a dispetto dell’evidenza, e infine si sarebbe messo a cercare nelle formule e nei diagrammi di questa tesi un punto di contatto tra la teoria delle categorie e quell’appuntamento mancato per via del destino, o cose del genere. Con una certa puerile baldanza, e non senza compassione, cercare il punto in cui logica infernale e principesco arbitrio si scambiano i ruoli. Il che proveremo a fare anche noi.

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Contrarisum

Nel “motto di spirito” (1905) Freud sostiene che un certo tipo di umorismo somiglia al sogno e che il motto nasconde sotto una forma accettabile un contenuto aggressivo o (manco a dirlo) una pulsione sessuale. Il motto sarebbe una sorta di codice e se gli ascoltatori ridono è perchè colgono il senso nascosto e si liberano di una pulsione che vorrebbero esprimere ma non possono. In effetti, sin da Socrate l’ironia è considerata un modo di “parlare dissimulando”, ma mentre per lui l’ironia mirava alla conoscenza della realtà, per Freud serve a soddisfare l’inconscio. Una funzione francamente miserabile, come quasi tutto il discorso di Freud. A parte il nostro giudizio poco benevolo, sta di fatto che la sua concezione non è universale bensì condizionata da una società che praticava ampiamente la censura (in effetti tutta la struttura mentale descritta da Freud non è altro che la società del suo tempo). Col ridursi dei vincoli espressivi, paradossalmente risulta meno utile (e più difficile) parlare dissimulando: da cui una serie di battute in cui il contenuto aggressivo o sessuale è tutt’altro che nascosto. Se Freud avesse ragione, una società molto libera non avrebbe bisogno di fare battute: e invece continua a farle, solo che diventano meno sottili e somigliano sempre di più a pure affermazioni di odio o di desiderio. Il loro effetto perciò si inverte: invece di fornire un piacevole nascondiglio alle pulsioni, mostrano chiaramente all’ascoltatore quanto è atroce ciò che sente. Questo è il motivo per cui le “battute” di CH non fanno ridere, quindi si può rovesciare la tesi di Freud e sostenere che l’umorismo non nasce dalla liberazione di una pulsione nascosta, ma proprio dalla sua copertura. L’uomo, che in fondo non ignora affatto il suo nucleo malefico ed egoista, ride quando trova il modo di coprirlo ingegnosamente, mentre quando lo vede espresso chiaramente si infuria e si vergogna. Questo “antiumorismo”, che è solo una delle tante benefiche conseguenze del progresso, potrà essere debellato solo con una politica rigidamente conservatrice e il ritorno alle dolci inibizioni di un tempo. Del resto, è noto che i grandi umoristi sono dei moralisti.

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Il problema Euridice

E’ sorprendente la quantità di scrittori che si sono tolti la vita in albergo. Una volta avevamo compilato una lista con la data, il luogo e il metodo. Wikipedia, nella sua inguaribile mediocrità, ci cancellò la pagina degli scrittori suicidi perchè diceva che era una categoria sciocca e inutile, e poco tempo dopo ricreò la categoria, rendendola però molto meno utile della nostra. Comunque abbiamo perso la lista e ora ci tornano in mente solo Esenin (1925), che si impiccò in albergo a trent’anni; Frederick Van Rensselaer Dey (1922), che si sparò; Ernst Weiss (1940), che aveva curato Hitler, e un altro Ernst, Toller (1939); poi Mário de Sá-Carneiro (1916, a 25 anni), che con Pessoa aveva fondato il gruppo Orfeo, e parlando di Orfeo, Cesare Pavese (1950), che si uccise il 27 agosto coi sonniferi. Notoriamente aveva sul tavolino i Dialoghi con Leucò. Ed è proprio in omaggio a quel libro così diverso da suoi che Elia Spallanzani scrisse “Tre versioni di Euridice”, perché lui di ogni cosa aveva almeno tre versioni, e nonostante sia una delle sue cose meno interessanti e spallanzanesche la ripubblichiamo lo stesso:

“Tre versioni di Euridice

(nda: rileggendo trovo accenti patetici, mero terrorismo, ma il tempo fa le cose piatte e prima che la nostalgia ti spinga a mantenere per cimelio, prova ad aggiustare).

le tele che hai tessuto nella notte
il giorno le ha disfatte
c.p.

Orfeo scriveva noticine per un supplemento domenicale, Euridice invece coltivava i bulbi. Quando tra loro tutto finì, lei andò a starsene in un posto affollato e buio. Per ritrovarla Orfeo affrontò molte peripezie noiose a descriversi, quindi udì dalle sue labbra il curioso patto: “per le potenze infernali, io verrò con te solo se giurerai di non amarmi più.”
Orfeo giurò, senza poterle dire la ragione. Nei mesi a venire quel che sentiva lo uccise e i resti li seppellì nelle sue note: l’editore già si lamentava per la vaghezza di certi rimandi e tutto, tutto era una trappola…

no, non va bene.

Invece Orfeo le rispose: è un patto crudele, ed aggiunse molte altre e patetiche parole: non era meglio crepare tra le zanne del cane tricipite?  meglio il sangue nero di Acheronte fin giù nella strozza, che fare del mio cuore il mio nemico… queste ed altrettali. Al che Euridice disse soltanto: “fai tutto tu”, e riprese ad arredare la plutonica dimora…

questa è ancora peggio. No.

Disse Orfeo:  un patto stupido. Io ho tessuto di te le notti! Merito un’ultima occasione. Al che Euridice: così mi hai perso, già allora, e non da ieri. Da quando hai scelto di ascoltare solo la tua voce. Mi hai fatto più grande della vita, schiacciante, fuori di misura; ed è questo che vedo in te quando  mi guardi: nei tuoi occhi, una dea… quindi “per le potenze di cui sopra, io verrò con te se saprai condurmi fuori senza mai voltarti”. Orfeo accettò, ma poi fallì. Voleva tanto la sua musa…

Cazzo! IO VOGLIO che finisca bene! Anche se è brutto. Orfeo devo riuscire.

Il tunnel finisce, si vede già il primo verde, è fatta! Ce l’hai fatta, chiacchierone… dalla morte, il cui vero nome è separazione, alla grande luce del mattino. Che scioglie anche i tuoi canti e la bellezza ultraterrena… puoi voltarti adesso. Ma Orfeo sente le viscere contrarsi e dice: adesso, Euridice, cosa vedrei sotto il sole ragionevole? Io penso…

“tu sei pazzo”

…che amo questa trappola e vorrei che non finisse.

“no!”

perciò giunto alla soglia Orfeo si volta, torna indietro, e stretto tra poco e nulla lui sceglie tutto.”

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Il verme dei ghiacci

Come Borges, anche Elia Spallanzani sentì il bisogno di perpetrare un racconto alla Lovecraft. Purtroppo nel suo sublime dilettantismo il nostro non andò oltre l’incipit, che resta comunque memorabile e che vi riproponiamo nel 126simo anniversario della nascita (di Lovecraft, non del nostro).

“Il Verme dei ghiacci

in memoria

Dalla terra di Francesco Giuseppe sono quattrocento miglia fino alla prima catena: le montagne, alte sei chilometri, emergono per metà dall’altopiano di ghiaccio. Quando la temperatura scende a meno sessanta vedi sbucare qualche verme dei ghiacci. Il verme dei ghiacci è lungo quattro metri, largo quanto un braccio, colore del metallo brunito; non ha occhi, a che gli servirebbero, e la sua bocca ricorda una grattugia rivolta all’esterno. Poiché sulla superficie non vi è nulla che gli aggradi, emerge solo per errore: come le balene che si arenano; per un difetto del suo sonar o di altro strumento inconcepibile che gli permette le sicure traversate dei ghiacciai. Dietro di sé lascia cunicoli così numerosi che se la neve non fosse pressata, schiacciata dai millenni fino alla consistenza del quarzo, se così non fosse… crollerebbe in lastroni di chilometri, a seppellire le poche vite che si avventurano quassù.

Ma dietro i picchi della prima catena c’è un altro altopiano, questo a quota quindicimila piedi, e nel suo cuore c’è un’altra catena, le cui vette superano abbondantemente i nuvoli: trentacinquemila piedi, meno ottanta di temperatura, l’aria così rarefatta che nessuna creatura vi sopravvive: tranne il verme dei ghiacci. Quelli della seconda catena sono lunghi fino a dieci metri, larghi quanto una bombola del gas: di colore più chiaro, vicino all’argento, e per bocca nient’altro che un foro: i denti sono all’interno, lungo tutto il tubo digerente. Invece di strisciare questo verme si avvolge su sé stesso come le macchine tritaroccia del canale sotto la manica: dubito che abbia una mente: dubito addirittura che sia un animale.

Oltrepassata la seconda catena, appare un altro altopiano: immerso in una luce invariabile, è alto trentamila piedi; battuto da venti a trecentocinquanta chilometri all’ora, piatto come la volta di un cranio: al suo centro, finalmente, si innalza la terza catena, al cui confronto le altre due sembrano formicai. Cinquantamila piedi d’altezza, temperatura meno novanta, i bordi affilati come lame dalle correnti a getto, è in tutto simile a un pettine di ghiaccio: regolare, ultraterrena visione colorata d’azzurro: e nel suo ventre ricamano i vermi dei ghiacci: mostri larghi quanto betoniere, lunghi cinquanta e più metri, privi di bocca, di occhi, di pensiero, si torcono senza tregua allo scendere della notte.

Ma dietro queste montagne c’è un altro altopiano: al suo centro, un’altra catena, che lambisce la ionosfera: sulla sua cima, ridotti dalla lontananza, migliaia di fili trasparenti, tesi verso le stelle, anelanti.”

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Sospettare, sospettare sempre

Parlando di roba da mangiare, che poi è un argomento che non stanca, pubblichiamo parte di una delle ultime lettere di Spallanzani alla nipote Letizia.

“Cara Letizia, l’altra notte mi sono svegliato verso le quattro in preda all’inquietudine, mi sembrava di ricordare di aver fatto un sogno sgradevole che aveva a che fare con le etichette, ma i dettagli mi sfuggivano. Tanto per fare qualcosa mi sono alzato e sono andato in cucina, dove un gesto dopo l’altro ho finito per mettermi a mangiare dei biscotti del Mulino Bianco. Ti ricordi la pubblicità del piccolo mugnaio? Io per me l’ho sempre trovata frustrante. Comunque si trattava dei galletti, quelli quadrati, e mentre ne immergevo uno nel latte ho pensato alla frase “inzuppare il biscotto” e mi sono messo a ridere da solo, a lungo, sgangheratamente. C’era qualcosa di orrendo in quella risata da mentecatto e allora sempre per fare qualcosa mi sono messo a leggere l’etichetta dei biscotti, come faccio sempre.

A parte i dati nutrizionali, che tengo in gran conto, amo la lista degli ingredienti e mi sembra che leggendola il sapore dei biscotti migliori. Infatti mi sono sembrati subito più zuccherosi, direi addirittura più cristallini e sgranocchievoli, quando però mi è venuto un dubbio:  “ma questa etichetta, insomma, è sempre stata così?”. Sono già tanti anni che vendono i galletti, ci sarà pur stato qualche cambiamento nella ricetta o negli ingredienti, ma io come faccio a saperlo cara Letizia? Non posso mica fare il confronto con l’etichetta di un anno fa, o di cinque, e chi è che si conserverebbe l’etichetta dei biscotti per vedere se varia la composizione? Allora mi sono detto che avrei chiesto al negozio, ma poi mi è venuto in mente che un’informazione del genere non la sapranno, perché non importa a nessuno, o meglio importa eccome ma a gente che non ne discute in pubblico, et pour cause.

Ma il fatto che la composizione delle merci varia di nascosto mentre l’aspetto resta uguale, questa idea dico, un’idea molto semplice e banale, si è impadronita di me disordinatamente, si è estesa a tutti i settori dell’esistenza e in breve ha intossicato la mia visione della realtà: e per più preciso dire ha riattivato un pensiero che esisteva già latente, che forse è sempre esistito.  […]”

 

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Maschere oltre le persone

Ci è capitata sott’occhio una rivista destinata agli addetti della GDO, la grande distribuzione organizzata. L’ultima pagina è completamente occupata dalla pubblicità della Conad, che però qui assume la forma del proclama. Non ci sono immagini, salvo il logo, e dopo l’enorme slogan “persone oltre le cose” ci sono 2 colonne di testo. Si comincia spiegando che i prodotti in fondo sono tutti molto simili e che la differenza quindi la fanno le persone.

“E persona significa maschera, come ci ha insegnato il teatro antico; maschera, però, non indica il nascondersi ma, al contrario, il mostrarsi interpretando un ruolo”.

E vabbè. Ma non è finita, perché:

“Parola comune e preziosa allo stesso tempo, persona significa anche umanità che ha coscienza di sé”.

Questa seconda precisazione è già più impegnativa. A bene vedere si tratta di due significati molto diversi, forse anche in contraddizione tra loro, che però vengono uniti con scioltezza. Si comincia a capire che il pezzo è stato scritto da qualcuno che ha un’idea, o forse sarebbe meglio dire una visione, che vuole vendere.

“Scavando dunque all’interno di un termine ricco come un frutto generoso e raro, il socio-imprenditore ritrova per intero la propria essenza che unisce la persona al professionista, la coscienza alla missione verso gli altri”.

Quest’altro passaggio contiene delle difficoltà. Se la persona è coscienza e teatro, pare di capire che allora la “missione verso gli altri” sarà il teatro. Questo è importante e ci torneremo. Nel frattempo bisogna anche dire che “missione” è uno dei termini più abusati nella pubblicità destinata agli addetti ai lavori. Viene dal lessico anglosassone, il lavoro come “chiamata”, “missione” eccetera eccetera, residuo verbale dell’interpretazione di Weber. Nel nostro linguaggio era quasi assente e forse la cosa che le si avvicina di più era “ufficio“, che stava a metà tra burocrazia e liturgia. Comunque è notevole il fatto che il socio-imprenditore possa ritrovare la sua essenza, che è altro termine al confine tra scolastica e newage.

A questo punto c’è un’altra affermazione impegnativa:

“La contrapposizione classica e sterile tra chi vende e chi compra è superata: in Conad, chi vende e chi compra sono due persone che camminano serenamente fianco a fianco e vanno avanti insieme”.

Non è certo la prima volta che le catene di venditori cercano di rappresentare una sostanziale alleanza con i consumatori. Le cooperative hanno ripetuto per anni che “la Coop sei tu”, e in quel caso era parzialmente vero, visto che gli acquirenti sono soci. Con la Conad si va anche oltre, non serve nemmeno essere soci per camminare serenamente a fianco al venditore. E’ già tutto nella natura del sistema.

“Domanda e offerta sono due facce della stessa moneta, una moneta che ha grande valore nel contrastare la crescente erosione del potere d’acquisto”.

Qui l’autore è stato un po’ meno felice. La “moneta” di cui parla dovrebbe essere il fenomeno economico in genere, di cui domanda e offerta sono effettivamente due facce: ma con un eccesso di concentrazione l’intera economia diventa “economia” nel senso limitato di “risparmio” e la metafora appare goffa, se non ingannevole. Il seguito conferma questo scivolare dalla tesi alla pubblicità:

“Quando i clienti di Conad vanno al supermercato per comprare “delle cose”, è proprio dalle persone di Conad che si aspettano di più: un frammento di discorso non convenzionale, un sorriso non di circostanza, una presa di posizione rispetto a come gira il mondo”.

Quindi, a quanto sembra di capire, la persona-maschera dovrebbe apparire spontanea, persino emotivamente coinvolta. Il ruolo da assumere perciò è quello del sincero, che è anche l’inevitabile derivato della contraddizione iniziale. In cosa dovrebbe poi consistere la “presa di posizione rispetto a come gira il mondo”? Nel rifiuto della sterile contrapposizione tra venditore e compratore, immaginiamo, e anche nella difesa del potere di acquisto. Messa così la predica (che ripetiamo è destinata ai venditori, non agli acquirenti) comincia ad assumere l’aspetto inequivocabile della menzogna. E in questo è sincera: il venditore deve prendere coscienza di essere venditore e quindi indossare la maschera del cliente.

L’ultima parte è più tradizionale:

“Oltre la soglia di ogni Conad c’è tutto un mondo da scoprire, dove la qualità e la garanzia dei controlli hanno un nome e un cognome”.

Anche questo, in effetti, è quasi completamente falso, perché i controlli sulle merci non li fanno certo gli addetti alla vendita. Non li fa nemmeno la stessa Conad, tranne forse che sui prodotti a suo marchio, che sono una piccola frazione del totale. Tuttavia è coerente (e non nuovo) metterla su questo piano.

“Chi varca la soglia trova ad attenderlo persone autentiche e disponibili, persone capaci di dare un senso a ciò che si vende e a ciò che non ha prezzo”.

Di nuovo la maschera è quella dell’autenticità, e ci si allontana di nuovo dal classico richiamo ai prezzi bassi. Perché Conad sa bene che i prodotti sono effettivamente tutti simili e che la guerra dei prezzi al ribasso è sempre distruttiva, quindi deve puntare su qualcosa che non sia il prezzo: ma tolto il prezzo e la merce, resta solo chi la vende. Che diventa anche lui merce.

Conad, grazie a una pubblicità televisiva abile e di grande successo basata proprio su questi principi, riesce a vendere le persone che vendono, e trasformandole in merce utilizza gli stessi strumenti che si usano per rendere appetibili i prodotti: il venditore non è quindi solo bello e piacevole, ma anche genuino come un pomodoro, e salutare addirittura. La sua maschera svela davvero la sua essenza, che è quella di merce, e forse lo è sempre stata. Questo processo non è nemmeno nascosto ma viene anzi esibito, lo scopo dichiarato, il metodo insegnato. In sintesi, si tratta di scrivere sulla merce “questa non è una merce”. Non stupisce che funzioni.

P.S. Tutti coloro cui abbiamo fatto questo discorso ci hanno risposto in due soli modi: 1) è cervellotico e insensato; 2) è assolutamente banale. Queste due categorie di consumatori (gli ingenui e i consapevoli, potremmo dire) continuano serenamente ad appassionarsi alla telenovelas del venditore di bell’aspetto e di sua moglie. Si può forse dedurne che la migliore illusione è quella che funziona anche quando scoperta.

P.P.S. Questo post è stato trattato con CIF LUCIDA ANALISI.

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Devilman e la guerra santa

Gli attentati delle ultime settimane ci hanno fatto tornare in mente Devilman. Chi ha la nostra età ricorderà le polemiche sul cartone, che conteneva scene violente (per l’epoca) e una morale discutibile, sebbene non nuova. Gli episodi di Devilman erano tutti sostanzialmente uguali, come  accade per questa forma di intrattenimento: si vedeva qualche scorcio di vita comune, Akira che faceva lo scorbutico o l’innamorato, poi appariva un demone che uccideva della gente in maniera inventiva e sanguinaria e poi appariva Devilman, che uccideva il demone in maniera altrettanto violenta e sanguinaria. Uguale la puntata successiva.

Ogni tanto veniva da chiedersi come mai il demone non attaccasse direttamente Devilman, visto che quello era il suo obiettivo principale, e si soffermasse invece a uccidere gente che non c’entrava niente. Alcuni adulti ci vedevano una forma di indugio pornografico e in realtà avevano ragione. Uno degli scopi del cartone era mostrare la violenza in sé, così attraente e pornografica, e poi comunque bisognava concentrare sul demone l’odio dello spettatore, in modo che la sua punizione risultasse più soddisfacente.

Puntata dopo puntata, i demoni sbucati dal nulla uccidevano decine e centinaia di persone senza avvicinarsi nemmeno di un millimetro ai loro grandi obiettivi, che erano eliminare Devilman e conquistare il mondo. Da un punto di vista economico il loro sforzo era demenziale, perché continuavano a sacrificare a uno a uno i loro soldati senza mai riuscire a sferrare un attacco decisivo. Il terrore causato dai demoni, che mangiavano le persone o le scioglievano nell’acido o le riducevano a brandelli, risultava del tutto annullato nell’episodio successivo: come se nulla fosse accaduto, la gente comune riprendeva le sue attività e Akira ricominciava a fare lo scorbutico e l’amoroso litigarello.

A questo punto è evidente che gli attentati terroristici non sono altro che una riedizione di Devilman, ma con una notevole differenza: mentre ormai l’attentato viene mostrato quasi in diretta, la punizione dei terroristi non viene trasmessa.

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Da centinaia di telecamere e migliaia di telefonini riceviamo le immagini di persone inermi schiacciate sotto le ruote di un camion, saltate in aria o prese a pistolettate, ma non vediamo mai la polizia che crivella di colpi l’attentatore, o il momento del suo suicidio (a meno che questo non coincida con l’azione omicidiaria). Le immagini della punizione, che probabilmente esistono, non sono nella disponibilità dei privati ma delle forze dell’ordine, che per un malinteso senso del pudore (o per timore delle reazioni dei sentimentali e dei nemici cronici della polizia) non le mostrano.

Gli attentatori non riescono a conquistare il mondo e nemmeno a uccidere i difensori dell’occidente e continuano a mandare uno o due demoni alla volta, che uccidono un po’ a casaccio e poi si uccidono o vengono abbattuti (il termine, ormai molto frequente, è indicativo: è un po’ burocratico, si usa per i cani malati e per le mucche. Probabilmente il suo utilizzo ha più motivazioni, anche contraddittorie, ma questo richiederebbe un articolo a parte). Dopo ogni attentato, che in teoria dovrebbe sconvolgere le nostre vite come l’attacco di un demone, la routine riprende quasi uguale a prima, fino al prossimo attentato.

Quasi. Perché la differenza tra il cartone e la realtà è che il primo ha ancora una funzione catartica, carica il nemico di obbrobrio e poi ne mostra in dettaglio la punizione e la morte, mentre lo spettacolo dell’attentato si ferma alla prima parte. E in questo modo non risulta soddisfacente e tranquillizzante come il cartone, il che è una grave pecca nell’organizzazione della società. Lo stato dovrebbe capire che alla gente non basta la notizia rassicurante che il terrorista è stato “neutralizzato”: perché possa sentire davvero sollievo è necessario che lo veda preso e ucciso nella maniera più cruenta possibile. L’immagine della morte non è controbilanciata dalla descrizione della morte: ad immagine deve corrispondere immagine, il cartone deve andare avanti secondo le antiche regole del genere e non può essere censurato (tra l’altro solo in parte) per sciocchi pregiudizi moralistici.

Quindi, se è impossibile evitare la diffusione di scene atroci come l’assassinio di decine di persone inermi, diventa però necessario mostrare anche l’uccisione dei mostri. In caso contrario l’attacco dei demoni rischia di non essere dimenticato fino al prossimo episodio, ma di accumularsi ai precedenti e successivi, generando nello spettatore un desiderio di violenza sempre più forte e forse incontrollabile. Se l’orrore viene scaricato volta per volta, la società (di Devilman e la nostra) può andare avanti tranquillamente, mentre se si accumula prima o poi spingerà la gente alla disperazione o scoppierà con una forza inaspettata. E allora non sarà più sufficiente a saldare il conto mostrare la morte di un terrorista: ci vorrà molto più sangue.

Lo spettacolo del terrorismo, come ogni spettacolo, può non essere dirompente ma anzi precisamente funzionale al mantenimento dello status quo: perché ciò avvenga, però, deve svolgersi secondo le regole dello spettacolo.

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Il molare della fava

Ormai è difficile trovare lettori se non si menzionano pokemon o immigrati, o almeno femminicidi. Essendo impreparati su quest’ultimo argomento, e non volendo diffondere ulteriormente il primo, siamo andati a recuperare un vecchio raccontino buffo del Nostro, scritto probabilmente pochi mesi prima del sua decesso (è noto che l’umorismo è affine alla morte). Parla appunto di immigrazione ma si vede che è stato scritto in tempi più innocenti.

“Nel 1986 Abù Abib raggiunse fortunosamente le coste italiane e si diede all’accattonaggio. Nel 1993 aveva conquistato un posto di lavavetri al semaforo della stazione, ma nel 1996 la sua fortuna si esaurì e fu fermato dalla polizia a bordo di un motociclo sospetto, per non dire rubato, ridipinto, truccato e incendiato, e poi di nuovo ridipinto. In quella si scoprì che Abù Abib era senza libretto, marmitta, targa, freni ed assicurazione, e che era stato già fermato altre sette volte ed espulso dal patrio suolo: si scoprì inoltre, cosa ti vanno a scoprire, che l’uomo era solito regalare false generalità: e così era stato Abì Abù a Torino, Abel Abà a Fregene, Babù Babèl a Capri, et cætera. Tutta queste persone risultavano comunque espulse da anni.

Tratto a giudizio direttissimo, gli fu assegnato un legale d’ufficio. Quest’uomo annoiato sostenne con ogni verosimiglianza che il motorino circolava sì senza assicurazione, ma di questo non si poteva incolpare Abù, Abì, Abèl, o comunque si chiamasse, in quanto è chiaro che nessuna compagnia avrebbe mai assicurato un motorino rubato. La colpa era quindi del governo.
Quanto alle false generalità, l’avvocato spergiurò che Abì non era bugiardo ma solo ignorante, e che in particolare lo confondevano le vocali, dacché la sua lingua gutturaloide ne faceva a meno.
Gli fecero notare che il suo assistito aveva comunque sul groppone sette decreti di espulsione, ma il legale replicò che si trattava di un caso di forza maggiore. Disse: signori! il mio assistito è zoppo! come volete che raggiunga il confine, uno zoppo?

L’aula come di costume era vuota: c’erano solo il giudice, il pm, due poliziotti in borghese e l’addetta alla registrazione. tutti però guardarono Abù, che zoppicava vistosamente. E veramente era zoppo: zoppo quanto lo può essere un uomo! Da quando una strana malattia gli aveva ristretto la gamba destra, che adesso era due centimetri più corta dell’altra.
Il piemme mugugnò che prove non ce n’erano, che insomma era una farsa, che poteva fingere e rattrappire a bella posta la gamba, che ci volevano dei documenti. Il giudice non convalidò l’arresto ma rinviò l’udienza alla settimana successiva.

Abù uscì dall’aula tutto lieto. Non aveva capito molto dell’intera vicenda e credeva che l’avvocato d’ufficio fosse il console del Marocco: gli si rivolse quindi nel suo dialetto tribale. Ma l’avvocato aveva altro a cui pensare: alla prossima udienza non sarebbe andata così liscia. Restava il problema di dimostrare legalmente che lo zoppo era zoppo.
Per un italiano sarebbe bastato andare da un medico, ma Abù era senza documenti e nullatenente, e non parlava una parola di italiano. Il suo legale capì la gravità della situazione e propose di investirlo con la macchina. Poi l’avrebbe trascinato al pronto soccorso, dove una lastra gliela dovevano fare per forza. Abù non capì e rispose toccandosi il petto e la fronte, gesto che di solito bastava a far contenti gli italiani.
L’avvocato lo accompagnò allora sul posto di lavoro, nella speranza di ricevere in pagamento almeno un diecimilalire o una musicassetta pirata, ma Abù non se ne diede per inteso, scese dalla macchina e salameleccò di nuovo. Il legale stava quindi per mandare ad effetto il suo proposito, ma non ci fu bisogno di arrivare a tanto: appena tornati al semaforo, certi concittadini di Abù lo assalirono senza ragione a pugni e a schiaffi, e l’ambulanza ci volle davvero.

All’ospedale però il medico si rifiutò di attestare che o zoppo zoppicava perché, a suo dire, il paziente non era in grado di spiegare come mai zoppicasse; ed era la sacrosanta verità, in quanto Abù non parlava italiano.
Dio mio, ma zoppica! lo vede chiunque che zoppica! fategli delle lastre, disse l’avvocato. Ma quel giorno l’apparecchio non funzionava, o il personale era in agitazione, o viceversa. Il medico di turno si limitò a scrivere nel referto che il paziente era non normo ambulante per causa idiopatica, id est, ignota.

A stento rattoppato, Abù uscì dall’ospedale rollando e beccheggiando come il migliore dei carretti siciliani e si riavviò lemme lemme al suo semaforo: da anni per lui la vita si riduceva al frastuono dei clacson interrotto da poche ore di oblio: l’idea di finire in galera, espulso o persino cadavere, non gli faceva né caldo né freddo: pensava anche che il palazzo di giustizia fosse la casa del Re d’Italia, che ogni tanto lo mandava a chiamare per sapere se era contento.

L’avvocato in cuor suo schiumava dalla rabbia: non per la sorte di Abù, di cui gli importava meno di niente, ma per il dispetto di non riuscire ad ottenere il documento giustificativo. Decise quindi di andare in fondo alla faccenda e tornò all’originario proposito di inscenare un investimento: in retromarcia, a cinque chilometri all’ora, toccò appena il posteriore di Abì e si diede a urlare come un ossesso “mio dio l’ho ucciso!”. Di nuovo l’ambulanza, di nuovo l’ospedale: qui tutti i medici concordarono che la gamba destra era malconcia: probabilmente il forestiero sarebbe rimasto zoppo a vita: ma non era detta l’ultima parola!

Come? disse l’avvocato paonazzo in volto. Come rimarrà zoppo? lo era già, zoppo! Ma non lo vedete che ha una gamba più corta dell’altra? non l’ho mica azzoppato io!

I medici convennero che per essere una frattura fresca si era rimarginata in fretta, ma per sapere come stavano le cose sarebbero servite delle lastre. Senonché la macchina… e il personale… trascorse così una settimana e giunse di nuovo il giorno dell’udienza: il giudice era stato trasferito, il piemme era andato in pensione, i poliziotti in borghese borgheseggiavano chissà dove sulle orme di fantomatici Abì e Babì, più in generale nessuno si ricordava della vicenda. Fu di nuovo tirata in ballo la storia dell’assicurazione, poi quella delle vocali. Alla fine, giusto per chiarirsi meglio le idee, il giudice rinviò l’udienza alla settimana successiva, fermo restando che la palese zoppìa andava rigorosamente dimostrata.

Da allora nulla è cambiato. Le udienze e i ricoveri si susseguono senza sosta, in un vortice di nuovo e agitato personale. Non c’è mai lo stesso giudice, mai lo stesso medico. Il fascicolo si gonfia di carte reticenti che nessuno legge, la macchina delle radiografie continua a disfunzionare, l’avvocato di Abì gli ha regalato una scarpa col rialzo.”

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Da cosa nasce l’odio del nostro inviato per il turismo? Nel suo taccuino, buttato come al solito in mezzo a cose che non c’entrano nulla, un breve flashback rivelatore. Dobbiamo supporre che sia stato scritto a Marrakech, quando era già preda dell’allucinazione.

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E dove hanno fatto il deserto**

Nel 1843 Joseph T. Arnaud raggiunge Marib, l’antica capitale del regno di Saba nel sud dello Yemen. Difficile crederlo, ma fu uno dei primi occidentali ad arrivarci. Lo Yemen era ancora in parte sconosciuto e Arnaud cercava le iscrizioni della civiltà che ha preceduto la conquista islamica. Cercava anche il palazzo della Regina di Saba, la figlia dei jinn coi piedi caprini che portò doni a Salomone, e che con tutta probabilità non è mai esistita. Nel 2008 alcuni archeologi hanno sostenuto di aver trovato il suo palazzo, ma in Etiopia. Incidentalmente, il figlio di Salomone e della regina, Menelik I imperatore d’Etiopia, avrebbe trafugato l’Arca dell’Alleanza. Come si vede materiale leggendario ce n’era in abbondanza, ma Arnaud si attiene ai fatti. Il suo “Viaggio nel regno della regina di Saba” non è, contrariamente a quel che cercarono di far credere Dumas e Malraux, un resoconto avventuroso, anzi non fa nessuna concessione al colore e smorza i toni.

In maniera pacata e anche un po’ noiosa, Arnaud elenca minuziosamente le tappe, le distanze, i tempi di marcia, fa rilievi, misura i resti della grande diga* che costituiva la ricchezza del paese. Racconta le minacce ed angherie che ha subito dalle popolazioni locali e i piccoli sotterfugi per non farsi  riconoscere come infedele. Più di tutto, lo infastidiva il continuo interrogatorio sulle sue origini, sul suo modo di pregare, sui suoi scopi. I locali trovavano inverosimile che fosse lì a ricopiare iscrizioni di cui non capivano il significato e il valore: secondo loro doveva essere una sorta di stregone o un cercatore di tesori (che poi, ironia della sorte, furono trovati davvero, ma non da Arnaud).

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Si direbbe che nutrisse un certo prudente e salutare disprezzo per gli Yemeniti*** e i beduini. Quando cercano di fargli recitare la professione di fede se la cava così:

<<… mi disse imperiosamente: “Di’: la ilah ill’a allah, wa mohammed rasoûl allah“. Non volendo ripetere esattamente le due ultime parole di questa formula, sostituii loro una volgare ingiuria in francese, che aveva pressapoco lo stesso suono. Parve soddisfatto e mi lasciò continuare le mie ricerche in perfetta libertà, dicendo ad alta voce: “Non ci sono più dubbi, è musulmano, è musulmano”>>.

Altro elemento che ce lo rende simpatico è la sua descrizione della città di Sana’a, quella che Pasolini si accanirà a celebrare e che invece a un cronista del 19simo secolo appariva poco più di un mucchio di fango.

Arnaud quindi è forse uno degli ultimi viaggiatori, categoria già morente e che sarà a breve sostituita da quella più comune e deleteria del turista. A differenza del turista non è entusiasta, non cerca il pittoresco e non si fa illusioni sulla natura dei locali. Sa bene che non è amato o compreso, che è lì per prendere qualcosa e rischia anche la vita. Per Arnaud la cammellata non è un’attrazione ma una ripugnante necessità, come del resto per i suoi ospiti, che capisce meglio di molti turisti. Temendo di essere rapito o ucciso, non porta con sé denaro e si affretta a dirlo in giro. Ciò nonostante, come il turista è costretto a pagare.

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La sua figura ci è tornata in mente per contrasto dopo l’ultimo attentato a Nizza. Gli esperti stanno ancora discutendo sul ruolo degli integralisti, ma possiamo prescindere dal problema: se questo mentecatto non era un estremista di sicuro lo sarà il prossimo. Quasi tutti gli editorialisti hanno colto l’occasione per ripetere che il terrorismo islamico è una forma di provocazione, che mira a suscitare reazioni violente e smodate. Non dobbiamo cadere nella trappola: sarebbe un vantaggio per gli integralisti, perché qualsiasi rappresaglia occidentale rafforzerebbe l’odio dei diseredati e quindi la forza dei terroristi.

Spesso hanno aggiunto che una reazione di fatto è impossibile, perché non si possono colpire bersagli che si mimetizzano tra i comuni cittadini e non si sa nemmeno dove sono. Atti esemplari e terrificanti sarebbero anche inutili, perché non si può spaventare gente pronta al martirio. Pare che l’unica cosa da fare sia emanare leggi più restrittive e aumentare la polizia in giro: ma nemmeno questo si può fare, perché ridurre le nostre libertà sarebbe un altro favore fatto ai terroristi. Il discorso, costantemente ripetuto dopo ogni attentato e autonobilitato col nome di “analisi”, ha conferito al terrorismo una certa aura di invisibilità e invincibilità, che poi doveva essere anche quello uno degli scopi dei terroristi.

Confessiamo che molti di questi discorsi ci sembrano dettati più da una forma di masochismo (a volte inconsapevole, altre compiaciuto) che dall’analisi della realtà*****. Ci siamo chiesti che sarebbe accaduto proponendo di reagire al terrore col terrore****, e la risposta è stata più o meno quella che immaginavamo: quasi tutti ci hanno accusato di trollare o ci hanno semplicemente insultato. Paradossalmente, la sola ipotesi di una reazione violenta fa scattare nell’italiano scolarizzato una reazione violenta. L’automatismo mentale è pressoché perfetto: proposta di reazione violenta = trollaggio, pazzia o nazismo.

I più sensati ci hanno fatto notare che colpire la Siria servirebbe a poco contro dei terroristi che sono cittadini europei, e che servirebbe ancora meno contro dei folli. Questo in parte è vero, ma i terroristi non sono tutti folli, e in seguito si potrà valutare se adottare misure terroristiche anche contro i terroristi nostrani, ad esempio fucilando le loro famiglie.

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Ma mentre facevamo questa proposta atroce ci è venuto in mente Arnaud, e il confronto tra la figura del viaggiatore e quella del turista, e ci siamo accorti che molte delle vittime del terrorismo sono turisti, o gli somigliano. I turisti di solito amano pensare a sé stessi come a persone libere, cosmopolite, rispettose della diversità, curiose dell’esotico, sensibili all’autentico, e si propongono di agire in modo etico, responsabile, sostenibile. La loro ideologia è perfettamente analoga al progressismo, ed è altrettanto falsa. Di fatto, sono notoriamente dei semplici consumatori, e anche i più dannosi. Più in generale, tutta la nostra società somiglia sempre più a un gruppo di turisti: ricchi, molli, indifesi, entusiasti, ignoranti, voraci, frettolosi, accomodanti e foderati da un sentimentalismo ipocrita che gli permette di piangere sulla povertà dei popoli che affamano.

Ai locali questi turisti devono apparire per forza dei provocatori.

Serenamente esposti in aereoporti e luoghi di ristoro, su passeggiate panoramiche e nei musei, gli europei sono una vera e propria sfida per qualsiasi fanatico, religioso o meno. E loro, gli sciocchi telintesta, sono cascati nella trappola e hanno reagito smodatamente, uccidendo qualche centinaio di persone. Ma loro non hanno i nostri intelligenti editorialisti e quindi non hanno capito che così fanno il nostro gioco!

I turisti si comportano come avanguardie, come Gandhiani inconsapevoli. La loro non violenza è attiva e provocatoria, per fini che ignorano. Diventano loro malgrado martiri della nostra ideologia e così vengono celebrati. Dopo ogni attentato le foto delle vittime, esposte come quelle dei kamikaze islamici, alimentano lacrime e lunghe rivendicazioni della necessità di difendere il nostro stile di vita: e i nostri valori, che non ci permetto reazioni criminali né restrizioni della libertà, mentre ci consentono di distruggere le altre economie e culture. Per salvarci la coscienza bisogna che qualcuno continui a farsi ammazzare a piccole dosi, e anche questa è una forma di fanatismo.

Perciò i terrorizzati finiscono per apparire a loro volta dei suicidi, che vanno nudi a farsi sparare per non violare i loro valori e invece di portare bombe diffondono il ben più pericoloso germe della disgregazione. Infatti le culture invase dai turisti non piangono morti, forse, ma il loro sistema di vita viene messo radicalmente in discussione. Ed è evidente chi sarà il vincitore di questa lotta: saremo noi.

Del resto, mettersi contro il turismo è la mossa più sciocca che si può fare. Basta guardare i dati per accorgersi che tutte le bombe del mondo non riescono a frenarlo: dopo un piccolo calo il flusso riprende più forte di prima. Forse gli islamici pensano che siamo davvero dei pazzi a continuare a rischiare la vita per andargli a insegnare il libertinaggio e la cucina malsana.

In definitiva, non serve bombardare e sterminare, basta rovesciare continuamente le interpretazioni e assecondare il masochismo, che si nasconde in genere sotto il nome di ironia. Ogni attentato finisce per rafforzare la chiesa laica dei valori occidentali, come le persecuzioni rafforzavano il cristianesimo. Qualcosa di simile vale anche per l’America. Anche se ci consideriamo evoluti, tutti dobbiamo fare dei sacrifici: gli americani possono sacrificare centinaia di vite all’anno al mito della frontiera: noi a quello del turista.

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* si diceva che la grande diga di Marib fosse stata distrutta dai Romani, in uno dei non rari accessi di furia che li prendevano di fronte alla scostumatezza (la diaspora, gli eccidi in Gallia, in Inghilterra, in Germania etc. I Romani promuovevano sì l’integrazione, ma non rinunciavano ogni tanto allo sterminio, forse perché non riflettevano abbastanza da sentirsi impotenti). In effetti oggi prevale l’idea che all’arrivo dei Romani la diga fosse già stata abbandonata perché i cambiamenti climatici stavano peggiorando la desertificazione. Forse fu distrutta dagli stessi invasi, proprio per privare i Romani dell’acqua.

** la frase originale dice “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Benché il senso sia quello, “solitudine” non è orrendo come deserto.

*** formalmente oggi lo Yemen è una democrazia. Il presidente ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāliḥ ha vinto le ultime elezioni con il 96,3% dei voti.

**** più in dettaglio, la proposta sarebbe di reagire a ogni attentato con un bombardamento a tappeto di un villaggio o cittadina a caso, di dimensioni compatibili con la scala di rappresaglia scelta (almeno 100 a 1). Bisognerebbe dare all’evento il massimo risalto mediatico, visto che i terroristi non sono intelligenti come noi che amplifichiamo l’effetto terrorizzante. La dimostrazione dovrebbe essere fatta senza risparmio. Non basta distruggere le case e uccidere la gente: non deve restare nemmeno un mattone. Dovrebbe apparire come un castigo biblico, che è più comprensibile. Il potere dell’aviazione è senza paragoni, esistono già bombe capaci di scavare un cratere di duecento metri, quindi basterebbero quaranta-cinquanta aerei per volta. Si avrà cura di evidenziare che non c’è alcun limite alla distruzione che possiamo provocare. Nel prevedibile caso di diffusione di immagini strazianti di vittime civili, non bisogna minimizzare né cercare giustificazioni. L’atto dovrebbe essere presentato esplicitamente come un’atrocità, di cui tutti siamo consapevoli e responsabili. Del resto, col nostro tenore di vita causiamo già la morte di milioni di persone ogni anno. Rendere questa violenza visibile anche a noi stessi non è l’ultimo degli scopi della dimostrazione.

***** ricorsione: in seguito all’attentato i nostri lucidi analisti ipotizzano che i terroristi vogliano scatenare la reazione della destra estremista, che dovrebbe mettersi ad ammazzare gli immigrati provocando una guerra civile. Ma a parte che negli ultimi mesi in Francia si è parlato di rischio di guerra civile a seguito della riforma del mercato del lavoro e anche a causa di episodi di violenza sulle donne, resta il fatto che il meccanismo della provocazione evocato dagli analisti funziona anche troppo, e spiega anche troppo. Infatti se i fascisti si mettessero a uccidere gli immigrati potrebbero farlo solo nelle forme del terrorismo, cioè con azioni provocatorie. A questo punto gli immigrati dovrebbero avere i loro lucidi commentatori che li invitano a non reagire per evitare di dare ai fascisti una scusa in più per perseguitarli. E quindi la parte sveglia della popolazione immigrata si troverebbe sulle stesse posizioni della parte sveglia dei francesi: l’unica reazione possibile è non reagire. E quindi niente guerra civile.

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Tutto è vecchio per i vecchi

“Cos’è l’universo in confronto all’Occhio che lo guarda?”
Thulsa Doom

La tendenza a trovare tutto obs è debilitante come il caldo ed è uno dei primi segni di vecchiaia, però non riusciamo proprio ad entusiasmarci per il nuovo gioco dei pokemon a realtà aumentata: cose simili esistono da almeno dieci anni e sono state realizzate anche in maniera più fine. Parliamo piuttosto del vecchio: del noto rapporto fantascienza-religione. Ci sono tornati in mente due racconti, Il disco si posò di Buzzati e Dei Mortali di O. S. Card, che trattano il problema degli alieni e del peccato originale.

Che a sua volta era già obs perché affrontato secoli prima per i selvaggi: ci si chiedeva se avessero un’anima e, in caso positivo, se partecipassero della caduta. Era frequente la tesi negativa: quando Colombo vide gli Haitiani li giudicò parzialmente immuni dal peccato originale, tanto erano felici e longevi. Credeva infatti di trovarsi nei pressi del paradiso terrestre (e non ne traeva le logiche conclusioni, perché sarebbe stato comunque vuoto) e che gli effetti del primo errore lì fossero meno forti.

Scoperte le nequizie dei selvaggi, fu tempo di attribuire l’innocenza agli abitanti di altri pianeti. Però si riponeva il problema: la caduta riguardava anche loro o il padreterno aveva un curioso senso della giustizia e tentò solo gli umani? Se la mela ha dannato tutto l’universo, vale anche per la redenzione portata da Gristo? Il figlio di dio si è manifestato solo sulla terra in una sorta di “liberi tutti” o ci sono stati tanti Cristi, incarnati sui vari pianeti, perseguitati e crocifissi per la salute degli alieni? Se così fosse, su pianeti con abitanti a quattro braccia il relativo Cristo sarà stato appeso a un asterisco?

Immaginare che la crocifissione si fosse ripetuta molte volte, forse infinite volte, richiamava subito alla mente l’eresia degli Anulari; considerarla un fatto unico e irripetibile (tutt’ora la tesi ufficiale) non significava escludere i popoli della luna dalla salvezza, o almeno dalla conoscenza del loro salvatore? (e per questo, in verità, sarebbe bastato il limbo).

Spesso queste domande venivano poste più che altro per ridicolizzare l’interpretazione letterale dei testi sacri (che già quasi nessun vero credente praticava più, ma questo è un vizio degli illuministi passati e presenti: farsi beffe di ciò in cui nessuno crede), eppure erano domande non facili. I filosofi non erano d’accordo: Guillaume de Vorilong pensava che una crocifissione bastasse per salvare infiniti mondi, mentre Melantone negava l’esistenza di più mondi proprio perché erano inconcepibili più resurrezioni. Campanella riteneva gli alieni privi di peccato perché non erano nati da Adamo. Anche Leibniz si occupò brevemente del problema. Che la questione non sia del tutto oziosa è provato dal suo ritorno nei racconti di fantascienza.

Ne “Il Disco si posò” un prete di campagna cerca di catechizzare gli alieni, ma scopre che vivono ancora nello stato primitivo di purezza perché non hanno mai mangiato il frutto dell’albero della conoscenza (quindi ci sono molti paradisi terrestri). Ciò non li ha resi migliori, perché senza peccato non hanno bisogno di chiedere perdono e di rivolgersi a Dio. Non hanno ricevuto il dubbio dono della colpa e la loro spocchia, che incidentalmente somiglia a quella dei radicali e dei tecnocrati, fa infuriare il prete.

In “Dei Mortali” la situazione di partenza è in parte simile e in parte rovesciata. Questi alieni poco entusiasmanti vengono sulla terra e in cambio della loro tecnologia (che non include i viaggi iperluminali) chiedono solo di poter costruire delle chiese. Un vecchio rabbioso (come il prete) gli chiede perché lo fanno e loro rispondono che sono venuti ad adorare gli uomini: perché tutte le creature dell’universo sono immortali, tranne noi. L’evoluzione, sostengono, porta necessariamente a forme di vita in grado di riprodursi perfettamente, conservando tutta la memoria del passato. Solo gli uomini, per chissà quale caso, muoiono e spariscono. Ogni uomo quindi è unico e finito e il suo sforzo disperato sorprende gli alieni e li commuove.

Anche se non viene menzionato il peccato, è noto che mangiando la mela Adamo ha guadagnato anche la morte e quindi la necessità di portare la sua memoria fuori di sè, andando oltre il gioco meccanico del DNA. Perciò come la memoria viene dalla vergogna, così la scrittura viene dal peccato e dalla morte, anzi alla scrittura si applica molto più giustamente ciò che è stato detto del puerile cinema, e cioè che è la morte nel suo farsi.

P.S. Molti hanno pensato che il male riguardi solo la terra. Voltaire, forse nel dizionario filosofico, riporta o inventa la favola indiana dei due esseri primordiali che si nutrivano di ambrosia ed espellevano i residui dalla pelle, finché un giorno non vollero provare un biscotto: che però non era etereo e quando i due chiesero a Dio dove fosse il luogo di decenza gli fu indicato un pianetino alla periferia dell’universo: ma dopo essersi sgravati i due non riuscirono più a lasciarlo. Anche in “Lontano dal pianeta silenzioso” il Male è solo cosa nostra e la terra è governata dall’angelo caduto (come pensavano gli gnostici). Pascoli, nel suo delicato frignare, la chiama atomo opaco del male. Etc.

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teH Phez, l’ennesima digressione

Abbiamo lasciato il nostro uomo davanti all’aeroporto di Fiumicino. A questo punto nel taccuino mancano alcune pagine, presumibilmente strappate dallo stesso autore, e poi c’è un brano ancora più eccentrico del solito, che forse è un riepilogo del film trasmesso durante il volo a Marrakech. Siamo stati a lungo in dubbio sul se integrare la lacuna in base ai pochi scarabocchi rimasti sul margine sinistro dei fogli strappati. Da questi, però, sembra emergere una crescente identificazione dell’autore con Giesù Cristo. Pieni di dubbi, riteniamo che per ora sia più prudente limitarci alla copia del testo.

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Dell’uso delle virgolette in alcune riviste femminili (seguito da uno scritto dell’Elia)

La Fondazione legge avidamente le riviste abbandonate nelle sale d’aspetto, convinta che in esse si celi la Uita Uera. Questa settimana ce n’è capitata una dedicata alla casa e abbiamo notato per l’ennesima volta l’uso singolare delle virgolette, che è indice di un più vasto disagio. In queste riviste le virgolette appaiono quasi in tutti gli articoli e spesso più volte per pagina. Basta aprire a caso (numero di luglio 2016) e si legge:

<<Nello spirito zen le ciotoline dovevano essere semplici, naturali e “povere”.>>

La notizia è pregevole, ma perché le virgolette? Giriamo pagina e c’è un metodo per scolpire dei pescetti di argilla. Al punto 6 si legge <<con una punta “tagliamo” la bocca>>, e alla pagina dopo: <<Ora l’oggetto ci è tornato “cotto” […] solo alcuni colori “metallici” sono specifici da raku>>.

La cosa singolare è che sia “tagliamo” che “cotto” che “metallici” sono termini normali e appropriati (la bocca viene effettivamente tagliata, il pescetto viene davvero cotto, il colore è proprio metallico), per cui in questi casi le virgolette non hanno la funzione di “mettere tra virgolette” un termine il cui uso è metaforico. Allora si tratta forse di una specie di sottolineatura? Con le virgolette le autrici volevano dare enfasi a questi termini? Ma a parte l’improprietà dell’uso, cosa c’è da sottolineare in questi termini?

Apriamo ancora a caso la rivista e leggiamo:

<<Ora la cartapesta si compera “già fatta” […] bisogna preparare quel che ci servirà “dopo” […] apprestiamo un “vassoio” in metallo […]  ed eccola al lavoro sulle sue “piastrelle” […] maggiore è l’ “affondo” dei fiori e dei gambi nella creta, migliore è il risultato […]  scegliete il motivo, ricalcatelo e coloratelo con i pennelli (parti “larghe”) e i pennarelli (zone sottili) […] da cucire c’è sicuramente la forma del cuscino, perché “tenga” bene>>, eccetera eccetera.

In nessuno di questi casi (e di tanti altri) le virgolette assolvono la loro modesta ma utile funzione di contraddistinguere citazioni o discorsi diretti, o di evidenziare la natura tecnica, metaforica, figurativa, ironica o gergale di certe parole. Ma allora a che servono? L’unica spiegazione che ci viene in mente è che le autrici degli articoli, conoscendo la natura delicata delle loro lettrici, cerchino di sterilizzare con le virgolette ogni parola che potrebbe avere un suono anche solo lontanamente offensivo. Una sensibilità esacerbata, quale è quella di molte gentili lettrici, potrebbe forse trovare rudi o volgari espressioni come “già fatta”, o persino scatologiche. La parola “dopo”, evocando il tempo che passa, potrebbe suonare esiziale per le signorine attempatelle, mentre chiunque intuisce che dietro l’ “affondo” c’è qualcosa di sporco, e che “larghe” non suona bene alla boffici, robuste e tarchiate. “Tenga” pare quasi dialetto, “vassoio” lo dice la servitù, “piastrella” è parola da operai e vili meccanici, e così via

Bisogna quindi immaginare che a scrivere questi articoli siano (almeno in spirito) delle suore di un genere particolare, uscite dritte dal diciannovesimo secolo ma con una inarrestabile propensione per il bricolaggio, il riciclo e le tinte pastello. Delle donne che, pur scrivendo per il popolo, si premurano innanzitutto di non usare un linguaggio che ritengono troppo popolare (che il popolo, le rare volte che scrive, cerca a sua volta di evitare come la peste). E’ più o meno la stessa presa di distanza che Calvino vedeva nel lessico burocratico, ma con un’aggiunta di rosa e anche con meno sforzo, perché le signore non rimpiazzano le parole comuni ma si limitano a virgolettarle, come se infiocchettassero una patente merda di cane (non sfuggirà che “virgo” è la vergine, anche del senso, e le virgolette saranno sue ancelle). Sul lettore comune (noi) l’effetto invece è misterioso e inquietante, perché alle virgolette noi ricolleghiamo necessariamente un sovrappiù di senso che invece nel caso concreto non c’è.

Ci sarebbero forse molte altre riflessioni da fare ma pensiamo che provvederà egregiamente Gramellini.

E ora per risollevarci dal tristrume una piccola nota del Nostro su

<<L’uso del Corsivo nei viaggi di Gulliver Continua a leggere

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