Un piccolo qualcosa per noi persone taussiche

Migliaia di pagine attribuiscono questa frase a Freud. Anche senza fare ricerche, la minima confidenza che abbiamo con la sua prosa ci porta già a dubitare fortissimamente che sia di Sigmondo. Va detto che per la massa ignorante le persone “nocive” sono quelle che nel mondo dello spettacolo vengono chiamate “persone negative”, o “che portano negatività”, termine sostanzialmente scaramantico che includeva le persone sfortunate, in quanto ree per contagio di portare sfortuna, e i poco entusiasti, o “gufi”. Attraverso un secondo rapido bagno nella psicologia d’accatto delle riviste, “negativo” diventa “nocivo” o “tossico” e sulla base del temutissimo “gufo”, coniugato con l’ “invidioso”, costruisce la più ampia categoria di tutti quelli che non la pensano come te, che non sono entusiasti delle scemenze che fai o dici e che a tuo vedere si approfittano di te, cioè praticamente tutti tranne tua madre, dato che la persona ignorante si sente sempre sfruttata e incompresa, come il ladro si sente sempre derubato. L’attribuzione a Freud dipende dal classico procedimento già visto tante volte, per cui l’intellettuale volgarizzato diventa fonte e conferma di qualsiasi banalità e infamia correnti. Una divulgazione tanto benintenzionata quanto criminale ha cercato di innalzare il popolo al livello dell’intellettuale e ovviamente ha ottenuto l’effetto opposto, abbassandolo fino all’opinionista da bar. Tutto già visto, tutto ovvio, ma in forte crescita.

P.S. Notare che le persone ignoranti hanno un sacro terrore dei sentimenti “cattivi”. L’ignorante si ripete ogni giorno che lui non è capace di odio o cattiveria e tantomeno di rabbia. Ciò deriva non solo dal fatto che l’ignorante è sempre convinto di essere una persona buona, generosa e sfruttata, ma si lega al concetto di “energie”, che nella vita dell’ignorante è fondamentale. Odio e rabbia sono cose nere e quindi ospitarle significa esserne contaminati. Inoltre nella vaga e ipocrita religiosità dell’ignorante sono anche un peccato o comunque rischiano di attirare la punizione delle potenze. In lui persiste l’idea consolatoria che qualcosa punisce il male e il male ha una specie di sua oggettività, cioè di indipendenza dall’oggetto. In questo senso, l’odio è sempre negativo, anche se diretto nei confronti di chi lo meriterebbe.

Naturalmente ciò non implica che l’ignorante rinunci a fare del male al prossimo: è esattamente il contrario, visto che può farlo illudendosi di non albergare sentimenti negativi e quindi senza nemmeno sentire alcuna colpa. La sua grande per quanto inconscia preoccupazione è trovare un modo per camuffare il suo cieco egoismo da difesa, e non ammettendo mai con se stesso che prova sentimenti distruttivi nei confronti del prossimo ovviamente è anche incapace di analizzarli e reprimerli.
Contribuiscono i supplementi di psicologia dei giornali, che da cinquant’anni incoraggiano l’egoismo spacciandolo per autostima e cura di se.

Visto come vanno le cose, può sembrare del tutto assurdo che serva una difesa di ufficio dell’egoismo, o che ci siano casi di altruismo suicida, ma la psicologia da rivista predica proprio questo: che spesso si è infelici perché troppo buoni, troppo preoccupati per gli altri, sempre a sacrificarsi in base a qualche contorto senso di colpa instillato da una cultura retrograda. Questa teoria, che oggi non è meno controfattuale di quella della terra piatta, ha avuto immenso successo tra le donne, la cui posizione subalterna veniva spiegata come una sorta di ipnosi: la società maschile succhiava loro le forze caricandole di sensi di colpa e approfittando del loro istinto ad accudire. Ovviamente in tutto questo c’era anche una piccola parte di verità, nel senso che uomini e donne erano “funzionalizzati” alle esigenze della famiglia e del clan, ma non si faceva mai notare che un aumento della loro libertà, e quindi del loro egoismo, avrebbe anche danneggiato e forse distrutto quelle strutture sociali. La grande menzogna, che perdura, era che ci si potesse liberare dai nodi lasciando la società pressoché invariata, anzi migliorando proprio quegli aspetti che erano fondati su quei nodi.

Ovviamente è falso: maggiore indipendenza e libertà di movimento significano legami più labili, che vanno continuamente razionalizzati perché l’unico motivo della loro esistenza diventa l’utilità. Da questo film e cartoni che ci ricordano ogni momento il valore della famiglia senza un richiamo a qualcosa che possa definirsi “valore”, cioè una scelta indipendente dalla convenienza: la famiglia aumenta il benessere, purché sia una famiglia senza vecchi e ridicoli obblighi. Anche l’amicizia contribuisce al mantenimento del peso forma, purché sia un’amicizia tra pari, equilibrata e conveniente. E i sentimenti negativi ovviamente fanno male alla salute, quindi bisogna allontanare le fonti di possibile turbamento come la vista dell’infelicità o della sfortuna, nonché qualsiasi accenno alla possibilità che tu non sia poi esattamente una bella persona. Del resto anche il Budda scappò alla vista del lebbroso, e la massima aspirazione dell’ignorante è essere questa versione del budda.

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I ritornelli veramente belli

Anche Elia spallanzani cercò di buttarsi nel business delle canzoni estive.

Erano i tempi di “stasera mi butto” ed altrettali ma Spallanzani ovviamente scelse tutt’altro registro e più o meno prefigurò un Paolo Conte di là da venire, sebbene con maggiore signorilità.

Inutile dire che nessuno lo cagò. Nei consueti attacchi d’ira che lo prendevano dopo ogni delusione, Spallanzani distrusse il taccuino delle canzoni e ci resta solo qualche brandello sgorbiato a matita, tipo questo:

“Anche le formiche questo caldo cheta
Sotto l’oleandro più ristagna l’afa
Vorrei fare un bagno l’acqua ma è feeneeta
Ragno sale scende i miei pensieri grafa.
Du dudurudù dudurudù dudurudeah”.

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Tre sogni e un incubo

Scrivevamo alcuni anni fa:

“Si può dividere il tempo più o meno in 4 ere, che corrispondono a 4 forme di religione:

1) Il mondo è un incubo ma io non appartengo a questo mondo: esiste una parola, un segno, qualcosa, che mi libererà (gnosticismo);

2) Il mondo è bruttarello ma esiste al di fuori del mondo un paradiso e comportandoci bene ce lo meriteremo (cristianesimo);

3) Il mondo è quello che è ed è uno solo, il paradiso possiamo crearlo in terra e anzi dobbiamo farlo a qualsiasi costo (comunismo);

4) Tutto sommato ho lo stipendio e sto già facendo tutto il possibile per realizzare un mondo migliore, ad esempio compro farina di grani antichi (progressismo).

Si noterà il chiasmo. Tra lo gnostico e il progressista la differenza è che il primo cerca la parola che lo svegli, mentre il secondo ha già trovato la parola che lo addormenta.

P.S. Collegando questi stati all’evoluzione del trauma di stare al mondo si osserva che cristianesimo e comunismo coprono le fasi della negoziazione, della rassegnazione e della rabbia, mentre gnosticismo e progressismo condividono la casella della negazione della realtà. Per questo è importante rimanere nella rabbia.”

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Chi ha fatto le scuole basse ignora la febbre di biblioteche perdute.

Quando eravamo al liceo pensavamo spesso a tutti quegli antichi celebri scrittori del cazzo di cui non ci è pervenuta l’opera. Di alcuni si conoscevano frammenti, di altri solo qualche giudizio dei contemporanei, e ciò enormemente sollecitava la fantasia. Ad esempio, molto più del raccomandatissimo e in fondo vile Virgilio ci attirava un suo conoscente, quel Gaio Asinio Pollione che sin da subito, con la nobile mancanza di originalità della gioventù, avevamo ribattezzato Asinio Collione. Gravi e inquieti, ci chiedevamo sempre “ma che fine hanno fatto i libri del Collione?”, oppure “ma su questo punto che avrebbe avuto da dire Asinio? Il Gaio Collione?”, e giù a ridere come dei mentecatti, a a a! Ma a tutto forse pone mente l’Arbitro e infatti poi la vita (faccione di puttana) ci ha donato un altro grande autore scomparso di cui rintracciare (nella desolata biblioteca degli astri) le apparentemente secche rimanenze, che bagnate di lagrime ed esposte al lume della critica hanno qui (come la rosa di Turi) copiosamente ributtato.

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La scrittura infinita

Abbiamo letto “Menzogne Spa”, che è la versione estesa di “Utopia andata e ritorno”, un breve romanzo o racconto lungo di P. K. Dick del 1966. La storia editoriale è piuttosto complicata e il libro era già stato pubblicato in passato con delle lacune e poi ancora con brevi inserti di un altro scrittore, perché Dick aveva perso alcune pagine dell’aggiunta, che poi a quanto pare sono state ritrovate. Comunque, la parte aggiunta è ancora più delirante del resto è rende più evidente il legame con un racconto del 1967 intitolato “La fede dei nostri padri”, che invece è eccezionale.

Ancora una volta si nota che i rimugini di Dick sul reale si spandono in più romanzi e racconti nell’arco di diversi anni, anche per via di un ritmo di pubblicazione furioso. Le idee contenute nei racconti vengono mischiate e variate per comporre testi più lunghi che a loro volta diventano elementi di sfondo di altri racconti e così via, in una rielaborazione che sembra quasi un vizio, una mania, il seme della grafomania che poi produrrà l’esegesi, l’impubblicabile malloppo di diecimila pagine di cui la versione stampata costituisce solo un estratto. È chiaro che in un certo senso l’opera di Dick è stata resa intellegibile solo dalla sua necessità pratica di pubblicare e vendere e quindi di dover “chiudere” in qualche modo delle porzioni di una riflessione che si attorcigliava su se stessa senza fine.

Tra parentesi, nella versione “lunga” di questo romanzo c’è anche una strana macchina che viene chiaramente da un altro romanzo di Dick del ’64, “Noi marziani” (molto bello e umano, ma non particolarmente noto): si tratta della camera che rallenta/velocizza le comunicazioni e che doveva servire, in “Noi marziani”, a comunicare con Manfred, il bambino autistico, mentre in “Menzogne Spa” viene fuori così, all’improvviso, con dentro un folle-geniale scienziato che non si capisce bene cosa c’entri col resto della storia. Ma, come detto, i punti di contatto tra i vari racconti e romanzi sono così tanti e attorcigliati che volendo ci si potrebbe scrivere una nota lunga come l’esegesi, e altrettanto illeggibile.

P.S.

Parlando di edizioni estese, abbiamo letto anche “Frozen Hell”, la prima e più lunga versione del racconto di Campbell da cui è stato tratto “La cosa”. Non è affatto male, anche considerando che l’ha scritto un ventenne negli anni 30, ma il problema è che se uno ha visto prima il film (e chi non l’ha visto?) lo troverà sicuramente inferiore. Pare inoltre che la versione tagliata, l’unica nota fino a pochi anni fa, sia considerata comunque migliore di questa prima stesura, proprio perché più breve e concentrata.

È curioso notare che il film “la cosa” aggiunge al racconto pubblicato proprio ciò che era stato tagliato e riassunto rispetto alla prima versione, e cioè il ritrovamento dell’alieno: solo che nel film a trovarlo è stata un’altra spedizione e la storia si è già verificata una volta. Un metodo comune (sulla pista di precedente spedizione disastrosa), che si trova in molti racconti e che nel film è particolarmente efficace sia nel fornire informazioni che altrimenti sarebbe goffo far emergere, sia nel creare da subito un senso di minaccia e di ineluttabilità. 

Rispetto al film il racconto ha in più un elemento interessante, e cioè un primo metodo per scoprire l’alieno, che però si rivelerà ingannevole. Questo snodo viene risolto in pochissimo spazio, un paio di pagine in cui si passa dal sollievo all’angoscia, ma il tempo dell’azione è molto più lungo (alcuni giorni) e si comprende che sarebbe stato difficile inserirlo nel ritmo del film. 

Per altro, Campbell aveva già usato l’idea dell’alieno mutaforma in un altro racconto, di tono però umoristico, e in seguito questa idea sarà portata alle estreme conseguenze proprio da Philip Dick nel racconto “Colonia”: qui (spoiler) gli alieni non duplicano gli esseri viventi ma gli oggetti. Dick era consapevole che ciò costituiva un altro passo verso la totale paranoia: pensare che tra noi ci sia un imitatore è ancora meno folle che pensare che il tuo microscopio vuole ucciderti, e in generale che tutta la realtà non è quello che sembra.

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Per scorrere, scorre

Scrive giustamente Giacomo Newhouse:

“Ho sempre sostenuto che un servo sciocco è più pericoloso di uno cattivo, soprattutto perché è imprevedibile […] Questo capitolo e i due successivi erano bell’e finiti; contenevano in dettaglio tutto ciò che ora sono costretto a riscrivere alla meglio, perché la mia serva sciocca ha rovinato i fogli della stesura originale, servendosene per altri scopi. Per scusarsi, mi ha detto che quelle carte erano usate, gualcite e piene di cancellature e che perciò le ha preferite a quelle pulite, ritenendo che queste ultime fossero più preziose. […] Persi invano il mio tempo a ricoprirla d’improperi che la lasciarono indifferente, e a dimostrarle che era una stupida bestia: a tutte le mie parole oppose il silenzio più assoluto”.

L’approccio della serva alla letteratura non è molto diverso da quello del lettore medio, che con le carte sudate ci si netta il culo e preferisce d’istinto la stesura pulita, quella che “scorre”, e se fosse addirittura bianca sarebbe l’ideale.

Evidentemente la serva, come in generale il poppolo, non poteva immaginare che quelle carte scritte fossero destinate alla lettura: lei pensava che il padrone avesse questa strana mania di sporcare sempre nuove carte, e che in ciò consistesse tutto il suo diletto: da cui la condivisibile preferenza per il foglio bianco, pulito come belle lenzuola fresche. Quest’ammirazione del poppolo per l’ordine, la “pulizia” e in definitiva il vuoto è ciò che si nasconde dietro tutta la ricercatezza tipografica, il cui vero scopo, in realtà, è tornare alla pagina bianca, nascondere quanto più è possibile il lavorio della scrittura, rendere la pagina simile a una carta da parati, a un bell’oggetto che non richiede la vana fatica della lettura.

Questo ci è venuto in mente scorrendo il nostro malcagato blog, che è pieno di irregolari righe nere e nonostante la mancanza di vere e proprie cancellature appare sgualcito, mostra a ogni riga la fatica e il disordine e pare quel che in definitiva è, un accumulo di cartacce frutto solo di mania, tanto che se potessimo permetterci una serva lo farebbe sparire subito per apparecchiarcene uno veramente bello, veramente pulito, bianco, dove poter ricominciare l’onanistico sfogo. Favore che, la serva mancando, saremo costretti a farci da soli.

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Una nostra vecchia idea sul mercato editoriale

e cioè che ormai le persone dovrebbero pagare per avere dei lettori e non viceversa.

Naturalmente in parte è già così: migliaia di persone pagano per stampare i loro libri, ma continuano a illudersi che poi qualcuno li comprerà: e poi quando si accorgono che nessuno li compra li regalano agli “amici”, ma restano convinte che qualcuno li leggerà: e quando infine si accorgono che non è così perdono la fiducia nell’amicizia e ciò è molto brutto e spiega anche la depressione dilagante e lo squallore che caratterizza la vita sociale. L’unica soluzione non è una soluzione, ma il semplice arrendersi (quasi tutto ciò che viene chiamato “soluzione” consiste appunto solo in questo): farsi capaci che al massimo si troverà qualcuno abbastanza miserabile da accettare due spiccioli per fingere di aver letto il tuo libro*.

Tuttavia questa “soluzione” così ovvia si scontra con altrettanto ovvie resistenze psicologiche e quindi la gente preferisce semmai spendere i soldi per un po’ di pubblicità invece di darli direttamente a lettori prezzolati: il che ha il difetto non solo di mantenere l’autore nelle sue patetiche illusioni, ma anche di aumentare ancora il numero già insopportabile di messaggi pubblicitari, con il loro linguaggio primitivo e ingannevole, la loro volgarità, la loro puttaneria.

E però bisognerebbe provare l’altra strada, e sarebbe istruttiva: uno scoprirebbe, ad esempio, che alcuni dei suoi “amici” rifiuterebbero anche dei soldi pur di non dover leggere il suo libro. E del resto quante persone hanno fatto il deserto attorno a sé col solo invito ad andare a vedere la loro recita amatoriale? Noi stessi non andremmo più ad ascoltare le esibizioni di alcuni “amici” nemmeno se ci pagassero, se non altro per averle già sentite dieci volte. Che poi è il motivo per cui gli artisti hanno sempre bisogno di nuovi amici, data la rapidità con cui disgustano i vecchi. E gli ulteriori corollari sono troppi ovvi per perdere altro tempo a esaminarli.

*Il fatto che tutti possano farsi pagare (anche se briciole) per dir bene di qualcosa (o anche solo per nominarla) implica di per se (già per il solo fatto che sia possibile) un tipo peculiare di paranoia. La frase più innocente appare ora sospetta, i conoscenti diventano scagnozzi e manutengoli di persuasori occulti, il mondo intero imputtanisce. Invece che da spie ti senti circondato da puttane, assediato da consigli interessati, da opinioni disoneste. Certo erano disoneste anche prima ma il fatto che dietro non ci siano ideologie ma solo microtransazioni, scambi di pochi centesimi, rende il tutto stranamente più miserabile, più osceno.

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Quello che insegna Howard il pappero (niente)

Bisogna considerare attentamente il fatto che il film “Howard il papero e il destino del mondo” è del 1986, l’anno della tragedia del Challenger e anche di Chernobyl. Già si cominciava a intuire che qualcosa stava andando inesorabilmente in merda. Trentasei anni fa i segni c’erano già tutti: il disastro ambientale, l’incompetenza al potere, la disperante ignoranza del poppolo. Eppure si facevano film assurdi e divertenti come Howard il pappero, che riuscivano bene o male a nascondere il problema*. In Italia l’equivalente di Howard, da tutti i punti di vista, era il compagno Ochetto (ma ve lo ricordate, Ochetto**?), con Craxi nel ruolo dell’occulto supersignore dell’universo. Anche Ochetto veniva da un altro mondo concettuale dove erano tutti Ochetti come lui. Chiusi nelle case per paura della nube radioattiva, probabilmente gli italiani discutevano notte e giorno dell’Inter, come fanno tutt’ora.

P.S. Chissà perché il film di Howard the Duck fu un fiasco. Noi l’abbiamo visto venti volte e nella nostra semplicità ci divertiamo ogni volta del cazzo che lo vediamo, specie durante la scena del ristorante a a a quella ci fa veramente sganasciare a a a. Forse sarà perché durante tutta la porca durata del film pensiamo sempre che dentro quel papero gigante c’è un nano A A A!

*Tempo fa sulla solita bancarella abbiamo comprato “Introduzione alle scienze dello spirito” di Wilhelm Dilthey: così, a sfregio: e ieri sera con grande serenità ci disponevamo a leggerlo, ma mentre procedevamo a districare le prime pagine ci venivano continuamente sulle labbra le parole “Auard il pappero, Auard il pappero”, e ridacchiavamo come dei menomati.

**Quando eravamo noi ragazzi c’era ancora Ochetto (Ochetto!) che si lamentava anche giustamente perché la gente aveva ancora paura dei comunisti. Diceva Ochetto ma quante cazzo di volte ancora dobbiamo prendere le distanze dal passato e sputare sulla tomba del baffone per dimostrarvi che siamo cambiati? Che siamo un’altra razza? Il suo grido di dolore era comprensibile perché il Peluscione ripeteva ogni giorno la storia dei comunisti, e i comunisti qui, e i comunisti là, e questi sono comunisti, e vogliono fare cose da comunisti, mentre in realtà la sinistra era già da molti anni un gruppo pacifico, quasi sedato, che non voleva più rivoluzionare un cazzo ma solo fare un po’ di sindacalismo clientelare, proprio come tutti gli altri.

Eppure i compagni la nominata di comunisti non l’hanno mai persa davvero finché non sono arrivati i cinquestelle. Nell’immaginario di parte della popolazione i 5s sono diventati quelli del tutto a tutti, mentre i compagni sono scaduti al ruolo di puttani socialdemocratici. Naturalmente i 5s non erano più comunisti di quanto lo fossero i vecchi compagni, ma quel che conta è l’impressione.

Però (vedi le contraddizioni del cuore umano), quando i compagni si sono visti soffiare la bandiera di compagni, ci sono rimasti male. Perché loro pensavano che gli elettori sarebbero cambiati insieme al partito, mentre una buona parte era sempre composta da gente che più dello slogan non capisce, e quindi se lasci lo slogan perdi anche loro. Questa fetta di elettori, che in verità è meglio perdere che trovare, si rivelava di colpo decisiva: per riconquistarla bisognava mettersi un’altra volta a fare i compagni, epperò ormai nessuno ci credeva più. E questo forse insegna qualcosa di più generale, e cioè che nessuno cambia davvero finché qualcun altro non prende il suo posto di prima. Perciò la destra italiana rimarrà sempre identificata coi fascisti finché non avremo un altro movimento di massa che appaia davvero fascista (compito che, vista l’assoluta insignificanza di casa pwned e compagni, si è dovuto in larga parte accollare la Lega).

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Chi ha ucciso il compagno Bispensiero

Al di fuori di certi gruppuscoli pochi ormai sanno chi fosse Bispensiero. Qualche anno fa il Bispe sembrava, sempre a noi pochi maniaci, destinato a superare i confini dei circoletti di internet, e invece poi è sparito come folgorato da una luce oscura.

eh, non hai tutti i torti

Qualche tempo fa indagammo un po’ sul punto. In realtà per sapere i fatti forse sarebbe bastato chiedere direttamente a Bispensiero, ma come al solito la via più facile ci sembrò anche la meno interessante, e così cominciammo a fare vane congetture. Una delle cose che all’inizio ci stupì era che Bispensiero fosse finito nella lista dei fascisti, quella che i compagni, a tutti i livelli, tengono sempre aggiornata ed espandono per i più vari scopi.

Con vari anni di ritardo leggemmo le discorse che portarono a catalogare l’ottimo mematore come fascista. In sintesi, la teoria era che quando uno (cioè Bispe) a forza di ironizzare rende impossibile un qualsiasi discorso, allora si torna per forza al livello base che sarebbe il “senso comune”, che a quanto pare è intrinsecamente fascista. Questa sarebbe stata la parabola di bispensiero, che si era ridotto ad avercela coi capelloni.

L’argomento, in se, era di una disonestà tipicamente compagna: l’impossibilità di significare infatti non è altro che la possibilità di dire impunemente qualunque cosa, ed è quindi un obiettivo perseguito da qualsiasi tipo di potere, non solo dai fasci. La distruzione della capacità distintiva del linguaggio è nella pubblicità, nel rovesciamento del senso di parole comuni, nell’impostura intellettuale, nella contraddizione continua e nella negazione di questa contraddizione. Al livello più elementare si manifesta come ipocrisia e menzogna patologica ed è difficile negare che da diversi anni la sinistra stia praticando la menzogna patologica con un’intensità mai vista prima. Quindi non era dalla posizione dell’uomo qualunque che bispensiero se la prendeva con la sinistra, ma semmai da quella di un concorrente.

Immaginate un uomo che a sfregio elabora cose senza senso e poi sente i compagni che dicono cose altrettanto prive di senso ma con la massima serietà e con ampio seguito. Il bispe, in pratica, si era accorto che gli facevano concorrenza sleale. Se le tue elucubrazioni assurde poi le trovi nei libri di testo, a nome di altri, che fai? È come quando i giornali che pubblicano notizie false aprono i grandi quotidiani e trovano titoli peggio dei loro. È una battaglia persa, anzi nessuno si accorge nemmeno più che stai facendo una battaglia. Continuare a scrivere per cortocircuiti mentali e contraddizioni produrrebbe uno pseudo discorso che ormai rischia di sembrare normale. Ma dall’altra parte non c’è per forza il fascismo: la pretesa che il discorso altrui significhi qualcosa non è il “senso comune” del popolaccio ignorante che sta così a cuore ai compagni: può essere un improvviso e grave attacco di onestà*.

Comunque, a un primo sguardo l’eliminazione del compagno bispensiero era avvenuta nello stile classico cui siamo abituati. Dopo una prima fase in cui la sua “difficoltà” era stata considerata in se un elemento positivo, cominciò la discussione su come catalogarlo: compagno o fascio? Fase ineludibile per i compagni, che si è conclusa con un verdetto abbastanza scontato: siccome non è proprio compagno, allora è fascio, e in più è colpevole di averci tratto in inganno, perché per un bel po’ l’avevamo preso per compagno, e di farci il verso, perché somiglia in maniera inquietante a certi nostri idoli**.

Tuttavia questa decisione per il popolo sarebbe stata incomprensibile. A livello pratico, per far fuori qualcuno serve sempre un’accusa di immoralità, una cosa terra terra, che anche la plebe possa capire. E ormai l’unica forma di immoralità indiscutibile (o quasi, vedi certi compagni salvati) è la pedofilia, e anche un po’ il razzismo. Ovviamente non c’è bisogno che gli esegeti dicano una cosa così rozza e volgare, oltre che probabilmente falsa: ci penserà prima o poi il popolo stesso, e a quel punto basterà astenersi dal “contestualizzare” e abbandonare il bersaglio al suo destino***.

Ora ci accorgiamo che questo post potrebbe essere troppo difficile per la massa, quindi proviamo a drammatizzare: ecco il modello di dialogo che si nasconde dietro ogni valutazione di ogni evento “culturale”. I personaggi sono il compagno A, che detiene un dottorato, e il compagno B, che è l’istruito della massa perché è andato all’università. La massa ovviamente funge da coro.

Compagno A: guarda qua, fa ridere ma anche pensare!
Compagno B: mah, io questo bispensiero non lo capisco.
A: è lì il suo bello!
B: (temendo di sembrare stupido) ah beh sì un po’, effettivamente…
A: adesso ci scrivo un articolo!
B: sì però piano, che la massa…
A: ma si fotta la massa! È roba solo per noi.

Un mese dopo:

B: nella massa qui c’è qualche malumore. Pare che bispo sfotta anche noi…
A: vabbè ma questa è la base, santo dio. Adesso glielo spiego.
B: si però scrivi chiaro eh…
A: macché! Più è contorto e più fa impressione. Ancora a questo stai…

Sei mesi dopo.

B: comunque bispo, qui, non ci fa fare passi avanti, non si impegna, anzi induce al disimpegno!
A: l’impegno è roba vecchia, per la massa.
B: guarda qui, pare proprio che sfotte te…
A: a a a quanto sano divertimento.
B: e ma nel frattempo alcuni lo seguono, anche certi… ahem… certi fascisti

Un anno dopo.

B: cazzo e tu che volevi fare di questo fascio un intellettuale!
A: vabbè c’è stata un’involuzione… ma non è cattivo, è solo pazzo a a a!
B: ma che pazzo della Madonna questo scherza con cose che non si scherza!
A: si vabbè ma tanto chi lo capisce? È ininfluente.
B: nel frattempo la massa comincia a dire che ti sei sbagliato.
A: ridicolo. La massa non capisce un cazzo, da sempre. È l’abc del compagnismo. Adesso le spiego che prima avevo ragione, ma che poi c’è stata un’involuzione, per cui ho ragione anche ora.
B: guarda che è stato sempre fascio, io non te lo volevo dire ma cazzo, stavolta hai toppato! L’hai giustificato sempre!
A: pfui. Tanto nessuno lo legge. E poi comunque prima o poi la sparerà di nuovo grossa e con un paio di segnalazioni svanirà.
B: ma verrà qualcuno a contestualizzare! A spiegare! Dirà quello che hai detto tu!
A: stai tranquillo, non verrà nessuno.

La Massa: ha usato la n word, quel pedofilo!

Silenzio.

Capito come?

Ma tutto quello che abbiamo scritto fino ad ora era vero? O non era forse solo un nostro delirio. Come nel caso di Giesucristo, anche per Bispensiero nascono continuamente dei dubbi sui motivi della condanna. Perché il suo profilo fu cancellato? Per presunta apologia del lolitismo o del nazismo? Qual è la verità veramente vera? Invitammo i nostri lettori a mandarci le loro testimonianze (non le loro opinioni), ma non ricevemmo granché di utile. Anzi, parecchi non sapevano nemmeno di cosa stessimo parlando.

E tuttavia da alcuni vaghi accenni ci sembrò che il mistero della scomparsa di Bispensiero iniziasse a chiarirsi. A quanto pare la leggenda del pedobear era infondata, e anche quella dell’apologia del nazismo, mentre tornava in primo piano (e forse non poteva essere altrimenti) l’unico tema che da anni ossessiona i compagni ancora più di Berlusconi: gli extracomunitari.

Sembra infatti che negli ultimi giorni di vita dell’account il faceto Bispensiero abbia preso in giro l’Arci con un finto ma assai credibile manifesto sugli stupratori extracomunitari, che notoriamente sono (in numero assoluto) meno di quelli italiani, mentre in proporzione alla popolazione di riferimento sono assai di più (del resto è abbastanza prevedibile che le fasce di popolazione più povere tendano a commettere più reati di tipo violento).

Il punto è tutt’ora considerato fondamentale dalla propaganda, e infatti ormai i giornali nei titoli omettono la nazionalità dei presunti delinquenti scrivendo “un uomo”, “un giovane”, “un ventenne”, etc.: questo perché non bisogna dare al popolo (che legge solo i titoli) impressioni sbagliate. Il procedimento è diventato così sistematico che si può affermare “Un uomo si aggira per l’Europa”.

Pensate quindi lo scandalo suscitato dal Bispe col suo infame manifesto che diceva la verità. Da lì proteste degli Arcigni, segnalazioni e altre compagnate, con conseguente blocco della pagina.

Su ciò che accadde poi le testimonianze divergono. Alcuni dicono che il Bispe ricominciò a postare intensificando ancora la sua trasformazione in fascio e così fu giustamente abbattuto da facebook. Altri dicono che invece fu proprio lui a chiudere la pagina, ritirandosi a meditare vendetta****.

Con questo pare che il mistero si sia risolto. Eppure noi abbiamo dei dubbi. Infatti quando ci siamo pronunciati sulla questione eravamo ancora compagni, e quindi avevamo per forza ragione.

Alla fine probabilmente anche Bispensiero, come Cristo, fu tradito da uno che considerava un amico, il che ci impone di esaminare le motivazioni del traditore. Difficile che agisse per denaro: chi poteva mai pagarlo? Più facile che il movente fosse ideologico, che c’entrasse la solita compagnanza.

All’inizio questo tizio deve aver seguito Bispensiero riconoscendone il dono, che credeva prima o poi sarebbe stato usato contro il nemico, contro i maledetti fascisti. Ma poi vide che il Bispe continuava a cazzeggiare, che non si decideva ad assumersi la sua missione e allora cominciò a stimarlo pazzo, e si sentì tradito. Sì. Lui, il futuro Giuda, si sentì deluso e tradito dalla parabola (mò ci vuole) del Bispe, e allora decise di denunciarlo e gli scoccò il bacio, quello che avrebbe attirato lo sguardo ipocrita e malevolo dell’Arci. E non solo lui ma tutti gli amici lo tradirono! Nessuno alzò un dito! Bispe stava già per dire “rimetti la spada nel fo…” quando si accorse che nessuno brandiva spade, nessuno protestava, e forse nessuno avrebbe neanche ricordato. Fu allora che, citando Elia Spallanzani, disse la famosa frase: “In verità vi dico ogni uomo è Cristo, e sarà crocifisso”.

Per onestà però dobbiamo chiederci: che cosa facevamo noi mentre su Bispe cadeva la vile sassaiola dei compagni? Perché neppure noi abbiamo reagito? Siamo stati vili o eravamo distratti? Sinceramente non ci ricordiamo. Benché sia passato così poco tempo, il diabolico meccanismo di facebook aiuta l’oblio. Probabilmente all’epoca non avevamo ancora capito il Bispe, anche perché non si poteva capire. Anzi è stata proprio la nostra mania di capire, cioè di assorbire, tagliare e incasellare dentro di noi che ci ha allontanato dall’incasellabile figuro. Il Bispe, si può dire, ci aveva stancato, nel senso di affaticato, ed è proprio quando cominci ad evitare sistematicamente le cose stancanti che puoi definirti vecchio, o compagno, o fascista, o comunque definito, “completo”. E come c’è gente che a cinquant’anni si compra per la prima volta la moto, adesso anche noi patiamo il fascino di un passato che non si può più realizzare: non aver capito (che non si doveva capire) all’epoca vuol dire non poterlo più capire mai. E in fondo è solo questa consapevolezza che ci distingue da un apologeta o da un Giuda.

Ma come è scritto nel Pistis Sophia, o Vangielo del Salvatore, dopo la resurrezione Gristo non ascendette, ma restette altri 11 anni con gli appostoli svelandogli la conoscienza secreta. Così noi sappiamo che anche Bizpenziero si aggira ancora tra noi, chiotto, losco, sotto travisate parvenze, magari quelle di un kebabbaro molto pio, e ci insenia la sua paradossale dottrina al sicuro delle insidie velenose degli amici-compagni, e delle sporche menzogne dei linguoputtani.


* Non vorremmo dare l’impressione di spendere parole a favore del popolo. Noi disprezziamo il popolo almeno quanto la sinistra, ma al contrario della sinistra non diciamo di amarlo.

** Si noti che i compagni non sono cattivi, e al bispo gli avevano dato una possibilità di salvarsi, provando a catalogarlo come “autistico”, cioè pazzo, cioè non responsabile o comunque ininfluente. Se avesse accettato l’etichetta sarebbe ancora tra noi. Ma lui, il vizioso, niente.

*** A favore dei compagni va detto che, come la camorra, avvertono quasi sempre. Di fronte a qualsiasi predicatore il loro primo tentativo è di arruolarlo tra i compagni o almeno di fargli dire ciò che conviene a loro. Se poi uno insiste nell’errore la colpa è sua.

Nota per un aspirante bispensiero: ricevuto il primo avvertimento dei compagni (ad es. un piccolo grappolo di segnalazioni di un tuo post di 3 anni fa in cui, a causa di un momentaneo smarrimento delle tue facoltà, hai riferito la battuta di un vecchio e ormai rinnegato amico non evoluto contenente la parola nergo), sai bene come regolarti. Sai che se non fai bravo il prossimo passo non sarà un attacco, perché i compagni istruiti attaccano solo quando possono spacciarsi per Davide contro Golia. Quando il bersaglio è ancora piccolo, la tattica è sempre e sistematicamente il silenzio. Il motivo (banalissimo) per cui i compagni si danno al linciaggio solo di personaggi famosi è che tanto sarebbero famosi lo stesso. Ad es., Briatore fa già notizia, quindi secondo loro ignorarlo non gli fa danno, mentre dargli addosso trasferisce la visibilità di Briatore sulla protesta: inoltre non è che Briatore possa fargli qualcosa, quindi non rischiano nulla. Ma nel tuo caso invece il silenzio funziona.

**** Noi, grazie alla lunga esperienza nello smascherare impostori e altri falsoni, crediamo poco alla tesi per cui dopo il linciaggio da parte dei punk à bestia dell’Arci Bispensiero avrebbe chiuso la pagina per aprirne un’altra e che per dispetto sia passato definitivamente al lato oscuro, cioè al fascismo più spudorato. Comunque, se fosse andata così avremmo la conferma che i compagni tendono a creare i fasci, come del resto pronosticato dalla sapida vignetta del fu Bispe posta in cima all’articolo.

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Orsi e orsini

Pare che gli orsi abbiano un bell’olfatto. Il tipo del documentario* diceva trecento volte più fine di quello del cane, ma siccome era un americano si tratta certamente di banfate. Però da qualche parte abbiamo letto che l’orso annusa l’uomo a due chilometri di distanza. Ci chiediamo come si sia mai potuto pensare di ragionare con un orso, un essere che percepisce il mondo in maniera così radicalmente diversa dalla nostra. Che accadrebbe se gli uomini sentissero l’odore dei loro simili a due chilometri? I circoletti si diraderebbero alquanto, la socialità è permessa solo dalla perdita dell’olfatto, infatti gli orsi fanno raramente comunella, se ne stanno ognuno per i cazzi suoi, a grattarsi contro l’albero o a scovare i 20-30 chili di carne al giorno che gli servono per sopravvivere. La loro orrenda mole e voracità è temperata appunto dal fatto che non si possono soffrire l’un l’altro, non possono organizzare dibattiti né associazioni culturali, non possono cioè unire le forze per il bene (o per più preciso dire il male) del prossimo.

A questo punto è chiaro che la salvezza del mondo richiede la nostra trasformazione in orsi e perciò quella mente che agita la storia ci sta fornendo di un altro senso, della capacità di annusare la puzza di merda del prossimo nelle sue parole, e adesso siamo in grado di farlo con grande rapidità e a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, non c’è più limite alla distanza cui possiamo cogliere la puzza schifosa degli altri, e non c’è riparo: filtra dovunque, ci insegue nei letti, nei cessi, esala da questi rettangoli di plastica che stringiamo tutto il giorno in mano, da questa puzza non ci libereremo mai.

P.S. È bene sapere, per chi voglia avventurarsi nella boscaglia, che l’orso medio è tanto nasuto quanto miope. Questa miopia è la causa della cattiva reputazione dell’orso in società, perché l’animale non risponde quasi mai ai saluti.

* L’altra sera abbiamo visto una specie di documentario intitolato “la fortezza degli orsi”: due bianchi accompagnati da un indiano cercano un orso lungo 4 metri in un’isola tipo dell’Alaska dove vive un fottio di orsi. L’indiano ci vuole per forza perché quella zona è riserva e per entrarci serve il permesso degli anziani del villaggio, che interrogano anche una specie di cappello magico perché credono (o più probabilmente fingono di credere) che gli orsi vedano e sentano tutto e quindi che gli si debba spiegare la situazione. Durante il viaggio (che sarebbe anche affascinante se non fosse per i commenti entusiasti e ripetitivi dei due bianchi) l’indiano-guida racconta anche una storia, di quando dovette “addormentare” un’orsa ferita e il giorno dopo, tornato sul posto, vide altri sei orsi sollevarla e andarla a seppellire. I due bianchi fingono di credere alla storiella ed è una delle scene più imbarazzanti ma anche più istruttive che abbiamo mai visto. Naturalmente è una situazione senza uscita: ridere in faccia all’indiano sarebbe forse letale scostumatezza, mentre assecondarlo calorosamente sarebbe condiscendenza. La morale è che l’unico modo per evitare lo scontro culturale è evitare l’indiano. L’orso gigante, nel frattempo, continua a dare elusivi segni di se dalla boscaglia, graffiando alberi con gli artigli e scagazzando denti di cervo, o lanciando nella notte versi francamente orribili, agghiaccianti, che riempirebbero di sacro terrore qualsiasi uomo dotato di un po’ di sensibilità: ma ovviamente non gli americani, che tra l’altro hanno un fucile. La speranza che l’orso mostruoso li sbrani purtroppo resta tale, ma in compenso i due non riescono che a cogliere l’immagine fugace di un grosso orso del cazzo, che potrebbe (ma anche no) essere quello che cercano. La spedizione, quindi, in definitiva è un mezzo fallimento: il che non impedisce ai due disutili di bullarsene lungamente.

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Narcisismo patologico di massa

Anche se forse esistono dei metodi per cercare di raddrizzare le personalità malate, da trent’anni a questa parte si è scelta invece la strada, più semplice, di storpiare la società. I medici della psiche sono diventati corruttori del mondo. La terapia individuale è diventato un catechismo basato sull’ossessiva ripetizione della frase “ti devi voler bene, non c’è niente di male in te”. Se la società appare malata di mente è perché lo è. Il comportamento collettivo non può essere spiegato in altro modo che con la malattia mentale, una forma di narcisismo di massa non disgiunto da una certa degenerazione organica delle funzioni cognitive, una demenza da sovralimentazione.

P.S.
Anni fa, parlando con una persona che cercava con le migliori intenzioni di convincerci ad andare da uno psichiatra, dicemmo qualcosa del tipo “e a che ci serve uno psichiatra? A scoprire qualche trauma del passato? Ma noi l’abbiamo già scoperto, e quel trauma non si può dimenticare né guarire: e se anche fosse possibile, farlo vorrebbe solo dire non essere più noi”.

Ieri sera in televisione abbiamo visto Star Trek 5, vecchio e alquanto miserabile episodio della serie in cui il fratello (!) di Spock sequestra l’Enterprise per andare a cercare il paradiso. Riesce ad accativarsi l’equipaggio con una sorta di fusione mentale che svela a ognuno la fonte del suo dolore e lo “libera”: ad esempio, scopriamo che McCoy ha praticato l’eutanasia al padre malato, e che non se lo perdona perché poco dopo scoprirono una cura. Il fratello di Spock lo convince che in quel momento era la cosa giusta da fare etc.
Poi usa la stessa tecnica su Spock, che ricorda in terza persona il momento della sua nascita (!) e l’espressione sprezzante del padre perché era “quasi umano”. Ma Spock resta indifferente.
Poi, propone a Kirk di “curare” anche lui dal suo dolore, e il capitano risponde “e secondo te io dovrei scoprire che nella vita ho sbagliato, che ho voltato a sinistra quando avrei dovuto voltare a destra? Ma io lo so già. Io non voglio che prendi il mio dolore perché questo dolore mi serve”.

Star Trek 5 è del 1989, sicuramente l’avevamo già visto da ragazzi, anche se non ci ricordavamo quasi nulla a parte le buffe scene iniziali della scalata. Quello che dice Kirk (la sua larga, onesta, convinta faccia da americano) non è esattamente una considerazione originale o sorprendente, quindi non è detto che ci siamo ispirati a lui: si poteva giungere autonomamente alle stesse conclusioni, giuste o sbagliate che fossero. Ma il pensiero tragicomico che quella che chiami pomposamente la tua etica derivi da Star Trek, da un singolo, lontano episodio semi cancellato, un fatto che viene dalla spazzatura, dal grande deposito di luoghi comuni dell’intrattenimento di massa, è inevitabile.

Il punto è: anche in questo caso, l’hai sempre pensato. Vederlo non cambia niente, ne può cancellare il passato o liberarti: e se potesse, diventerebbe la vita di un altro. Evidentemente non soffri ancora abbastanza, non sei ancora al punto in cui preferiresti sparire completamente ed essere qualcos’altro. Tutto lascia presumere che a quel punto ci arriverai, quindi affrettati a dire quello che hai da dire finché sei tu.

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E questa sarebbe almeno una fine

Nel film “Delitto al ristorante cinese” del 1981 il commissario Giraldi si costruisce una villetta abusiva con l’aiuto dei colleghi e anche di un giudice. Tutti sbeffeggiano il vigile in bicicletta che cercava di fermare l’abuso. Costui è gratificato da un doppiaggio dialettale un po’ diverso dal solito, più burino dell’ordinario romanesco. Si sottolinea così che il vigile è un cafone, uno venuto dalla campagna, che quindi non può capire quella facilità/felicità del vivere e del fungere tipica della capitale. Il suo arrancare in bicicletta sotto il sole rappresenta la scarsità di mezzi impiegati per un controllo che nessuno vuole davvero fare, il sabotaggio sistematico di quella legge “lambande, furminande” che lo stato declama a puro scarico di coscienza.
Quarant’anni dopo la scena risulta avvilente: disperante.

Come facevamo a riderne quando eravamo ragazzini? All’epoca in realtà non sapevamo nemmeno cosa fosse un illecito edilizio: il vigile, ridicolo, stava solo cercando di impedire al commissario di farsi una casa (non era suo “diritto” farsi una casa?) e questo sembrava un sopruso. A quei tempi per noi gli unici reati concepibili erano il furto e l’omicidio, i reati diciamo elementari, universali, e così la dovevano pensare anche i moltissimi adulti che andavano al cinema a vedere questi film e ridevano di gusto, totalmente dalla parte del commissario (che “almeno no rubba”). Da ragazzini quindi eravamo in sintonia con la nazione ed è un peccato che non potessimo ancora votare, perché avremmo avuto la soddisfazione, almeno per una volta, di far parte della maggioranza.

La massa orrenda, con la sua mentalità da seienne, era tutta attorno a noi ma non la vedevamo. Col tempo l’unico grande cambiamento è che l’abbiamo vista, anzi è venuta a inseguirci su internet, dove da adolescenti ci eravamo andati a nascondere per chissà quale istinto di conservazione. Siamo riusciti per molti anni ad illuderci che il mondo fosse quello della vecchia rete, coi suoi maniaci, coi suoi film strani, la musica strana, le opinioni capziose e astratte, ma un po’ per volta il mondo reale è entrato anche lui nella rete e ci ha circondato: adesso non possiamo più fingere di non vedere, i fan del commissario compitano a stento le loro sgrammaticate opinioni da bambini del vicolo e ricevono vasti consensi, si raggruppano a milioni per fischiare e ridacchiare delle stesse identiche cose di cui i loro genitori, seienni mentali, ridacchiavano quarant’anni fa.

Il nostro malessere dipende appunto dal fatto che siamo rimasti per troppi anni dietro lo scudo della rete. Avessimo visto la realtà a vent’anni ora saremmo corrotti o già rassegnati, e questa sarebbe almeno una fine.
Contrariamente a ciò che si crede, è molto più facile rassegnarsi a venticinque anni che a quaranta, e questo vale per qualsiasi perdita: di un amico, di un amore, di una speranza.

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Anonima risorti: io sono vivo e voi siete morti

Nel vangelo gnostico detto “di Filippo”, considerato di tendenza valentiniana, c’è una curiosa idea della morte che attraversa i vari capitoli: si ripete più volte che molti non possono morire semplicemente perché non sono vivi, e che è sbagliato pensare che la resurrezione venga dopo la morte: prima di morire bisogna essere vivi e quindi la resurrezione deve venire prima della morte, non dopo.

Anche Clemente di Alessandria (cui abbiamo già accennato qui) dice negli Stromata che alcuni sedicenti gnostici sostenevano di essere già risorti e quindi sciolti dalle leggi del mondo: e alcuni giustificavano così la loro smodata lussuria, e altri invece la loro smodata astinenza*.

Comunque su questa “resurrezione preventiva” gli interpreti moderni di fatto non sanno niente, ma suppongono che consistesse in qualche tipo di rito, in una resurrezione “spirituale” attraverso il battesimo o una scenetta che mimava il miracolo: un uomo veniva chiuso nella tomba per 3 giorni (forse dal tramonto del primo all’alba del terzo giorno, quindi per una quarantina di ore) e poi veniva tirato fuori, e a quel punto era “veramente vivo”. Procedura che ricorda le truffe di certi fachiri, di certi gimnosofisti e di altri disutili.

Forse questo spiega come mai nel vangelo secondo Giovanni, l’unico che riporta l’episodio, si insiste molto sul fatto che Lazzaro è morto nel senso letterale del termine**. È talmente morto che “manda già odore, perché è di 4 giorni”. Non poteva (non doveva) esserci dubbio che si trattasse di un malore o di morte apparente, come si poteva sospettare per l’altro episodio di “resurrezione” presente nei sinottici, quello della figlia di Giairo.

Il racconto attribuito a Giovanni, che è relativamente lungo e dettagliato e impressionante, descrive anche Cristo che piange l’amico. Ma perché, se sta per ridargli la vita? Si dirà “è la sua parte umana che piange”, ma a noi questo dio con due volti sembra poco sublime. Noi pensiamo che lo fa tutto intero, uomo e dio, perché sa che nemmeno la resurrezione cancella la morte.

La frattura c’è stata e neanche Dio può far sì che non sia. Nel nucleo del risorto resterà eternamente il dolore di quella morte, anzi forse sarà la sua caratteristica principale, l’unica che ancora lo distingua dalla divinità. Nell’oceano delle perfezioni sarà tutta la memoria di se, e perciò lui l’amerà. In questo senso la morte non avrà più dominio.

*Incidentalmente, è una vergogna che le opere di Clemente non si trovino in rete tradotte in italiano. Ce n’è una versione in inglese ma il terzo libro, siccome contenente oscenità, i mericani l’hanno messo solo nella traduzione latina, così da non diffondere scostumatezze. E noi che in teoria siamo il paese dei preti non abbiamo una traduzione gratuita del cazzo a disposizione delle masse. Poi dice che c’è l’ignoranza.

**Ancora più incidentalmente, alla singolarità del racconto giovanneo si aggiunge un’altra piccola stranezza: qualche tempo dopo la resurrezione di Lazzaro, dice l’Abbosdolo, Cristo tornò a Betania e andò a cena proprio dal risorto. In quella, Marta gli unse i piedi con olio profumato e li asciugò coi capelli.

Negli altri vangeli ovviamente la storia è diversa, perché non c’è Lazzaro e la cena si svolge a casa di un certo Simone il lebbroso. Anche lì a un tratto entra “una donna” con un vaso d’alabastro, lo rompe e versa l’olio di nardo però sulla testa invece che sui piedi di Giesu, e non segue sensuale asciugatura.

Su queste discrepanze si è speculato fino alla follia ma il seguito è più o meno uguale: gli apostoli (in Giovanni il solo Giuda) cazzeano la donna perché quell’olio si poteva vendere per 300 denari e donarli ai poveri (Giovanni precisa che Giuda se ne infotteva dei poveri, ma essendo il cassiere della banda contava di rubare). E allora Gristo dice “lasciatela stare, ha fatto una cosa buona per me: i poveri li avrete sempre con voi, ma non me”.

E’ una scena molto curiosa perché è la prima volta dalla sua nascita che Gristo riceve un dono e sembra sorpreso, e sembra anche tenerci, proprio come se fosse il più povero degli uomini. Quella parole si direbbe che gli scappano di bocca e infatti subito torna nel personaggio e aggiunge che l’olio è per il suo funerale (anche qui c’è una lieve differenza: in Marco, dice “ella ha fatto ciò che poteva, mi ha unto in anticipo per la sepoltura”, mentre in Giovanni dice “l’aveva conservato per il giorno della mia sepoltura”). Tra le due versioni preferiamo quella di Marco perché suona tutto più improvviso e la donna non ha nome, per quanto Cristo aggiunga che il suo gesto rimarrà nella storia in ricordo di lei.

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Il vero carattere dei compagni

Inquietante è accorgersi di avere un vizio in comune coi compagni. Ad esempio, ci piacciono i font con variazioni semi casuali che li fanno somigliare alla stampa di una volta, quella veramente bella (veramente vera). Recuperammo caratteri del genere, del tipo macchina da scrivere, meditando di usarli per l’ennesima opera destinata all’incacaggio (poi più saggiamente non ne abbiamo fatto nulla). Adesso vediamo che c’è un’intera rivista dei compagni (ilcovile) fatta tutta con caratteri variati. Hanno creato uno script che altera leggermente dimensione, posizione e spessore delle lettere in modo che ad es. due “e” siano una diversa dall’altra e così via. Abbiamo anche provato a usarlo (tocca installare quel puttanaio di libreoffice oltre alla loro estensione), ma quando esportiamo il file in pdf il carattere non viene inglobato e quindi lo vediamo solo noi. Può anche darsi che sbagliamo qualcosa ma siamo più inclini a dare come sempre la colpa ai comunisti.

P.S.
È indicativo che tra i fan dei vecchi caratteri stampati storti ci siano soprattutto compagni. Un hobby così snob e conservatore non poteva che essere diffuso tra di loro. Il punto è che i compagni hanno occupato tutte le nicchie possibili: i tradizionalisti sono compagni, persino i preti. I nostalgici e gli elitari? Sono compagni. In Italia gli anticomunisti più feroci sono, manco a dirlo, tutti compagni. Ci sono i compagni progressisti e quelli antiprogressisti, i compagni di destra e quelli di sinistra.

In effetti nel nostro paese la parola “compagno” è tornata al suo significato antico di “quello con cui ci si sparte la merenda”, in pratica commensale. Che cosa si dica poi in queste mense è relativo. Fuori restano i cani sciolti, i non intruppabili, gli ossessi, gli impallinati, quelli che non hanno un cazzo da spartire né vogliono spartire un cazzo. La compagneria sembra l’elemento dominante del panorama culturale per la semplice ragione che è solo una forma di organizzazione, in effetti l’unica forma di organizzazione, ed è a ben vedere neutrale: può dire qualsiasi cosa, di destra o di sinistra che sia, basta che mantenga la distinzione tra sé e il resto del mondo (“noi” contro tu).

È una forma di associazione così antica e diffusa che proprio un compagno notava quanto somigliasse all’associazione a delinquere: tranne, ovviamente, nel fine di delinquere. Il fine resta lecito, persino commendevole, ma privato. E come esistono associazioni di trombettieri di ogni fede politica, così ci sono gruppi di compagni di ogni colore, per tutti i gusti.

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Una poesia di HPL tradotta da Spallanzani

A sorpresa, quasi a sfregio, l’amico Al Damerini ci invia la copia restaurata di una rarissima interpretazione di una poesia di Lovecraft tradotta da Elia Spallanzani e pubblicata nella sua raccolta “I fiori dell’8”.

All’epoca Lovecraft non era ancora caduto in mano alla plebe come oggi, anzi era praticamente il grande scrittore misconosciuto per antonomasia, per cui fu inevitabile che Spallanzani sentisse una vicinanza, quasi una fratellanza con lo sfortunato, reazionario e misogino gentiluomo della Nuova Inghilterra.

Non abbiamo palore per ringraziare l’amico Al, ma includeremo di certo il suo contributo nel laser disc celebrativo che stiamo preparando per il centenario della nascita di Spallanzani, che in effetti è stato l’anno scorso.

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