La guerra tra i Bovary

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“In quei giorni giunse al lago una massa di memer, blogger culinari, artisti visuali, analisti di cose islamiche, romanzieri del cassetto, turisti solidali, slowfoodder, e tutti volevano farsi un selfie con lui. Allora disse Giesucristo ‘padre mio perdona loro, perché sono Bovary di spirito’.”

“L’idea di campare facendo il memer è l’oppio dei Bovary”.

Alessandro Lounge, Come ho ucciso Bispensiero prima che lui uccidesse me, Civita Lupetta, 2018.

In Italia l’inquietudine provocata dal divario tra le condizioni di vita reali e le proprie aspirazioni è così diffusa che possiamo ormai parlare di una vera guerra tra Bovary.

E.S.

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Domino

Le banali considerazioni su Minority Report ci hanno fatto tornare in mente un vecchio abbozzo di racconto spallanzanesco. Come sempre il nostro badava poco alla scrittura in sé e molto alle cose inessenziali per cui l’autografo conserva almeno quindici correzioni del titolo, che risulterà infine “Domino” (tra i migliori scartati, “chi si perde è fermato” e “di un bambino il gioco”).

L’innominato protagonista è un mistico mediorientale che sin da bambino riceve premonizioni. Crescendo, le scene future che vede diventano sempre più distanti e precise. Il ragazzo stupisce i suoi coetanei annunciando, ad esempio, “tra poco una mosca si poserà su questo pane”, e così avviene. Il ragazzo si rende conto che può anche intervenire sul futuro, seppur con grande difficoltà.

Non sapendo spiegarsi come ciò possa avvenire, e sentendo che in Siria vivono uomini barbuti e segaligni che consumano le notti pensando alla struttura del Tempo, scrive una lettera a un tale Tremone, raccontandogli le sue esperienze e chiedendo consiglio, ma non riceve mai risposta.

Una volta diventato adulto, e in fama di santità (se così si può dire), rimane coinvolto in una battaglia tra difensori dell’antica fede e nuovi visionari. Una notte sogna e vede se stesso scacciare i mercanti dal tempio, officiare la cena, subire il processo e essere presentato al popolo perchè scelga cosa fare di lui. Il se stesso della visione annuncia “ho previsto che libererete Barabba”, e così avviene, perché poi si vede crocifisso.

Nei giorni successivi tutto accade come nella visione: la cacciata dei mercanti, la cena, il processo. Il protagonista sente di essere destinato alla croce per salvare l’umanità, ma la sua parte umana ha paura. Pochi minuti prima della presentazione al popolo, incrociando in un corridoio il ladrone Barabba, Emmanuel cede al terrore e prega di essere sostituito a lui. Miracolosamente i due si scambiano le sembianze e così appaiono di fronte al popolo, che decreta la morte di Barabba.

Sulla croce, Emmanuel sotto finte spoglie rivolge la parola a uno dei due ladroni. Nemmeno a farlo apposta, costui è Tremone, il filosofo Siriano. Molti anni prima, turbato dalla lettera di Emmanuel, si è messo in viaggio per incontrarlo, ma le difficoltà e le tentazioni della strada ne hanno fatto un avvinazzato e un ladro, per cui anche lui è stato condannato.

L’assurdo incontro offre ad Emmanuel la possibilità di chiarire il suo dubbio. Perché la sua visione non si è realizzata? Era destino che finisse sulla croce e non c’era nessuna possibilità di scampo? Allora che ne sarebbe del libero arbitrio?

Risponde Tremone: “Ripensa bene alla tua visione: hai visto che di fronte al popolo annunciavi di aver previsto il loro verdetto. Ma quando l’avresti previsto?”.

Emmanuel: “Durante la visione!”.

Tremone: “Impossibile, perché mentre la vedevi non potevi vedere le sue conseguenze, perché non era ancora avvenuta. Il te che hai visto pronunciare la profezia l’aveva vista ma in un momento successivo”.

Emmanuel: “E quindi secondo te tra il momento della mia visione e quello del voto avrei dovuto avere un’altra visione che mi mostrava il risultato del voto?”

Tremone: “Esatto. Ci sono degli snodi nel tempo, dei punti di biforcazione. Il futuro non è scritto e se la catena degli eventi previsti non si realizza appieno vuol dire che sei già in un’altra linea del tempo”.

Emmanuel: “Ma io ho visto il voto!”.

Tremone: “Già, ma hai visto anche che l’avevi visto, e non potevi vederlo prima di vederlo, quindi vuol dire che avresti dovuto vederlo dopo. Implicitamente, nella tua previsione c’era un’altra previsione, che è mancata, e quindi è mancato anche l’evento finale. Il voto è tornato una faccenda casuale, almeno per te”.

Emmanuel: “Ma di fatto tutto sembrava identico, e anche il risultato è identico, perchè sono sulla croce”.

Tremone: “Gli eventi possono apparire identici ma trovarsi in posizioni diverse lungo il flusso del tempo, e siccome uno conduce all’altro la posizione è più importante della forma. In un altro universo un altro te ha visto il voto che avrebbe previsto poco dopo, e tutto è andato come nella tua visione”.

Emmanuel: “Quindi in altri universi io non muoio, e l’umanità non è salva”.

Tremone: “Sì”.

Emmanuel: “E io sono Dio, il tempo è il mio gioco e io vedo tutti i tempi possibili come infinite tessere che cadono, sono cadute e cadranno, tutto il tempo per me è presente perchè lo vedo dall’eternità”.

Tremone: “Sì”.

Emmanuel: “E tu sei me, non è vero? Servi solo a dire queste parole, perchè qualcuno le senta”.

Emmanuel: “Sì”.

***

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pregiata riproduzione in paint dello schizzo iniziale dell’autore

NOTA: Ringraziamo il professor Leonetto Vincibile, storico interlocutore del Nostro, che ha recuperato, se non meglio ancora falsificato, questo reperto per noi.

P.S. Proprio adesso leggiamo un articolo in cui Verdone si lamenta che Sorrentino ha tolto una sua scena dal film, eppure quella scena ci sembrava di averla vista. Evidentemente era una versione del film successiva rispetto a quell’articolo. Di nuovo ci viene da pensare alle difficoltà di Dio di fronte a tutto il tempo visto come presente. Magari è per questo che non interviene, non si raccapezza più nemmeno lui tra ciò che è successo e quel che succederà. Davvero straordinario, un dio per cui puoi provare compassione.

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Rapporto di minoranza

Ieri e l’altro ieri abbiamo visto Minority Report. La prima volta più o meno da metà alla fine, con qualche distrazione, e la seconda quasi dall’inizio a oltre metà, sempre con distrazioni.
Considerando che all’epoca l’avevamo anche visto per intero al cinema, e che secoli fa abbiamo letto il racconto da cui è tratto, è strano quanto poco ci ricordassimo.
In tutte e due le ultime visioni comunque dobbiamo aver saltato qualche punto importante della storia perché non ci è ancora chiaro come fa il protagonista a recuperare l’ultimo tassello dell’enigma.

Comunque visto così, a spezzoni sovrapposti, essendo un film che tratta di vedere il futuro, l’effetto è stato davvero curioso e forse più interessante che vederlo tutto di fila (infatti all’epoca non ci colpì per niente). Visto a pezzi è molto più Dickiano.
Inoltre il nostro televisore da quattro soldi trasforma i colori e perciò tutti i riflessi sembravano quasi aureole o effetti Kirlian, da cui la seguente riflessione: la scena che ci è piaciuta di più è anche quella che mostra chiaramente l’impossibilità di scrivere una storia con i precog.

A un tratto Cruise e la veggente sono in mezzo a una folla ricercati dalla polizia e la donna gli dice di stare fermo. Mentre gli sbirri attraversano una passerella arriva un tizio con dei palloncini. La veggente continua a dire di stare fermi e il regista alterna le inquadrature per dare il senso dell’imminente scoperta. Ma il tizio coi palloncini si ferma proprio davanti ai due fuggitivi, i poliziotti si voltano proprio in quel momento e miracolosamente hanno la visuale ostruita dai palloncini.

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In questo il film ricorda più un altro racconto di Dick, “Previdenza” (il cui titolo originale, se ben ricordiamo, si tradurrebbe meglio con “buonuscita”).
Comunque il problema ovviamente è: se la precog avesse già visto l’evento “noi stiamo fermi e non ci vedono” non avrebbe avuto bisogno di dire “stai fermo”.
Evidentemente nel futuro che lei ha visto loro non si fermavano, quindi dice “stai fermo” per cambiare il futuro.

Ma come poteva sapere che stando fermi non li avrebbero visti?
L’unica spiegazione è che aveva già visto anche un futuro in cui ciò accadeva.
Quindi ne ha visti almeno due, e forse milioni: si fermano, non si fermano, si fermano un metro prima, un millimetro prima etc.
Anzi, lei ha già visto anche un futuro in cui diceva “stai fermo”.
Quindi la lei di quel futuro a sua volta aveva già visto il futuro, e così all’infinito.
Non solo lei vede infiniti futuri, ma ogni lei di ogni futuro vede infiniti futuri.

L’unica alternativa è che lei abbia visto solo un futuro in cui lei senza nessuna ragione dice “fermati” proprio in quel momento e in quel modo.
In questo caso però la precog non sta cambiando il futuro, che sarebbe stato inevitabilmente quello.
Quel “fermati” non avrebbe nessuna causa, sarebbe solo parte di uno stato della realtà derivato in maniera casuale e meccanica dalla struttura dell’intero universo.

In effetti questo somiglia moltissimo a ciò che uno finisce per dover pensare dell’esistenza: qualcosa in cui non esiste nessuna causa, nel senso umano del termine, ma solo stati che si susseguono, e nemmeno susseguono vuol dire qualcosa perché la successione è costruzione della mente, non è nella cosa.

E siccome la precognizione, quando l’effetto non è certo, può essere considerata solo una forma di deduzione (nel senso che uno, pur non sapendo cosa accadrà, può immaginare con una certa precisione e cambiare il suo comportamento in base a quella previsione, e quanto più conosce la regola più è precisa la sua previsione), tutto ciò porta a credere che i due scenari descritti (il regresso infinito e l’assoluta insensatezza) sono il primo ciò che vorremmo (mente nella mente, conoscenza totale) e il secondo ciò che è (nessuna mente, nessuna possibilità di conoscenza). E sono indistinguibili.

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Ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente

” Nel febbraio 2049 Elon Musk raggiunse finalmente l’immortalità, ma un nuovo problema lo turbava: persino i poveri avrebbero avuto una tomba, mentre lui no. Non poteva sopportarlo e quindi fece erigere un immenso mausoleo a forma di ciambella per conservare un suo clone imbottito di stricnina. Sulla lapide scrisse di suo pugno:

“il cielo stellato sopra di me / la legge economica dentro di me”.

Trent’anni prima aveva mandato in orbita un razzo con davanti una Tesla e un manichino. Le incredibili immagini però suscitarono meno entusiasmo del previsto, almeno in Italia. Non c’era stato il boato, benché i pubblicitari di Musk avessero usato Bowie e la guida galattica per autostoppisti. Il grande pubblico non colse, o forse era distratto da San Remo.

Oppure quelle immagini sembravano finte, o superate da immagini finte che sembravano vere. O quell’impresa spaziale, diversamente dalle vecchie, non era di uno stato, ma di un privato. I privati avevano fatto abbastanza soldi da riuscire a mandare una macchina nello spazio, verso Marte e oltre. Non era l’impresa di un popolo, il pur retorico passo per l’umanità etc.

Qualcuno si chiese che sarebbe successo quando Musk fosse arrivato sulla luna per sfruttarne qualche risorsa. Secondo gli accordi internazionali la luna era dell’umanità, ma questi accordi valevano anche per i privati? Gli avvocati ne dubitavano. Ma in ogni caso la gente, la gente avrebbe applaudito ugualmente?

“Musk ladro di lune”, scrisse qualcuno su un muro nel 2023. Era lecito avercela con Musk perché pur essendo solo un uomo riusciva a fare una cosa del genere? Probabilmente no, ma visto quel che accade in seguito forse sarebbe stato salutare, anzi doveroso.”

Gli uomini beta, mensile per l’uomo che non deve chiedere, marzo 2049.

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La parabola dell’uomo dappoco

Su un vecchissimo hardisk abbiamo trovato questa roba, che doveva far parte di un vangelo apocrifo ma evidentemente fu scartata perché addirittura inferiore alla media. Non avendo altro da fare, la pubblichiamo.

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Quella mattina Giesùcristo stava in fila alla posta per ritirare la pensione di suo padre Giupeppe.
Disse l’impiegata: “Prima di te è venuto Giovanni il Battista”.
“E che voleva?”, rispose Giesùcristo.
“Niente voleva”, disse quella. “Intendevo che è venuto prima di te, e prima ancora è venuto il profeta Elia”.
“Per la pensione di mio padre tutta questa gente?”, chiese Kristo.
“No! Non per la pensione. Sono venuti ad annunciare la novella. Tra duemila anni si festeggerà la natività del Battista, come la tua. Il 24 giugno, come la tua il 24 dicembre. E’ tutta una cosa astrologica”.
Giesùcristo ci pensò un po’, poi chiese: “E la sua morte, si festeggerà?”.
“Non come la tua”, disse l’impiegata contando i soldi.
Aveva al collo una svastica, e al Cristo sembrò una croce.
“Io morirò pure per te”, disse Cristo. Persino per te, pensò. Perché mi hai fatto fare la fila, visto che morirò per te?
“Il giorno della tua morte”, canterellò l’impiegata, “tutta la terra si coprirà di un drappo nero. Ogni uomo sentirà nello pancia come una risacca di sangue. Il nostro lutto durerà tre giorni, ben più che per un uomo comune. Il quarto faremo una scampagnata, in memoria di te”.
Prese gli spiccioli, ma non bastavano.
Giesùcristo pensava: ma io sarò morto. Anche se solo per un’ora, per un istante appena, io non sarò più. E quando avrò riaperto gli occhi, allora sarò un altro. La mia anima… ma io ho un’anima? Io sono l’anima del mondo, e tu non hai resto.
L’impiegata aveva dato fondo alla saccoccia, mancavano ancora tre centesimi. Scosse la testa, come fosse destino.
“E quelle trenta monetine”, chiese Cristo.
“Sono prenotate per un altro”, tagliò corto la donna. “Prenotate dall’inizio dei tempi. E’ un bonifico tutto a spiccioli, una somma da niente”.
Christo capì. “Va bene”, disse. “Me li darai il mese prossimo”.
“Ai tuoi eredi, li darò”.
“Io non posso avere figli”, disse Gristo.
“A tuo padre e tua madre. Ai tuoi fratelli”.
Del mio sangue non c’è nessuno, io sono il solo.
Ti direi di aspettare, ma altri eventi premono.
Mai Giesucristo si era sentito così impotente. “Farò ricorso”, gracchiò. “Chiamami il direttore”.
“E’ in ferie, per Pasqua”.
“Dammi almeno una caramella”, pregò Giesùcristo.
La donna gli mostrò le mani vuote, e sorrise.
“Allora ti rimetto i tuoi debiti, giacché non ho scelta”.
Detto questo, l’agnello di Dio uscì dall’ufficio e andò a stipulare un mutuo trentennale, a sfregio.

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Come tutto ciò che è dettato dalla vanità

Il Saggiatore ha pubblicato “Le Montagne della follia” di H.P.L. e prometteva una copia in omaggio a chi avesse notato la particolarità della copertina. I fan di Lovecraft hanno notato subito che il titolo è sbagliato, perché dovrebbe essere “ALLE Montagne etc” (“At the mountains etc), mentre la risposta che l’editore si aspettava era “la menzione del traduttore sulla copertina”.

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rielaborazione di https://www.facebook.com/andre.ferrari.bufo

Ovviamente noi siamo per “alle montagne” e contro la menzione del traduttore, orrendo vezzo e segno di ulteriore imbarbarimento dei costumi.

Per questa posizione ci siamo presi diversi rimbrotti. In realtà dipende dal fatto che soccombiamo alla nostalgia. Una volta il nome del traduttore sulle copertine dei libri non si metteva. Evidentemente questa mancanza di rispetto turbava i traduttori, e un po’ alla volta a furia di gomitatine ce l’hanno messo. Una oggi, una domani. Ovviamente non c’è nessuna ragione, nessuna reale ragione né per metterlo né per toglierlo, c’è solo che a loro piace che ci sia, e che ad altri non piace, o più probabilmente non gliene frega un cazzo. E così che a lungo andare si fanno le cose, perché qualcuno le vuole e alla maggioranza importa poco. La ragione non c’è, viene anzi il dubbio che la Ragione non c’è. Però ci sono i motivi, le cose appunto che muovono, muovono i gas nello stomaco e i caratteri sulle copertine, e i discorsi inutili, come questo.

Ci hanno anche fatto notare le versioni (adattamenti) di liriche & poesie straniere hanno quasi sempre avuto il traduttore in copertina:

I traduttori di prosa, con un certo ritardo dovuto ai tempi di maturazione della nuova sensibilità universale, avranno protestato che pure la loro è un’arte di lima, bilancino e responsabilità della parola, anche la prosa è poesia!!, è una riscrittura (eccetera). Anche il doganiere della saggistica pretende il riconoscimento del proprio sudore letterario, non solo quando traduce il Nice, ma pure se riporta in italiano il denso periodare metafisico di un Hawking quando scrive la parola “gluepalla”.

Siccome compriamo pochi libri di poesie, non sappiamo bene cosa dire. Il motivo del nome del traduttore in copertina però non dev’essere solo quello dell’orgoglio professionale. Probabilmente il traduttore di poesie è davvero ritenuto chissà perché “più responsabile” di quello di prosa, ma è anche vero che i libri di poesie vendono così poco che non devono esserci molti traduttori proletari.

In altre parole, per la prosa ci sono tanti scalzacani disposti a tradurre e quindi essendo in concorrenza le loro pretese si abbassano: ah tu vuoi il nome in copertina? E allora lo facciamo tradurre a un altro. Traduttori più proletari hanno anche meno consapevolezza del valore del loro nome in copertina, oppure la loro opera è consapevolmente così modesta che non ne vanno fieri. In effetti il nome in copertina è una cosa che ha valore solo per il traduttore. All’editore non costerebbe nulla metterlo, e non gli toglierebbe nulla. Non è che può vendere quello spazio per fare la pubblicità del riso soffiato. E allora perché rilutta a concederlo? Dev’essere una questione psicologica. Ma adesso l’editore si è accorto del valore che il traduttore assegna al nome, e quindi può vendere ciò che per lui non ha nessun valore, può dire “okkey, il nome in copertina, ma allora meno soldi perché è un pagamento in notorietà”. Come al solito questo processo apparentemente giusto e democratico finisce per avvantaggiare solo i più forti, visto che al traduttore proletario il nome sul manuale tecnico o sul libraccolo non rende nulla. Però l’orgoglio di averlo potrebbe indurlo ad abbassare ancora le sue pretese, o a non alzarle.

La faccenda ha assunto quindi nella nostra mente il valore di una metafora sociale e ci conduce a considerazioni più generali.

Il traduttore può ottenere il nome perché 1) è molto forte, è l’unico in grado di fare quel lavoro o comunque l’editore vuole lui perché lo considera abile e/o un aiuto alla vendita, oppure 2) è molto debole, non verrà nemmeno pagato ma “almeno” avrà il nome in copertina, un pagamento “in visibilità”, cui evidentemente attribuisce un certo valore. Due situazioni opposte conducono alla stessa richiesta, il nome in copertina. Probabilmente il “valore” di questo bene è stato creato o evidenziato dai forti, e i deboli vanno a ruota.

Ma questo “bene” vale molto per i forti e poco per i deboli, perché i primi ottengono il nome su bei libri, libri noti, che si vendono, che sono considerati di rilievo culturale, mentre i deboli sui libracci, che finiscono sulle bancarelle, che non sono letti, o se letti vengono derisi, magari proprio per la cattiva traduzione. La visibilità, a differenza del denaro, può essere buona o cattiva visibilità, ma le viene dato l’aspetto del denaro e quindi di un valore in sé.

Naturalmente si potrebbe dire che questo vale per la maggior parte dei nuovi beni. Ma si tende anche a considerare la stessa richiesta (il nome il copertina) come segno dello stesso bisogno o della stessa strategia, mentre come detto può venire da soggetti diversissimi, e anche nemici gli uni degli altri, sia materialmente che ideologicamente. Il problema si pone più che altro per i deboli, che tendono a credersi forti solo perché avanzano le stesse richieste dei forti. Eppure nessun contadino ha mai pensato di essere un principe per la sola ragione che voleva anche lui l’arrosto. Invece gli educati sì.

I traduttori proletari sostengono la lotta per avere il nome in copertina, di fatto favorendo i traduttori signorili e ricavandone solo una vaga speranza. Ma la speranza è meglio di niente e in fondo anche i contadini forse andavano fieri della ricchezza dei loro signori.

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F&L, una quarantina di anni fa (sul finale della Carmen)

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I Virgulti del Possibile

Mentre preparavamo il volume in onore di Spallanzani ricevemmo uno stranissimo contributo da un sedicente ex allievo dell’Elia. Siccome era ancora più singolare del solito, decidemmo di ometterlo. Lo pubblichiamo adesso, mentre ci avviciniamo al quindicesimo anniversario della Fondazione. Naturalmente non abbiamo idea di cosa voglia dire il mentecatto.

<< I Virgulti del Possibile,

nota sul libro “L’immagine dell’Io nel mondo” di Elia Spallanzani.

“Sotto la coltre insudiciata dai viventi di superficie, si estende un regno assai più vasto. E’ abitato da strati su strati di microbici animaletti, semplici intasatori dello spazio. Ma non solo. Sono vivi gli echi che rimbalzano da tempi immemori sulle volte marmoree, negli anfratti epocali. Detti, o impronte di movimenti sonori, fatti millenni orsono. Hanno avuto il tempo di moltiplicarsi. Seguendo le varie strade di rimbalzo sulle strutture vibratili, sui bagnasciuga fluviali infraterrestri, ovattati dalle alghe e occupati da acefali virgulti sfasati dell’evoluzione. Sono cambiati, ingigantiti negli spazi da arena sportiva lasciati dagli strappi nella carne arenaria del pianeta. Si sono rimpiccioliti, come sibili gorgoglianti, nei canalicoli di magma sanguigno, nel ventre supino di Gea. Sono divenuti le manfrine per spaventare i piccoli delle specie senzienti di lì sotto. Gli orrori, dietro gli angoli non conosciuti, da cortocircuito della valvola cardiaca, per gli adulti scafati. I rimbombi ventricolari, da cuore in pulsazione. Gli sfiati intestinali e il respiro insieme del creato profondo…”

(dall’introduzione de “L’immagine dell’io del mondo”).

Il testo che mi accingo ad analizzare non appartiene di sicuro al novero dei più conosciuti dell’autore, un’opera giovanile. Catalogato, per diverse vicissitudini editoriali o meno, tra le opere minori. Questo grazie anche alle intenzione stesse di Spallanzani, che attribuisce la paternità dello scritto, in diverse interviste e nella prefazione del libro, ad un altro autore. Si tratta di Tal Faruck-Ben Assan II, scrittore arabo, tradotto in greco da un anonimo. Allo stesso personaggio viene solo ascritto un altro tomo, dagli storici, di cui si conosce unicamente il titolo tradotto in aramaico, ovvero “Il Giardino Apologetico dei Melograni fioriti“. Da ciò la mia propensione a valutare l’opera come frutto della sola mente di Elia.

Lo stesso titolo porta a riconoscere il libro come spallanziano. Si parla infatti di immagine, qualcosa che viene percepita dai sensi. Ma non deve per questa stessa ragione, essere ritenuta veritiera in assoluto. Il vissuto percettivo spesso inganna, abbiamo solo uno spettro di ricordo degli oggetti, un ombra, una imago. Certo, dall’altra parte è forte il richiamo a qualcosa di vero e profondo, la parte essenziale del mondo, l’Io.

In verità tutto l’insieme dello scritto appare differente, in una prima analisi, dalle altre creazioni di Spallanzani. Vi si narra di un viaggio, fantastico di sicuro, ma concreto, nei meandri del sottosuolo. Viene descritto il regno sotterraneo, suddiviso in vari incontri, o stazioni. Ad ogni fermata viene dato il nome di una parte del corpo umano, a testimoniare l’ordine e la sistematicità di questo “inframondo sconosciuto, difforme dal nostro”, secondo la voce stessa dell’autore.

Procedendo per ordine si incontra il capitolo chiamato testa. Qui Spallanzani spiega che ciò che dirige l’ecosistema sotterraneo, e lo instrada nelle sue vicissitudini, sono i crolli. Eventi che potrebbero essere ascritti al caso, ma che sembrano avere come una direzione ben precisa. Una mente senziente che crea il minimo danno possibile, e spiana lo spazio a nuove possibilità di ampliamento. O forse, “questa è solo un’illusione, che chi assiste allo spettacolo crea nei suoi pensieri. Per coprire il tumultuoso e luttuoso incedere in caduta libera del terreno. il suo schiacciare membra viventi, corpi senzienti” ( ancora un intervento di Spallanzani).

E i senzienti, per Elia, sono le mani, descritte nel capitolo omonimo. Le creature sotterranee che costruiscono, partendo dai materiali di risulta dei sommovimenti terrestri. Riassettano lo spazio visibile, riempiono il vuoto (a volte anche troppo, lo descriverà nella sottosezione “l’obesità della Tirso sotterranea”). Ma danno al contempo materia per far ricominciare il ciclo infinito ed imperturbabile dei cedimenti strutturali.

Un altro paragrafo è dedicato al “ventre piatto della terra”. Qui gli abitatori sono privi dell’intelletto superiore, sempre in movimento. Le loro uniche attività, la caccia feroce degli uni sugli altri e la fornicazione a scopo riproduttivo. Involontariamente, danno adito a spettacoli ed a racconti, che prendono vita, secondo l’autore, solo seguendo “l’agglomerato di migliaia di questi esseri. Che da un palco distante per altezza e comprensione, sembrano impegnati, non da singoli, in fiabesche peripezie. E vedo ora, davanti ai miei occhi, la faccia di Sherazade la bella, formata dall’intarsio di innumerevoli puntini animati. E’ pronta a raccontare uno strabiliante vissuto, suo o di altri. O forse, da vera abitante del deserto, è solo un miraggio forzato dell’immaginazione”.

Spallanzani compie molte altre fermate nel suo tragitto, tutte caratterizzate da una verità vista, udita, annusata, che viene sempre ribadito essere un’interpretazione, un possibile, un creduto. Ribadisce pure, nei suo momenti di riflessione sul suo viaggio, che probabilmente molte altro non ha potuto neppure “tentare di vedere, provare ad udire”. Gli rimane la sicurezza di non poter descrivere “il più ed il meglio di quell’affresco sotterraneo conturbante”. Davvero lì ci sono, come affermerà l’autore “Tutti i virgulti del possibile, (da cui il titolo del saggio) stipati da qualche parte, lontani da me, inafferrabili. In tutta lo scorrere della mia vita d’uomo, ne avrò potuto saggiare un infinitesimo, sotto il mio sguardo. E quando salirò, afflitto e stanco, prossimo al commiato dai miei giorni, dai miei simili, quale sarà la novella che porterò in dono? Un insieme abbozzato di ricordi smemorati, un cozzare di immagini incancrenite dall’oblio.”

La parte finale del libro sembra essere anticipatrice dei futuri sviluppi della poetica di Spallanzani. Nell’ultima stazione, I piedi, reggenti del globo, si parla di tre dervisci, che si sono nascosti nelle profondità in cerca di pace. Discutono su quale possa essere la punizione peggiore per chi viene spedito all’inferno.

Il primo si butta su una analisi delle punizioni storiche da quelle antichi, a quelle più moderne. Qui si ha il tempo vedere l’ampio caleidoscopio di conoscenze di Spallanzani, che spazia da Virgilio e la sua descrizione dell’inferno fino ai suoi contemporanei, passando naturalmente per Dante e Milton. Il secondo derviscio afferma con sicurezza: “Una persona viene gettata in un posto ad aspettare che gli venga inflitta la pena. Più starà a rimuginare su quello che gli deve accadere, maggiore sarà il suo supplizio. Il non conoscere, quella è la sofferenza maggiore”. Il terzo derviscio conclude con quello che dovrebbe essere il pensiero dell’autore, le ultime parole del libro. Come un suo commiato e commento per i lettori del libro: “Tre uomini di grande acume ed ingegno vengono imprigionati, a loro insaputa, da un demone malvagio. Si mettono a discutere della pena maggiore che si può ricevere nei recessi dell’Averno. Dopo discussioni forbite ed analisi scientifiche millenarie, giungeranno, irrimediabilmente, alla medesima conclusione su quale sia la punizione peggiore. Allora, quello sarà il loro supplizio. Il cercare di conoscere.”

Breve bibliografia di riferimento:
AA.VV, Il magnetofono sconquassato. Interviste a E. Spallanzani, Ed. Scolopendra, 1977.
E. Spallanzani, Il saggiatore immaginifico, Ed. Colucci, 1982.
E. Spallanzani, Aufidersen, Kindergarten!, Ed. Valpurga, 1974 >>

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8 segni che sei diventato una persona meschina e orrenda

Diventare una persona meschina e orrenda è un attimo, non serve molta preparazione e anzi parecchi nascono già così o comunque ci sono portati. Più difficile è accorgersi di essere una persona meschina & orrenda, risultato cui la maggior parte delle persone meschine & orrende non perviene mai, pur essendo sotto altri profili pervenutissima. Si può anche affermare che il tratto tipico delle persone M&O è proprio la ferma convinzione di essere brave persone, troppo ingenue e generose per competere con tutta la gente MESCHINA&ORRENDA che c’è in giro. Da ciò questo semplice strumento di autoanalisi: basta sommare il numero di segni in cui ci si riconosce e se si supera il 4 è fatta.

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1. La vista di coloro che dopo aver superato con coraggio e ottimismo terribili handicap si godono un meritato successo ti manda in bestia come se ti avessero rubato qualcosa e senza accorgertene subvocalizzi auguri di morte.

2. Quando intervistano l’ennesimo insegnante per sapere se conviene investire nella scuola ti viene sempre in mente che nessuno chiederebbe ai macellai se conviene allevare porci.

3. Quando il più ribaldo e socievole dei tuoi ex compagni di liceo ti chiama per dirti che ha ottenuto un finanziamento pubblico di due milioni di euro per avviare una start-up nel campo degli ausili alla defecazione gli fai i complimenti, mentre in cuor tuo speri solo che d’ora in poi la gente nasca senza il culo.

4. Quando la donna con cui vivi da vent’anni senza aver mai voluto formalizzare torna da una di quelle spaventose cene-bilancio con le amiche e stanca e addolorata ti dice “minchia Gustavo, invecchiando sei diventato una persona meschina e orrenda”, la prima sensazione che provi è tuo malgrado di liberazione.

5. Quando senti di imprese sequestrate alla mafia che vengono assegnate gratuitamente a cooperative gestite da preti o da ex sindacalisti pensi sempre che lo stato non dovrebbe falsare la concorrenza tra camorre.

6. Quando un piccolo mendicante ti ferma per strada e ti chiede qualche moneta facendoti al contempo gli auguri per il 2018 tu pensi che l’unico cambiamento di rilievo nella tua vita sarà il nuovo calendario della differenziata e rispondi “spicci non ne ho, la vuoi una sigaretta?”.

7. Quando senti qualcuno dire cose meschine e orrende contro i deboli, i meritevoli, gli ottimisti, gli idealisti e i santi, invece di protestare ripensi con soddisfazione a quella scena di fight club dove il tipo secco dice “vorrei solo distruggere una cosa bella”.

8. (il sigillo definitivo) Quando i pensieri meschini che covi notte e giorno diventano non solo l’unico temporaneo sollievo alla tua infelicità, ma a un tratto ti sembrano anche squarci luminosi sulla natura del reale, e allora cominci a ridere un riso orrendo e la gente sul tram si volta a guardarti come un demente mentre emetti rumore di ferraglia e pensi “guardate, guardate, siete peggio di me, siete persone orrende ma io non vi incontrerò perché me ne sono già andato”.

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Todos Caballeros

“Il problema della cittadinanza agli immigrati continuò a turbare i sonni dei politici italiani per quasi due decenni. La destra, o quel che ne rimaneva, formulò una proposta curiosa: dare sì la cittadinanza agli immigrati, ma per elementare giustizia darne un’altra anche agli italiani. L’italiano con due cittadinanze avrebbe potuto votare due volte, oppure poteva vendersi uno dei voti per cinque euro come faceva di solito e consumare l’altro nella cabina. O poteva votare contemporaneamente per due schieramenti opposti, che era sempre stato un po’ il suo sogno.

I resti della sinistra trovarono l’idea aberrante e proposero che invece di concedere la cittadinanza agli immigrati, gli italiani avrebbero dovuto rinunciare alla loro, con evidenti vantaggi. Così saremmo diventati tutti clandestini e lo stato avrebbe dovuto versare 35 euro al giorno per mantenerci, realizzando il sogno progressista del reddito di non cittadinanza. In secondo luogo, gli italiani privi di cittadinanza non avrebbero più potuto usare il diritto di voto per farne commercio o eleggere i disutili e gli infami, come avevano fatto fino ad allora. Infine, si sarebbe risolto anche il problema dei neofascisti, che non avrebbero più avuto una patria da difendere. E soprattutto gli italiani non si sarebbero più sentiti in colpa perché i figli degli immigrati non potevano fregiarsi del titolo di italiani, mentre i figli che loro non avevano sì.

Infine, dagli scranni degli indipendenti venne l’idea geniale, una soluzione per risolvere il problema della cittadinanza ai clandestini e al contempo incentivare il ricorso al testamento bio, che stranamente segnava il passo. In sintesi bastava stabilire che ogni italiano, oltre a rifiutare le cure, poteva anche lasciare la sua cittadinanza a un immigrato. Come avveniva per i fondi europei, i beneficiati avrebbero dovuto portare (ad esempio sul cappellino) la scritta “cittadino col contributo di (ad es.) Mario Rossi“, quale forma di riconoscenza automatica. In questo modo si superava ogni contestazione, e inoltre la proposta conveniva anche ai notai, per cui fu adottata a larga maggioranza.

A dire la verità, il popolo sul punto era molto accomodante. Cosa sbalorditiva, in un paese in cui il minimo privilegio veniva di solito difeso con cieco e bestiale accanimento. Ma evidentemente gli italiani pensavano che essere cittadini non comportasse alcun vantaggio pratico, o che fosse addirittura un peso. Concedevano quindi la cittadinanza con la stessa generosità con cui avrebbero voluto condividere i debiti o le malattie. Gente che non dava due centesimi di elemosina a bambini morenti non vedeva però ostacoli a dargli la cittadinanza, segno sicuro che la valutava meno di due centesimi.

Infatti nel 2035 le norme sulla cittadinanza furono ulteriormente addolcite stabilendo che poteva ritenersi italiano chiunque transitando nella nostra patria si lavasse i piedi almeno una volta a settimana. In questo modo molti turisti si trovarono loro malgrado italiani senza saperlo: in pratica rimasero fuori solo i tedeschi e alcuni degli stregoni juju più ortodossi. Alle elezioni del 2036 risultarono 462 milioni di aventi diritto, ma votarono solo in 16, e la scheda di Eugenio Scalfari fu annullata perché aveva scritto UIUA IL DVCIE col sangue.”

Bruno Vespa, Storia Sentimentale Della Democrazia in Italia, Malta, giugno 2049.

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Sostituzioni

“All’inizio del secolo il problema della disoccupazione giovanile poteva essere affrontato solo in due modi: riducendo dolorosamente i c.d. “diritti quesiti” (di chi questi “diritti” li aveva ottenuti col clientelismo e l’imprevidenza), oppure riducendo il numero dei giovani. Con realistico buon senso l’Italia scelse il secondo.
[…]
Gli immigrati accolti per rimpiazzare i non nati mostrarono però un’intollerabile tendenza a reclamare anche loro posizioni incompatibili coi diritti quesiti dei seniores. Si comprese che la guerra civile per il possesso dei cellulari di ultima generazione era un processo imposto dalla natura stessa del capitalismo, a prescindere dall’identità dei soggetti coinvolti”.

Rapporto Censis 2049, trad. dall’arabo di Corrado Augias.

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P.S. Per dare un’idea della conclamata affidabilità di questi rapporti Censis basta ricordare quello famoso del 2018, in cui tra l’altro si notava la maggioranza degli italiani preferiva già il testamento biologico a quello industriale. Le ultime volontà, specie se allevate a terra, risultavano molto più saporose e salutari. Alcuni entusiasti, proseguiva il rapporto, non si limitavano a sgranocchiare il proprio testamento biologico, ma ingoiavano anche il sigillo di ceralacca del notaio, sostenendo di trarne un’inspiegabile ebrezza.

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Dietro la porta della Legge

“Con l’introduzione del reato di alzare la voce e l’inasprimento delle sanzioni per lo sguardo doloso la crisi della famiglia fu finalmente trasferita dall’ambito sociologico a quello penale. I tribunali italiani, nella loro efficienza, riuscirono a prolungare la durata media dello scazzo domestico anche a quindici anni, superando molte faide barbaricine. L’angosciante lentezza dei processi era tanto più incomprensibile in quanto con la legge Boschi-Argento* l’onere della prova era stato trasferito sull’accusato. Nonostante l’agevolazione i PM continuarono a ottenere risultati modesti: le condanne non superavano il 90%”.

Il ministro della famiglia Fabio Canino,
discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario 2049.

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* Uno stralcio della norma e del commento dottrinale:

“Comma 22: siccome spesso è impossibile dimostrare di aver subito una molestia, pretendere la prova di una molestia è, a ben vedere, una molestia, o almeno una forma di complicità nella molestia”.

Nessuno denuncerebbe una molestia se non fosse vera o non l’avesse percepita (subito o anche dieci anni dopo) come tale: su queste cose non si scherza. Dubitarne è una molestia, o almeno è sospetto. D’altronde, pretendere la prova impossibile significa di per sé favorire i molestatori. Per non scoraggiare le denunce bisogna temporaneamente invertire i principi e mettere a carico dell’accusato la prova della sua innocenza. Infatti i principi non sono mica verità rivelate, e lo si fa a fin di bene. Per essere davvero garantisti bisogna appunto garantire il diritto di accusare senza prove, se la prova è impossibile e il fatto è certamente accaduto visto che lo si denuncia, e su queste cose non si scherza.
E’ chiaro che l’accusato in realtà non può discolparsi, perché la denuncia della molestia implica che chi denuncia si sente molestato, e quindi la molestia c’è stata. Si consente all’imputato di parlare al solo fine di degradarsi ulteriormente raccontando patetiche menzogne, oppure perché possa scoppiare in lacrime e pentirsi. Pentimento che, è ovvio, non gli gioverà da nessun punto di vista.
Se incredibilmente l’imputato riuscisse a dimostrare che al momento dei fatti era in un’altra nazione, si supporrà che è comunque colpevole di qualche altra molestia perpetrata all’estero e non ancora denunziata. L’uomo infatti è per definizione un animale bipede, implume e molestatore.
In effetti l’unico modo di discolparsi sarebbe dimostrare che in quel momento si era morti, ipotesi difficilmente realizzabile nella pratica, ma che ha già dato vita a un certo dibattito dottrinale. Si è giustamente notato che permettere agli eredi di dimostrare l’innocenza del caro estinto potrebbe gettare una luce equivoca sul molestato, e non c’è ragione, tra il vivo e il morto, di favorire il secondo: tutt’altro. Da ciò il divieto di proseguire le indagini dopo la morte dell’accusato che, ricordiamolo, con questa sua mossa furbesca si è sottratto alla giustizia. L’umana. Perché Dio sa di più, e su queste cose non scherza.
Qualche sofista potrebbe obiettare che però così si rischia di mettere in galera un innocente. Ora, a parte che è puerile pretendere un mondo senza ingiustizie, va anche detto che la punizione non deve per forza essere il carcere, e anzi di norma non lo è. Il molestatore non va nemmeno strettamente processato, perché il processo serve ad accertare la verità, e qui noi già la sappiamo. La punizione del molestatore è già contenuta nell’accusa, il marchio di infamia è automatico e sufficiente a fargli pagare il prezzo delle sue incontinenze. Il tutto anche con un notevole risparmio di energie investigative. A riprova, sia detto per inciso, della bontà del sistema.

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L’eredità della terra

“Nel 2038 l’Unesco ormai aveva esaurito gli aspetti positivi da tutelare e i suoi ottantamila dipendenti rischiavano seriamente di perdere lo stipendio: il lavoro l’avevano smarrito circa cinquant’anni prima, ma stavolta si trattava di soldi. In quei momenti difficili fu determinante il contributo delle lobby italiane, che dopo aver ottenuto riconoscimenti per la pizza, la canzone neomelodica e le cipolle mannare di Tropea, proposero la candidatura a patrimonio dell’umanità anche per un’altra eccellenza tipica del nostro paese troppo spesso dimenticata. L’Unesco all’inizio era titubante, ma si trattava di scegliere tra quello e la disoccupazione, per cui nel 2039 dichiarò patrimonio immateriale dell’umanità il Metodo Camorristico e nel 2040, preso coraggio, anche il Passare col Rosso“.

Piero Fassino, presidente di “Poveri & Soli”, discorso di insediamento del 7 agosto 2049.

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Se non puoi batterli

“Intorno al 2040 il lassismo grammaticale raggiunse livelli inauditi. Non solo la gente diceva e scriveva solo cose ignoranti, come aveva sempre fatto, ma le istituzioni le davano anche ragione. La lingua, dicevano, è quella effettivamente parlata e non l’ossame conservato nei manuali. Del resto, nello stesso periodo e seguendo la stessa logica il ministero della giustizia aveva stabilito con circolare che le rapine in villa costituivano l’uso vivo dei rapporti di vicinato: punirle sarebbe stato presuntuoso e vano.
Con realistico buon senso la custode della lingua italiana decise di adeguare il suo statuto alla viva e scoppiettante pronuncia popolare e chiese allo stato un finanziamento di duecento milioni per sostituire tutte le targhette con delle nuove recanti la scritta L’Hdemia dell’Acrusca“.

Rosario Fiorello, Hdemico, Panama, aprile 2049.

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Nota: uno dei segni della fine fu la pubblicità di Amazon del 2017, quella delle forbici da mancino. La scena finale suggeriva o comunque confermava, tra il plauso generale, un uso balistico della punteggiatura da cui non ci saremmo più ripresi.

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Il giorno del giudizio

“Nel 2021 Laura Boldrini citò in giudizio tutta la rete perché rideva sotto i baffi dei suoi interventi, ledendone l’integrità morale. Il processo apparve subito difficile: bisognava notificare gli atti a un miliardo e mezzo di persone, compresi alcuni pastori nomadi. Intuita la rogna, uno dopo l’altro tutti gli uffici giudiziari italiani si dichiararono incompetenti con i pretesti più grotteschi. Alcuni giunsero persino a cambiare la targa sul portone per non essere riconosciuti.

La causa assunse l’aspetto di una valanga inarrestabile di carte che si accresceva a ogni rimpallo e devastava le cancellerie. Esasperata, nel ’36 la Boldrini fece ricorso alla Corte per i diritti dell’Uomo, ma poi a sorpresa la ricusò perché sessista sin dal nome. Il caso era novissimo: a quanto pareva, su tutto il pianeta non c’era un’autorità in grado di decidere la questione. Per fortuna nel ’43 arrivò l’astronave dei Frolixiani, che non potevano certo essere accusati di parzialità, e la Boldrini sperò di trovare finalmente giustizia.

Gli alieni erano ancora frastornati dal jetlag di ottanta milioni di ore e incautamente accettarono il compito, ma la loro conoscenza del sistema giudiziario terrestre derivava solo da vecchi programmi delle televisioni commerciali che avevano captato per caso negli anni. Questo fatto, unito alla loro scarsa conoscenza della lingua, li convinse che l’unico giudice degno sarebbe stato Santo Lichene, un vegetale molto saggio e pio che secondo i loro archivi viveva (o comunque vegetava) nella giungla del pianeta Dagobah. Formulato il quesito, glielo spedirono con posta ultraluminale e due marche da bollo da sedici euro. Ci vorranno trent’anni perché arrivi, e altri trenta per avere la risposta, che è sempre meno di quanto ci metterebbe il Tar del Lazio”.

Rita Dalla Chiesa, “Il diritto intergalattico nella giurisprudenza di Forum”, San Marino, 2049.

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prima reazione del Giudice alla vista dell’incartamento.

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