Una soluzione

Nel precedente messaggio proponevamo una sorta di indovinello, che è basato sul racconto “Spanner in the Works“, di J.T. McIntosh, del 1963, pubblicato in Italia come “I bastoni fra le ruote”, nell’Urania “Crimini e misfatti al computer”.

L’unico nostro lettore che ha spedito privatamente una soluzione si è avvicinato molto alla risposta immaginata da McIntosh: per mettere fuori servizio il computer basta dargli un’unica informazione, e cioè “tu sei una spia”, col che il computer comincerà a fingere di sbagliare in modo da essere sostituito (il suo scopo, infatti, resta sempre quello di combattere le spie, e quindi a questo punto sè stesso).

La soluzione è buona, ma cozza un po’ con le condizioni (non precisissime) poste dall’autore, perchè si scontra con l’assioma per cui il computer è nemico delle spie. In realtà McIntosh dà un’altra risposta: l’informazione letale è “il capo della Cia è una spia”, che porterà il computer a danneggiare l’agenzia e a produrre risultati sempre più scarsi, in modo che il capo venga cambiato.

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La pietra di inciampo

Lavori per la Cia e stai per assistere a un interrogatorio con la sonda mentale. Il lato positivo è che il sospettato dovrà per forza dire la verità; quello negativo é che subito dopo morirà. Tu sei convinto che questo tizio col sabotaggio del sottomarino non c’entra nulla, il computerone della Cia sostiene che é il più probabile colpevole e al tuo capo questo basta, perché il computer non sbaglia. Si accendono le macchine, il morituro trema e poi grida: non sono stato io.

La Cia quindi ha ucciso un innocente, e non é nemmeno la prima volta. Da quando si è insediato il tuo capo le cose vanno male, gli errori si moltiplicano. Decidi allora di indagare per i fatti tuoi e scopri che per il sabotaggio c’era un altro possibile sospetto, che il computer ha ignorato. Ma come é possibile?

A questo punto riferisci tutto al vertice. I capi si accorgono che sei più furbo del tuo superiore, quindi lo licenziano e mettono te al suo posto. Qualche giorno dopo il poveretto si suicida.

Colto da una specie di rimorso, continui a chiederti cosa può essere successo. Sei sicuro che il computer sta continuando a dare indicazioni sbagliate ma tutti ti ripetono i tre assiomi:

1. il computer non può essere fisicamente sabotato;
2. non può sbagliare nelle sue deduzioni;
3. il suo unico scopo é difendere il paese dalle spie nemiche.

Ció nonostante, ti ostini ad ignorare le indicazioni del computer. Il quale, del resto, non risponde a nessuna domanda: per sua struttura, e per evitare il rischio di spiate, il computer non rivela nessuna delle informazioni che gli vengono fornite. Tutto quello che fa é, posto di fronte a una certa situazione, chiedere informazioni o dettare una linea di condotta. Ad esempio, se descrivi al computer la scena di un attentato lui ti farà delle domande, e in base alle tue risposte farà altre domande finchè, collegando insieme miliardi e miliardi di dati, deciderà che bisogna arrestare X o Y.

Non c’è altro modo di comunicare col computer. Quindi, rifletti, l’unico modo di agire su di lui (lui?) é dargli delle informazioni. Ma allora vuol dire che qualcuno ai vertici ha dato al computer un’informazione tale da compromettere la sua capacità di giudizio: per intuito pensi che sia stato “D”, ma come ha fatto?

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Se non ci fosse Sam Hall

In un futuro piuttosto vicino l’America è diventata il poliziotto mondiale, ha creato colonie su venere e marte (dove sfrutta la manodopera locale) e usa normalmente una specie di “sonda mentale” per verificare l’ortodossia dei suoi funzionari. I dati relativi alle attività giornaliere di tutti i cittadini vengono raccolti da un supercomputer e manca poco che ognuno debba portare tatuato il suo numero identificativo. In questa distopia tutto sommato standard c’è un fedele funzionario addetto al supercomputer che un bel giorno si trova a canticchiare la ballata di Sam Hall, un tizio condannato alla forca che non perde l’occasione per mandare tutti al diavolo prima dell’esecuzione. Preso da uno strano sentimento, il burocrate decide di inserire nel computer dei dati falsi e di creare un certo Sam Hall. Dapprima ne fa un semplice vagabondo, poi decide che ha anche ucciso un poliziotto, e poi man mano comincia a disseminare tracce che legano questo Sam Hall a diversi attentati terroristici: infatti c’è una resistenza, che vorrebbe tornare a un’America che non si intromette nella vita di chiunque.

Manco a dirlo, Sam Hall è inafferrabile, e in breve diverse persone cominciano a spacciarsi per lui. Ogni attentato, ogni protesta porta la firma di Sam Hall. Non raccontiamo il resto della storia, che per altro non vale moltissimo, ma notiamo solo che Paul Anderson l’ha scritta nel 1953, cioè sessantadue anni fa. Certo non si tratta della prima avventura incentrata su un personaggio fittizio (il sottotenente summenzionato è del 1927), ma comunque resta uno dei primi casi in cui i rivoluzionari adottano il personaggio inesistente: giochetto che si potrebbe ritrovare in molti romanzi e film dell’inizio del ventunesimo secolo. Del resto il principio è molto più antico anche dell’applicazione di Anderson, visto che Necaev (uno degli ispiratori dei Demoni di Dostoevskij) aveva già dichiarato che il modo più semplice per creare una società segreta è fingere che esista già (e questo forse l’aveva appreso dai Rosacroce).

Nel 1963 P. Dick scrisse qualcosa di simile a Sam Hall, If There Where Not Benny Cemoli, che però è in fondo molto più realistico perché suppone che il personaggio fittizio serva a conservare lo status quo invece che a stravolgerlo.

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A volte iohò paura di voi piuchè

In questi giorni quel che ci impressiona non sono tanto le polemiche sugli algoritmi di google che scambiano gente di colore per scimmie, ma questa foto:

La persona ritratta è accusata di aver stuprato una quindicenne ma la cosa curiosa è la pixelatura: perchè pixelare le braccia? Forse c’era sopra qualcosa di osceno? O magari è un tratto di delicatezza verso i suoi congiunti, che potrebbero dispiacersi alla vista delle manette? In questo caso bisognerebbe pixelare anche i titoli dei giornali. O ancora può darsi che si tratti di una sorta di difesa anticipata del diritto all’oblio, perché tra qualche anno quell’uomo potrebbe anche risultare innocente e in questo caso ci sarebbero in giro delle foto che lo mostrano con le manette e non sarebbe possibile trovarle e cancellarle tutte, quindi vengono pubblicate così e saranno spixelate solo a sentenza definitiva. Viene però da chiedersi come potrebbero essere interpretate queste foto in caso di conclamata innocenza. L’assolto potrebbe dire, ad esempio, che si stava stringendo le mani da solo, complimentadosi della bella foto con i poliziotti, oppure che teneva in mano un bambino molto piccolo, e i minori vanno pixelati. Il tutto potrebbe apparire assurdo ma in fondo non tanto assurdo, non quanto le circostanze permettono. C’è qualcosa che si sta velocemente rovinando e secondo noi tra i tanti piccoli indizi della catastrofe c’è anche questa foto. A meno che non si tratti di un errore: magari il software usato per pixelare le foto ha scambiato i suoi pugni per la sua faccia.

P.S. ci dicono che è proprio una norma a vietare la pubblicazione di foto di gente in manette tranne casi particolari, ed è anche di 15 anni fa.

P.P.S. ovviamente vietare le foto di indagati in manette potrebbe anche essere un segno di civiltà, ma quel che è assurdo è il compromesso per cui si pubblica lo stesso la foto ma con le manette pixelate e quindi non solo riconoscibili, ma addirittura più evidenti che se fossero scoperte. Questo perchè mentre ciascuna regola può essere sensata, tutte insieme fanno la follia.

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La psicanalisi nei secoli

2000 a.c.

Ugh.: “Popolo! Ugh sognato grande cane, e fatto lui amore degli uomini!”
Popolo: “ORAY! Per grande spirito tu sciamano!”

1000 d.c.

Venanzio: “Padre,  sotto il sigillo della confessione devo dirvi che ho sognato un cane nero e compivo con lui atti innominabili…”
Prete: “Stai sereno…” (segue rogo)

1900 d.c.

Otto: “Dottore, è inspiegabile ma ho sognato un grosso cane e lui… come dire… se lo faceva mettere… ahem… sotto la coda, non so se…”
Freud: “Chiaro segno di coprofagia. “Cane” infatti è l’anagramma di “cena”, cenare con ciò che è nel retto, quindi…”

1999 d.c.

Un nerd: “Salve dottore, c’è questo sogno ricorrente in cui sodomizzo un cane…”
Dottore: “Mi dica, ha preso la chiave inglese nella stanza dei motori?”
Il nerd: “Che cosa?”
Doc: “USA chiave inglese CON cane”.

2015 d.c.

Sms: “Doc strano sogno bunga bunga cane nero ???2?”
Doc: “Obs…”

Si ringrazia Riccardo Raccis per il 1999.

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Un altro paradosso dello spione

Repubblica ci informa che la grande scienza italiana è riuscita, per la prima volta al mondo, a effettuare una trasmissione di dati quantistica con un satellite sulla distanza record di 1.700 chilometri.
Ora dovete sapere che per la peculiare natura della realtà questa trasmissione è praticamente inattaccabile, perché qualsiasi sistema utilizzato per intercettarla la modificherebbe (nel caso di specie dicono che la distruggerebbe).
Questo perchè (semplificando) è come se il segnale fosse composto da tante palle da biliardo infinitesimali, e l’unico modo per avere delle informazioni su queste palle è colpirle con altre palle infinitesimali, col che però le palle colpite si spostano e quindi non è possibile conoscerle senza alterarle.

La crittografia quantistica si basa, tra l’altro, sul  principio di indeterminazione di Heisenberg, che era ben noto al Nostro. Molto prima degli esperimenti veri e propri, Spallanzani aveva annotato degli spunti per un racconto che come al solito cercava di rivoltare l’argomento sottolineando che così la spiata diventava parte del messaggio.

Segue la fedele trascrizione:

<<Ciccio e Tore (due spie, o due capimafia) si scambiano dei messaggi tali che qualunque osservazione li altera. Credono quindi di essere al sicuro.
A un tratto Ciccio si accorge che il segnale è stato alterato, per cui deve esserci uno spione.
Che si fa? E’ bello sapere subito che ti spiano ma dal lato pratico l’essenziale è sapere chi è questo spione e cosa vuole.
L’unico modo di saperlo, pensa Ciccio, sarebbe fornirgli false informazioni che lo inducano a scoprirsi, ma per farlo bisogna accordarsi con Tore, e come si fa visto che lo spione è sempre lì? Bisognerà incontrarsi.
Ma, pensa Ciccio: “e se lo spione fosse Tore?”

“Potrebbe avere pagato qualcuno per spiare il segnale, contando sul fatto che me ne sarei accorto e che quindi avrei avuto bisogno di incontrarlo per stabilire una linea di azione.
Del resto, perché un vero spione dovrebbe provare a intercettare il segnale, visto che sappiamo tutti che verrebbe notato?
Dev’essere per forza così, quindi lo spione è Tore e se vuole incontrarmi dal vivo non sarà per un motivo commendevole. A questo punto l’unica cosa che posso fare è organizzare comunque l’incontro con Tore e ucciderlo, prima che lui uccida me.
Però attenzione, può darsi che questo sia proprio il gioco dello spione, che non è realmente interessato a conoscere i nostri messaggi ma solo a metterci l’uno contro l’altro.
Perchè è chiaro che Tore avrà fatto la mia stessa riflessione e forse starà già cercando di trovarmi per uccidermi.
Ma aspetta un attimo: io non ho ancora detto nulla a Tore, non gli ho detto che il messaggio mi è giunto alterato.
Che cosa faccio? Glielo dico o no?”

E così via, nella paranoia.>>

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Umano, transumano

E’ un discorso un po’ lungo e sconnesso.

Nel libro “Rivoluzionari di professione” L. Pellicani riprende la tesi di Voegelin per cui esisterebbe una linea continua tra gli gnostici, Gioacchino da Fiore, il protestantesimo e il comunismo. Quest’ultima sarebbe una sorta di religione senza dio, per cui il suo legame con lo gnosticismo è nascosto. Ci sarebbe stato un complicato fenomeno per cui dapprima la religione è entrata in politica, ponendo come obiettivo concreto la realizzazione di un mondo di santi (protestantesimo), e poi questa religione si è camuffata da istanza razionale, che intende “immanentizzare l’eschaton” (uno dei pochi casi in cui troviamo l’espressione utilizzata in senso non ironico) e realizzare in terra il paradiso materiale. Ciò nonostante il comunismo conserverebbe i modi di una religione settaria, basata essenzialmente sull’odio, e i suoi membri sarebbero simili agli gnostici in quanto “lo gnostico, che di solito è un intellettuale proletarizzato privo di una comunità di appartenenza, tende a trasformarsi in un nemico professionale della società da cui si sente ingiustamente escluso*”.

Si vede quindi che la somiglianza viene predicata più tra comunista e gnostico che al contrario: cioè si attribuiscono al secondo le caratteristiche del primo, tralasciando il fatto che gli gnostici, tranne rari casi, non erano militanti, e odiavano il mondo in qualunque forma si presentasse, non solo quella del loro tempo. C’è però il vantaggio che la gnosi è talmente varia e multiforme che le si può attribuire quasi tutto. Esistono frammenti gnostici  in cui spira effettivamente un’aria di comunismo, come ad esempio nelle Recognitiones di Clemente, dove Simon Mago dice all’apostolo Pietro:

“Stai facendo opera di persuasione su un sacco di gente perché accolgano la tua religione e pongano freno alle proprie passioni ventilando la speranza di beni futuri, con la conseguenza di privarle del godimento delle realtà presenti e di illuderle su quelle future. Una volta morti, infatti, anche la loro anima si spegnerà. (Clemente, Recognitiones, III, 41).

Materialismo, oppio dei popoli… è vero però che Simone era gnostico a modo suo, ritenendosi Dio e sposo della Divina Sofia, che identificava in una puttana di Tiro. Altre correnti predicavano ben diversamente. Ad ogni modo, bisogna dire che mentre Pellicani se la prende soprattutto con i comunisti, Voegelin aveva avuto buone parole un po’ per tutti, da destra a sinistra. Scriveva infatti nel “Mito del mondo nuovo“:

“Al misticismo attivistico appartengono i movimenti che discendono da Comte e da Marx. In entrambi i casi si trova una formulazione relativamente chiara dello stato di perfezione: in Comte lo stadio finale di una società industriale sotto la direzione temporale dei managers e la direzione spirituale degli intellettuali positivisti; in Marx lo stadio finale di un regno della libertà privo di classi. In entrambi i casi è precisata con chiarezza la via che conduce alla perfezione: per Comte, mediante la trasformazione dell’uomo nella sua forma suprema, l’uomo positivista; per Marx, mediante la rivoluzione del proletariato e la trasformazione dell’uomo nel superuomo comunista.”,

Ma tornando al problema dell’intellettuale sradicato e impoverito, che come capirete ci riguarda da vicino, Pellicani menziona Wachlaw Mavhajski, che nel suo libro “Il lavoratore intellettuale” (1900) aveva osservato come questa classe si stesse progressivamente infoltendo e appesantendo di semi-intellettuali frustrati e alienati, che assumevano un atteggiamento di radicale contestazione del sistema capitalistico presentandosi come gli avvocati della classe lavoratrice.

In un altro punto Pellicani scrive che capitalismo e cultura umanistica erano sorti quasi contemporaneamente e questa ci sembra la considerazione più interessante. Si potrebbe infatti sostenere che capitalismo e umanesimo si basano entrambi su una notevole fiducia nelle capacità dell’uomo di cambiare il mondo, solo che gli umanisti volevano farlo coi SEGNI e i capitalisti coi SOLDI, e hanno vinto da subito i capitalisti. La cultura umanistica perciò é tendenzialmente opposta al capitalismo non perché voglia il bene delle classi inferiori, che disprezza, ma perché il capitalismo la mette in secondo piano e usurpa quel potere che lei sente il diritto e il dovere di esercitare. In pratica l’ultima volta che la filosofia é riuscita a fare un punto é stato col marxismo.

Mentre Voegelin sosteneva che Marx era un truffatore intellettuale, per Pellicani il marxismo é “una geniale derivazione (nel senso paretiano) che ha permesso all’intellighenzia alienata di razionalizzare il suo desiderio di dominio e di presentare la sua rivoluzione e la sua dittatura come la rivoluzione e la dittatura della classe operaia”.

Ma se tutto ciò è vero, viene da chiedersi, cosa resta ai “semi-intellettuali alienati” una volta tramontato il sogno comunista? Ipotizzando che la storia si ripeta, chi è che oggi è nella condizione degli “intellettuali alienati” di 150 anni fa? Non certo i “proletari cognitivi”: quelli erano già proletari, e comunque sono troppi. Chi sarà il loro Marx?

Intendendo in senso moooolto ampio la categoria degli “intellettuali”, si potrebbe sostenere che oggi quelli che stanno perdendo il loro potere e rischiano di finire in mezzo a una strada sono soprattutto coloro che lavorano nei giornali e in televisione, minacciati dalla rete, tallonati da squallidi blogger etc. Infatti la lotta politica è diventata da anni una lotta tra giornalisti, comici, opinionisti, da un lato e dall’altro. Non solo questa lotta (ovviamente) si svolge in televisione, ma i principali attori sono diventati proprio loro. Però non hanno ancora elaborato delle ideologie realmente forti, si limitano a riprendere quelle del passato in chiave populista (a destra e a sinistra). Alla fin fine il più moderno di questi “intellettuali in via di declassamento” è proprio Grillo, che come Marx si identifica con la causa dei suoi “proletari” e propone un paio di cambiamenti grossi, come la democrazia permanente on line e una severità morale giacobina (o comunista, del comunismo dei vecchi tempi). Tuttavia Grillo è un fenomeno locale, mentre bisognerebbe cercare il nuovo Marx a livello mondiale.

Costui dovrebbe essere una persona convinta di poter perfezionare la vita umana in un tempo non lungo, che esista un modo infallibile per farlo, che i suoi propugnatori debbano comandare per il bene dell’umanità, e che sia loro necessaria la massima purezza (nel senso che non devono sporcarsi coi soldi), e tutto questo bel ritratto è in fondo quello dei transumanisti**.

Del resto, i tratti che fanno più ridere dei grillini (i chip sotto la pelle, il controllo mentale, le sirene) sono fantascienza e exobiologia, sono cioè tracce (importantissime) dell’immaginario sottostante, nutrito di pessima letteratura e voyager: ma questo immaginario, che è in parte comune a quello dei transumanisti, è fondamentale per far presa sulla gente: e farà presa. La gente vuole il sogno, il paradiso comunista, la democrazia permanente e istantanea, l’auto che cammina ad acqua, i batteri che mangiano l’immondizia, e anche i chip sotto la pelle e le sirene.

Quindi in definitiva il prossimo Marx sarà un personaggio televisivo che propugnerà una dottrina transumanista: accadrà nel giro di 10-20 anni, non di più. Abbiate paura della nostra parola.

*  G.B. ci segnala la riflessione sullo sradicamento come causa dell’approccio rivoluzionario sviluppata da Edmund Burke, che abbozza anche una fenomenologia degli sradicati (cita D. Losurdo, che a sua volta cita Burke): «A spiegare la catastrofe della rivoluzione francese è ora l’alleanza di due ceti sociali sensibilmente diversi: da un lato gli ‘intellettuali politicanti’ (political men of letters), dall’altro i ‘nuovi ricchi’, i grandi della finanza. […] Ma, se sono noti l’irreligiosità e l’ateismo degli intellettuali influenzati dall’illuminismo, non bisogna perdere di vista il fatto che ‘gli ebrei della Borsa’, già estranei per motivi religiosi e ideologici alla cristianità, hanno anche un interesse materiale al suo indebolimento o alla sua distruzione: sperano di ipotecare le ‘entrate appartenenti all’arcivescovo di Canterbury’. […] Queste due componenti del blocco rivoluzionario sono legate da molteplici affinità: al di là dell’odio contro la Chiesa e la nobiltà agraria e cristiana a giocare un ruolo importante è anche la loro fondamentale estraneità alla nazione; sì, anche il ceto intelletuale è fondamentalmente apolide, dato che mostra ‘attaccamento al suo paese’ solo fino a quando esso aderisce ai suoi ‘volubili progetti’. […] Per abbattere l’ordinamento esistente non bastano intellettuali e usurai. In realtà, parte integrante, e sia pure subalterna, dell’attacco eversivo è la ‘Taverna’, la plebaglia avvinazzata e sanguinaria. In che modo riesce a essere costituita e saldata questa unione innaturale, quello che Burke ripetutamente denuncia come il blocco sociale tra ‘Vecchio Ghetto’ e ‘Taverna di Londra’? Chi riesce a mettere i più disperati al seguito e al servizio dei più ricchi, e anzi della ricchezza più parassitaria e ripugnante, quella che, piuttosto che fondarsi sulla terra e l’amore della terra, rinvia esclusivamente alla speculazione e all’usura? Sono gli intellettuali, e per l’esattezza gli intellettuali di umile origine e sradicati, sono i ‘pezzenti della penna’, pezzenti come la canaglia della ‘Taverna’ che essi non si stancano di aizzare. Privi di religiosità, di fede e di autentici ideali, essi chiamano la canaglia, di cui sono parte integrante, a insorgere sì contro la ricchezza, ma solo contro la ricchezza più rispettabile, quella terriera, mentre è risparmiata la ricchezza finanziaria (e giudaica)» (Losurdo, ‘Constrostoria del liberalismo’, Laterza, 2005, pp. 270-271).

** I loro unici veri avversari potrebbero essere i SATANISTI.

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Very bello, so much Franceschini

Il povero Franceschini si è preso un sacco di pernacchie per la sua proposta di una biblioteca dell’inedito, eppure quel che ha detto in pratica esiste già, ci sono già moltissime raccolte di libri che nessuno legge, nemmeno i parenti degli autori. L’unica cosa che Franceschini aggiungerebbe al già esistente museo della fatuità sarebbe lo sperpero di denaro pubblico, che poi è una delle prerogative, anzi dei punti di forza del suo ministero.

A questo punto, se proprio bisogna gettare del denaro allora è meglio finanziare l’idea proposta da Elia Spallanzani nel 1974, durante una riunione di condominio. La convocazione riguardava un problema idraulico ma il nostro prese la parola e fortunatamente un amministratore molto coscienzioso ha verbalizzato tutto, per cui possiamo offrirvi la trascrizione di quel prezioso documento:

“Riguardo al punto due dell’ordine del giorno, prende la parola il condomino Elia Spallanzani:
Volevo solo dire che sarebbe utile se ognuno di noi scrivesse, ogni anno, la biografia di un’altra persona vivente: sulla base di informazioni raccolte negli archivi dell’anagrafe e degli enti pubblici; di interviste fatte all’interessato, ai suoi amici e conoscenti, compagni di classe, colleghi; di visite nel luogo di lavoro o nella sua abitazione; dello studio di vecchie foto, pagine di diario, lettere; e così via. La biografia sarà poi messa a disposizione di chiunque sia interessato a leggerla: del suo protagonista, certo, ma anche di tutti coloro che condividono con lui un qualsiasi tratto personale (per esempio, il fatto di essere, come lui, umani).
In questo modo, sarebbe possibile passare in rassegna, da un lato, tutte le biografie scritte da una persona nel corso della sua vita – e si noterebbe un’unità d’approccio (in probabile evoluzione nel corso degli anni) di fronte a oggetti esistenziali diversi; dall’altro lato, tutte le biografie dedicate a una medesima persona, che rivelerebbero una pluralità di interpretazioni della sua vicenda umana e della sua individualità, ma anche l’evoluzione di questa vicenda, che si arricchirebbe di un nuovo capitolo ogni anno – il capitolo, si noti, attraverso il quale i precedenti sarebbero esaminati dai biografi, dato che proprio quell’ultimo anno di vita accoglierebbe le ricerche e le interviste.
Suppongo che potremmo iniziare a scrivere biografie attorno ai quattordici anni (per simmetria, solo dopo quest’età si diventerebbe oggetto di studio). Ciò significa, calcolando una vita media di settantaquattro anni, una sessantina di opere da offrire sull’altare dell’interpretazione, della comprensione e dell’esplorazione delle possibilità.
Dato che non vi sarebbero mai due o più biografi a occuparsi contemporaneamente della vita di un unico loro simile, prima della mia morte potrei sperare di leggere una sessantina di biografie a me dedicate.
A questo punto ci sono tre considerazioni che mi sento di fare:
1. scrivere una biografia porta via tempo, soprattutto se si desidera che l’opera sia minimamente approfondita: sarebbe dunque necessario esentare dal lavoro chi si dedica alla realizzazione di questa impresa – e cioè tutta la popolazione;
2. il medesimo presupposto mi porta a concludere che le nostre esistenze sarebbero focalizzate sulla scrittura delle biografie annuali: in queste ultime, dunque, si narrerebbe di vite dedite alla raccolta di informazioni, alla loro organizzazione, alla riflessione sulla loro interpretazione, alla scrittura – biografie di biografi;
3. se penso alle cronache di cui saremmo autori e a quelle che ci riguarderebbero, su tutto il quadro si proietta l’ombra di un dispiacere: in un contesto popolato da – diciamo – otto miliardi di esseri umani, spicca la sproporzione fra la sessantina di biografie che una persona potrebbe scrivere (e saprebbe scritte su di sé) e il vasto numero di possibilità da esplorare e che potrebbero esplorarla. Sarebbe bello se ognuno potesse scrivere su tutti gli altri; mi sgomenta, nel figurarmi il calcolo, la variabile delle nascite e delle morti.
Devo quindi immaginarmi delle vite molto estese nel tempo – e anzi senza fine, perché l’attenzione di ognuno possa concentrarsi su tutti i suoi simili, nuovi arrivati compresi (che, si spera, non cesseranno mai di presentarsi sulla scena di un mondo evidentemente molto accogliente, capace come è di garantire la sussistenza, addirittura la prosperità di legioni di biografi oziosi – per quanto sia possibile immaginare un mondo di biografi asceti, che si vestono di sacco e mangiano locuste e miele selvatico, e che, seduti l’uno di fronte all’altro, sulla cima di colonne contrapposte, da quei punti inaccessibili e privilegiati scrivono sulle vicende terrene gli uni degli altri: in questo caso le biografie dovrebbero essere acute cronache dei soli fatti interiori o dei microscopici fatti esteriori. Sorvolo sulle questioni organizzative).
A favore di questo totalitarismo parolaio stanno, mi pare, le sue conseguenze:
1. la chiarificazione dei rapporti interpersonali (ciò che ogni nostro simile vuole comunicarci ce lo dirà in forma sistematica e ponderata nella biografia che su di noi sta scrivendo);
2. il raggiungimento di una migliore consapevolezza di sé (potremo confrontare l’idea che abbiamo di noi con quelle formulate dai nostri simili – idee significative anche soltanto per il loro numero e per la lontananza in cui sono maturate);
3. l’identica attenzione che il consesso umano garantirà a ciascuno dei propri membri. (L’abbattimento, in sostanza, della distinzione fra faccende più e meno importanti: il graffito del carcerato sul muro della cella come la firma dell’imperatore in calce al rescritto – anche perché non ci sarebbe molto tempo per impegnarsi in attività diverse dalla scrittura delle biografie, per essere imperatore o carcerato.)
Il fatto, poi, che questi vantaggi presuppongano l’immortalità e la fine di ogni penuria (per via tecnologica o sovrannaturale) spiega il senso di questa idea: il Regno di Dio; o di questa dimensione fa sospettare l’esistenza.

L’assemblea, all’unanimità, esprime voto contrario”.

Nota: i puristi noteranno che nell’originale non ci sono parentesi e la punteggiatura è applicata con tecnica per così dire balistica, nella migliore tradizione condominiale. E’ vero, ma questa versione dell’ottimo G.B. cerca di rendere più intellegibile il pensiero sofisticato e ozioso dell’autore, anche a costo di fargli violenza.

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Per lo specchio

Qualche anno fa in Giappone è stato ritrovato un dipinto che rappresenta la cosmogonia manichea, dove la navicella della luna si carica man mano della luce intrappolata nel mondo e la porta verso il sole (è per questo che la luna cresce e poi, scaricata la luce, decresce). Il sole a sua volta trasporta la luce fino ai “12 secchi”, che sono le case dello zodiaco, per cui in definitiva tutto l’orologione dell’universo non è altro che una macchina costruita dal vero Dio per aspirare la luce e riportarla nel pleroma, finché la separazione di luce e materia sarà completa e il mondo come lo conosciamo avrà fine.

Cosa ancora più interessante, a tergo del dipinto ci sono alcuni versi in cinese che strettamente manichei non sono ma sembrano portare luce (adesso ci vuole) su alcuni dei più complicati dubbi esegetici dello gnosticismo. Un nostro amico che preferisce restare anonimo li ha tradotti rispettando la loro peculiare organizzazione e li ha anche dottamente annotati, per cui siamo fieroni di presentare  in esclusiva mondiale questo testo misterioso e conturbante.

“Mi ho leticato![1] Mi diresse il gran rodere?[2]
No, i’ song’ Adonai! Pnuemo… commo si dice? Dio Pàte![3]
I residui[4]: «Per Eva, dall’Uno ora dite: LIBIDINE SACRA!»[5]
Pativano faceti di rapaci foie: «Annodala forte, ti è sora!»[6]
Felici, torve noci[7] spiano da dietro, con avida dieta, di sotto i ridossi.
Baal o Satan era autore? O Ieovas?[8] Si finge, si dice idiota[9]; capo d’un gioco, paga caro[10] e ama l’ibis[11], o gru.
I Medici delli malauguri[12]: «O ignara, fitusa, irta! Lodiam la cara vaiassa di Tiro, Ennoia!»
Paion neo-riti d’assai avara, calma idolatria.
«Su! Ti faran gioir ugual a mille!»[13]
Dici?
«Demiurgo, sìbila!»
Ma è ora?[14]
«Caga poco!»
Ignudo, pacato, i dieci disegni fissavo.[15]
«E io ero tua, arenata, sola!»[16]
Abisso di riottosi, d’atei da divano, cortei d’Adonai psiconevrotici le farò.[17]
«Sei tetro» fa la donna, «e io fica. Pari di te?»[18]
Cafona… Vita parca, seni di bile ti darò. O nulla d’avere?
«Più di serietà, poi decidi.»
Sommo (come un piano da Gnosi) onere d’ornar gli esseri di mota. (cit. Elohim)

Note del traduttore:

1) Dio è schizofrenico, si scinde in più persone.
2) Le contraddizioni possono recare dolore anche a una divinità.
3) La prima, viscerale manifestazione del dio pazzo è l’assertività delle persone volgari e ignoranti.
4) Le Qelippot, luridi cascami dello spirito divino.
5) Sono entità notoriamente impure, lascive.
6) Parlano di Sofia, sorella e amante di Dio, andrebbe soggiogata perché pericolosa fatuità.
7) Ancora le Qelippot (gusci, scorze).
8) Dio si domanda se il mondo non sia forse l’opera di un demonio, o di un altra divinità in competizione.
9) Cfr. “Beati i poveri di spirito”.
10) Con la morte in croce.
11) È nota l’ascendenza egizia del dio degli ebrei, qui identificato con Thot.
12) Simon Mago e i suoi accoliti riconoscono Sofia in una puttana di Tiro.
13) Qui parla Sofia e si rivela una femmina dal carattere leggiero.
14) Egli era riluttante e fu Sofia a insistere che creasse il mondo.
15) Le Sephirot.
16) Sofia è una femmina moderna, se molto amata si sente prigioniera.
17) Il demiurgo medita di fare gli uomini imperfetti, odiosi, insopportabili.
18) Sofia rivendica la sua divina superiorità.

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Troppo avanti

Ieri sulla Repubblica c’era un articolo di Michele Mari sul libro “Come costruire la biblioteca di Babele a dispetto degli errori di Borges”, che tratta di un tema caro alla Fondazione e già affrontato, nel suo nucleo, una decina d’anni fa. Abbiamo quindi ripescato il vecchio articolo: Nota su un possibile errore nella traduzione della Biblioteca di Babele.

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