Sul camaleonte (così, senza motivo)

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Come tutti i proletari cognitivi Amleto fa la dieta del camaleonte, “aria farcita di promesse”. Che il camaleonte si nutrisse solo d’aria era tesi diffusa e la riporta anche Leonardo da Vinci, che curiosamente aggiunge:

“sta subbietto a tutti li uccielli; e per istare più salvo vola sopra le nubi e truova aria tanto sottile che non può sostenere ucciello che lo seguiti. A questa alteza non va se non a chi da’ cieli è dato cioè dove vola il cameleonne”.

Questo camaleonte volante viene dal remoto: Cecco D’Ascoli nel cap. 5, libro III dell’Acerba Etas scriveva:

“Camaleonte che vive nell’aria
Quale è soggetto di tutti gli uccelli,
Se la sua chiaritate si fa varia,
sopra le nubi volando s’adduce
E passa quelle parti delli cieli
In fin che trova l’aria in pura luce:
Ivi si pasce ed ivi si nutrica”.

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Il camaleonte, xilografia, da Cecco d’Ascoli, Acerba, Venezia, 1535

Anche il bestiario di Pierre de Beauvais (circa 1200) descriveva il camaleonte come un uccello e diversi bestiari italiani lo seguivano. La confusione potrebbe forse nascere dal fatto che nell’elencare gli animali impuri la bibbia usa il termine “tinshèmeth” (legata al respiro) per indicare sia il cigno, sia un animale “sciamante” che è stato identificato col camaleonte.

Altra fonte di confusione è guarda caso Paolo Uccello, che secondo Vasari aveva affrescato la volta dei Peruzzi con 4 animali simbolo dei 4 elementi, e per l’aria aveva seguito la tradizione di usare il camaleonte, ma siccome non aveva mai visto un’animale del genere

“fece un camello che apre la bocca et inghiottisce aria empiendosene il ventre; simplicità certo grandissima, alludendo per lo nome del camello a un animale che è simile a un ramarro, secco e piccolo, col fare una bestiaccia disadatta e grande”.

Da cui ulteriori sovrapposizioni tra il camaleonte e il camelopardo. Incidentalmente, in alcuni bestiari lo struzzo veniva già rappresentato con zampe da cammello, e infatti talvolta i due animali (struzzo e camaleonte) vengono confusi.

Ma le due versioni (camaleonte terrestre ed aereo, o celeste) sopravvivono nei secoli e nel 17° secolo c’è chi ironizza sulla confusione e dice che alcuni scambiano il camaleonte per l’uccello del paradiso.

Grazie ad Escher il camaleonte raggiunge infine il luogo che gli spetta, le stelle, e per una felice e circolare coincidenza l’incisione è ispirata alle illustrazioni di Leonardo del De Divina Proportione di Pacioli.

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Passeggiare pallido e assorto

Ovvero l’ennesimo titolo di merda della Fondazione.

Il clima induce a promenarsi, la produttività passa in secondo piano. Ovviamente andiamo innanzitutto in libreria. Ci piace girare per le librerie, fermarci davanti allo scaffale delle novità e produrre subdole scoregge: sono in tema e nessuno sospetta. Ci cade sotto l’occhio un libro di Chomsky: in foto somiglia molto a Pietro Savastano.

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Chiediamo informazioni al commesso, ci risponde che faremmo meglio a cercare su internet. Replichiamo che se la ricerca andasse in porto probabilmente compreremmo il libro su internet. L’espressione del commesso dice che la libreria non è mica sua e che ha un sacco di Camilleri da sistemare. Usciamo meditando foschi propositi.

Poco più tardi siamo in un negozio che vende caffè e altri coloniali. Chiediamo lumi su un certo prodotto e la commessa ci risponde di leggere l’etichetta che c’è scritto tutto. La sua inutilità non sembra turbarla, anzi si direbbe che ne è quasi fiera. Pur lavorando da anni in un settore specifico è riuscita a non imparare nulla su ciò che vende. Mentre leggiamo etichette lei smanetta su un computer, probabilmente lanciando severi moniti contro l’automazione.

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In fumetteria il commesso si rivela molto competente, più del titolare e di noi messi insieme. È così competente che non riesce del tutto a nascondere una certa compassione per i nostri gusti puerili, non disgiunta da una venatura di disprezzo. È un fatto che la giusta distanza si incontra sempre più raramente.

In una gioielleria, la commessa è paziente e si direbbe che sa il fatto suo. Difficile dirlo, perché noi siamo assoluti profani, ma l’importante è l’impressione. Il suo unico difetto: la lode costante e iperbolica di ogni singolo pezzo. È tutto bello, tutto va molto. Va perché è diverso o perché è tradizionale, perché unico o popolare, perché giallo o, al contrario, proprio perché non è giallo. Più che una commessa sembra la titolare.

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Dal tabaccaio, la promoter ci fa i complimenti per aver scelto la sua marca di sigarette. Proletarie e fetide, meriterebbero una promoter gobba o storpia mentre questa è proprio bella e sembra genuinamente felice del nostro lento suicidio. Un complimento in real life è cosa tanto rara che anche quello falso o interessato ha un profumo fantasmatico, come un fiore di plastica. Chissà se gli androidi sognano complimenti artificiali.

P.S. Il problema non è tanto il remoto rischio di perire in un attentato, ma la certezza che l’unica alternativa sono le domeniche all’Ikea.

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Governi da incubo

Cannavacciuolo somiglia al genio della lampada versione Bud Spencer, arriva e in tre giorni risolleva imprese destinate al fallimento con metodi sostanzialmente magici, visto che dice sempre più o meno le stesse cose e compie sempre gli stessi gesti. Qualcuno si chiede con che criterio vengono scelti i locali da salvare e anche se è giusto salvare dei bisunti che non puliscono le proprie cucine da settimane o degli ineducati che si permettono di insultare o deridere clienti scontenti. Domandarsi questo significa non aver capito l’aspetto religioso di “Cucine da incubo”, che come dio non salva i meritevoli ma preferisce i peccatori pentiti.

Ipnotizzati dal simpatico Cannavaccia, l’hanno scorso ci siamo chiesti che sarebbe successo applicando il suo metodo al governo del paese.

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Voce fuori campo: il paese è allo sbando, l’unico modo di salvarci è chiamare ANTONINO CANNAVACCIUOLO!

Siamo nel ristorante “Povera Italia” ed ecco il Cannavaccia che chiede al cuoco quando arriva la ripresa annunciata nel menù. Chef Renzi risponde con un ilare gesto dell’ombrello sotto lo sguardo compiaciuto della commise Boschi.

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Lo chef va subito al sodo e la sua peculiare incapacità di pronunciare per intero la parola “non” non gli impedisce di spiegarsi con efficacia.

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C’è tensione nel governo del ristorante “Povera Italia”. Scambi di accuse tra i membri dello staff, ma chef Cannavacciuolo saprà cosa fare.

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Solo Cannavacciuolo può sistemare questo governo da incubo! Spesa fuori controllo, riforme pasticciate, veleni tra lo staff… a questo punto bisogna coinvolgere la proprietà!

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Lo Chef capisce subito che da questo lato non c’è niente da fare e quindi si concentra sulla cucina: eccolo mentre mostra al cuoco Renzi come resistere al governo fino alla prossima ripresa!

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E adesso lo Chef con le sue maniere rudi ma oneste spiega a un sempre più ilare Renzi come cucinare una riforma costituzionale veramente sana e saporita!

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Voce fuori campo: COI CONSIGLI DELLO CHEF IL SUCCESSO E’ ASSICURATO!

E appunto il successo di questo fotoromanzo ci ha spinto a progettare un clone intitolato “Famiglie da incubo”, con protagonista Mario Adinolfi. Marione dovrà vedersela con coppie gay che cucinano roba né carne né pesce, figli dal genere fluido che frullano il lardo di colonnata con gli smarties e poliamanti che essendo in troppi rovinano il brodo. Riuscirà il nostro con la sua carica di simpatia a far trionfare la tradizione sociogastronomica del ragù di mamma?

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Chef Mario gusta un bel kaféee di cicirinella prima di passare alle maniere forti.

Il progetto era a buon punto quando siamo stati distratti da una notizia clamorosa. La dogana australiana avrebbe bloccato un cinese che tentava di contrabbandare un panda travestendolo da Adinolfi.

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Mentre riflettevamo amaramente sul punto è giunta un’altra notizia correlata: per protestare contro la sostituzione etnica alcuni militanti di Casa Pound(a) si sono travestiti da panda e hanno sfilato per ore davanti al piede a terra del governatore della Lazie. Scambiati per Mario Adinolfi, sono stati lapidati con parole grosse da un pullman di genderfluid diretti a Medjugorje.

Essendo chiaro che la realtà ha superato la fiction abbiamo rinunciato a proseguire.

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Rant

I blog servono anche se non soprattutto a lagnarsi e quindi:

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Alla Feltrinelli c’è da anni questo cartello con una frase del Giangiacomo che dice:

“Il grado di civiltà del nostro paese, dipenderà anche, e in larga misura, da cosa, anche nel campo della letteratura di consumo, gli italiani avranno letto”.

Si nota subito che la prima virgola non ci vuole. Aveva senso nel testo originale, non in questa versione ridotta. Ma la cosa più importante è che sotto il cartello ci sono i presunti esempi di buona letteratura di consumo, e cioè quel che un amico definì “il triste abc sottoletterario: Allende, Baricco e Coelho”. Con l’aggiunta di un po’ di Sorrentino e qualche altro modestissimo. La frase del Giangi appare tradita sia nella forma che nella sostanza, e la stessa foto che accompagna il cartello ha un’espressione triste.

P.S.: e insistono.

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Tosetti e Spallanzani

Le mappe dei navigatori a volte contengono errori (sembra l’inizio di una favola in versi) deliberati, che servono per incastrare i plagiari. Qualcosa di simile è venuto fuori nel 2008, quando Manguel (coautore del già lodato Manuale dei luoghi fantastici) denunciò che Anna Ferrari (autrice del Dizionario dei luoghi immaginari) aveva copiato, tant’è che riportava voci completamente inventate (Malacovia, di Amedeo Tosetti) o esistenti ma manipolate.

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L’articolo del Corriere del 30 marzo 2008 non è più disponibile gratuitamente ma in rete si trova un commento che permette di ricostruire il fatto e giustamente osserva:

“La cosa divertente è che la reazione seccata di Manguel (o almeno così si evince dall’articolo) è da filologo, e non tanto da borgesiano, mentre la risposta della Ferrero è più da borgesiana che da filologa: “Dal momento che si trovano in un’altra opera, sono diventati luoghi fantastici di cui tener conto al pari degli altri…”. Giustamente Di Stefano cataloga questa affermazione come battuta, o filologia immaginaria. Ma nella battuta qualcosa di vero c’è. Basta fare un giro negli onnipotenti (ancorché imprecisi) motori di ricerca per scoprire che centinaia di siti ormai riportano ABATON e MALACOVIA, i luoghi di Manguel, senza neanche citare il Manuale. Manguel ha forse creato un miraggio filologico, poiché tra 50 anni sarà difficile distinguere l’origine scherzosa di Malacovia.”

In effetti sono serviti meno di cinquant’anni. Nel 2009 è stata progettata persino New Malacovia, basata sul testo di Tosetti. E non è l’unico suo testo che ha avuto un certo successo. L’Italia turchizzata immaginata da Tosetti nel libro “Le avventure del pascià a due code Ahmed nell’Ydalistàn, storia bizzarra ma istruttiva” è finita nel libro “L’orda” di Gianantonio Stella. Tosetti viene menzionato anche da Calvino in  Collezione di Sabbia (1984), che doveva essersi sentito fischiare le orecchie perchè il Manuale attribuisce a Tosetti anche il testo “Gli irridenti del deserto“, dove si immagina una città costruita su cammelli in cui nessuno tocca mai il suolo, antenata della città arborea del barone rampante.

Ma Calvino declina ogni responsabilità circa l’attendibilità di queste voci. Perchè infatti chi era questo Amedeo Tosetti? Ci dà qualche notizia Giampaolo Dossena in un articolo de La Stampa del 24 aprile 1983:

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Riprenderà poi l’articolo nel suo Dizionario dei giochi con le parole e aggiungerà qualcosa nell’Enciclopedia dei giochi e nella Storia confidenziale della letteratura italiana, attribuendo a Tosetti varie amenità. A questo punto è inevitabile notare dei punti di contatto tra Tosetti e Spallanzani: entrambi precursori, entrambi ingiustamente ignorati ed entrambi appassionati di enigmistica. Con una notevole differenza, però, perchè al contrario di Spallanzani Tosetti non è mai esistito.

Andrea Comotti ne La Milano Dispersa del 1983 già scopriva il gioco e in un articolo di tuttolibri del 20 ottobre 1984 Guadalupi confessava, se ce ne fosse ancora bisogno, che Tosetti è uno scrittore immaginario.

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Bisogna ancora notare che Dossena attribuisce la riscoperta di Tosetti a Guadalupi e non a Manguel. Il libro Le città fantastiche di Paolo Petitto (2000) ha un capitolo sulle “Città beffarde” di Tosetti e la prefazione di Guadalupi. Il menzionato Comotti afferma apertamente: “Non sarà un caso se il miglior atlante di geografia fantastica l’ha poi disegnato un lecchese-milanese, Gianni Guadalupi alias Amedeo Tosetti“. Ma del resto lo stesso Manguel in un’intervista del 1998 conferma che le voci di autori italiani (tra cui quindi Tosetti) le ha scritte Guadalupi.

Quindi apparentemente abbiamo tre livelli di falsità: Malacovia è una città immaginaria descritta da un autore immaginario la cui invenzione viene attribuita a Manguel invece che a Guadalupi (o viceversa).

Infine, una strano incrocio di destini: la Fondazione nutre grande affetto per il gioco di ruolo Katakumbas e in un articolo di Dossena su Tuttolibri del 15 settembre 1984 soprendentemente troviamo insieme Katakumbas e Tosetti, per altro con una mappa di Laitia che non avevamo mai visto prima e che doveva appartenere alla prima edizione del gioco.

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Ringraziamo Enrico Rossi per la collaborazione.

P.S.: infinite mappe di luoghi immaginari disegnate da un bot.

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Dizionario dei luoghi letterari immaginari

Anni fa avevamo il Manuale dei luoghi Fantastici di Guadalupi e Manguel. Di grande formato, bianco e nero, con testo su tre colonne e diverse belle cartine, l’unico difetto era la mancanza di indici (tranne quello per autore). Qualche anno fa ci hanno regalato la Storia delle terre e dei luoghi leggendari a cura di Eco, che è a colori ed esteticamente gradevole, anche se di formato più piccolo. Soffre un po’ della tendenza riciclona dell’Umberto. Qualche giorno fa abbiamo comprato il Dizionario dei luoghi letterari immaginari di Anna Ferrari. E’ in bianco e nero, di modesto formato, senza immagini, ma ha diversi indici e nelle oltre 600 pagine contiene una marea di voci, in carattere molto piccolo.

Il libro ha alcuni difetti che in parte derivano dalla sua natura di dizionario, ma che forse potevano essere ridotti. Ad es., riporta una voce per ognuna delle città invisibili di Calvino, mentre forse sarebbe stato meglio usare rimandi a un’unica voce, o almeno si poteva evitare di ripetere per ogni voce il cappello che descrive sinteticamente il libro. Discorso simile per le voci tolkeniane, che sono centinaia e spesso molto sintetiche, ma ripetono tutte l’indicazione della fonte e quindi su tre righe di testo le informazioni si riducono a due parole*.

Ci è poi capitato di notare una serie di errori nelle voci Lovecraftiane. Ad es., si dice che la città di Arkham viene distrutta dal “colore venuto dallo spazio”, ma Lovecraft non scrive questo, anche se nel racconto la possibilità virtualmente esiste. All’inizio abbiamo pensato che siccome i luoghi di Lovecraft sono stati ripresi anche da altri autori forse poteva esistere davvero un racconto in cui il colore invadeva la città, ma leggendo altre voci ci siamo accorti che gli errori sono numerosi e peculiari.

Anche la voce”Dunwich” è sbagliata, e in modo anche più strano. Riporta che l’orrore somigliava a un uovo con due gambe (il che è quasi giusto) e che fu scacciato da un fulmine, che invece non è vero. Questa descrizione sembra quasi riferirsi a una versione alternativa dei libri di HPL o essere un ricordo di vecchie letture quasi sbiadite.

La descrizione della “Landa Folgorata” menziona due inesistenti “romanzi postumi” di Lovecraft. A questo punto la lettura assume un tono quasi borgesiano. Di che universo stiamo parlando? L’aura di inaffidabilità però è quasi affascinante.

Circa “La dichiarazione di Randolph Carter“, il Dizionario sostiene che fa parte della raccolta Weird Tales, che in realtà era una rivista. La trama è riassunta così: “Il protagonista si spinge nella palude di Gran Cipresso nel tentativo di cercare un amico, che era scomparso subito dopo avergli telefonato con voce roca, che sembrava provenire da inaudite profondità, dicendogli di essere già morto”. Anche in questo caso non si capisce se l’autrice deforma le vicende perché va a memoria o perché si basa su qualche fonte che andava a sua volta a memoria. Il riassunto sembra un misto tra il racconto di Carter, la Cosa sulla soglia e un racconto di Matheson su un’altra telefonata dal cimitero.

Il dizionario continua la sua fantasiosa deformazione delle opere di Lovecraft chiamando “Yogguth” il pianeta Yuggoth e proponendo una nuova cronologia: “la Terra era un tempo abitata da uomini-pesce che adoravano Chthulhu (sic), una creatura dalle origini misteriose che si presentava come un’immensa e terrificante forma gelatinosa. Giunta l’inevitabile decadenza della loro civiltà, gli uomini-pesce, chiamati anche “gli antichi”, lasciarono la terra e si trasferirono su un altro pianeta, Yogguth appunto”.

Ora, gli antichi non sono gli uomini-pesce, e nessuna delle due razze si è trasferita su “Yogguth”, almeno nei racconti di H.P.L. Un’altra voce dedicata a Y’ha-nthlei, che nella “realtà” è una delle città degli uomini pesce, riferisce genericamente “fa parte della geografia fantastica ideata dall’autore, della quale il simbolo più efficace é il pianeta Yogguth”. Anche la voce R’lyeh rinvia a Yogguth. L’errore quindi ha una sua coerenza. La magica parola “Yogguth” ci permette di risalire a una delle fonti del dizionario, che è per certi versi ancora più bislacca.

Altri errori minori: il dizionario afferma che la città di Ulthar e il fiume Skai sono descritti nel racconto “Nyarlathotep”, ma non é vero, perché Ulthar viene menzionata ne “I gatti di Ulthar”, ne “Gli altri Dei’ e nella “Ricerca onirica del misterioso Kadath”. La “Città senza nome” sarebbe menzionata nel romanzo “La funesta sorte che colpì Sarnath”, mentre è il contrario, e comunque la rovina di Sarnath è un breve racconto, non un romanzo. A voler essere pignoli c’è un errore anche nella voce Sarkomand: le scale che vi conducono avrebbero i gradini coperti di sale, il che sembra strano, e infatti non è così. Lovecraft dice che le scale sono “nitrous”, cioè semmai incrostate di salnitro.

Ora, non è che la grafia corretta di Yuggoth sia un fatto fondamentale. In un dizionario con migliaia di voci è forse inevitabile che ci sia qualche errore. E va bene. Però questi errori c’erano già nell’edizione del 2007, ed erano stati già notati. Dopo 10 anni ci si sarebbe aspettato che venissero corretti.

Ci cade sotto gli occhi anche un altro curioso errore: alla voce Lagado si trascrive l’incontro di Gulliver con uno scienziato che vuole estrarre cocomeri dai raggi solari, mentre ovviamente è il contrario (infatti chi sarebbe così pazzo da voler estrarre cocomeri dai raggi? EH?).

E’ probabilissimo che l’autrice sia più a suo agio con testi classici, mentre  per le opere più moderne sembra si sia avvalsa di qualche collaboratore non adeguatamente stimolato.

Detto questo, il Dizionario contiene anche molte cose notevoli, curiose e di scottante attualità:

– nell’Isola dei Pinguini di Anatole France (1908) il prof. Obnubile (un pinguino) visita la Nuova Atlantide e assiste a una seduta del Parlamento, che discute della guerra per l’apertura di nuovi mercati. “Nella Terza Zelanda abbiamo dovuto uccidere due terzi degli abitanti per dare agli altri la possibilità di comprare le nostre bretelle e i nostri parapioggia”. Udito questo discorso, il prof. conclude che l’unica cosa ragionevole è radunare abbastanza dinamite da far saltare il pianeta.

– nell’isola di Atrocla, descritta nel 1922, ogni aspetto della vita é regolato da norme minuziose, così complicate e contraddittorie che è impossibile per gli abitanti non infrangerne qualcuna. Gli innocenti infatti sono così pochi che vengono guardati con sospetto. Le norme, inoltre, sono segrete, e anche se non lo fossero la loro quantità è tale (trecentocinquantamila volumi) che nessuno potrebbe conoscerle. Per dare sollievo dall’ipertrofia legislativa il governo coltiva l’arte della statistica, chiedendo ai cittadini di compilare continuamente questionari.

– nel 1891 Amedeo Tosetti descrive una città costruita interamente su cammelli, dove nessun abitante tocca mai terra. Così precede il Barone Rampante di Calvino e, aggiungiamo, anche “sogni di sangue” di Brussolo.

– Lucinano di Samosata nella sua “Storia vera” descrive l’isola di Fello (o Sugheria), che sorge su un grande disco di sughero galleggiante sull’acqua. Gli abitanti sono simili a uomini ma hanno i piedi di sughero, il che gli permette di camminare sulle onde e di portare al pascolo i loro famosi vitelli dai piedi di balsa.

– nel regno di Gala (1754) non ci sono tasse ma tutti sono obbligati a comprare ogni anno un certo numero di biglietti della lotteria. Nella Francia Antartica (1784) le belle ragazze da marito vengono vendute e col ricavato si dotano le brutte, riprendendo un metodo descritto da Erodoto. Nell’Isola dei filosofi descritta da Balthazard (1790) non c’è governo, perché i filosofi non si accordano sul regime migliore, e non c’è religione, perché i filosofi irridono ogni credenza. Questo li lascia più liberi di dedicarsi alle loro meschine rivalità accademiche.

– nell’arcipelago di Riallaro l’isola più nota è Aleofane, colonizzata secoli fa dagli Ipocriti. Nella loro lingua ogni parola può significare una cosa o il suo opposto, a seconda dell’espressione che l’accompagna. C’è un florido mercato delle reputazioni: si comprano e si vendono anche quelle degli antenati. Chiesa e teatro sono un’unica istituzione e ai criminali più incalliti viene imposto di diventare membri del clero o giornalisti.

– in Aphania regnano i grammar nazi, gli errori di ortografia sono puniti con la morte, i francesismi sono puniti come contrabbando e gli aggettivi vengono tenuti sotto chiave, per cui nessuno può usarne più di tre al giorno salvo speciale dispensa, per preservare lo “stile”. In questo paese, come da noi, vengono retribuiti solo quelli che non lavorano, perché pagare qualcuno per lavorare significherebbe insinuare che agisce per denaro e non per amore di ciò che fa.

Si noterà che la cultura della Fondazione è topesca, libresca, arretrata. Come tutte le persone fondamentalmente negative, ci consola la costante conferma che tutto è stato già detto, previsto, ridicolizzato da secoli.

* le voci tolkeniane sembrano corrette, però all’improvviso c’è “Mordor” che dice: “ha questo nome il paese abitato dagli Orc, nemici giurati degli Hobbit e personificazione della crudeltà. Un drago, Gollum, vi risiede e sorveglia un anello capace di conferire a chi lo possiede un potere superiore a ogni altro. […] Mordor si contrappone alla Terra di Mezzo dalla quale parte la spedizione volta a recuperare l’anello”. Evidentemente lo stagista malpagato ha colpito di nuovo.

P.s. Notare che Sméagol, il vero nome di Gollum, e Smaug, il nome del drago, sono parole realmente affini in Ovestron e anche nell’antico inglese e vengono dalla stessa radice.

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La cattiva novella

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Quella tua maieutica fina

Questo post non meritava spazio autonomo ed è stato inglobato in “Abbagliare la luna, discorso ignorante per la giullarizzazione del mondo“. Al suo posto mettiamo un’immagine faceta:

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L’economia della passione

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Il mulino del tempo che fu.

E’ facile ironizzare sulla nuova serie pubblicitaria del Mulino Bianco. La nuova famiglia del mulino coniuga (alla lettera) tradizione e innovazione, che del resto stanno diventando sinonimi già da molti anni. Alla fine faranno anche un figlio senza glutine.

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Banderas zitto zitto aveva già aperto nuove finestre e aumentato la cubatura.

Queste e simili facezie. Ad es., la cosa peculiare del tizio è che apparentemente trascorre le notti a sceverare col computer i grani antichi e la compagna invece di sputargli in faccia progetta come sostituire gli onesti muri del mulino con delle vetrate stile cristal palace. E glielo fanno anche fare, mentre se provi tu a cambiare il pomello di uno sgabuzzino del centro storico ti portano carcerato.

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La figlia completa lo scempio: finestre quadrate invece che ad arco, ruota a raggi solari, ma raggi antichi.

Inoltre nei campi che circondano il mulino bianco (ora abusivamente trasformato in serra) non si vede nemmeno un lavorante di colore, solo bambini biondi che si rincorrono. Quelle terre benedette dalla televisione si zappano da sole, mentre il mugnaio-ingegnere passa le notti a cercare su internet grani sempre più antichi, fino a risalire alle sementi imbarcate da Noé. E non si può escludere una svolta pulp, col mugnaio-archeologo che afferra la sua slanciata compagna e vola sull’Ararat a predare il chicco perduto.

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Notare che in principio il mulino era minuscolo, ci entrava giusto il piccolo mugnaio. Ora dopo vari condoni può ospitare comitive.

Il problema dei nuovi spot del mulino bianco è che mostrano una famiglia di artigiani giovani, istruiti, possidenti e ottimisti, quando nella realtà gli unici che possono permettersi di passare il tempo a sperimentare ricette di biscotti sono i pensionati e certi dipendenti pubblici. Non solo la pubblicità mostra una cosa che non esiste (sarebbe il minimo, vista la sua natura), ma il quadretto è proprio irritante. Almeno Banderas con la sua gallina faceva sorridere, mentre quando vedi questi ti viene da gridare “in miniera!”.

E quando faranno un figlio? La gente già li odia. E dove lo faranno studiare? Prenderà il rigore di lui e la fantasia di lei. Lo manderanno al Cern per fare esperimenti sulla collisione di macine e ritornelli.

Il dinamico duo del mulino bianco sta escogitando dei nuovi biscotti, i gramellini. Sono fatti di pane raffermo, melassa e vizi antichi. Impastano un po’ la bocca ma hanno qualità lassative importanti. Un gramellino a sera e nel giro di due settimane ti trovi iscritto all’AIRE. Ma la tipa secca ne sta studiando un’altra, un biscotto di alto valore morale, l’emargine. Prova l’emargine, c’è solo panna, zucchero e un pizzico di stigma.

I due del mulino bianco si sono conosciuti su internet, ma è stato tutto un equivoco. Lei saggiamente cercava uno ricco di famiglia, uno con la grana antica, e invece si è presentato Alberto Angela in sedicesimo.

Ma parte i cachinni, la domanda veramente importante, la domanda veramente vera è: dove hanno preso i soldi i due del mulino bianco per trasformarlo in loft agricolo e impiantare coltivazioni computerizzate di grani antichi a foglia bislunga, visto che non hanno ancora cotto un biscotto?

La risposta faceta è che il diabolico mugnaio Banderas non è andato in pensione ma come un Cesare Battisti qualunque si è rifugiato in Bolivia col frutto dei suoi maneggi, e la gallina. Però ha lasciato la figlia, a riciclare i soldi in speculazioni edilizie (mulini trasformati abusivamente in alberghi, campi di finto grano da adibire a discariche). Le ha anche raccomandato di trovarsi uno, per una messinscena più credibile: “mi raccomando che sia fesso, sennò sgama”, e lei ha obbedito, ma dopo due mesi di discorsi sui grani autoctoni medita di eliminarlo con un saccottino al giusquiamo, tanto il primo ad assaggiare è sempre lui.

La risposta seria invece è molto più allarmante. E’ chiaro che i due del mulino bianco lavorano per passione e non per i soldi, che hanno già. Il misticismo della “chiamata” protestante, per cui il lavoro è una “missione”, si è curiosamente corrotto incontrando l’ipocrisia sentimentalistica dei paesi cattolici. Quel che era una giustificazione morale della corsa alla ricchezza è diventata la menzogna della “passione” per un lavoro artigianale che non si può più fare perché antieconomico, salvo per chi si sia già arricchito a danno degli altri. Il fatto che nessuno si ribelli conferma la potenza del sogno.

Involontariamente il termine “passione” prefigura anche il termine di questo processo, che è la morte. La nostra è davvero, in questo senso, un’economia della passione.

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P.S. In Aphania, come da noi, vengono retribuiti solo quelli che non lavorano, perché pagare qualcuno per lavorare significherebbe insinuare che agisce per denaro e non per amore di ciò che fa.

P.P.S. Per chi cerca un mulino migliore consigliamo quello “dei 12 corvi“. Benché lodato da Isabella Bossi Fedvigotti il libro è davvero bello, soprattutto nella parte in cui descrive l’apprendistato reale del girovago. Non fatevi ingannare dalle recensioni che parlano di atmosfere dark ed herrypotterie, è semplice pubblicità: il libro è piacevole proprio perché lontano da questa roba. La scena migliore, ad esempio, secondo noi è quella in cui i garzoni riparano la ruota del mulino, e mostra che la tecnologia è sempre stata intrinsecamente magica. Ci sono anche delle parti che riprendono tradizioni favolistiche remote (il duello magico con le trasformazioni, ad esempio).

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Gesù, Giovanni e Giuda

Giovanni: Giuda ci segue. Che peccato che Pietro non l’abbia ucciso quando poteva!
Giesucristo: Peccato? E’ stata la compassione a fermargli la mano. Molti che vivono meritano la morte, e molti morti meritavano la vita. Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Il cuore mi dice che Giuda ha ancora una parte da recitare, nel bene o nel male, prima che questa storia finisca.”

Nel vangelo di Giovanni c’è uno strano passaggio dell’ultima cena in cui Cristo rivela l’identità del traditore dandogli un boccone intinto.

“[.. .] In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». [22]I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. [23]Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. [24]Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?». [25]Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». [26]Rispose allora Gesù: «E’ colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.”

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Considerando che Giovanni non racconta l’eucaristia, pare quasi che l’unico a ricevere la comunione sia Giuda. Il boccone ricorda un’ostia e presumibilmente è intinto nel vino. E, aggiunge l’apostolo, “dopo quel boccone, satana entrò in lui”.

Perché il testo abbia un senso dobbiamo supporre che la risposta rivelatrice sia colta solo dall’apostolo “che Gesù amava”, e quindi presumibilmente dal solo Giovanni. Infatti gli altri apostoli non capiscono chi è il traditore:

“[.. .] Gesù quindi disse [a Giuda]: «Quello che devi fare fallo al più presto». [28]Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; [29]alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. [30]Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.”

Nel vangelo di Marco la scena è completamente diversa (ed è un bene):

“In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19 Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20 Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto».

Anche se si parla di intingere, la frase di Gesù non svela nulla perché tutti i commensali intingono nel piatto comune. Inoltre non c’è dubbio che il sangue è escluso dal discorso. Segue poi l’eucaristia.

E’ possibile immaginare i vangeli come quei film in cui più testimoni raccontano lo stesso fatto e la scena ritorna continuamente sull’episodio arricchendolo di nuovi particolari, che potrebbero anche stravolgerne il primo significato.

Le due versioni sono conciliabili (prima Gesù afferma che uno di coloro che intingono con lui lo tradirà, poi rivela al solo Giovanni chi è), e il racconto di Giovanni mostrerebbe solo la sua tendenza a rivendicare un rapporto privilegiato con Cristo. Ma c’è un altro particolare curioso: Giovanni non racconta il bacio di Giuda. Quindi mentre nei sinottici Giuda svela chi è Cristo, in Giovanni è Cristo a indicare chi è il traditore. Il bacio e il boccone hanno funzioni quasi speculari, e riguardano entrambi la bocca.

Infatti in molte raffigurazioni Giuda bacia Cristo sulla bocca, pratica che doveva essere comune. La condivisione del respiro, la “con spirazione”, fu praticata per secoli nella chiesa.

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Forzando un po’ le cose, si potrebbe sostenere che la comunione segreta di Giuda (segreta perché nessuno degli altri capisce il gesto) sia un’incrostazione gnostica, una sorta di passaggio dello spirito da Cristo all’Iscariota. Sarebbe lui il discepolo prediletto, che riceve il pneuma e il vero comando di Cristo, che è quello di liberarlo dalla carne. Giovanni assiste alla scena ma la intende al contrario. E siccome nel linguaggio della gnosi Satana, il serpente, è l’inviato del vero Dio, la frase “allora Satana entrò in lui” sarebbe vera ma vorrebbe dire l’esatto contrario di ciò che pensa Giovanni.

A parte il discorso del boccone, la tesi in generale non è nuova. Nel vangelo apocrifo detto “di Giuda” l’Iscariota è l’unico vero discepolo di Cristo e viene infine lapidato dagli altri apostoli, che non hanno capito nulla.

Si potrebbe interpretare in questa chiave anche la scena del bacio: moltissimi hanno notato che di per sé il bacio di Giuda non ha senso, perché i nemici di Cristo non potevano ignorare chi fosse e non avevano bisogno che qualcuno glielo indicasse. Il bacio allora sarebbe uno scambio di pneuma effettuato all’ultimo momento, come quando Spock prima di morire trasferisce il suo spirito (katra) in Mccoy.

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Tra parentesi, in un altro vangelo apocrifo si dice che un angelo scambiò le sembianze di Cristo e di Giuda, per cui fu crocifisso il secondo*.  Quindi in questo film Giuda, come vascello del katra di Cristo, dovrebbe andarsene in giro fino al ritorno del signore, in modo da potergli restituire il soffio. Però c’è un problema, perché dopo la crocifissione Giuda muore. E allora?

Ma anche sulla sua morte ci sarebbe da strologare. Nel vangelo si dice che Giuda, buttati i 30 denari nel tempio, andò ad impiccarsi. Negli atti degli apostoli invece si racconta che col denaro comprò un campo e morì cadendo, e le sue viscere si sparsero. Da tempo alcuni hanno composto il contrasto sostenendo che tentò di impiccarsi ma morì per la seguente caduta.

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Tuttavia, negli atti ci si premura di dire che la morte per caduta era nota in tutta Gerusalemme, quasi a voler cancellare ogni possibile diceria su un’altra sorte. Ma è possibile che gli apostoli non sapessero come era morto? Queste due versioni non sembrano voci su una morte incerta? E perché il dettaglio delle viscere? Una caduta che fa schizzare le viscere non deve lasciare molto di un uomo.

Un cadavere che si riconosce a stento, incertezze sulla dinamica… se fosse un film, saremmo certi che Giuda non è morto e che la sua fine è stata solo inscenata. Gli apostoli non potevano certo tollerare l’idea che il traditore restasse impunito e neppure che si togliesse la vita da solo: doveva morire malissimo, schiantato secondo le profezie.

E c’è ancora il dettaglio dell’apostolo che “doveva vivere per sempre”. Come notava Enrico Rossiin Matteo 16,28 si legge: “In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno”, e in Giovanni 21,23: “Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: “Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?”.”

Per inciso, Giovanni parla probabilmente di se stesso e la frase di Cristo viene normalmente interpretata nel senso che il suo ritorno è prossimo, tanto che verrà prima della morte di alcuni dei presenti. Convinzione diffusissima nella chiesa primitiva e che costituisce anche uno dei presupposti di Valis, di P.K. Dick. Però visto che stiamo giocando possiamo anche pensare che l’immortale sia Giuda, vero e proprio Graal vivente, destinato a portare attraverso i secoli la carne e il sangue di Cristo, o meglio il suo spirito divino.

Torniamo sulla terra e notiamo un altro particolare: come detto, Giovanni non parla del bacio di Giuda, anzi descrive Cristo che si fa avanti e chiede ai soldati “chi cercate?”. Poi rivela di essere lui il Nazzareno e a queste parole i soldati indietreggiano e cadono. Allora chiede di nuovo “chi cercate!?”.

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Non ci vuole molto per immaginare Gristo come una specie di Gandalf aureolato di fiamme, splendente e spaventoso, che dice “prendete me e lasciate stare gli altri”. Il Cristo di Giovanni è più eroico, pronuncia frasi che starebbero bene in bocca al protagonista di un film d’azione (“quel che devi fare, fallo alla svelta!”, o “prendete me!”). Così doveva ricordarlo Giovanni, che all’epoca era quasi un bambino: come un eroe, non come uno che si nasconde.

Infine, Marco racconta che la notte dell’arresto di Cristo “tutti, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e (i soldati) lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.”

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Ma chi era questo “giovanetto” raffigurato a sinistra? Molti l’hanno identificato con Giovanni, altri con lo stesso Marco. Sono state dette cose anche più bizzarre, ma per noi esiste una ragione psicologica per affermare che è proprio Giovanni, o meglio colui che in seguito si spacciò per Giovanni.

Quel “giovanetto” non doveva appartenere alla cerchia interna, era un ragazzo entusiasta che ha assistito alla cattura del suo idolo e in seguito ha ricostruito l’intera sua vita come se fosse stato un apostolo. Perciò il suo vangelo è così diverso dagli altri.

Giovanni si è sognato apostolo, anzi l’apostolo prediletto e l’unico che ha intuito chi fosse il traditore ed ha avuto il coraggio di seguire Cristo. La fuga svestito gli si è impressa nel cervello e il mantello che gli hanno strappato torna insistentemente nell’Apocalisse: “E’ avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio”. E: “Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco”, o “Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita”.

Certo il tema della veste è così comune che può significare poco. Anche la Gnosi è rappresentata spesso come una veste. L’intero nostro discorso è poco più di uno scherzo di cattivo gusto. L’ipotesi più irragionevole, e quindi la più interessante, è che Giuda sia Giovanni.

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*  Del resto nei primi secoli moltissimi negarono la realtà della crocifissione e ancora oggi il corano dice che sulla croce salì un fantasma e non il vero Cristo. Per altre confusioni tra Cristo e Giuda vedi anche.

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Una frase di Churchill

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P.S. la soluzione:
“Est modus in rebus”.
La frase di Churchill è “Si tratta di un indovinello, avvolto in un mistero all’interno di un enigma”.

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La contraddizione al potere

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Non ricordiamo chi l’ha ideata, ma a lui i crediti.

L’ipotesi é che ogni sistema di pensiero dominante è tale in virtù e non a dispetto del suo nucleo contraddittorio. Ciò non soltanto perché ogni linguaggio abbastanza potente ed espressivo produce contraddizioni, ma per il fatto che l’indecidibilità posta nel cuore del sistema richiede e giustifica l’autorità, il predominio. Cosa sognerebbe un uomo vissuto sempre da solo? Forse i suoi sogni sarebbero avari e ragionevoli come il ruminio di una pecora o la luce di ottobre. Un uomo simile può esistere, anche se forse non può vivere a lungo, ma di certo una società del genere non può esistere.

É banale, ma le pretese di autorità di una scienza sono inversamente proporzionali alla sua capacità predittiva. L’economia pretende più autorità della medicina, che pretende più autorità della fisica classica. Ciò è ovvio perché l’autorità consiste proprio nel dominare oltre la ragione. Infatti man mano che la fisica si allontana dai classici campi verificabili comincia a pretendere un’autorità che in passato rivendicava solo la religione.

Per la medicina, si può notare ad esempio che l’errore dei novax é combattere nel campo dell’avversario. Il loro argomento più terra terra é che il tale vaccino provoca la tale malattia, il che però non sembra dimostrabile. Sul piano medico sono perdenti, e lo sono proprio perché invocano la scienza che vogliono combattere. Invece quando la mettono sul piano che è difficile dire se valga la pena, nel complesso, di fare il tale vaccino, allora risposte tecniche non ce ne sono, o sono meno chiare. A questo punto costringono la medicina ad abbandonare le pretese di oggettività per svelare l’aspetto autoritario, che dice “é così perché in generale ne sappiamo più di te”. Ma, messa in tal modo, si può aprire un conflitto tra autorità, che non si risolve con la ragione. Perciò questi scontri sono pericolosi, ma sono anche necessari. Giocare secondo le regole dell’avversario vuol dire perdere sempre, e allora meglio giocare senza regole.

Le scienze umane sono più oneste. Sono pochi secoli che il diritto, quel miscuglio di regole e arbitrio simile a una grammatica, aspira alla coerenza teorica. Non ci si é mai neanche avvicinato, ma il tentativo c’era ed era già segno di una fondamentale incomprensione. Però bisogna riconoscergli l’onestà di non aver mai predicato la propria completezza. Esauriti i procedimenti analogici, giunti a quel che proprio non c’è, resta l’equità, cioè in sostanza il prudente arbitrio, o per meglio dire il semplice e totale arbitrio, che è l’essenza stessa del potere. Come una gocciola purissima di autorità, distillata nell’alambicco lucubrativo, traslucida e splendente di ogni colore. Un seme di universo.

Tornando alla tecnologia, si nota che apparentemente il suo destino é diventare incomprensibile, tornare cioè al fuoco da cui è nata: la magia. Ne beneficeranno gli scienziati-chierici (ne stanno già beneficiando), ma forse rinascerà anche la speranza, l’attesa irrazionale dell’inaspettato. Questa speranza sarà indistinguibile dal terrore, in una nuova (ma antica) fusione di significati opposti, che genera l’eterno sogno a occhi aperti .

P.S. Ci accorgiamo che ultimamente quasi tutti i nostri post sono ispirati dalla paura. Noi abbiamo paura della forza, qualsiasi forza, fosse pure quella degli angeli. Il potere, l’autorità (anche morale o intellettuale), la giovinezza, la fede, l’incredulità, la ragione, tutto ciò che è forte ci spaventa, perché noi non siamo forti. Questo è sicuramente patologico ma è più forte di noi, e quindi ci spaventa.

P.P.S. Solo dopo aver scritto questo articolo abbiamo saputo che Brecht avrebbe detto “In the contradiction lies the hope”. Sicuramente lo intendeva in senso diverso dal nostro, se non opposto.

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Abbagliare la Luna: un Discorso Ignorante per la Giullarizzazione del Mondo

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Una bozza di copertina per il nostro libro privato. Segue un estratto dalla calunniosa prefazione di Umberco Eto:

“I libri che nascono in rete somigliano spesso a un piatto di profiteroles: sono composti da tante parti simili, incollate superficialmente e molto dolci. Succedeva anche coi libri dei giornalisti, quasi sempre collage di vecchi articoli, ma adesso le dimensioni di ogni pallina si sono ulteriormente ridotte. Il discorso sparato sulla rete deve essere breve, legato a un fatto in discussione e anche un po’ iperbolico, altrimenti affonda nel rumore. Rendere organici questi pezzetti costa una fatica sbalorditiva e spesso ci si accorge che é impossibile o inutile, perché sono perifrasi uno dell’altro e persino il loro ordine é poco rilevante: si potrebbero disporre a rovescio senza cambiare molto il risultato. Come i profiteroles, questi libri allettano ma producono rapidamente una certa stanchezza del palato.

Il libro nato in rete riesce presto molesto anche all’autore. Riunire i pezzetti è come cercare di dare una forma complessiva alla propria camera di giovinetto: i tanti oggetti, così compiuti e belli e carichi di memoria presi uno alla volta, tutti insieme compongono una bancarella di straccione, un mosaico demenziale. Farsi curatore di se stesso è compito che per essere fedelmente portato a termine richiederebbe un grande disprezzo, ma il disprezzo non fa scrivere libri.

Il libro nato su internet assume quasi inevitabilmente la forma di un’orazione, ma mancando su carta la continua reazione del pubblico si avverte qualcosa di strano, come di fronte a una sitcom di Sandra e Raimondo senza le risate registrate.

Questo libro nasce da un blog. Ma il monopolio di facebook ha reso ancora più evidente l’indole carceraria della scrittura blogghereccia. I rari commenti, la solidarietà pelosa tra sopravvissuti, queste cose ricordano i secondini umanitari e i colpi sui muri di un film di Mario Merola. A riprova, si noti che i quaderni di Gramsci somigliano a un blog nell’era di facebook. La differenza psicologica è che Gramsci non si era messo in galera da solo. Chiaramente i blog erano un carcere anche prima, ma più affollato. Facebook, come un’amnistia, ne ha tirato fuori i meno recidivi e quindi, probabilmente, i più fessi.”

Molti ci chiedono anche ragguagli sul titolo. Qui precisiamo solo che “per” non ha senso finale ma sta per “in occasione di”, e che il libro come oggetto fisico non uscirà mai, essendo patentemente da pervenuti usare un simile mezzo nel ventunesimo secolo. Per tacere del perentorio silenzio di ogni possibile editore, compresi quelli a pagamento, e della rottura di un vetusto ciclostile.

Ma qualcosa bisogna pur fare, e un blog è il luogo ideale per i ripieghi. Scodelliamo quindi un pezzo della seconda prefazione, a firma di un cortese pedante.

“Prima una battuta per indorare la pillola.

Un fascista che fa le battute? Faceto nero!

Ok. Il seguito non fa ridere.

Le reazioni automatiche non sono per forza semplici. Un uomo può reagire in maniera articolata senza ragionare affatto. Senza arrivare ai dubbi metafisici sull’esistenza stessa di un pensiero “libero”, sembra evidente che gli individui hanno ricevuto dei protocolli che potevano applicare a moltissime situazioni senza mai chiedersi granché. Il conflitto che prima o poi sorge tra questi protocolli può rendere consapevoli dell’automatismo della risposta, oppure può essere neutralizzato. Uno dei sistemi per neutralizzarlo viene chiamato “ironia”, sebbene non somigli molto a quella classica. Questa interrompe il conflitto e fa ripartire i processi automatici. Il risultato, che è un errore, viene espresso e presentato non come errore, ma come feature.
Come se di fronte ai risultati bislacchi di un’elaborazione il programmatore non si mettesse a cercare l’errore, ma postasse il risultato su facebook per farsi due risate con gli amici, aspettando quasi con gioia il manifestarsi di un altro errore bislacco.
Ma perché non cerca l’errore? Perché il sistema è troppo complesso e lo sforzo non varrebbe la pena? O perché è un impiegato e quindi in fin dei conti la responsabilità non è sua? O semplicemente non ha altri modi di divertirsi? Forse perché ormai è programmato per non cercarlo.
Magari per Socrate l’ironia era un modo per cercare l’errore, il discorso un modo di attivare i protocolli per farli confliggere. Ma la volontà di sanare l’errore non veniva dall’ironia: era una necessità etica, forse. La tecnica di provocare l’errore si è tramandata e diffusa spaventosamente, ma non la volontà di riparare.
Per secoli però la parola ironia ha indicato non solo la tecnica, ma anche il valore etico conferito alla tecnica da quell’uomo. Ironia è diventato quasi sinonimo di intelligenza e ricerca della verità, come se “architettura” diventasse sinonimo di “bellezza”. Curiosamente, mentre la retorica è diventata per antonomasia “cattiva retorica”, l’ironia si è caricata in modo quasi esclusivamente positivo. Il suo possibile uso come mera consolazione e quindi rassegnazione all’errore è stato evidenziato tante volte, ma in genere ne sono seguite pernacchie.
La colpa, in definitiva, è di Socrate. Senza il suo straordinario modello l’ironia sarebbe rimasta roba da sofisti e forse oggi non rideremmo come disperati.”

Dalla quarta di copertina (pure ingiuriosa):

“Il problema è che non c’è una filosofia di fondo, e senza una filosofia ogni nessuno osa nuocere al mondo”, Rolando Barto.

Se risulta essere un’operazione stucchevole, perché lo scrivete?”, un’acuta Lettrice.

“A A A!!1!”, un anonimo ignorante.

Come al solito tutti coloro che contribuiranno al libro privato saranno lodati in calce, alla voce “pagamenti in visibilità”.

P.S. Come titolo avevamo anche pensato “libro di note ad un testo assente”, ma purtroppo non siamo abbastanza ignoranti da non sapere di Dávila.

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Un po’ di sollievo dalle elucubrazioni

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Pubblichiamo alcuni estratti:

[.. .] Nel 1937 Gennaro Adelfi, zio del noto editore, brevettò una “Radio a Onde Dispensatrice di Ogni Lieta Fantasia Onirica”, o più brevemente RODOLFO, che tramite una cangiante cacofonia doveva indurre bei sogni. Gli acquirenti eccepirono che il baccano della radio però gli impediva di dormire e allora Gennaro, detto anche “Repeppe”, suggerì di goderne tenendola spenta, così tutti furono felici. P.S. Ne fecero 3 modelli, uno a onde lunghe, uno a onde corte e il più lussuoso a onde rodolfe.

[.. .] Pasqualino Adelfi, cognato di secondo letto del benemerito editore, non sapeva come dare un senso alla sua vita. Perciò nel 1973 fece perdere le sue tracce e si rifugiò in un celebre santuario del dio Apollo. Così quando al telefono gli chiedevano “Pasqualino, ma dove sei?”, lui poteva rispondere “A Delfi!”, sghignazzando come uno scellerato.

[.. .] Phil (nato Filippo) Adelfi, il terzo cugino del noto editore, emigrò in america nel 1921. All’epoca tutti dovevano fare per almeno qualche mese il lustrascarpe, in modo da poter poi scrivere nelle biografie che avevano fatto i lustrascarpe, e lui si adattò. Ma siccome era ricco di famiglia si diede subito all’editoria e cercò di rivoluzionare il settore introducendo dei libri edibili, anche per venire incontro alle necessità degli ignoranti. Ciò offese buona parte dei clienti, che del resto usavano i libri come tappezzeria e non si aspettavano che marcissero e attirassero topi. Fallita l’azienda, Phil meditò brevemente il suicidio ma poi si ricordò dell’aspetto grasso e piacevole del lucido da scarpe e pensò che se non fosse stato per il colore la gente l’avrebbe trangugiato. Quindi ne realizzò una versione bianca, che porta tutt’ora il suo nome. Il successo, inutile dirlo, rimbomba fino a noi.

[.. .] L’editore Adelfi e Céline sedevano a colazione. L’editore era allegro, il mercato della contestazione andava bene, e quello della reazione meglio ancora. Così di botto chiese: “e allora, cosa separa un Céline da un belìn?”. Rispose Luigio Ferdinando “… la table”.

[.. .] Carminiello Adelfi é stato il primo clone del famoso editore. Appena staccato dal picciolo intuì di essere un genio e progettò un motore rivoluzionario, che avrebbe ridotto le emissioni del 98%. Lo battezzò giocoforza col suo cognome ma il progetto fu rifiutato da tutti i produttori. Con la lungimiranza che l’ha sempre contraddistinta, la Fiat gli mandò anche una risposta del seguente tenore: “muori nel fosso di Helm tolkeniano di merda, tu e il tuo motore ad elfi!”.

[.. .]  Le precedenti notizie sono tratte da “La molto veridica historia di Fonzo Adelfo, l’uomo che fu suo cuggino”, 1583, ed. Valpurga. Secondo la leggenda, nel 1548 viveva nei pressi di Prato un tale Pandolfo Adelfo, ciabattino. Abitava con sua sorella Piccata in una casa nel bosco e la loro vita era così noiosa che una sera, tanto per cambiare, i due giocarono a fingere di non conoscersi. Tanto può essere crudele la vita in provincia! Peggio ancora, ne nacque un figlio battezzato Fonzo, che era figlio di suo padre ma anche figlio di sua zia e dunque, a conti fatti, il cuggino di se stesso. Il ragazzo crebbe ignorando l’orrore della sua nascita. Quando voleva andare a trovare gli zii, i genitori lo mettevano su un sentiero circolare e nel frattempo riverniciavano la casa e indossavano parrucche, in modo che al suo ritorno non si accorgeva di nulla. Ma per quanto fosse tardo e accidioso, il minore iniziò a nutrire dei sospetti. Quando gli altri ragazzi andavano a picchiarlo lui chiamava a suo cuggino, ma non veniva mai nessuno. [.. .]  Adelfo Pandolfo era povero. Gli altri pratesi usavano i vestiti vecchi per fare spaventapasseri, mentre lui coi vestiti da spaventapasseri ci andava ai matrimoni. Per tenere lontani i pennuti aveva quindi innalzato un tumulo di terra che assomigliava molto a un formicaio, e siccome era un fine psicologo ogni giorno fingeva di spaventarsi alla vista del tumulo e urlava “minghia Piccata com’è realistico ‘sto spaventapasseri!”, in modo che gli uccelli sentissero e sapessero come regolarsi. Purtroppo l’unico a cadere nell’inganno era suo figlio Fonzo Adelfo, e questa credulità suggerì al padre un modo per nascondergli il fatto che era cuggino di se stesso. Fonzo infatti si lamentava che ogni volta che andava dagli zii inevitabilmente suo cuggino era appena uscito anche lui per andare dagli zii, con un tempismo inverosimile. Il padre allora cominciò a chiamare “nipote” una vecchia pannocchia, e per il momento i sospetti di Fonzo furono sviati. Non era raro vedere il ragazzo che portava a spasso la pannocchia, raccontando al cuggino le mirabolanti imprese che sognava. [.. .] Da quel momento, li chiamarono “gli Adelfi”.

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Il titolo magari lo pensiamo poi

Nel 1970 Ivan Illich scrisse che

“la più radicale alternativa alla scuola sarebbe una rete, o un servizio, che offrisse a ciascuno la stessa possibilità di mettere in comune ciò che lo interessa in quel momento con altri che condividono il suo stesso interesse”.

Nel paragrafo successivo immaginava una proto-rete basata sul telefono. La rete di Illich si è di fatto realizzata e ha raggiunto l’apice al tempo dei newsgroup, quando milioni di persone scrivevano, a volte con grande competenza, di qualsiasi argomento. Già allora emergevano tracce consistenti di follia, paranoia e settarismo, che sembrano inestricabilmente legate a qualsiasi fenomeno di massa, ma gli analfabeti veri e propri erano ancora tagliati fuori dal costo e dalla relativa complessità delle procedure.
Adesso sono dentro e la rete é diventata proprio quel che sognava Illich, un’antiscuola, un luogo dove gli ignoranti possono apprendere con grande velocità qualsiasi cosa utile o balorda, e anche insegnarla, e il tutto al riparo da critiche. É un fenomeno straordinario, che frammenta e relativizza ogni tipo di conoscenza. Tranne quella che serve a tenere accesi i computer. Quella tecnica rimane indiscutibile e perciò sempre di più l’unica candidata allo status di religione.

Per gli ignoranti funzionali che, a costo di inevitabili ma salutari perdite di informazione, vogliono comunque un riassunto visivo di quanto sopra, forniamo questa umorosa immagine.

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Comunque non vorremmo dare l’impressione di essere contro il povero Illich. Quel che dice è quasi del tutto vero, la scuola com’è fa cagare cani morti e sembra irriformabile. Ma perché il libero scambio di esperienze e informazioni, oggi possibile, non ha prodotto l’antiscuola ideale? Illich, come tutti i teorici di un certo tipo, non ha considerato che la libertà di comunicazione, come del resto anche la libertà sessuale, produce fenomeni di competizione e differenziazione narcisistica, che tendenzialmente danneggiano sempre i più deboli. Quando la conversazione diventa solo un modo per fare punti, l’unica cosa che si scambia è il vizio di competere.

Ma nonostante ciò bisogna ammettere che il sogno di Illich si è parzialmente realizzato. L’ignoranza assoluta si è realmente ridotta e molti si formano davvero all’università della vita digitale, attraverso il dialogo o anche ricorrendo ai tutorial di Aranzulla o di Wikihow, tipo il folle “come frequentare un drogato” o il paranoico “come prendersi cura di un maiale domestico“, che contiene questo giudizioso consiglio:

“Cerca sempre di stare un passo avanti a loro, in quanto possono anche essere molto furtivi e manipolarti per ottenere ciò che vogliono”.

Il discorso disonesto, che mira solo a fare punti, costituisce circa il 50% del discorso pubblico. L’altra metà è il discorso per così dire ignorante, condotto da chi conosce appena la grammatica. Dei due, il più interessante è il secondo.

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“Il metodo è copiare una buona idea e poi ripeterla finché non diventa una pessima idea”. C. Lorenzini, “Le fondamenta teoriche del Paese dei Balocchi”, Bomarzo, 1956.

A ben vedere, anche la proliferazione di notizie false dipende in buona parte dalla diffusione di un’elementare capacità di leggere e scrivere. Solo con la scrittura la “diceria” può diventare “documento” e accumularsi in un sistema, per quanto delirante. E lo fa incorporando la potenza intrinseca della scrittura. Insegnare a scrivere agli ignoranti è più pericoloso che dargli un’arma, e infatti si insegna ai bambini, che possono essere controllati. Ma quando l’arma finisce in mano ad adulti, la scrittura grezza esprime tutte le sue potenzialità creative e distruttive.

Il fatto che larga parte della popolazione non sia capace di riassumere un testo scritto e non ne capisca il significato non è, come pretendono i sindacati degli insegnanti, un passo indietro. Fino a pochi anni fa quella gente non sarebbe riuscita a leggere nemmeno una parola. La comprensione parziale è indice di una maggiore alfabetizzazione e comprendere interamente il senso della scrittura non è stato mai un requisito per la produzione di altre scritture. Il mondo è sempre vissuto nel fraintendimento e nei linguaggi particolari.

Il grande asilo della terra rimbomba degli esperimenti dei nuovi ignoranti, ignoranti parzialmente capaci di leggere e scrivere e quindi molto più influenti e pericolosi di prima. A questo stadio non seguirà per forza quello della piena conoscenza. Quando il semi analfabeta ha ottenuto i primi frutti della sua tecnica spesso non sente più il bisogno di apprendere la cultura dei dominatori. Grazie a poche lettere può crearne un’altra*.

In molti casi una formazione prevalentemente pratica risulta anche più adeguata alla realtà concreta. Ad esempio, l’Italia potrebbe diventare (ed esistono programmi in tal senso) una società di cuochi, badanti, camerieri, decoratori, musicisti, parodisti, intrattenitori, ciceroni, personal trainer, parrucchieri, sarti, filosofi del quotidiano. Come un’immensa nave da crociera, arenata per sempre nel Mediterraneo. Un sogno.

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Non bisogna credere che il nostro sia tornato un mondo orale e non bisogna sopravvalutare il potere delle immagini. Per quanto influenti, sono troppo aperte per sostenere quel sogno ossessivo che è una concezione del mondo. Solo la scrittura è abbastanza flessibile e potente e alla portata di tutti. Con pochissimi mezzi, chiunque può delirare come San Giovanni e fare del suo delirio una “cosa”.

La battaglia dei giornali contro le false notizie è semplicemente la rivendicazione del loro potere esclusivo di interpretare su larga scala. La notizia falsa in genere viene smascherata subito, mentre resiste la visione che la produce e se ne alimenta. Perché, appunto, quella visione è una realtà (cioè un sogno) che è già prefigurata nell’alfabeto. Noi possiamo scrivere tutto e questo è esaltante.

Ora possiamo capire le parole di Giovanni: Prendi questo libro e mangialo…

sempre meno stretti da vincoli materiali, diventiamo la terra in cui è seminato l’alfabeto. 26 simboli possono crescere e diventare ogni carne. Questo tempo non é l’antropocene ma il grafiocene, l’età della scrittura. L’uomo è già superato.

*  Uno dei primi scontri tra Accademia del Deboscio ed Università della Vita si trova nel Satyricon. Alla cena di Trimalcione Ascilto e Gitone ridono di certe pretenziose rusticità e un commensale se ne adonta: “Io non so di matematica, né di critica e di tutte le altre insulsaggini, ma le maiuscole le leggo e so dividere per cento tutti i pesi e le misure. Insomma, te la vuoi fare una scommessina? Ecco la mia posta, tira fuori la tua. E anche se mastichi un po’ di retorica, ti farò vedere che tuo padre ha buttato via i suoi soldi. Beccati questo:
“Cosa sono? Vado su, vado giù, indovinami un po’ tu”.
E ancora: “Chi si muove e fermo sta?”; “Cos’è che cresce e poi si accorcia?”. Corri, t’imbamboli, annaspi che sembri un topo finito nel cesso. E allora chiudi il becco e non infastidire chi è meglio di te e non sa manco che sei nato. A meno che non ti passi per la testa che mi interessi quella bigiotteria che hai alle dita e che hai grattato alla tua troietta. San Trafficone mi protegga! Andiamo al foro a chiedere soldi in prestito, e vedrai se il mio anello non vale di più anche se è solo di ferro! Ah, sei proprio bello con quella faccia di volpe fradicia! Possa io fare un sacco di soldi e morire tanto bene che la gente venga a giurare sulla mia tomba, com’è vero che ti correrò dietro fino alla fine del mondo, foss’anche con la toga messa al rovescio! Gran bell’elemento anche quell’altro che ti insegna ‘sta roba, un ciarlatano, altro che maestro! Ai miei tempi le cose non stavano così: il maestro ci diceva: “Avete finito? Allora andatevene a casa. Non state a guardarvi intorno e abbiate rispetto degli anziani”. Ma oggi son tutte palle e non ce n’è uno che valga un fico secco. Quanto a me, se sono così come mi vedi, devo solo dire grazie al padreterno per l’educazione che ho avuto».

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