Stima inattesa

POOPAZ4-1POOPAZ4-2pupaz4,3pupaz4,4

https://eliaspallanzanivive.wordpress.com/2018/10/05/98-percento/pupaz4,6pupaz4,7pupaz4,8

pupaz4,9

Annunci
Pubblicato in fumetti | 1 commento

Vita da bar

Statistiche dimostrano che 9 italiani su 10 non formano le loro “idee politiche” in base a quanto appreso da giornali, televisioni o socialnetuorchi, ma elaborando commenti estemporanei sentiti al bar da tizi sconosciuti. Mentre aspettano il loro “caffè normale” o fanno la fila alla cassa, gli italiani sentono spezzoni del tipo “ci vorrebbe il reddito per tutti” o “‘sti negri di merda sono ovunque” o “il futuro è nel meticciato” e la loro poderosa mente politica si attiva, ricavandone interi sistemi. Lo sconosciuto del bar è il vero vettore di qualsiasi rivoluzione sociale e infatti molti sospettano che sia sempre lo stesso tizio che gira. A questo punto il dubbio è solo MA KI LO PAGHA?

L’affidabilità del tizio del bar è suprema. La banca centrale dice che non ci sono soldi? Cazzate. I soldi ci sono, basta far pagare le tasse! Della banca centrale si può dubitare, mentre lo sconosciuto del bar l’hai visto, l’hai sentito CON LE TUE ORECCHIE e quindi non può essere falso. Il tizio del bar è la voce della tua coscienza, dice quello che tu già pensi e non sei nemmeno costretto ad ammettere che te l’ha detto lui perché tanto chi cazzo lo conosce? Infatti tu trovi istintivamente intollerabile l’idea che ciò che pensi non sia un’idea tua ma venga dall’esterno, magari da un FORESTIERO. Il tizio del bar risolve il problema e tu puoi andartene alle poste a riscuotere la pensione di tua nonna morta nel ’95 pensando “i soldi ci sono, diocristo ci sono! basta far pagare le tasse!”.

I politici questa cosa la sanno da sempre, perché l’hanno sentita dire da uno sconosciuto al bar. E infatti quelli di successo replicano l’esperienza e in televisione parlano esattamente come il tizio del bar. Ogni volta che vi trovate daccordone con ciò che dice il politico di successo immaginate di stare con lui al bar e vedrete che la sua immagine e quella dello sconosciuto mentore coincidono perfettamente.

L’equivalente femminile dello sconosciuto del bar è la signora della fila al supermercato. La vostra fidanzata non riesce a far fiorire l’orchidea e voi da botanici le avete spiegato che dipende dal vaso? Ebbene lei non vi ascolterà, ma utilizzerà il sangue di pollo perché GLIEL’HA DETTO UNA IN FILA AL SUPERMERCATO. Possono morire quattrocento orchidee, che voi pagate sei euro l’una da Ikea, ma la vostra fidanzata continuerà a versarci sopra il sangue di pollo o la merda di piccione perché GLIELO HA DETTO UNA MENTRE ERA IN FILA AL SUPERMERCATO. Potete anche fare un mutuo per ingaggiare Piero Angela affinché spieghi con dei disegnini che le orchidee non tollerano ristagni idrici e quindi ci vuole un altro vaso MA LA VOSTRA FIDANZATA CONTINUERÀ A METTERCI L’ACQUA MICELLARE PERCHÉ GLIELO HA SPIEGATO BENE UNA SCONOSCIUTA, PROBABILMENTE DROGATA, MENTRE ERANO IN FILA ALLA CASSA DEL SUPERMERCATO.

Notate che nessun uomo darebbe retta a quello che gli ha detto una sconosciuta in fila al supermercato, nemmeno se fosse la più lampante ovvietà. D’altro canto nessuna donna avrà mai fede in ciò che sente dire dallo sconosciuto del bar. E’ chiaro che la trasmissione e l’irrimediabile attecchimento delle idee sociopolitiche tramite sconosciuto in fila avviene solo a condizione che quel turpe individuo ti somigli, almeno a livello generale.

Una dimostrazione plastica di quel diciamo sta nel film “il medico della mutua”. La madre di Sordi gira per i bar inscenando una conversazione in cui magnifica le doti del dottor Terzilli. Ovviamente il pubblico degli avventori ci crede. E come potrebbe dubitare di una cazzata sentita da uno sconosciuto al bar? Sarebbe veramente la fine del mondo. Se non possiamo più nemmeno affidare la nostra salute e la nostra vita a un cialtrone perché ne abbiamo sentito parlare bene DA UNO SCONOSCIUTO AL BAR, allora di che possiamo fidarci? Tanto varrebbe farla finita tagliandoci la gola.

E fateci caso: in questi anni di declino, quali sono le uniche attività che si moltiplicano? I bar. Se gli alieni volessero conquistarci gli basterebbe mandare qualche migliaio dei loro travestiti da sconosciuti del bar a dire casualmente “eh ma con gli alieni si starebbe meglio” oppure “vi ricordate E.T. che brava persona?” e sarebbe fatta!

Molti in preda all’angoscia ci chiedono “ma allora che dobbiamo fare, evitare il bar?”. No amici, se ne accorgerebbero subito e presto sareste spacciati. Invece dovete andarci e fare orecchie da mercanti, attività in cui del resto eccellete. E soprattutto non dovete mai, MAI contestare razionalmente le scemenze che sentite, perché le rafforzereste. La tattica migliore è accennare un sorrisino di compatimento, come a dire “perdonate mio zio, si piscia anche addosso”, perché l’italiano medio disprezza dal profondo del cuore i deboli e i compatibili.

Se il PD vuole riprendersi, l’unico sistema è sguinzagliare i suoi adepti nei bar. E una volta era così, in qualsiasi bar c’erano sempre il vecchio nostalgico del fascio e il vecchio comunista. Poi invece i piddini si sono fatti corrompere dai democristiani, che per abitudine si sedevano davanti al bar tacendo per ore, onde palesare più chiaramente la loro natura di inamovibile camorra. Ma così facendo il pd ha lasciato campo libero agli sconosciuti del bar indipendenti, quelli che bofonchiavano senza una chiara matrice ideologica, ed ecco i risultati.

Una volta il vero militante di sinistra la sera non andava al bar, andava in sezione. Col benessere piovuto dal cielo, negli anni ’70 cominciò ad andare anche al bar, e infatti in quegli anni la sinistra rischiò quasi di diventare maggioranza. Accorgendosi del problema, i democristiani cominciarono a mettere nei bar flipper e videogiochi, che uccidevano la conversazione o almeno la dirottavano su temi meno pericolosi. Presa la mano, i governi sempre più avidi pensarono di poterci anche guadagnare qualcosa inserendo le slot. Da allora il bar è diventato una fabbrica di ludopati nemici del governo ladro. Dietro il grillino c’è quasi sempre un’adolescenza passata nel bar tra frastornanti “dio cantante” e “mannaggia il governo”. E ci si stupisce che ora ci mandano ancora più a fondo.

Il bar è come facebook, non c’è tempo per un’opinione articolata e prosperano solo le banalità o le novità, cioè le banalità di cui la gente non ha più memoria. Qualsiasi movimento nasca in un bar, o su facebook, è strutturalmente una vecchia cazzata tel quel o ridipinta, c’è poco da fare. Uno magari ha fatto degli sforzi per non stare al bar, perché queste cose SI SANNO, DIO SANTO, e poi si ritrova il bar tutto intorno, senza nemmeno aver appreso le necessarie tecniche di sopravvivenza.

L’inesperto della vita da bar si vede subito: sente una cazzata e corre compunto a criticarla attirandosi solo gli sberleffi dei presenti. È arrivato lo scienziato. Uè professò stamattina l’università era chiusa? È arrivato il poeta. Parli tu perché tieni i soldi. E simili. Col pubblico del bar, solo un perfetto imbecille si lancerebbe in spiegazioni. Il pubblico del bar, o di facebook, va blandito o divertito. La critica deve essere sempre sprezzante, fulminante, ad personam, disonesta, possibilmente in dialetto perché più spontanea e comprensibile. Insomma deve essere la classica critica che farebbe l’italiano medio, o in alternativa un semplice “ma vai a cagare”, però detto bene, coi tempi giusti. Il vai a cagare, in bocca all’esperto di discussioni da bar, è più potente e persuasivo di qualsiasi analisi demolitoria. Non rispettare queste regole significa perdere in partenza.

Se notate, l’unico leader della sinistra che è riuscito a prendere un po’ di voti nuovi è stato Renzi, che parlava come al bar. Fanfaronate, battute sprezzanti, un occhio alla cameriera che dimostra virilità, semplificazioni che offenderebbero un ragazzo di dodici anni ma che sul pubblico del bar funzionano di sicuro. E poi l’hanno buttato al sudicio, ma questo è normale perché il beniamino del bar dopo qualche anno diventa sempre l’infame del bar, è fisiologico. L’errore è stato non preparare in tempo un altro beniamino, credere di poter fare il fenomeno in eterno. Ma l’esperto di vita da bar sa che il pubblico è volubile. Riesce a dominarlo proprio perché è stupido e volubile, quindi sa che prima o poi gli tirerà un calcione. Ma le colpe di Renzi sono poca cosa in confronto alla cretineria dei suoi detrattori, che gli contestano l’unica mossa intelligente che ha fatto, e cioè parlare come al bar mentre è in un bar. Loro avrebbero preferito che parlasse come o’ prufessore.

P.S.

 

P.P.S. Conversazione da bar appena sentita (è tutto vero):
Tizio1: “ma sto Reggeni che cazzo è andato a fare in Eggitto, con tutti i guai che già ci stanno in Italia!”
Tizio2: “no ma pure io vado in Eggitto, però ci vado coll’associazione pellegrini”
Tizio1: “bravo”
Tizio2: “quelli sono così potenti, ma così potenti… che nessuno ti tocca!”
Tizio1: “BRAVO!”
Tizio2: “perchè se invece fai il turista fai da te, vedi che ti succede!”
Noi: “ma quello non stava facendo il turista”
Tizio1: “E ALLORA CHE CAZZO E’ ANDATO A FARE ALL’EGGITTO?”
Diffusa approvazione, pacche sulla spalla, gente che quasi si soffoca dal ridere. Tizio1 vince ancora.

P.P.S. I troll russi, i giornali morenti, gli haters… alla fine non sono loro a creare le false notizie, è gente senza fantasia. Semplicemente vanno al bar, ascoltano due cazzate e le mettono in rete. Le notizie false nascono nei bar e quelle più pericolose e potenti sono implicite. Nessuno le esprime mai compiutamente, ma taciute stanno alla base di tutte le discorse. Ad es., nessuno dice mai “Regeni, sfaccendato cercaguai, è stato ucciso in Egitto perché si è allontanato dal gruppone di turisti andando in una zona pericolosa, chissà a buscar che…”. Nessuno lo dice, ma loro l’hanno capita così, e tutte le loro osservazioni partono da qui. Non si sa come ma la radice è questa, e rimane sotto, così che anche se tagli qualche ramo poi ributta da sotto, uguale a prima.

 

Pubblicato in atrocità, illuminati | 1 commento

98 percento


nostro2

98sost









porcot2





incidente2

ET ORA LA FONDAZIONE E’ LIETA DI PRESENTARE
LA PRIMA POONTATA DI UN FOOMETTO CHE
POTREBBE SCONVOLGERE LA INTERNET
MA ANCHE NO!

CHI SONO QUESTI PUPAZZI?
DI CHE STANNO PARLANDO?
PERCHE’ E’ TUTTO FATTO CON WORD E PAINT?
MA SOPRATTUTTO
COME SI CHIAMA QUESTO FOOMETTO? 
E DOVE POTETE COMPRARLO?
CONTINUATE A SEGUITARCI
E PRESTO TUTTO SARA’ CHIARO. 

Pubblicato in fumetti | 8 commenti

La Smorfia degli Antichi

Con Cthulhu hanno fatto praticamente tutto, dai pelusci ai crossover con “Tre uomini in barca”. Perché non accodarci al brulichio di vermi sul grande cadavere di HPL con una Smorfia degli Antichi?

Hai fatto sogni indefiniti e terribili, da cui spirava un vento cosmico di agghiacciante nichilismo? E allora che aspetti a giocarti i numeri? Segui fiducioso la nostra chiave:

“Rovine megalitiche dalle geometrie non euclidee” fa 30. Se euclidee, ritenta.

“Tentacolo” fa 9. Se tiene una caffettiera, 11.

“Rivelazione blasfema” fa 51.

“Le gambe di Nyarlathotep”, 7.

“Orrore indicibile” fa 47. Se parla, 48.

“Ratti nel muro”, 15.

“Il dio cieco e idiota che blatera bestemmie al centro dell’universo” fa 90, ma se l’hai visto ormai sei perduto.

“Ghoul che mangia cadaveri in un abisso impuro” fa 71, ma se lo vedi in foto fa 18.

“Accoppiamenti innominabili e contro natura sotto la luna lebbrosa” fa 68. Senza la luna 40, ma allora come hai fatto a vederli, eh?

“Pigolio diabolico di flauti ricavati da ossa di donne scostumate seguaci dell’antica Cibele” fa 3.

“Andreotti redivivo ed eternamente bloccato in un glitch” fa 98.

Etc.

Pubblicato in atrocità, lovecraft | Lascia un commento

La Fondazione in gita

Ci muoviamo raramente e solo se costretti, ma siamo stati un paio di giorni a Roma per un concerto. In mancanza di meglio, di seguito riportiamo le nostre annotazioni di questo straordinario evento (il nostro muoverci, no il concerto).

30.07.18.20.33 La Fondazione sta per onorare Bjork della sua presenza. C’è un odore nell’aria come di erbe da arrosto e il cielo è nuvolo, l’aria afosa. Ricordiamo Bjork più di venticinque anni fa quando ci apparve vestita tutta di giallo, giovanissima, deliziosa. Ora sarà un po’ muffa anche lei.

30.07.18.21.17 Bjork é comparsa sul palco con una sorta di accappatoio da pugile coperto di lustrini e con una maschera, accompagnata da sei flautiste/zampognare del paese suo. Il telo alle sue spalle su cui venivano proiettati i video copriva la signorilità delle antiche rovine. Piante di plastica gonfiabili completavano il grottesco della scena.

palco

30.07.18.23.00 Pensavamo che prima o poi Bjork si sarebbe tolta il cappotto di pagliette e la maschera e invece no, li ha portati fino alla fine, e siccome difficilmente andremo più a un suo concerto abbiamo perso l’unica occasione di vederla in viso. In compenso ha fatto quasi solo le canzoni dell’ultimo disco, benché fosse chiaro che il pubblico smaniava solo per le due o tre vecchie riproposte con l’accompagnamento delle zampognare artiche. Il concerto è stato anche piuttosto breve e subito dopo abbiamo sentito musica provenire dal retro del palco perché Bjork e i suoi amici si stavano facendo una festicciola privata a spese nostre. Considerando quanto abbiamo pagato i biglietti, se non fosse stato per qualcosa nella sua voce che comunque ci affascina avremmo dovuto solo buttare una bomba sul palco.

automa

30.07.18.23.41 Bisogna ancora dire che Bjork ha un modo molto buffo e sgraziato di muoversi, come un bambino goffo, e che la sua pronuncia dell’inglese è altrettanto buffa, con le erre arrotate e le “g” che suonano “ch”. Sembrava quasi di sentir parlare i tedeschi delle barzellette. Questi tratti infantili contrastano con la sua indubbia furbizia. E’ profondamente innaturale e costruita e probabilmente molto più sofisticata di quanto vuol far credere col suo messaggio ecologista. I suoi ultimi pezzi, che abbiamo sentito ieri per la prima volta, sono meno ascoltabili dei vecchi, i testi sono monotoni e la musica spesso dissonante. Si intuisce che a lei piace qualcosa di ancora meno melodico.

bjork

31.07.18.09.01 La Fondazione costeggia ieratica la piramide di Cestio, che gli indigeni pronunciano “geesdio”, e che naturalmente apre al pubblico solo il primo e terzo sabato dei mesi dispari del calendario lunare, per non disturbare il sonno dei custodi ed affinché i turisti non mettano su boria. Come R’lyeh, i monumenti di Roma appaiono solo se le stelle sono giuste, ma per la dimora di Cthulhu almeno non si paga er bjetto.

31.07.18.10.20 San Giovanni in Leterano è reso irraggiungibile da una coda di diecimila ragazzini col cappello a falda floscia, tutti foresti: todeschi, frangesi, incresi, austriani e mericani, ogni gruppo con la sua bandiera e il cappelletto di un colore diverso. Risaliamo quindi via Merulana fino a Santa Maria Maggiore, dove c’è un’altra fila di centinaia e centinaia di giovani devoti incappellettati. Masticando una bestemmia ci incamminiamo verso piazza della Repubblica.

31.07.18.10.59 Sull’autobusse, chiediamo a una donnetta se arriva alla stazione di Trastevere e ci risponde gaddescamente: “si è che lei volete annà a la stazione, le conviene che scennete a’prossima e pijate er 154 sbarato. Sbarato! Capimose bene!”. Al che interviene un’altra: “signò ma che dite? Stammatina l’ho aspettato mezz’ora ma quello gnente, nun viene… nun vié più!”. E una terza: “io vo’o dico perché coi mezzi ce cammino, dovete da prenne er 780 fino a ostiense…”. “A ostiense?”, esclama la prima, col tono di chi ha sentito una cazzata diabolica. “Signò ma che mezzi prennete lei? A ostiense! Ma quanno mai s’è sentito…”. La discussione si accalorava mentre noi prudentemente scendevamo in un punto a capocchia.

autobus

31.07.18.12.34 Ci ricordiamo ancora la prima volta che entrammo nella Città del Sole, tanti anni fa: all’epoca era l’unico negozio ad avere certi giochi che invece adesso vendono anche i cinesi e a un quinto del prezzo: c’erano anche binocoli, telescopi, prismi per scindere la luce, clessidre, piccoli chimici, atlanti, bussole, barometri, pendoli, oriòli, pallette che messe in movimento fanno tic tic, meccani, tutti i trastulli del principino rinascimentale, e grandi libri illustrati con la copertina spessa e morbida. Quando possiamo facciamo sempre un salto in questi negozi e ci giriamo dentro come fossero musei dell’infanzia, senza comprare niente. Ogni volta ci sembra che siano diventati più piccoli, un pochino più miserabili. Da adulti abbiamo preso consapevolezza della loro ipocrisia borghese, abbiamo notato in che quartieri sorgono e che tipo di gente li frequenta, ma col tempo la nostalgia diventa sempre più forte dell’ideologia. Il negozio di Roma in più ha la fortuna di trovarsi vicino a un’ottima gelateria, dove meditabondi abbiamo slurpato cioccolati all’arancia e succhiato granite allo zenzero e al basilico, borghesissimi pure loro.

31.07.18.14.41 Altra meta fissa delle nostre rare gite è l’isola tiberina, per il semplice motivo che ci ricorda una vecchia avventura del gdr Katakumbas, “L’isola della peste”, ambientata nella città santa di Maro e ispirata appunto all’isola vera. Sono passati quasi trent’anni da quando la giocammo e ricordiamo ancora alcune illustrazioni e la nenia magica dei frati rossi, nonché il drago goloso. L’isola reale è poca cosa in confronto ad altri angoli della città e la si attraversa in un minuto: in pratica c’è quasi solo l’ospedale ma ora abbiamo visto anche un palco da concerti. Il fiume schiumoso e lurido pareva esalare miasmi (dovevano esserci quasi quaranta gradi) e siamo corsi all’ombra di un pino a ombrello, ripensando la notte memorabile in cui, travestiti da lebbrosi e tramortite le guardie, avevamo rubato una barchetta per raggiungere l’isola e il suo tempio sacro ad Esculapio.

sopra

31.07.18.16.30 Il teatro di Marcello è circondato da transenne ma collocate con tale noscialanza, con tanta pigra negligenza romana che restano facili varchi per il turista scostumato. La Fondazione si infila anche lei sotto la volta ciclopica e cammina in cerchio tra le lame di luce ed ombra finché si imbatte in un pianoforte a coda, evidentemente parcheggiato qui dopo qualche serata di intensa cultura. A pochi metri si vede un quadratino di prato fiorito di peroni da 66 cl e proprio al centro della configurazione un uomo disteso sul ventre, marcello anche lui, che potrebbe stare qui dalla sera prima o dai tempi dell’edificazione. Dietro grate di ferro si indovinano frammenti di cosce, mani, teste marmoree accatastate in attesa di fondi per resuscitarle e scale, rampe, passaggi inclinati, tutti fortunatamente vietati ai turisti da una benedetta e strafottente inefficienza.

31.07.18.19.50 Verso sera i muri che rinserrano giardini segreti si tingono di rosa e sembrano gettare capperi. I noti boccioli edibili sono mezzi aperti, da qualcuno sbuca il fiorellone bianco tutto pistilli e qualcun altro è già diventato un frutto verde oblungo, che certi pure si affogano nella bocca orrenda, pronta a mangiarsi anche la luna. Un plumbago gigante assale una casa e scala il tetto, i numerosissimi fiori azzurri sembrano zampe di geco. Lo slargo in cui ci troviamo, non lontano dalle volgarità trasteverine, é improvvisamente percorso dalla solitudine: la temperatura infernale cala di colpo, come se non venisse dal sole ma dai corpi incresciosi dei turisti, e certamente dev’essere così. Abbiamo pochi secondi per respirare prima che le persone si riversino in strada per farsi rapinare dagli osti sornioni e sedurre dai giocattoli cinesi degli ambulanti malgasci, che poi ambulanti non sono perché chi li smuove più da dove senza alcun diritto hanno steso la mercanzia plasticosa? Pochi secondi durante i quali persino la Fondazione cicalona tace e non pensa niente, finché arriva silenziosa la bicicletta di un fattorino nigeriano, che scarica il borsone di justeat e seraficamente prende a bagnarsi i piedi sotto una fontanella, come dovevano fare gli schiavi suoi antenati quando portavano i gamberi alle matrone del centro, tutte ellenizzanti e piene di compassione per le catastrofi lontane e collettive.

plumba

31.07.18.21.04 Il turista, questa creatura dell’infelicità, tende a classificare un popolo in base al comportamento degli esemplari che incontra più spesso e quindi baristi, affittacamere, camerieri e commesse. Non c’è da stupirsi quindi che i romani abbiano fama di oziosi, ipocriti e sornioni, fama del resto giustificatissima. In particolare l’ipocrisia è lampante perché dopo aver servito un cliente gratificandolo del titolo di dottore, amore o tesoro il commesso non manca mai di far notare al cliente successivo quanto quello di prima fosse un individuo squallido, fastidioso e pidocchio. Ciao amore, anvedi che pidocchio è il ritornello costante della giornata, specie quando, come nel nostro caso, tendono a scambiarci per stranieri a causa del cattivo gusto nel vestire e perciò lasciano correre più liberamente le lingue velenose.

31.07.18.23.22 In un’altra famosa gelateria notiamo un signore brizzolato che si accompagna con una donna sulla quarantina, un po’ volgare, dai tratti slavi. L’uomo, sui sessant’anni, le spiega i vantaggi dietetici e morali del cono medio, di semplicità repubblicana, ma la donna è più per le mollezze asiatiche e insiste per il conone granellato quattro gusti e panna. Il tizio, che si è fatto i suoi conti e non sembra trovarli gradevoli, cerca ancora qualche scusa e proprio per questo la donna si convince irrevocabilmente che il conone è proprio quello giusto. Ottenutolo, tra tanta dovizia di gusti di cui lei ignora persino il nome finisce per scegliere stracciatella, crema al latte e zabaione, un vero schiaffo per questa insegna famosa per i cioccolatti. Rotolato nella granella (+ un euro e cinquanta), imbottito il cono ed asperso di panna spray (una caduta di tono che non ci aspettavamo), la signora lo affronta col cucchiaino mentre l’uomo chiede mitemente un assaggio, che gli viene rifiutato: nonostante il cacaggio di una decina d’euri. Ma si sa, con la donna mostrare parsimonia è peggio che attuarla e infatti la signora non sembra tanto contenta del dono e finito di slurpare le pallide creme getta (argh!) il pralinato e costosissimo cono come fosse un cuoppo di carta unto. L’uomo segue con lo sguardo la parabola del cono e probabilmente ripensa alle sagge parole di sua madre.

gelato

01.08.18.09.00 I b&b sono una truffa in tutto il mondo ma quello in cui siamo stati eccelleva per simulazione. Nel tentativo di spacciarlo per una casa realmente abitata c’era pure una cucina, con gli sportelli saldamente chiusi a chiave, e la persona pagata per ricevere i clienti e fare le pulizie si atteggiava a coinquilina, tanto che appena le facevi uno squillo per chiedere, ad esempio, dove cazzo stava la carta igienica quella si precipitava sul posto dal luogo dove realmente abita e cercava anche di fare conversazione. Per non parlare delle scuse assurde per giustificare il fatto che, come nel 99% dei b&b, la colazione devi andare a farla al barre: una volta era finito il caffè, un’altra la nonna stava male. Questo teatrino è tanto più incomprensibile in quanto tutti sanno come funziona il b&b e l’intero palazzo era adibito unicamente a b&b, e magari apparteneva anche a una società che ha creato tanti ospiti fittizi. Le camere, comunque, erano discrete, anche se noi abituati al silenzio del bosco dei mostri non riusciamo a dormire col rumore del traffico. Alla fine ce ne siamo andati senza salutare e, se è per questo, anche senza una ricevuta.

licio

01.08.18.09.53 Sempre girando a casaccio, lungo un vicolo si apre una porta e dietro c’è un cortile con all’interno una piccola cappella con la cupola, dello stesso colore cilestrino delle maggiori, della stessa forma. La città contiene repliche di se stessa ma dopo un momento il tizio dietro la porta si accorge che sbirciamo e la richiude. Devono esserci centinaia, migliaia di piccole cappelle, altarini, statuine, chiostretti, chiesine, tutto nascosto dietro i muri delle innumerevoli confraternite e associazioni che punteggiano la città e sembrano formare una rete inestricabile di rapporti e di camorre. Il 99% della città è sommerso e ci vorrebbero molte vite per intrufolarsi in tutte queste cricche e girare per i loro giardini e questo in realtà sarebbe l’unico modo di visitare la città ma ci vorrebbe fede e ci vorrebbe il tempo ed anche una carità che non abbiamo.

grandestanc

01.08.18.10.40 Lungo i marciapiedi del quartiere borghese degli immigrati spazzano e raccolgono le poche foglie di platano in un mucchietto. In alcuni punti ce n’è uno ogni trenta metri. Per quest’opera civica accettano un’offerta a piacere. I marciapiedi, in verità, sembrano già abbastanza puliti e la scelta del luogo non è casuale: Prati dev’essere l’unico quartiere di Roma in cui il PD prende ancora voti. Il gesto di pulire è puramente simbolico, ma a questo livello funziona tutto solo sul piano dei simboli. Alla stazione termini, per esempio, i pochi posti dove ci si può sedere sono stabilmente occupati da immigrati, che vengono a passare qui la giornata per via del condizionamento d’aria, del vario passeggio e della speranza del non si sa mai. Siccome alla stazione occupano una posizione ambita, si beccano anche le maledizioni e l’odio dei viaggiatori, in particolare dei più reietti, quelli che non possono entrare nella saletta vip delle frecce e devono aspettare in piedi per due ore il loro squallido regionale in ritardo. La rabbia di questi proletari è accresciuta dal fatto che se si siedono sulle scale una cortese guardia prima o poi li fa alzare. Benché sia vietato sedersi su quelle scale, per evidenti ragioni di sicurezza, i proletari percepiscono come un affronto il fatto che lo stato si mostri così zelante e virtuoso con loro mentre gli immigrati possono sedere a tempo indeterminato nei pochi posti disponibili. Si noti che qui, dove la sporcizia c’è davvero, gli immigrati non usano la tattica dello spazzo: e fanno bene, perché probabilmente il segno non funzionerebbe in questo contesto di lotta.

38391297_10156681904649429_5770905852055650304_n

01.08.18.12.15 Ci imbattiamo casualmente in un vivaio. Entriamo attratti dalle piante carnivore, che però si rivelano i soliti esemplari (dionee, sarracenie, pinguicole, niente di nuovo). Ci cade l’occhio su una curiosa piantina stenta e chiediamo al ragazzo cos’è. Lui la guarda come se la vedesse per la prima volta, sbatte gli occhi e azzarda “po’ esse un ligustro”. E’ molto giovane e sembra non del tutto compos sui, forse anche per via dell’afa micidiale. Come sarebbe po’ esse, chiediamo, e lui “eh, po’ esse!”, come se l’ipotesi l’avessimo fatta noi. Guardandola meglio ci accorgiamo di averla già vista per strada, attaccata a un muro, però coi fiori. Ma com’è che non ha ancora i fiori, chiediamo, e il ragazzo: “mò veggeta, cià la veggetazzione. Aspettate du’ settimane…”. E poi?, chiediamo. E lui, sorridendo come a dei bambini un po’ ritardati: “eh prima veggeta, ma poi fiòre”. Beh, se fiòre, allora la prendiamo.

Pubblicato in oziosità | Lascia un commento

Dietro la porta, tra le rose

Passi echeggiano nella memoria, lungo corridoi che non prendemmo, verso la porta che non aprimmo mai, sul giardino delle rose.
T. S. Eliot

Bomarzo, 26 giugno 2018

Ai margini del Boscho sorge la sede della Fondazione, il portone sormontato dal motto “UACVVM FENFIBILIS”*. La circonda un giardino, o meglio un cosiddetto giardino, dove spadroneggiano le erbacce, i cardi sono alti quanto un uomo e le loro foglie simili a lance barocche raggiungono il mezzo metro. La vite turca supera i due metri e le campanelle si arrampicano sul melograno e quasi lo nascondono; l’edera soffoca i fichi d’india, altre erbe dai nomi ignoti minacciano persino il ciliegio più alto. La siepe di pitosforo, che è stata dall’inizio un errore, cresce spaventosamente e raggiunge quasi i rami del gelso.

Una gelata ha bruciato i limoni e i mandarini, che adesso per reazione gettano centinaia di polloni verde tenero. Un altro melograno, sradicato dal vento e trascinato venti metri più in là, sta incredibilmente ributtando dal tronco secco. Sotto l’oleandro è spuntato un fiorellone rosa cenere, dai petali simili a un tessuto arricciato. Gli ulivi mai potati sono alti ormai sette metri, le loro cime argentee hanno qualcosa di sacro.

Come quasi tutti gli alberi del nostro c.d. giardino, il pero è allampanato e macilento. Orfano di cure, assediato dai cardi e dall’edera, col tempo si è mezzo rinselvatichito e i suoi frutti a forma di goccia sono piccoli, verde-arancio, vagamente profumati e dal sapore questionabile. Il loro principale pregio è quel “plop” delicato che producono cadendo. Sono legati alla pianta con così scarsa convinzione che basta avvicinare il palmo a un frutto perché quello vacilli e, come attirato da un magnete, si spicchi ploppando nella tua mano.

In questo disordine contrario alla decenza e ad ogni pratica agricola si aggira alle ore più impensate il custode, un uomo ridicolo con le sue forbici e un vecchio falcetto. Si vede che non sa nulla di terra e di piante, ha mani disabituate al lavoro e sembra ignorare che non si esce sotto il sole dell’una e con le scarpe di vernice per tagliare l’erba.

Mangiato dalle zanzare, le caviglie punte da centomila armi vegetali, il grottesco figuro taglia qua e là, senza alcuna logica: risparmia quasi sempre i fiori, specie gli umili soffioni, e taglia magari le piante utili, calpesta i cerchi di bulbi, inciampa tra i lamponi, mordicchia le cicorie**, cammina come un sonnambulo sotto il sole micidiale, senza neanche un cappello. Il suo lavoro tanto faticoso quanto inutile sembra accrescere il disordine e l’anarchia e c’è solo da sperare che qualche vipera, giustamente indignata da tanta insipienza, ponga fine ai suoi giorni.

aver

14 luglio

Il degno custode si è materializzato di nuovo, la palandrana strappata, i vecchi pantaloni di fustagno tutti incrostati di lappole. A prezzo di inaudite fatiche e sofferenze, mangiato dalle zanzare e limato dai cardoni, è riuscito a raggiungere un melo che tutti avevano dimenticato, sommerso com’era dalle infestanti. Come il custode, anche l’albero in un certo senso è rinfantilito invecchiando: i rami mezzi rotti ai sono piegati a terra, le mele sono diventate meline grandi come una pallina da golf, bitorzolute e bucherellate. A vederlo si direbbe sulla strada di trasformarsi in bonsai. Quando ci siamo voltati il custode ha detto, e la frase ci è sembrata stranamente universale, che di questo passo il raccolto sarà tale che nemmeno un verme riuscirebbe a strisciarci sopra.

18 luglio

Nel giardino, tra le erbacce, in una mini radura larga un palmo un grosso ragno ha costruito la sua tela e al centro attende. Il corpo ovale è grande come la falangetta di un mignolo, giallo e striato di nero; le zampe a strisce nere e carnicine sature d’orrore. Steso, il ragno sarà lungo 5-6 centimetri: non ne avevamo mai visto uno vero così grande. È un argiope, una femmina, e benché capace di mordere un uomo è praticamente innocuo. La sua tela presenta una specie di rinforzo fatto a zig zag e apparentemente il ragno resta sempre al centro, esposto, coi suoi colori di minaccia ben visibili. Forse aspetta il maschio, molto più piccolo e scialbo, che poi come da tradizione divorerà. Né lui, in cento milioni di anni, l’ha capito, o forse l’ha capito troppo bene.

ranio

24 luglio

Alle sei ci ha svegliato il rumore della pioggia***. Poco dopo il custode ci trascina di nuovo nel c.d. giardino per mostrarci ciò che sembra un pezzo di plastica trasparente e poi si rivela la muta di un serpente. L’uomo sembra fiero di questo piccolo orrore, come se fosse un uovo di drago covato proprio da lui. Poi, con gesti eloquenti, ci fa capire che secondo lui nell’erba alta mezzo metro e dura come il ferro ci sono dei sentierini serpeggianti. All’inizio non gli badiamo ma ci porta in soffitta ed è vero, dalla finestra si vede bene che il pezzo di terreno, dalla forma quasi circolare, è percorso da increspature nell’erba che sembrano quasi quelle sul cucuzzolo di una testa. Ondeggiando la mano il custode sembra sostenere che le abbia fatte il serpente, ma se così fosse dovrebbe essere largo almeno dieci centimetri e da questi parti non ci sono boa. Vecchio pazzo, gli diciamo, è impossibile: magari quei solchi li hai fatti tu e poi te ne sei dimenticato! Ma l’uomo scuote vigorosamente la testa e continua a gesticolare. Appena ci voltiamo per lasciarlo nel suo squallore dice “quello, o c’è una vertigine nel mondo”****.

Note

* Un errore che si tramanda da secoli non può essere sbagliato.

** Una volta c’era la cicoria, poi hanno cominciato a chiamarla “radicchio” e a venderla al quintuplo del prezzo. L’ortaggio ha subito un processo di radicchializzazione. Si è radicchializzato negli agriturismo e nelle imperversanti trasmissioni culinarie. Firma anche tu per tornare alla cicoria. Fermiamo la radicchializzazione.

*** Torna in mente l’haiku di Tabice O’Mazdo: “Primo bagno – acqua da sopra: volano scostumatezze”.

**** Per antichissimi statuti al custode è vietato parlare in faccia ai padroni.

P.S.

Ci piaciue leggere in calce ai testi le date di inizio e fine, tipo “Berlino luglio 2007 – Ascoli marzo 2008”: dà l’idea di uno che sa cosa sta facendo, che si siede a scrivere come un lavoro e quando inizia sa che sta iniziando. Per noi non è mai stato così.
Anche se tutto ciò che abbiamo scritto è datato e ogni suo cambiamento registrato, noi non abbiamo mai saputo che stavamo cominciando e non abbiamo mai finito. Seguendo il destino di Spallanzani, le nostre porcheriole non sono mai definitive: a distanza di anni continuiamo a rimaneggiarle, a spostare una parola, una virgola, che poi due anni dopo rimetteremo dov’era, senza neanche accorgercene.
L’opera eternamente allo stato di bozza, non per filosofia ma solo perché privata. Teoricamente esposta ma di fatto invisibile, mai iniziata se non nel senso puramente materiale e quindi non finibile, che è diverso da infinita, è quasi l’opposta di infinita.

Pubblicato in oziosità | Lascia un commento

Passeggiare pallido e assorto

Bieca e impezzentita, la Fondazione si aggira in libreria*. Avendo giurato di comprare libri solo coi proventi del nostro, la scelta è pressoché nulla: il più miserabile thriller svedese cosa 4 euro e 90, una cifra folle; per non parlare della saggistica**. Come tutti i limiti autoimposti, anche questo per certi versi è bello: desiderare un libro sull’araldica e non poterlo comprare è quasi certamente meglio del contenuto prevedibilmente mediocre dell’opera, che costa addirittura 28 euri, quanto tutte le copie vendute di “Macchina per scrivere”. Questo giro ci ricorda anche la giovinezza, quando non potendoci permettere certi libri li guardavamo a lungo e poi tornavamo a guardarli, finché le commesse iniziavano a seguirci. Per fortuna a pochi passi c’è la bancarella dei pezzenti, dove con un euro potremo procurarci il millesimo volume muffo e scompagnato, magari il settimo di una vecchia enciclopedia ad uso dei ceti popolari, di quelle coi disegni ricopiati da dizionari del primo novecento.

Usciti, passeggiamo con forse superflua signorilità e notiamo che ha chiuso l’ennesima fumetteria. Conosciamo il commesso, ogni tanto ci fermavamo a parlare di stronzate. Naturalmente non si può impedire alla gente di comprare la roba su internet risparmiando pochi centesimi e arricchendo amazon e i cinesi***. Noi stessi in quella fumetteria ci abbiamo speso pochissimo, anche se non compriamo su internet. Chissà che fine farà il tizio. Siccome lo trovavamo sempre lì non abbiamo mai nemmeno saputo il suo numero. Le bancarelle abusive invece resistono bene alla crisi perché, come amazon e i cinesi, non pagano tasse e si appropriano gratis degli spazi pubblici più centrali****.

Infine, alla bancarella abbiamo comprato un libro ancora intonso. È un po’ rovinato ma nessuno ha mai tagliato le pagine, dal 1947. Cioè non è un libro antico o raro, è semplicemente diventato vecchio senza essere mai letto. Doveva essere un’edizione economica per il popolo modesto ma assetato di cultura. Sarà rimasto sempre in un magazzino? Magari non l’hanno mai nemmeno distribuito, colti da una fitta di lucidità. È il viaggio sentimentale di Sterne e adesso non sappiamo bene se tagliarlo o meno. Non per rivenderlo, varrà circa cinque euro, ma per tenerlo come imparamento.

Giunta la sera, stravaccati sul divano cominciamo a vedere un film, “Lo sciacallo“, su un tizio che si improvvisa reporter di nera. Ci fa tornare in mente un vecchio breve racconto di Chris Matheson, “Vampiro“, che fu pubblicato a metà degli anni ’90 nell’antologia “Profondo Horror” (Cutting Edge). Conteneva anche altri racconti cui eravamo affezionati come “Piccole crudeltà” e “L’uomo con la zappa“, però non riusciamo più a trovarla nel casino dei libri. Un gentile lettore ci segnala il link al testo: “Vampiro” è a pag.  138. A metà del film ci addormentiamo, non tanto per effetto dell’opera quanto proprio per vecchiaia.

P.S. Ci siamo accorti che avevamo già usato questo titolo.

Note

* La radio della catena ha qualche pretesa intellettuale. Il programma adesso parla di un articolo di Mari su Michael Kohlhaas uscito su Repubblica. Riconosciamo al volo un testo pubblicato anni fa ne “I Demoni e la pasta sfoglia“, che era a sua volta un vecchio articolo di Mari pubblicato su un giornale. Ora, noi stimiamo Mari (i suoi racconti), ma questo continuo riciclo ci innervosisce. È vero che lo fanno tutti e che il re del riciclo era Umberto Eco, però ci innervosisce lo stesso.

** Incidentalmente, gran parte di ciò che in libreria viene presentato come “saggistica” è roba che parla di attualità politica o economica, argomenti più volgari e quindi più attraenti. Roba che comunque di solito non compriamo, anche perché questi tempi che vengono spacciati per tribolati e incerti invece si sembrano sempre più normali e prevedibili, tempi sempre più naturali, che viene semplicemente a dire più bestiali. Da cinquecento anni il mondo diventa meno strano e basta usare “disordine” al posto di “complessità” per accorgersene. Ma la complessità vende meglio, in fondo la gente preferisce pensare che le cose siano difficili piuttosto che insensate, e poi sulla complessità di possono scrivere testi più lunghi.

*** Anche se non c’entra del tutto, ci torna in mente un vecchio film con Sordi, “Finché c’è guerra c’è speranza“, che sfotte l’odiosa ipocrisia del nostro paese. La cosa rilevante è che film del genere ne avranno fatti centinaia e l’effetto sulla popolazione è stato nullo, anzi l’italiano è diventato ancora più ipocrita che negli anni ’70. Quindi sono almeno cinquant’anni che in Italia la satira è inutile o controproducente. Eppure si continua a fare satira come se non ci fosse un domani.

**** Sempre per incidens, una modesta proposta: Di Maio e le Coop vogliono chiudere i supermercati nel fine settimana; Salvini non vuole migranti in giro a bighellonare; la gente non sa cosa fare nei weekend. La soluzione è stabilire che il sabato e la domenica lavorino solo gli immigrati, mentre dal lunedì al venerdì torneranno in galera.

Pubblicato in oziosità | Lascia un commento

A un lemonissimo somiglia la mia memoria

minimum-monument-ice-sculptures-first-world-war-commemoration-nele-azevedo-3

I personaggi di “Crocevia“, celebre giallo metafisico di Spallanzani, sono più volte colti da dubbi sull’esattezza dei loro ricordi. A un certo punto l’autore mette in bocca al dottor Stuffenbau questa considerazione inconfondibilmente spallanzanesca, tipicamente eliana:

“Il ricordo”, disse Stuffenbau a madamoiselle Mimolotte, “è come una torta gelato: ogni volta che la tiri fuori dal frigo per guardarla si affloscia un pochino e quando la rimetti dentro si ricongela in una forma leggermente diversa. Dopo cento, mille ricongelamenti le sue cuspidi di panna sono diventate dei bottoni, la sfoglia si è bagnata mille volte e ha ceduto sotto il peso delle creme, la forma di corona è perduta, i cristalli di ghiaccio hanno sgretolato la struttura, che ora somiglia a uno squallido ciambellone. Quando infine la tagli il coltello fa il rumore di qualcosa che fende la ghiaia”.

In vari racconti del Nostro emerge questa disperazione per il fatto che è impossibile conoscere qualcosa senza modificarlo*, boccone avvelenato comparso in letteratura molto prima che la scienza l’inghiottisse avidamente e ci si strozzasse.

Ma ci sono anche casi inquietanti di memoria stabile, fin troppo, come quello descritto da Lurija in “Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla“. Il tizio in questione, tale Šereševskij, ricordava dopo vent’anni tabelle di simboli e formule di cui non capiva nemmeno il significato. Conservava ciò che vedeva sotto forma di complessi sinestetici con una tale persistenza che, ad esempio, trovava difficile leggere i romanzi: convertendo tutto in immagini i vari mondi letterari sembravano sovrapporsi e quindi se leggeva che un personaggio entrava in una locanda a lui comparivano in mente tutte le locande in cui erano entrati tutti i personaggi di altri libri, e perciò quasi si aspettava che si incontrassero*.  Se poi trovava un personaggio con un mantello e dopo duecento pagine lo scrittore invece di mantello usava “abito” o “cappotto”, lui se ne accorgeva e trovava la cosa insopportabile.

Per la stessa ragione aveva difficoltà coi sinonimi. Ogni parola per lui non solo era un’immagine complessa ma si tirava dietro anche sensazioni olfattive, tattili, uditive, dunque una parola poteva essere aspra, gialla, ruvida, e questo valeva anche per le sillabe che la componevano. Per lui “ladro” e “malfattore” erano termini radicalmente diversi da tutti i punti di vista e gli sembrava incomprensibile che fossero riferiti alla stessa persona.

Si noti che tutti, anche se in misura minore, ricordano e pensano per immagini prima che per caratteri. Se ad esempio uno cerca di pensare per intero una frase complessa (e neanche tanto) e di vederla come fosse scritta, per poterla correggere, si accorge che dopo quindici-venti parole non riesce più a vedere l’inizio. Eppure spesso si scrive di getto un testo lungo, come se fosse la descrizione di un’immagine, anche se è piuttosto astratta. I caratteri sarebbero teoricamente più economici delle immagini ma il cervello continua a usare quelle, e in fondo tutti i vecchi libri di tecniche mnemoniche suggeriscono di trasformare le parole in immagini per ricordarle più facilmente. Epperò la memoria della parola, se è più faticosa, è anche più duratura, perché più povera: infatti di un numero sempre maggiore di cose ci accorgiamo di ricordare solo il nome. Al riguardo Spallanzani notava:

“La gente non passa il tempo a verbalizzare i suoi pensieri… dice le cose ma non le verbalizza prima in mente. Chi lo fa inizia per forza a pensare agli universali. Il che non succede ascoltando gli altri, perché se pochi verbalizzano i propri pensieri, nessuno verbalizza quelli degli altri. In pratica si fa solo quando si legge. Perciò riflettere significa essenzialmente leggere se stessi” **.

Il paziente di Lurija quindi in un certo senso aveva una mente primitiva e agiva a ragione, perché i puri sinonimi non dovrebbero esistere e l’atto di assimilare le cose sulla base solo di alcuni elementi non è un procedimento naturale ma viene appreso con grande fatica durante l’infanzia e la maggior parte della gente, sebbene a un livello diverso, continua per tutta la vita a distinguere nettamente cose e parole che una certa cultura mette più o meno sullo stesso piano. Per buona parte delle persone di una certa età la strutturale categoriale del mondo è assai lasca e la società dell’immagine contribuisce a far regredire il pensiero verso forme di minore astrattezza, da cui la netta impressione che un sacco di gente non capisca un cazzo

Šereševskij aveva anche il problema di come dimenticare. Quando si esibiva memorizzando al volo tabelle di numeri rischiava sempre che dietro l’immagine della tabella attuale riemergessero quelle delle tabelle precedenti, confondendolo. Il suo metodo era sorprendentemente simile a quello di una macchina: nel pensiero contrassegnava le vecchie immagini come “da ignorare”. Faceva così pure il dos, che quando cancellavi un file modificava solo il primo carattere del suo nome, senza darsi la pena di azzerare fisicamente tutti i byte. Questo sistema così economico potrebbe essere stato scoperto dalla natura prima che dall’uomo e spiegherebbe come mai certi ricordi riaffiorano improvvisamente: le configurazioni fisiche del cervello non vengono modificate ma si taglia solo l’accesso a quel settore. Siccome però l’indicizzazione del cervello è molto più complicata e ramificata, a volte uno stimolo trova un’altra strada per quella stessa struttura, e la rosa risorge***.

Leggendo di Šereševskij viene spontaneo pensare a Funes, e infatti un lettore ci segnala che in un articolo del 1976 intitolato “Una scienza romantica: ritratti non immaginari” Lurija torna a parlare del suo paziente e cita “Funes the memorial” di Borges, aggiungendo che il racconto “ripeteva alcune delle osservazioni che io avevo riportato a proposito di Seresevskij”.

Il problema, nota il lettore, è che “Funes” è del 1944, mentre il libro di Lurija su Seresevskij è stato pubblicato vent’anni dopo, nel ’65. È vero che le osservazioni sul paziente erano cominciate trent’anni prima e quindi è possibile che fosse già stata pubblicata qualche notizia da cui Borges poteva attingere, ma tutto fa pensare che il terribile vecchio abbia invece previsto quel che in un certo senso era inevitabile, e cioè che un uomo dalla memoria sovrumana sarebbe quasi incapace di pensiero astratto.

Va pure detto che nella traduzione italiana dell’articolo di Lurija il titolo del racconto di Borges è sbagliato. Sin dalla prima edizione inglese di Finzioni, del 1952, Funes el memorioso è “the memorious” e non “the memorial”. Nelle edizioni inglesi del testo di Lurija il titolo è corretto e quindi probabilmente si tratta di un errore del traduttore italiano, ma la forma “the memorial” non è sconosciuta sul web: quattro o cinque libri recenti la ripetono e non è chiaro se sia un errore loro, se lo riprendono da Lurija o se, con Lurija, si riferiscono davvero ad una magari rara edizione con il titolo errato.

Lasciamo questo piccolo dubbio per i lettori più che abili.

Note

* Si legga ad esempio questo frammento da “Raccontalo alla cenere“, p. 37:

“Ricordi un pomeriggio di vent’anni fa (era pomeriggio?), il sentiero, un muro di tufo, un albero strano, una persona, il suo viso, i suoi occhi. Di che colore erano? Non il nome del colore, quello lo sai, ma proprio la tinta, riesci a rivederla? Eppure sembrava così importante. Ma anche la forma del viso, del naso, delle labbra, la conosci ma non la vedi, sicuramente la riconosceresti, pensi, eppure riesci solo a descriverla con parole generiche. Un albero strano, il suo verde non meglio precisato, un viso languido e grave, la luce che potrebbe essere del mattino o della sera, tutta la scena come un album da colorare e poi come una semplice descrizione, ogni passaggio dalla memoria agli occhi le ha tolto qualcosa, l’ha consumata, bruciata e la cenere si è disposta sul foglio formando una parola, come accade per le scritture invisibili. Adesso non ti resta che bruciare il foglio.”

Sullo stesso punto, e quasi con le stesse parole, un brano diaristico dal “Taccuino dell’insegnante assenteista“, appendice n.1:

“Accanitamente rivedi in sogno (ma non sogni, sei già sveglio) un frammento insignificante della scena che vorresti ricordare, un’inquadratura periferica, qualcosa che avevi appena notato. Ti basterebbe girare la testa di pochi gradi per vedere di nuovo ciò che desideri ma la piccola sequenza è fissa, come al cinema non puoi guardare fuori dal rettangolo luminoso. La scena si ripete e si ripete, questo stranamente lo ricordi come immagine e nonostante le ripetizioni nella tua mente non si semplifica, non si deforma né si appiattisce, resta identico dopo tanti anni e ciò deve avvenire perché tu non lo guardi davvero, non lo usuri perché non ti interessa. Questa immagine così chiara e così inutile è quasi il contrario di ricordare, serve solo a dirti per l’ennesima volta che la scena principale è persa. Come ritrovare un solo frammento dell’antico arazzo, un brandello splendente di cielo conservatosi vuoto e intatto, una presa in giro.”

** L’Elia era anche convinto che il cervello moderno esistesse solo da quando esiste la scrittura. Il cervello fisico, non la mente come concetto. Intuizione che sembra oggi confermata.

*** “rosa che risorgi dalla cenere tenue
per virtù de la alchimia…
giovane fiore platonico,
eterna immarcescibile rosa”.

Pubblicato in borges, frammenti, plagi, pseudo recensioni, spallanzate | Lascia un commento

La fine di qualcosa

Anche Elia Spallanzani, come Oliviero Succhio*, aveva cercato di arricchirsi con le descrizioni di bubbolati nel cerviello. Naturalmente non ci riuscì, non essendo medico e trattando di casi immaginari, mentre la gente si arrapa solo per le malattie descritte da esperti e che fanno davvero soffrire qualcuno. Comunque l’Elia ci ha lasciato la descrizione di una strana sindrome neurologica, che ricopiamo:

“La fine di qualcosa sta a-arrivando

Nel mezzo del suo discorso di insediamento alla camera dei cantoni, il consigliere segreto Enzo Fitzgerald si udì pronunciare per ben tre volte la parola “suzione”. Il pubblico non si scompose; cionondimeno la notte, tra le coperte… di fianco la mogliera, nel silenzio ovattato che producono la neve e la stanchezza, il consigliere rimuginò a lungo sull’episodio. Intuiva il senso della parola, ma la mattina volle controllare: “suzione” ossia l’atto di suggere, succhiare. In quella vecchia parola ricercata c’era qualcosa di osceno.

Le cure della prima guerra mondiale valsero a distrarre l’onest’uomo da simili pensieri, ma ai primi di giugno del ’19 egli credette di notare nell’uditorio cantonale, di solito così apatico e boccalone, una freddezza nuova. Si chiese se per caso ciò fosse dovuto all’intromissione della malefica parola. Anche il lattaio, stolida creatura, sembrò aggricciare le labbra più del dovuto al saluto mattutino del consigliere. Una smania allora lo prese, che presto diventò terrore: forse che nel dire “buongiorno” aggiungeva non volendo “suzione”? Forse quando augurava una buona digestione alla mogliera, la frase in realtà suonava “buona suzione”? e come scoprirlo?

I registratori portatili erano ancora da venire, né il consigliere poteva rivolgere l’assurda domanda: “ho forse detto suzione?” senza provocare scandali. Le sue responsabilità erano già schiaccianti: doveva tenere aggiornato il pubblico registro delle vacche da latte e l’anagrafe dei pupazzi di carillon; dove trovare il tempo di abbadare alla propria anima?
Infine si risolse e mandò a chiamare per uno scrivano. L’omiciattolo era a sua disposizione tutti i pomeriggi, e lui a lungo gli dettava; dettava di tutto, dalla lista della spesa ai pensieri superflui del dopopranzo, e alla sera controllava. Pretendeva la massima aderenza! nessuna abbreviazione, nessun ritocco: lo scrivano doveva ripetere verbatim.
Dopo un mese di prove il consigliere segreto ritrovò il sonno: la parola era onninamente assente dai suoi dettati. Tuttavia, la freddezza del parlamentino non diminuiva. A maggio il suo emolumento, tre forme d’alpeggio e una penna di pavone, fu decurtato; le dame del circolo del ricamo presero a latitare e la moglie sembrò tacitamente accusarlo; in tutta la città prendevano piede ideologie odiose, comuniste e anarchiche, contro cui i discorsi del consigliere si rivelavano impotenti. Qualcosa di orribile stava accadendo.

E se lo scrivano, per intima malizia o connivenza col nemico, avesse censurato lo squallido termine? Quando quest’idea gli fu entrata in testa, Enzo Fitzgerald non riuscì più a liberarsene. La prova in verità era facile: sarebbe bastato dettare così, come per caso, “suzione”, e se nel verbale la parola fosse stata assente, allora la fellonia dello scrivano si sarebbe rivelata.
Mise subito in atto il proposito, la sera rilesse e manco a dirlo, la parola non c’era! a notte fonda convocò il dipendente e pregustando la sfuriata gli disse: “Signor Galliani, rilegga un po’ l’ultima frase del discorso…”, e quello, ubbidiente: “Per ciò siacosachè il campanile venga riportato all’originaria suzione”.
Ecco!, sbraitò il consigliere, e poi si fermò. “Come ha detto?”
“Sua eccellenza, sono le tre di notte. Non riesco proprio a capire perchè mi ha tirato giù dal letto per venire a ripetere questa solfa”.
Il consigliere imbiancò, sudore diaccio lungo la schiena: “Perchè… perchè ha detto quella parola?” riuscì a balbettare.
“Quale parola?”, fece lo scribacchino.
“Avanti, avanti! niente scherzi! lei lavora per i rossi, lei vuol perdermi con questi giochetti!”.
“Consigliere, su quanto mi è sacro, io ho solo ripetuto le sue parole. Vuole che gliele rilegga ancora?”
Enzo Fitzgerald gli strappò il foglio di mano, rilesse con foga. “Ecco, qui, legga qui! qui c’è scritto “riportato all’originaria funzione!”
“Signor mio, è quello che ho detto”.
“Ma io non avevo detto funzione!”
“E cosa aveva detto?”
“Lei! lei ha detto…”. Il consigliere si rifermò di colpo . “Ah ah ah… lei è molto furbo, Galliani. Diabolico! lei vuol farlo dire a me! così si saprà in giro che il consigliere segreto ha perso la tramontana! che va bofonchiando parole senza senso! e allora chi resterà ad arginare la marmaglia, la rivolta, e il deboscio? eh? lei lo sa?”
“Eccellenza, io penso che un uomo nella sua posuzione…”
Fu allora che il consigliere lo colpì al naso con una tabacchiera. Un trambusto da non dirsi! la casa sottosopra, per separarli ci si dovettero mettere la cuoca e il garzone. Galliani strillava come un’aquila che lo si voleva assassinare, il consigliere invocava tutti i santi e ripeteva che gliel’avrebbe fatta rimangiare, la sua suzione! gliel’avrebbe ficcata in quella sporca gola di bugiardo! Bisogna anche dire che i giornali esagerarono notevolmente l’accaduto.

Allora come oggi, la vita era atroce. Per restare sano e portare avanti i suoi doveri Fitzgerald dovette in qualche modo razionalizzare: dopo lunghi conversari con la sua ombra concluse che Galliani era innocente: evidentemente anche lui ripeteva parole di cui era ignaro. Come una malattia, la parola di sette lettere si diffondeva, proliferava nelle gole e sgorgava all’improvviso. Il pensiero che si trattasse di un male comune lo confortava.
Capì pure che il problema non era la parola in sè, ma il fatto di pronunciarla senza volere. Si studiò allora di riprendere il controllo della propria vita, e in ogni discorso ebbe la massima cura di infilare una suzione. Giacché non poteva eliminarla, che almeno fosse voluta, e domata. Gli amici e i vicini attribuirono il suo nuovo vezzo all’incipiente vecchiaia.
Che scena curiosa sentirlo brindare all’insegna della “buona suzione!”, e tuttavia l’augurio era esatto. Le sue fortune, però, non ne trassero giovamento, e nel 1928 per la prima volta non fu rieletto. Il pover’uomo ne fece una malattia, smise di annodarsi la cravatta e di comperare i giornali: passava ormai le ore incrociando per il parco sotto i platani nudi. Si fece più grigio, più lento; nella notte tremenda che aspetta ognuno, meditò il suicidio.

Lo salvarono l’amore per i cardellini e uno sciarpone di lana grezza regalatogli dalla nuora. Poco a poco ritrovò, se non la gioia, almeno il dominio, e al sessantesimo compleanno poté brindare “a una vita operosa”. Aveva dimenticato la maledizione, quasi senza accorgersene.
Era ormai il 1937. La folla cominciava a capire di aver affidato la propria vita a una banda di giovinastri astratti e orgogliosi: alle elezioni il partito conservatore fece grandi passi avanti e il consigliere tornò a sperare. Con la sua figura rispettabile, con la sua vita specchiata, nessuna vecchietta avrebbe potuto dubitare: ma sì, sì, sarebbe stato un plebiscito! per il consigliere segreto Fitzgerald! ingiustamente calunniato! per l’uomo solido, onesto, senza grilli per la testa. Preparò e limò per giorni il suo discorso di presentazione.

Ma la sorte lo colpì un’ultima volta. In un gelido mattino di febbraio il consigliere si svegliò oppresso dal catarro: la sera era già polmonite. Quindi riunì la famiglia, si fece sollevare, con occhio commosso e mano imparziale divise il peculio, ascoltò e compose le ultime dispute; e sistemati i suoi affari, disposta l’anima al grande balzo, chiuse infine i suoi occhi nella speranza della suzione.”

  • Oliviero Succhio, questo spacciatore di casi umani, racconta di un uomo che perse la capacità di vedere i colori. Non riusciva più a vederli nemmeno in sogno o nell’immaginazione. Si verificò che aveva una piccola zona del cerbello danneggiata, chiamata V4 o qualcosa del genere. La cosa rilevante per noi è che non li vedeva nemmeno nel ricordo, perché vuol dire che i segnali della vista e le figurazioni della mente passano per lo stesso circuito cerebrale. Come se il cervello proiettasse lui sulla retina un’immagine, e ricevesse il ritorno.P.S. L’uomo non sopportava di dover chiedere aiuto alla moglie per vestirsi, quindi divise gli abiti per tinta e li abbinava secondo la posizione e una teoria del colore. Col tempo iniziò a dimenticare le idee che aveva su ciò che non percepiva più e i colori si staccavano dalle cose: nella sua mente l’associazione mela-rosso si allentava, come una patina che si crepa e scivola in polvere a terra. Tutta la terra era coperta da questa cenere dei colori e il suo sguardo spaziava per miglia e miglia e miglia.
  • Oliviero Succhio coi suoi cataloghi di mostri ha fatto la grana ed è diventato inesorabilmente ripetitivo: un po’ di cronaca, un po’ di casi analoghi del passato, pochi termini e ragionamenti scientifici per non spaventare i lettori e un pizzico di pietà presumibilmente contraffatta. La sua descrizione di un ragazzino autistico straordinario disegnatore di edifizi sembra però confermare una nostra vecchia (e del resto banale) ipotesi, e cioè che la prospettiva sia quasi un’idea innata, o comunque che venga sviluppata naturalmente già nei primi anni di vita: da cui il mistero di secoli di arte senza prospettiva. Quell’appiattimento non doveva dipendere da ignoranza dei processi di costruzione, ma da qualcosa di voluto e culturale. P.S. Nel capitolo “Un antropologo su Marte” del libro omonimo c’è un errore di battitura: Ibris per Hubris. Fortuna che l’abbiamo pagato un euro e cinquanta.
Pubblicato in frammenti, spallanzate | Lascia un commento

Il giuoco che non mai finisce

Maria Caterina Cicala (nomen etc) ha curato per Sellerio una raccolta di 49 ricordi di infanzia incentrati sul gioco. Non ci sono solo scrittori ma anche scienziati (forse i più deludenti) e politici (che ci tengono a mostrarsi predestinati: Churchill giocava coi soldatini, Hitler leggeva storia militare).

gioco

Diversi autori ricordano il gioco del “facciamo che”: Teresa d’Avila giocava alle “monachine”*, Tolstoj a Robinson (Robinson Suisse) e a fare il cocchiere, Gide aveva un amico immaginario, Jung al sacerdote del fuoco, Sartre a fare lo spadaccino, Amado il pirata. Uno dei racconti più noti è quello di Tolstoj, riportato anche in un’altra forma, che oltre a sprigionare nostalgia costituisce un punto nodale nel passaggio dal “facciamo che” al suo erede moderno, il gioco di ruolo:

[…] “Facciamo Robinson”.
“No, è noioso…”, disse Volodja, sdraiandosi indolentemente sull’erba e masticando delle foglie. “Eternamente Robinson! Se proprio volete giocare, fate piuttosto una capanna!”
[su insistenza della ragazza Volodja acconsente]
La condiscendenza di Volodja ci fece ben poco piacere, mentre il suo aspetto indolente e annoiato distruggeva tutto l’incanto del gioco. Quando ci sedemmo per terra e, immaginandoci di andare a pesci, cominciammo a remare con tutte le forze, Volodja rimase con le braccia penzoloni, in un atteggiamento che non aveva nulla di somigliante all’atteggiamento di un pescatore. […] Quando, immaginandomi di andare a caccia, con un bastone sulla spalla, io mi dirigevo verso la foresta, Volodja si sdraiava sulla schiena, inarcava le braccia sotto la testa e mi diceva che era come se camminasse anche lui. Quei modi e quelle parole, raffreddando il nostro gioco, erano estremamente antipatici, tanto più che era impossibile non convenire in fondo al cuore che Volodja si comportava da persona seria.

Volodja si annoia e ostenta la sua noia, anche nel tentativo di apparire più adulto. Tolstoj ricorda quando anche lui partecipava al “facciamo che siamo in carrozza” e commenta che se uno si mette a ragionare davvero, non si fa nessun gioco.

Ma in realtà c’è un’alternativa. Il gioco di Robinson è arrivato al limite perché imita goffamente la realtà ed è inevitabile che prima o poi qualcuno pensi “questa sedia non è una carrozza, questo bastone non è un fucile, smettiamola o almeno costruiamo una capanna vera“. Crescendo diventa più difficile sospendere l’incredulità di fronte alla palese smentita dei fatti.

Invece dire “vado a caccia nel bosco”, se uno lo dice col tono giusto, non fa scoprire rapidamente il gioco. Ancora una volta la parola è più potente e insinuante dell’immagine, il verbo più dell’imitazione e le parole di Volodja “fai conto che stia camminando anch’io” possono essere la fine di questo gioco e l’inizio del gioco di ruolo, in cui i partecipanti si limitano appunto a descrivere o indicare le azioni dei loro personaggi, senza mimarle. Il gdr quindi non rientra nella mimesi ma ha più a che fare con l’agon e, allo stesso tempo, con la vertigine: una vertigine puramente mentale. Il passo successivo è in un altro brano dell’antologia. Scrive Kierkegaard:

Quando Giovanni qualche volta gli chiedeva il permesso di uscire, ne otteneva quasi sempre un rifiuto; in compenso, però, il padre qualche volta gli proponeva di passeggiare su e giù per la stanza tenendolo per mano. A prima vista sembrava un magro compenso, ma, come l’abito di fustagno, nascondeva un tutt’altro contenuto. Accettata l’offerta, egli lasciava Giovanni completamente libero di scegliere dove sarebbero andati. Essi uscivano allora dalla porta della città, dirigendosi verso un castello dei dintorni, o fino alla spiaggia, o bighellonavano per le strade, sempre a piacimento di Giovanni perché il padre era capace di tutto. Durante quest’andar su e giù per la stanza, il padre raccontava tutto ciò che essi vedevano; salutavano i passanti, le vetture correvano con strepito assordante e soverchiavano la voce del padre; le frutta delle fruttivendole sembravano più invitanti che mai.

Anche se c’è ancora una piccola parte di imitazione (il passeggiare), il gioco è diventato quasi esclusivamente verbale e il padre è il primo master. Solo con le parole evoca il mondo e lascia che sia Giovanni a decidere la direzione, come in una sorta di racconto a bivi. Ma non solo:

Quest’arte magica del padre, Giovanni la imparò ben presto. Ciò che prima non era stato che un semplice giro epico, divenne presto drammatico: essi cominciarono a parlare mentre camminavano. Se prendevano le vie ben note, si sorvegliavano a vicenda perché non fosse omesso alcun particolare. Se la strada era sconosciuta a Giovanni, egli lavorava di fantasia, mentre la straordinaria inventiva del padre era in grado di dare forma a tutto, di usare ogni desiderio del bambino come un pezzo del dramma che si stava svolgendo.

Ora se camminando verso il castello incontrassero un goblin, il gdr classico ci sarebbe tutto. Davvero è difficile aggiungere qualcosa a questa descrizione dell’opera di un master: mantenere la coerenza di ciò che è noto, inventare il nuovo, rappresentare tutto solo con le parole, cambiare l’illusione consensuale in base ai desideri del giocatore: letteralmente demiurgico. E infatti:

Per Giovanni sembrava che il mondo sorgesse dalle loro conversazioni; come se il babbo fosse Nostro Signore, ed egli il suo beniamino che avesse il permesso di mescolare le sue pazze idee a piacimento.

33e3575d9e0d99824f6e22db33c0edb3

Il gioco di ruolo classico, quello che si faceva al massimo con carta e matita, oggi è stato quasi sostituito dai giochi per computer, con la loro volgare grafica sempre più pixelosa della parola, o dal gioco di ruolo dal vivo, che in realtà è un passo indietro verso la mimesi puerile di Tolstoj, anzi peggio, verso la “capanna vera” di Volodja (tra parentesi, dal giocare a fare i soldati fino alla baruffa vera e propria non c’è molta distanza, come dimostra il racconto di Fred Uhlman e la guerra degli adolescenti per difendere una trincea “vera” costruita in mezzo al quartiere).  La Fondazione, per ragioni anagrafiche e ideali, continua a preferire il padre di Giovanni e il suo gioco infinito.

Infine, la Fondazione vuole ringraziare la Sellerio per i suoi libretti maneggevoli, così periferici, riposanti, viene da dire estivi, che si finiscono in un’ora e, vantaggio non trascurabile, si trovano spesso sulle bancarelle per un euro, tranne ovviamente quei pochi che facevano proprio cagare tipo Montalbano e quindi sono andati a ruba.

* Non c’entra del tutto ma dobbiamo per forza trascrivere questo bellissimo ricordo di Teresa:

“Nel leggere i martìri che le sante avevano sofferto per Dio, mi sembrava che comprassero molto a buon mercato la grazia di andare a godere di lui, e desideravo ardentemente di morire anch’io come loro, non già per l’amore che mi sembrasse di portargli, ma per godere presto dei grandi beni che leggevo esservi in cielo. E stando insieme con questo mio fratello, entrambi cercavamo di scoprire che mezzo potesse esserci a tal fine.
Progettavamo, così, di andarcene in terra di mori, a mendicare per amor di Dio, nella speranza che là ci decapitassero, e credo che il Signore ci avrebbe dato il coraggio, in così tenera età, di attuare il nostro desiderio, se ne avessimo avuto i mezzi, senonché l’aver genitori ci sembrava il più grande ostacolo”.

Pubblicato in gdr, illuminati, segnalazioni, vecchi intrattenimenti | Lascia un commento

Solo in Puglia ci sono paesi così pugliesi

Negli anni ’80 quel cricetone di Umberto Eco scrisse una serie di articoli sull’America e sulla mania dei mericani di ricostruire le opere d’arte europee in scala 1 a 1, palazzi compresi, ma con colori squillanti e più realistiche del reale, ammassandole tutte insieme e producendo uno strano effetto di sovraccarico e distorsione.

criceco

Noto ritratto di Pericoli usato per la Bustina di Minerva. Lampante la somiglianza col prolifico e vorace roditore.

Come in molti altri casi l’Umberto riscopriva l’ovvio, perché gli europei avevano fatto più o meno la stessa cosa con altre culture. Ad esempio, Gerard de Nerval in viaggio in Egitto scriveva: “Ho visto per la prima volta danzare in pubblico delle almee. Vorrei ben mettere un po’ la cosa in scena; ma veramente il decoro non comporta né archi trilobati, né colonnine, né rivestimenti in porcellana, né uova di struzzo sospese. Non è che a Parigi che si incontrano caffè così orientali”.

Stessa cosa più o meno Gautier: “Il caffè turco di Boulevard du Temple ha fuorviato l’immaginazione dei parigini sul lusso dei caffè orientali. Costantinopoli resta ben lontana da questa magnificenza di archi a cuore, di colonnine, di specchi e di uova di struzzo…”.

L’uovo di struzzo evidentemente aveva fatto colpo. E non solo l’occidente ricostruiva un oriente immaginario moltiplicando in maniera grottesca i suoi elementi ritenuti più esotici, ma così stimolava l’ignobile turismo imponendo all’originale di conformarsi al modello iperreale, pena la delusione dei clienti.

Questa ulteriore finzione mostrava rapidamente la corda e persino l’ingenuo De Amicis partito in vacanza dirà che la danza dei dervisci ormai era uno spettacolo organizzato per i turisti: “le estasi, i rapimenti, i volti trasfigurati, che tanti viaggiatori videro e descrissero, io non li vidi. Non vidi che ballerini agilissimi che facevano il loro mestiere colla massima indifferenza”*.

Stessa cosa sarebbe accaduta per la Cina. Non ricordiamo quale principe tedesco maniaco di porcellane fece costruire la pagoda del palazzo di Sanssouci a Postdam, tutta dorature e stucchi rococò, che doveva dare la vera idea del lontano oriente.

cines

Si dirà (ma chi lo dirà?): vabbè, i francesi del ‘700 costruivano assurdi edifici moreschi perché non avevano mai visto quelli veri, non c’erano foto, solo qualche disegno, tutto si basava su voci e quindi si capisce… mentre i mericani vedono bene le nostre città, le opere d’arte, hanno tutto per riprodurle identiche, se proprio vogliono, e allora perché i loro orrendi collage, le loro orrende ultime cene in colori brillanti e senza una crepa, insomma perché questa loro assoluta mancanza di gusto e di senso storico?

Perché la parola è più potente dell’immagine, o almeno lo è quando l’immagine è muta per ignoranza della cultura che contiene. Il mericano che vede la foto della Cappella Sistina pensa quasi certamente “toh, un soffitto dipinto”, ma poi ascolta il viaggiatore di ritorno da Roma che racconta di sensazioni estatiche, in genere per giustificare la spesa, e quindi gli viene da riprodurre la cappella non come è, ma come per lui dovrebbe essere per suscitare quelle reazioni: di cui lui è diventato partecipe attraverso le parole del suo simile.

E così viene fuori una copia della cappella senza segni del tempo, con colori nuovi, luci suggestive, musiche ed effetti e tutto ciò che può estorcere persino a un mericano l’emozione raccontata, supposta, di fatto immaginata; al che gli italiani si sentono quasi in dovere di imitarli, e si capisce benissimo che non vedono l’ora, cadute le ultime barriere della vergogna, di mettere anche nella Cappella Sistina vera un po’ di luci soffuse e di musica ambient**.

Però c’è un freno. Non che la maggior parte dei taliani sia in grado di interpretare quelle immagini meglio dei mericani, ma qualcosa l’hanno comunque assorbita dall’ambiente, nonostante le immagini mericane in cui sono immersi, e poi i taliani hanno preso troppe cazziate per aver storpiato e distrutto parte del loro passato e quindi a parole sono diventati quasi tutti ferocemente contrari a qualsiasi cambiamento**, come cani lungamente bastonati per distoglierli dalle pantofole o farli scendere dalla poltrona padronale, cui non farebbero accostare più nemmeno i figli. Il rispetto del passato per principio, il rispetto irriflesso, per quanto sciocco ha comunque i suoi lati positivi.

puglia

Il finto antico villaggio pugliese segnalato da Luigi Mastandrea probabilmente non somiglia a nessun antico villaggio pugliese mai esistito ma, come i caffè orientali della Parigi del novecento, è molto più arabo dell’Arabia vera: è la quintessenza della Puglia da cartolina, se fosse mai esistita una puglia rurale da cartolina.

L’idea di creare dei finti villaggi antichi non è mica nuova, gli americani lo fanno già da tempo (forse ispirati dai nostri presepi viventi), ma la bellezza di quello pugliese è farlo in Puglia, a vantaggio non solo dei turisti americani, ma anche dei pugliesi che vogliono ritrovare le radici, e in particolare le uniche che vale la pena di cercare, cioè quelle immaginarie.

L’idea potrebbe essere applicata su più larga scala, coniugando l’amore degli italiani per la tradizione con la loro irresistibile voglia di costruire palazzi sulle antiche rovine. Si potrebbe, ad esempio, fare una copia dei sassi di Matera, farla ancora più misera e sassosa, e nei sassi veri costruirci dei bar per l’aperitivo, come per altro stanno già facendo.

E in fondo perché no? Se lo fanno i mericani, perché noi no? Le possibilità sono enormi: una nuova antica Roma di cartone, così dormi nell’albergo costruito nel Colosseo (tradizione e innovazione) e poi ti vai a fare un giro nel Colosseo antico, quello di cartone.

 

* Questa e le le due precedenti citazioni sono tratte dalle note all’Elogio del caffè di Antoine Galland, ed. Sellerio.

* * Le due considerazioni potrebbero sembrare contraddittorie, ma non lo sono: quando una cosa si fa senza capire perché, fare esattamente il contrario è un attimo.

Pubblicato in illuminati, oziosità, rovesci | Lascia un commento

Concessione all’attualità

Un lucido riassunto degli eventi:

Dopo due mesi e mezzo di trattative Lega e 5S propongono come presidente del Consiglio Conte, che con rispetto parlando politicamente non è nessuno, e non è nemmeno quel che si dice un tecnico di chiara fama. Per il resto della banda, dicono, ci vorrà ancora un po’ di tempo. D’altronde Roma non è stata distrutta in un giorno.

J3aLoSu

Parte il tritacarne, si indaga sulla vita di Conte e lo si accusa di aver gonfiato il suo curriculum con delle menzogne. Quasi tutto il dibattito politico vira su questi “problemi” e gli avversari politici non si rendono nemmeno conto che se queste accuse fossero vere renderebbero solo Conte più simile all’italiano medio che avrà l’onore di rappresentare e quindi più amato. Lui, dal canto suo, si presenta come avvocato degli italiani, che ne avrebbero effettivamente bisogno, però di un penalista.

Ma Mattarella pone il veto su Savona, proposto come ministro dell’economia, perché antieuro. Anche se non apprezziamo affatto i cinque stelle e Salvini, ci sembra una mossa molto grave e pericolosa.

Pure stavolta però la principale questione politica viene elusa e si comincia a discutere della legittimità del veto. Spuntano subito costituzionalisti da entrambe le parti e gli italiani ascoltano attenti la lezione per poi subito ripeterla. Tra parentesi, peggio di chi non ha mai letto la costituzione c’è solo chi l’ha letta mezza volta. Infatti la costituzione non dice che il Presidente della Repubblica può rifiutarsi di nominare i ministri proposti dal presidente del consiglio, e non dice nemmeno che deve nominarli per forza. Questo punto non viene affrontato specificamente e in passato si è sempre risolto con un negoziato, ma questa è una prassi (anche comprensibile, anche giusta), non una previsione costituzionale.

In effetti il sistema democratico è ambiguo e ipocrita e proprio in ciò consiste la sua natura: è democratico PROPRIO perché ambiguo e ipocrita. Ma Salvini l’ha spinto verso un punto di rottura: il rifiuto di Mattarella è ciò a cui non si doveva mai arrivare. Nella logica ipocrita della repubblica, il Presidente ha il potere di veto ma solo finché non lo esercita fino in fondo, e la maggioranza ha il potere di indicare i ministri finché non lo fa davvero. I due poteri devono, per principio, ritenersi superiori, e per educazione trovare un accordo. Ma quando uno dei due pretende davvero di esercitare tutto il suo potere, viene svelata la sostanziale impossibilità di funzionamento del meccanismo costituzionale. A nostro avviso la responsabilità politica di Salvini è gravissima, o lo sarebbe, se questo fosse un paese serio..

Nel frattempo la sinistra è in difficoltà perché non riesce a dare la colpa anche di questo a Renzi.

Di Maio dal canto suo parla di messa in stato di accusa del Presidente ma Salvini non lo segue. E ovviamente, perché Salvini non ha nessun interesse a stabilire se il comportamento del Presidente sia lecito o meno, a lui basta e conviene aver inceppato il meccanismo. Se il Parlamento, chiamato a pronunciarsi sulla messa in stato di accusa, stabilisse che non ci sono i presupposti, Salvini dovrebbe ammettere che la colpa di questa situazione di merda è sua, e ovviamente lui non ha nessun interesse che ciò avvenga. I suoi elettori sono già convinti che c’è stato un golpe e gli va benissimo così, per la sua ambizione è disposto a screditare il sistema democratico per presentarsi come unico e vero rappresentante della volontà popolare. È come uno che accusa il giudice del suo processo di essere un corrotto ma non lo denuncia, per paura che si scopra che non è vero. Gli basta infangare quel potere in modo da potersi dire sottratto a ogni giudizio. Questo è pericoloso, molto pericoloso, e non bisognerebbe più lasciarglielo fare, ma ovviamente le cose vanno in un altro modo.

Perché secondo noi il punto è questo: non bisogna convincere gli elettori del centrosinistra che è stato Salvini a provocare la crisi per fomentare la popolazione: lo vedono già; bisogna convincere gli elettori di centrodestra. E non si riuscirà a convincerli facendo parlare i costituzionalisti. Serve qualcosa di più semplice e più forte, che può essere solo una decisione del Parlamento. Le forze politiche dovevano essere chiamate a dire senza ambiguità e senza dubbi chi ha impedito la formazione di un governo, perché altrimenti Salvini continuerà a demolire il sistema rivendicando questa “vittoria tradita”, che poi è un classico cavallo di battaglia del populismo di tutte le ere.

Salvini pensa di sottoporre il Presidente della Repubblica non al giudizio del Parlamento, ma dei suoi elettori. Lui sa che in Parlamento la sua furbesca manovra verrebbe fuori, mentre gli elettori sono più facilmente manipolabili ed emotivamente già pendono dalla sua parte. Vuole e sta mettendo una parte della popolazione contro l’altra, sta già spaccando il paese, come del resto ha sempre fatto, fuori da ogni procedura e puntando alla reazione viscerale. Poi, quando avrà preso i voti, troverà un accordo da una posizione di forza. Perché non è pazzo, è solo furbo e spregiudicato e sta sfruttando non solo le debolezze del sistema, ma anche quelle dei suoi elettori. È chiaro che non gli importa nulla della verità o di chi lo vota, purché riesca a raggiungere il potere.

Nel frattempo Mattarella indica come premier Cottarelli. Anagrammi di Cottarelli:
– Al Col, tetri (riassunto della giornata politica);
– Te, tracolli (le prime parole di Renzi).

Se riesce a formare un governo si andrà avanti fino a dicembre, altrimenti si voterà a settembre. All’inizio nessuno sembra disposto a sostenere Cottarelli, già indicato come uno che taglia, quindi la mossa sembra quasi suicida.

33864156_10156519060439429_8106143913795911680_o.jpg

i giovani sono con il Presidente

E’ passato solo un giorno e già pare che Di Maio abbia rinunciato all’impicciamento. Qualcuno gli avrà spiegato le tabelline. Perde anche un paio di punti percentuali, gente di sinistra che adesso tornerà a votare per i comunisti di Rizzo: d’altronde meglio un fallimento sicuro che uno incerto. Salvini invece succhia voti al Berlusca e anche ai cinque stelle, ma è lo stesso processo che ha svuotato il PD a favore dei cinque stelle: ti prendi i peggio. Alla fin fine c’è questo 10-15% di popolazione accanitamente alla ricerca del più bugiardo e urlone, prima votavano comunista o AN e adesso votano cinque stelle e lega e trovandosi vicini si scambiano anche di posto, per cui non capisci più chi è comunista e chi è fascista, che poi non si capiva nemmeno prima, a guardare bene. Rimane lo zoccolo duro dei dipendenti statali, che ce l’hanno con Renzi perché ha costretto gli insegnanti ad andare a lavorare dove ci sono le cattedre vuote e non sotto casa, e hanno paura di Cottarelli perché parla di efficienza, e voterebbero chiunque prometta di non fare nulla, di lasciare tutto com’è, magari per quegli altri due o tre anni che mancano alla pensione: pensione che non avranno, se lo trovano.

Infatti non saranno certo uno o due tragici pagliacci ad affondare di colpo l’Italia, dopo che per trent’anni ci hanno provato praticamente tutti, a partire dai bravi cittadini che prendono ancora la pensione col retributivo o hanno costruito la casetta sulla tomba etrusca. Anche dei balordi di grosso calibro ci metterebbero qualche anno a buttare tutto nel cesso, forse quattro o cinque, e ormai quattro o cinque anni sono più lunghi dell’eternità.

In televisione Salvini si dichiara di nuovo ansioso di andare agli interni per cambiare le leggi sulla legittima difesa. Uno si sarebbe aspettato di più qualcosa sull’immigrazione, ma quella è una materia difficile mentre la legittima difesa costa niente e fa felice il leghista tradizionale, che si separerebbe anche dal resto del suo quartiere e vuole la pistola come simbolo di indipendenza. Non che voglia davvero spararci.
La legittima difesa è per la destra come il testamento biologico per la sinistra, una questione più di principio che di sostanza, un “diritto civile”. Già, perché anche stabilire che se uno entra in casa mia posso sparargli è un “diritto”. Contrariamente a ciò che pensano i giovani di sinistra, e anche parecchi vecchi, il “diritto” non è di per se una cosa bella o giusta, ma solo una posizione di preminenza tutelata dall’ordinamento. Quindi ci sono anche diritti odiosi. Ad esempio, avere una pensione più elevata di quanto deriverebbe dai contributi versati è un diritto, ma è odioso.

Comunque, il bello è che adesso Salvini passa pure per un genio della politica. Certo in confronto a Di Maio… ma diciamo che gli piace vincere facile: dopo un esordio politico tra i comunisti, Salvini passa a destra e a forza di sparate contro lo stato contende la lega a un Bossi invecchiato, malato e inquisito, operazione che ripete oggi con successo nei confronti di Berlusconi. Il suo unico avversario ancora in salute, Renzi, praticamente si suicida, e adesso c’è Di Maio, che avrebbe difficoltà a manovrare anche in un’assemblea di condominio. In pratica Salvini a un certo punto si è accorto che intorno a lui c’era solo gente addirittura peggio di lui, una scoperta che deve averlo sconvolto. Le porte del palazzo erano talmente marce che per entrare non serviva nemmeno sfondarle, bastava aspettare ancora un po’ e sarebbero cadute a pezzi da sole.

Incidentalmente, notiamo che Salvini, Di Maio e Renzi hanno fatto tutti e tre il classico. Tra i giovani leader solo Giorgia Meloni viene dal linguistico, confermandosi in ciò figlia del popolo prima ancora che della lupa. È chiaro che il problema della selettività del liceo è stato un po’ trascurato.

Comunque è anche vero che nel nostro paese annunciare una cosa e poi fare l’esatto contrario è considerato praticamente il massimo della furbizia e quindi dell’acume politico. Quando poi uno, tradendo le aspettative del popolo, fa proprio quello che ha detto, allora appare un furbo al quadrato, degno della massima considerazione. In pratica la furbizia è nell’occhio di chi guarda e quando sei in auge tutto ciò che fai è considerato furbo, da cui le inani ed estenuanti “analisi” di quelli che ricostruiscono il tuo presunto e sempre più tortuoso processo mentale. Come diceva l’Elia: “E che vuoi dirgli? Loro guardano ammirati la polvere”.

Immaginiamo le signore dalla parrucchiera che cinguettano:
“ah quel salvini, che furbo di tre cotte! ha messo nel sacco giggino, uno che notoriamente beve latte di volpe… che peccato sia già impegnato con quella sciacquabicchieri altrimenti gli davo proprio la mi’ figliola!”.

E queste sono le scenette che ci passano per la mente ogni giorno, ogni minuto. Davvero avremmo bisogno di una cura.

34047303_10156522147874429_677535789638221824_o

Pubblicato in atrocità, oziosità | 3 commenti

Nel frigo

Con signorile ritardo la Fondazione ha visto Blade Runner 2049. Essendo passati più di sei mesi dalle prime proiezioni, il film è già obs come la merda. Che poi è anche il grande pregio di non guardare / leggere la roba a tempo con la plebe. Del film visto fuori tempo non senti l’urgenza di parlare, perché nessuno più ne parla, a riprova del fatto che non parlavano tanto per il film in se ma per lo squallido bisogno di fare conversazione. E quindi vedere il film in ritardo ti salva da due grandi mali, che sono parlarne e sentirne parlare per fatuità. Perché poi molti altri motivi per parlarne non ce ne sono, tranne forse quella meravigliosa bambina che fa l’ologramma.

ana-de-armas_jpg_250x250_q95

Altro piccolo vantaggio di andare controtempo è che abbiamo pagato tre euro e cinquanta e siccome la sala era quasi vuota abbiamo occupato pure le poltrone vip. In compenso la proiezione era mediocre, ma già da diversi anni ci sembra che al cinema le immagini siano sempre troppo scure, che i neri siano piatti, come del resto accade pure con le immagini televisive. Forse i nuovi proiettori digitali sono più scadenti, come i led da pochi soldi? O è il solito generico rimpianto del passato che ci fa ricordare meglio le vecchie immagini?

Ad ogni modo, l’insignificante evento ci fa pensare che tutto il grande mondo delle merci aspetta il suo frigorifero temporale. Fragole, pomodori, questa roba si conserva a stento mentre film, libri, vestiti, il resto si conserva perfettamente e basta muoversi di lunedì, come gli accattoni istituzionalizzati, per trovare parcheggi vuoti, sale vuote, posti in albergo, sconti, per godere effettivamente dell’abbondanza, dell’eccesso anzi: una sala da trecento posti solo per te, un parcheggio grande come un campo di calcio, puoi arrivare fino all’ingresso e anche lasciare la macchina in diagonale. Dentro, venti persone aspettano te, tanto il macchinario non si può fermare.

Perché tu possa largheggiare ti basta consumare con lentezza, attendere un po’, rinunciare all’ultimo film (ma lo vedrai tra sei mesi), all’ultimo taglio di pantaloni (idem), e l’unico valore che perdi è la freschezza, che nel caso in questione coincide con la banalità, la voga, il ritmo imposto da altri. Ma, uno dice, bisogna pur lavorare, svegliarsi la mattina dopo… queste in buona parte sono scuse, la verità è che se vai al cinema di sabato è perché lo vuoi, vuoi vedere gente, parlare come tutti del film che tutti vedono, del libro, avere il vestito che tutti portano, averlo quando ce l’hanno gli altri e se possibile anche prima, ma solo un poco prima, un attimo prima, altrimenti sarebbe come averlo dopo.

Per soddisfare sia i desideri materiali che la vanità di essere proprio come tutti gli altri basterebbe creare una comunità-frigorifero, che vive con un ritardo di qualche mese, e anzi è sorprendente che non esista già. Il mondo delle macchine ricrea assurdamente l’epoca contadina, coi suoi cicli, la scarsità, le sue primizie a caro prezzo, la sua onnipresente puzza di letame pubblicitario… il futuro è arrivato così veloce che ci ha scavalcato e adesso sfreccia allegramente verso il medioevo e noi lo rincorriamo.

Inventare le comunità-frigorifero? Ma ovviamente esistono già, come potevamo pensare il contrario? Il 99% delle sottoculture sono solo dei frigoriferi temporali, sono esattamente la stessa cosa che è già accaduta l’anno scorso, dieci anni fa, cinquanta, solo con dei nomi nuovi e qualche insignificante variazione estetica, giusto per non dare l’impressione che sia roba smessa, da accattoni, farti pensare che la tua non sia una scelta ma solo l’impotenza di pagare la primizia. Da questo una loro certa inevitabile puzza di muffa.

Pubblicato in dick, oziosità, vecchi intrattenimenti | Lascia un commento

Prossimamente al cinema

Dopo “Black Panther”, indiscrezioni sul prossimo film della Marvel, “White Cougar“: Belinda Carlisle è la classica casalinga americana alle prese con ragù, tradimenti ed omicidi. Un giorno sistemando il garage trova un vecchio opuscolo della Dottoressa Tirone stampato con inchiostro radioattivo e prima di rendersene conto si trova trasformata in White Cougar. Subito parte con un’energica pulizia kontatti, stermina alcune persone farze e compra un suv grande come un’ambulanza per andare a fare gli esercizi nel parco dietro casa. Di notte invece adesca giovani di colore spacciandosi per un’attivista del PD, ma scopre con orrore che votano tutti Lega. Lo sciovinismo e razzismo del copione la costringono a uccidere il regista piantandogli un tacco nell’occipite e a questo punto il film degenera in un’orgia di violenza insensata che piaceva molto negli anni ’90.

Ancora indiscrezioni cinematografiche: le riprese del nuovo Indiana Jones cominceranno nel 2019, confermata la presenza di Harrison Ford, titolo “Indiana Jones e la ricerca della lapide adatta“.
Questo episodio è ambientato nel 1968, Indiana ha 85 anni e teme di restare senza una degna sepoltura. I posti al cimitero sono tutti prenotati e il nipote ha anche falsificato la firma sul libretto postale per ritirare la pensione al posto suo. Per fortuna un’antica pergamena comprata su amazon gli spiega che in Italia le fosse sono a buon mercato, ma si tratta di una fake news e quando Indiana arriva con la Costa Crociere a Napoli scopre che scugnizzi senza scrupoli ingannano i cd. “turisti del tumulo” e invece di seppellirli li buttano a mare. Scatta un ipercinetico inseguimento in carrozzella che tra l’altro rovescia il bancariello di brodo di polpo di Mario Merola e termina contro un corteo di femministe. Indiana, reo di aver fatto troppo lo sciupafemmine, viene fatto a brani dalle menadi e seppellito di nascosto nella tomba di Leopardi, tanto è vuota.

E ora la risposta italiana alla Marvel: Super Poweri: Giggino è uno scugnizzo col porsche, risulta invalido civile ma scorrazza nei vicoli a duecento all’ora. Sua madre, 28 anni, è in pensione da 15. La nonna, quarant’anni, prende l’accompagnamento. La loro casa sembra bombardata, ma dentro hanno le mattonelle di Rocco Barocco. Una famiglia come tante, che si lamenta delle tasse che non paga e vota contro il sistema. Ecco i super poweri, che combattono contro i comunisti e gli intellettuali da salotto a colpi di facezie dialettali. Riuscirà Giggino a prendere anche il reddito di cittadinanza? Lo scoprirete solo nella prossima puntata “Chiagnere & Fottere”.

Ancora: un film di orrore sociologico, che fa esplodere le contraddizioni della società: Peppino Besciamella si laurea alla Bocconi e diventa consulente in una startup di supposte deodoranti. Si innamora di Ipazia (nata Concetta), artista visuale ed influencer: i due conducono una vita frenetica, tutta sushi e anfetamine. Finché Peppino decide di ritornare per un weekend al paese. Qui impulsi atavici lo possiedono e con la complicità dei familiari tortura Ipazia costringendola a ingurgitare parmigiane di melanzani e soffritti di cinghiale. Poi elabora una versione sadica del gioco dell’oca: ad ogni tiro di dado la povera Ipazia viene trascinata sul tabellone e costretta a mangiare la relativa pietanza, in un crescendo di spietato tradizionalismo. Riuscirà Ipazia a salvarsi prima della diabolica casella 69, il ciuccio imbottito di petardi? Lo scopriscerai solo guardando “GIÙMANGI!”, quest’altr’anno, al cinema.

P.S.: si vocifera anche di un film sul crudele e fantasmagorico mondo del turismo di massa, percorso da continui fremiti di ignoranza e contagiato da un’insanabile avidità di fittizio: “il giorno della low cost“.

Pubblicato in oziosità | 1 commento

Juvenilia compromettenti

20525595_10155667263134429_2212643651455835930_n

Lo spoglio dei quaderni ginnasiali di Spallanzani ha fatto emergere un certo numero di piccole liriche dedicate a Mussolini. Erano spesso semi cancellate o racchiuse tra fogli incollati, perché l’ortografia deforme e il tono ironico all’epoca gli avrebbero causato seri fastidi, e oggi forse anche di più. Il prof. Levonetto non solo ha raccolto le migliori, ma ne ha anche aggiunte altre, di gusto se possibile peggiore.

8 aprile 1934

“Ducie! Lo straniero si introducie
Tra il tuo popolo e seducie
Le sue figlie più procacie.
Sorgi dunque! e come bracie
Ardi tutte le fallacie
Del bolscèvico batracie
Che le razze vuol meticie!”

2 giugno 1934

AMLETO: Potrei sentirmi d’infiniti universi il Ducie / anche chiuso in un guscio di nocie / se non fosse per i brutti sònii…

P.S. anche gli anni lucie / sono nulla per il Ducie / alieno se vieni più vicino / ti daremo l’olio di ricino

12 gennaio 1935

Mentre uscivan da l’inferno / disse Orfeo ad Euridice / tengo questo dubbio eterno: / mi hai stirato le camicie? / Gli rispose l’infelice / “ma ti credi forse il Ducie? / io mi accingo alle faccende / sol per l’uomo che mi offende”. / All’udir queste palore / mite Orfeo cambiò colore / e volgendosi a Euridice / con la fronte in sua narice / diede un colpo così fatto / da violar l’infero patto”.

20 febbraio 1935

“e quando del tuo DOOGIE / tu sentirai la vOOgie / cantare dògie dògie / tu non avrai più indOOgie”

(senza data ma probabilmente giugno 1935)

“mi piage sì mi piage / andare sulle spiage /
e con tono mordage / fare l’apologia del duge”.

(coretto) “ducie oh mio ducie / insegnami le audacie /
che di donna procacie / carpiscon le fiducie!”.

(contro coretto) “ducie, caro ducie / su chi ti contraddicie /
con piume e con la pecie / mi getterò vindicie!”

(e riprende) “al moro pertinage / sbarcato sulle spiage /
il duge con l’orbage / insegna la saudage”

(con foga) “al rosso col versage / allo zinchero predage /
al semita più rapage / il mio dvgie non dà page!”

(avvampando) “DVGIE! / Su di te, quante bùgie!
Ma il codardo presto fugie / quando lo tuo spirto rugie”.

Aggiunta del prof. Leonetto:

“L’Abboldrina fa il visage
con la crema di borage;
poi finito il maquillage
va ad un afro-vernissage.

Indi uscita dal garage
la impedisce un équipage
di magreb col tirabrage
e di zingare randagie.

La ministra teme strage,
pensa ad un escamotage:
parla ai negri con ambage,
fa un discorso di fallagie.

Quella turba è ben predage
non ascolta la loquage,
vuol di lei sporcar la fagie
e poi farne quel che piage.

Ma in quell’attimo vivage
tosto appare il più verage
dei fascisti il carapage:
fiero guardo, gran torage.

Non si tratta d’un seguage,
non di Balbo o di Starage,
ma di LVI, il più tenage:
eia eia viva il DVGIE!

Con la mano sua pugnage
rende il negro inefficage,
e rimanda il contumage
al confin o alla fornage.

Latillovvo, il nostro DVGIE,
la ministra lui seduge
e alopecio riproduge
il famoso piglio truge.

L’Abboldrina si dispiage,
fa il musetto di batrage.
Una scusa ecco adduge:
lei non è Clara Petage.

Sulla MiniCooper beige
(goffamente la conduge)
fugge ingrata la redùge,
nel Raccordo s’introduge.

Resta solo il caro DVGIE,
nel tramonto che riduge,
come Chaplin fa spalluge
e s’allontana controluge.”

Pubblicato in atrocità, frammenti, spallanzate | Lascia un commento