Contro il turismo, contro la vita

La protesta dei giovani contro i ricconi che rovinano l’ambiente include raramente una critica del turismo, benché sia un’attività voluttuaria e distruttiva di ambienti e comunità.

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Probabilmente il fatto è che per i giovani il viaggio è rimasto quasi l’unico ideale, quindi c’è poco da sperare in qualche ripensamento. La scienza, altro idolo giovanile, annuncia tetra che il turismo produce molto più inquinamento di quanto di pensava, ma la risposta popolare è sempre “sì, però un altro tipo di viaggio è possibile”. Quest’altro tipo, il c.d. turismo eco compatibile, sembra consistere in ciò, che paesi dei tropici annunciano misure draconiane contro le emissioni, in modo da attirare milioni di turisti eco-consapevoli che arriveranno in Boeing.

A questo punto negli articoli dei siti alla moda è tradizione inserire un’immagine, per rinfrancare le menti dei lettori troppo stressate dalla cogitazione. Per non essere da meno forniamo uno schemone in cui potrete ritrovarvi facilmente, visto che con tutta probabilità siete anche voi fastidiosamente mobili. Perché le persone si spostano? E come possiamo classificarli, considerando le loro condizioni economiche?

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Derivata dallo schemone, la prossima figura mostra come la propensione a viaggiare diminuisca con l’aumentare della ricchezza, fino a un punto critico in cui la tendenza si inverte e parte la ricerca di paradisi fiscali: viaggio che come tutti gli altri prosegue verso la depressione e la morte.
Lo schema chiarisce pure come mai esista una curiosa fraternità tra ricchi annoiati e poverissimi migranti, così come tra stolidi turisti e callidissimi evasori: le due coppie infatti si trovano più o meno alla stessa altezza.

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Incidentalmente, notiamo che le città d’arte italiane si lamentano del turismo di massa, quasi indistinguibile dell’immigrazione, ma non capiscono che per avere un turismo di gente ricca servono le agevolazioni fiscali. Non si esageri però, perché attirare gente troppo ricca implica assorbire parte della loro inevitabile depressione, come accadde alla Costa Azzurra di Fitzgerald.

Bisogna poi considerare che l’immigrazione abbassa il costo del lavoro, mentre il turismo alza il prezzo degli affitti, quindi i residenti o diventano poveri ed emigrano, o in quanto proprietari si arricchiscono e scappano nei paradisi fiscali, dove diventati ricchissimi cadono in preda alla depressione e commettono una sciocchezza. Una situazione catastrofica, che lascia i paesi poveri popolati da emigranti e turisti e i paesi ricchi infestati da evasori e suicidi.

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E la colpa di tutto di chi è? Del viaggio! Dell’atroce circolo del viaggio. Se fosse vietato viaggiare tutto ciò non accadrebbe! Svegliati e sciopera anche tu contro il viaggio! Il viaggio fa male al corpo e alla mente, non c’è niente di più volgare e più dannoso! Sveglia!

Cerchiamo però di essere realisti: è davvero possibile fermare un business da migliaia di miliardi? Chiaramente no. E allora che si può fare? Quantomeno rendere la vita dura a questi orrendi turisti.
Purtroppo non possiamo sperare che, come ai bei tempi, albergatori e bottegai li maltrattino e li rapinino, perché ormai si è diffuso questo timore irrazionale che facendo così non tornano, mentre purtroppo tornano sempre.
Allora tocca a noi, semplici cittadini, mostrare sempre sospetto e rancore verso i turisti, assillarli con richieste di elemosina, dargli indicazioni sbagliate nella speranza che si perdano, e periscano, magari. Negare sempre di conoscere la loro lingua, e se parlano italiano ridere della loro pronuncia. Mai fraternizzare col turista, persino se è una turista: se costretti a parlarci, fargli sempre notare quale danno fanno all’ambiente e alla società che invadono e rimproverargli la loro abissale ignoranza e presunzione, la loro intrinseca volgarità.

Infine, quando un amico vi racconta tutto soddisfatto che è stato due giorni a Praga, un’offertona, volo 39 euri, voi gli dovete dire solo “pezzente & assassino”.

P.S. Qualcuno ci domanda se noi viaggiamo. Ovviamente no. La Fondazione al massimo si promena nel suo giardinetto. Passeggiate anche voi il vostro giardino, e se non l’avete potete sempre avventurarvi lungo il sentiero dedicato a Elia Spallanzani.

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P.P.S. Siamo molto imbarazzati ma controllando la nostra agenda ci siamo accorti che per oggi avevamo segnato “scagliarsi ferocemente contro ogni truismo”, no turismo. Ci scusiamo per il pur comprensibile e umanissimo errore. La giornata contro il truismo sarà comunque recuperata al più presto.

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Unfun Fiction (A A A!)

Per un breve periodo Elia Spallanzani coltivò il proposito di scrivere racconti ambientati in altri mondi letterari. Già cinquant’anni fa non era certo un’idea originale, ma così almeno si risparmiava la fatica di dover arredare tutto un universo per far muovere due burattini. Come al solito la pigrizia di Spallanzani andò oltre e i suoi racconti si ridussero a spunti come questo:

“Altro racconto, ambientato nel mondo di “1984“: il protagonista è un ragazzo addestrato come spia del Partito. La sua grande soddisfazione è indurre in tentazione la gente per farla parlare male del Grande Fratello e poi denunciarla e assistere all’esecuzione tra il popolo festante. Finché un giorno per strada gli pare di riconoscere una delle sue vittime. Dopo lunghe indagini scopre che il Partito è controllato da illuminati che fingono di torturare e uccidere la gente per soddisfare il popolo. Le presunte vittime in realtà vengono cooptate nel Partito, che sta formando una élite di uomini giusti per lasciare la terra condannata alla distruzione. L’ideologia spaventosa si rivela solo un filtro per individuare e selezionare i ribelli (eco religiosa? troppo simile a “La fine dei tempi“?). Fortunatamente la spia riesce a sventare i loro piani e a riportare al potere il popolo assassino”.

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La correttezza politica come forma degenerata dell’amore cortese

Questo potrebbe essere il titolo di un saggio tale da farci ammettere in quella cerchia accademica che così pervicacemente ci ignora. L’arditezza e, per molti versi, la stupida fatuità del tema formano quel piacevole mix di erudizione e intrattenimento che da una trentina d’anni ha del tutto sostituito l’intelligenza come requisito per la pubblicazione. Tuttavia la nostra radicale diversità ci sbarra le vie facili (tranne il facile piagnisteo) e perciò svilupperemo l’argomento seriamente invece che da pagliacci.

Partiamo come al solito da lontano osservando che i proprietari dei più grandi mercati mondiali (fb, amazon etc) praticano bene la filantropia. Col denaro sottratto alle casse degli stati grazie alla mancanza di leggi fiscali uniformi finanziano progetti per aiutare gli impoveriti dal loro processo di spoliazione. È chiaro che non gli interessa tanto il denaro, anche perché parliamo di cifre umanamente inconsumabili, nemmeno col più folle spreco: gli interessa il potere derivante dalla possibilità di ridistribuire questo denaro a chi vogliono. Il loro piglio, del resto, è già di monarchi: solleciti verso quel poppolo di cui si professano servitori. Sentendoli parlare si ha l’impressione che facciano di tutto una questione d’onore e di virtù, come il buon Artù. A questo punto ci balena un parallelo: il loro codice cortese spiritualizza e sublima le minoranze invece della donna, ma il meccanismo è quello, come pure l’ipocrisia.

Questo amore cortese (a sua volta idealizzato nel novecento) è uno dei casi più clamorosi di soppressione della realtà. Di fatto ci sono pochissime tracce che nelle corti fosse davvero praticata la servitù d’amore. Il culto della donna era quasi certamente una pura convenzione letteraria. In certi ambienti della donna non si poteva dir male o cosa volgare senza essere squalificati, benché la pratica quotidiana fosse ben diversa.

Nei “Dialoghi tra Salomone e Marcolfo” (1470, ma era già nell’aria da un paio di secoli) si assiste già allo scontro tra l’idea aristocratica della donna e quella di una plebaglia istruita (Marcolfo è ignorante, ma non lo è chi l’ha creato). La vita coniugale di Marcolfo è fatta di insulti, violenze e ruberie, quindi è molto più realistica dell’amore cortese e, come suol dirsi, fa ridere perché è vera.

Tornando ad oggi, si nota che i progressisti tendono ad avere una concezione altrettanto deformata delle minoranze. Da una giusta pretesa di rispetto si è passati all’idealizzazione e a un curioso pregiudizio positivo, tanto più curioso perché questi progressisti, come i letterati del medioevo, limitano la loro lotta per le minoranze al solo piano linguistico. Nella pratica la condizione delle minoranze è ancora piuttosto critica, ma espressioni che fino a qualche tempo fa suonavano forse primitive o sciocche sono diventate letteralmente condannabili e segno di una stortura morale. Non potendosi cantare la servitù d’amore per una minoranza, perché sarebbe troppo folle e ridicolo, ci si accontenta di sterilizzare il linguaggio del volgo, sciovinista e grossolano per definizione.

Altro effetto però è che siccome oggi al posto della donna angelicata c’è la minoranza angelicata, coloro che invece descrivono i difficili rapporti reali, spesso fatti di insulti, violenze e ruberie, passano per i Bertoldi della situazione, cioè per i portatori di una saggezza scaltra e vitale. Uno dei casi più evidenti è Salvini, che per istinto e calcolo politico assume appunto il ruolo di quello che “dice pane al pane”, contro i “comunisti col rolex” che vivono “fuori dalla realtà”. Il bello è che mentre il Marcolfo letterario è un uomo del popolo, Salvini è un politico di professione che sta al governo vestendosi da contestatore, ma questo è un altro problema (quello del riconfluire in una sola figura del sovrano e del giullare).

Naturalmente la donna del quattrocento non era l’angelo di Salomone e nemmeno la strega di Marcolfo o Bertoldo, ma il punto è che oggi come allora l’onda stava cambiando grazie alla diffusione della capacità di leggere e scrivere (oggi twittare). Per quanto ignoranti, i Marcolfi di oggi un po’ sanno leggere: magari non i poemetti della corte, ma le scritte nei cessi sì. Quello che manca è un autore istruito che gli dia forma, qualcuno che magari nato nella corte ne sia uscito. Ma il problema è che oggi gli scrittori estromessi dalla corte ambiscono solo a tornarci.

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Civiltà del gioco

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Il dubbio è: se esiste uno stretto legame tra religione, ideologia, spirito e modo di produrre, quale sarà lo spirito di una società in cui il lavoro diventa meno necessario? Se milioni di persone potranno vivere grazie a fabbriche automatiche, diventando semplici consumatori, cosa faranno delle loro vite? Davvero si daranno all’arte, alla filosofia o al giardinaggio, come nell’immaginario paradiso comunista?

Considerando che già ora buona parte della pubblica amministrazione non svolge alcun lavoro, o almeno nessun lavoro che sia realmente richiesto, viene da pensare che domani gli uomini piuttosto che filosofare si inventeranno lavori di cui non c’è necessità, e pretenderanno comunque il riconoscimento della loro posizione attraverso un simbolo equivalente al denaro. Per questioni di inerzia è probabile che lo spirito del capitalismo sopravviva per secoli alla fine del vecchio sistema economico, anzi può darsi che questo sia già accaduto.

Il proverbiale pensionato che sorveglia i lavori pubblici soffre per la mancanza di potere, cioè della possibilità di orientare le scelte altrui. È chiaro che vorrebbe parlare, dirigere, non manovrare la pala (se non per dare l’esempio). Quell’uomo prefigura la società senza lavoro, che è molto più facile da immaginare di una società senza potere.

Invece di milioni di filosofi e artisti avremo milioni di vecchi impiccioni, la tendenza manipolatrice si riverserà nelle attività quotidiane, nella politica: i cittadini col reddito base non smetteranno di interessarsi di voi anzi emergerà la natura dispotica dell’ozio, che è così evidente nelle società primitive in cui il lavoro non era una stretta necessità. Ciarlieri, pettegoli, malfidati, i privi di cure se ne creeranno di nuove e le imporranno agli altri, passeranno le giornate a strepitare perché non gli si dà ascolto, pretenderanno di esercitare comunque qualche forma di potere e quindi bisognerà dargli arene in cui combattere tra loro, se non vorremo averli ogni minuto tra i coglioni a dettare legge.

Nella migliore delle ipotesi, la società futura (in effetti già attuale) sarà una società del “gioco”, inteso soprattutto come un’attività che somiglia al lavoro o alla guerra, una specie di simulazione che prepara a. Ma questa simulazione resterà tale, non ci sarà mai bisogno di passare alla “cosa vera”, o comunque lavoro e gioco diventeranno indistingubili. Il fatto che già adesso i videogiochi vengano spacciati per sport, come anche il poker detto appunto “sportivo”, dimostra che sta già accadendo. Ora guardiamo bene i bambini e i loro giochi: noteremo che alla lunga dispotismo e crudeltà non possono che dominare.

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Ma tutto quello che stiamo dicendo oggi è già espresso in un vecchio fumetto, Andy Capp. Andy prende il sussidio e ruba i soldi alla moglie. Non lavora e non vuole nemmeno farlo, però è probabile che in realtà del suo lavoro non ci sia nessun bisogno. Come tutti gli sfaccendati, ha i vizi dei ricchi: la socialità, le donne, i cavalli, l’alcool, gli sport violenti. È anche un irascibile dispensatore di perle di saggezza. Quel che colpisce è l’impegno con cui Andy ozia.

Tutta la sua giornata è piena di affanni necessari ad oziare. Persino quando si dà a uno sport lo fa con accanimento, è un giocatore violento e scorretto e lo è tanto di più perché la sua attività non serve a niente e non procura alcun vantaggio. Andy è infantile non tanto perché rifiuta le responsabilità, ma perché fa uno sforzo enorme per giocare senza alcun costrutto. La sua vita è una routine indistinguibile dal più duro lavoro e la sua grande soddisfazione è mostrare agli altri che la sua vita è preferibile alla loro: ancora una volta lui non si limita a scroccare l’esistenza, ma vorrebbe anche insegnare agli altri come si fa, esercitare cioè qualche forma di potere. I lettori lo trovano inizialmente simpatico perché libero e strafottente, ma in breve nei più sensibili si fa strada un disprezzo per il suo dispotismo, per la crudeltà con cui tratta la moglie e i “normali”, un disgusto per il suo egocentrismo infantiloide, che non a caso diventa il tratto dominante di una società giunta alla piena automazione.

Negli anni ’90 dal fumetto è stato tratto un videogioco piuttosto fedele. Nelle recensioni dell’epoca appariva già chiaro che la vita di Andy sembra libera e gioiosa solo finché non provi a giocarla per dieci minuti. Senza lo spirito restano solo noia, angoscia e depressione.

P.S. “…Andy è un anarchico tipicamente dei nostri anni, anzi dei nostri mesi…Nell’agire – ovvero, nel non agire – di Andy c’è il germe della dissoluzione societaria: se il suo comportamento diventasse epidemico sarebbe la fine della civiltà occidentale”. (Carlo della Corte, da ‘Arriva Andy Capp’, Editoriale Corno, Dicembre 1968).

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Futuro d’altri tempi

Perché occuparci estesamente di un libretto di fantascienza pubblicato cinquant’anni fa? Ma per motivi sentimentali, ovviamente.

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La pretestuosa premessa

Trent’anni fa leggemmo sulla costola di un libro “Il dio del trentaseiesimo piano“. Al momento non ci badammo più di tanto ma in seguito questo titolo ha generato una tale quantità di echi nella nostra mente (compresa un’insensata confusione con “Il buon Dio di Manhattan“, di I. Bachmann) che per anni ci siamo chiesti “chissà com’è il dio del 36simo piano?”, e inspiegabilmente le nostre aspettative crescevano sempre e ci rimproveravamo di non averlo preso e immaginavamo già che il libro fosse diventato introvabile, che l’avessero fatto sparire, che insomma avessimo perso l’unica occasione di leggere questo sorprendente capolavoro.

Col tempo apprendemmo che era solo una raccolta di racconti di fantascienza del 1968 e che non era nemmeno raro, l’avevano ristampato varie volte e volendo avremmo potuto trovarlo ma ormai chiaramente avevamo paura di trovarlo e di scoprire che IL DIO DEL 36SIMO PIANO era solo un libretto di fs come gli altri, magari anche simpatico ma niente affatto la rivelazione quasi mistica che ci aspettavamo, e perciò da allora abbiamo cominciato a fingere di non vederlo e ci siamo imposti di non pensarci, nella speranza che diventasse davvero raro o introvabile e che la sua assenza giustificasse in qualche modo l’altissimo concetto che, senza alcuna ragione, ce n’eravamo fatti.

Come al solito volevamo rendere una cosa bella allontanandola il più possibile finché una settimana fa entrati casualmente in una cartolibreria per comprare delle anacronistiche graffette abbiamo infilato la mano in una scatola piena di libri vecchi e tirato fuori a casaccio il primo ed era il Dio del trentaseiesimo piano, Oscar Mondadori n. 168. Questo minimo fatto sorprendente non è a ben vedere casuale, perché lo abbiamo creato noi con tanti anni di rifiuto, lo abbiamo caricato noi di aura e di valore e quindi ora avevamo diritto di completare il disegno. L’abbiamo preso come se avesse un senso, per cui cerchiamo di darglielo.

P.S. Il seguito contiene spoiler! Proseguite a vostro rischi.

Il madro di Matrix

Il racconto che stupisce di più è quello di R. Banks del 1955 intitolato “Condizionamento” (The Ear-Friend), che anticipa di oltre quarant’anni Matrix. In un futuro prossimo tutti gli uomini indossano una specie di apparecchio acustico che li immerge nell’Illusione, una proto realtà virtuale modellata in parte sui desideri di chi lo porta e in parte su una “matrice” (si chiama proprio così) prodotta dall’Anonima Silenzio. Il protagonista è un tizio qualsiasi che un giorno esce dall’Illusione perché il suo apparecchio si rompe. Tutti cercano di riportarlo in riga spiegandogli che la realtà è troppo atroce e che senza illusione rischia di diventare pazzo, ma lui si accanisce e comincia a indagare sull’Anonima, finché (spoiler) trova il quartier generale e un seminterrato pieno di macchine che sfornano gli apparecchi. A un tratto un vecchietto lo minaccia con un fucile. Il protagonista si accorge che questo vecchio non ha l’apparecchio, riesce a disarmarlo e le posizioni si invertono: al che il vecchio gli spiega che il fucile, come tutto il resto, è vero ma finto, o il contrario: è scarico, e tutta la struttura dell’Anonima Silenzio, compreso il vecchio col fucile, esiste solo per quelli come lui, cioè per chi si ribella al “sistema” e trova nella ribellione l’unico motivo per andare avanti. La storia finisce così, ma è facile immaginare che il ribelle prenda il posto del vecchio, in attesa del prossimo.

Banalità della burocrazia

In molti racconti di fs degli anni ’60 la paura non è tanto di una società futura oppressiva o fascista, ma semplicemente conformista. Gli americani non avevano proprio la posa da ribelli degli europei: più che altro sentivano di stare perdendo l’autonomia, rimpiangevano l’individualismo dei pionieri, che era un mito già da cento anni. La loro istintiva diffidenza verso lo stato in generale non ha un preciso equivalente nella nostra cultura: probabilmente tutti gli scrittori di fs americana che noi classifichiamo in qualche modo “di sinistra” erano invece dei puri individualisti, o credevano ancora nei pregi intrinseci di qualche primitiva, piccola comunità. In ogni caso quasi nessuno concepiva una lotta di massa al sistema, ma al massimo una ribellione del singolo sfruttando le falle del sistema.

Prendiamo ad esempio “Per chi lavoriamo” (Dodkin’s Job), di Jack Vance, del 1959.
Nel prossimo futuro domina una gigantesca burocrazia. Non c’è violenza né controllo granfratellesco perché alla stragrande maggioranza della popolazione va bene così: i pochi anticonformisti vengono semplicemente assegnati a compiti via via più umili, con stipendi sempre più bassi.
Il protagonista è un addetto alla pulizia delle fogne che si ribella all’ennesima assurdità burocratica: per evitare il degrado delle attrezzature manuali, tutti gli operai devono riconsegnare ogni sera le loro vanghe al deposito e andarle a riprendere il giorno dopo, perdendo ore e ore in fila.
Il tizio litiga col caporeparto, poi va a lagnarsi col direttore di sezione, che lo rimbalza dal direttore generale, che gli dice di rivolgersi a un altro burocrate. Allora il nostro con vari trucchetti arriva fino a un ministro, che dice di aver semplicemente obbedito a un ordine presidenziale. Il presidente, a sua volta, dice che sarà anche assurdo, ma gli esperti hanno stabilito che va fatto così. Gli esperti, in effetti, ricevono dati da un’unità di classificazione, che a sua volta li riceve da un centro di smistamento collocato quaranta piani sottoterra. In questo centro c’è solo un vecchietto che fa il custode e appartiene alla più bassa categoria di lavoratori. Il vecchietto spiega che lui ramazza e ogni tanto inserisce dei “suggerimenti”. Per esempio, qualche giorno prima ha visto un operaio che lasciava i suoi attrezzi per strada e ha pensato che è proprio uno scandalo, gli attrezzi bisognerebbe custodirli meglio. Già in passato il vecchio aveva inserito altri “suggerimenti” nel flusso di dati, tipo quello di cambiare un semaforo che gli dava noia, e a questo punto il protagonista capisce che in pratica tutta la burocrazia che domina il mondo cerca solo di evitare decisioni e prende per buona qualsiasi sciocchezza venga dal centro di smistamento, ossia dal vecchio. Il quale tra l’altro non si rende nemmeno conto del suo potere e aspetta solo di andare in pensione.
Allora il protagonista torna al posto di lavoro, manda a fare in culo il suo superiore e viene ulteriormente degradato, fino al punto più basso. Poi chiede di essere trasferito al posto del vecchio.

Invece nel racconto: “Tutti contro tutti” (Gadget vs Trend, di Christopher Anvil, 1962) si scopre che un aggeggio inventato per insonorizzare le case ha anche la strana qualità di rendere indistruttibili e inamovibili gli oggetti. Nel giro di pochi mesi il mondo cambia e ogni cittadino acquisisce un immenso potere di ricatto: basta un apparecchio da pochi dollari per creare barricate inamovibili e alcuni contadini ne approfittano per bloccare le nuove autostrade e pretendere maggiori risarcimenti per l’esproprio.
All’inizio del racconto il sociologo di turno spiega che l’America è diventato un paese conformista, che l’indipendenza dei bei tempi ormai è perduta e non c’è più nessun modo di recuperarla. Alla fine del racconto lo stesso sociologo lamenta che l’individualismo sfrenato impedisce ogni forma di collaborazione e afferma altrettanto perentoriamente che non è più possibile tornare indietro.

Anche il racconto di E. F. Russel del 1959 “Per cosa ci pagano” (Study in still life) tratta di burocrazia. Durante la complicatissima spedizione di uno sterilizzatore per zanzare sulla colonia spaziale del pianeta Nemo si verifica un inghippo: per giustificare la spesa bisognerebbe essere sicuri che l’apparecchio funzioni, ma per testarlo bisognerebbe importare sulla terra le zanzare di Nemo, il che ovviamente è proibito. Per tacere del fatto che il pianeta Nemo, a quanto pare, non esiste.
Questa storia di lotta alla burocrazia con i suoi stessi mezzi contiene una critica tradizionale: formalizzare e complicare i processi decisionali, moltiplicare i livelli di controllo di fatto non serve a rendere più facile individuare le responsabilità, ma a diluirle in modo che sia impossibile trovare il vero responsabile. Allo stesso tempo l’aumento del numero di burocrati richiede altri burocrati, e gli stessi processi di semplificazione passano attraverso fasi di raccolta e organizzazione dei dati che richiedono altri burocrati. La macchina si autoalimenta e i suoi vertici hanno tanto più potere quanta più gente ronza a vuoto sotto di loro.
È evidente che l’autore si basa sulle sue esperienza durante la seconda guerra mondiale. Per molti anglosassoni il primo impatto con la burocrazia più delirante è stato quello e perciò quella che descrivono è propriamente una burocrazia militare, che raggiunge il suo massimo grado di insensatezza quando viene meno la sua funzione principale, cioè uccidere la gente.

La tragica title track

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Il racconto che dà il titolo alla raccolta, “Il Dio del trentaseiesimo piano” appunto, di H. D. Kastle, è stato pubblicato nel 1963 e forse è il meno rotondo del mazzo. Parte anche questo come una storia di burocrazia: Derrence Cale lavora per una multinazionale ma non si sa cosa fa. In seguito a una riorganizzazione degli uffici si è arrogato un ruolo fittizio di coordinatore e nessuno se n’è accorto. La mattina arriva prima degli altri impiegati, ha una segretaria cui detta lunghe lettere che una volta dattiloscritte straccia e butta nel cestino, e tutto va liscio, finché un giorno spunta un impiegato, tale Tzadi, che sembra sapere la verità. Derrence farebbe di tutto per evitare di tornare al suo lavoro di pubblicitario e pensa di corrompere l’uomo, ma la storia prende una strana piega: durante un pranzo Tzadi e un cameriere fanno un’incomprensibile conversazione, si accenna a un Dio, l’ultimo Dio, e viene anche fuori che dietro a tutta la vicenda ci sarebbe la segretaria di Derrence. Non sveliamo il finale (il racconto si può leggere qui, da pag. 119 in poi), che è curiosamente mesto, come anche il misterioso Tzadi. Volendo, il racconto può essere letto come una metafora del sistema di produzione che trasforma gli uomini in ingranaggi, ma questo lo priverebbe della sua migliore qualità, che è appunto una strana malinconia, un senso dolente di perdita.

L’errore fecondo

Nel “Dio etc” ci sono due racconti sulla sovrappopolazione: “C’è posto per tutti” (Billenium), di Ballard (1962), e “Censimento” (The Census Taker), di F. Pohl (1956). Quello di Pohl è grottesco e basato su due procedimenti classici della fantascienza, la presunzione di contemporaneità e l’eufemismo. In pratica non si spiega cosa avviene ma si finge che il lettore lo sappia già in quanto contemporaneo: poco alla volta si scopre che dietro il linguaggio burocratico c’è qualcosa di atroce.
Il racconto di Ballard invece è più lungo e quindi dopo l’attacco finto contemporaneo si spiega come siamo arrivati a vivere in quattro metri quadrati: la popolazione mondiale supera i venti miliardi e aumenta a un tasso che viene tenuto nascosto per evitare il panico, tutto lo spazio disponibile serve a coltivare cibo e si preannuncia un’ulteriore riduzione della metratura per alloggi. Attorno a questo fenomeno c’è tutta la burocrazia legata alla spartizione dei metri, tutte le piccole furbate per strappare quale centimetro in più barando sull’inclinazione dei muri o con matrimoni di comodo per avere una doppia. Il mondo fittizio viene addobbato con tutte le conseguenze logiche della premessa, che sono solo estremizzazioni della situazione esistente. Infatti non si immagina la rete e non si parla nemmeno di televisione, e nonostante si viva schiacciati come sardine il senso del pudore obbliga ancora ad aggiungere barriere per non essere visti mentre ci si spoglia.
Siccome Ballard è uno scrittore molto più raffinato della media della f.s., i suoi personaggi coltivano una certa introspezione e sono più realistici*. Ci sono un paio di momenti in cui riescono davvero a trasmettere qualcosa di mai sperimentato, come l’angoscia di fronte una strada completamente invasa dal fiume di gente che si muove in direzione opposta o la meraviglia e il timore di muoversi in un’immensa camera di quindici metri quadri. Lo spazio fortunosamente conquistato sarà poi diviso di nuovo, il protagonista scoprirà che invece di lavorare può vivere grazie al solo subaffito e tornerà a una situazione di normalità, che per lui sono appunto i quattro metri quadri.

Futuri apparenti

Alcuni racconti descrivono, sotto una patina fin troppo sottile, situazioni che anche negli anni settanta erano già roba vecchia.

Ad esempio “Rembrandt SpA” è un breve (3 pagine) racconto di A. Auerbach del 1962 classificato come fantascienza ma che rientra più che altro nella satira mediante il “dove andremo a finire”. In un prossimo futuro (gli anni ’80, nella prospettiva del racconto) l’arte diventa solo un oggetto di investimento speculativo: inevitabilmente la bolla cresce e cresce finché scoppia. I rari lettori del raccontino lo trovano spesso profetico, ma probabilmente già nel 1962 era mera cronaca.

Il progressivo raffreddarsi dei rapporti umani era un altro tema corrente della f.s., anche in Italia. Ad es. Primo Levi (che ha scritto molte storie di fantascienza, spesso sotto pseudonimo)  nella raccolta “Vizio di forma” del 1971 includeva il racconto “Protezione“: sciami di micrometeoriti investono periodicamente la terra, quindi la gente indossa sempre delle armature protettive, di cui si parla come fossero vestiti. Il raccontino lascia intendere che di questa protezione in realtà ci sia ben poco bisogno pratico e molto invece psicologico: un bisogno di rinchiudersi per paura dell’altro, del suo corpo, e anche del proprio.

Trasparente e piuttosto didascalico, come molti altri suoi racconti, “Protezione” sembra anche in debito con il racconto del 1960 “L’auto addosso“, di R. F. Young, contenuto nel “Dio del 36simo piano”: qui sono soprattutto esigenze commerciali ad avere imposto l’uso di armature motorizzate, automobili da indossare e cambiare ogni anno come abiti.
L’auto addosso è più lungo, ha una trama un po’ più complessa e paranoica e un tono molto più leggero ma il suo nucleo è praticamente lo stesso del successivo racconto di Levi, che appare quasi un riassunto e, considerata la modesta portata dell’idea di base, nella sua brevità risulta anche più efficace.

Io preparo la catastrofe

Passiamo a “L’Abisso di Chicago“, di Ray Bradbury, pubblicato nel 1963,  da cui è stato tratto un episodio televisivo del R. B. Theater, sorta di “Ai confini della realtà” monoautore.
Come spesso accade per Bradbury, la trama in sé è lineare e conta più una specie di rustico lirismo dello stile. Dopo la guerra atomica la gente non sopporta più che si ricordino i bei tempi e il vecchio che osa farlo rischia di finire male.
Due intuizioni, apparentemente ovvie ma spesso trascurate, colpiscono:
1) che nella realtà il ricordo struggente del passato è quasi sempre legato a cose insignificanti, oggetti comuni, nel caso specifico anche oggetti industriali come del cibo in scatola con la sua sgargiante etichetta (incidentalmente, la scatoletta di Andy Warhol è del 1962);
2) nella realtà la memoria nasce dalla vergogna: l’odio verso chi ci riparla di un tempo migliore, che può diventare anche omicida, dipende non tanto dal fatto che il paragone con l’oggi ci addolora, ma dal fatto che almeno inconsciamente ci riteniamo colpevoli del peggioramento. Un crimine gigantesco e assurdo non può dipendere solo da qualche politico, tutti oscuramente sentono che è dipeso anche dalla loro stupidità, dalla loro viltà. Questo è il motivo per cui la prossima catastrofe ecologica verrà cancellata dal linguaggio, nella speranza che prima o poi sparisca anche dalla memoria. Ma non sparirà.

Come quello di Bradbury, anche l’ultimo racconto della raccolta tratta della guerra atomica. Pubblicato nel 1963, “L’Alternativa” (Blood of Heaven) di Elder Lee Shoulder parte in medias res, con un militare innominato che parla freneticamente al telefono. Dalle conversazioni con diplomatici e informatori il lettore apprende che i russi stanno per forzare un blocco navale. L’uomo è terrorizzato, ripensa a sua moglie, cerca di telefonarle ma non la trova, poi all’improvviso da una telescrivente arriva il colpo finale: un Lockheed U-2 statunitense è stato abbattuto su Cuba. Il mondo non lo sa ancora ma le unità americane sono in stato di allerta DEFCON 2, pronte a un’azione immediata, anche senza l’autorizzazione della Casa Bianca. Per il protagonista, che in fondo si sa un vile, l’unica cosa che resta è correre in un rifugio.
SPOILER.
Mentre guida a folle velocità sente alla radio “aereo americano intercettato su Rostock” e poi vede solo una grande luce.
Una linea bianca nel testo e l’uomo riapre gli occhi, ora è disteso in un giardino con sua moglie. La sveglia teneramente e dice “dio santo, che incubo: iniziava con te che coglievi quella mela e me ne davi da mangiare”.

Nota

* Incidentalmente, in molti racconti di Ballard si ripete la stessa vicenda: una società crolla e alcuni dei sopravvissuti oltre allo sgomento provano un senso di libertà. Non si tratta solo di una ricaduta negli istinti, perché il protagonista e l’antagonista non si lasciano semplicemente andare ma riflettono su questo processo di liberazione e lo trattano come una sorta di esperimento mentale. Il loro tornare selvaggi è qualcosa di sorvegliato, in contrasto con altri personaggi che o si aggrappano spasmodicamente a un ordine che non esiste più o ritornano bestie. Perciò protagonista e antagonista di norma si somigliano e anzi pare che all’inizio tra loro ci sia sempre un rapporto allievo-maestro. Di solito l’unica vera differenza tra i due è che l’allievo conserva qualche sentimento arcaico, cioè non impara fino in fondo la lezione delle tenebre.
Altro elemento costante è che le privazioni materiali non li deprimono. Ballard deve aver sperimentato da giovane il fatto che l’uomo è incredibilmente resistente e adattabile, e che oltre un certo punto il dolore, la fame, la disperazione lasciano il posto a una curiosa, attonita tranquillità: le mortificazioni fisiche che non ti uccidono portano al dominio della mente sul corpo, come sanno tutti i mistici, e infatti c’è qualcosa di cerimoniale negli atteggiamenti di questi sperimentatori.

 

 

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Il test di El.I.A.

Negli ultimi anni di vita Spallanzani si ritirò nel suo podere di Passogatto ma non smise mai di pensare alla letteratura, e soprattutto al fatto che nessuno cagava la sua. Già molti anni prima con estrema lucidità si era accorto di essere praticamente impubblicabile, e aveva scritto in “Raccontalo alla cenere”:

“Il problema è che mi definisco scrittore ma se domani un editore venisse a cercarmi non avrei nulla da dargli: non un romanzo, non una raccolta di racconti, nemmeno qualche articolo sagace. Io ho solo una gran massa di note, bozze, appunti: tutte cose validissime, ma è più o meno come se un fornaio ti vendesse la farina”.

Lo stesso “Raccontalo etc” era uno zibaldone di pensieri sparsi, ennesima prova della sua incapacità di costruire un’opera completa. Ormai erano lontani i tempi in cui, con Crocevia, aveva cercato di realizzare un iper romanzo, mezzo gioco e mezzo vortice, e di trent’anni di scrittura restavano solo “frantumi“. Di questo stallo artistico ed esistenziale aveva discusso più volte con Calvino (il fortunato, il mellifluo Calvino ndr), prima del famoso scherzo che pose fine ai loro conversari. Agli incoraggiamenti distratti e un po’ ipocriti dell’Italo, Spallanzani replicava con una sconsolatezza non priva di civetteria:

“I tuoi suggerimenti sono realistici e preziosi, ma ora pensavo che tutto sommato questi miei frantumi somigliano al cassetto di un morto. Per renderli pubblicabili ci vorrebbe uno sforzo ricostruttivo, una cura, un’opera che si dedica solo ai giganti, per cavare un altro po’ di sangue, felicitare eredi… si potrebbe partire dal presupposto che l’estensore è morto e che voleva pur dire qualcosa, o probabilmente più cose contraddittore: farne 4-5 ritratti, accostando i pezzi più simili tra loro. La storia come sempre sarebbe non quella scritta ma quella di chi ricompone gli scritti. Magari della sua fascinazione che andando avanti declina, come in quel libro di lettere del tizio che voleva incontrare Céline* (non che ovviamente mi paragoni a Céline, ma è giusto per capirci), e che poi conosciutolo se ne allontanò schifato per quanto era orrendo. Pian piano lo studioso scopre i plagi, i cascami, le meschinerie, il ridicolo delle figure che vengono fuori mischiando i pezzi, finché prevedibilmente si rende conto che il cadavere è lui. Mah. Già così, non è che attiri.”

L’idea espressa quasi per scherzo mise però radici, tant’è che dieci anni dopo troviamo degli appunti su un possibile romanzo che servisse da cornice per ricucire i frammenti sparsi:

“Spunto: un ragazzo riceve una strana proposta di lavoro: un anno di tempo e dieci milioni per cavare un libro da certi appunti di uno scrittore morto. Tutto sta in un Olivetti M24, in una vecchia casa. Il committente dirà di essere un amico del morto, che ha lasciato questa volontà. Il ragazzo ha bisogno di soldi, comincia a fare dei collage abbastanza casuali dei testi ma il committente lo sorveglia e non è contento. Il ragazzo per carattere è completamente diverso dal morto e quando torna a casa parla con la fidanzata di queste stramberie. Ma otto ore al giorno davanti a uno schermo, immerso in questa voce così distante, cominciano a dargli sui nervi. Da certi segni gli viene anche il dubbio di non essere il primo che ha affrontato il compito. Che succede se fallisce? E chi è davvero il committente? E com’è che dopo qualche mese di lavoro la sua vita privata sta prendendo una brutta piega? Ma questi file non finiscono mai? Pare che ce ne siano ogni volta di nuovi”.

Da questo momento l’Elia come suo solito comincia ad accumulare varianti incompiute dell’idea iniziale, aggiungendo anche delle considerazioni più generali sulla funzione del racconto:

“Potrebbero esserci più storie cornice. E’ lo stesso redattore a pensarle, perché per assemblare un libro accozzaglia non si può procedere diversamente. Già la semplice lettura delle bozze sparse di un morto implica che vengano collegate mentalmente in una sorta di storia, altrimenti è troppo faticoso andare avanti (si noti: lo stesso non accade quando si presume che l’autore sia ancora vivo: è come se solo la morte autorizzasse e innescasse il processo).
La mente non cataloga e non organizza che mediante racconti. E comunque nessun vero scrittore è davvero capace di rileggersi se non con questi mezzi.
Variante: un redattore viene incaricato di tirare fuori un romanzo dagli appunti dell’amante dell’editrice. Mesi e mesi a cercare di mettere insieme il polpettone, poi l’amante muore. A questo punto si può pubblicare tranquillamente ‘sta specie di diario così com’è, tanto di un morto si può fare: penseranno i lettori a inquadrarli in una storia. Il commissario Cacando però si insospettisce, indaga e scopre che l’assassino è il redattore. Non aveva scelta! Era l’unico sistema per pubblicare. Il commissario lo perdona, fine”.

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Ora, visti i limiti del mezzo, omettiamo un’altra dozzina di varianti per arrivare direttamente a quella più sviluppata, che Spallanzani inviò anche in lettura a sua nipote Letizia (il corsivo riproduce le sottolineature della nipote):

“Un giovinotto viene assunto per assemblare il libro postumo di un noto filologo, Pår Dhalgren. La donna che gli dà incarico e soldi precisa che i testi sono un po’ anomali e che gli eredi tengono al massimo riserbo, quindi lui deve lavorare esclusivamente sul computer che li contiene, nella vecchia casa del defunto, e non può fare copie né portare fuori stampati.
Il ragazzo si mette al lavoro su questa sorta di enorme diario elettronico pieno di varianti e nota quanto sia distante questa roba dalla figura pubblica che conosceva. Periodicamente presenta i risultati alla donna, che li rifiuta sempre. Il ragazzo inizia a disperare di poter cavare qualcosa da quei deliri e allo stesso tempo si accorge che le parole del morto si infiltrano nei suoi pensieri e nei suoi dialoghi. Nota pure che la donna è tanto più disponibile nei suoi confronti quanto più lui scimmiotta il morto.
Insospettito, fa qualche indagine e scopre che non c’è nessun erede. Allora, basandosi su alcuni deliri del morto che parlano della mente, inizia a pensare che la donna fosse l’amante del morto e che creda di poterlo in qualche modo resuscitare impiantando le sue parole nella testa di qualcuno. Decide quindi di approfittare di questa ricca signora di mezza età e accentua la sua imitazione del decuius.
La mossa sembra funzionare, la donna lo mantiene e se lo porta in giro a feste, gli fa conoscere gente ricca, comprese altre donne. La signora si rende conto che le sue grazie non bastano più ad accenderlo e una volta gli procura anche una ragazzina, o ragazzino, e filma tutto.
Il protagonista inizia ad avere un po’ paura di questa donna, che può ricattarlo, e nel frattempo continuando a scavare nel computer (che assurdamente sembra avere sempre nuovi file nascosti) capisce che i rapporti tra lei e il morto non erano per niente idilliaci.
A un tratto il ragazzo vorrebbe tirarsi fuori da questo fango ma la donna sfodera un’arma. Delirando che è lui, è tornato proprio lui, ricorda la sera del loro ultimo litigio, quando alla milionesima risposta sarcastica lei l’ha ucciso davanti a quel computer. Due minuti dopo le è venuta in mente la risposta e ha messo su tutta la baracconata del libro per riportarlo sulla terra e sputargliela in faccia.
Pensa: vincere la morte solo per avere l’ultima parola!
Adesso la donna pretende di ripetere la scena.
Il ragazzo è agghiacciato: nella casa isolata, senza telefono, la pazza con la pistola, ed è sicuro che dopo la sceneggiata lei lo ucciderà comunque. Ed è a questo punto che si manifesta il fantasma. Legato a quel computer davanti al quale trascorreva le giornate, ucciso lì, il fantasma suggerisce al ragazzo un modo per salvarsi. E alla fine, eliminata la donna, mentre l’alba illumina tutto, sullo schermo appare:
Bene. Adesso siediti e finisci il libro‘.

Bello eh? Ho anche un titolo: il gioco dell’imitazione. Ma forse è meglio Il test di Dhalgren: se scrivendo su un computer dopo un po’ non capisci più chi è il computer, il test è superato.

P.S. Ultimo rivolgimento: un mese dopo i fatti che abbiamo narrato, il libro è pronto. Il presunto morto e la donna lo presentano alla stampa”.

Nel vecchio M24 di Spallanzani ci sono molti altri file. Un numero sorprendente di file, a dire il vero: a volte pare che ne compaiano continuamente di nuovi. Ci sono altri sviluppi della storia, redazioni in forma di scambio epistolare, pezzi di dialoghi, note ai frammenti, e note sulle note. Se avessimo un anno di tempo forse riusciremmo a ricostruire il romanzo che l’ultimo Spallanzani stava accanitamente cercando di non scrivere. Basterebbe rimanere qui, davanti a questo computer, immersi nella voce distante, con l’unica differenza che nessuno ci pagherebbe per farlo.

* Si tratta certamente di “The Crippled Giant“, 1950, di Milton Hindus. La corrispondenza tra Hindus e Celine è stata pubblicata anche in italiano, vedi “Lettere al professore“, ndr.

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La spaventosa inesistente sfera

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In due articoli su Pascal (“La sfera di Pascal” e “Pascal”) Borges ricostruisce l’evoluzione di una metafora, quella della “sfera infinita il cui centro sta dappertutto e la cui superficie in nessun luogo” (I.999), notando che dapprima era stata usata per definire il Creatore (Alain de Lille) e in seguito invece la Creazione, in senso esultante (Giordano Bruno) o angoscioso (Pascal). Su quest’ultimo, dice il nostro (in “Altre inquisizioni”):

“No menos ejemplar es el caso del fragmento 72. En el segundo párrafo, Pascal afirma que la naturaleza (el espacio) es ‘una esfera infinita cuyo centro está entodas partes y la circunferencia en ninguna’. Pascal pudo encontrar esa esfera en Rabelais (III, 13), que la atribuye a Hermes Trimegisto, o en el simbólico Romande la Rose, que la da como de Platón. Ello no importa; lo significativo es que la metáfora que usa Pascal par adefinir el espacio es empleada por quienes lo precedieron (y por Sir Thomas Browne en Religio Medici) para definir la divinidad. No la grandeza del Creador sino la grandeza de la Creación afecta a Pascal. […] [Pascal] Sintió el peso incesante del mundo físico, sintió vértigo, miedo y soledad, y los puso en otras palabras: “La naturaleza es una esfera infinita, cuyo centro está en todas partes y la circunferencia en ninguna”. Así publica Brunschvicg el texto, pero la edición crítica de Tourner (París, 1941), que reproduce las tachaduras y vacilaciones del manuscrito, revela que Pascal empezó a escribir effroyable: “Una esfera espantosa, cuyo centro está en todas partes y la circunferencia en ninguna.”

(riassumiamo e traduciamo: nell’edizione di Tourner, che riporta le correzioni del manoscritto, si legge che Pascal aveva iniziato a scrivere: la natura è un sfera spaventosa il cui centro etc…).

MA in Tourneur non risulta la variante testé citata.

Nell’edizione di Michel Le Guern (La Pléiade, vol. II, 2000), che tiene conto delle precedenti edizioni di Brunschvicg, Lafuma e Sellier, non se ne fa cenno. Ecco quanto dice in nota: le fonti possibili sono varie, ma la principale sarebbe Gassendi (il filosofo “libertino” anti-aristotelico) nel suo commento ad Agostino. Il curatore conclude dicendo che tale frase era un luogo comune all’epoca: “Era da tempo che la filosofia e la spiritualità si servivano di questa immagine per evocare vuoi l’immensità dell’universo vuoi la Divinità; all’inizio del Seicento, è abbastanza frequente da poterla considerare banale.”

Chi mente? Tourner, Le Guern o Borges? Secondo noi Le Guern, perché la versione di Borges ci piace di più. E poi, solo un idiota senza cuore poteva scrivere quella nota.

Incidentalmente: una modifica apparentemente inessenziale e forse involontaria (“una sfera il cui centro esatto è qualsiasi punto, e la cui superficie è inaccessibile”, I.681) permetterà a Borges di esprimere l’infinità della Biblioteca di Babele in modo non soltanto figurato, come nella precedente versione che non ha sostanza (perché una superficie che non sta in nessun luogo semplicemente non esiste), ma perfettamente consistente. Una tale sfera è infatti ben nota ai matematici, che hanno scoperto nell’ottocento come essa permetta di modellare una geometria (detta iperbolica) in cui le parallele ad una retta data passanti per un punto sono non una soltanto (come in quella euclidea che si studia nelle scuole), ma infinite. Si noti come la condizione che qualunque punto sia il centro, anch’essa paradossale a prima vista, in realtà significa soltanto che non ci sono punti privilegiati, ed è ad esempio soddisfatta dal comune spazio cartesiano, in cui ogni punto può essere scelto come l’origine (e dunque il ‘centro’) di un sistema di coordinate.

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Iperlibrogame

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Chronicles of crime è praticamente un’avventura punta e clicca da tavolo, collaborativa, a tema giallo. Integrata con un’app, mostra le scene del crimine in 3d ed ha delle carte luogo – oggetto – personaggio, tutte munite di codice qr, da cui si accede alle varie ramificazioni dell’avventura. Per aggiungere difficoltà c’è il fattore tempo: ogni azione richiede tot minuti di gioco e per vincere non basta indovinare il colpevole e la dinamica, ma bisogna anche cercare di farlo nel minor tempo possibile.

Il sistema di gioco si spiega in un minuto. Ogni partita comincia con una missione e una scena del reato (furto, omicidio). Osservando la scena (con occhialini 3d) e girando la testa intorno si possono notare tracce o oggetti (un mozzicone, un coltello etc). La scena può essere guardata per 40 secondi, ma si può guardarla più volte. Dopodiché, il giocatore prende le carte che corrispondo al genere degli oggetti che hanno attirato la sua curiosità (es. armi bianche, droghe e medicine). Su ogni carta c’è un qr e inquadrandolo si possono avere altre informazioni sull’oggetto.

Oltre agli oggetti ci sono i personaggi, che hanno anche loro un qr. Inquadrandolo si può chiedere al personaggio cosa sa di un oggetto o di altri personaggi. I giocatori possono anche chiedere aiuto a 4 esperti (medico legale, criminologo, hacker, capo), che danno informazioni su luoghi, oggetti, persone, o compiono un’azione (es. aprono una serratura, tengono lontano un sospetto, forniscono il profilo psicologico di un personaggio o la lista dei suoi precedenti.) ecc.. Ogni dialogo o richiesta costa tempo e quindi procedere meccanicamente, oltre che noioso, conduce spesso al fallimento. Infine ci sono poi i luoghi, col loro codice, dove ci si può spostare (spendendo tempo) per proseguire l’indagine.

Il passare del tempo o le azioni dei giocatori possono far verificare eventi (ad es. un sospetto si allontana, qualcuno viene ucciso, il capo vi mette fretta), eventi che portano a ulteriori ramificazioni della storia. In ogni momento, se si è convinti di aver scoperto il colpevole, si può tornare alla base per dare la soluzione del caso. L’app proprone quindi delle scelte, sia per il mistero principale (es. “l’assassino è il maggiordomo?”) che per dei misteri secondari (“ed era l’amante della vittima?”).

L’interazione tra i giocatori consiste quasi solo nel discutere su quale mossa sia più utile a procedere lungo la storia. È facile che si crei una sorta di leader o che alcuni giocatori si comportino più da spettatori che altro, ma questo non nuoce molto anche perchè la partita è relativamente breve (90-120 minuti). Le storie, pur strutturalmente semplici, forniscono diversi indiziati e forse anche troppi indizi, consentendo parecchie ipotesi. È anche possibile che qualche giocatore inserisca un po’ di interpretazione, assumendo quasi un ruolo da master in seconda, che legge descrizioni e discorsi degli indagati, fornendo a ognuno un certo tono di voce, delle inflessioni etc.

Notare che, intelligentemente, la componentistica è quasi astratta (tranne per i luoghi) e quindi ad es. non c’è una carta “coltello insanguinato”, ma la più generica “arma bianca”. E siccome ogni oggetto o personaggio è in pratica un segnaposto con un codice qr dinamico, le stesse carte possono essere usate per più storie differenti. In sostanza il gioco è un meccanismo astratto di link con una cover investigativa, quindi può essere usato tranquillamente anche per altri generi, e infatti ci sono già espansioni per il mistery e altro.

Il gioco è interessante anche come schematizzazione di certe strutture narrative di genere. Ad es., nell’espansione hard-boiled non ci sono i consulenti tecnici ma 4 modalità di azione di un’unico personaggio, mentre in un’altra espansione ogni giocatore ha un suo personaggio, più in stile gioco di ruolo. Si potrebbe fare facilmente una versione lovecraftiana.

In passato esistevano giochi simili, ad es. Sherlock Holmes Consulente Investigativo, che erano già degli iper libri games. Questa nuova incarnazione dell’idea aggiunge la comodità dell’app e una grafica funzionale e, nel caso del 3d, le prime volte sorprendente. Il costo è abbastanza modesto e c’è anche l’app in italiano. In definitiva è un buon gioco, molto ingegnoso, con i limiti strutturali di un’avventura punta e clicca ma col vantaggio di poter giocare in più persone.

Sarebbe perfetto se gli autori fornissero il codice dell’app, o se qualcuno lo ricostruisse (non deve essere molto difficile), perché in questo modo i giocatori volenterosi potrebbe creare le loro avventure riutilizzando la stessa componentistica.

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La dodicesima puntata

Daniele Gabrieli, aka il dottord, non è solo il nostro agente letterario ma anche un accanito lettore di libri di merda, come traspare da questi campioni che ci ha mandato per stimolare l’emissione di un’altra puntata del foometto.

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Riportiamo il suo commento sui libracci:

“Non Ti Muovere è probabilmente il meno peggio del mazzo.
Pura Vita è probabilmente il peggior romanzo (e di sicuro il peggior romanzo italiano) che abbia mai letto. Non ho mai letto nient’altro di De Carlo, spero per lui che questo libro qui non sia indicativo della sua produzione.
Branchie non è certamente la cosa peggiore che ha scritto Ammaniti, l’ho scelto solo in rappresentanza di una bibliografia che abbonda di spazzatura (l’ideale sarebbe stato Come Dio Comanda, ma era troppo grosso da spedire).
Luminal è l’unico dei cinque che non sono riuscito a finire.
Mi Chiamo Roberta (che è anche autografato ndr) è l’unico dei cinque che non sono neanche riuscito a iniziare. In generale Nove (un po’ tutti gli scrittori professionisti, ma lui di più) mi ha sempre dato l’idea di uno che ha soprattutto bisogno di un abbraccio.”

Che dire! Più che di un abbraccio, secondo noi Nove ha bisogno di un agente del livello del Gabrieli, grazie al quale il nostro libro è del tutto assente dalle volgari classifiche e dalle ancora più squallide pagine di giornali che consigliano libri come regali di Natale (ora, a parte che regalare libri a Natale è una cosa notoriamente triste, e che fa solo chi i libri non li legge, o non ha soldi o genio di fare regali veri, il nostro libro come regalo non lo consiglieremmo nemmeno noi, e soprattutto per rispetto del libro, che soffrirebbe in mani profane e ignoranti).

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Discenditivo

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Anna Martina ci ha donato tre libracci, tra cui l’infame “Cacastelli di rabbia” di Baricco. A questo punto per vendetta non possiamo far altro che pubblicare una puntata del fumetto ancora più brutta del solito.

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Basi economiche del postmoderno

Il discorso richiede un giro un po’ lungo.

Ieri sera una scrittrice (ossia una giornalista) spiegava che le dichiarazioni di Di Maio padre sono una “mossa comunicativa perfetta”, perché ha detto “ho sbagliato, tengo famiglia”. Nel nostro paese la più elementare delle affermazioni passa quindi per una genialata strategica. Figuratevi quanto dovevano far cagare i comunicatori di prima. Ma c’è anche la tendenza a imbottire il vuoto di significato con l’iper analisi della più pura banalità.

Questo processo è nato nel giornalismo (esempio evidente quello sportivo) ed è stato incautamente nobilitato da parte dell’accademia, con estenuanti analisi di fenomeni di costume trattati come opere di Joyce e quindi suscettibili di infinito approfondimento. Lo stesso post moderno non è andato oltre il fare il verso a questa mania, riducendo il fatto a semplice pretesto per variazioni e divagazioni, che per essere davvero intelligenti o divertenti richiedono la collaborazione, anzi l’integrazione, di un lettore colto e divertente, che in pratica non esiste più, se pure è mai esistito.

Ma perché l’accademia si è messa ad esaminare il nulla con tanta foga? Alla fine, la radice è sempre economica. Il problema è sempre il posto di lavoro dei colti poveri, quindi anche qui in fondo è una questione di “tengo famiglia”. Non si potevano certo assumere centomila professori universitari di letteratura perché parlassero di Dante. Persino il popolo, che menziona Dante solo col dileggio e il timore normalmente connessi ai santi patroni… persino il popolo si sarebbe ribellato.

Allora bisognava trovare qualche altro oggetto di studio, e volendo ce ne sarebbero stati a bizzeffe: migliaia, milioni di opere del passato che di fatto nessuno conosce, che non sono nemmeno catalogate. Ma non si poteva, perché gli stipendi li paga lo stato e se lo stato deve cacciare i soldi serve una ragione più concreta. Hai voglia di dire che Buffalmacco Smaraldino, oscuro giullare del 12simo secolo, si mette in saccoccia Dante e pure Petrarca: anche se fosse vero nessuno ti crederebbe. E allora come fai a giustificare la cattedra che vorresti istituita?

Ti serve qualcosa che abbia un minimo di presa sulla gente, sulla stessa burocrazia. E allora puoi studiare la storia del carnevale, ad esempio, ed è una storia degnissima, ma il problema è che apre la strada alla cattedra di storia di Halloween, e quella alla cattedra di storia di Woodstock. Insomma si è capito dove si va a finire: all’analisi forzata dell’episodico, con i metodi dell’eterno.

Ma peggio ancora tutte queste cattedre finiscono per giustificare una cattedra di cattedratica. Al processo di iperanalisi della polvere si aggiunge quello ancora più grave di ipergeneralizzazione della polvere, che inevitabilmente conduce a constatare come tutto sia polvere, cenere, ciuenere, non ciuè altro che ciuenere.

La letteratura post moderna è la volgarizzazione di questo fenomeno. Ed è anche un caso di contenuto generato dall’utente, come del resto lo erano i quadri di merda dove il significato e l’arte dovevi metterceli tu, anche pagando.

Tutto questo ora è ritornato da dove è nato, ossia nel giornalismo continuo di tutti i parlanti. Tutti producono inutili variazioni e squallide divagazioni su cose di una stupidità avvilente, e tutti si aspettano che i lettori vi aggiungano il loro: il che, essendo ormai i lettori poco più che infanti mentali, significa solo che “ho sbagliato, tengo famiglia” passa per l’epitome dell’arte retorica, su cui continuare a strologare fino alla prossima cagata.

Il fatto singolo, vivo, quello che accade, ormai resta preda dei praticoni ignoranti e faziosi, che lo usano per propaganda, o viene assorbito in una demenziale iperstruttura significativa, il cui presupposto è che il significato non esiste. Il reale viene cucinato e speziato o direttamente malcagato: mai però servito.

Il che spiega anche perché a furia di leggere libri e giornali siete diventati solo dei boriosi ignoranti.

P.S. Ieri l’agente ci segnalava la vendita di un’altra copia del nostro libro. A quanto pare però l’opera non smuove le coscienze, non se ne dibatte agli aperitivi; non ci sono teen che ne traggono rivelazioni, né giovani barbuti che lo citano per farsi belli con gli amici del paesello. Colmo della sfigheria, l’opera non fa nemmeno cagare al punto da piacere alla massa.
Più in generale, alcuni pensano che il difficile sia scrivere una cosa bella e originale, mentre in realtà la sfida è scrivere una banalità risaputa in modo che se ne parli. Da quando la memoria dei lettori si è ridotta ai tweet del giorno prima, rivestire la banalità risaputa in modo che non sembri tale è diventato più facile, ma ci sono anche più concorrenti. Praticamente in confronto ai lettori siamo quasi tutti dei geni, e quindi quale genio scegliere? Come superare l’abulia del lettore? Le tattiche sono varie, e anche quelle risapute, ma la pratica è tutta un’altra cosa. Riuscirci resta una forma d’arte, sebbene un’arte diversa dalla scrittura.

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Lo spirito opera per vie traverse

Stanotte meditavamo cupi pensieri cercando nella nostra collezione di audiocassette il bellissimo pezzo del sassofonista Hal Damerini, quello dove a un certo punto dice “Among ambrosies of adenoids / and spaces of toucans / I learn the tables of infamy“. Rovistavamo accecati dall’amarezza. Volevamo una musica tragica, preludio di gesti estremi quali dar fuoco alla baracca: tanto, ormai… 
Ma appena abbiamo fatto partire il fido mangiacassette, meraviglia! Tra fruscii e impurità è emersa la sua voce.
La VOGE, la sua! L’inconfondibile voce dell’Elia!
Abbiamo ritrovato una sua registrazione! La stiamo riascoltando ora, ancora increduli del dono. Tutto ciò non può essere un caso! Egli vive e ci parla spronandoci a continuare l’opera nonostante il pubblico infame e squallido, i giornalisti ignoranti, le persone falze.
Ebbene sì nostro capitano, la Fondazione risponde “presenti!” al tuo appello dalla terra temuta! Con rinnovato entusiasmo porteremo la tua PALORA al mondo che non la merita, lo voglia o no! 

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La decima poontata

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Alessandro Previdi ci ha mandato altri tre libri brutti e quindi lo ringraziamo e pubblichiamo un’altra puntata del fumetto, che nemmeno a farlo apposta include Charlie Brown ed affronta tematiche scabrose e adulte, quindi proseguite a vostro rischio.

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I AM CTHULHU

Nel “Richiamo di Cthulhu” un giovane scultore crea quasi in trance la statuetta raffigurante l’orribile creatura che ha sognato. Qualcuno potrebbe pensare che lo scultore rappresenti lo stesso Lovecraft, fine artista in comunicazione con i misteri preternaturali. O almeno ciò che Lovecraft avrebbe voluto essere: un ricco dilettante, talentuoso e sognatore. Tuttavia il protagonista del “Richiamo” descrive lo scultore con una certa ammirazione ma anche, si direbbe, con un po’ di disprezzo. In verità il dubbio è che la proiezione psicologica dell’autore non sia lo scultore, ma proprio Cthulhu.

Pensateci un attimo. Cthulhu dorme nella sua isola sprofondata di R’Lyeh ma quando le stelle torneranno giuste si sveglierà per distruggere il mondo. Ignoto, inascoltato, capace di comunicare solo con i più sensibili tra gli umani e solo con immagini oniriche, questo dio sepolto non ricorda un po’ lo scrittore Lovecraft, anche lui quasi ignoto al mondo e in fitta comunicazione con una rete di corrispondenti scelti per sensibilità?

Nella mente di HPL forse girava l’idea che prima o poi sarebbe stato scoperto, diventando il grande che lui sapeva di essere, e allora si sarebbe vendicato. Essì. Per quanto sembri illogico, nella logica sghemba dell’inconscio è normale che il recluso sogni di uccidere il suo liberatore. Pensate alla storia del genio della lampada: nei primi mille anni di prigionia gridava “a chi mi libera darò enormi ricchezze!”; nei successivi mille gridava “a chi mi libera, esaudirò tre desideri”. Ma nessuno venne. Allora nei mille anni successivi pensò: “a chi mi libera, uomo o dio, guai a lui”.

Cthulhu sarebbe quindi una fantasia di potere di HPL, e lo conferma anche il culto reso dagli uomini di colore. Costoro più che adorare Cthulhu cercano di tenerlo buono offrendogli sacrifici, e infatti nove volte su dieci finiscono male, divorati da qualche forma oscura. HPL, è noto, non amava queste persone, e non ci vuole molto a immaginare che in cuor suo aspirasse ad essere temuto come un dio.

Sulla sua tomba quindi invece che I AM PROVIDENCE avrebbero dovuto scrivere I AM CTHULHU. Ma in un certo senso tutto ciò è ovvio. Lovecraft E’ PER FORZA i suoi dei, sia materialmente, perché li forma lui, sia psicologicamente. Il problema dello scrittore HPL però è stato sempre come allontanarsi da questa proiezione.

HPL scopre molto presto che dietro tutto c’è lui. Dal racconto “L’estraneo” in poi, cerca in tutti i modi di rimuovere il nesso psicologico tra se stesso e l’opera. Lovecraft disprezzava la psicanalisi, la considerava una forma puerile di simbolismo, ma questo disprezzo (che tra parentesi noi condividiamo) può essere anche considerato come una forma di rimozione. Lo scrittore, Super Io, censurava il nucleo profondo di HPL, in cui lui era un dio immortale e obliato ma pronto alla vendetta. Questa censura però non riusciva sempre al meglio e infatti in alcuni racconti del mito, come ad esempio l’orrore di Dunwich, a guardare da vicino emerge incontestabilmente una simpatia della voce narrante per i cultisti, che l’autore non riesce del tutto a nascondere e che, contro la sua volontà, rende il racconto molto più ambiguo di quanto sembra (e su questo hanno già scritto Becherini e Bencistà).

Lo sforzo di Lovecraft per recidere il legame tra l’estraneo e il suo riflesso nello specchio è quasi eroico e infine ha successo: nei migliori racconti dell’ultimo periodo il mito recede, diventa quasi solo uno sfondo, il colore venuto dallo spazio e la grande razza di Yth non somigliano per niente agli dei del ciclo e non sono nemmeno propriamente dei mostri. Il colore è una forma di vita di passaggio, la grande razza  si limita ad osservare e imparare: non vogliono distruggere o dominare, non hanno culto, sono semplicemente alieni in senso oggettivo. L’antipsicologia di Lovecraft ha superato la fase del sogno, la paura comune di ciò che è dentro, che è sepolto, e si è avvicinata al micidiale miscuglio di fascinazione e orrore per ciò che è reso altro. L’altro, psicologicamente, non esiste, perché tutto è generato dal se. La grande mossa di Lovecraft è proprio scovare, costruire un orrore che non è in nessun modo assimilabile, riconoscibile come un proprio riflesso e quindi neutralizzabile. Insomma, la cura psicanalitica forse potrebbe funzionare su chi ha visto Cthulhu, ma non su chi ha visto il colore.

Gli epigoni di Lovecraft, si noti, hanno continuato a sviluppare soprattutto il mito, cioè una parte relativamente meno matura e significativa dell’opera di HPL. Lui stesso quando ha scritto l’ultimo racconto, “l’abitatore del buio”, è tornato un po’ indietro: di nuovo una sorta di dio nascosto, di nuovo un culto, di nuovo nel buio, nell’inconscio. Non si può escludere che l’abbia fatto perché il racconto era una sorta di risposta a un racconto di Bloch, una specie di scherzo, che quindi non meritava tutto il suo impegno. Insomma Lovecraft avrebbe fatto una specie di caricatura di se stesso, o meglio della maniera che era già sorta intorno a lui.  

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Dove conduce la riflessione sui libri

Nel disperato tentativo di vendere libri a una nazione in cui per leggere si aspettano le ferie, editori e giornalisti creano delle etichette commerciali (“il noir scandinavo”), mentre scrittori e giornalisti (che spesso coincidono) inventano categorie critiche.
Questi marchietti sono più facili da pubblicizzare e ritenere e ovviamente mirano a rendere l’opera riconoscibile, familiare (“ah, io amo il noir scandinavo!”, che è come dire “ah, io amo la musica napoletana!”). Anche grazie al nodo in comune (giornalisti), l’etichetta commerciale e quella critica tendono sempre più a somigliarsi, ad essere mere parole. Nel caso della “critica” (ma in effetti giornalismo) il fenomeno è più grave perché spinge a definire categorie così vaghe da riuscire completamente inutili a scopo conoscitivo, o a deformare i caratteri delle opere per ficcarle comunque sotto la stessa etichetta. Costringe insomma al vaniloquio o alla menzogna.

Nella peggiore delle ipotesi, e cioè quando il trucco “funziona”, spinge persino gente a scrivere adeguandosi al marchio, con i risultati che tutti vediamo: libri di merda, tutti simili solo per spappolatezza e confusione, lingua di plastica, piaggerie e altre vergogne.
Anche i marginali applicano lo stesso metodo e per esempio già da qualche anno tentano di creare la categoria del “nuovo strano”, o meglio di tradurla, visto che in inglese c’era già il “new weird”. Nel mondo anglosassone il sospetto che sia solo un nome commerciale è abbastanza diffuso. Vedremo quanto ci metterà ad arrivare in Italia.

Si dirà che è sempre stato così, ma da una ventina d’anni si nota di più. Magari anche per “i crepuscolari” succedeva qualcosa di simile, però all’epoca la categoria nasceva dalla critica e veniva poi semplificata e usata dalla (mini) industria, mentre adesso pare il contrario. Lo sforzo di riempire con qualcosa i nomi commerciali è visibile, gli articoli che tracciano paralleli, figliolanze, sorellanze e parentele spesso puzzano di partito preso, di necessità. L’analisi non diciamo del valore, ma anche solo dei caratteri esteriori appare tendenziosa e fasulla. Che un genere sia relativo è ovvio, ma relativo non vuol dire arbitrario. Al di sotto la distruzione del senso lavora, lavora…

Bisogna anche capire gli editori. In Italia c’è una borghesia economica (un po’), ma non una culturale. Ci sono molti che non leggono mai o quasi mai, e pochi che leggono molto ma evidentemente male. In mezzo quasi nulla.
L’aristocrazia dei c.d. lettori forti ha i vizi di tutte le aristocrazie. I suoi membri se la fanno tra loro, parlano tra loro di loro, e sono dogmatici o estenuati: tornano sempre alle stesse cose o cercano spasmodicamente il “nuovo” per noia. L’industria si adegua e stampa cloni o spaccia cagate per opere rivoluzionarie.
Come nel caso dell’istruzione, da noi quella superiore è eccessiva e quella inferiore quasi inesistente. Pare però che i libri per bambini vendano. Speriamo. Magari nel 2050, quando la scrittura quasi non esisterà più, avremo un sacco di gente che vuole leggere.

Ma potrebbe andare diversamente. Infatti è evidente che stiamo raggiungendo l’autarchia culturale, nel senso che tra poco ognuno leggerà al massimo i libri che ha scritto lui. Anzi, la piccola cricca dei lettori forti ha già i mezzi materiali e spirituali per buttare giù tutti i libri spappolati che vuole, metterli su amazon e non degnarli mai più di uno sguardo, nemmeno per correggere i “nè”. La scrittura diventa puro esercizio ginnico, involgarita pratica mistica, yoga, dita che si muovono per non comunicare niente a nessuno, nemmeno all’autore, che infatti dai suoi fallimenti non impara. Tra cent’anni tutti questi esercizi costituiranno un mistero per gli studiosi, come le statue dell’isola di Pasqua. Perché le hanno fatte, anzi perché sono arrivati persino a distruggere le loro vite per farle? Non si sono accorti che non servivano a niente?
Quando la penna è caduta in mano agli aristocratici abbiamo avuto periodi di memorie, il cui principale o unico pregio era di contenere pettegolezzi e scostumatezze. Adesso queste memorie di povera élite non conterranno nemmeno più fatti ma solo un’interminabile e incomprensibile variazione sulla polvere, priva di qualunque auto consapevolezza. I famosi miliardi di scimmie che battono a casaccio avrebbero le stesse possibilità di essere lette.
Sarà un’opera in qualche modo grandiosa, enigmatica, triste, micidiale, invisibile. Nessuno si accorgerà che l’Elia l’aveva già composta.

E ciò che abbiamo detto è anche la ragione per cui, nonostante la vaga e immeritata disponibilità di qualcuno, non siamo capaci di annodare tutto in una storia con un inizio e una fine. Non riusciamo e potendolo vorremmo non volerlo. Quello che facciamo è l’opera di un morto, attende un curatore dotato di tempo infinito, infinita curiosità, infinito amore, disprezzo, pena, l’attenzione totale, l’immersione in un’altra mente fino a diventare uguali. Questa cosa che facciamo attende noi in un’altra vita, come tutti i libri che abbiamo letto. Noi facciamo un libro che dovremmo aver già letto, quindi è normale se invecchiamo e impazziamo e in questo luogo assurdo riusciamo solo a diventare più noi stessi.

specchi

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