Il verme dei ghiacci

Come Borges, anche Elia Spallanzani sentì il bisogno di perpetrare un racconto alla Lovecraft. Purtroppo nel suo sublime dilettantismo il nostro non andò oltre l’incipit, che resta comunque memorabile e che vi riproponiamo nel 126simo anniversario della nascita (di Lovecraft, non del nostro).

“Il Verme dei ghiacci

in memoria

Dalla terra di Francesco Giuseppe sono quattrocento miglia fino alla prima catena: le montagne, alte sei chilometri, emergono per metà dall’altopiano di ghiaccio. Quando la temperatura scende a meno sessanta vedi sbucare qualche verme dei ghiacci. Il verme dei ghiacci è lungo quattro metri, largo quanto un braccio, colore del metallo brunito; non ha occhi, a che gli servirebbero, e la sua bocca ricorda una grattugia rivolta all’esterno. Poiché sulla superficie non vi è nulla che gli aggradi, emerge solo per errore: come le balene che si arenano; per un difetto del suo sonar o di altro strumento inconcepibile che gli permette le sicure traversate dei ghiacciai. Dietro di sé lascia cunicoli così numerosi che se la neve non fosse pressata, schiacciata dai millenni fino alla consistenza del quarzo, se così non fosse… crollerebbe in lastroni di chilometri, a seppellire le poche vite che si avventurano quassù.

Ma dietro i picchi della prima catena c’è un altro altopiano, questo a quota quindicimila piedi, e nel suo cuore c’è un’altra catena, le cui vette superano abbondantemente i nuvoli: trentacinquemila piedi, meno ottanta di temperatura, l’aria così rarefatta che nessuna creatura vi sopravvive: tranne il verme dei ghiacci. Quelli della seconda catena sono lunghi fino a dieci metri, larghi quanto una bombola del gas: di colore più chiaro, vicino all’argento, e per bocca nient’altro che un foro: i denti sono all’interno, lungo tutto il tubo digerente. Invece di strisciare questo verme si avvolge su sé stesso come le macchine tritaroccia del canale sotto la manica: dubito che abbia una mente: dubito addirittura che sia un animale.

Oltrepassata la seconda catena, appare un altro altopiano: immerso in una luce invariabile, è alto trentamila piedi; battuto da venti a trecentocinquanta chilometri all’ora, piatto come la volta di un cranio: al suo centro, finalmente, si innalza la terza catena, al cui confronto le altre due sembrano formicai. Cinquantamila piedi d’altezza, temperatura meno novanta, i bordi affilati come lame dalle correnti a getto, è in tutto simile a un pettine di ghiaccio: regolare, ultraterrena visione colorata d’azzurro: e nel suo ventre ricamano i vermi dei ghiacci: mostri larghi quanto betoniere, lunghi cinquanta e più metri, privi di bocca, di occhi, di pensiero, si torcono senza tregua allo scendere della notte.

Ma dietro queste montagne c’è un altro altopiano: al suo centro, un’altra catena, che lambisce la ionosfera: sulla sua cima, ridotti dalla lontananza, migliaia di fili trasparenti, tesi verso le stelle, anelanti.”

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Sospettare, sospettare sempre

Parlando di roba da mangiare, che poi è un argomento che non stanca, pubblichiamo parte di una delle ultime lettere di Spallanzani alla nipote Letizia.

“Cara Letizia, l’altra notte mi sono svegliato verso le quattro in preda all’inquietudine, mi sembrava di ricordare di aver fatto un sogno sgradevole che aveva a che fare con le etichette, ma i dettagli mi sfuggivano. Tanto per fare qualcosa mi sono alzato e sono andato in cucina, dove un gesto dopo l’altro ho finito per mettermi a mangiare dei biscotti del Mulino Bianco. Ti ricordi la pubblicità del piccolo mugnaio? Io per me l’ho sempre trovata frustrante. Comunque si trattava dei galletti, quelli quadrati, e mentre ne immergevo uno nel latte ho pensato alla frase “inzuppare il biscotto” e mi sono messo a ridere da solo, a lungo, sgangheratamente. C’era qualcosa di orrendo in quella risata da mentecatto e allora sempre per fare qualcosa mi sono messo a leggere l’etichetta dei biscotti, come faccio sempre.

A parte i dati nutrizionali, che tengo in gran conto, amo la lista degli ingredienti e mi sembra che leggendola il sapore dei biscotti migliori. Infatti mi sono sembrati subito più zuccherosi, direi addirittura più cristallini e sgranocchievoli, quando però mi è venuto un dubbio:  “ma questa etichetta, insomma, è sempre stata così?”. Sono già tanti anni che vendono i galletti, ci sarà pur stato qualche cambiamento nella ricetta o negli ingredienti, ma io come faccio a saperlo cara Letizia? Non posso mica fare il confronto con l’etichetta di un anno fa, o di cinque, e chi è che si conserverebbe l’etichetta dei biscotti per vedere se varia la composizione? Allora mi sono detto che avrei chiesto al negozio, ma poi mi è venuto in mente che un’informazione del genere non la sapranno, perché non importa a nessuno, o meglio importa eccome ma a gente che non ne discute in pubblico, et pour cause.

Ma il fatto che la composizione delle merci varia di nascosto mentre l’aspetto resta uguale, questa idea dico, un’idea molto semplice e banale, si è impadronita di me disordinatamente, si è estesa a tutti i settori dell’esistenza e in breve ha intossicato la mia visione della realtà: e per più preciso dire ha riattivato un pensiero che esisteva già latente, che forse è sempre esistito.  […]”

 

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Maschere oltre le persone

Ci è capitata sott’occhio una rivista destinata agli addetti della GDO, la grande distribuzione organizzata. L’ultima pagina è completamente occupata dalla pubblicità della Conad, che però qui assume la forma del proclama. Non ci sono immagini, salvo il logo, e dopo l’enorme slogan “persone oltre le cose” ci sono 2 colonne di testo. Si comincia spiegando che i prodotti in fondo sono tutti molto simili e che la differenza quindi la fanno le persone.

“E persona significa maschera, come ci ha insegnato il teatro antico; maschera, però, non indica il nascondersi ma, al contrario, il mostrarsi interpretando un ruolo”.

E vabbè. Ma non è finita, perché:

“Parola comune e preziosa allo stesso tempo, persona significa anche umanità che ha coscienza di sé”.

Questa seconda precisazione è già più impegnativa. A bene vedere si tratta di due significati molto diversi, forse anche in contraddizione tra loro, che però vengono uniti con scioltezza. Si comincia a capire che il pezzo è stato scritto da qualcuno che ha un’idea, o forse sarebbe meglio dire una visione, che vuole vendere.

“Scavando dunque all’interno di un termine ricco come un frutto generoso e raro, il socio-imprenditore ritrova per intero la propria essenza che unisce la persona al professionista, la coscienza alla missione verso gli altri”.

Quest’altro passaggio contiene delle difficoltà. Se la persona è coscienza e teatro, pare di capire che allora la “missione verso gli altri” sarà il teatro. Questo è importante e ci torneremo. Nel frattempo bisogna anche dire che “missione” è uno dei termini più abusati nella pubblicità destinata agli addetti ai lavori. Viene dal lessico anglosassone, il lavoro come “chiamata”, “missione” eccetera eccetera, residuo verbale dell’interpretazione di Weber. Nel nostro linguaggio era quasi assente e forse la cosa che le si avvicina di più era “ufficio“, che stava a metà tra burocrazia e liturgia. Comunque è notevole il fatto che il socio-imprenditore possa ritrovare la sua essenza, che è altro termine al confine tra scolastica e newage.

A questo punto c’è un’altra affermazione impegnativa:

“La contrapposizione classica e sterile tra chi vende e chi compra è superata: in Conad, chi vende e chi compra sono due persone che camminano serenamente fianco a fianco e vanno avanti insieme”.

Non è certo la prima volta che le catene di venditori cercano di rappresentare una sostanziale alleanza con i consumatori. Le cooperative hanno ripetuto per anni che “la Coop sei tu”, e in quel caso era parzialmente vero, visto che gli acquirenti sono soci. Con la Conad si va anche oltre, non serve nemmeno essere soci per camminare serenamente a fianco al venditore. E’ già tutto nella natura del sistema.

“Domanda e offerta sono due facce della stessa moneta, una moneta che ha grande valore nel contrastare la crescente erosione del potere d’acquisto”.

Qui l’autore è stato un po’ meno felice. La “moneta” di cui parla dovrebbe essere il fenomeno economico in genere, di cui domanda e offerta sono effettivamente due facce: ma con un eccesso di concentrazione l’intera economia diventa “economia” nel senso limitato di “risparmio” e la metafora appare goffa, se non ingannevole. Il seguito conferma questo scivolare dalla tesi alla pubblicità:

“Quando i clienti di Conad vanno al supermercato per comprare “delle cose”, è proprio dalle persone di Conad che si aspettano di più: un frammento di discorso non convenzionale, un sorriso non di circostanza, una presa di posizione rispetto a come gira il mondo”.

Quindi, a quanto sembra di capire, la persona-maschera dovrebbe apparire spontanea, persino emotivamente coinvolta. Il ruolo da assumere perciò è quello del sincero, che è anche l’inevitabile derivato della contraddizione iniziale. In cosa dovrebbe poi consistere la “presa di posizione rispetto a come gira il mondo”? Nel rifiuto della sterile contrapposizione tra venditore e compratore, immaginiamo, e anche nella difesa del potere di acquisto. Messa così la predica (che ripetiamo è destinata ai venditori, non agli acquirenti) comincia ad assumere l’aspetto inequivocabile della menzogna. E in questo è sincera: il venditore deve prendere coscienza di essere venditore e quindi indossare la maschera del cliente.

L’ultima parte è più tradizionale:

“Oltre la soglia di ogni Conad c’è tutto un mondo da scoprire, dove la qualità e la garanzia dei controlli hanno un nome e un cognome”.

Anche questo, in effetti, è quasi completamente falso, perché i controlli sulle merci non li fanno certo gli addetti alla vendita. Non li fa nemmeno la stessa Conad, tranne forse che sui prodotti a suo marchio, che sono una piccola frazione del totale. Tuttavia è coerente (e non nuovo) metterla su questo piano.

“Chi varca la soglia trova ad attenderlo persone autentiche e disponibili, persone capaci di dare un senso a ciò che si vende e a ciò che non ha prezzo”.

Di nuovo la maschera è quella dell’autenticità, e ci si allontana di nuovo dal classico richiamo ai prezzi bassi. Perché Conad sa bene che i prodotti sono effettivamente tutti simili e che la guerra dei prezzi al ribasso è sempre distruttiva, quindi deve puntare su qualcosa che non sia il prezzo: ma tolto il prezzo e la merce, resta solo chi la vende. Che diventa anche lui merce.

Conad, grazie a una pubblicità televisiva abile e di grande successo basata proprio su questi principi, riesce a vendere le persone che vendono, e trasformandole in merce utilizza gli stessi strumenti che si usano per rendere appetibili i prodotti: il venditore non è quindi solo bello e piacevole, ma anche genuino come un pomodoro, e salutare addirittura. La sua maschera svela davvero la sua essenza, che è quella di merce, e forse lo è sempre stata. Questo processo non è nemmeno nascosto ma viene anzi esibito, lo scopo dichiarato, il metodo insegnato. In sintesi, si tratta di scrivere sulla merce “questa non è una merce”. Non stupisce che funzioni.

P.S. Tutti coloro cui abbiamo fatto questo discorso ci hanno risposto in due soli modi: 1) è cervellotico e insensato; 2) è assolutamente banale. Queste due categorie di consumatori (gli ingenui e i consapevoli, potremmo dire) continuano serenamente ad appassionarsi alla telenovelas del venditore di bell’aspetto e di sua moglie. Si può forse dedurne che la migliore illusione è quella che funziona anche quando scoperta.

P.P.S. Questo post è stato trattato con CIF LUCIDA ANALISI.

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Devilman e la guerra santa

Gli attentati delle ultime settimane ci hanno fatto tornare in mente Devilman. Chi ha la nostra età ricorderà le polemiche sul cartone, che conteneva scene violente (per l’epoca) e una morale discutibile, sebbene non nuova. Gli episodi di Devilman erano tutti sostanzialmente uguali, come  accade per questa forma di intrattenimento: si vedeva qualche scorcio di vita comune, Akira che faceva lo scorbutico o l’innamorato, poi appariva un demone che uccideva della gente in maniera inventiva e sanguinaria e poi appariva Devilman, che uccideva il demone in maniera altrettanto violenta e sanguinaria. Uguale la puntata successiva.

Ogni tanto veniva da chiedersi come mai il demone non attaccasse direttamente Devilman, visto che quello era il suo obiettivo principale, e si soffermasse invece a uccidere gente che non c’entrava niente. Alcuni adulti ci vedevano una forma di indugio pornografico e in realtà avevano ragione. Uno degli scopi del cartone era mostrare la violenza in sé, così attraente e pornografica, e poi comunque bisognava concentrare sul demone l’odio dello spettatore, in modo che la sua punizione risultasse più soddisfacente.

Puntata dopo puntata, i demoni sbucati dal nulla uccidevano decine e centinaia di persone senza avvicinarsi nemmeno di un millimetro ai loro grandi obiettivi, che erano eliminare Devilman e conquistare il mondo. Da un punto di vista economico il loro sforzo era demenziale, perché continuavano a sacrificare a uno a uno i loro soldati senza mai riuscire a sferrare un attacco decisivo. Il terrore causato dai demoni, che mangiavano le persone o le scioglievano nell’acido o le riducevano a brandelli, risultava del tutto annullato nell’episodio successivo: come se nulla fosse accaduto, la gente comune riprendeva le sue attività e Akira ricominciava a fare lo scorbutico e l’amoroso litigarello.

A questo punto è evidente che gli attentati terroristici non sono altro che una riedizione di Devilman, ma con una notevole differenza: mentre ormai l’attentato viene mostrato quasi in diretta, la punizione dei terroristi non viene trasmessa.

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Da centinaia di telecamere e migliaia di telefonini riceviamo le immagini di persone inermi schiacciate sotto le ruote di un camion, saltate in aria o prese a pistolettate, ma non vediamo mai la polizia che crivella di colpi l’attentatore, o il momento del suo suicidio (a meno che questo non coincida con l’azione omicidiaria). Le immagini della punizione, che probabilmente esistono, non sono nella disponibilità dei privati ma delle forze dell’ordine, che per un malinteso senso del pudore (o per timore delle reazioni dei sentimentali e dei nemici cronici della polizia) non le mostrano.

Gli attentatori non riescono a conquistare il mondo e nemmeno a uccidere i difensori dell’occidente e continuano a mandare uno o due demoni alla volta, che uccidono un po’ a casaccio e poi si uccidono o vengono abbattuti (il termine, ormai molto frequente, è indicativo: è un po’ burocratico, si usa per i cani malati e per le mucche. Probabilmente il suo utilizzo ha più motivazioni, anche contraddittorie, ma questo richiederebbe un articolo a parte). Dopo ogni attentato, che in teoria dovrebbe sconvolgere le nostre vite come l’attacco di un demone, la routine riprende quasi uguale a prima, fino al prossimo attentato.

Quasi. Perché la differenza tra il cartone e la realtà è che il primo ha ancora una funzione catartica, carica il nemico di obbrobrio e poi ne mostra in dettaglio la punizione e la morte, mentre lo spettacolo dell’attentato si ferma alla prima parte. E in questo modo non risulta soddisfacente e tranquillizzante come il cartone, il che è una grave pecca nell’organizzazione della società. Lo stato dovrebbe capire che alla gente non basta la notizia rassicurante che il terrorista è stato “neutralizzato”: perché possa sentire davvero sollievo è necessario che lo veda preso e ucciso nella maniera più cruenta possibile. L’immagine della morte non è controbilanciata dalla descrizione della morte: ad immagine deve corrispondere immagine, il cartone deve andare avanti secondo le antiche regole del genere e non può essere censurato (tra l’altro solo in parte) per sciocchi pregiudizi moralistici.

Quindi, se è impossibile evitare la diffusione di scene atroci come l’assassinio di decine di persone inermi, diventa però necessario mostrare anche l’uccisione dei mostri. In caso contrario l’attacco dei demoni rischia di non essere dimenticato fino al prossimo episodio, ma di accumularsi ai precedenti e successivi, generando nello spettatore un desiderio di violenza sempre più forte e forse incontrollabile. Se l’orrore viene scaricato volta per volta, la società (di Devilman e la nostra) può andare avanti tranquillamente, mentre se si accumula prima o poi spingerà la gente alla disperazione o scoppierà con una forza inaspettata. E allora non sarà più sufficiente a saldare il conto mostrare la morte di un terrorista: ci vorrà molto più sangue.

Lo spettacolo del terrorismo, come ogni spettacolo, può non essere dirompente ma anzi precisamente funzionale al mantenimento dello status quo: perché ciò avvenga, però, deve svolgersi secondo le regole dello spettacolo.

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Il molare della fava

Ormai è difficile trovare lettori se non si menzionano pokemon o immigrati, o almeno femminicidi. Essendo impreparati su quest’ultimo argomento, e non volendo diffondere ulteriormente il primo, siamo andati a recuperare un vecchio raccontino buffo del Nostro, scritto probabilmente pochi mesi prima del sua decesso (è noto che l’umorismo è affine alla morte). Parla appunto di immigrazione ma si vede che è stato scritto in tempi più innocenti.

“Nel 1986 Abù Abib raggiunse fortunosamente le coste italiane e si diede all’accattonaggio. Nel 1993 aveva conquistato un posto di lavavetri al semaforo della stazione, ma nel 1996 la sua fortuna si esaurì e fu fermato dalla polizia a bordo di un motociclo sospetto, per non dire rubato, ridipinto, truccato e incendiato, e poi di nuovo ridipinto. In quella si scoprì che Abù Abib era senza libretto, marmitta, targa, freni ed assicurazione, e che era stato già fermato altre sette volte ed espulso dal patrio suolo: si scoprì inoltre, cosa ti vanno a scoprire, che l’uomo era solito regalare false generalità: e così era stato Abì Abù a Torino, Abel Abà a Fregene, Babù Babèl a Capri, et cætera. Tutta queste persone risultavano comunque espulse da anni.

Tratto a giudizio direttissimo, gli fu assegnato un legale d’ufficio. Quest’uomo annoiato sostenne con ogni verosimiglianza che il motorino circolava sì senza assicurazione, ma di questo non si poteva incolpare Abù, Abì, Abèl, o comunque si chiamasse, in quanto è chiaro che nessuna compagnia avrebbe mai assicurato un motorino rubato. La colpa era quindi del governo.
Quanto alle false generalità, l’avvocato spergiurò che Abì non era bugiardo ma solo ignorante, e che in particolare lo confondevano le vocali, dacché la sua lingua gutturaloide ne faceva a meno.
Gli fecero notare che il suo assistito aveva comunque sul groppone sette decreti di espulsione, ma il legale replicò che si trattava di un caso di forza maggiore. Disse: signori! il mio assistito è zoppo! come volete che raggiunga il confine, uno zoppo?

L’aula come di costume era vuota: c’erano solo il giudice, il pm, due poliziotti in borghese e l’addetta alla registrazione. tutti però guardarono Abù, che zoppicava vistosamente. E veramente era zoppo: zoppo quanto lo può essere un uomo! Da quando una strana malattia gli aveva ristretto la gamba destra, che adesso era due centimetri più corta dell’altra.
Il piemme mugugnò che prove non ce n’erano, che insomma era una farsa, che poteva fingere e rattrappire a bella posta la gamba, che ci volevano dei documenti. Il giudice non convalidò l’arresto ma rinviò l’udienza alla settimana successiva.

Abù uscì dall’aula tutto lieto. Non aveva capito molto dell’intera vicenda e credeva che l’avvocato d’ufficio fosse il console del Marocco: gli si rivolse quindi nel suo dialetto tribale. Ma l’avvocato aveva altro a cui pensare: alla prossima udienza non sarebbe andata così liscia. Restava il problema di dimostrare legalmente che lo zoppo era zoppo.
Per un italiano sarebbe bastato andare da un medico, ma Abù era senza documenti e nullatenente, e non parlava una parola di italiano. Il suo legale capì la gravità della situazione e propose di investirlo con la macchina. Poi l’avrebbe trascinato al pronto soccorso, dove una lastra gliela dovevano fare per forza. Abù non capì e rispose toccandosi il petto e la fronte, gesto che di solito bastava a far contenti gli italiani.
L’avvocato lo accompagnò allora sul posto di lavoro, nella speranza di ricevere in pagamento almeno un diecimilalire o una musicassetta pirata, ma Abù non se ne diede per inteso, scese dalla macchina e salameleccò di nuovo. Il legale stava quindi per mandare ad effetto il suo proposito, ma non ci fu bisogno di arrivare a tanto: appena tornati al semaforo, certi concittadini di Abù lo assalirono senza ragione a pugni e a schiaffi, e l’ambulanza ci volle davvero.

All’ospedale però il medico si rifiutò di attestare che o zoppo zoppicava perché, a suo dire, il paziente non era in grado di spiegare come mai zoppicasse; ed era la sacrosanta verità, in quanto Abù non parlava italiano.
Dio mio, ma zoppica! lo vede chiunque che zoppica! fategli delle lastre, disse l’avvocato. Ma quel giorno l’apparecchio non funzionava, o il personale era in agitazione, o viceversa. Il medico di turno si limitò a scrivere nel referto che il paziente era non normo ambulante per causa idiopatica, id est, ignota.

A stento rattoppato, Abù uscì dall’ospedale rollando e beccheggiando come il migliore dei carretti siciliani e si riavviò lemme lemme al suo semaforo: da anni per lui la vita si riduceva al frastuono dei clacson interrotto da poche ore di oblio: l’idea di finire in galera, espulso o persino cadavere, non gli faceva né caldo né freddo: pensava anche che il palazzo di giustizia fosse la casa del Re d’Italia, che ogni tanto lo mandava a chiamare per sapere se era contento.

L’avvocato in cuor suo schiumava dalla rabbia: non per la sorte di Abù, di cui gli importava meno di niente, ma per il dispetto di non riuscire ad ottenere il documento giustificativo. Decise quindi di andare in fondo alla faccenda e tornò all’originario proposito di inscenare un investimento: in retromarcia, a cinque chilometri all’ora, toccò appena il posteriore di Abì e si diede a urlare come un ossesso “mio dio l’ho ucciso!”. Di nuovo l’ambulanza, di nuovo l’ospedale: qui tutti i medici concordarono che la gamba destra era malconcia: probabilmente il forestiero sarebbe rimasto zoppo a vita: ma non era detta l’ultima parola!

Come? disse l’avvocato paonazzo in volto. Come rimarrà zoppo? lo era già, zoppo! Ma non lo vedete che ha una gamba più corta dell’altra? non l’ho mica azzoppato io!

I medici convennero che per essere una frattura fresca si era rimarginata in fretta, ma per sapere come stavano le cose sarebbero servite delle lastre. Senonché la macchina… e il personale… trascorse così una settimana e giunse di nuovo il giorno dell’udienza: il giudice era stato trasferito, il piemme era andato in pensione, i poliziotti in borghese borgheseggiavano chissà dove sulle orme di fantomatici Abì e Babì, più in generale nessuno si ricordava della vicenda. Fu di nuovo tirata in ballo la storia dell’assicurazione, poi quella delle vocali. Alla fine, giusto per chiarirsi meglio le idee, il giudice rinviò l’udienza alla settimana successiva, fermo restando che la palese zoppìa andava rigorosamente dimostrata.

Da allora nulla è cambiato. Le udienze e i ricoveri si susseguono senza sosta, in un vortice di nuovo e agitato personale. Non c’è mai lo stesso giudice, mai lo stesso medico. Il fascicolo si gonfia di carte reticenti che nessuno legge, la macchina delle radiografie continua a disfunzionare, l’avvocato di Abì gli ha regalato una scarpa col rialzo.”

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Da cosa nasce l’odio del nostro inviato per il turismo? Nel suo taccuino, buttato come al solito in mezzo a cose che non c’entrano nulla, un breve flashback rivelatore. Dobbiamo supporre che sia stato scritto a Marrakech, quando era già preda dell’allucinazione.

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E dove hanno fatto il deserto**

Nel 1843 Joseph T. Arnaud raggiunge Marib, l’antica capitale del regno di Saba nel sud dello Yemen. Difficile crederlo, ma fu uno dei primi occidentali ad arrivarci. Lo Yemen era ancora in parte sconosciuto e Arnaud cercava le iscrizioni della civiltà che ha preceduto la conquista islamica. Cercava anche il palazzo della Regina di Saba, la figlia dei jinn coi piedi caprini che portò doni a Salomone, e che con tutta probabilità non è mai esistita. Nel 2008 alcuni archeologi hanno sostenuto di aver trovato il suo palazzo, ma in Etiopia. Incidentalmente, il figlio di Salomone e della regina, Menelik I imperatore d’Etiopia, avrebbe trafugato l’Arca dell’Alleanza. Come si vede materiale leggendario ce n’era in abbondanza, ma Arnaud si attiene ai fatti. Il suo “Viaggio nel regno della regina di Saba” non è, contrariamente a quel che cercarono di far credere Dumas e Malraux, un resoconto avventuroso, anzi non fa nessuna concessione al colore e smorza i toni.

In maniera pacata e anche un po’ noiosa, Arnaud elenca minuziosamente le tappe, le distanze, i tempi di marcia, fa rilievi, misura i resti della grande diga* che costituiva la ricchezza del paese. Racconta le minacce ed angherie che ha subito dalle popolazioni locali e i piccoli sotterfugi per non farsi  riconoscere come infedele. Più di tutto, lo infastidiva il continuo interrogatorio sulle sue origini, sul suo modo di pregare, sui suoi scopi. I locali trovavano inverosimile che fosse lì a ricopiare iscrizioni di cui non capivano il significato e il valore: secondo loro doveva essere una sorta di stregone o un cercatore di tesori (che poi, ironia della sorte, furono trovati davvero, ma non da Arnaud).

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Si direbbe che nutrisse un certo prudente e salutare disprezzo per gli Yemeniti*** e i beduini. Quando cercano di fargli recitare la professione di fede se la cava così:

<<… mi disse imperiosamente: “Di’: la ilah ill’a allah, wa mohammed rasoûl allah“. Non volendo ripetere esattamente le due ultime parole di questa formula, sostituii loro una volgare ingiuria in francese, che aveva pressapoco lo stesso suono. Parve soddisfatto e mi lasciò continuare le mie ricerche in perfetta libertà, dicendo ad alta voce: “Non ci sono più dubbi, è musulmano, è musulmano”>>.

Altro elemento che ce lo rende simpatico è la sua descrizione della città di Sana’a, quella che Pasolini si accanirà a celebrare e che invece a un cronista del 19simo secolo appariva poco più di un mucchio di fango.

Arnaud quindi è forse uno degli ultimi viaggiatori, categoria già morente e che sarà a breve sostituita da quella più comune e deleteria del turista. A differenza del turista non è entusiasta, non cerca il pittoresco e non si fa illusioni sulla natura dei locali. Sa bene che non è amato o compreso, che è lì per prendere qualcosa e rischia anche la vita. Per Arnaud la cammellata non è un’attrazione ma una ripugnante necessità, come del resto per i suoi ospiti, che capisce meglio di molti turisti. Temendo di essere rapito o ucciso, non porta con sé denaro e si affretta a dirlo in giro. Ciò nonostante, come il turista è costretto a pagare.

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La sua figura ci è tornata in mente per contrasto dopo l’ultimo attentato a Nizza. Gli esperti stanno ancora discutendo sul ruolo degli integralisti, ma possiamo prescindere dal problema: se questo mentecatto non era un estremista di sicuro lo sarà il prossimo. Quasi tutti gli editorialisti hanno colto l’occasione per ripetere che il terrorismo islamico è una forma di provocazione, che mira a suscitare reazioni violente e smodate. Non dobbiamo cadere nella trappola: sarebbe un vantaggio per gli integralisti, perché qualsiasi rappresaglia occidentale rafforzerebbe l’odio dei diseredati e quindi la forza dei terroristi.

Spesso hanno aggiunto che una reazione di fatto è impossibile, perché non si possono colpire bersagli che si mimetizzano tra i comuni cittadini e non si sa nemmeno dove sono. Atti esemplari e terrificanti sarebbero anche inutili, perché non si può spaventare gente pronta al martirio. Pare che l’unica cosa da fare sia emanare leggi più restrittive e aumentare la polizia in giro: ma nemmeno questo si può fare, perché ridurre le nostre libertà sarebbe un altro favore fatto ai terroristi. Il discorso, costantemente ripetuto dopo ogni attentato e autonobilitato col nome di “analisi”, ha conferito al terrorismo una certa aura di invisibilità e invincibilità, che poi doveva essere anche quello uno degli scopi dei terroristi.

Confessiamo che molti di questi discorsi ci sembrano dettati più da una forma di masochismo (a volte inconsapevole, altre compiaciuto) che dall’analisi della realtà*****. Ci siamo chiesti che sarebbe accaduto proponendo di reagire al terrore col terrore****, e la risposta è stata più o meno quella che immaginavamo: quasi tutti ci hanno accusato di trollare o ci hanno semplicemente insultato. Paradossalmente, la sola ipotesi di una reazione violenta fa scattare nell’italiano scolarizzato una reazione violenta. L’automatismo mentale è pressoché perfetto: proposta di reazione violenta = trollaggio, pazzia o nazismo.

I più sensati ci hanno fatto notare che colpire la Siria servirebbe a poco contro dei terroristi che sono cittadini europei, e che servirebbe ancora meno contro dei folli. Questo in parte è vero, ma i terroristi non sono tutti folli, e in seguito si potrà valutare se adottare misure terroristiche anche contro i terroristi nostrani, ad esempio fucilando le loro famiglie.

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Ma mentre facevamo questa proposta atroce ci è venuto in mente Arnaud, e il confronto tra la figura del viaggiatore e quella del turista, e ci siamo accorti che molte delle vittime del terrorismo sono turisti, o gli somigliano. I turisti di solito amano pensare a sé stessi come a persone libere, cosmopolite, rispettose della diversità, curiose dell’esotico, sensibili all’autentico, e si propongono di agire in modo etico, responsabile, sostenibile. La loro ideologia è perfettamente analoga al progressismo, ed è altrettanto falsa. Di fatto, sono notoriamente dei semplici consumatori, e anche i più dannosi. Più in generale, tutta la nostra società somiglia sempre più a un gruppo di turisti: ricchi, molli, indifesi, entusiasti, ignoranti, voraci, frettolosi, accomodanti e foderati da un sentimentalismo ipocrita che gli permette di piangere sulla povertà dei popoli che affamano.

Ai locali questi turisti devono apparire per forza dei provocatori.

Serenamente esposti in aereoporti e luoghi di ristoro, su passeggiate panoramiche e nei musei, gli europei sono una vera e propria sfida per qualsiasi fanatico, religioso o meno. E loro, gli sciocchi telintesta, sono cascati nella trappola e hanno reagito smodatamente, uccidendo qualche centinaio di persone. Ma loro non hanno i nostri intelligenti editorialisti e quindi non hanno capito che così fanno il nostro gioco!

I turisti si comportano come avanguardie, come Gandhiani inconsapevoli. La loro non violenza è attiva e provocatoria, per fini che ignorano. Diventano loro malgrado martiri della nostra ideologia e così vengono celebrati. Dopo ogni attentato le foto delle vittime, esposte come quelle dei kamikaze islamici, alimentano lacrime e lunghe rivendicazioni della necessità di difendere il nostro stile di vita: e i nostri valori, che non ci permetto reazioni criminali né restrizioni della libertà, mentre ci consentono di distruggere le altre economie e culture. Per salvarci la coscienza bisogna che qualcuno continui a farsi ammazzare a piccole dosi, e anche questa è una forma di fanatismo.

Perciò i terrorizzati finiscono per apparire a loro volta dei suicidi, che vanno nudi a farsi sparare per non violare i loro valori e invece di portare bombe diffondono il ben più pericoloso germe della disgregazione. Infatti le culture invase dai turisti non piangono morti, forse, ma il loro sistema di vita viene messo radicalmente in discussione. Ed è evidente chi sarà il vincitore di questa lotta: saremo noi.

Del resto, mettersi contro il turismo è la mossa più sciocca che si può fare. Basta guardare i dati per accorgersi che tutte le bombe del mondo non riescono a frenarlo: dopo un piccolo calo il flusso riprende più forte di prima. Forse gli islamici pensano che siamo davvero dei pazzi a continuare a rischiare la vita per andargli a insegnare il libertinaggio e la cucina malsana.

In definitiva, non serve bombardare e sterminare, basta rovesciare continuamente le interpretazioni e assecondare il masochismo, che si nasconde in genere sotto il nome di ironia. Ogni attentato finisce per rafforzare la chiesa laica dei valori occidentali, come le persecuzioni rafforzavano il cristianesimo. Qualcosa di simile vale anche per l’America. Anche se ci consideriamo evoluti, tutti dobbiamo fare dei sacrifici: gli americani possono sacrificare centinaia di vite all’anno al mito della frontiera: noi a quello del turista.

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* si diceva che la grande diga di Marib fosse stata distrutta dai Romani, in uno dei non rari accessi di furia che li prendevano di fronte alla scostumatezza (la diaspora, gli eccidi in Gallia, in Inghilterra, in Germania etc. I Romani promuovevano sì l’integrazione, ma non rinunciavano ogni tanto allo sterminio, forse perché non riflettevano abbastanza da sentirsi impotenti). In effetti oggi prevale l’idea che all’arrivo dei Romani la diga fosse già stata abbandonata perché i cambiamenti climatici stavano peggiorando la desertificazione. Forse fu distrutta dagli stessi invasi, proprio per privare i Romani dell’acqua.

** la frase originale dice “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Benché il senso sia quello, “solitudine” non è orrendo come deserto.

*** formalmente oggi lo Yemen è una democrazia. Il presidente ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāliḥ ha vinto le ultime elezioni con il 96,3% dei voti.

**** più in dettaglio, la proposta sarebbe di reagire a ogni attentato con un bombardamento a tappeto di un villaggio o cittadina a caso, di dimensioni compatibili con la scala di rappresaglia scelta (almeno 100 a 1). Bisognerebbe dare all’evento il massimo risalto mediatico, visto che i terroristi non sono intelligenti come noi che amplifichiamo l’effetto terrorizzante. La dimostrazione dovrebbe essere fatta senza risparmio. Non basta distruggere le case e uccidere la gente: non deve restare nemmeno un mattone. Dovrebbe apparire come un castigo biblico, che è più comprensibile. Il potere dell’aviazione è senza paragoni, esistono già bombe capaci di scavare un cratere di duecento metri, quindi basterebbero quaranta-cinquanta aerei per volta. Si avrà cura di evidenziare che non c’è alcun limite alla distruzione che possiamo provocare. Nel prevedibile caso di diffusione di immagini strazianti di vittime civili, non bisogna minimizzare né cercare giustificazioni. L’atto dovrebbe essere presentato esplicitamente come un’atrocità, di cui tutti siamo consapevoli e responsabili. Del resto, col nostro tenore di vita causiamo già la morte di milioni di persone ogni anno. Rendere questa violenza visibile anche a noi stessi non è l’ultimo degli scopi della dimostrazione.

***** ricorsione: in seguito all’attentato i nostri lucidi analisti ipotizzano che i terroristi vogliano scatenare la reazione della destra estremista, che dovrebbe mettersi ad ammazzare gli immigrati provocando una guerra civile. Ma a parte che negli ultimi mesi in Francia si è parlato di rischio di guerra civile a seguito della riforma del mercato del lavoro e anche a causa di episodi di violenza sulle donne, resta il fatto che il meccanismo della provocazione evocato dagli analisti funziona anche troppo, e spiega anche troppo. Infatti se i fascisti si mettessero a uccidere gli immigrati potrebbero farlo solo nelle forme del terrorismo, cioè con azioni provocatorie. A questo punto gli immigrati dovrebbero avere i loro lucidi commentatori che li invitano a non reagire per evitare di dare ai fascisti una scusa in più per perseguitarli. E quindi la parte sveglia della popolazione immigrata si troverebbe sulle stesse posizioni della parte sveglia dei francesi: l’unica reazione possibile è non reagire. E quindi niente guerra civile.

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Tutto è vecchio per i vecchi

“Cos’è l’universo in confronto all’Occhio che lo guarda?”
Thulsa Doom

La tendenza a trovare tutto obs è debilitante come il caldo ed è uno dei primi segni di vecchiaia, però non riusciamo proprio ad entusiasmarci per il nuovo gioco dei pokemon a realtà aumentata: cose simili esistono da almeno dieci anni e sono state realizzate anche in maniera più fine. Parliamo piuttosto del vecchio: del noto rapporto fantascienza-religione. Ci sono tornati in mente due racconti, Il disco si posò di Buzzati e Dei Mortali di O. S. Card, che trattano il problema degli alieni e del peccato originale.

Che a sua volta era già obs perché affrontato secoli prima per i selvaggi: ci si chiedeva se avessero un’anima e, in caso positivo, se partecipassero della caduta. Era frequente la tesi negativa: quando Colombo vide gli Haitiani li giudicò parzialmente immuni dal peccato originale, tanto erano felici e longevi. Credeva infatti di trovarsi nei pressi del paradiso terrestre (e non ne traeva le logiche conclusioni, perché sarebbe stato comunque vuoto) e che gli effetti del primo errore lì fossero meno forti.

Scoperte le nequizie dei selvaggi, fu tempo di attribuire l’innocenza agli abitanti di altri pianeti. Però si riponeva il problema: la caduta riguardava anche loro o il padreterno aveva un curioso senso della giustizia e tentò solo gli umani? Se la mela ha dannato tutto l’universo, vale anche per la redenzione portata da Gristo? Il figlio di dio si è manifestato solo sulla terra in una sorta di “liberi tutti” o ci sono stati tanti Cristi, incarnati sui vari pianeti, perseguitati e crocifissi per la salute degli alieni? Se così fosse, su pianeti con abitanti a quattro braccia il relativo Cristo sarà stato appeso a un asterisco?

Immaginare che la crocifissione si fosse ripetuta molte volte, forse infinite volte, richiamava subito alla mente l’eresia degli Anulari; considerarla un fatto unico e irripetibile (tutt’ora la tesi ufficiale) non significava escludere i popoli della luna dalla salvezza, o almeno dalla conoscenza del loro salvatore? (e per questo, in verità, sarebbe bastato il limbo).

Spesso queste domande venivano poste più che altro per ridicolizzare l’interpretazione letterale dei testi sacri (che già quasi nessun vero credente praticava più, ma questo è un vizio degli illuministi passati e presenti: farsi beffe di ciò in cui nessuno crede), eppure erano domande non facili. I filosofi non erano d’accordo: Guillaume de Vorilong pensava che una crocifissione bastasse per salvare infiniti mondi, mentre Melantone negava l’esistenza di più mondi proprio perché erano inconcepibili più resurrezioni. Campanella riteneva gli alieni privi di peccato perché non erano nati da Adamo. Anche Leibniz si occupò brevemente del problema. Che la questione non sia del tutto oziosa è provato dal suo ritorno nei racconti di fantascienza.

Ne “Il Disco si posò” un prete di campagna cerca di catechizzare gli alieni, ma scopre che vivono ancora nello stato primitivo di purezza perché non hanno mai mangiato il frutto dell’albero della conoscenza (quindi ci sono molti paradisi terrestri). Ciò non li ha resi migliori, perché senza peccato non hanno bisogno di chiedere perdono e di rivolgersi a Dio. Non hanno ricevuto il dubbio dono della colpa e la loro spocchia, che incidentalmente somiglia a quella dei radicali e dei tecnocrati, fa infuriare il prete.

In “Dei Mortali” la situazione di partenza è in parte simile e in parte rovesciata. Questi alieni poco entusiasmanti vengono sulla terra e in cambio della loro tecnologia (che non include i viaggi iperluminali) chiedono solo di poter costruire delle chiese. Un vecchio rabbioso (come il prete) gli chiede perché lo fanno e loro rispondono che sono venuti ad adorare gli uomini: perché tutte le creature dell’universo sono immortali, tranne noi. L’evoluzione, sostengono, porta necessariamente a forme di vita in grado di riprodursi perfettamente, conservando tutta la memoria del passato. Solo gli uomini, per chissà quale caso, muoiono e spariscono. Ogni uomo quindi è unico e finito e il suo sforzo disperato sorprende gli alieni e li commuove.

Anche se non viene menzionato il peccato, è noto che mangiando la mela Adamo ha guadagnato anche la morte e quindi la necessità di portare la sua memoria fuori di sè, andando oltre il gioco meccanico del DNA. Perciò come la memoria viene dalla vergogna, così la scrittura viene dal peccato e dalla morte, anzi alla scrittura si applica molto più giustamente ciò che è stato detto del puerile cinema, e cioè che è la morte nel suo farsi.

P.S. Molti hanno pensato che il male riguardi solo la terra. Voltaire, forse nel dizionario filosofico, riporta o inventa la favola indiana dei due esseri primordiali che si nutrivano di ambrosia ed espellevano i residui dalla pelle, finché un giorno non vollero provare un biscotto: che però non era etereo e quando i due chiesero a Dio dove fosse il luogo di decenza gli fu indicato un pianetino alla periferia dell’universo: ma dopo essersi sgravati i due non riuscirono più a lasciarlo. Anche in “Lontano dal pianeta silenzioso” il Male è solo cosa nostra e la terra è governata dall’angelo caduto (come pensavano gli gnostici). Pascoli, nel suo delicato frignare, la chiama atomo opaco del male. Etc.

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teH Phez, l’ennesima digressione

Abbiamo lasciato il nostro uomo davanti all’aeroporto di Fiumicino. A questo punto nel taccuino mancano alcune pagine, presumibilmente strappate dallo stesso autore, e poi c’è un brano ancora più eccentrico del solito, che forse è un riepilogo del film trasmesso durante il volo a Marrakech. Siamo stati a lungo in dubbio sul se integrare la lacuna in base ai pochi scarabocchi rimasti sul margine sinistro dei fogli strappati. Da questi, però, sembra emergere una crescente identificazione dell’autore con Giesù Cristo. Pieni di dubbi, riteniamo che per ora sia più prudente limitarci alla copia del testo.

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Dell’uso delle virgolette in alcune riviste femminili (seguito da uno scritto dell’Elia)

La Fondazione legge avidamente le riviste abbandonate nelle sale d’aspetto, convinta che in esse si celi la Uita Uera. Questa settimana ce n’è capitata una dedicata alla casa e abbiamo notato per l’ennesima volta l’uso singolare delle virgolette, che è indice di un più vasto disagio. In queste riviste le virgolette appaiono quasi in tutti gli articoli e spesso più volte per pagina. Basta aprire a caso (numero di luglio 2016) e si legge:

<<Nello spirito zen le ciotoline dovevano essere semplici, naturali e “povere”.>>

La notizia è pregevole, ma perché le virgolette? Giriamo pagina e c’è un metodo per scolpire dei pescetti di argilla. Al punto 6 si legge <<con una punta “tagliamo” la bocca>>, e alla pagina dopo: <<Ora l’oggetto ci è tornato “cotto” […] solo alcuni colori “metallici” sono specifici da raku>>.

La cosa singolare è che sia “tagliamo” che “cotto” che “metallici” sono termini normali e appropriati (la bocca viene effettivamente tagliata, il pescetto viene davvero cotto, il colore è proprio metallico), per cui in questi casi le virgolette non hanno la funzione di “mettere tra virgolette” un termine il cui uso è metaforico. Allora si tratta forse di una specie di sottolineatura? Con le virgolette le autrici volevano dare enfasi a questi termini? Ma a parte l’improprietà dell’uso, cosa c’è da sottolineare in questi termini?

Apriamo ancora a caso la rivista e leggiamo:

<<Ora la cartapesta si compera “già fatta” […] bisogna preparare quel che ci servirà “dopo” […] apprestiamo un “vassoio” in metallo […]  ed eccola al lavoro sulle sue “piastrelle” […] maggiore è l’ “affondo” dei fiori e dei gambi nella creta, migliore è il risultato […]  scegliete il motivo, ricalcatelo e coloratelo con i pennelli (parti “larghe”) e i pennarelli (zone sottili) […] da cucire c’è sicuramente la forma del cuscino, perché “tenga” bene>>, eccetera eccetera.

In nessuno di questi casi (e di tanti altri) le virgolette assolvono la loro modesta ma utile funzione di contraddistinguere citazioni o discorsi diretti, o di evidenziare la natura tecnica, metaforica, figurativa, ironica o gergale di certe parole. Ma allora a che servono? L’unica spiegazione che ci viene in mente è che le autrici degli articoli, conoscendo la natura delicata delle loro lettrici, cerchino di sterilizzare con le virgolette ogni parola che potrebbe avere un suono anche solo lontanamente offensivo. Una sensibilità esacerbata, quale è quella di molte gentili lettrici, potrebbe forse trovare rudi o volgari espressioni come “già fatta”, o persino scatologiche. La parola “dopo”, evocando il tempo che passa, potrebbe suonare esiziale per le signorine attempatelle, mentre chiunque intuisce che dietro l’ “affondo” c’è qualcosa di sporco, e che “larghe” non suona bene alla boffici, robuste e tarchiate. “Tenga” pare quasi dialetto, “vassoio” lo dice la servitù, “piastrella” è parola da operai e vili meccanici, e così via

Bisogna quindi immaginare che a scrivere questi articoli siano (almeno in spirito) delle suore di un genere particolare, uscite dritte dal diciannovesimo secolo ma con una inarrestabile propensione per il bricolaggio, il riciclo e le tinte pastello. Delle donne che, pur scrivendo per il popolo, si premurano innanzitutto di non usare un linguaggio che ritengono troppo popolare (che il popolo, le rare volte che scrive, cerca a sua volta di evitare come la peste). E’ più o meno la stessa presa di distanza che Calvino vedeva nel lessico burocratico, ma con un’aggiunta di rosa e anche con meno sforzo, perché le signore non rimpiazzano le parole comuni ma si limitano a virgolettarle, come se infiocchettassero una patente merda di cane (non sfuggirà che “virgo” è la vergine, anche del senso, e le virgolette saranno sue ancelle). Sul lettore comune (noi) l’effetto invece è misterioso e inquietante, perché alle virgolette noi ricolleghiamo necessariamente un sovrappiù di senso che invece nel caso concreto non c’è.

Ci sarebbero forse molte altre riflessioni da fare ma pensiamo che provvederà egregiamente Gramellini.

E ora per risollevarci dal tristrume una piccola nota del Nostro su

<<L’uso del Corsivo nei viaggi di Gulliver Continua a leggere

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Un amaro risveglio

Pigrizia, misantropia, ossessione, anarchia passiva: questi i tratti salienti del nostro agente “D”, che dopo la sbrodolata celineggiante riprende di colpo la veridica cronaca del suo viaggio a Phez con il più abusato degli espedienti e il peggior tempismo possibile.

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Pensarono che essere nulla fosse più di essere qualcosa e magari coincidesse con l’essere tutto

“Il perfetto è inconoscibile, inconcepibile e inesprimibile per tutte le creature, in quanto creature. Perciò il perfetto è detto ‘nulla’, giacché non è nessuna di esse”
Teologia Tedesca, anonimo francofortese, 1477.

 “Stay,” he said. “I’ll watch the captain kirk with you.” He got into his shirt. “Remember years ago when there were — what was it? — twenty or twenty-two TV channels? Before the government shut down the independents?”
She nodded.
“What would it have looked like,” he said, “if this TV set projected all channels onto the cathode ray screen at the same time? Could we have distinguished anything, in the mixture?”
“I don’t think so.”
“Maybe we could learn to.[…]He saw apples, and cobblestones and zebras. He felt warmth, the silky texture of cloth; he felt the ocean lapping at him and a great wind, from the north, plucking at him as if to lead him somewhere. Sarah was all around him, so was Danceman. New York glowed in the night, and the squibs about him scuttled and bounced through night skies and daytime and flooding and drought. Butter relaxed into liquid on his tongue, and at the same time hideous odors and tastes assailed him: the bitter presence of poisons and lemons and blades of summer grass. He drowned; he fell; he lay in the arms of a woman in a vast white bed which at the same time dinned shrilly in his ear: the warning noise of a defective elevator in one of the ancient, ruined downtown hotels. I am living, I have lived, I will never live, he said to himself, and with his thoughts came every word, every sound; insects squeaked and raced, and he half sank into a complex body of homeostatic machinery located somewhere in Tri-Plan’s labs.
He wanted to say something to Sarah. Opening his mouth he tried to bring forth words — a specific string of them out of the enormous mass of them brilliantly lighting his mind, scorching him with their utter meaning.
His mouth burned.He wondered why.
Vi el populoso mar, vi el alba y la tarde, vi las muchedumbres de América, vi una plateada telaraña en el centro de una negra pirámide, vi un laberinto roto (era Londres), vi interminables ojos inmediatos escrutándose en mí como en un espejo, vi todos los espejos del planeta y ninguno me reflejó, vi en un traspatio de la calle Soler las mismas baldosas que hace treinta años vi en el zaguán de una casa en Frey Bentos, vi racimos, nieve, tabaco, vetas de metal, vapor de agua, vi convexos desiertos ecuatoriales y cada uno de sus granos de arena, vi en Inverness a una mujer que no olvidaré, vi la violenta cabellera, el altivo cuerpo, vi un cáncer de pecho, vi un círculo de tierra seca en una vereda, donde antes hubo un árbol, vi una quinta de Adrogué, un ejemplar de la primera versión inglesa de Plinio, la de Philemont Holland, vi a un tiempo cada letra de cada página (de chico yo solía maravillarme de que las letras de un volumen cerrado no se mezclaran y perdieran en el decurso de la noche), vi la noche y el día contemporáneo, vi un poniente en Querétaro que parecía reflejar el color de una rosa en Bengala, vi mi dormitorio sin nadie, vi en un gabinete de Alkmaar un globo terráqueo entre dos espejos que lo multiplicaban sin fin, vi caballos de crin arremolinada, en una playa del Mar Caspio en el alba, vi la delicada osadura de una mano, vi a los sobrevivientes de una batalla, enviando tarjetas postales, vi en un escaparate de Mirzapur una baraja española, vi las sombras oblicuas de unos helechos en el suelo de un invernáculo, vi tigres, émbolos, bisontes, marejadas y ejércitos, vi todas las hormigas que hay en la tierra, vi un astrolabio persa, vi en un cajón del escritorio (y la letra me hizo temblar) cartas obscenas, increíbles, precisas, que Beatriz había dirigido a Carlos Argentino, vi un adorado monumento en la Chacarita, vi la reliquia atroz de lo que deliciosamente había sido Beatriz Viterbo, vi la circulación de mi propia sangre, vi el engranaje del amor y la modificación de la muerte, vi el Aleph, desde todos los puntos, vi en el Aleph la tierra, vi mi cara y mis vísceras, vi tu cara, y sentí vértigo y lloré, porque mis ojos habían visto ese objeto secreto y conjetural, cuyo nombre usurpan los hombres, pero que ningún hombre ha mirado: el inconcebible universo. Sentí infinita veneración, infinita lástima.

P. K. Dick
Formiche Elettriche

J. L. Borges
L’Aleph

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La selezione avversa inversa e il discorso ignorante

Il dolus bonus era definito come la consueta esaltazione delle qualità del prodotto (sostanzialmente la pubblicità artigianale), cui nessuna persona normale di fatto credeva. Questo tipo di “dolo”, a differenza delle menzogne, degli artifizi e degli inganni, non poteva invalidare un contratto, trattandosi di innocua furbizia che una persona di media avvedutezza avrebbe dovuto riconoscere.

Però la bella semplicità delle origini non era poi così semplice. La distinzione tra dolo buono e cattivo è sempre stata labile e nell’ultimo cinquantennio si è affermato più o meno il principio opposto, e cioè che quasi nessuna furbizia è innocua. Dal fallimento del mercato dei bidoni (o limoni) si impara che quando i venditori approfittano delle loro maggiori conoscenze per spingere i clienti a comprare i bidoni, questi prima o poi se ne accorgono e cominciano non solo a dubitare dell’esaltazione del prodotto, ma a supporre sempre e comunque l’inganno. In questo modo i clienti tendono ad offrire sempre meno, per prodotti che giudicano sempre scadenti. Ciò abbassa il livello del mercato, che offrirà sempre più prodotti effettivamente economici e scadenti, in una spirale senza uscita.

Il mercato dei limoni viene considerato un caso di “selezione avversa”, che consiste più specificamente in una selezione sfavorevole dei contraenti in seguito a un cambiamento contrattuale voluto dalla parte che intendeva invece ottenere un vantaggio. L’esempio classico è quello delle assicurazioni: se le compagnie alzano i prezzi delle polizze inducono i clienti cauti a rinunciare all’assicurazione e a ricorrere a forme di autoassicurazione. I clienti sciocchi, distratti, pericolosi, invece restano, perché corteggiano il disastro e quindi trovano ancora conveniente il prezzo maggiore.

Tutti e due questi esempi sembrano a loro volta rientrare nel più generale caso dello sfruttamento eccessivo di una risorsa, che col tempo porta alla sua distruzione e quindi al crollo dell’intero sistema. Se i lupi (le assicurazioni, le banche) abusano del loro potere per ingozzarsi di conigli (spennare i clienti), alla fine non resteranno più conigli e nemmeno lupi. L’effetto ottenuto è quindi l’opposto di quello desiderabile.

Di norma questi problemi vengono affrontati supponendo che la parte forte sia l’impresa e che le basti usare un po’ di logica per evitare la selezione avversa. Però da quando sono nati forti movimenti di consumatori si verificano anche casi di selezione avversa inversa: in altre parole, la lotta dei consumatori porta di fatto a stabilire oneri così pesanti per le imprese (di informazione, di protezione) che molte di queste gettano la spugna o cercano di rivalersi altrove, o di passare dal dolo buono a quello cattivo, ossia al puro e semplice inganno. Infatti sembra chiaro che se tu punisci lo spaccio di erba come quello di cocaina, a me conviene spacciare cocaina.

Le imprese furbe, quindi, diventano criminali, e prima o poi trascinano con loro i clienti. Che pretendono giustamente maggiore protezione, interventi dello stato, più obblighi informativi e di protezione, strutture pubbliche che controllino le informazioni, la loro correttezza, completezza, etc. Lo stato si impegna, e obbliga i privati, a spiegare, educare al consumo, consigliare prudenza, attenzione, morigeratezza: tutto il contrario di quel che servirebbe a un’economia che vive di consumo e pubblicità. Anche in questo caso la spirale può autoalimentarsi e portare a un ulteriore abbassamento del livello invece che a maggiori tutele.

Naturalmente niente è così semplice, ma la salutare forza dei consumatori li espone a due rischi: quello della selezione avversa e quello della prevalenza del cretino.

Chi gode maggiormente del processo, infatti, è pur sempre il cretino. Per natura o per scelta, per difetto di educazione o o per qualsiasi altro motivo, il cretino (l’incauto, il pigro, il goloso, il distratto) è l’unico che trae immediatamente un beneficio, potendosi rilassare e anzi diventando libero di esprimere con fierezza la sua cretineria, confidando nella protezione dello stato e sul supporto dei suoi simili, che (si dice) sono sempre maggioranza. E come si dice che la scarsità di lupi nuoce ai conigli, perché gli esemplari malati e tarati non vengono più uccisi e quindi diffondono i loro difetti, così accade che senza un po’ di dolus bonus la cretineria e l’imprevidenza dilagano, fino a che, morto l’ultimo lupo, giungono al potere assoluto e sovvertono i valori, proclamando felicità l’ebetudine, spensieratezza la miopia, generosità l’idiozia, solarità il riso distorto dell’isterico e del folle.

Nota

Ogni tanto la Fondazione rimugina in modo dilettantesco su problemi che saranno già stati discussi ed analizzati migliaia di volte, in genere col risultato di riscoprire l’acqua calda o di arrivare a conclusioni notoriamente errate. In ciò seguiamo la lezione di un precursore di Spallanzani, Macedonio Fernandez, che riteneva ogni uomo tenuto a ricreare daccapo tutta la conoscenza, la musica, la filosofia etc. Uno dei campi in cui siamo meno preparati è proprio l’economia, ma ci attira lo stesso perchè (come aveva già detto qualcuno) contiene un numero sorprendente di illusioni, paradossi e metafisicherie.

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La voce dell’a.i.

Le persone in sintonia coi tempi oggi parlano di Francia e terrorismo e casualmente il seguito della mappata di “D” ha qualcosa a che fare coi due argomenti.

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Una lite tra persone volgari

Questo (non perderti lettore!) è il seguito del papello intercalato (quindi per la precisione è la seconda parte +1 della parte nel mezzo).

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