Brutta cosa l’insonnia

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È durante le terribili notti insonni che l’Elia componeva le sue poesie più cervellotiche, come la seguente:

«È mai sì vicina? Piango rata,
nutro fame, lavoro non inane.
Morisse arte, illusa!
Finire? Ma di turbini rubizzo, senno di razza.
Libro da ridir ad orbi, lazzari, donne,
sozzi burini, bruti, damerini fasulli e,
tra essi, rom e nani.
Non oro vale, ma fortunata rogna.
I panici visi, a me!»

Si noterà che è palindroma, cioè si legge nello stesso modo anche da destra verso sinistra. Quanto al senso, è evidentissimo. Ma il prof. Guincibile si è dato la pena di glossarlo per i più tardi:

È mai sì vicina?” – l’autore sconsolato si chiede se finirà mai il suo maledetto libro.

Piango rata” – l’arte non dà pane e qui l’Elia si riferisce alla rata del frigorifero, fortemente voluto dalla sua signora.

nutro fame” – magnifica immagine dell’intellettuale che alimenta la sua stessa miseria. L’Elia cerca di convincersi ancora una volta che non sta sprecando la vita (“lavoro non inane“), ma subito si ricrede e augura la morte dell’arte, illusa (nel senso che illude, altro passaggio finissimo).

Finire?” – L’autore medita il suicidio, ma poi si infuria (rubizzo, cioè mi fo rubizzo) e il suo sano retaggio popolare (senno di razza) sfortunatamente lo distoglie.

Il “libro da ridir ad orbi” ovviamente è Crocevia. L’autore, inferocitosi con la sua stessa creazione, la destina alla feccia della società: sozzi burini, damerini fasulli etc. Idealmente, si capisce. La rogna è “fortunata” nel senso di “voluta dalla fortuna”, quella puttana.

Infine, l’Elia invoca i “panici visi” delle statue del bosco di Bomarzo, dove desidera già di essere seppellito per dimenticare gli strazi della vita e l’incacaggio del popolo infame.

P.S. Alcuni critici non concordano col Guincibile e in base ad argomenti testuali giurano che la rata era quella del televisore, pure fortemente voluto dalla signora Alice.

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Attualità del mago Wiz (squallore e vanità di ogni insegnamento)

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Nel 1973 Mondadori pubblica “I Folli quiz del mago Wiz” di Parker ed Hart, con una breve prefazione di Fruttero e Lucentini. I due vecchiacci avevano portato le strisce di Wiz e di B.C. su Urania ma erano notoriamente retrogradi, ostili alle mode e a quello che consideravano il puro vaniloquio di buona parte della cultura italiana, specie di sinistra. Già allora si era diffuso il vizio di sopravvalutare ed iper analizzare i fumetti, magari per dargli un valore “sosciale”, e infatti i due non perdono l’occasione per deriderlo:

“Mentre gli studi sul fumetto, visto come fenomeno “maggiore” del nostro tempo, si fanno ogni giorno più impegnati e severi; mentre gli articoli, i saggi, le monografie, le inchieste, i trattati, si moltiplicano su Popeye e Dick Tracy come su Lucky Luke, sulle storie più antiche di Arcibaldo come sui più recenti comics di Shelton e Crumb; e mentre si va estendendo clamorosamente all’Europa l’aspra controversia che da due anni oppone l’università di Austin (Texas) ai critici californiani e a quelli del Greenwich Village circa la “validità” di Peanuts; un singolare, imbarazzato silenzio continua a pesare sulla produzione di Brant Parker e Jonny hart.
Non che agli specialisti le strisce di Wiz o di B.C. non piacciano. Raramente, anzi, mancano di citarle tra gli esempi più luminosi dell’arte. Ma le citano, e basta. Nessuno, che noi sappiamo, s’è ancora arrischiato a commentarle e a ricavarne quei significati latenti, ma capitali, che l’analisi strutturale o il pensiero fenomenologico, la psicologia del profondo o il neopositivismo, permettono di scoprire agevolmente anche nel fumetto più umile.
Perché?
La ragione, crediamo, sta nella radicale intrattabilità dei personaggi di Parker e di Hart […] basta che s’oda anche da lontanissimo il suono di un qualsiasi trombone culturale e benintenzionato perché accorrano fulmineamente sui bastioni, pronti a rovesciare sul socio-fumettologo in arrivo l’olio del più bollente scherno e i più schiaccianti macigni del ridicolo”.

Ovviamente i due si sbagliavano. Il loro snobismo diventava quasi una grossolanità contadinesca, come del resto è nella tradizione dei nobili: divertirsi comportandosi esattamente come dei bifolchi. Le strisce di Wiz infatti non solo sono ampiamente iperanalizzabili, come qualsiasi altra cosa, ma a distanza di quasi cinquant’anni mostrano degli allarmi sociali profetici, che è considerato il segno della profondità

Ne prendiamo qualcuna a caso, indicando il problema prefigurato.

L’automazione crea lavoro

macchine


Vantaggi dell’istruzione superiore

iperqualif


Utilità informativa della rete e atteggiamento dei dialoganti

consigli


Spese di giustizia

spese


L’atteggiamento migliore da tenere con la Cina

cina


Il programma dei 5stelle

5stelle


Obsolescenza programmata

obs


Berlusconi

berlu

Si potrebbe obiettare che queste sono battute vecchie, su problemi che esistono almeno dal diciannovesimo secolo, ma di fronte a qualsiasi fenomeno si possono sempre assumere due atteggiamenti: considerare tutto nuovo per spacciarlo e spacciarsi come interessanti o considerare tutto vecchio per spacciarsi come saputi. Fino a metà del secolo scorso gli intellettuali italiani sceglievano il secondo; poi, in prevalenza il primo.

Noi tendiamo al secondo, ma stiamo cercando di smettere e giungere alla maturità. Non a caso le vignette che preferiamo sono quelle per certi versi eterne, come queste:

scienza

marcia

 

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Nascita di un Supereroe

Alessandro Lollai faceva il ricercatore di linguistica generale presso la terza università di Nuoro. Per procurargli quel ruolo non retribuito i genitori avevano dovuto pregare anche madonne straniere. I due fatti (che a Nuoro ci fossero tre università e che lui non fosse retribuito) erano strettamente dipendenti, ma lui non se ne avvedeva. Era un ragazzo alto, roseo, ingenuo, con una passione per il jazzista Hal Damerini. Passava le giornate a raddrizzare gli accenti delle bozze e ad invidiare il suo mentore, il professor Albus Assente.

A detta dei più anziani Assente non faceva lezione dal 1983. Piombava ogni giorno in facoltà alle tre del mattino e tutti lodavano la sua abnegazione, senza accorgersi che era semplicemente in ritardo di diciotto ore sulla lezione del giorno prima. In genere andava via verso le sette e mezza, per non correre il rischio di incontrare qualche studente più solerte del dovuto. Era diventato famoso da giovane grazie al saggio “Nuoro: iato o dittongo?”, a cura del mitico prof. G.Pagliara da Barga. Da allora viveva di rendita.

La facoltà di linguistica generale della terza università di Nuoro era più o meno nella media italiana, aveva un buco di bilancio di quasi 6 milioni di euro e nel 2015 aveva ricevuto 850 euro di vecchi finanziamenti europei Pon 2004-07. Nessuno ricordava più perché fossero stati concessi e quindi si decise subito di impiegarli per la stampa di un albo d’oro con le biografie dei docenti e una raccolta delle loro poesie goliardiche. Le cento copie prodotte erano molto signorili, ma a un secondo esame risultò che gli accenti delle “è” erano tutti a rovescio.

L’errore, rimasto tutt’ora inspiegabile e impunito, pose il senato accademico di fronte a una scelta difficile: far sparire i volumi significava rendere ingiustificata la spesa; metterli in circolazione equivaleva a coprirsi di ridicolo. Fu allora che il prof. Albus Assente pubblicò il suo famoso articolo “É uno scandalo!” e propose di varare uno specifico progetto di ricerca “volto ad esplorare i limiti teorici e pratici dell’uso nel bianchetto nella letteratura encomiastica”: in sostanza a correggere manualmente i 48.000 accenti storti. Secondo i calcoli della commissione “Astrologia Giudiziaria” i relativi fondi sarebbero arrivati a candelora 2028; nel frattempo il vincitore del bando avrebbe lavorato per la gloria.

E il nostro protagonista, il dott. Alessandro Lollai, lavorava effettivamente con scioltezza e bel piglio, raddrizzando una media di 250 accenti al giorno. Dopo un solo anno era quasi a metà del lavoro quando si verificò l’incredibile catena di eventi che doveva trasformarlo in un supereroe.

Bisogna sapere che nella facoltà di linguistica generale Nuoro 3 infuriava da quindici anni un’aspra diatriba tra due circoletti di illuminati. Gli Occasionalisti, così detti per come chiamavano il tramonto, sostenevano che le parole desuete andassero recuperate e rimesse in circolo, un po’ come si fa con l’abbajure della nonna non appena il cadavere è tepido. Gli Scevridi invece credevano che le parole in via di estinzione dovessero restare chiuse negli armadi e preservate dalla manipolazione degli indotti, che potevano solo deformarle e sputtanarle in proporzione alla loro ignoranza. Gli Occasionalisti dicevano arbusto, cataplasma, lattovaro, mentre gli Scevridi pur essendo professori si facevano un dovere di usare il linguaggio più basso possibile, chiamavano tutti “zio” e dicevano “cosa il coso” o “fact cieca il clic baito”, e altre simili oscenità.

Alessandro Lollai, nella sua misera condizione di ricercatore senza stipendio addetto al raddrizzo degli accenti, non era ammesso in nessuna della due cerchie. Dal suo piccolo scranno poteva solo osservare i cattedratici che, come tante mongolfiere virate in seppia, galleggiavano lievi sulle difficoltà materiali e gareggiavano anzi nel lussuoso spreco del tempo, adibendolo alle più vane controversie: oltre che alla seduzione delle matricole, naturalmente.

Agli occhi del Lollai quegli uomini superiori traccheggiavano, ciangottavano, ciurlavano nel manico, insomma compivano attività descrivibili solo con parole desuete, per quanto progressisti fossero. Ma dove trovavano una simile scorta di tempo libero? Sgorbiando il 26millesimo accento, Alessandro notò ancora una volta che i professori, pur schivando qualsiasi attività pratica o didattica come fosse un tòsco, si intrifolavano spesso in un bugigattolo della biblioteca: lo facevano chiotti chiotti, avrebbe detto l’occasionalista, e anzi con una chiotteria così completa e totale da essere molto sospetta. Il giovane ricercatore cominciò allora a credere che in quel sancta fosse nascosto il segreto della loro meravigliosa agilità esistenziale…

Un giorno Alessandro stava lavorando come al solito quando l’ipod gli trasmise quel sublime verso di Hal Damerini, quello che fa:

“Among ambrosies of adenoids
and spaces of toucans
I learn the tables of infamy.”

Fu una fulminazione. Decise che era tempo di agire, creò un diversivo dando fuoco alle rarissime cinquecentine del fondo Dorolfo e mentre si diffondeva il panico sgusciò nello stanzino lasciato aperto da un assistente in fuga. In quegli attimi concitati ebbe appena il tempo di notare che sull’architrave c’era una scritta misteriosa, UACVVM FENFIBILIF, poi intorno a lui fu solo oscurità. Brancicando alla cieca fece cadere un paio di sedie, cadde a sua volta e allargò le braccia, finché le sue dita febbrili toccarono qualcosa di liscio e freddo. Fece scorrere le mani sull’oggetto e sentì una maniglia: gli venne subito in mente la porta in miniatura di Alice e rise in maniera sinistra, “A A A!”. Sentiva che la sanità mentale lo stava abbandonando e che in sala le urla diminuivano, segno che professori e bibliotecari si erano rassegnati al piccolo incendio e lo guardavano quietamente esaurirsi. Ormai aveva poco tempo, tirò la maniglia e fu investito da una luce verde: a quanto pare nella stanza misteriosa c’era un piccolo frigo. Un mezzo panino, due lattine di redbull e una fialetta, questo il contenuto.

Alessandro sentiva avvicinarsi dei passi. Ora o mai più, si disse, e agguantò il panino. Poi si rese conto della scarsa drammaticità dell’oggetto e, mentre la porta cigolava, prese la fialetta. C’era sopra attaccato un piccolo cartellino con su scritto “siero PEN bis”, ma ormai non aveva importanza, così trangugiò.

L’assistente di Fitologia Romanza spinse la porta, accese la luce, notò il soqquadro e poi vide qualcuno chinato davanti al frigo. Allora disse “uè, zio” (era infatti uno Scevrido), ma non riuscì a completare la frase perché Alessandro schizzò come un pupazzo a molla. Ruotando su se stesso e sfoderando un sorriso da zucca di Ognissanti, pronunciò tutte di fila le sue prime nuove parole:

“Dovremmo fare una fanzine il toner laser è durevole con una carta archiviale priva di acidi la durata potrebbe essere secolare ma si suppone che fare tutto senza ISBN e immagazzinare indirizzi postali altrui sia ormai un’attività passibile di terrorismo internazionale sexting e gangstalking aggravato”.

L’assistente portò la mano alla bocca mentre dalle ceneri del misero ricercatore sorgeva il supereroe ora noto come BISPENSIERO.

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L’affaire ingrossa

Continuiamo a raccogliere materiale sull’affaire Ventura. La vicenda è già troppo nota. Le conseguenze dell’ingiusta censura del noto intellettuale però adesso rischiano di travolgere l’economia del disagio.

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Zuckerberg crede di avere un asso nella manica. Infatti dichiara: “Abbiamo dovuto bannare il Ventura per i suoi comportamenti non in linea col nostro codice etico. Ma lo sapete che non ha vaccinato la figlia?!”. Pronta la replica del RAV: “Sarebbe ipocrita, tanto è comunque destinata a una vita disagiata”. Che dire… uno a zero per il Ventura!

Ma il team “Ricatti ed Estorsioni” di Facebook sta setacciando il suo profilo alla ricerca di materiale compromettente per distruggere la sua reputazione intellettuale. L’algoritmo deeplirnato ha già scovato un “ma però” scritto alla zia nel 2008 e l’acquisto di un dvd di Alvaro Vitali a capodanno 2010. Prevedibilmente l’interessato dichiara: “non ho niente da nascondere, ero ironico e comunque preferisco serbare un signorile silenzio per mero terrore”.

Nel frattempo i giornali scandalistici si impossessano dell’affaire. Leggiamo:

“Ostracizzato da facebook? E’ una vera BANNEDIZIONE a a a!”.

Come al solito il Ventura spiazza tutti e sprizzando acutezza e ironia confessa a noi di Verissimo che non aspettava altro. “Vi spiego: ero stanco di questa internet fasulla, piena di falsi amici, gente che ti laika quando vai da Floris e poi quando ti volti ironizza sul colore della pochette. Dico la verità, se non mi avessero bloccato mi sarei bloccato da solo a a a! Adesso non vedo l’ora di tornare alle cose concrete, quelle VERAMENTE BELLE, e incidentalmente avrò anche più tempo per il mio nuovo libro! Come diceva Kafka “tutto è bene quel che finisce bene”. Davvero, non vedo l’ora di uscire da questo schermo. E per prima cosa corro a farmi un bel selfie con Adinolfie!”

L’Unità come sempre è sul pezzo e grida a tre colonne:

ESCLUSIVO! Prima foto del Ventura dalla prigionia!

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Lo sguardo non domo, tra le mani stringe Repubblica. Forse che il nostro si appresta a sostituire Oddy Freddy? “Perché no?”, scherza il sequestrato, “e comunque l’occasione di fare un po’ di influenzing era imperdibile”. Ma dai bassifondi della rete giungono strane voci, il solito bene informato avanza sospetti su tutta l’operazione. Quale sarà la verità? Continuate a seguiscerci e a breve lo saprete!

Passiamo ora ai giornali veramente belli. Repubblica non perde l’occasione per regolare un paio di conti interni:

Nel giorno delle consultazioni Scalfari intervista un’altra volta il Papa. “Il governo? Che governo? Ma no, abbiamo parlato soprattutto del Ventura”, scrive il decano dei giornalisti italiani. “Bergoglio dice che non esiste”. Ma Oddy Freddy non ci sta. “Menzogne!”, grida come un ossesso, “Io come il Ventura vittima di un complotto giuda…”, ma viene bannato dalla vita prima di poter completare l’oscena frase.

I fatti incalzano. Nel terzo giorno del sequestro eschatone Zucchienberg chiede un riscatto di duecento milioni di laik, ma il web ha scelto la linea della fermezza: “tenetevelo, ci deprimeva”. Provato ma sereno, il Ventura twitta: “Io come Moro, il mio e-ink ricadrà su di voi”.

Ormai sulla rete “E il Ventura?” è il nuovo “E i marò?”

Stranamente però l’intellighenzia resta muta. Il Fatto rincara la dose:

È scandalo: Erri De Luca non firma il manifesto degli intellettuali per la liberazione del Ventura. “Nella vita ho firmato molti manifesti”, dice il decano dei comparsisti letterari italiani, “a volte pure quelli con su scritto ‘ne danno il triste annunzio’, ma per il Ventura no. Dov’era il Ventura quando io lottavo in Val Di Susa a rischio di carcere duro? Prendeva l’aperitivo sui navigli coi suoi amici hipsti, ecco dov’era! Borghesuccio infranciosato! Questa esperienza gli farà bene”. Parole severe ma giuste, si chiosa negli ambienti cattolici.

Dall’altro lato dell’oceano, Zucchenberg pare molto irritato dall’atteggiamento remissivo del Ventura. “Ma come, non dice una parola?”, l’hanno sentito sbraitare, “Questo è molto sospetto!”. Poi, saturo di malizia, ha ordinato ai suoi scagnozzi di sequestrare al Ventura tutti i paradossi. Mentre lo perquisivano il nostro ha commentato con la solita ironia: “Piove sul bannato!”.

Il sole sorge quindi sul quarto giorno di prigionia e noi dobbiamo difenderci da insidie velenose. Qualcuno travisa i nostri post e ci accusa di non volere bene al Ventura e di speculare sul ban. Oh, la calunnia! Noi, che lo seguiamo dai tempi di spleender! E che già tre anni fa dicevamo queste parole di saggezza.

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La domanda seria però resta: come mai gli intellettuali italiani, sempre pronti ad indignarsi per un nonnulla, tacciono completamente l’affaire Ventura? Proviamo a chiederlo al prof. Toriello.

Toriello: “Posso dire che il Ventura è praticamente una mia scoperta, una mia trovaglia addirittura. Ma, senza offesa, nel mondo della cultura resta comunque un pervenuto, uno che è salito dal basso, e senza nemmeno l’attenuante di origini proletarie”.
Noi: E quindi?
Toriello: “Beh le invidie, le camarille, il fatto che non si sia mai speso, ad esempio, per i bidelli, o le pancine… insomma sono cose che pesano”.
Noi: Ma che cazzo dice?
Toriello: “Paradossi. È anche colpa dei cinquestelle, ovviamente. Come ho scritto nel mio…”
Noi: Professore non ricominci. Piuttosto ci dica la verità, ma quella VERAMENTE VERA.
Toriello: “E va bene. Vedano, il punto è che ogni persona intellettualmente onesta oggi deve chiedersi ‘ma io, voglio più bene al Ventura o a Facebook?’. Tutto il resto consegue necessariamente”.

Liquidatici, il prof. torna ad arringare l’aula magna col suo lucido e spietato discorso antigrillino. Mentre il pubblico applaude l’ennesima arguzia, noi usciamo come possiamo.

Non passa un minuto che arriva un’altra batosta: il Gran Giurì di facebook ha respinto il ricorso de libertate del Ventura. Gli algoritmi non hanno creduto alla sua linea difensiva. Ma diamo la parola al suo avvocato: “È assurdo, il Ventura aveva scritto “torroni”, ne è ghiotto, ci pensa sempre, lo sanno tutti! È stato il correttore ortografico a creare l’ingiuria etnica! Ma come potevamo sperare che la giuria automatica condannasse un suo simile? Però io l’ho ricusata, essì, e la ricuso ancora per antiumanismo! Porterò questo caso fino a…”.

Il fulmineo ban dell’avvocato ci impedisce di gustare il prosieguo.

A questo punto ci arrendiamo. L’ufficio stampa del Ventura, momentaneamente in esilio a Tunisi, ci prega addirittura di sospendere la campagna #freetheVentura perché, testualmente “sebbene in buona fede potrebbe aggravare la posizione del bannatissimo, già accusato di sockpuppettaggio”. Il Ventura, continua la nota, viene regolarmente nutrito ed espleta bene le funzioni corporali; tra poco gli ridaranno anche carta e matita, nonché la cintura. “Inoltre”, dice, “accanirsi per così poco NON FA FINE, anche considerato che ci ascoltano”.

E va bene. Se è così, se lo vuole il Ventura, allora la finiamo. Ma siamo romani prima che spallanzani e quindi mostreremo la nostra solidarietà facendoci bannare anche noi!

AVETE CAPITO, SPORCHI TORRONI ?

P.S. Finalmente una buona notizia, domani il Ventura sarà rilasciato!
I suoi fan disagiati, con le maschere di ordinanza, si stanno già raggruppando davanti al portone della Casa di Sollievo Mentale di Menlo Park, California, per avere il privilegio di offrirgli il primo aperitivo dopo sette giorni a secco.

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Il caso Ventura: rassegna stampa

L’affaire Ventura raggiunge finalmente i quotidiani nazionali. Cominciamo la nostra rassegna dal più influente.

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Il viaggiare abbrutisce

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Migliaia di pagine, wikipedia e persino una pubblicità di auto attribuiscono a Kafka la frase “I sentieri si costruiscono viaggiando”. Così, a orecchio, non ci sembrava per niente verosimile che Kafka avesse scritto una cosa del genere e quindi abbiamo chiesto ai nostri follower di controllare nelle opere complete in digitale, e qualcuno l’ha fatto davvero: Dario Peluso ci ha confermato che la frase non c’è.

Anche la versione tedesca (“Wege entstehen dadurch, dass man sie geht”) viene talvolta attribuita a Kafka, ma aggiungendo che probabilmente si tratta di un comune proverbio. La versione inglese “paths are made by walking” invece viene attribuita a Kafka e qualche volta a Machado. Questa seconda attribuzione sembra già più credibile, visto che è un’ovvietà fintamente profonda. E infatti la frase è più o meno la traduzione di un verso, “Caminante no hay camino, se hace camino al andar”, scritto da Machado nel 1912 e contenuto nella raccolta “Campos de Castilla”, sezione (intitolata non a caso) “Proverbios y cantares”. La radice proverbiale infatti resta evidente.

Ci si potrebbe però chiedere come è possibile che migliaia di persone abbiano ritenuto credibile l’attribuzione a Kafka. O sono prive di orecchio oppure semplicemente non l’hanno mai letto e l’unica cosa che sanno di lui è che considerato un grande scrittore e quindi per definizione autore di frasi memorabili.

E’ poi interessante notare che nei vari passaggi “camminando” è rimasto sempre, mentre in italiano è diventato il più commerciale “viaggiando”. Da noi la banalità spiritualeggiante è diventata un motto buono per la pubblicità.

Infine, la frase viene accostata a una di Giovanni Della Croce, che ha ispirato anche Totò: “Pour aller où tu ne sais pas, tu dois aller par où tu ne sais pas” (o “il faut prendre le chemin que tu ne connais pas”).

Il mistero comunque è risolto e, come diceva Kafka, “tutto è bene quel che finisce bene”.

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Per altre opere/citazioni false o falsamente attribuite, si vedano ad es.: Il finto Pasolini, La Scomparsa dell’anonimo, L’albero di Borges, Alda Merini plagiaria, Perdendo colpi.

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Esca Tony Libero!

“Nel futuro ognuno sarà bannato per quindici minuti”.
Andy Whalarol.

Il riassunto di ore convulse.

Mercoledì 4 aprile* era una bella giornata di sole e qui alla Fondazione regnava il consueto clima di confusione e smarrimento, quando ci arriva questo messaggio:

“cara fondazza, fatemi un esperimento: accedete voi a esgaton? provate, e ditemi poscia. firmato: un amico”

L’ennesimo mentecatto, pensiamo, ma stavolta l’invito pareva abbastanza innocuo quindi verifichiamo: ed effettivamente la pagina https://www.facebook.com/eschatonit risulta inaccessibile. Prosegue il tipo:

“ultimo post: post su israele. mannaggia la *******. adesso pagina palesemente chiusa. è una follia”

Ci allarmiamo, ma il Ventura ci ha abituato ai situazionismi e quindi pubblichiamo su facebook questo faceto messaggio:

Una persona di cui non possiamo fare il nome ma solo il cognome ( ) ci segnala che la pagina del Ventura non è raggiungibile da stamattina. L’informatore (che si dice molto addentro) ipotizza un blocco dagli sgherri di facebook per via di opinioni non entusiastiche sullo stato di Israele. Altra possibilità è che sia una mossa pubblicitaria del diabolico Raffaele. Le due ipotesi a ben vedere non si escludono a vicenda […].

Felici di aver scritto la nostra battuta quotidiana torniamo alle occupazioni solite (confusione, smarrimento), ma dopo un’ora ci arriva un messaggio del Ventura, che conferma i peggiori timori. Quindi scriviamo:

Il Ventura ci comunica che è stato delicatamente bloccato per motivi ancora ignoti ma connessi a questo post:

Israele ha avuto la sfortuna di rinascere come nazione territoriale in un secolo in cui è diventato impossibile fondare una nazione. […]. Nessuna nazione può sopravvivere alla consapevolezza di ciò su cui è fondata, e infatti dovunque si è iniziato a scavare dietro le grandi narrazioni civili (dissotterrando le tragedie degli Apache, dei *******, dei Vandeani, dei Neri e ora persino dei Bianchi…) rischia anche di sfaldarsi il tessuto della legittimità statale. Chi può permettersi di pagare, oggi, un costo così alto? Forse soltanto chi vi è costretto dall’odio e dalle persecuzioni; ma il suo progetto resta disperato. […] Era dunque soltanto una trappola: offrendo agli ebrei in riparazione delle sue colpe quella terra contesa, poi offrendo come modello politico le sue narrazioni nazionaliste già vecchie, trasformate in razzismo di Stato, l’Occidente ha scritto per Israele un ruolo infame in una tragedia senza fine.

L’autore sospetta che il problema non sia tanto Israele quanto la parola (effettivamente esacranda) “******”. Per ora sospendiamo il giudizio e nel frattempo ci prendiamo lo soddisfazione di censurare anche noi parte dell’articolo così, senza motivo.

Come si nota, il tono è ancora faceto. L’articolo non sembra meritare alcuna censura e il Ventura è uomo di grande artifizio: potrebbe ancora trattarsi di una sua trovata di dubbio gusto. Tuttavia cominciamo a riflettere e ci fanno giustamente notare che il Ventura, dicendo “Israele è cattivo perché lo disegnano così”, commette un’indelicatezza ancora più grave della comune offesa, perché sembra lasciar intendere che Israele non sia capace di essere cattivo sua sponte. Il riassunto della faccenda potrebbe essere: dire “il mio capo è uno stronzo” è offensivo, mentre dire “il mio capo si comporta da stronzo ma solo perché la moglie gli dà i tormenti” è assolutamente intollerabile. E a ragione, tra l’altro.

Ma noi imperterriti continuiamo a giuocare e proponiamo di vederci tutti sotto l’ambasciata di Israele per chiedere la liberazione del Ventura e il diritto di sparlare della nazione pur stando dalla sua parte. Nonostante l’assoluta gravità del fatto, il pubblico non sembra prenderla seriamente.

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A questo punto però è chiaro che è successo davvero qualcosa: incomprensioni, scazzi nei commenti, la punizione per aver contribuito al nostro libretto, chissà. Iniziano a circolare le ipotesi più strane:

“ma chi sarà o’ carugnone che ha attirato l’occhio malevolo di Succhienberg sul pur discutibile post del Ventura? Il nostro uomo addentro sussurra nomi insospettabili, accenna a più complesse trame e a vendette trasversali maturate nel dorato ambiente degli influenzer. La storia degli ebrei quindi non c’entrerebbe niente, sarebbe solo un pretesto. Il Ventura, insomma, avrebbe snobbato un aperitivo di troppo, e gliel’hanno fatta pagare. Noi però continuiamo a dubitare di questo tizio e dei suoi atteggiamenti francamente anglosassoni.”

Nel frattempo la nostra gola profonda continua a messaggiarci e assicura che il Ventura resterà bloccato per almeno una settimana, essendo la seconda volta che sbaglia con la bocca. E le conseguenze iniziano a vedersi. Molti hipster cominciano a smaniare per la mancanza di status da condividere acriticamente, mentre gli amici fanno già a gara per rubargli i follower. Noi troviamo SCANDALOSO che nessuno protesti per questa infame mossa di facebook e invitiamo tutti ad esporre il banner

“TONY ESCA LIBERO”

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Foto dell’innocuo intellettuale tra le grinfie di Zucke.

Come al solito nessuno ci caga, e allora decidiamo di ricorrere alle maniere forti:

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Ci viene però un dubbio. E se Eschatone fosse stato abbattuto dal fuoco amico? L’inquietante ipotesi prende piede. La solita persona addentro spiega che alcuni follower, nella loro ignoranza, hanno scambiato il bottone del like con quello del PERMABAN. Purtroppo quando la tua base di fan si allarga fino agli illetterati può succedere questo ed altro.

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Fortunatamente il leone è ferito ma non è morto! Sfidando il bavaglio facebookiano, il Ventura continua a trasmettere urbi et orbi da quel baluardo della libertà di espressione che è twitter! “Orsù”, gridiamo, “tutti a laikare acriticamente questo mezzo libero dalle nefaste influenze di Zuck… ahem… libero, diciamo”.

Nel silenzio assordante della comunità culturale però non mancano voci critiche. Una persona che teme ritorsioni ci scrive privatamente:

“L’incomprensione del popolo non basta rifiutarla, bisogna anche non essersela meritata. Stupidamente censurato per un post innocuo, il Ventura sarà l’ennesimo martire involontario di un’eterodossia che non professa, e non vive”.

Parole ingenerose, di cui questo Diego F. dovrà rispondere.

Ormai però è chiaro che il Ventura è stato proprio bannato e, colmo del ridicolo, per un post che non è assolutamente anti Israele, anzi forse è fin troppo filo israeliano. La sua colpa è di essersi ingraziato e aver poi inevitabilmente offeso un tiranno stupido e feroce: il pubblico. Fatte le debite proporzioni, il fatto ci ricorda quella volta che F&L furono minacciati di licenziamento per aver ironizzato non su Gheddafi, ma sul popolo italiano. Anche se i due, furbescamente, avevano architettato il pezzo in modo che il biasimo si trasmettesse. E non c’è dubbio che queste tecniche le conosca anche il RAV.

Comunque, per chiudere momentaneamente questa storia, se proprio dobbiamo muovere un rimprovero a Raffaele è forse quello (effettivamente imperdonabile) di ingenuità. Infatti c’erano state delle precise avvisaglie.

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* Cinquantesimo anniversario dell’omicidio di Martin Luther King. Solo una coincidenza? C’è chi crede di no.

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Quesiti con la Choosy

Tutti odiano la biondina della settimana enigmistica e adesso c’è una ragione in più per farlo.

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Un duro ed umiliato compito, una fatica anonima

Così Spallanzani definitiva la letteratura, ma non sapeva che c’è di peggio, come ad esempio curare un libro.

Il curatore di un volume collettaneo destinato a sicuro insuccesso è forse la figura più ridicola e patetica dell’intero universo subculturale. Deve scegliere gli autori, spronarli, spesso blandirli o confortarli, talvolta distoglierli da manie suicidarie; deve esaminare i testi, correggerli, discuterne con autori assolutamente refrattari alla rilettura di ciò che hanno scritto, e figuriamoci di quel che ha scritto un altro; se l’opera include traduzioni, deve convincere il traduttore a lavorare gratis e rivedere anche la sua opera, con gli stessi ostacoli e anzi dovendosi continuamente scusare perché rompe le scatole; se l’opera include disegni, deve trovare gli illustratori e convincere anche loro che soldi non ce ne stanno, e gloria nemmeno; non potendosi permettere un impaginatore, deve mettersi a giocare coi programmi, nella sicurezza che gli unici commenti all’opera saranno critiche e sghignazzi per il carattere obsoleto, l’interlinea goffa, i margini proletari; a ogni giro di bozze deve aspettarsi lunghi, tragici silenzi, quando l’unica risposta non sia un “lol” sgorbiato in fretta e furia.

Pronto il volume, deve scrivere il paratesto e ormai è tanto di quel tempo che maneggia il libro da non sapere più assolutamente cosa dire. Deve produrre le copie omaggio, perché di diverse non ce ne saranno, e rintracciare penosamente gli indirizzi fisici dei contributori per spedirgliele: ed è gente fatua, volubile, che cambia dimora come niente fosse, spostandosi anche all’estero pur di sfuggire alle cure del curatore.

Fatto questo, deve promuovere il libro, che ormai gli ripugna quanto e più di uno scritto dal Gramella, che è poi il colmo dell’orrore: l’opera intrapresa per puro entusiasmo ti viene a schifo e nelle buie notti passate a cambiare il verso agli accenti maledici Spallanzani e tutta la sua frotta di squallidi dilettanti, oppure appicchi un fuoco liberatorio all’enorme scartafaccio che ti si è accumulato sulla scrivania coprendo le bollette per le quali ti stanno pignorando la macchina, la lettera di una vecchia zia d’america che ti nominava erede, il tardivo biglietto dolce di un amore ginnasiale, che scoprirai poi sposata a un salumiere, dopo aver inutilmente atteso tuo nuove per quasi 15 minuti.

Ma quel che è fatto è fatto e quindi bando alla tristezza. Del resto pretendere qualcosa sarebbe solo volgare, oltre che inutile. Anche qui torna buona una saggia frase del Nostro:

“La parola sacrificio è diventata sinonimo di sforzo. Per ottenere qualcosa servono sacrifici, dice il popolo, nobilitando la sua sporca tendenza a mangiarsi ogni cosa. Ma il sacrificio, nel senso proprio, si fa senza ricompensa. L’essenza stessa del sacrificio è che non fa guadagnare alcun diritto”.

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Mentire, sempre mentire

(saccenteria level: 8.5)
Ma siamo noi o questa storia dei “profili rubati” di facebook è di una banalità assoluta? A parte che non sono rubati.

Le scelte politiche somigliano a quelle per qualsiasi prodotto: della gente raccoglie dati per prevedere e influenzare queste scelte. Ovvietà. A volte questi dati vengono raccolti in maniera scorretta. Ovvio, ma anche inevitabile e in fondo ininfluente, perché si possono raccogliere anche in maniera corretta.

L’influenza di queste pratiche sul voto reale poi è quantomeno dubbio. Diciamo che gli americani hanno eletto Trump perché ipnotizzati da facebook. Vabbè. E allora noi che scusa abbiamo per giggino? Negli anni ’50 era colpa dei giornali, negli anni ’80 della televisione e ora è colpa di internet. Che la gente voti i buffoni perché li ama, perché le somigliano, non vogliamo proprio accettarlo.

Non solo i giornali si sono lanciati con fin troppo entusiasmo sulla storia dei profili rubati, ma nei loro articoli trovi pubblicizzata la roba che hai guglato due minuti prima.

A sentire loro ormai è allarme sociale: bande di political nerd travestiti da carabinieri bussano alle case di anziani e dopo averli distratti gli rubano il profilo.
Sono già dieci milioni gli anziani vittime di scippo del profilo e si teme che i geni dei bigdata riescano ad estrarne indicazioni preziose tipo “buoni i peperoni ma pesanti” o “era meglio quando c’era LVI”.

È sempre più difficile distinguere il comico dal triste.

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 il Governo Italiano affida a un team di esperti l’incarico di definire le linee guida per il futuro.

La cosa ancora più grottesca sono gli italiani che si lamentano già perché gli rubano il profilo. In realtà il 91% di questa gente sta cercando o ha cercato di partecipare a “c’è posta per te” in veste di caso umano (elaborazione del dott. B. I. Spensiero su 5 milioni di profili rubati).

Gli emigrati ti rubano il lavoro
i miliardari ti rubano il profilo
tieni presente un fatto assodato:
il ladro si sente sempre rubato.

Comunque, il computer che ha analizzato i profili di 51 milioni di americani è il miglior candidato al ruolo di Skynet. Si sarà fatto un’idea così bassa dell’umanità che userà come avatar la faccia indignata di D’Alema.

E dunque? Punire facebook, commissariarla? Quando si teorizza da cent’anni e si sa con sicurezza da 50 come funziona il gioco? O pensavate che fosse tutto gratis?

Bisognerebbe punire il popolo, ma è impossibile, quindi per ora si può solo pisciare nella vasca delle trote. Mentite.

Sempre. Mai dire il proprio nome, mai fornire informazioni vere, se non è assolutamente necessario. Già passate la vita a mentire per vantarvi e giustificarvi, quindi non dovrebbe esservi difficile mentire anche un po’ a casaccio, così, senza motivo.

Ricordate quel che diceva Spallanzani: in una società in cui la verità si compra e si vende, mentire è un atto rivoluzionario.

P.S. E no, niente “intervengano le istituzioni”: farebbero solo peggio. Dati falsi, profili anonimi, programmi che navigano casualmente al posto nostro. La guerra si combatte con le stesse armi. Tu setacci per individuarmi? E io diffondo copie false.

P.P.S. Diciamo la verità, non sarebbe FANTAUSTICO se per questa idiozia del furto dei profili facebook fallisse? Ahahahahhahah… in culo a Sukkiemberg e ai compagni suoi… se i razzi di Elonio Muskio scoppiassero a mezz’aria, le macchine automatiche di Uber investissero i loro progettisti, insomma se a questa gente cui sembra andare sempre tutto bene venisse un bel canchero finanziario fulminante? Questa gente che col suo sfacciato successo ci ricorda costantemente il fallimento che siamo? Ma pure devono morire, pure il macchinario deve schiacciarli, prima o poi… bisogna coltivare un sano odio per tutto ciò che è grande, forte, vittorioso, odio e paura per questa gente, per quelli che vincono le sfide impossibili, per i meritevoli e i fortunati, bisogna temerli e odiarli per ristabilire l’equilibrio cosmico, pregare che la mano affilata della divinità gli faccia un dono… un dono pure a loro, perché no? Ah, se succedesse

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Tu staie ngoppe a ‘na mala via

[Oziosità]

L’uomo che si trova in una città straniera e deve raggiungere un posto distante 4-500 metri ha due opzioni: iniziare a percorrere una lenta spirale intorno al punto di partenza, e arriverà in 50-60 minuti, oppure chiedere indicazioni ai passanti, e impiegherà due ore e mezza.
Il passante medio, che spesso vota anche cinque stelle, è incapace persino di tracciare la rotta per raggiungere il suo culo.
In principio farà sempre una faccia stupita, come se l’indirizzo richiestofosse inaudito o assurdo. Poi, dopo aver bene bofonchiato, ipotizzerà che tu voglia andare da un’altra parte, e a quel punto non ci sarà modo di distoglierlo da questa idea. Se con calma e scandendo bene le parole gli ripeterai che non cerchi Via Stramorto, sibbene Via Tramontana, sobbalzerà come mozzicato da un aspide e dirà che in quella via lui ci è nato, rievocando anche piacevoli episodi della prima infanzia. Perso in questa sua reveria non darà indicazioni finché tu, bagnato fradicio dalla pioggia puntualmente scoppiata, non l’avrai scosso come una vecchia polaroid. A quel punto sosterrà di conoscere una scorciatoia e ti indicherà un tragitto inverosimile, pieno di toponimi che tu ovviamente non conosci (“la sai la porta cappettona?”, no, non sono di qui; “e la sai l’edicola da’a maronna de’e surdate?”, NO CAZZO SE SAPEVO I POSTI MICA CHIEDE…; “ah, ma la trattoria di zia concetta ALMENO la sai?”).
In aggiunta a queste indicazioni l’indigeno si esibirà in una curiosa mimica, sbracciandosi e girando su se stesso mentre grida “vai come ti porta la via” oppure “VAI FASCILE FASCILE”, e talvolta disegnerà per aria forme cabalistiche, o si avviterà come un gabbiano stroncato dai pallettoni. Nove volte su dieci confonderà la destra con la sinistra o dirà “il terzo palazzo” intendendo il secondo. Le sue indicazioni, comunque, ti condurranno sempre attraverso i quartieri più malfamati della città (che poi sono il posto in cui davvero è nato, e si vede), dove verrai subito rapinato o caritatevolmente ucciso a sputi.

Una volta (poi la smettiamo) ci trovavamo in un paesetto noto per certi prodotti da forno. Era domenica, pioveva e non c’era nessuno per strada. Era uno di quei paesi disseminati, con una casa qui, una lì, e in mezzo campagne percorse da sentieri che notoriamente non portano da nessuna parte. Stavamo per rinunciare quando dall’aria satura di pioggia spuntò un vecchio con un ombrello della Ferrari. Si muoveva lento e, si sarebbe detto, incerto, il che avrebbe dovuto farci intuire qualcosa, ma gli andammo lo stesso a chiedere se c’era un panificio che faceva i famosi dolci tipici. Senza farla lunga, il vecchio si esibì in tutte le mosse e i trucchi adottati dai vecchi passanti di ogni luogo per mandarti fuori strada, possibilmente verso un dirupo: nominò posti ignoti, agitò lungamente le braccia buttandoci addosso la pioggia, ebbe delle assenze, che durarono anche alcuni minuti, e ci parlò dei suoi parenti. Tutto. Completo.
Stupidamente pensammo di aver capito comunque qualcosa, visto che abbiamo fatto le scuole alte e siamo pure laureati, quindi partimmo alla ricerca. Dopo due ore e mezza a vagare nei campi, saltare torrenti, sfuggire cinghiali, arrivammo in uno slargo da cui si vedeva benissimo il punto di partenza. Muovendoci a caso ci saremmo arrivati in dieci minuti. E lì, il panificio era chiuso.
Bestemmiando la madonna percorremmo i duecento metri lineari fino al punto di partenza e nella piazzetta ritrovammo lo stesso vecchio. Come se ormai fossimo mezzi parenti, ci chiese notizie del viaggio. Soffocammo la rabbia e gli dicemmo l’abbiamo trovato, ma è chiuso.
E lui: “Ah, ma io mi credevo che lo sapevate”.

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L’occidente brucia

La “reggenza” del pd ricorda in modo sinistro la sorte di Gondor. Vediamo.
Siamo in Itaglia, la Terra del Mezzo e Mezzo. Martina (Denethor), reggente di Gonpdor, è terrorizzato dal Signore Oscuro (il neocapitalismo travestito) e manda il suo fido ma imbelle secondo genito Faramir (Orfini) a presidiare i confini. Al contempo però spedisce l’ambizioso ma corruttibile Boromir (Emiliano) a cercare il mitico Anello Del Populismo: in teoria per distruggerlo, ma chissà.
Nel frattempo gli alti elfi (comunisti) si sono ridotti a poca cosa e vivono chiusi nei boschetti della loro fantasia. Il signore di Rohan (Grasso) è vittima delle parole avvelenate di Vermilinguo (D’Alema) e toglie l’appoggio al pd. Al nord i nani della Lega spegiurano di mirare al bene comune ma nel frattempo si fanno i cazzi loro e sognano di cacciare tutti i Sudroni. Il vecchio stregone Berluscaruman il multicolore finge di sostenere ora questo ora quello ma di nascosto rafforza il suo esercito di impresentabili. Gli Ent, immagine del popolo forte e tranquillo che tutti vorrebbero con loro, sono ridotti quasi a una leggenda. Nel frattempo l’antico portatore dell’anello del populismo (Grillo) l’ha consegnato con riluttanza al nipote (anche lui di bassa statura) Giggino di maggio, che non sa ancora bene che farne. Ma forse la catastrofe si può ancora evitare: da una stirpe dimenticata e vituperata (i democristiani) può rinascere la speranza: questo però lo saprete solo comprando “il ritorno del Renzi”.

P.S. L’anello del populismo è stato creato dai Signori Oscuri all’inizio della Seconda Era Industriale e rende invisibili le contraddizioni. Chi lo indossa può promettere più sussidi con meno tasse senza essere considerato un povero imbecille, ma ricevendo invece universale consenso. Il suo potere però corrompe e chi lo usa inizia ad esprimersi sempre in maniera contraddittoria e alla fine va al manicomio col cervello, portandosi dietro tutti gli altri.

 

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Per le vie del New England assediato

Oggi è l’anniversario della morte di H. P. Lovecraft. In memoria pubblichiamo una delle sue più enigmatiche poesie:

“Per le vie del New England assediato

stamane mentre me ne andavo bel bello
sono finito in un fiume di pecore
e il pecoraio astuto ed egocentrico
ballava al ritmo si sarebbe detto
di una musica ultraterrena
agitando il suo bastonucolo, bestemmiando
come uno scellerato
mentre i grossi cani pastori
lo guardavano con mite disapprovazione
come quel parente vulnerato nell’intelletto
che devi per forza invitare al matrimonio”.

P.S. C’è proprio tutto HPL: linguaggio arcaico, ruralità inquietanti, degenerazione, orrore cosmico, squisita prosodia. Forse si perde qualcosa nella traduzione. Purtroppo l’originale è andato smarrito durante una piena del Miskatonic e abbiamo dovuto ricostruirla a memoria.

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Il finto Pasolini

“Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo anche un po’ colpa mia”.
Dalla seconda lettera di Pasolini ad Alberto Sordi, 1973.

Il 24 febbraio 2018, durante un comizio in piazza Duomo a Milano, Salvini ha esordito citando Pasolini: “A chi fa il processo ai fantasmi del passato dico ‘Mi chiedo se questo antifascismo rabbioso sfogato nelle piazze a fascismo finito non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominate usa su studenti e lavoratori per veicolare il dissenso‘. Pier Paolo Pasolini 1973″.

Frase che non ha esattamente uno stile pasoliniano. Ciò nonostante, nell’ultimo anno e mezzo si è diffusa parecchio, e proprio perché proveniente da una sorta di campione della sinistra. Ne parlano “Il secolo“, “Il fatto quotidiano“, Socci, “Il giornale“; la ripetono in consigli comunali, la citano su riviste. Tutti evidenziano che la sinistra ha “scordato la lezione di Pasolini”. La cosa strana è che prima non si era mai sentita.

Ci siamo insospettiti e abbiamo fatto qualche ricerca. A quanto pare la prima apparizione della frase risale al 28-8-2016 e viene da un tale Giorgio ARCONTE*. Il sito che la ospita, circolo “Stanza 101”, osserva nel suo manifesto che “nichilismo e relativismo avanzano corrompendo lo spirito dell’Uomo”, quindi si capisce abbastanza da che parte sta.

Nel testo “originale” a Pasolini si fa dire “arma di distrazione di massa”. Essendo PPP morto nel 1975, l’uso di questa espressione così recente è davvero molto sospetto. Infatti nelle versioni successive il “di massa” sparisce e compaiono invece come fonti una trasmissioni rai del 1973 o un’inesistente lettere a Moravia. Evidentemente qualcuno ha cercato di attenuare il palese anacronismo del testo.

Siamo praticamente certi** che questa frase Pasolini non l’ha mai pronunciata. E’ stata però ripresa da migliaia di siti, da Salvini, ed anche da gente di sinistra, che si è affannata a spiegarla e “contestualizzarla” dandola però sempre per buona.

“Siccome tutti i posti della ragione erano vuoti, ci sedemmo anche noi dalla parte del torto”.
Pasolini, lettera a lupo Alberto, 1973.

Nel 1974 Pasolini aveva effettivamente detto che “Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà più“, etc. Per Pasolini il nuovo fascismo era la società dei consumi e i suoi rappresentanti erano i democristiani. Ma la sua prosa, più ripetitiva e complessa, era evidentemente meno efficace di questa finzione.

La cosa curiosa è che tanti amanti di Pasolini non abbiano avvertito la stonatura del testo, ma d’altronde ci sono ancora libri che attribuiscono a Borges l’orrenda poesiucola “Istanti“, nonostante lo stile sia del tutto diverso e ci sia addirittura un errore grammaticale.

Restando in tema, qualche tempo fa il Gramella se l’è presa a male per via dell’insegnante urlona e nel suo articolo (come al solito retorico ed insignificante) ha erroneamente attribuito a Flaiano questa citazione: “in Italia i fascisti si dividono in fascisti e antifascisti” (incidentalmente, lo stesso errore lo fa anche Wuming: a riprova che grandi menti etc etc.).

E’ noto invece che lo stesso Flaiano attribuisce la battuta a Mino Maccari, anche se in forma un po’ diversa: “Il fascismo si divide in due parti: il fascismo propriamente detto e l’antifascismo“. A ben vedere però la radice ci sembra sia in Longanesi, che nel 1950 scriveva: “La nostra vita politica […] ormai si avvia verso il fascismo degli antifascisti, cioè un fascismo ritardato, più bonario ma più inconcludente, un fascismo senza nicotina, in borghese, spoglio di miti e debole, ma condannato, di giorno in giorno, a prendere il potere“.

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Sta di fatto che oggi molti molti dicono di conoscere Pasolini, un po’ meno Flaiano, pochi Maccari e ancora meno Longanesi.

* a  riprova che la gnosi c’entra sempre in qualche modo.

** rimane solo qualche minimo dubbio legato alle strombazzate (dalla sinistra, ma ora anche dalla destra) capacità profetiche di Pasolini, che potrebbe aver previsto anche la guerra nel golfo e le armi di distrazioni di massa. Del resto non aveva forse scritto nel 1973 la poesia “la quota”? Quella che fa: “Ti sbagli, caro Alberto Angela / nel millenovecentottantasette / lo scudetto lo vince il Napoli; / ‘scolta un cretino”.

 

P.S.

“Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama sciarpa di seta in offerta”.
Elia Spallanzani, lettera a Pasolini del 1983.

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La guerra tra i Bovary

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“In quei giorni giunse al lago una massa di memer, blogger culinari, artisti visuali, analisti di cose islamiche, romanzieri del cassetto, turisti solidali, slowfoodder, e tutti volevano farsi un selfie con lui. Allora disse Giesucristo ‘padre mio perdona loro, perché sono Bovary di spirito’.”

“L’idea di campare facendo il memer è l’oppio dei Bovary”.

Alessandro Lounge, Come ho ucciso Bispensiero prima che lui uccidesse me, Civita Lupetta, 2018.

In Italia l’inquietudine provocata dal divario tra le condizioni di vita reali e le proprie aspirazioni è così diffusa che possiamo ormai parlare di una vera guerra tra Bovary.

E.S.

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