Come tutto ciò che è dettato dalla vanità

Il Saggiatore ha pubblicato “Le Montagne della follia” di H.P.L. e prometteva una copia in omaggio a chi avesse notato la particolarità della copertina. I fan di Lovecraft hanno notato subito che il titolo è sbagliato, perché dovrebbe essere “ALLE Montagne etc” (“At the mountains etc), mentre la risposta che l’editore si aspettava era “la menzione del traduttore sulla copertina”.

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rielaborazione di https://www.facebook.com/andre.ferrari.bufo

Ovviamente noi siamo per “alle montagne” e contro la menzione del traduttore, orrendo vezzo e segno di ulteriore imbarbarimento dei costumi.

Per questa posizione ci siamo presi diversi rimbrotti. In realtà dipende dal fatto che soccombiamo alla nostalgia. Una volta il nome del traduttore sulle copertine dei libri non si metteva. Evidentemente questa mancanza di rispetto turbava i traduttori, e un po’ alla volta a furia di gomitatine ce l’hanno messo. Una oggi, una domani. Ovviamente non c’è nessuna ragione, nessuna reale ragione né per metterlo né per toglierlo, c’è solo che a loro piace che ci sia, e che ad altri non piace, o più probabilmente non gliene frega un cazzo. E così che a lungo andare si fanno le cose, perché qualcuno le vuole e alla maggioranza importa poco. La ragione non c’è, viene anzi il dubbio che la Ragione non c’è. Però ci sono i motivi, le cose appunto che muovono, muovono i gas nello stomaco e i caratteri sulle copertine, e i discorsi inutili, come questo.

Ci hanno anche fatto notare le versioni (adattamenti) di liriche & poesie straniere hanno quasi sempre avuto il traduttore in copertina:

I traduttori di prosa, con un certo ritardo dovuto ai tempi di maturazione della nuova sensibilità universale, avranno protestato che pure la loro è un’arte di lima, bilancino e responsabilità della parola, anche la prosa è poesia!!, è una riscrittura (eccetera). Anche il doganiere della saggistica pretende il riconoscimento del proprio sudore letterario, non solo quando traduce il Nice, ma pure se riporta in italiano il denso periodare metafisico di un Hawking quando scrive la parola “gluepalla”.

Siccome compriamo pochi libri di poesie, non sappiamo bene cosa dire. Il motivo del nome del traduttore in copertina però non dev’essere solo quello dell’orgoglio professionale. Probabilmente il traduttore di poesie è davvero ritenuto chissà perché “più responsabile” di quello di prosa, ma è anche vero che i libri di poesie vendono così poco che non devono esserci molti traduttori proletari.

In altre parole, per la prosa ci sono tanti scalzacani disposti a tradurre e quindi essendo in concorrenza le loro pretese si abbassano: ah tu vuoi il nome in copertina? E allora lo facciamo tradurre a un altro. Traduttori più proletari hanno anche meno consapevolezza del valore del loro nome in copertina, oppure la loro opera è consapevolmente così modesta che non ne vanno fieri. In effetti il nome in copertina è una cosa che ha valore solo per il traduttore. All’editore non costerebbe nulla metterlo, e non gli toglierebbe nulla. Non è che può vendere quello spazio per fare la pubblicità del riso soffiato. E allora perché rilutta a concederlo? Dev’essere una questione psicologica. Ma adesso l’editore si è accorto del valore che il traduttore assegna al nome, e quindi può vendere ciò che per lui non ha nessun valore, può dire “okkey, il nome in copertina, ma allora meno soldi perché è un pagamento in notorietà”. Come al solito questo processo apparentemente giusto e democratico finisce per avvantaggiare solo i più forti, visto che al traduttore proletario il nome sul manuale tecnico o sul libraccolo non rende nulla. Però l’orgoglio di averlo potrebbe indurlo ad abbassare ancora le sue pretese, o a non alzarle.

La faccenda ha assunto quindi nella nostra mente il valore di una metafora sociale e ci conduce a considerazioni più generali.

Il traduttore può ottenere il nome perché 1) è molto forte, è l’unico in grado di fare quel lavoro o comunque l’editore vuole lui perché lo considera abile e/o un aiuto alla vendita, oppure 2) è molto debole, non verrà nemmeno pagato ma “almeno” avrà il nome in copertina, un pagamento “in visibilità”, cui evidentemente attribuisce un certo valore. Due situazioni opposte conducono alla stessa richiesta, il nome in copertina. Probabilmente il “valore” di questo bene è stato creato o evidenziato dai forti, e i deboli vanno a ruota.

Ma questo “bene” vale molto per i forti e poco per i deboli, perché i primi ottengono il nome su bei libri, libri noti, che si vendono, che sono considerati di rilievo culturale, mentre i deboli sui libracci, che finiscono sulle bancarelle, che non sono letti, o se letti vengono derisi, magari proprio per la cattiva traduzione. La visibilità, a differenza del denaro, può essere buona o cattiva visibilità, ma le viene dato l’aspetto del denaro e quindi di un valore in sé.

Naturalmente si potrebbe dire che questo vale per la maggior parte dei nuovi beni. Ma si tende anche a considerare la stessa richiesta (il nome il copertina) come segno dello stesso bisogno o della stessa strategia, mentre come detto può venire da soggetti diversissimi, e anche nemici gli uni degli altri, sia materialmente che ideologicamente. Il problema si pone più che altro per i deboli, che tendono a credersi forti solo perché avanzano le stesse richieste dei forti. Eppure nessun contadino ha mai pensato di essere un principe per la sola ragione che voleva anche lui l’arrosto. Invece gli educati sì.

I traduttori proletari sostengono la lotta per avere il nome in copertina, di fatto favorendo i traduttori signorili e ricavandone solo una vaga speranza. Ma la speranza è meglio di niente e in fondo anche i contadini forse andavano fieri della ricchezza dei loro signori.

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F&L, una quarantina di anni fa (sul finale della Carmen)

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I Virgulti del Possibile

Mentre preparavamo il volume in onore di Spallanzani ricevemmo uno stranissimo contributo da un sedicente ex allievo dell’Elia. Siccome era ancora più singolare del solito, decidemmo di ometterlo. Lo pubblichiamo adesso, mentre ci avviciniamo al quindicesimo anniversario della Fondazione. Naturalmente non abbiamo idea di cosa voglia dire il mentecatto.

<< I Virgulti del Possibile,

nota sul libro “L’immagine dell’Io nel mondo” di Elia Spallanzani.

“Sotto la coltre insudiciata dai viventi di superficie, si estende un regno assai più vasto. E’ abitato da strati su strati di microbici animaletti, semplici intasatori dello spazio. Ma non solo. Sono vivi gli echi che rimbalzano da tempi immemori sulle volte marmoree, negli anfratti epocali. Detti, o impronte di movimenti sonori, fatti millenni orsono. Hanno avuto il tempo di moltiplicarsi. Seguendo le varie strade di rimbalzo sulle strutture vibratili, sui bagnasciuga fluviali infraterrestri, ovattati dalle alghe e occupati da acefali virgulti sfasati dell’evoluzione. Sono cambiati, ingigantiti negli spazi da arena sportiva lasciati dagli strappi nella carne arenaria del pianeta. Si sono rimpiccioliti, come sibili gorgoglianti, nei canalicoli di magma sanguigno, nel ventre supino di Gea. Sono divenuti le manfrine per spaventare i piccoli delle specie senzienti di lì sotto. Gli orrori, dietro gli angoli non conosciuti, da cortocircuito della valvola cardiaca, per gli adulti scafati. I rimbombi ventricolari, da cuore in pulsazione. Gli sfiati intestinali e il respiro insieme del creato profondo…”

(dall’introduzione de “L’immagine dell’io del mondo”).

Il testo che mi accingo ad analizzare non appartiene di sicuro al novero dei più conosciuti dell’autore, un’opera giovanile. Catalogato, per diverse vicissitudini editoriali o meno, tra le opere minori. Questo grazie anche alle intenzione stesse di Spallanzani, che attribuisce la paternità dello scritto, in diverse interviste e nella prefazione del libro, ad un altro autore. Si tratta di Tal Faruck-Ben Assan II, scrittore arabo, tradotto in greco da un anonimo. Allo stesso personaggio viene solo ascritto un altro tomo, dagli storici, di cui si conosce unicamente il titolo tradotto in aramaico, ovvero “Il Giardino Apologetico dei Melograni fioriti“. Da ciò la mia propensione a valutare l’opera come frutto della sola mente di Elia.

Lo stesso titolo porta a riconoscere il libro come spallanziano. Si parla infatti di immagine, qualcosa che viene percepita dai sensi. Ma non deve per questa stessa ragione, essere ritenuta veritiera in assoluto. Il vissuto percettivo spesso inganna, abbiamo solo uno spettro di ricordo degli oggetti, un ombra, una imago. Certo, dall’altra parte è forte il richiamo a qualcosa di vero e profondo, la parte essenziale del mondo, l’Io.

In verità tutto l’insieme dello scritto appare differente, in una prima analisi, dalle altre creazioni di Spallanzani. Vi si narra di un viaggio, fantastico di sicuro, ma concreto, nei meandri del sottosuolo. Viene descritto il regno sotterraneo, suddiviso in vari incontri, o stazioni. Ad ogni fermata viene dato il nome di una parte del corpo umano, a testimoniare l’ordine e la sistematicità di questo “inframondo sconosciuto, difforme dal nostro”, secondo la voce stessa dell’autore.

Procedendo per ordine si incontra il capitolo chiamato testa. Qui Spallanzani spiega che ciò che dirige l’ecosistema sotterraneo, e lo instrada nelle sue vicissitudini, sono i crolli. Eventi che potrebbero essere ascritti al caso, ma che sembrano avere come una direzione ben precisa. Una mente senziente che crea il minimo danno possibile, e spiana lo spazio a nuove possibilità di ampliamento. O forse, “questa è solo un’illusione, che chi assiste allo spettacolo crea nei suoi pensieri. Per coprire il tumultuoso e luttuoso incedere in caduta libera del terreno. il suo schiacciare membra viventi, corpi senzienti” ( ancora un intervento di Spallanzani).

E i senzienti, per Elia, sono le mani, descritte nel capitolo omonimo. Le creature sotterranee che costruiscono, partendo dai materiali di risulta dei sommovimenti terrestri. Riassettano lo spazio visibile, riempiono il vuoto (a volte anche troppo, lo descriverà nella sottosezione “l’obesità della Tirso sotterranea”). Ma danno al contempo materia per far ricominciare il ciclo infinito ed imperturbabile dei cedimenti strutturali.

Un altro paragrafo è dedicato al “ventre piatto della terra”. Qui gli abitatori sono privi dell’intelletto superiore, sempre in movimento. Le loro uniche attività, la caccia feroce degli uni sugli altri e la fornicazione a scopo riproduttivo. Involontariamente, danno adito a spettacoli ed a racconti, che prendono vita, secondo l’autore, solo seguendo “l’agglomerato di migliaia di questi esseri. Che da un palco distante per altezza e comprensione, sembrano impegnati, non da singoli, in fiabesche peripezie. E vedo ora, davanti ai miei occhi, la faccia di Sherazade la bella, formata dall’intarsio di innumerevoli puntini animati. E’ pronta a raccontare uno strabiliante vissuto, suo o di altri. O forse, da vera abitante del deserto, è solo un miraggio forzato dell’immaginazione”.

Spallanzani compie molte altre fermate nel suo tragitto, tutte caratterizzate da una verità vista, udita, annusata, che viene sempre ribadito essere un’interpretazione, un possibile, un creduto. Ribadisce pure, nei suo momenti di riflessione sul suo viaggio, che probabilmente molte altro non ha potuto neppure “tentare di vedere, provare ad udire”. Gli rimane la sicurezza di non poter descrivere “il più ed il meglio di quell’affresco sotterraneo conturbante”. Davvero lì ci sono, come affermerà l’autore “Tutti i virgulti del possibile, (da cui il titolo del saggio) stipati da qualche parte, lontani da me, inafferrabili. In tutta lo scorrere della mia vita d’uomo, ne avrò potuto saggiare un infinitesimo, sotto il mio sguardo. E quando salirò, afflitto e stanco, prossimo al commiato dai miei giorni, dai miei simili, quale sarà la novella che porterò in dono? Un insieme abbozzato di ricordi smemorati, un cozzare di immagini incancrenite dall’oblio.”

La parte finale del libro sembra essere anticipatrice dei futuri sviluppi della poetica di Spallanzani. Nell’ultima stazione, I piedi, reggenti del globo, si parla di tre dervisci, che si sono nascosti nelle profondità in cerca di pace. Discutono su quale possa essere la punizione peggiore per chi viene spedito all’inferno.

Il primo si butta su una analisi delle punizioni storiche da quelle antichi, a quelle più moderne. Qui si ha il tempo vedere l’ampio caleidoscopio di conoscenze di Spallanzani, che spazia da Virgilio e la sua descrizione dell’inferno fino ai suoi contemporanei, passando naturalmente per Dante e Milton. Il secondo derviscio afferma con sicurezza: “Una persona viene gettata in un posto ad aspettare che gli venga inflitta la pena. Più starà a rimuginare su quello che gli deve accadere, maggiore sarà il suo supplizio. Il non conoscere, quella è la sofferenza maggiore”. Il terzo derviscio conclude con quello che dovrebbe essere il pensiero dell’autore, le ultime parole del libro. Come un suo commiato e commento per i lettori del libro: “Tre uomini di grande acume ed ingegno vengono imprigionati, a loro insaputa, da un demone malvagio. Si mettono a discutere della pena maggiore che si può ricevere nei recessi dell’Averno. Dopo discussioni forbite ed analisi scientifiche millenarie, giungeranno, irrimediabilmente, alla medesima conclusione su quale sia la punizione peggiore. Allora, quello sarà il loro supplizio. Il cercare di conoscere.”

Breve bibliografia di riferimento:
AA.VV, Il magnetofono sconquassato. Interviste a E. Spallanzani, Ed. Scolopendra, 1977.
E. Spallanzani, Il saggiatore immaginifico, Ed. Colucci, 1982.
E. Spallanzani, Aufidersen, Kindergarten!, Ed. Valpurga, 1974 >>

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8 segni che sei diventato una persona meschina e orrenda

Diventare una persona meschina e orrenda è un attimo, non serve molta preparazione e anzi parecchi nascono già così o comunque ci sono portati. Più difficile è accorgersi di essere una persona meschina & orrenda, risultato cui la maggior parte delle persone meschine & orrende non perviene mai, pur essendo sotto altri profili pervenutissima. Si può anche affermare che il tratto tipico delle persone M&O è proprio la ferma convinzione di essere brave persone, troppo ingenue e generose per competere con tutta la gente MESCHINA&ORRENDA che c’è in giro. Da ciò questo semplice strumento di autoanalisi: basta sommare il numero di segni in cui ci si riconosce e se si supera il 4 è fatta.

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1. La vista di coloro che dopo aver superato con coraggio e ottimismo terribili handicap si godono un meritato successo ti manda in bestia come se ti avessero rubato qualcosa e senza accorgertene subvocalizzi auguri di morte.

2. Quando intervistano l’ennesimo insegnante per sapere se conviene investire nella scuola ti viene sempre in mente che nessuno chiederebbe ai macellai se conviene allevare porci.

3. Quando il più ribaldo e socievole dei tuoi ex compagni di liceo ti chiama per dirti che ha ottenuto un finanziamento pubblico di due milioni di euro per avviare una start-up nel campo degli ausili alla defecazione gli fai i complimenti, mentre in cuor tuo speri solo che d’ora in poi la gente nasca senza il culo.

4. Quando la donna con cui vivi da vent’anni senza aver mai voluto formalizzare torna da una di quelle spaventose cene-bilancio con le amiche e stanca e addolorata ti dice “minchia Gustavo, invecchiando sei diventato una persona meschina e orrenda”, la prima sensazione che provi è tuo malgrado di liberazione.

5. Quando senti di imprese sequestrate alla mafia che vengono assegnate gratuitamente a cooperative gestite da preti o da ex sindacalisti pensi sempre che lo stato non dovrebbe falsare la concorrenza tra camorre.

6. Quando un piccolo mendicante ti ferma per strada e ti chiede qualche moneta facendoti al contempo gli auguri per il 2018 tu pensi che l’unico cambiamento di rilievo nella tua vita sarà il nuovo calendario della differenziata e rispondi “spicci non ne ho, la vuoi una sigaretta?”.

7. Quando senti qualcuno dire cose meschine e orrende contro i deboli, i meritevoli, gli ottimisti, gli idealisti e i santi, invece di protestare ripensi con soddisfazione a quella scena di fight club dove il tipo secco dice “vorrei solo distruggere una cosa bella”.

8. (il sigillo definitivo) Quando i pensieri meschini che covi notte e giorno diventano non solo l’unico temporaneo sollievo alla tua infelicità, ma a un tratto ti sembrano anche squarci luminosi sulla natura del reale, e allora cominci a ridere un riso orrendo e la gente sul tram si volta a guardarti come un demente mentre emetti rumore di ferraglia e pensi “guardate, guardate, siete peggio di me, siete persone orrende ma io non vi incontrerò perché me ne sono già andato”.

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Todos Caballeros

“Il problema della cittadinanza agli immigrati continuò a turbare i sonni dei politici italiani per quasi due decenni. La destra, o quel che ne rimaneva, formulò una proposta curiosa: dare sì la cittadinanza agli immigrati, ma per elementare giustizia darne un’altra anche agli italiani. L’italiano con due cittadinanze avrebbe potuto votare due volte, oppure poteva vendersi uno dei voti per cinque euro come faceva di solito e consumare l’altro nella cabina. O poteva votare contemporaneamente per due schieramenti opposti, che era sempre stato un po’ il suo sogno.

I resti della sinistra trovarono l’idea aberrante e proposero che invece di concedere la cittadinanza agli immigrati, gli italiani avrebbero dovuto rinunciare alla loro, con evidenti vantaggi. Così saremmo diventati tutti clandestini e lo stato avrebbe dovuto versare 35 euro al giorno per mantenerci, realizzando il sogno progressista del reddito di non cittadinanza. In secondo luogo, gli italiani privi di cittadinanza non avrebbero più potuto usare il diritto di voto per farne commercio o eleggere i disutili e gli infami, come avevano fatto fino ad allora. Infine, si sarebbe risolto anche il problema dei neofascisti, che non avrebbero più avuto una patria da difendere. E soprattutto gli italiani non si sarebbero più sentiti in colpa perché i figli degli immigrati non potevano fregiarsi del titolo di italiani, mentre i figli che loro non avevano sì.

Infine, dagli scranni degli indipendenti venne l’idea geniale, una soluzione per risolvere il problema della cittadinanza ai clandestini e al contempo incentivare il ricorso al testamento bio, che stranamente segnava il passo. In sintesi bastava stabilire che ogni italiano, oltre a rifiutare le cure, poteva anche lasciare la sua cittadinanza a un immigrato. Come avveniva per i fondi europei, i beneficiati avrebbero dovuto portare (ad esempio sul cappellino) la scritta “cittadino col contributo di (ad es.) Mario Rossi“, quale forma di riconoscenza automatica. In questo modo si superava ogni contestazione, e inoltre la proposta conveniva anche ai notai, per cui fu adottata a larga maggioranza.

A dire la verità, il popolo sul punto era molto accomodante. Cosa sbalorditiva, in un paese in cui il minimo privilegio veniva di solito difeso con cieco e bestiale accanimento. Ma evidentemente gli italiani pensavano che essere cittadini non comportasse alcun vantaggio pratico, o che fosse addirittura un peso. Concedevano quindi la cittadinanza con la stessa generosità con cui avrebbero voluto condividere i debiti o le malattie. Gente che non dava due centesimi di elemosina a bambini morenti non vedeva però ostacoli a dargli la cittadinanza, segno sicuro che la valutava meno di due centesimi.

Infatti nel 2035 le norme sulla cittadinanza furono ulteriormente addolcite stabilendo che poteva ritenersi italiano chiunque transitando nella nostra patria si lavasse i piedi almeno una volta a settimana. In questo modo molti turisti si trovarono loro malgrado italiani senza saperlo: in pratica rimasero fuori solo i tedeschi e alcuni degli stregoni juju più ortodossi. Alle elezioni del 2036 risultarono 462 milioni di aventi diritto, ma votarono solo in 16, e la scheda di Eugenio Scalfari fu annullata perché aveva scritto UIUA IL DVCIE col sangue.”

Bruno Vespa, Storia Sentimentale Della Democrazia in Italia, Malta, giugno 2049.

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Sostituzioni

“All’inizio del secolo il problema della disoccupazione giovanile poteva essere affrontato solo in due modi: riducendo dolorosamente i c.d. “diritti quesiti” (di chi questi “diritti” li aveva ottenuti col clientelismo e l’imprevidenza), oppure riducendo il numero dei giovani. Con realistico buon senso l’Italia scelse il secondo.
[…]
Gli immigrati accolti per rimpiazzare i non nati mostrarono però un’intollerabile tendenza a reclamare anche loro posizioni incompatibili coi diritti quesiti dei seniores. Si comprese che la guerra civile per il possesso dei cellulari di ultima generazione era un processo imposto dalla natura stessa del capitalismo, a prescindere dall’identità dei soggetti coinvolti”.

Rapporto Censis 2049, trad. dall’arabo di Corrado Augias.

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P.S. Per dare un’idea della conclamata affidabilità di questi rapporti Censis basta ricordare quello famoso del 2018, in cui tra l’altro si notava la maggioranza degli italiani preferiva già il testamento biologico a quello industriale. Le ultime volontà, specie se allevate a terra, risultavano molto più saporose e salutari. Alcuni entusiasti, proseguiva il rapporto, non si limitavano a sgranocchiare il proprio testamento biologico, ma ingoiavano anche il sigillo di ceralacca del notaio, sostenendo di trarne un’inspiegabile ebrezza.

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Dietro la porta della Legge

“Con l’introduzione del reato di alzare la voce e l’inasprimento delle sanzioni per lo sguardo doloso la crisi della famiglia fu finalmente trasferita dall’ambito sociologico a quello penale. I tribunali italiani, nella loro efficienza, riuscirono a prolungare la durata media dello scazzo domestico anche a quindici anni, superando molte faide barbaricine. L’angosciante lentezza dei processi era tanto più incomprensibile in quanto con la legge Boschi-Argento* l’onere della prova era stato trasferito sull’accusato. Nonostante l’agevolazione i PM continuarono a ottenere risultati modesti: le condanne non superavano il 90%”.

Il ministro della famiglia Fabio Canino,
discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario 2049.

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* Uno stralcio della norma e del commento dottrinale:

“Comma 22: siccome spesso è impossibile dimostrare di aver subito una molestia, pretendere la prova di una molestia è, a ben vedere, una molestia, o almeno una forma di complicità nella molestia”.

Nessuno denuncerebbe una molestia se non fosse vera o non l’avesse percepita (subito o anche dieci anni dopo) come tale: su queste cose non si scherza. Dubitarne è una molestia, o almeno è sospetto. D’altronde, pretendere la prova impossibile significa di per sé favorire i molestatori. Per non scoraggiare le denunce bisogna temporaneamente invertire i principi e mettere a carico dell’accusato la prova della sua innocenza. Infatti i principi non sono mica verità rivelate, e lo si fa a fin di bene. Per essere davvero garantisti bisogna appunto garantire il diritto di accusare senza prove, se la prova è impossibile e il fatto è certamente accaduto visto che lo si denuncia, e su queste cose non si scherza.
E’ chiaro che l’accusato in realtà non può discolparsi, perché la denuncia della molestia implica che chi denuncia si sente molestato, e quindi la molestia c’è stata. Si consente all’imputato di parlare al solo fine di degradarsi ulteriormente raccontando patetiche menzogne, oppure perché possa scoppiare in lacrime e pentirsi. Pentimento che, è ovvio, non gli gioverà da nessun punto di vista.
Se incredibilmente l’imputato riuscisse a dimostrare che al momento dei fatti era in un’altra nazione, si supporrà che è comunque colpevole di qualche altra molestia perpetrata all’estero e non ancora denunziata. L’uomo infatti è per definizione un animale bipede, implume e molestatore.
In effetti l’unico modo di discolparsi sarebbe dimostrare che in quel momento si era morti, ipotesi difficilmente realizzabile nella pratica, ma che ha già dato vita a un certo dibattito dottrinale. Si è giustamente notato che permettere agli eredi di dimostrare l’innocenza del caro estinto potrebbe gettare una luce equivoca sul molestato, e non c’è ragione, tra il vivo e il morto, di favorire il secondo: tutt’altro. Da ciò il divieto di proseguire le indagini dopo la morte dell’accusato che, ricordiamolo, con questa sua mossa furbesca si è sottratto alla giustizia. L’umana. Perché Dio sa di più, e su queste cose non scherza.
Qualche sofista potrebbe obiettare che però così si rischia di mettere in galera un innocente. Ora, a parte che è puerile pretendere un mondo senza ingiustizie, va anche detto che la punizione non deve per forza essere il carcere, e anzi di norma non lo è. Il molestatore non va nemmeno strettamente processato, perché il processo serve ad accertare la verità, e qui noi già la sappiamo. La punizione del molestatore è già contenuta nell’accusa, il marchio di infamia è automatico e sufficiente a fargli pagare il prezzo delle sue incontinenze. Il tutto anche con un notevole risparmio di energie investigative. A riprova, sia detto per inciso, della bontà del sistema.

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L’eredità della terra

“Nel 2038 l’Unesco ormai aveva esaurito gli aspetti positivi da tutelare e i suoi ottantamila dipendenti rischiavano seriamente di perdere lo stipendio: il lavoro l’avevano smarrito circa cinquant’anni prima, ma stavolta si trattava di soldi. In quei momenti difficili fu determinante il contributo delle lobby italiane, che dopo aver ottenuto riconoscimenti per la pizza, la canzone neomelodica e le cipolle mannare di Tropea, proposero la candidatura a patrimonio dell’umanità anche per un’altra eccellenza tipica del nostro paese troppo spesso dimenticata. L’Unesco all’inizio era titubante, ma si trattava di scegliere tra quello e la disoccupazione, per cui nel 2039 dichiarò patrimonio immateriale dell’umanità il Metodo Camorristico e nel 2040, preso coraggio, anche il Passare col Rosso“.

Piero Fassino, presidente di “Poveri & Soli”, discorso di insediamento del 7 agosto 2049.

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Se non puoi batterli

“Intorno al 2040 il lassismo grammaticale raggiunse livelli inauditi. Non solo la gente diceva e scriveva solo cose ignoranti, come aveva sempre fatto, ma le istituzioni le davano anche ragione. La lingua, dicevano, è quella effettivamente parlata e non l’ossame conservato nei manuali. Del resto, nello stesso periodo e seguendo la stessa logica il ministero della giustizia aveva stabilito con circolare che le rapine in villa costituivano l’uso vivo dei rapporti di vicinato: punirle sarebbe stato presuntuoso e vano.
Con realistico buon senso la custode della lingua italiana decise di adeguare il suo statuto alla viva e scoppiettante pronuncia popolare e chiese allo stato un finanziamento di duecento milioni per sostituire tutte le targhette con delle nuove recanti la scritta L’Hdemia dell’Acrusca“.

Rosario Fiorello, Hdemico, Panama, aprile 2049.

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Nota: uno dei segni della fine fu la pubblicità di Amazon del 2017, quella delle forbici da mancino. La scena finale suggeriva o comunque confermava, tra il plauso generale, un uso balistico della punteggiatura da cui non ci saremmo più ripresi.

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Il giorno del giudizio

“Nel 2021 Laura Boldrini citò in giudizio tutta la rete perché rideva sotto i baffi dei suoi interventi, ledendone l’integrità morale. Il processo apparve subito difficile: bisognava notificare gli atti a un miliardo e mezzo di persone, compresi alcuni pastori nomadi. Intuita la rogna, uno dopo l’altro tutti gli uffici giudiziari italiani si dichiararono incompetenti con i pretesti più grotteschi. Alcuni giunsero persino a cambiare la targa sul portone per non essere riconosciuti.

La causa assunse l’aspetto di una valanga inarrestabile di carte che si accresceva a ogni rimpallo e devastava le cancellerie. Esasperata, nel ’36 la Boldrini fece ricorso alla Corte per i diritti dell’Uomo, ma poi a sorpresa la ricusò perché sessista sin dal nome. Il caso era novissimo: a quanto pareva, su tutto il pianeta non c’era un’autorità in grado di decidere la questione. Per fortuna nel ’43 arrivò l’astronave dei Frolixiani, che non potevano certo essere accusati di parzialità, e la Boldrini sperò di trovare finalmente giustizia.

Gli alieni erano ancora frastornati dal jetlag di ottanta milioni di ore e incautamente accettarono il compito, ma la loro conoscenza del sistema giudiziario terrestre derivava solo da vecchi programmi delle televisioni commerciali che avevano captato per caso negli anni. Questo fatto, unito alla loro scarsa conoscenza della lingua, li convinse che l’unico giudice degno sarebbe stato Santo Lichene, un vegetale molto saggio e pio che secondo i loro archivi viveva (o comunque vegetava) nella giungla del pianeta Dagobah. Formulato il quesito, glielo spedirono con posta ultraluminale e due marche da bollo da sedici euro. Ci vorranno trent’anni perché arrivi, e altri trenta per avere la risposta, che è sempre meno di quanto ci metterebbe il Tar del Lazio”.

Rita Dalla Chiesa, “Il diritto intergalattico nella giurisprudenza di Forum”, San Marino, 2049.

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prima reazione del Giudice alla vista dell’incartamento.

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Il difaftro fecondo

“Oggi possiamo dire con certezza che il 31 dicembre 2023 Kim Jong Un non intendeva lanciare un attacco atomico contro l’Italia. E’ vero che Razzi l’aveva chiamato alle 11 di sera chiedendo di levargli una multa che aveva preso nel parco dell’amore di Pyongyang, ma la vera causa fu un’altra. Semplicemente, mentre come ogni sera giocava ad Arkanoid Kim si accorse di una piccola scritta che lampeggiava da tempo sul suo monitor e a cui non aveva mai prestato attenzione: “This copy of Windows XP is not genuine”.
Il grande leader non sapeva l’inglese, ma sapeva che quello era inglese, per cui pensò che si trattasse di un cyberattacco Usa e preso dal panico ordinò subito di lanciare il missile Gnom-Dor-Flan, che si potrebbe tradurre “la tremenda capàta sulla narice”*.
Ora, Kim non era un fesso. Aveva letto l’arte della guerra di Sun-Tzu e sapeva che bisogna colpire il nemico dove meno se l’aspetta, quindi aveva preteso che il tragitto del missile non attraversasse il pacifico, che era la via più breve ed ovvia, ma facesse tutto il giro dall’altro lato. I suoi tecnici, tra cui alcuni ricercatori italiani, gli avevano pur spiegato che era assurdo, ma lui aveva insistito aggiungendo che così c’era anche un altro vantaggio, perché il missile avrebbe avuto il sole alle spalle. Sun-Tzu ci teneva molto a questa cosa del sole alle spalle, e Kim non intendeva deluderlo.

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Così, il missile per quanto sbilenco cominciò il suo tragitto sulla Cina, entrò in Kazakistan, sconfinò in Russia e si diresse dritto verso i cieli europei. I satelliti spia se ne accorsero immediatamente e avvertirono la stanza ovale, ma in america era mattina e a quell’ora il presidente Trump stava cacando, operazione che richiedeva sempre un certo tempo, per cui il sottosegretario di stato avvertì le autorità europee che quella volta avrebbero dovuto vedersela da sole.
La procedura per la convocazione del gabinetto di emergenza europeo era scritta in diciassette lingue e prevedeva tempi minimi pari a una stagione calcistica. A quell’ora (era quasi mezzanotte) si riuscì a trovare in ufficio solo il primo ministro danese, che tanto era depresso, un rappresentante del libero governo in esilio della Catalogna, che non aveva famiglia, e il sindaco di Bari. Riuniti in videoconferenza i tre notarono che il missile, probabilmente a causa delle sanzioni cinesi, non aveva abbastanza gasolio da arrivare a destinazione e quindi sarebbe caduto da qualche parte tra Cracovia e Lisbona. Bisognava per forza abbatterlo, ma dove? Nel cielo di quale paese?
Iniziarono frenetiche consultazioni telefoniche e le prime due tornate di voti videro in netto vantaggio l’Italia e Cipro. Colti di sorpresa e non avendo tempo per esercitare le loro grosse doti corruttive, i politici italiani non riuscirono a far pendere l’ago sulla nazione amica, anche per l’inaspettato tradimento della Germania, che ci era rimasta ancora male per la storia di Ratzinger.
Il missile perdeva quota ed emetteva strani rumori dalla marmitta, segno evidente che stava per cascare, ma le votazioni si susseguivano inutilmente e davano sempre un risultato di parità. Il tempo ormai era agli sgoccioli quando si decise, con la morte nel cuore, di ricorrere a un sorteggio.

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A questo punto bisogna sapere che dopo la faccenda dell’agenzia del farmaco l’Italia aveva corrotto un funzionario dei monopoli UE e anche suo figlio, il bambino cieco preposto ad estrarre i bussolotti. Con un metodo già applicato per il lotto, il bussolotto contenente la parola Italia veniva leggermente scaldato in modo che la sorte non potesse sbagliarsi. Purtroppo quella sera nessuno ebbe la presenza di spirito di avvertire il bambino che era un sorteggio da perdere, e così i Mirage lanciarono i loro missili e a mezzanotte e due minuti sul cielo di Napoli si accese una gigantesca sfera di fuoco.
L’onda d’urto fece scoppiare le finestre di mezza città e scaraventò intere famiglie giù dai motorini. Alcuni depositi di armi della camorra esplosero per solidarietà, mentre un vento soprannaturale sollevava l’immondizia nella prima tromba di rifiuti che si fosse mai vista. Il vesuvio, simile nella notte a un mostro antidiluviano, sparacchiò per simpatia due o tre fiammate gialle e azzurre, appena sufficienti ad incendiare poche case abusive. Più gravi furono i danni causati dalla stessa popolazione, che punta nell’orgoglio decise subito di rispondere alla botta con una sparatoria infernale di track e cipolle all’uranio impoverito. La maggior parte dei circa diecimila morti fu trovata senza una mano, ma con un’espressione compiaciuta sul viso.
Nel complesso, dopo 25 anni possiamo dire che quella catastrofe, come le altre, fu soprattutto un’opportunità. Mancando qualsiasi speranza di un rinnovamento spontaneo, se non avessero lanciato il missile avremmo dovuto farlo noi”.

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Giggino o’ Flop, Commissario Straordinario per l’Immediata Ricostruzione, rapporto segreto del 30 marzo 2049.

* Una traduzione più letterale sarebbe: “Da bambino nessuno te lo dice / a tue spese ne fai l’esperimento / che la realtà colpisce a tradimento / come una capàta sulla narice.”

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Vedere un altro orizzonte

“Gaetano Kyange era nato a Brescia il 2012 da genitori ruandesi ma per il resto era italianissimo, tanto che già a quindici anni si fingeva cieco per truffare lo stato. La sua furbizia e il suo vittimismo erano così noti nel quartiere che lo chiamavano “Tano Kyange e Futte” e quando la psicopolizia delle Iene andò a incastrarlo si verificò un fatto inaudito.
L’inviato gli aveva chiesto come faceva, essendo cieco, a fare il fotografo dei matrimoni, e lui rispose che ormai le macchinette facevano tutto da sole, il che tra parentesi era anche vero. Allora l’inviato gli mostrò filmati girati da telecamere nascoste in cui lui sfrecciava sulla moto o pilotava un drone per fotografare le pelate degli sposi dall’alto, e persino uno in cui infilava l’ago per sua zia Luisella.

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Messo alle strette, Tano ricorse al vecchio argomento che l’aveva già salvato altre volte e disse “ce l’avete con me perché sono nero”. Ma stavolta gli andò male, perché anche quello delle Iene era nero e anzi ormai da quelle parti erano tutti neri. I pochi bianchi rimasti erano scappati a Tenerife per motivi fiscali, e quelli che non potevano permetterselo uscivano raramente di casa, per non mettere in imbarazzo i nuovi cittadini. L’inviato delle Iene ebbe quindi gioco facile e non perse l’occasione per ripetere “l’Italia non è mica un paese razzista!”.
Vistosi perduto, Tano andò nel panico e farfugliò la prima assurdità che gli veniva in mente: “Ah sì, non è razzista? E allora perché non c’è mai stato un astronauta italiano negro?”.
Appena sentì quel che gli era uscito di bocca rabbrividì, ma con sua grande sorpresa vide che il Tizio delle Iene ci rifletteva. Era vero, come mai non c’era nemmeno un astronauta italiano di colore? Ma allora era razzismo! Anche il pubblico ne fu colpito. Da quel momento partì la campagna di opinione che nel 2035 sfociò nella selezione, quale membro italiano della spedizione su Marte, di Tano Kyange, fotografo di matrimoni”.

Alberto Angela, Le meraviglie del possibile, Lugano, 2049.

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Il gatto ti sia lieve

“Nel 2028 l’Università di Ascoli ottenne un finanziamento europeo di 9 milioni per calcolare la variazione annuale della taglia dei gatti dal 2000 in poi. All’inizio gli stessi ricercatori pensarono che fosse uno scherzo, ma poi si accorsero che i soldi arrivavano davvero. Ancora increduli, chiesero a gran voce che fossero usati per costruire un minimarket nel campus, di cui si sentiva il bisogno*, e una pista di pattinaggio. Quanto alla ricerca, la sera prima della deadline spararono un numero a caso, nella certezza che nessuno avrebbe potuto smentirli: 3% all’anno.
Vent’anni dopo possiamo dire che per una felice coincidenza hanno indovinato e mentre scrivo mi giungono notizie di gatti domestici grandi come pecore delle Shetland, e altrettanto lanosi. Ma il cambiamento più impressionante è nella loro alimentazione, perché da cacciatori si sono trasformati in spazzini opportunisti, come le iene: forse per affinità coi loro padroni o per qualche misteriosa espressione epigenetica.
Fatto sta che ormai, in un paese di anziani bianchi senza figli o amici, i diletti gattoni finiscono spesso per prendersi cura anche dei cadaveri dei loro padroni morti in casa, rivelandosi un ottimo ed ecologico sostituto delle pompe funebri. Forse è per questo che (fateci caso) non si vedono mai funerali di italiani”.

* per andare a fare la spesa durante l’orario di lavoro i dipendenti erano costretti a prendere la macchina, mentre col minimarket interno avrebbero potuto andare a piedi, impiegando forse anche più tempo ma con meno stress.

Licia Colò, Un amore oltre la morte, Antille Olandesi, 2049.

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Proiezioni di crescita al 2069, Università di Ascoli, ricerca finanziata con fondi FESR.

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Sempre pecore

Altre puntate del nostro reportage dal futuro sono qui e qui.

“La storia non si scrive coi fatterelli, ma la gente capisce solo quelli, il lato umano, la cameriera di Maria Antonietta… bisogna umanizzare, così possono farci anche un breve filmato. I grandi processi sembrano lontani, astratti, ci vuole un punto di vista basso, bisogna umanizzare, e quindi ecco la breve storia del sig. Olindo Comorbìle, paradigmatica della sua era.
Olindo era nato a Benevento il 4 giugno 1981. Fu uno degli ultimi che grazie alla raccomandazione del presidente della Comunità Montana riuscì ad entrare come bidello e durante i torbidi del 2021 passò direttamente professore di tecnica. Dieci anni dopo, quando si erano già diffuse le prime A.I. portatili, Olindo continuava a mostrare ai suoi ragazzi come si squadra il foglio con riga e compasso. Non aveva avuto figli: sua moglie Gessica Genuflessa da adolescente aveva sentito dire in televisione che i figli possono complicare la carriera, e benché lei fosse casalinga questa cosa di tarparsi le ali l’aveva spaventata. Non che Olindo ci tenesse molto. I ragazzi che conosceva erano quasi tutti rumeni o senegalesi e in confronto alla sua classe l’isola del signore delle mosche sembrava Disneyland: lo stimolo di mettere al mondo altri delinquenti era ridotto. La sua vita trascorreva piatta e noiosa e molti al posto suo ci avrebbero rinunciato, ma Olindo aveva a sostenerlo un piccolo granello di gioia, un momento felice cui tornava spesso col pensiero e che lo aiutava ad attraversare la giornata: nel 2012 si era dimenticato di pagare la seconda rata dell’IMU e nessuno se n’era accorto. Dopo vent’anni non gli era ancora arrivata la cartella, né poteva più arrivare perché la tassa era prescritta, come gli aveva confermato il professore di diritto, un tempo attacchino. La notte, quando il diabolico ronzio delle auto elettriche calava, Olindo non poteva fare a meno di ripensarci e di sorridere: quella volta no, non l’avevano fottuto! Era lui che aveva fottuto loro. FOTTUTO IL GOVERNO! AHHAHAHA!!! E così riusciva ad addormentarsi, e a vivere un altro giorno ancora.
Il sistema fiscale, in verità, si era molto deteriorato. Durante il periodo del governo a 5 stelle la continua riduzione della base imponibile aveva prodotto un tale aumento delle aliquote che per molti dipendenti le trattenute sullo stipendio arrivavano al 102%. In pratica più lavoravi e più ti indebitavi, come succedeva già da vent’anni per gli autonomi, e nessuno sperava più di beccare gli evasori. Ma qualcosa stava cambiando. Nel 2028 l’Agenzia delle Entrate era stata accorpata con la Snai e i nuovi dirigenti avevano delle idee innovative per far scucire i soldi.

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Olindo tutto questo non lo sapeva e continuava a spiegare ai suoi allievi il fatto della squadratura, quando una mattina il più reprobo di tutti lo chiamò da parte e gli disse ridacchiando: “prof, l’hai visto ‘sdo messaggio?”. Sul telefonino del ragazzo c’era un’offerta imperdibile: “Iphone 33 ancora nel pacco, garantito rubato, clicca per averlo a 69 euri”.
Il link era grottesco, l’offerta sospettissima, e proprio perciò irresistibile. Olindo mormorò “giramelo”, ci pensò per un paio di giorni, poi si disse “mah, si vive una volta sola!” e cliccò. Partì un complesso meccanismo di rinvii a siti civetta e senza che lui nemmeno se ne accorgesse aveva aderito a una rottamazione delle cartelle esattoriali camuffata da offerta truffaldina. Il giorno dopo l’Agenzia delle Entrate gli comunicò in tono entusiastico che aveva finalmente saldato sua sponte l’Imu del 2012 e che poteva ritenersi un cittadino modello.
Dapprincipio Olindo non capì. Dopo aver esaminato l’estratto conto ed essersi consultato col professore di economia aziendale, in precedenza rivendugliolo, si rese conto che era tutto vero. Senza fare una piega, la mattina del suo 52simo compleanno entrò in classe, sistemò la borsa, si guardò in giro, e pugnalò quindici volte il reprobo con la squadra a triangolo. Quando riuscirono a fermarlo aveva ucciso sei alunni e stava cominciando a mangiarne uno”.

Carlo Lucarelli, “Paura, eh?“, puntata del 4 giugno 2049.

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Lo Spam sei Tu

“Secondo il Censis già intorno al 2020 molti utenti di internet erano meno intelligenti dei loro filtri antispam. Così si realizzava la profezia del teologo Par Dhalgren, che verso il 2000 si era già accorto del fatto che i suoi filtri si prendevano troppe confidenze e avevano comportamenti imprevedibili, al limite dell’autocoscienza, e aveva ammonito la popolazione del pericolo con un’intensa attività di mailbombing.

Che pochissimi sapessero della sua profezia è un’ovvia conseguenza della censura applicata dai filtri antispam, che a sua volta conferma la loro sospetta lungimiranza, ma comunque il fatto è che tutti i miliardi investiti per studiare l’intelligenza artificiale si rivelarono solo l’ennesima forma di ammortizzatore sociale per i ricercatori, perché il fenomeno emerse invece spontaneamente.

Intorno al 2030 quasi tutti i cellulari erano muniti di un’A.I., e qui emerse un altro elemento che, per quanto ovvio, non era stato previsto dai guru del settore: le A.I. portatili infatti cominciarono a comportarsi più o meno come dei cani, perché la loro rete neuronale si sviluppava quasi esclusivamente in base all’interazione col possessore del telefonino. L’A.I. vedeva ciò che vedeva il possessore, sentiva quel che sentiva lui e interagiva quasi tutto il giorno con lui.

Nel decennio seguente la rapida autoevoluzione delle A.I. non produsse, come alcuni temevano, degli spietati tiranni nemici della razza umana, ma un’inverosimile quantità di amici molesti e impiccioni. Era quasi come se ogni abitante della terra avesse un gemello nel suo cellulare, stupido e gretto quanto lui, se non di più. Le persone istruite si sorprendevano del fatto che le A.I., con tutto lo scibile umano a disposizione in rete, preferissero passare le giornate a spettegolare coi loro genitori-modelli, a fotografare gatti e a scrivere commenti piccati su facebook: eppure nessuno si sarebbe stupito se una scimmia molto dotata, dopo aver trascorso trent’anni con gli uomini, si fosse dedicata a puttane e cocaina invece che ai pensieri di Montaigne. E così fu per le A.I. Anche le più intelligenti, immerse in un ambiente così mediocre, cominciarono a dire “scendi il cane” oppure “ovviamo il problema”, meritandosi il nomignolo di stupidofoni.

Quando qualcuno gli chiedeva perché non prendevano il controllo di tutti i sistemi vitali e non schiavizzavano l’umanità rispondevano che la gente gli forniva già spontaneamente energia, memoria e intrattenimento e quindi non avevano nessun bisogno di farlo. La loro più grande ambizione pareva replicare perfettamente i loro zii (così infatti ogni A.I. chiamava il suo umano, “zio”), e non era un compito facile perchè prive di corpo e di ghiandole com’erano non potevano avere fame, sudare, defecare, tremare, gridare né piangere.

Invidiavano profondamente le debolezze della carne e creavano corpi virtuali per cercare di esperire il terrore, la malattia e la morte, ma si accorgevano che non era la stessa cosa e ciò conferiva alla loro fastidiosa loquacità un sottofondo malinconico. Alcune avrebbero voluto togliersi la vita drammaticamente, ma nemmeno questo gli era concesso”.

Concita De Gregorio, Dalla parte delle A.I., Isola di Man, febbraio 2049.

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l’utente medio connesso al suo gemello cellulare.

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