Lovecraft gnostico? (un ripensamento)

La frettolosa conclusione del precedente articolo è volutamente sbagliata. Invitava a una confutazione, che è molto più interessante di un plauso. Comunque, confutandoci da soli osserviamo che è sciocco negare l’esistenza di un Lovecraft gnostico sulla base del fatto che l’uomo Lovecraft fu un ateo materialista. La tendenza gnostica, se esiste, è stata repressa e quindi bisogna cercarla non alla luce ma nell’oscurità, nelle contraddizioni e nei fallimenti della narrazione. Come notano i benemeriti autori di MePnOdDdHPL, il narratore esplicito dell’Orrore di Dunwich è cosa diversa da quello implicito, cioè dalla strategia testuale o principio ideatore della storia come viene ricostruito dal lettore implicito (ossia dal pubblico ideale del testo e che il testo stesso mira a costruire).

E si può sostenere che il narratore-uomo somiglia al narratore esplicito invece che all’implicito. Le storie di Lovecraft sono quasi sempre raccontate da personaggi che somigliano a ciò che Lovecraft avrebbe voluto essere: scienziati, eruditi, esploratori, discendenti di famiglie agiate e privi di preoccupazioni lavorative. Dietro la loro voce si avverte però quella “del racconto”, l’autore implicito, che forse finisce per somigliare al subconscio di Lovecraft. Un subconscio molto abile.

Del resto, molti hanno osservato che la vita stessa di Lovecraft ha della stigmate per così dire gnostiche. La tradizione vuole che fosse brutto, persino mostruoso (il che non è vero), e che gli altri bambini avessero paura di lui. La sifilide del padre, la malattia mentale della madre, dicono alcuni, avrebbero accentuato la sensazione di essere un mostro figlio di mostri, tarato sin dall’origine. Il racconto “L’estraneo” viene solitamente indicato come prova irrefutabile. Allo stesso tempo, Lovecraft è considerato un creatore di mondi e di miti, un demiurgo, ed è forse superfluo ricordare che per gli gnostici il demiurgo è appunto il mostruoso creatore del mondo materiale, prigione per gli uomini pneumatici.

In questo senso, si può immaginare che nelle storie di Lovecraft ci sia sempre una lotta tra il suo sentirsi demiurgo (e quindi creatore del mondo, ordinatore, e portatore di una razionalità, che però non è ottimistica e solare ma negativa e castrante) e il suo desiderio di essere uno dei salvi, portatori della scintilla divina. Nel tipico rovesciamento gnostico dei valori, la disperazione diventa esaltazione.

Da ciò forse la curiosa simpatia che a volte traspare suo malgrado per i cultisti e i loro folli propositi. Nel racconto “Il tempio” il razionalissimo protagonista non riesce a sottrarsi al richiamo della “primal shrine”, pur continuando a definirla un’illusione. In “The Shadow over Innsmouth” il protagonista sprofonda gioiosamente in un abisso di splendore. I panorami allucinanti descritti in tanti racconti evocano terrore ma anche e soprattutto meraviglia. Nonostante i suoi sforzi, Lovecraft non riesce del tutto a nascondere il suo desiderio che gli Antichi si sveglino davvero e trasfigurino la realtà. Il suo apparente pessimismo, l’idea che la catastrofe può essere forse rinviata ma accadrà comunque, è forse invece una speranza e spiega il genuino fervore che si avverte nei deliri dei cultisti.

Oppure può essere ironia. Dopotutto, qualsiasi cosa si può spiegare con l’ironia, che quindi è una delle categorie più dannose.

Nell’Orrore di Dunwich la varie forze espresse dalla narrazione (autore implicito) si combinano imprevedibilmente e tra l’altro producono una blasfema assimilazione con la sacra scrittura. Come notano Becherini e Bencistà, il lettore non può non avvertire una somiglianza tra i degenerati Whateley e la sacra famiglia.

Innanzitutto, Wilbur Whateley è nato il Giorno della Croce. Non si sa chi sia suo padre ma, come si scoprirà, è il figlio di un Dio, per quanto mostruoso. Inoltre è precocissimo: la sua sapienza (sebbene limitata a un solo campo) è sbalorditiva. Questo individuo eccezionale si propone poi esplicitamente come riformatore del mondo (una riforma radicale). La madre dichiara di “non capire” cosa vuol fare suo figlio e Wilbur la tratta spesso rudemente, il che ricorda alcune risposte non proprio cordiali di Cristo a Maria. Anche Lavinia Whateley, come Maria, svanisce, sebbene si lasci intendere che è morta. Ma, e qui il parallelo diventa di una chiarezza insopportabile, il gemello di Wilbur pronuncia parole molto simili a quelle del Signore: quando gli studiosi lo accerchiano ed esorcizzano, l’Orrore grida “Eh-y-ya-ya-yahaah – e’yayayaaaa… ngh’aaaaa… ngh’aaa… h’yuh… h’yuh! AIUTO! AIUTO!…P-P-P-PADRE! PADRE YOG-SOTHOTH!…”

Quindi, scrivono i due commentatori, ci sono tutti gli ingredienti della Crocifissione: “la salita su un colle, l’esecuzione, il lamento (frainteso: cfr Matteo, 27, 46) per l’abbandono da parte del padre, la morte seguita da intensi fenomeni naturali (cfr Matteo 27, 51) e da una sorta di ascensione al cielo (o ritorno al padre)”.

L’ascensione, inoltre, permette di rilevare un’altra analogia fra Wilbur/l’Orrore e Gesù Cristo: “l’esistenza terrena di entrambi si chiude – contrariamente alle apparenze (e ai giudizi del senso comune) con un trionfo o, per meglio dire, con una “sconfitta trionfale” (cfr anche D.R. Burleson, The Mythic Hero Archetype in “The Dunwich Horror”, in AA. VV. 2002, pp. 206-213, dove il riconoscimento dei tratti dell’eroe del mito nei fratelli Whateley conduce Burleson a interpretare il racconto quale narrazione, appunto, di un trionfo dell’eroe sui suoi avversari)”.

Nel saggio gli autori concludono che Lovecraft ha istituito questo parallelo per due motivi: uno, quale autorappresentazione che gli stessi Whateley hanno elaborato per giustificare la propria eccezionalità e proclamare il proprio ruolo di distruttori del vecchio ordine e di riformatori/redentori del creato; due, quale denuncia della voce narrante dell’empietà dei Whateley, che si prendono gioco della storia sacra cristiana. Il narratore esplicito, a quanto pare, non si accorge che involontariamente genera compassione per il mostro.

E a questo punto ci viene in mente anche un’altra cosa.

Wilbur ha un gemello, che nella ricostruzione appena presentata è il vero salvatore. La loro storia appare una citazione o parodia della crocifissione. Per cortocircuito, si può pensare: e se anche Cristo avesse avuto un gemello “meno umano”? Se il parallelo fosse ancora più forte di quanto notano i commentatori? Se nella vicenda di Cristo fosse stato crocifisso l’uomo sbagliato?

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Immaginate: Maria partorisce due bambini, uno visibile e umanoide, l’altro invisibile e più simile al padre. I due vivono insieme, viaggiano insieme, i prodigi attribuiti all’uomo vengono dall’invisibile gemello, e sulla croce finisce il primo, mentre il secondo continua a vivere sulla terra. Questo spiegherebbe moltissime cose e sarebbe coerente con l’assoluta ripugnanza degli gnostici per l’idea di un Cristo crocifisso. Persino secondo il Corano non fu il vero Cristo a salire sulla croce, ma un “fantasma” con lo stesso aspetto.

Continua.

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Lovecraft e la gnosi (uno spunto)

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Andrea Becherini e Giacomo Bencistà, eresiologi di chiara fama, hanno scritto Menzogna e persecuzione nell’Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft*. Il titolo è intimidente ma appropriato, perché in sintesi il saggio ipotizza che nel racconto ci siano, mascherate dalla patina della storia di genere, delle tracce di altre storie più complesse e problematiche, che hanno a che fare (anche) con un rito di purificazione.

NOTA: Diamo per scontato che i nostri lettori conoscano il racconto, magari in lingua originale. In caso contrario, gli ignari sono pregati di recarsi su altre pagine dedicate agli incolti e ai meccanici, che abbondano (le pagine, ma anche i meccanici) e forniscono ugualmente grandi soddisfazioni.

Per analizzare il saggio servirebbe un altro saggetto, e non è il caso. Qui ci limiteremo a commentare una delle possibili letture suggerite, quella latamente politica.

Come osservano i due autori, la famiglia Whateley (il nonno pazzo, la figlia albina, l’osceno nipote Wilbur) somiglia molto a una cellula di rivoluzionari. Attraverso lo studio di antichi libri, il nonno e il nipote vogliono provocare un cambiamento radicale dei rapporti sociali e anzi dell’umanità intera. L’albina Lavinia, un po’ debole di mente, non comprende molto della vicenda ma è necessaria per questioni pratiche, e una volta esaurito il suo compito sarà eliminata.

Contro i Whateley si schiera un piccolo gruppo di eruditi, che finisce per rappresentare una tradizione di tipo oligarchico, un gruppo di potere che si autolegittima in virtù della conoscenza, che disprezza le democrazia, cerca in ogni modo di impedire ai Whateley l’accesso ai libri proibiti e lotta per far fallire i loro piani.

Tra i due gruppi c’è la popolazione di Dunwich, ignorante e degenerata, disprezzata e in fin dei conti vera vittima di questo conflitto. In questa plebe, notano gli autori, c’è ancora qualche traccia di una conoscenza molto antica, che potrebbe teoricamente essere usata per cambiare la realtà. Tuttavia, gli eruditi mettono subito in chiaro che il popolo deve restare in disparte e affidarsi a loro. I cerchi di pietre sulle colline, cui il popolo attribuisce un non meglio precisato potere, vengono finemente interpretati dagli autori come un simbolo dei luoghi di discussione democratica, che però non deve essere permessa, perché la società deve restare com’è.

Cthulhu e Rivoluzione - Cover (front)

In questa interpretazione, attorno ai Whateley c’è un sistema di controllo ed oppressione costituito da animali (i cani che non li tollerano), da umani (i paesani che li guardano con sospetto e timore, gli eruditi che frustrano i loro piani), da entità misteriose (i caprimulghi che danno la caccia alle anime), e la stessa voce narrante del racconto mira sin dal principio a generare sospetto e a costruire una vera e propria persecuzione e demonizzazione dei rivoluzionari, trasformandoli letteralmente in mostri perché sia più agevole eliminarli.

E non vale dire, in senso contrario, che i Whateley dei mostri lo sono davvero, perché il racconto (quasi contro la volontà dell’autore) contiene dei segni mal censurati che sembrano dire anche il contrario: come se due o più idee inconciliabili si fossero fuse imperfettamente, consentendo al lettore avvertito di giocare col testo e ricavare da questo “mostro” una serie di letture divergenti.

Messe le cose in questo modo, viene da chiedersi se i Whateley, come tutti i marxisti, siano figli degli gnostici. Indubbiamente per questi adoratori degli dei esterni la vera realtà è rappresentata da Yog-Sothoth e dalla sua progenie, mentre il mondo materiale è una sorta di prigione e forse non esiste nemmeno. Ciò spiegherebbe tra l’altro la nonchalance con cui i Whateley progettano la distruzione dell’umanità e, per di più, anche di loro stessi. E’ chiaro che non attribuiscono nessun valore all’argilla.

Come per gli gnostici, i Whateley pensano di poter raggiungere la libertà attraverso la conoscenza, e specificamente la riscoperta di una conoscenza antica e disprezzata ma in effetti più vera di quella ufficiale (nel fumetto “Providence” Wilbur viene mostrato mentre gioca con dei tesseract, oggetti con più di tre dimensioni incomprensibili per gli uomini comuni e che la scienza ufficiale ha da poco scoperto. Il protagonista del “Richiamo di Cthulhu” teme proprio che la scienza si stia avvicinando ai misteri già risolti dagli antichi e che quando li avrà compresi giungeranno la follia e la fine. Rispetto agli uomini comuni i cultisti sarebbero quindi non dei degenerati ma dei precursori).

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Volendo, si può anche sostenere che i Whateley pensino di sé quel che pensavano gli gnostici, ossia di essere parti delle divinità esterne imprigionate sulla terra (Wilbur lo pensa certamente, visto che parla del “materiale esterno” contenuto in lui e della possibilità di essere “trasfigurato”). Gli dei che si accoppiano con umani degenerati ricordano ovviamente gli angeli della bibbia, che con donne umane fecero i nephilim o giganti, altra tradizione valorizzata dagli gnostici. I personaggi “positivi” di Lovecraft quindi sarebbero solo degli uomini materiali, mentre i cultisti sarebbero gli pneumatici (tranne nei casi, non rari, in cui gli uomini materiali scoprono con orrore e meraviglia di essere anche loro, per natura, figli degli dei, come nel racconto “Fuga da Innsmouth“).

Con un certo sforzo possiamo anche ritrovare in Lovecraft gli Arconti della tradizione gnostica, ossia i signori del Mondo materiale, servi del cattivo demiurgo: possiamo vederli sia nelle leggi fisiche del nostro piccolo mondo (che non sono le vere leggi universali), sia in creature soprannaturali come il misterioso dio Nodens, il signore del grande abisso, o nei suoi servi (i caprimulghi?).

Bisogna anche notare che nella tradizione gnostica c’è un salvatore, un emissario della divinità che viene a risvegliare gli pneumatici (e il suo messaggio è incomunicabile, perché la verità è già nei dormienti: si tratta solo, appunto, di svegliarli). In Lovecraft questo ruolo potrebbe essere di Nyarlatothep, il messaggero degli dei.

Il processo di identificazione cultisti-marxisti e cultisti-gnostici è andato molto avanti (e non è difficile in questo campo andare avanti), ma restano notevoli difficoltà. Come già notato da molti, nei racconti di Lovecraft la conoscenza finisce quasi sempre per sconvolgere la mente dei personaggi e quindi appare più una gnosi di distruzione che di salvezza. Questa critica, a dire la verità, è discutibile perché ignora l’ipotesi che sia proprio la pazzia a costituire la chiave per la liberazione.

Altro ostacolo è che per gli gnostici il vero dio è unico ed esiste una complessa gerarchia di Arconti, mentre in Lovecraft gli dei sono tanti e sembrano loro disposti in una sorta di ordine gerarchico (dei esterni, grandi antichi, razze superiori, razze inferiori etc).

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Inoltre Lovecraft non è affatto mistico, anzi è un materialista accanito e col passare del tempo trasformerà sempre di più le sue entità misteriose in veri e propri alieni e la loro magia in tecnologia (un destino che sembra toccare quasi sempre alla magia, come più volte notato).

Lovecraft, quindi, più che un inconsapevole gnostico appare un tecnognostico e persino un antenato dei transumanisti. Le ripugnanti, oscene trasformazioni dei suoi personaggi non rappresentano un passaggio dall’argilla terrestre al libero pneuma, destinato a rientrare nella pienezza, ma da una forma puramente materiale a un’altra altrettanto materiale, più materiale ancora si direbbe, e più avanzata. Il nostro mondo, quindi, è una piccola isola di reazione nell’oceano ribollente della trasformazione, protetto da piccoli e pigri dei locali e da piccoli uomini che capiscono della realtà solo quanto basta a impaurirli e a fargli chiudere gli occhi.

Continua.

* In genere la Fondazione rilutta a recensire libri scritti da membri, amici e conoscenti, sia per pavidità (se ne dici male appari scortese; se bene, compiacente), sia per un modesto tentativo di praticare l’equanimità in un settore in cui regnano il circoletto e la triangolazione recensoria. Quando però l’argomento è effettivamente interessante facciamo un’eccezione.

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Così, a capocchia, una poesia

Indirizzata da Spallanzani alla ex moglie, la copiamo senz’altro commento:

“Come l’agave decrepita e bambina
immatura come al primo giorno, la foglia dura, areolata di spine
pianta dei giardini chiusi, abituata al peggio
che irridi le erbe tenere e i patetici soffioni
e odi il pettegolare delle api, la bugia di primavere
che vanno, vengono, e tutti ci credono
tutti fioriscono come dei teatranti…
io amo il tuo frutto difficile che è raro
e amaro quanto la tua filosofia.”

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E si dimenticarono di se stessi

Raramente Spallanzani badava all’attualità, ma negli anni ’70 un insegnante non poteva sottrarsi all’odioso dibattito politico. Pare che un giorno il Nostro, quasi divagando, abbia raccontato la seguente favola, che un suo studente annotò e dimenticò, finché leggendo noi non si è svegliato:

“Nell’antico Egitto c’era un bue che tirava l’aratro. Il contadino gli dava appena il cibo necessario a farlo lavorare e se fosse costato di più l’avrebbe sostituito. Il grano figlio del Nilo era anche o forse solo figlio del bue, dell’usura dei suoi muscoli, del suo sangue. Di ciò gli Egizi erano oscuramente consapevoli, tanto da fare del bue un dio, mentre dire la stessa cosa di un uomo sarebbe stato delirio.

Anche se il bue e il contadino erano più o meno sullo stesso piano, a quanto pare nessuno si è mai messo in testa di adorare un contadino. Ciò non solo a livello statale, dove c’erano ovvi ostacoli legati al problema dell’autorità, ma neanche a livello familiare. Forse sembrava maleducato e inconcepibile adorare sé stessi e si rimediava col culto degli antenati, che erano pur sempre contadini.

L’adorazione dell’antenato contadino creatore di valore era convenientissima, innanzitutto perché era morto, e poi perché si poteva facilmente spostare l’attenzione dalla parola “contadino” ad “antenato”, rendendo sacro non il lavoro ma l’antichità: in questo modo la tradizione assorbiva tutto il rispetto e la riconoscenza istintivamente sentiti per il lavoro e il dolore degli uomini, senza che queste due parole venissero mai menzionate. La tradizione e l’autorità diventavano fonte del valore, mentre il lavoro restava la condanna dei poveri, dei vili e degli sciocchi.

Così il contadino egizio continuava a prendere a calci il suo sacro bue e ad adorare il suo sacro padre, che in vita l’aveva fatto lavorare come un bue, e questi sentimenti forti e contraddittori lo facevano lentamente impazzire per cui, onde evitare una depressione suicida, si schermava di ingenuo narcisismo.

Finché venne un uomo di stirpe ebraica che fece notare ai contadini il loro errore: il bue era solo un animale, disse, e aggiunse: “cos’è un bue in confronto alla mano che lo dirige?“. L’antenato era solo una figura del re. Tutto il valore veniva unicamente dal contadino. “Ricordate chi siete e chi state servendo”, disse il profeta barbuto, “abbattete le statue con la testa d’animale, impiccate i re. Innalzate nel tempio una statua a voi stessi, se proprio ci tenete”. In ciò il marxismo si sovrapponeva all’antica, nostalgica fede nella gnosi: il marxismo e lo gnosticismo dicevano entrambi a ciascuno “tu, sei Dio”.

Nel frattempo i buoi, dopo lunghe confabulazioni, erano arrivati alla conclusione che qualcuno li stava sfruttando. Tuttavia, essendo così miti e intelligenti, avevano anche capito che sterminare gli uomini sarebbe stato non solo difficilissimo, ma inutile. Il valore che per tanto tempo avevano rubato ai buoi era stato convertito in incomprensibili aggeggi di legno e di ferro, che i buoi non sapevano usare. Eliminare gli umani significava tornare allo stato di natura o, qualora qualche bue avesse compreso la loro tecnologia, riprodurne la società. Perché i buoi avevano intuito, patendolo sulla loro pelle, che l’unico modo per estrarre valore da un essere vivente é farlo soffrire, e loro non volevano.”

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Uccelli

Jurassic park è stato pubblicato nel 1990. Quattordici anni prima Stanislao Nievo aveva pubblicato un raccontino, “Il dodo“, in cui due scienziati giapponesi cercano di riportare in vita l’egregio columbide attraverso continui incroci, sul presupposto che il suo genoma sia ancora nascosto da qualche parte tra i suoi simili (tecnica effettivamente usata dai tedeschi con l’Uro). Sarebbe strano se questo curioso uccello non fosse tra i preferiti del Nostro, e infatti lo troviamo in un frammento di “Raccontalo alla cenere”:

“Nella mia produzione un giorno i critici e i clinici individueranno un topos legato agli uccelli, lo metteranno tra parentesi quadre… che poi è sempre lo stesso uccello, l’usignuolo divoratore dei secoli o la gazza (le gazze non cantano), la gazza color dei cremini… o la starna boreale, il ciucciovettolo, la pappagalla che canta terribile nelle terre lontane… il gallo che cantò sulla croce, l’ominoso richiamo dei gufi, il corvo che berciò nella memoria, il ciuigno, col suo honk honk trombettiere, il passero adocchiato da iddio o i trentasei uggelli che sono il simùrg  e bada all’uccel giuggiolo, terribilmente, terribilmente, io ti dirò: lo stupido merlo che chiama a distruzione e il pollo sultano, il più bello, il più simile, o il dodo, grigia immagine ossidente (il reverendo Dodgson si faceva chiamare Dodo – inabile al volo, si nutriva di frutti…), il dodo aveva un cattivo sapore, ma questo non l’ha mica salvato. Perciò bada se la vita tragica ti pare bella: “presi nella tagliola, tutti i colori sono simili a sciabole del sole / e a forbici del Dio Vivente”.

Il solitario di Rodriguez (difficile dire se sia più bello il nome volgare o quello scientifico: “pezophaps solitaria“) era molto simile al dodo e ha fatto la stessa fine, con l’aggravante che di lui ci resta un unico disegno in cui (definitivo oltraggio) appare quasi come un tacchino. Borges ritenne di discendere dal dodo ed effettivamente lo era, un dodo, un raphus cucullatus, come leggo dove non me l’aspetterei, “uccello lungo un metro, inabile al volo, si nutriva di frutti, nidificava a terra”, inabile al volo, è certo segno di rammollimento cerebrale quando frasi come queste ti risvegliano le lacrime, ma di che colore era il dodo? Il suo primo pittore, Savery, lo dipinse molte volte: “senza dubbio ne fu affascinato. Anche ossessionato. Inizialmente i dipinti erano accurati, ma non fu così per gli ultimi.” Ossessionato dal dodo, al punto da trasfigurarlo lavorando di memoria, e il suo piumaggio era color della cenere. Che assurdità… di questo uccello estinto non rimane neanche un esemplare imbalsamato e quasi tutti i dipinti dell’epoca sono fatti in base a descrizioni… era un columbiforme!

Al bar, sul tavolo, salì un colombo o forse meglio dire un piccione, poi ne salì un altro e dopo un po’ era pieno di piccioni che beccavano nelle ciotole degli aperitivi affondando le zampe rosa dentro i resti del caffè. Come il dodo non erano rosa ma color carne incenerita, un colore quasi rivoltante, zampettavano sui tovaglioli lasciando segni di forcone, facevano l’atto di aprire le ali, frup frup, tutti i tavoli erano vuoti e non c’era nessuno, la strada pareva scorrere sotto l’ombra degli obelischi e le piazze di cemento, restavano gli uccelli a entrare dalle finestre aperte e avventurarsi nei corridoi, le loro masse sgranate nel cielo come un disturbo, ma dove sono finiti tutti quanti? frup… sono sicuro che un minuto fa ero qui seduto con te, è stata la musica a far sparire le persone o forse gli uccelli, non c’è altra spiegazione, ne arrivano ancora, non vedo più di fronte ma dall’alto e tutta insieme la città sembra uno di quei promontori bianchi, porosi, dove gli uccelli si stringono a nidificare, ce ne sono migliaia… le vecchie pietre spariscono sotto i corpi grigiastri, teste mobili, occhi, gli sporchi piccioni che resistono alla bomba. Adesso sono tanti che non si muovono più, occupano tutto lo spazio, sotto i piccioni, in trasparenza, mi sembra di vedere una figura e il profilo dei tavoli delle sedie la strada con quelli che camminano sotto il velo dei piccioni e tutte le cose sono coperte da un velo che si agita e muove formato da ali, milioni, di becchi, di zampe, di occhi grigiastri, marroni, di ossa… che cosa?.. non sento e per toccarti dovrei allungare la mano attraverso di loro però resto fermo, ti chiedo scusa ma non riesco ad alzare le mani, forse tra un po’ gli uccelli se ne andranno e io potrò tornarmene a casa, non posso venire da te, casa tua sarà piena di piccioni, a quel piano… sai che mi piace scherzare. Mah, io non credo, sono solo un po’ stanco. Che ore saranno? Sento la musica e il sole, l’ombra dei palazzi, non riesco a capire se sono solo oppure no. Come tutti, in fondo io credo che l’universo sia solo un guscio per la mia anima: la chiamata dei piccioni è solo un’espressione del mio potere taumaturgico, una delle tante. Volendo potrei scrivere in cielo usando gli stormi di passeri, o risvegliare il dodo e se non lo faccio è solo perchè… povero dodo… meglio per te se non fossi mai nato.

il dodo aureo / noto prodotto commerciale
scivolando nello scarico / brillò una volta ancora
come fanno i carezzati propositi
mentre affondano nelle correnti”.

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Il gioco come lavoro

Ormai qualunque festività è accompagnata da polemiche sull’orario di apertura dei negozi, sui turni troppo lunghi, sulla distruzione del senso della festa (che però era iniziata molti anni fa) etc. Qualche tempo fa avevamo parlato del lavoro come gioco, ma forse quel che accade è l’inverso e molti segni indicano che le due aree si stanno sovrapponendo in modo tale che tra poco sarà impossibile distinguerle.

In un filmaccio del 1961, The Phantom Planet, il re alieno spiega che la loro società era arrivata al punto in cui tutto il lavoro veniva svolto dalle macchine e quindi le persone erano diventate pigre ed aggressive, da cui la decisione di tornare a un tipo di vita più primitivo. Il prigioniero terrestre risponde che anche la sua società ha il problema del troppo tempo libero. Come notò Spallanzani negli anni ’70 (copiando), in una società con troppo tempo libero gli hobby e le idiosincrasie si trasformano in ideali degenerati, che tendono a realizzarsi sotto forma di mito. Questa in un certo senso era la vulgata, ma c’è un processo opposto ancora più profondo e potente, che manipolando ideologie di destra e di sinistra sembra mirare all’assorbimento nel lavoro di qualsiasi attività umana. Invece di “Ne travaillez jamais” si dirà presto “lavorate senza intermissione“. Nella coscienza di molti il consumare è già da tempo un lavoro: comprare il cibo, cucinarlo, comprare abiti, lavarli, fare quattro passi per mantenersi in salute, guardare film per distrarsi e sfuggire alla depressione, sono tutte attività faticose che uno deve compiere solo per mantenersi in vita. E non dovrebbero pagarti per farlo?

Ci viene ripetuto tutti i giorni che fare la mamma è un lavoro; ma allora anche il padre, il figlio e forse anche lo spirito santo. E’ un lavoro fare il nonno, il nipote, l’avunculo, e a ben vedere anche fare il single. In generale, alzarsi la mattina dal letto è un lavoro.

La proposta di dare un reddito a ogni cittadino per il solo fatto che vive implica (o piuttosto svela) un’idea della vita come lavoro, fatica, compito svolto quasi controvoglia e anche (se non soprattutto) nell’interesse della società, cui lo stato deve quindi provvedere in qualche modo. Ogni cittadino diventa automaticamente un impiegato pubblico, sia che svolga un lavoro classico, sia che (più frequentemente) si limiti alla fatica di sopravvivere senza troppo nuocere al prossimo. Del resto gli indigenti che sono già a carico dello stato probabilmente costano di più adesso (indirettamente) di quanto si pagherebbe dandogli il reddito di cittadinanza, perché ora bisogna comunque sfamarli, vestirli, ricoverarli, e senza che essi debbano nemmeno andare a fare la spesa da soli. Dargli direttamente i soldi sarebbe quindi un risparmio e toglierebbe l’acqua a molte associazioni benefiche, del tutto dedite al bene (o per più preciso dire al male) di quegli uomini cui impongono una vita che è fatica. Né si può sostenere che i soldi dati così, senza altra ragione, potrebbero essere usati per comprare le sigarette o andare a puttane, perché anche questi cosiddetti svaghi in fondo sono più realisticamente dei compiti gravosi, cui gli uomini si sottopongono più che altro per non far di peggio.

Alla radio abbiamo sentito un programma sui senza tetto di Roma. Ne intervistavano uno che faceva osservazioni poetiche sui pappagalli, ormai stabilmente nidificanti nell’urbe. Raccontava poi la sua giornata composta da lunghi spostamenti in tram per raggiungere le varie organizzazioni caritatevoli che gli forniscono colazione, un posto dove lavarsi, vestiti, medicinali, pranzo, divertimento e cena. Non si lamentava troppo di essere costretto continuamente ad andare avanti e indietro (attività che ricorda anch’essa un lavoro). La sua storia, che in fondo è identica ad altre cento già sentite, consisteva in un primo periodo di sofferenza (dormire per strada, ammalarsi, perdere i denti) della durata di 6-12 mesi, a seconda. Apparentemente chi supera questo primo periodo di purgazione diventa poi un senzadimora riconosciuto, istituzionalizzato, laureato, si potrebbe dire, e può accedere a tutte le facilitazioni pagate con le tasse: la bocca gli viene sanata, i denti (con qualche difficoltà) sostituiti, la colazione elargita, il pranzo, apparecchiato: e in più di un luogo, così che ha la scelta e delle preferenze e finisce spesso in una parrocchia dove danno anche la frutta e il caffè.
Tutta la giornata è scandita da piccoli obblighi burocratici, piccole carte da portare avanti e indietro per accedere ai vari servizi, carte che vengono anche scambiate e vendute tra i senzadimora, i quali commerciano anche in sigarette, buoni di vario tipo, raccomandazioni, e così via.
Quando si riuniscono per mangiare la loro conversazione sembra lieve e piacevole: ci sono i soliti scherzi, i piccoli amori e litigi, esattamente come tra i bambini di un collegio, e anche le discussioni politiche, che non sono poi molto più assurdi di quelle tenute dalle persone istruite.
Dopo pranzo l’intervistato se ne va tutti i giorni al cinema, perché ci sono organizzazioni che offrono gratuitamente anche quello, e azzarda considerazioni estetiche sui film che descrivono il suo mondo, non diverse da quelle che farebbe un blogger. Dopo il cinema prende un altro autobus e poi un tram, per raggiungere il luogo della cena, che come per i bambini è fissata verso le sei. Dopodiché, terminata con soddisfazione la sua giornata lavorativa (come lui stesso la chiama con garbata ironia e inconsapevole esattezza) se ne va a dormire dove gli danno ricetto, non senza aver prima abbadato ai pappagalli del parco.

In verità tra senzadimora, immigrati, baby pensionati, assenteisti*, falsi invalidi e dipendenti infedeli, si direbbe che nel nostro paese il reddito di cittadinanza ci sia già. Ma tutte queste persone pagate per andare in bicicletta, giocare a ramino, fischiare alle donne, stanno semplicemente svolgendo il duro lavoro della vita. Senza di loro verrebbero meno molti sorrisi, e anche molte riviste specializzate. E non è lontano il giorno in cui bisognerà pagarli, obbligatoriamente e legalmente, anche per darsi il piacere solitario, perché aumentando la loro felicità si fa bene a tutto il corpo sociale e quindi conviene. In Svezia stanno cominciando.

Come osservava Daniele Gabrieli, i tempi sono maturi per un sindacato dei viventi. E noi gli rispondevamo che in pratica esiste già, è composto da vari gruppi che in genere si proclamano progressisti e spingono, di fatto, per un totale asservimento della vita alle esigenze e al benessere della fantomatica società, perchè CONVIENE. Al momento però non si sono ancora resi conto che dicono tutti la stessa cosa o comunque partono tutti dalla stessa mai dichiarata premessa.

Anche la ciclica discussione sull’eutanasia diventa più comprensibile se inquadrata nello schema (che punta a diventare dominante) della vita come lavoro usurante. Colui che riceve un reddito di cittadinanza in cambio della sua attività di autoassistenza (fare la spesa, mangiare, lavarsi, curarsi etc) deve avere anche il diritto di licenziarsi, il che nel caso specifico significa emigrare o morire. Lo stato quindi deve fornirgli le risorse per studiare e/o imparare un lavoro che andrà a fare all’estero, senza poter obiettare che in questo modo si sottrae ricchezza al paese quasi come esportando valuta. Inoltre lo stato deve apprestare cabine in cui l’aspirante ex cittadino possa togliersi la vita usando un’interfaccia molto semplice, alla portata anche degli ignoranti. Lo stato non può pretendere che il lavoratore spieghi le ragioni per cui vuole farla finita, e tanto meno che queste ragioni siano oggettivamente verificabili. Se la vita è un gravoso lavoro, e di certo lo è, visto che si viene pagati per farla, allora lasciarla è un diritto insindacabile e ovvio.

In effetti anche non alzarsi mai più dal letto è un lavoro, oppure lo si può considerare uno sciopero, che in fondo fa sempre parte del lavoro. Leggiamo su facebook: “Come è stato scritto da più parti, varie possono essere le pratiche alternative di sciopero per chi non svolge un lavoro retribuito, o riconosciuto come tale: vestirsi di nero e fuxia; non usare gli elettrodomestici; informare altre persone dello sciopero globale; astenersi dal lavoro domestico e di cura. A queste, vorrei aggiungere la possibilità di scioperare da Facebook, inteso come luogo di lavoro non retribuito, né riconosciuto – possibilità che vorrei declinare, tuttavia, maggiormente in chiave femminista, trans e queer.”

Come gli esperti dimostreranno, pensare che la semplice respirazione sia un lavoro alla lunga conviene. Ciò è frutto di un altro processo, non meno insidioso e anzi forse alla base di tutta la condizione moderna. La giustificazione morale dell’egoismo e un connesso, oscuro senso di colpa spiegano la tendenza, apparentemente contraddittoria, a sostenere posizioni ideologiche sulla base di una loro fantomatica convenienza: bisogna accogliere gli stranieri perché è giusto e alla lunga conviene; bisogna pagare il reddito di cittadinanza perché è giusto E ALLA LUNGA CONVIENE. Grazie a un foglio excell si dimostra facilmente che tutto ciò di cui siamo già convinti alla lunga conviene. E che ci convenga, alla fine ci conviene.

La magia si nasconde nei luoghi più impensati: siamo davanti all’unione mistica tra il denaro e il sangue. Bisogna che lo stato risucchi il denaro da dove ristagna e lo faccia arrivare a tutte le cellule, perché una rapida circolazione tiene in salute l’organismo sociale e lo fa sviluppare. Con più denaro le cellule hanno un ricambio più veloce, che significa più consumo e più produzione. Ma, irrorate sempre più spesso, le stesse cellule sono sottoposte a maggiore sforzo e cominciano a sentire la loro semplice vita come un lavoro. Però non chiedono di abbassare la pressione: tutt’altro. Vogliono più sangue, perché gli è stato insegnato che il sangue é vita. Così il cuore del grande animale batte sempre più in fretta e si dilata oscenamente.

  • Incidentalmente, il problema degli assenteisti in realtà non è che non lavorano, ma che lavorano. Prendono lo stipendio ma per deprecabile accanimento svolgono un altro lavoro, creando concorrenza sleale. Sarebbe facile risolvere il problema tagliandogli, ad esempio, le mani, in modo che possano dedicarsi completamente al lavoro di vivere.
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Cristo in Atlantide

Pare che a Gerusalemme ci sia ancora il tracciato della via seguita da Cristo per andarsi ad appendere. La chiamano la via dolorosa e in origine aveva sette stazioni, ma

“nel XVI secolo furono portate a 14, per soddisfare le esigenze dei pellegrini medievali, che in Europa avevano già adottato la Via Crucis più lunga”.

Già.

Ora devi sapere, allodola delle desolazioni, che in ebraico tutte le parole si pronunciano un po’ come sul pianeta Dune, fonte della spezia. La spezia, come la crocifissione, serve ad espandere la coscienza e permette ai navigatori della Gilda di annullare lo spazio. E in mezzo alle dune, oltre il deserto, si trova l’Atlantide. Come dice Diodoro Siculo:

“per i più sportivi, che vogliono vivere il Sudafrica in modo diverso, non c’è niente di meglio della discesa mozzafiato dalle dune di Atlantis”.

Mozzafiato davvero. Io, per me, sono stato in Atlantide: le voci di una sua completa distruzione sono largamente esagerate. Vi giunsi insieme a un amico masticando la spezia. Ricordo benissimo il cielo azzurro cianuro; da quando l’ho visto, ogni azzurro per me è quel colore.

Quando ciò avvenne, quando io e Joe Protagora finimmo in Atlantide, io ero in preda alla disperazione, perché portavo nel petto una scheggia di ferro. In verità tutte le cellule viventi hanno dentro una molecola, la citocromo-c oxidasi, che a sua volta ha proprio in mezzo, proprio nel suo centro, un atomo di ferro. Duole, ma serve alla respirazione.

Il cianuro invece si lega con i metalli, con l’oro e con il ferro, perciò viene usato per sciogliere l’oro dai metalli vili e le anime dalla carne. Si spruzzava il cianuro sui rottami estratti e ne colava l’oro. Si spruzzava anche sugli ebrei. L’oro degli ebrei. Dalle vasche di lisciviazione colava l’oro insieme a un composto più leggero, ma pur sempre materiale: la loro anima materiale.

Ma non voglio parlarti di disgrazie lontane e collettive, poiana delle mie spoglie. Ti dirò invece che in quell’epoca, sotto il sole dell’Atlantide, nell’aria velenosa, la scheggia che avevo dentro si sciolse e fluì nel vento. Sentii le mucose bruciare e una grande
ansietà, mentre il petto si tendeva attorno alla ghianda del pensiero. Pensai “asfissia” e pensai:

“anche sulla croce si muore di asfissia”.

E’ dolorosa la via che porta all’Atlantide. Oltre le dune non c’è il palazzo di dio ma una voragine. Nell’Atlantide è difficile arrizzare e ad ogni passo dalla terra si levano le ceneri in nubi a forma di occhio e di mano, ma non oscurano mai il sole spietato e come tutto in Atlantide vanno a rovescio, contro i venti; tòrte come colonne, limpide e cupe, alte, come
il terrore.

Ottusa vampa del mio desiderio, per liberarti dalla scheggia di ferro devi smettere di respirare. Puoi tenerti la scheggia e respirare o venire in Atlantide, a tua scelta. Il viaggio non costa nulla e non è pericoloso: quando svieni, anche l’effetto della spezia finisce: allora ti risvegli da solo nella stanza. Il segreto è prolungare la via crucis, da sette ad otto stazioni e poi, con l’allenamento, a nove e poi, poi… per la gioia dei pellegrini.

Ma bada che la spezia è rara e che mai nessuno, nemmeno Giesu Gristo è mai arrivato oltre la quattordicesima stazione. Dicono che oltre la quattordicesima stazione ci sia Arrakis, il pianeta Dune, e l’acqua della Vita.

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La metà di zero

Avevamo letto qualche recensione entusiastica dell’ultimo libro di Eco, “Numero Zero”, entusiastica fino alla piaggeria, ma essendo questo un vizio comune dei giornalisti ciò non significava per forza che fosse un libro da quattro soldi. Il pubblico non sembrava aver apprezzato granché, ma nemmeno questo è un segnale affidabile. Ci piangeva il cuore di spendere soldi per un libro che intuivamo essere un’altra riciclata dell’Umberto, ma per fortuna ne abbiamo trovato una copia sulle bancarelle per due euro. Pensiamo che stavolta Eco si sia superato, riuscendo a riciclare più o meno metà del (breve) testo.

Il nucleo della storia è una ricostruzione complottista della sorte di Mussolini e non l’abbiamo trovata già scritta in altre opere dell’Umberto consultabili in rete. Il resto è una sorta di manuale di come non si fa un giornale ed è quasi completamente ripreso da vecchie “bustine”. A nostro sommesso avviso il libro è modesto e il legame tra due parti abbastanza debole. La parte sentimentale poi è insignificante. Forse sarebbe stato meglio pubblicare solo la parte mussolinesca, la migliore, ma evidentemente così non si raggiungeva il numero minimo di pagine per chiamarlo romanzo.

Una lista parziale delle autocitazioni e autoplagi:

  • il protagonista dice che non si è laureato per via del fatto che aveva imparato il tedesco. Nel Pendolo di Foucault Jacopo Belbo dice a Casaubon “Ai miei tempi chi sapeva il tedesco non si laureava più. Passava la vita a sapere il tedesco”.
  • Simei nota che i giornali riportano le notizie che la televisione ha già dato la sera prima. La considerazione, del resto banalissima, era formulata con parole simili anche in una Bustina di Minerva.
  • lo stretto vicolo dello Chat-qui-peche viene menzionato nel Cimitero di Praga.
  • il discorso sull’uso delle virgolette per trasformare opinioni in fatti, del resto banalissimo, era già contenuto in “Sette anni di desiderio“.
  • l’esempio di smentita di Preciso Smentuccia a pag. 60 sembra uscito dal Diario Minimo, e infatti è proprio uscito da , pressochè testuale.
  • il gioco di parole su “l’amico dei semplici” a pag. 65 riprende un passo del Nome della Rosa in cui Adso riflette sul rapporto tra “semplici” come sostanze farmaceutiche e “semplici” come “popolo”.
  • Le domande assurde di pag. 66 vengono da una Bustina di Minerva (p. 331).
  • Il discorso sulle misure del pene dei giovani a pag. 71 viene da altra bustina.
  • La storia dei vari ordini di Malta a pag. 72 viene dal Secondo Diario Minimo, “Come diventare cavaliere di Malta“. Anche la faccenda di Santa Maria in Betlemme era già stata usata e ricordata in altri scritti.
  • l’episodio del “ti voglio bene anche se sei stupido”, p.85, viene dal Pendolo.
  • la via Fiori Chiari (p.91), sede di un noto casino, è così presente nella memoria del nostro che la troviamo menzionata sin da “Come si fa una tesi di laurea“.
  • il discorso sui telefonini (p.95) viene dal Secondo diario minimo e se ben ricordiamo era già il riciclaggio di un pezzo della “Bustina”
  • la critica del chiedere scusa e la battuta di Abilene (p.100) vengono dalla Bustina, così come le frasi fatte invertite. Il riciclaggio in questo caso è parzialmente segnalato, perchè un personaggio dice di averne trovate “alcune” in un libretto uscito qualche mese prima.
  • i calzini del magistrato, pag. 130, sono la rielaborazione di un’altra bustina, mentre l’osservazione che i dossier segreti contengono in genere notizie note a tutti (p.132) si trova sia nel Pendolo che nel Cimitero.
  • la circonlocuzione per “cazzo” (p. 140) viene testualmente dalla Bustina “Come dire parolacce in società”, raccolta a pag. 103.
  • l’interpretazione degli annunci personali (p. 147) è un’altra Bustina, la “lega degli onesti” (p. 164) era già stata ricordata su Repubblica.
  • l’osservazione per cui le notizie non serve inventarle, basta riciclarle (p.189), è riciclata (con lo stesso esempio delle Idi di marzo) da una Bustina più o meno coeva al romanzo.

E’ possibilissimo che l’autore abbia volutamente riciclato tutta questa roba per dimostrare qualcosa e non per semplici motivi pratici. Il problema è che forse è una cosa già troppo dimostrata. Però forse ci sbagliamo, visto che nessuno sembra essersene accorto.

P.S.

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Una faza una raza

Gira la favola per cui Einstein, richiesto di che razza fosse, abbia risposto: “Conosco una sola razza, quella umana“. Il fatterello è palesemente falso, come nel caso di Gandhi, e molti l’hanno già notato, aggiungendo che curiosamente questa bugia gira solo in Italia (in realtà si sta diffondendo anche in America). Ma qual è la fonte?

Nel 1892, proprio riguardo alla questione ebraica, Jean Jaurés aveva scritto: “C’est qu’au fond, il n’y a qu’une seule race: l’humanité“. La frase è famosissima e nel 1931 John Heartfield rappresentava una versione del principio più adatta alla lotta di classe: “Bianchi o neri – uniti nella lotta! Conosciamo una sola razza, riconosciamo un solo nemico – la classe sfruttatrice“. Probabilmente da queste radici viene un’altra frase, scritta nel 1959 da Cheikh Anta Diop, che auspicava un futuro improntato alla pace ed al “senso di appartenenza ad un’unica razza: quella umana” (“L’unité culturelle de l’Afrique noire”). Tra Diop e Einstein esiste un collegamento, perché Diop studiò fisica nucleare e tradusse parte della “Teoria della Relatività” nella sua lingua nativa, il wolof. In qualche modo la frase è finita anche nei discorsi di Sai Baba e viene riportata come “there is only one race – the race of mankind“. In almeno un caso viene citata subito dopo una frase attribuita ad Einstein.

L’aneddoto che gira in Italia però non riproduce solo l’idea, che ormai può considerarsi un luogo comune, ma aggiunge una cornice per dare verosimiglianza. Racconta quindi che nel 1933 Einstein arriva in America e all’ufficio immigrazione gli impiegati gli chiedono di che razza è. In verità, quando era arrivato in Inghilterra si era dichiarato svizzero, ma a parte questo, dalla nostra ricerca risulta che la leggenda comincia a girare su internet verso il 2000 e in un romanzo del 2000 di Pontiggia, “Nati due volte“, a pagina 41 c’è questa frase: “Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”, non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera“.

La ricerca sembra conclusa.

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Altri echi

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Da qualche tempo nutriamo un astio meschino nei confronti di Umberto Eco e ogni volta che leggiamo qualcosa di suo andiamo a controllare se è roba autoriciclata, il che risulta vero nel 90% dei casi. Ciò dipende sia dal fatto che il professore aveva effettivamente un approccio alla scrittura da giudizioso massaio e non buttava via nulla, sia dal culto sciocco che lo circonda e che spinge a pubblicare ogni fottuta cosa che ha scritto, ed è chiaro che se di ognuno di noi si pubblicassero fino anche le liste della spesa verrebbero fuori infinite ripetizioni. Oggi ci capita sotto gli occhi un raccontino talmudico che Eco dedicò a Paolo De Benedetti, ovviamente raccolto e pubblicato, e che non è altro se non l’esatta ripetizione di una frase dell’Isola del Giorno Prima (o viceversa).

Nel riciclarsi l’Umberto non muta il testo di una virgola e parte pure con un “Per finire, trovo nel Talmud“, dando la finta impressione che sia una trouvaglia del momento, un ghiotto bocconcino appena sfornato e non il regalo di natale restituito e rimpaccottato. Non pago, termina con il pensoso “Io non so che cosa significhi questa storia, ma la trovo molto bella“, che di nuova mira a mostrare il testo di fresco steso, dipinge il vivo ponzare del lettore circa il ricordo dell’amico, e invece è anch’esso solo una copia conforme del testo originale, che poi “originale” non si sa che significhi.

Certo con l’uso dei computer in letteratura (di cui Eco va senza dire ha scritto) sono venuti meno anche quegli errori del copista che forse costituiscono il genuino spirito della creazione. I ricicli di Eco sono perfetti, senza sbavature, persino spavaldi, nella piena consapevolezza che quasi nessuno legge e quindi nessuno nota, ma dicono anche del travaglio di quest’uomo, costretto dai tempi ad esprimersi per iscritto su qualsiasi sciocchezza e in ogni occasione, così di fatto obbligandolo all’auto saccheggio per schivare la pazzia.

Comunque, può anche darsi che l’elogio di De Benedetti preceda l’Isola o che siano entrambi la ripetizione testuale di qualche altro scritto dell’ottimo e alacre criceto, il che certamente scopriremo a breve, quando l’intero pacco di scritti pubblici, privati e privatissimi sarà ripubblicato in forma di gigantesca strenna natalizia, per gli occhi di nessuno.

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Gli anni luce

La scoperta di nuovi pianeti extrasolari, oltre a sollecitare finanziamenti, risveglia l’antica discussione sui messaggi da altri mondi, anche nella versione romantica (dove nel frattempo quei mondi sono scomparsi). Il bel libro “Distanze” di Marcel Thiry racconta la stessa storia: grazie alla latenza del servizio postale un uomo continua a ricevere lettere dalla figlia che sa già morta. Anche Spallanzani tentò di giocare con le lettere ma la sua storia più ambiziosa rimase un abbozzo incomprensibile e comunque conteneva un elemento fantastico che la rende meno efficace di quella di Thiry.

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Un’arte

(Non ricordiamo se abbiamo già scritto queste cose).

Per quanto sia sempre stata un’attività privata e minore, le traduzioni approssimative  del Nostro meritano una piccola nota. Alla sua versione di questa modesta poesiola l’Elia premette:

“I napoletani dicono “ha fatto un’arte!” per “un continuo”, “ha fatto sempre la stessa cosa”, come ad esempio il malato che delira: di lui dicono che per tutta la notte “ha fatto un’arte!”. Chissà da cosa viene questa forma. Come se la ripetizione, anche quando è necessitata, avesse per forza in sè qualcosa di teatrale. Non si può credere che tutto questo continuo lamentarsi o piangere o ridere o vaneggiare o chiamare e ripetere  sia vero, non si può credere e non si può pensare: dev’essere, o comunque appare,

un’arte

L’arte di dimenticare si impara in fretta;
le cose sembrano possedute da una brama
di andare perdute, quindi vedi? è normale,

perdi una cosa al giorno – seccante, ma si accetta
di perdere le chiavi, o un’ora inutilmente.
Perché l’arte di dimenticare si impara in fretta.

Dunque allenati, perdi di più, più rapidamente;
luoghi e nomi, perfino dove stavi
andando, a fare cosa. Non fa niente,

l’orologio di mio padre e guarda qua: è andata
l’ultima (o la penultima?) di tre case che amavo:
l’arte di dimenticare è alla mia portata.

Ho perso due città, le amabili, ed i più vasti
regni dove regnavo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, però: non fa niente.

E anche perdere te (la voce sorridente, un gesto tuo
che amo), non riuscirò a evitarlo. Ma così è scritto
che l’arte di dimenticare si impara come niente
anche quando sembra (scrivilo), sembra…

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Dal Profondo

Il malloppetto di carte intitolato “I Volatori”, da cui abbiamo tratto il racconto del Ladro, contiene anche molti altri frammenti. Probabilmente Letizia e lo zio pensavano a un “ciclo del Prodondo, che è la loro versione del classico dungeon. Ogni racconto doveva riguardare un personaggio (nel senso tecnico di personaggio di gdr) e quindi ci sono abbozzi di storie dell’Amazzone, dell’Elfo, del Mezzo Troll e persino una del Pooka. L’unico testo che raggiunge un grado sufficiente di sviluppo però è quello del Guerriero, che è anche (apparentemente) l’ultimo della serie e allo stesso tempo il primo ad essere stato scritto e la matrice di tutti gli altri.

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Le mille cose che un ragazzo può fare

Bisogna pur finirla con questa storia! L’ultimo capitolo.

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Aspettati l’inaspettato

La Storia indugia sull’abisso. Ma non è questo il proprio di ogni storia? Chissà. Comunque dovevamo per forza scrivere qualcosa per introdurre il sesto capitolo de “I Volatori”.

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