Sul Mondo come Volontà e Rappresentazione

Ci siamo decisi a leggere questo libro per averlo sentito più volte citare da Borges. In realtà dubitiamo che il terribile vecchio l’abbia letto davvero tutto, forse avrà letto qualcosa dei supplementi (che sono più accessibili, ma anche più ripetitivi). Si tratta comunque di un libro notevolissimo, a partire dalla mole (1736 pagine, la nostra edizione economica), che in teoria si potrebbe riassumere in poche parole, essendo tutto basato su un unico concetto, e però questo concetto viene applicato a tutti i settori dell’esistenza, con esiti talvolta straordinari o ridicoli. Come sarebbe ridicolo voler parlare seriamente di un libro oggetto di infiniti studi, per cui ci limiteremo ad annotare alcune delle cose più curiose, anche per venire incontro ai gusti del popolo.

[Sull’architettura: basata su armonia tra carico e sostegno]
“Un chiaro esempio di carico senza sostegno ci viene offerto dai bovindi, che sporgono dagli angoli di certe case costruite con il buon gusto dello stile “moderno”. Non si vede che cosa li sostenga: sembrano fluttuare nell’aria e rendono inquieto l’animo”. (p. 1276)

[Su certe riforme sociali di facile applicazione]
“In molti paesi, compresa la Germania meridionale, le donne hanno la brutta abitudine di portare sul capo dei carichi spesso molto pesanti. Ciò non può non avere un effetto dannoso sul cervello, che perciò va gradualmente deteriorandosi nelle donne del popolo: e, visto che gli uomini prendono il cervello dalle donne, l’intero popolo diventa sempre più stupido, cosa che per molti popoli non è proprio necessaria. Se si abolisse quest’abitudine, la quantità di intelligenza media aumenterebbe automaticamente e questo provocherebbe senz’altro un grandissimo aumento della ricchezza nazionale” (p. 1427).

[Quasi Proust]
“Se abbiamo riconosciuto nella vista il senso dell’intelletto e nell’udito quello della ragione, potremmo definire l’odorato il senso della memoria, poiché esso, più di ogni altra cosa, sa rievocare immediatamente, anche dal passato più lontano, l’impressione specifica di un avvenimento o di una località” (p. 775).

[Importante]
“La grammatica sta alla logica come il vestito sta al corpo. Non dovrebbero questi concetti supremi, senza la cui applicazione non potrebbe darsi alcun pensiero, consistere nei concetti che a causa della loro generalità sovrabbondante non trovano espressione in singole parole, ma in intere classi di parole? Conformemente a ciò, non si dovrebbe cercare la loro denominazione non nel lessico ma nella grammatica? Non dovrebbero essere in ultima analisi quelle distinzioni di concetti grazie alle quali la parola che le esprime è o un sostantivo, o un aggettivo, o un verbo, o un avverbio, o altra particella, in breve le partes orationis?” (p. 660)

[Amico di Kant, ma più della verità]
“Nella critica del giudizio teleologico è possibile, data la semplicità della materia, riconoscere forse meglio che in qualsiasi altra parte il raro talento che Kant possiede di rigirare un pensiero di qua di là e di esprimerlo in diverse maniere, sino a che ne esce un libro” (p. 728).

[Sulla lingua]
“Impoverire una lingua di una parola significa impoverire il pensiero della nazione che la parla di un concetto. […] Chi è incapace di nuovi pensieri vuole per lo meno immettere sul mercato nuove parole […]. In questa attività i più spudorati sono i giornalisti che costituiscono un grave pericolo per la lingua, poiché i loro fogli, vista la trivialità del contenuto, hanno un pubblico molto largo, anzi un pubblico che di solito non legge nient’altro. […] Sarebbe umiliante che le trasformazioni linguistiche avessero origine dal genere letterario più basso.” (p. 896).

[Sulla funzione della barba]
“Quanto alla sua causa finale presumo sia la seguente: il mutamento patognomico, ossia quella rapida trasformazione dei tratti del volto che tradisce ogni intimo moto dell’animo, è visibile soprattutto sulla bocca e vicino ad essa; per sottrarre allo sguardo indagatore della controparte questa trasformazione, spesso pericolosa nel corso di trattative o nel caso di eventi improvvisi, la natura ha dato all’uomo la barba. La donna invece ha potuto farne a meno, perché in lei la dissimulazione e l’autocontrollo (countenence) sono innati” (p. 1176).

[Ancora più importante]
“Soltanto gli avvenimenti interiori, in quanto riguardano la volontà,  hanno vera realtà e sono eventi reali: la volontà sola infatti è la cosa in sé. […] La molteplicità è fenomeno e gli avvenimenti esteriori sono mere configurazioni del mondo fenomenico, che hanno perciò realtà e significato non direttamente, bensì solo indirettamente, grazie al loro rapporto con la volontà dei singoli individui. […] Ciò che la storia racconta è di fatto soltanto il lungo sogno, greve e confuso dell’umanità” (p. 1317).

[Sui vantaggi della pederastia]
(siccome Aristotele ha detto che l’uomo troppo giovane e quello anziano fanno figli mal riusciti, e siccome lo scopo della natura è quello di avere la razza più forte possibile, allora) il vizio preso in esame, mentre sembra operare a danno delle finalità della natura, e precisamente in ciò che per quest’ultima è più importante e più caro, in realtà è proprio al servizio di queste finalità, anche se solo indirettamente […]” (p. 1478).

[Sull’impossibilità degli ufo]
“Non abbiamo nessun motivo per ritenere che esistano intelligenze ancora più perfette di quella umana. (Essa) è già sufficiente per fornire alla volontà quella conoscenza, in virtù della quale essa nega e sopprime se stessa: così sparisce l’individualità e, conseguentemente, l’intelligenza, che è un mero strumento di natura individuale e quindi animale” (p. 1535).

[Sulla cosa in sé]
(da dove viene il male? Cosa sarei, se non fossi volontà di vivere?). La conoscenza di tutte queste cose è impossibile non solo per noi, ma anche in generale, cosicché non la si otterrà mai e da nessuna parte; quei rapporti sono insondabili non soltanto relativamente, ma anche in assoluto; non solo nessuno li conosce, ma essi sono inconoscibili anche in sé, in quanto non entrano nella forma della conoscenza in generale (questo corrisponde a ciò che Scoto Eriugena dice de mirabili divina ignorantia, qua Deus non intelligit quid ipse sit, lib. II). Difatti la conoscibilità in generale […] appartiene al puro fenomeno, non all’essenza in sé delle cose” (p. 1577).

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Parla il Fondatore

E così siamo giunti all’ultimo capitolo del libretto, dove l’immarcescibile Fondatore prende finalmente la parola e tutto diventa chiaro, o definitivamente oscuro.

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Una specie di mosdro

Cosa c’entra Elia Spallanzani con uno dei più famosi gruppi metal del mondo? Sono le tipiche domande che uno si fa quando è pasquetta e insolitamente fuori piove e fischia la bufera. L’incredibile risposta la danno Wendy Rattlelance e Francesca Garello nel penultimo frammento del benemerito libro.

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uno solo é il Fignore

1-2: In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.
3-4: Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
5-7: Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede“». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non tentare il Signore Dio tuo”».
8-11: Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”». Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

Matteo 4,1-11

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Ancora sul lavoro come gioco

Come accennato, Freud (e Marcuse) pensano che la civiltà è nata dalla repressione degli istinti e in particolare di quello sessuale, che è stato deviato e incanalato nel lavoro. Per Freud questa è una necessità assoluta, quindi la società non può che essere repressiva e l’individuo moderamente infelice, mentre per Marcuse è solo una caratteristica di un certo tipo di società. Secondo lui la repressione potrebbe diventare irrazionale, perché l’evoluzione tecnologica permette di liberarsi dal lavoro. Gli individui, però, hanno talmente assorbito i principi repressivi (e “della prestazione”) che non si accorgono nemmeno di questa possibilità e continuano a figurarsi il lavoro come un valore e una forma di realizzazione. La società, dal canto suo, cerca di rendere il lavoro meno afflittivo o più attraente, ma siccome è (allo stato) fondata sulla repressione, questa concessione non è una vera libertà, ma solo un modo di rendere le catene meno evidenti e quindi, in definitiva, di perfezionare la repressione. Per Marcuse la libertà non può essere concessa, ma deve essere conquistata con una sorta di rivoluzione, che porterebbe al ripudio del lavoro in favore del gioco. Gli istinti repressi potrebbero così liberarsi e maturare in forme meno distruttive: al posto della soddisfazione immediata, anche attraverso la violenza, l’uomo potrebbe imparare a cercare l’Eros più calmo e stabile, che prolunghi ed amplifichi la soddisfazione.

Marcuse sottolinea più volte il valore del gioco e dell’immaginazione, che con lui è diventata una parola d’ordine del ’68. Tuttavia, il suo mondo in cui le macchine fanno il lavoro e la popolazione si dedica all’arte e alla bellezza può sembrare una parodia del paradiso marxista. Marcuse ha probabilmente ragione quando dice che i post-freudiani hanno tradito la valenza generale delle teorie del loro maestro, limitandosi a profili terapeutici e rafforzando, di fatto, la funzione consolatoria della psicanalisi, e quindi, in definitiva, la repressività della società. Tuttavia sembra ignorare che il gioco non è un’attività poi tanto semplice o definita. Secondo Callois, il gioco è composto da 4 fattori, che sono la competizione, il caso, l’impersonazione (mimicry) e la vertigine. Callois nota che il gioco cambia insieme alla società e che le componenti emotive sono frequenti nei bambini e nei popoli primitivi, mentre gli adulti e i civilizzati fanno giochi basati sulla competizione e il caso. Il gioco, pur restando fine a sè stesso, comincia a somigliare molto a un lavoro, che è basato più o meno sugli stessi elementi. Quindi il gioco è stato per così dire “contaminato” da elementi repressivi, e probabilmente il lavoro è stato influenzato da elementi fortemente emotivi (vi rientra, in parte, anche la c.d. gamification).

Inoltre è accaduto un fatto singolare, e cioè che mentre la società si è effettivamente orientata verso una minore rilevanza del lavoro, le persone ne hanno fatto ancora di più un valore e un obiettivo. Ciò ha creato una serie di contraddizioni inestricabili. I giovani, in particolare, pretendono un lavoro simile a un gioco, che sia creativo, sempre nuovo, che gli dia insomma la vertigine oltre alla soddisfazione economica, e di fatto svolgono come un gioco molte attività (come tenere un blog o aggiornare facebook) che costano fatica e che per qualcuno hanno un valore economico. D’altro canto, una buona fetta della popolazione di fatto produce poco o nulla (pensiamo a buona parte della pubblica amministrazione) e si trastulla con quella che sembra una versione malata del gioco, cioè la burocrazia. Non si può negare che l’esercizio della funzione pubblica appaia spesso una sorta di gioco fine a sè stesso, con le sue migliaia di leggi in contrasto l’una con l’altra, le infinite circolari, la passione per i bizantinismi. Lo stesso avviene nelle imprese di grandi dimensioni. Quindi ci troviamo in una situazione in cui metà della popolazione non lavora, ma in due modi distinti: i giovani perché esclusi, e in ogni caso perché aspirano a un lavoro che tale non è, e i vecchi perché hanno ottenuto il lavoro che non dovrebbe esistere, ossia quello improduttivo. Ma che sia improduttivo non vuol dire che sia libero, perché il lavoro rimane, a parole, un valore, e quindi nessuno ammette che sta giocando, innanzitutto con sè stesso.

E nel frattempo che ne è stato dell’amore? Sul piano emotivo, sembra che sia accaduto esattamente il contrario di ciò che si auspicava Marcuse: la liberazione degli istinti, quando c’è stata, è praticamente autorizzata dalla società, e tutte le forme di sentimento duraturo sembrano declinare in favore della soddisfazione istantanea. Le strutture “repressive” del matrimonio e della filiazione stanno crollando da anni, eppure solo pochi individui sembrano trarne vantaggio: o perchè sono più forti, o perchè sono culturalmente in grado di accedere a forme più libere di sentimento (o presunte tali): parliamo ad es. dei “poliamanti” o di altre comunità formate su principi di amore non esclusivo.

In definitiva, anche se venisse un mondo basato sul gioco, nulla può escludere che si tratti di un gioco crudele e competitivo quanto e più di quello economico. Certo ci sarebbero le macchine a fare tutto il lavoro e a garantire la soddisfazione dei bisogni primari, ma non sembra che questa soddisfazione abbia mai evitato il dolore e la nevrosi: che si spostano in altri campi. La grande, terribile delusione forse non è che il ’68 non ha mancato i suoi obiettivi, ma che li ha parzialmente raggiunti: ed erano obiettivi basati su un ottimismo francamente idiota.

La competizione è più furba della rivoluzione, si potrebbe dire, e si nasconde, si camuffa, fino a penetrare tutti i settori della vita, compresi quelli che sembravano ancora legati al semplice principio del piacere. Oltre al lavoro alienato avremo un gioco alienato, e oltre a una morale repressiva, una concorrenziale.

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Ancora su 1984

In “Eros e civiltà” (1955) Marcuse scrive:

“Quanto più è vicina la possibilità reale di liberare l’individuo dalle costrizioni giustificate a suo tempo dalla penuria e dall’immaturitá, tanto più grande diventa il bisogno di mantenere e di organizzare razionalmente queste costrizioni per evitare che l’ordine del potere istituito si dissolva. La civiltà deve difendersi contro lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero. Se la società non può usare la propria produttività sempre crescente per ridurre la repressione (poiché un tale uso sconvolgerebbe la gerarchia dello status quo), la produttività deve venir rivolta contro l’individuo, diventa essa stessa uno strumento di controllo universale.”

La tesi è molto simile a quella contenuta in “Teoria e prassi del collettivismo oligarchico” di “1984”. Quando un sistema comincia a produrre abbastanza ricchezza da rendere fattibile l’uguaglianza, proprio allora l’oligarchia al potere ha il massimo interesse ad impedire che ciò accada e che possa verificarsi qualche cambiamento.

Per molti versi, Eros e civilità potrebbe essere il tratto di unione tra 1984, che lo precede, e il Capitale Monopolistico, che lo segue. Inoltre Marcuse nel commentare Freud conferma che nella società moderna l’istinto sessuale viene ingabbiato e represso per essere incanalato nel lavoro, e che da questo processo nasce una forma di sadismo, cioè piú o meno la stessa cosa che la ragazza di 1984 dice a Wilson: che tutta la frenesia e la ferocia del partito è solo sesso marcito.

Quindi diventa abbastanza chiaro che 1984 é in parte basato su Freud, anche perché l’ideologo della rivoluzione (che poi non esiste) é un ebreo. Il fatto è che 1984 non è un libro sul comunismo, come molti pensano, ma descrive un mondo in cui l’istinto di morte ha preso il sopravvento: e perciò, nonostante le differenze superficiali, in fondo somiglia tanto al nostro.

La società di 1984 sembra proprio una riedizione della tribù di fratelli immaginata da Freud, che dopo aver ucciso e deificato il padre procede a spartirsi i beni e le femmine. Solo che questa tribù ha trovato il modo di rendere la situazione permanente: i “medi” domineranno per sempre il partito esterno e i prolet grazie alla tecnica e alla soppressione dell’istinto sessuale, che fungeva da rimescolatore sociale. Il fatto che la nostra società sia invece molto liberale in tema di sesso non è, in fin dei conti, troppo significativa. La sessualità può essere inibita o più semplicemente deformata, ma il risultato è probabilmente lo stesso. Del resto, anche Marcuse osserva che “la libertà sessuale non contrasta con un conformismo vantaggioso” e quindi non è per forza sinonimo di ribellione. Molti anni dopo Houellebecq osserverà che la libertà sessuale è solo un nuovo campo di competizione economica, quindi invece di liberare l’uomo ribadisce le sue catene.

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La solitudine è amore

 In “1984” (del ’48) c’è un altro libro, intitolato “Teoria e prassi del collettivismo oligarchico“, che è una sorta di manuale della resistenza al Grande Fratello e spiega come è nato. L’autore (il presunto ebreo cattivo) nota una cosa rilevantissima, ossia che la dittatura nasce proprio quando ci sono i mezzi per fornire più benessere a tutti gli uomini: e appunto per questo. In altre parole, quando un sistema comincia a produrre abbastanza ricchezza da rendere fattibile l’uguaglianza, proprio allora l’oligarchia al potere ha il massimo interesse ad impedire che ciò accada e che possa verificarsi qualche cambiamento. Il problema allora diventa come distruggere la ricchezza, perché non venga distribuita. Il metodo più semplice è la guerra, che aiuta anche a mantenere pressochè inalterati i rapporti tra gli stati e tra le classi sociali all’interno degli stati. Per questo la guerra è pace: lo è alla lettera, non ironicamente, né paradossalmente.

Nemmeno vent’anni dopo, nel ’66, Baran e Sweezy pubblicano “Il capitale monopolistico – saggio sulla struttura economica e sociale americana“, che per molti versi somiglia a teoria e prassi del collettivismo etc, anche nel titolo (ma forse gli autori non se ne accorsero). Il libro sostiene che il capitalismo reale ha ormai ben poco a che fare con la concorrenza e le teorie nate alla fine del diciannovesimo secolo. Il mercato è dominato da mega società che operano in regime di oligopolio e così riescono a fare enormi profitti, tant’è che il loro vero problema non è come fare i soldi, ma come reinvestirli. Siccome non ci sono sbocchi per investire il capitale, che cresce più rapidamente di qualunque domanda, il sistema del capitalismo monopolistico è sempre caratterizzato dal sotto utilizzo delle risorse e del personale, che porta inevitabilmente a crisi come quella del 1929. L’unica soluzione è alimentare la domanda attraverso la pubblicità, creando bisogni illusori, o aumentare la spesa militare, che incidentalmente serve anche a contrastare il pericolo comunista.

L’America, quindi, può soltanto distruggere ricchezza a un ritmo sempre più rapido, peggiorando di fatto la qualità della vita dei suoi cittadini (che è anche più o lo meno lo stesso punto di partenza di Heinlein). Esattamente come in 1984, anche per B&S è proprio il fatto che si può produrre un’enorme ricchezza a implicare che bisogna bruciarla, per non farla uscire dal giro dei plutocrati. La massa non deve mai poter arricchire realmente: deve solo avere l’impressione di farlo, comprando ogni anno merci “nuove” che sono sempre più scadenti e pagando lautamente il costo della pubblicità. L’oligarchia al potere infatti non ha interesse a favorire l’elevazione delle classi lavoratrici, tranne per quei pochi elementi eccezionalmente dotati che servono a rinsanguare la classe dominante e che vengono selezionati attraverso le borse di studio. Questo piccolo “ascensore sociale” è funzionale alla conservazione dell’oligarchia ma appare un favore fatto ai poveri e un atto di giustizia, per cui raggiunge perfettamente il doppio scopo di danneggiare i poveri illudendoli del contrario: come in generale tutto il sistema capitalistico.

Il vero potere, inoltre, ha tutto l’interesse a creare sistemi che bilancino il potere del parlamento e del governo. Questo perchè la democrazia ha il grave difetto di permettere, in teoria, che una maggioranza di disgraziati finisca per comandare. Quindi è necessario che esistano dei contrappesi per rendere difficile o impossibile il funzionamento del sistema democratico. Ne conseguen che la dottrina della divisione dei poteri, sempre considerata una conquista progressisita, di fatto è solo l’ennesimo stratagemma che mira a garantire l’immodificabilità del dominio oligarchico.

Fino a quersto punto le somiglianze tra il noto libro di B&S e il finto libro di Orwell sono notevoli. Si potrebbe obiettare però che in 1984 non comandano i ricchi, ma i “medi”, e cioè “burocrati, scienziati, tecnici, sindacalisti, pubblicisti, sociologi, insegnanti, giornalisti e politici di professione”, più o meno come avviene nella realtà italiana. Tuttavia, anche nel capitale monopolistico di fatto chi comanda non sono i miliardari ma le grandi società, che sono controllate da tecnici (avvocati, commercialisti, pubblicitari, ingegneri). Anche se guadagnano molto, i manager non sono i plutocrati di una volta e per molti versi si avvicinano alla classe dei “medi” di 1984. L’unica vera differenza tra il mondo di 1984 e quello di Baran e Sweezy è che il capitalismo oligarchico è più subdolo e furbo del grande fratello e non utilizza quasi mai la violenza, quantomeno all’interno: non ne ha nessun bisogno perchè dispone di mezzi più sofisticati ed efficienti.

Ad esempio, la propaganda del grande fratello può salutare con gioia il fatto che la razione di zucchero sia stata portata a 10 grammi al giorno, mentre prima era 15; invece la pubblicità di B&S può convincerti che una certa birra è migliore perchè viene venduta in bottiglie sterilizzate, il che, però, accade per tutte le birre. Il primo messaggio è palesemente falso, fa violenza alla ragione, mentre il secondo ti prende senza che tu te ne accorga. Il grande fratello modifica il passato, mentre il capitale lo affoga in un mare di informazioni irrilevanti, ma il risultato è praticamente lo stesso. Inoltre come il grande fratello distrugge persino il linguaggio facendo diventare ortodosse delle affermazioni paradossali, così la pubblicità finisce per rendere insignificanti la maggior parte delle parole, perchè ad esempio predica l’esclusività di prodotti di massa.

Colpisce quanto sia affascinante questa visione sostanzialmente paranoica, quanto suoni ragionevole. Guardando dalla prospettiva di questi due libri, moltissime cose assurde cominciano a trovare una spiegazione e diventano quasi ovvie: la grande potenza dei due libri è farti dire “ah… allora è così… volevano mettermelo in culo, mi dicevano la democrazia, la cosa… e invece…“, per cui soddisfa due grandi esigenze, che sono 1 quella di capire le cose e 2 quella di capire una cosa diversa da ciò che capiscono gli altri, perchè gli altri sono, per definizione, degli imbecilli, e comunque non capiscono niente.

Soddisfano quindi non solo la ragione, ma anche la vanità. Chi legge questi libri può riesaminare tutta la storia dell’umanità utilizzando gli stessi criteri e tirarne fuori un’altra storia, che sembra altrettanto chiara e coerente, Anzi, più coerente. Non si può negare che abbiano una potenza esplicativa persino eccessiva, come molte strutture paranoiche.

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A Noi Vivi

A parte che siamo effettivamente vivi, il titolo è anche quello di uno strano libro di Robert Heinlein, For Us, the Living, scritto nel 1938 e rimasto inedito fino al 2004, che sotto la patina della storia fantascientifica è in realtà una specie di programma utopico di riforma sociale. Il protagonista ha un incidente d’auto nel 1939 e muore, però si risveglia nel 2086 e scopre che l’America è diventata un paese felice, dove non esiste povertà e la gente lavora per diletto. Gran parte del testo consiste nella spiegazione di un principio così riassumibile: tutto quello che è possibile fisicamente è possibile anche finanziariamente, se tutti lo vogliono.

Nel suo ingenuo delirio grillesco-tecnocratico, Heinlein sostiene che il problema della povertà (nel 1939 l’America non era ancora uscita dalla grande depressione) dipende dal fatto che la gente non ha abbastanza denaro per comprare i beni prodotti, e quindi l’unica soluzione è che lo stato stampi denaro per distribuirlo. Per Heinlein i soldi sono solo un mezzo per scambiare i beni, quindi funzionano più o meno come il sangue di un essere vivente: se non circola tutto il sangue necessario, l’organismo deperisce e muore. Il problema è che le persone tendono ad accumulare il denaro e ciò riduce il flusso, innescando una spirale che conduce alla sovrapproduzione e alla povertà.

Per illustrare la sua tesi (che poi non è sua) Heinlein ricorre anche ad un gioco, che è molto interessante e che esponiamo in appendice*. Il gioco somiglia in realtà allo schema di circolazione dei fisiocratici, ma è un po’ più complesso e rende effettivamente più chiaro il concetto di denaro come flusso sanguigno. Heinlein inoltre contesta il potere delle banche di prestare denaro che fisicamente non possiedono, perchè l’unico soggetto capace di creare moneta dev’essere lo stato, però dedica poca attenzione al problema dell’inflazione, limitandosi e a dire che in fondo il valore intrinseco del denaro è già scomparso quando si è abbandonata la parità con l’oro, e che comunque se lo stato continua ad accettare il denaro che stampa vuol dire che quello mantiene un valore. Secondo Henlein per evitare l’inflazione basta stabilire che qualunque cittadino può in ogni momento convertire il suo denaro non in oro, ma in beni che lo stato si impegna a vendergli o a produrre.

Nel libro si parla anche un po’ di Marx, ma sembra abbastanza chiaro che Heinlein non l’ha mai letto, o almeno che non ha capito nemmeno i punti basilari della sua teoria. Sostiene infatti che Marx sbaglia nell’identificare il valore con il lavoro perché è ovvio che un babbeo può consumare molto lavoro per produrre un bene di scarso valore, mentre una persona in gamba lo farà con meno sforzo. Gli è quindi sfuggito che Marx non si riferisce al lavoro di ogni singolo individuo, ma al lavoro medio sociale.

C’è anche da dire che il libro, come romanzo, non vale un fico secco, perché lo spunto narrativo è solo un espediente per esporre la teoria. L’autore stesso doveva esserne consapevole: e quantomeno ne furono consapevoli gli editori, che si rifiutarono accanitamente di pubblicarlo. Tranne che per la parte sul gioco, è un libro sciocco e noioso, che non si fa mancare la consueta visione di un futuro sessualmente molto più libero, in cui le forti emozioni sono considerate un segno di atavismo (da cui la prevedibile rieducazione del protagonista). C’è anche qualche traccia di involontaria ironia: la società perfetta di Henlein, infatti, pratica l’eugenetica e “scoraggia” la riproduzione degli inadatti con quelle che definisce “blande sanzioni”, tipo il confino.

Quindi era già abbastanza chiaro dove sarebbe finita l’utopia.

* Il Giochino di Heinlein per mostrare il funzionamento dell’economia è un modello rozzo e in parte sbagliato, ma lo riportiamo lo stesso (semplificandolo ancora) con delle simpatiche illustrazioni.

Mettiamo che tu lettore sei un imprenditore, hai una famiglia, vuoi produrre, allora vai da un banchiere che ti presta 100 talleri al 10% di interesse (di fatto il banchiere quei soldi non li ha realmente, ma tralasciamo questo problema).

banchie

Con 4 talleri affitti un terreno, con 4 compri un brevetto, con 8 talleri costruisci la fabbrica, con altri 8 paghi i materiali per la fabbrica.

fabbrica

Adesso hai la fabbrica, ma devi produrre. Quindi con altri 30 talleri compri le materie prime necessarie e con 44 talleri paghi gli operai.

produci

Ti restano solo 2 talleri ma lavori e ottieni via via 63 unità di merce (fingiamo che sia qualunque merce possibile). Hai calcolato che per mantenere te e la tua famiglia hai bisogno di 8 talleri di profitto, quindi sommando tutte le spese e il profitto decidi che devi vendere ogni merce a 2 talleri. Ma chi compra la tua merce? Beh, tutti. Gli operai, il proprietario terriero, l’inventore del brevetto, i proprietari di materie prime. Se fai i conti, scopri che puoi vendere 49 unità di merce per 98 talleri, e ti restano ancora 14 unità da vendere.

comprano

Ora hai di nuovo 100 talleri e ti restano 14 merci, però devi pagare le tasse (10 talleri). Con i soldi lo stato paga i suoi funzionari (4 talleri), compra materie prime (4 talleri) e compra anche merci da te (2 talleri). I funzionari e i produttori di materie prime, a loro volta, comprano altra merce da te.

stato

Adesso paghi gli interessi sul debito (10 talleri), e il banchiere e la sua famiglia comprano merce da te (ti danno 2 talleri per una merce). Inoltre paghi a te stesso 8 talleri, il tuo profitto, che dai a tua moglie, che li spende per comprare merci (da te).

testesso

A questo punto il ciclo economico si è concluso e ti ritrovi con 92 talleri e 4 unità di merce. Però devi restituire il prestito! e sono 100 talleri. Come fai?

amused

In teoria le tue merci valgono 8 talleri, che più 92 fanno 100, ma il banchiere non vuole le tue merci, vuole solo i suoi soldi. L’unica cosa da fare è chiedere un altro prestito, che sarà di 108 talleri, così con 8 ripaghi il debito e hai di nuovo 100 talleri. Il problema è che adesso tu sai che se produci di nuovo 63 unità di merce 4 resteranno invendute, quindi deduci che il mercato ne chiede solo 59, e tu puoi farne solo 55, perché 4 le hai già. Quindi riduci la produzione e se fai calcoli scopri che le merci ti costano 64,7 talleri, che sono anche le paghe dei compratori, per cui loro potranno comprare solo 32 unità, contro le 37 del turno precedente.

Quindi in definitiva hai ridotto la produzione e però ti trovi ancora con merce in esubero, e devi restituire anche un interesse più alto (10,8 contro 10). Continuando il gioco il processo si ripete e si aggrava: produci di meno, licenzi la gente, eppure ti resta sempre più merce sul groppone, e sempre più debito.
Ma qual è il problema? a prima vista, si direbbe che la colpa è del banchiere, perchè se non ci fosse l’interesse potresti andare avanti. Ma anche il banchiere ha diritto a un profitto. Il punto infatti non è che l’interesse è alto, ma che non viene speso per comprare merce.

Noterai che in questo gioco tutti spendono tutto il loro denaro per comprare merci, tranne il banchiere: ma di fatto nella realtà non è lui l’unico risparmiatore: tutti risparmiano, quindi tutti sono colpevoli di sottrarre denaro alla ruota dell’economia, che è come togliere acqua al mulino. In teoria questo denaro risparmiato prima o poi tornerà nel ciclo economico, e però bisogna considerare che in periodi di crisi (innestata dal risparmio) la gente non spende e non investe, ma cerca di risparmiare, quindi il vortice si autoalimenta (o autoaffama).

C’è una soluzione? Lo stato, a quanto pare, deve sostenere la domanda, ma può farlo solo in due modi: stampando denaro o prendendolo in prestito. Il prestito ovviamente non fa altro che tamponare, perché il processo si ripeterà. Stampare denaro però è problematico, perchè gli economisti si lamentano dell’inflazione. Per Heinlein l’unica soluzione è stampare moneta, e per tenere fermo il suo valore lo stato deve obbligarsi a cambiarla in una certa quantità di merci. Insomma, alla parità con l’oro si sostituisce una parità con frutta, verdura e ogni altra merce, in quantità stabilite.

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Il regno contraffatto

Scherzando si dice la verità, ma alla lunga accade anche il contrario, e la verità passa per gioco. Tutto viene trasformato in spettacolo, però non è detto che diventi impotente. Ma il teatro può andare al potere? O ci è già andato? E in tal caso la rivolta è un dramma nel dramma? Sono domande un po’ speciose e perciò meritano la nostra massima attenzione, quindi ecco a voi l’ennesimo stralcio del nostro libercolo, uscito stavolta dalle manine di Tony Esca, detto anche il Ventura, che non ha bisogno di ulteriori presentazioni.

P.S.: in ogni caso, come diceva l’Elia: fortunate le epoche in cui il potere teme ancora le parole.

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La grande scienza incontra la Fondazione

Avete anche voi l’impressione che questi sedicenti scienziati passino il tempo a pettinare i bosoni approfittando dei lauti finanziamenti statali? Che insomma siano una ca$ta di farfugliatori e mangiapane a tradimento, con la scusa della ricerca? Sì? Beh, non avete sempre ragione: ecco un caso in cui scienza e grande letteratura vanno a braccetto: parliamo del celeberrimo articoletto spallanzaniano sulla fisica dei gialli e dell’incomparabile commento dell’amplissimo prufissori A. Giammanco. Che cosa aspettate a fingere di averli capiti? E a comprare il maledetto libro??

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