Ioci causa

Due persone partecipano ad un reality impegnandosi a sposarsi senza conoscersi e con facoltà dopo sei mesi di separarsi a spese della produzione. Però non riescono a separarsi e, titolano i giornali, “per il giudice sono sposati, anche se in un reality”.

La notizia dà la stura a per molte versi muffose considerazioni sull’invasione della realtà da parte dei reality, ma leggendo l’articolo si nota che il problema è burocratico, non filosofico: l’ufficiale dell’anagrafe non procede con la separazione unicamente per vizi formali, come la data sbagliata del matrimonio e il fatto che sia stato celebrato dall’ufficiale di un altro comune.

Per cercare di aggirare il problema gli sposi si sono rivolti al tribunale sostenendo di essersi sposati per timore delle penali previste dal contratto del reality, ma giustamente gli è stato risposto che hanno comunque voluto il matrimonio, anche se rassicurati dalla possibilità di separarsi dopo sei mesi. Come tutti, in realtà, perché ormai in pratica non c’è più bisogno che la convivenza sia diventata intollerabile per chiedere la separazione. E siccome costoro alla fin fine potranno superare l’ostacolo burocratico, che lo correggano e si separino, senza frastornare i Tribunali.

Il punto interessante dalla questione quindi non è “può un matrimonio contratto senza reciproca conoscenza e senza amore essere valido?”, perché la risposta era già nota da anni: sì, è valido, tranne i casi particolari previsti dalla legge (incapacità di intendere, errore di un certo tipo, violenza, timore di eccezionale gravità, simulazione). Al di fuori la forma “copre” tutto, il rito diventa la sostanza, anche perché è talmente difficile e oneroso indagare nell’orrendo groviglio del cuore umano che affidare ai giudici l’esame delle motivazioni interiori sarebbe folle.

Allora la domanda vera potrebbe essere: ma un matrimonio corretto nella forma, però officiato in un teatro o davanti alle telecamere della televisione, non presenta elementi di finzionalità così evidenti da non poter essere considerato affatto un matrimonio? Il problema a ben vedere è sempre e solo di forma, però di forma della cornice.

Rovesciando la questione, un matrimonio “per gioco” (o un battesimo) che rispetti la forma è invalido solo quando “il gioco” resta qualcosa che tutti possono percepire, o anche quando non si capisce subito che è un gioco? La teoria tradizionale per cui il negozio fatto per gioco è assolutamente nullo si scontra col fatto che non sappiamo bene cosa intendiamo quando diciamo “gioco”, e in molte occasioni ciò che appare un gioco ad alcuni non lo è per altri.

Chiudiamo con questa banale perplessità un discorso che non interesserà nessuno, e che invece bisognerebbe approfondire.

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Consigli per non comprare un libro, livello expert

Visto l’insuccesso dei primi 5 consigli (state continuando a comprare libri da quattro soldi, lo sappiamo), ecco quelli per il lettore veramente smaliziato:

Per quanto possa sembrare ovvio, MAI comprare un libro quando:

6) c’è scritto “PERSONAGGIO NOTO con xxx“, tipo:

ALBANO
con teodoro impestato
LA MIA VITA.

Il nome in piccolo di solito è quello di un giornalista e andrebbe già applicata la regola “MAI comprare libri scritti da giornalisti”, ma in questo caso è anche peggio perché il giornalista non solo ha scritto il libro per il personaggio noto: ha anche avuto l’improntitudine di frignare per avere il nome in copertina, sebbene in corpo 8. Inutile dire cosa denoti tutto ciò.

7) mai comprare un libro se costa più di 4-5 euro. Se un libro è così caro è solo perché è nuovo, nel senso di stampato da poco, perché che nuovo sia il suo contenuto non c’è da crederlo. Un libro appena stampato è “attuale”, quindi è volgare, e semmai il suo autore è pure ancora vivo, col rischio che rilasci interviste o proclami, che si schieri per Battisti e poi lo rinneghi, che denunzi complotti fascisti o comunisti, insomma che si dimostri pubblicamente quel vanesio imbecille che di solito è, gettando nella prostrazione chi ha pagato il suo libro fin venti euro.
La persona a modo compra perciò sulle bancarelle, dove le opere tarlate e stagionate vanno al chilo e i loro artefici sono morti, almeno commercialmente.

Evitare accuratamente un libro se 8) l’autore viene definito “un esordiente”. Il termine ha qualcosa di apologetico e piagnone (“siate benevoli, sono un esordiente”) o implica un orgoglio demenziale (“guardate come siamo bravi e coraggiosi, pubblichiamo anche i pivelli, aiutiamo i giovani”). Nella maggior parte dei casi “esordiente” è solo un modo per azzardare “è nuovo!” quando invece l’autore è già una vecchia conoscenza nei soliti giri di puttane intellettuali (aka giornalisti). L’inflazione della parola ha avuto il naturale effetto di svuotarla di significato e infatti adesso prevalgono gli “esordienti assoluti”, che stanno agli esordienti semplici come l’illetterato sta al dilettante.

E mai, mai comprare quando 9) la principale se non unica caratteristica del libro è di essere definito “nuovo”. Anzitutto di norma è nuovo solo tipograficamente, perché poi contiene le solite sporche cazzate che dicono tutti, e comunque anche se fosse nuovo pure il contenuto ciò resterebbe un dubbio vantaggio: come diceva Gadda, se un’idea è più nuova di un’altra allora significa che non sono eterne, né l’una né l’altra. Ma sul punto diamo la parola a un vecchio barbogio che ne sapeva a pacchi:

sciope

Infine, apprendiamo che Mondadori ha ceduto anobii alla sconosciuta ovolab srl di Torino. Evidentemente nessuno riesce a farci due lire. Il fatto è che i lettori più di tanto non possono comprare e le edizioni di lusso non conferiscono prestigio sociale. Il problema del libro come prodotto è che bisogna leggerlo, non è ancora possibile inghiottirlo o ficcarselo su per il culo. Elia Spallanzani l’aveva capito e suggeriva libri edibili, o almeno rapidamente biodegradabili; idea parzialmente realizzata con le vignette sul cucciolone e ora le scritte sulle caramelle. D’altro cazzo non dice forse la scrittura “prendi questo libro e mangialo: amareggerà il tuo ventre ma…”, con quel che segue? E il verbo fatto carne non è la prima, geniale forma di consumismo intellettuale? Invece di dover faticosamente imparare una dottrina valida una volta e per sempre, puoi e anzi devi inghiottire ogni giorno qualcosa che non capirai mai, che per principio non puoi capire, ma senza la quale sei spiritualmente e socialmente fottuto. Dal prodotto al servizio, diremmo, e dal servizio alla pantomima. Guardate infatti la fortuna dell’espressione “libri in pillole”. Grazie a dio la gente che legge davvero i testi sta sparendo. Che anche prima li capisse, non c’è da crederlo. Libri in quattro parole, libri riducibili a un rigo, tutto questo va benone, immagini di librerie per farne sfoggio, tutto giusto, ma non basta: bisogna ancora eliminare questa fastidiosa tendenza della scrittura a esigere attenzione, comprensione, compassione, quasi. L’Elia lo sapeva, oh sì, se lo sentiva nelle amareggiate viscere, da cui i suoi libri fatti di nulla.

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Una pacata constatazione

È passato quasi un anno dalla pubblicazione della prima puntata del nostro eccezionale fumetto e nessuno ci ha cacato. Nel frattempo avrete speso almeno cento euro a testa per vedere 12-13 film di supereroi tutti ugualmente stupidi, muffi e fracassoni. Con la tessera dell’insegnante di vostra zia avete comprato una cinquantina di euro di libri inqualificabili, che non avete neanche letto. Per non parlare dei duecento euro a testa che avete speso per collegarvi ad internet e pascervi di inanità, al contempo lamentandovi della mancanza di contenuti veramente belli. La verità, che tutti sappiamo, è che lo squallore dei tempi deriva giocoforza dal vostro, e che se nessuna forza vi punisce visibilmente è solo perché avete stancato anche l’infamia.

P.S. Comunque la colpa è anche nostra. Se tu nel titolo di qualcosa metti la parola “eruditi” è chiaro che la gente noccapisce. L’avessimo intitolato “Il plurale di cacao” facevamo il botto. O forse era troppo difficile anche quello.

P.P.S. Egregio lettore, sei ancora in tempo per rimediare. Vieni anche tu alla bottega della Fondazione. Con una spesa di almeno 832 euro in memorabilia spallanzaneschi riceverai subito in regalo il Pupazzo Di Okane.
Il pupazzo è realizzato a mano nella famosa città di Okane, in Malesia, e le sua forma indefinibile ti garantirà ore e ore di divertimento con gli amici. “Ma cos’è, di Ocane?!”, esclameranno involontariamente esatti, e tu potrai dargli un aiutino. Ricorda inoltre che puoi sempre usare il bonus cultura della zia, aggiungendo al piacere dell’acquisto quello di frodare il governo.

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Figure dell’Inferno Moderno

Figure dell’Inferno Moderno è un breve dizionario mitico che Spallanzani accodò ai suoi “Racconti abbandonati”. Sotto la lettera “S” troviamo “Sisifone, fatica di: Sisifone, reo di essersi sposato tardi rovinando la vita alla compagna, è condannato dalle potenze infernali a rifarle continuamente daccapo il bagno, senza che mai le piaccia o funzioni”.

Spallanzani si riferiva alla nota ingordigia delle donne frustrate per il rifacimento dei sanitari, che secondo lui costituivano una specie di succedaneo di altre soddisfazioni. Studi antropologici più approfonditi ci costringono ad allontanarci da questa sua visione francamente sessista e arretrata. Secondo noi la verità è che le donne, anche non frustrate, calpestano i coglioni ai mariti per rifare il bagno al solo fine di rendere psicologicamente sconveniente un cambiamento di partner. Loro sanno che l’uomo, se mai gli venisse il pensiero di mettersi con un’altra, sarebbe travolto dalla consapevolezza orrenda di dover rifare un’altra volta il bagno, e questo è più che sufficiente a farlo desistere e, in molti casi, a indurlo a tagliarsi proprio il membro.

La nota storia per cui gli uomini sono tirchi e non capiscono le gioie veramente belle della vita, tipo spaccare tutte le piastrelle e le tubature di un bagno perfettamente funzionante per rifarlo color malva e scambiare di posto il cesso e il bidet, questa storia, diciamo, è la perversa deformazione femminile di una resistenza umana: l’uomo non sente il bisogno di ribadire continuamente che quel cesso è cosa sua, che l’ha cambiato a sua immagine e somiglianza per marcare il territorio e rendere difficile se non impossibile il tornare indietro.

Perché poi il problema non sono nemmeno i soldi e l’atroce perdita di tempo, tempo che non tornerà mai più, sprecato a discutere con l’idraulico, il piastrellista, il negoziante di cessi, nei casi più amari l’architetto: no, queste sarebbero ancora ingiurie sopportabili: il problema vero è che dopo tutto questo sforzo il cesso nuovo non funziona. Le bellissime piastrelle nuove effetto “dune di saturno” sbiadiscono, si graffiano, vengono ricoperte da una curiosa patina verdastra; il nuovo soffione gocciola, il cesso rinnovato puzza e non si riuscira mai più a capire perché, anzi ogni costoso intervento avrà l’unico effetto di non farlo puzzare più di fogna, bensì schiettamente di cadavere; la nuova rubinetteria installata direttamente nel muro perderà in modo occulto, facendo marcire le pareti, attirando scarafaggi e lumache, e il parquet posato nella doccia, quello apposito, che si usa per le barche, diventerà un ricettacolo di muffe e fungastri bianco osso, triste presagio della morte che sta per colpire.

E chiudiamo con una bella poesia sul tema speditaci dall’amico Marcio Panettone:

Epitalamio per un uomo dappoco (tutti):

“Sulla tua tomba metteremo una gif
Di quando sorridevi abbracciato a una milf
Al tuo addio al celibato di quarantottenne
Con gli amici del gruppo “votiamo le Jenne”

Noi vogliam ricordarti così
Squallido, ma ancora te stesso
Prima che dal fatidico dì
Scomparissi per rifare il cesso”.

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L’involontaria vittoria di Manganelli

Quando gli scrittori erano assediati dalla storia dell’impegno civile e i compagni cazziavano chiunque non sbandierasse propositi seri e lodevoli, allora Manganelli trovava buffo e giusto sottolineare che la letteratura invece è per natura immorale, menzognera e (suo aggettivo prediletto) losca. Non a caso la descrizione ricordava un po’ quella che Socrate (aka Platone) fa dell’amore, figlio di povertà, bugiardo e malinquente, sofista e loschissimo incantatore.
La posizione di Manganelli (che lui ovviamente non avrebbe mai definito una posizione, termine sindacaleggiante) veniva in genere considerata paradossale, decorativa, parte del suo stesso non ridevole scherzo, insomma la solita posa del solito infantile bastian contrario di merda alla ricerca di un’inesistente distinzione. Errore, vasto e comune errore, perché col tempo si è visto che non solo la letteratura, ma tutta la comunicazione è diventata programmaticamente losca, equivoca e menzognera fino all’idiozia. La letteratura tanto schifata dagli ignoranti ha invaso la realtà e raggiunto le menti dei semplici, che non riescono più a distinguerla dal mondo. La vera istruzione, in sostanza, era sempre stata un antidoto alla letteratura, che permetteva ai migliori di goderne poche gocce senza avvelenarsi. In mano al popolo questa droga invece ha fatto sfracelli e generato un’infinità di buffoni, tanto che si stenta a vedere altro in giro. Immaginate milioni di Manganelli semi analfabeti che sono arrivati direttamente alla vita come menzogna senza conoscere il dativo o l’aoristo, senza sapere nulla se non che nulla si può sapere, senza difese davanti a un’insidiosa e comoda inerzia spirituale. Eccoli, semplici macchine parodianti, generatori casuali di accostamenti che più del paradosso richiamano la demenza, distruttori inconsapevoli delle loro stesse vite e viziosi di un ridacchiare continuo, orrendo, sferragliante, inumano.

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P.S. Ma poi il succo quale sarebbe? Lo scolastico e manzonesco sugo? Che per scherzare ci vuole la serietà, come per avere la luce il buio? Che giocare sempre equivale a non giocare? Queste sono ovvietà e ognuno è convintissimo di decidere, dominare, ripartire la propria vita. Tutti un po’ solari e un po’ pazzi, per scelta o natura in fondo non cambia perché sempre solo “un po’”. L’unica cosa che si può ricavare da tanti anni di vago rimuginare è invece che non sai cosa stai facendo e non controlli quasi nulla, in sintesi che sei un cretino salvo rarissime e imprevedibili occasioni, che potremmo tranquillamente definire stati di grazia. Donde, questa grazia? Ancora più misteriosa dell’origine del male, volgare e comunissimo tessuto. In noi non c’è ancora risposta.

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Un istruttivo trancio di vita del Nostro

Disse Elia Spallanzani: “amavo mia moglie, ma aveva un sacco di cugine. Dovevamo farci tutti i matrimoni e ogni volta finivo seduto di fronte a suo nonno, separati solo da qualche centrotavola ipertrofico. Il capostipite era un uomo grasso, arcigno, orribilmente vitale per i suoi novantadue anni e mi guardava con niente affatto celato disprezzo. Per lui l’unica vita comprensibile era quella dell’impiegato pubblico. Nella sua famiglia tutti erano impiegati pubblici e così dovevano restare. E io, in effetti, facevo l’insegnante, ma il vecchio aveva sentito parlare delle mie ambizioni letterarie e sebbene non avessi mai pubblicato nulla ciò bastava a rendermi sospetto e odioso nemmeno campassi suonando il violino tzigano alle fiere. Come spesso accade, quanto più piccola è la tua deviazione dalla norma, tanto più sembra riprovevole perché un puro capriccio. Quel vecchio immortale e cattivo mi avrebbe preferito grassatore conclamato che aspirante scribacchino, e non si peritava di farmelo capire. Inoltre non ero stato nemmeno capace di fargli un pronipote e questo non me l’avrebbe perdonato mai”.

Il giudice, essendo un impiegato pubblico, gli addebitò il divorzio.

P.S. Per cogliere tutto il patetico della vicenda bisogna sapere che tra gli altri difetti l’Elia aveva quello di essere povero. Un istintivo rifiuto del lavoro (concetto antiquato, premoderno) l’aveva spinto alla carriera di insegnante, ma lui non dava ripetizioni agli alunni dei colleghi e mollava tutto lo stipendio alla moglie, indebitandosi con le fallimentari iniziative editoriali.
Erano gli anni ’80: mentre idraulici e salumieri arricchiti passavano la frontiera svizzera coi bagagliai pieni di banconote, brindando e sparando anche le botte nella certezza dell’impunità, la Guardia di Finanza si accaniva sull’Elia per certi errori formali nel bilancio della Bomarzo, giungendo a pignorargli persino la carta da culo. In tutto ciò l’Elia vedeva bene che il progresso puntava alla vittoria sulla povertà mediante l’eliminazione fisica dei poveri, quorum lui.
A che cos’altro potevano servire infatti i nascenti mega negozi con l’aria condizionata a -2 per tutta l’estate? Quanti poveri (perché solo i poveri comprano in quei negozi), quanti erano già caduti vittime di afflizioni delle vie aeree inferiori? Quanti scricchiolavano per i reumatismi nemmeno vivessero in una palude? “E in una palude viviamo”, diceva l’Elia all’amico Manganello, che subito gli rubò l’idea per il suo titolo. Così, orbato degli affetti; perseguitato dalle istituzioni; circuito, derubato e assassinato dal mercato e non più su un piano personale, come facevano i bravi bottegai di fiducia, ma su larga scala, come un semplice numero… così l’Elia si avviava verso un terribile tramonto, che perdura ancora.

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“Ho preso la bronchite all’OVS”

Pubblichiamo in anteprima assoluta una poesia ritrovata dell’Elia, databile intorno al 1995:

“Ho preso la bronchite all’oviesse
E non avevano manco le compresse.
Vestiti vestiti vestiti vestì.
Soffro il condizionamento del mercato
E ancor di più
Quel dell’aer condizionato.
Vestiti vestiti vestiti vestî.”

Che dire. Una disperatamente feroce critica del consumismo, un’opera non solo alta ma, diremmo, necessaria. Non uomo ma bestia chi resta a ciglio asciutto di fronte al poeta agghiacciato. Il finissimo “vestî” ci fa comprendere plasticamente il dramma dell’autore, che quella bronchite senile condurrà piano piano alla morte.

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In morte di Balestrini

E’ morto Balestrini. La Fondazione lo ricorda più che altro per “Tristano”, stampato nel ’66, che doveva essere composto mischiando casualmente una serie di brani ma che per le limitazioni tecniche dell’epoca fu stampato come un libro tradizionale. La riedizione del 2007 invece rispettava l’idea iniziale: ogni copia è diversa.
Nel 1961 Balestrini aveva usato un computer per generare delle poesie (Tape Mark 1), pochi mesi dopo che Queneau aveva pubblicato “Cent mille milliards de poèmes”, fregando il primato alle Centomilamiliardi di preghiere di Elia Spallanzani. La creazione di testi in maniera casuale però era un’idea già vecchissima. In “1984”, del ’48, le canzoni sono composte casualmente da una macchina, e nel 1972 Wilcock già sottolineava che il “filosofo universale” di Swift era diventato la principale fonte della filosofia e della poesia moderne, ossia di “quel vasto settore di indagine a scopo voluttuario o decorativo consistente nel causale accostamento di vocaboli che nell’uso corrente raramente vanno accostati, con susseguente deduzione del senso o dei sensi che eventualmente si possono ricavare dall’insieme”.
Spallanzani, Queneau e Balestrini quindi non solo non avevano inventato niente, ma fornivano al popolo dei mezzi elementari per produrre un’infinità di paccottiglia forse ancora più illeggibile della media, ed anche una sorta di giustificazione intellettualeggiante del processo. Il loro contributo alle storia, per quanto minimo e tecnico, andava quindi nella direzione del “dissolvimento”. Naturalmente bisogna continuare a distinguere la funzione meramente acceleratrice di personaggi nocivi come Balestrini e Queneau da quella realmente (sebbene occultamente) innovativa dei PROFETI, quali Spallanzani.

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La notizia della morte dell’autore è grossolamente esagerata, purtroppo.

Lo scandalo (piccino, borghesissimo) dei fascisti al salone del libro come al solito nasconde lo scandalo vero, che è il salone in sé. L’espressione più eclatante e volgare della pubblicità e del mercato (rinominato “salone” con la stessa ipocrisia di un salone del mobile) che si spaccia per un momento di libertà e di lotta per i valori. Evidentemente i compagni assolvono il mercato purché almeno tagli fuori i nemici ideologici, che poi è la condizione di tutta la sinistra: va bene produrre consumare e crepare, ma con un po’ d’educazione. Il problema in fondo è di decoro, non di sostanza. Da questo punto di vista i fascisti sono preziosi, perché come i comunisti di una volta servono per giustificare qualsiasi cosa: si può rinunciare a tutte le vere critiche del mercato perché ALMENO tiene fuori i fascisti, ed è anche l’unica cosa che li tiene fuori. Il popolo, infatti, non vede l’ora di acclamarli, e quindi menomale che c’è un mercato dal volto umano: il nostro, in particolare.

Detto ciò per puro dispetto e invidia, giacché nessuno ci ha invitato al salone da parrucchieri, a giudicare dalle foto il 99,9% dei libri esposti non merita nemmeno il fuoco. Fedeli alla nostra funzione di orientamento del pubblico signorile, forniamo quindi alcune regole pratiche per evitare i libri peggiori:

Innanzitutto, schivare accuratamente un libro:
1) quando il nome dell’autore occupa più spazio del titolo. Evidente segno di pervenutismo, il nome dell’autore è ormai marchio e l’editore va punito. Cercare altra edizione. Se l’autore è vivente, allora è complice: in tal caso cercare un altro libro.

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Tenersi alla larga da un libro quando:
2) l’autore viene definito “un x prestato a y”, es. “un politico prestato alla regia”, “uno psicologo prestato alla politica”, “un ingegnere prestato alla poesia”, “un intellettuale prestato alla comicità”. I presunti prestiti malcelano sempre gigionismo e pervenutismo. Se questo paese sprofonda nel suo sterco è innanzitutto perché nessuno vuole stare più al suo posto.

Evitare un libro quando:
3) è aperto da una dedica comprensibile solo ai destinatari, ad es. “A Giulia, per quella volta nella ‘turca’”, oppure “A Enzuccio, il mio locupletatore”.
Già la dedica in sé è discutibile, ma questa versione è sempre segno di infantilismo e scostumatezza. Cosa diremmo di un oratore che faccia oscuri riferimenti ai fatti suoi e di uno del pubblico? Che se voleva poteva anche parlargliene in privato, senza stare a frastornarci la minchia con le sue scorribande nei servizi igienici o i suoi idioletti. Con una dedica simile l’autore si qualifica immediatamente come un vanesio e un cretino, e sebbene possano esserci anche cretini di talento, con tanta scelta non vale la pena rischiare.

Mai comprare un libro quando:
4) viene definito “il primo libro di xxx di yyy”, ad es.: “Il primo libro di poesie di Eugenio Scalfari”, “Il primo libro di filosofia di Mauro Corona”, “Il primo libro di ricette di Roberto Saviano”.
In questi casi non solo il libro viene venduto esclusivamente col nome dell’autore, ma si vorrebbe anche spacciare la bieca manovra commerciale come deliziosa e inaspettata scoperta intellettuale. Allo stesso tempo, quell’ “il primo” minaccia chiaramente che se non si corre ai ripari ce saranno altri.

MAI, ASSOLUTAMENTE MAI comprare un libro quando:
5) la foto dell’autore lo mostra che si regge il mento col pollice mentre l’indice comprime leggermente la nivea tempia, madre delle cogitazioni.
Già la foto dell’autore è una pura volgarità, ma questa particolare posa, con lo sguardo pensoso e furbetto, il capo leggermente reclinato, come se solo il provvidenziale appoggio delle dita impedisse a un tale carico di scienza di piombare in terra squarciandosi come un melone marcio e sparando in giro i semi della riflessione, ebbene questa posa tanto amata da giornalisti ed esperte di diete manifesta un tipo di vacuità irredimibile, una docilità alle mode ed agli ordini del fotografo, un autocompiacimento che si rinviene solo nelle foto dei matrimoni, quelle che si fanno mentre gli ospiti inferociti aspettano da due ore abboffandosi per noia di antipasti improbabili e nocivi, mentre bestemmiano il genio degli sposi e gli augurano pesti e altri malanni.

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P.S. Il compianto Learco Pignagnoli notava: «Lo scrittore Alain Elkann, tutte le volte che pubblica un libro, mette una sua fotografia nel retro di copertina dove appare sempre pensieroso e con il mento appoggiato alla mano chiusa a pugno. Che cazzo ha da essere sempre pensieroso?». Ciò a riprova della banalità del consiglio.

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Una lettera composta solo di p.s.

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P.S.

Riaprendo a caso Don Chisciotte abbiamo letto una ventina di pagine e gli episodi ci sembravano nuovi, quando a fianco della frase di Sancho menzionata sopra abbiamo notato dei segni, serpentelli neri, che evidentemente dovevamo aver lasciato noi chissà quanto tempo fa.
La Fondazione, da quando si è accorta che non ricorda quasi nulla di ciò che legge, e che le già rare sottolineature non fanno altro che rafforzare questa consapevolezza, e l’assoluto sconforto di un tempo dissolto, il tempo di quella lettura completamente dimenticata e come mai avvenuta, ha smesso di sottolineare. I suoi vecchi libri scompaginati presi sulle bancarelle, inutili ai fini della conversazione mondana, di scarso pregio e anzi uno dietro l’altro, impilati nelle librerie, coi dorsi malridotti, il lieve puzzo di polvere e muffa, all’incauto visitatore segno non d’agio o cultura bensì di miseria, materiale e morale, solo una bancarella da rigattiere però verticale… vecchi libracci coi fogli che si staccano, le copertine strappate, i prezzi in centinaia di lire, le sottolineature a matita rossa, rare pure loro. E proprio guardandole abbiamo pensato che per mantenere il gusto di segnare qualcosa, che è come dire di possedere, di concludere in qualche modo, l’unico sistema è procurarsi una vecchia matita rossa, come quella dei morti da cui abbiamo comprato questi libri con la complicità delle frettolosamente sgomberanti famiglie e del rapace bancarellaio ignaro di scontrini. Perché se pure noi sottolineiamo e annotiamo in quel modo, forse rileggendo non ci accorgiamo che siamo stati noi, pensiamo che sia stato il proprietario originario e magari ci troviamo anche d’accordo con lui, anche noi avremmo sottolineato lì, magari, e così non ci pare di aver perso e di perdere tempo a vuotare il mare col ditale, ma anzi di aver trovato qualcosa, un simile, un legame, e lo ritroveremo ancora.

P.S.

Tra i vecchi scartafacci di cui sopra c’è anche il volume “La scuola del Balilla – commento ai nuovi programmi per le scuole elementari“, di G. Giovanazzi, 1936.
Sfogliandolo ci ha stupito che ci sia scritto subito “printed in Italy”, nonostante la perfidia di Albione.
L’introduzione poi ha in tono vagamente caricaturale, e sarebbe quasi impossibile credere che sia stata scritta davvero se non sapessimo che quel periodo storico è realmente esistito. La grottesca piaggeria per il Dooce e l’esaltazione della drammaticità come regola di vita, l’affermazione serena che il regime si basa su virtù infantili… eppure tutto questo era comune.
Ma il più bello è che lo stesso autore riconosce che i nuovi programmi della scuola fassista sono quasi uguali a quelli di un decennio prima.
Quel che cambiava, in pratica, era lo spirito. Perché ad esempio “la vita del soldato come scuola di forza, di disciplina e di coraggio” c’era già nel vecchio programma del ’23, tra le “nozioni varie”, ma dopo che il Dooce aveva parlato di una Patria Guerriera assumeva tutto un altro valore!
Per il resto, poche aggiunte. La partecipazione alle manifestazioni, l’esaltazione del genio italico; la preferenza per le abitazioni rurali e la sconvenienza dei prodotti importati. Quasi tutta roba di contorno, specie considerando che si parlava di elementari.

Ma ogni tanto qualche guizzo. A esempio, parlando del disegno ci si chiede: lecito l’uso della gomma? I primi anni no, dice pensoso Giovanazzo, ma in quarta e quinta, come vietarla del tutto? “Ma il maestro dovrà sorvegliare certi alunni, per natura incerti e dubbiosi, che cancellano dieci volte anche la linea più semplice, per costringerli a disegnare senza tanti indugi e pentimenti. Anche questo sarà un mezzo per correggere temperamenti e tendenze sì poco conformi alle virtù fasciste”.
La fantastica ridicolaggine, l’attenzione per il minimo dettaglio mentre la baracca crolla, sono rimasti patrimonio fondamentale di questo popolo così piacevole.

Però il Giovanazzo non è privo di ironia e infatti parlando di preghiere annota: “I programmi prescrivono che la giornata scolastica sia incominciata con un breve canto religioso” (esattamente come nel 1923). “Per essere sincero dovrei tuttavia dire che, fatte pochissime eccezioni, le non molte volte ch’io udii eseguire il prescritto canto, mi venne fatto di augurare che, per amore della devozione e altresì del buon gusto musicale, si rimanesse alla preghiera recitata“.

Nelle altre duecento pagine di commento, anche sensate e probabilmente in linea con la pedagogia comune dell’epoca, c’è qualche altro rigo rilevante. Ad es. l’ottimo Giovinastro nota che i bimbi di prima elementare raramente sanno parlare, mentre molto ciarlano, essendo però la ciarla solo “espressione inconsapevole, quasi il disegno spontaneo della lingua“. Bellissima immagine. E come non pensare che valeva anche per gli adulti delle adunate oceaniche? E che vale ancora oggi? Quante volte il tizio di fronte ci dà l’impressione che invece di parlare SIA PARLATO da qualche forza orrenda? Il cumulo di ipocrisie, contraddizioni e sporche menzogne che è diventato il discorso pubblico si esprime attraverso milioni di ciarlanti e nella neolingua c’è già un termine preciso: ocolingo, il parlare come un’oca.

P.S.

Il meccanismo per cui gli italiani si scoprono via via tutti allenatori, tutti ingegneri, tutti esperti di terrorismo etc è esattamente lo stesso per cui sono anche tutti comunisti e tutti fascisti a giorni alterni. Non è nemmeno presunzione ma semplice mitomania di massa, tant’è che indossano anche il costume psichico della maschera che interpretano, quando non hanno proprio quello materiale.

Salvini che ogni giorno cambia casacca, come prima di lui il Berlusca e prima ancora il Dooce, è solo l’italiano medio rivelato. È esattamente quel che farebbe ogni cittadino se avesse un armadio tuttifrutti e potesse spacciarsi ogni giorno per una figura diversa.

Teatro, fatuità, ancestrale disprezzo della verità perché noiosa, comune, banale. Solo con questo strato naturale di autoillusione trascinata fino alla follia si può spiegare “la scuola del balilla”, il barone comunista, il cane eroo. Persino sui cani proiettate la vostra sozza mania di non stare mai al vostro posto, nella vostra carne, nel fatto reale.

P.S.

Sempre parlando di libracci ed autoillusi, qualche tempo fa sulla bancarella abbiamo comprato “Partiranno“, di Luce D’Eramo, unicamente per l’orrenda copertina. Un libro che parla di alieni in Italia e che non siamo riusciti a finire. Poi sempre sulla bancarella abbiamo trovato “Nucleo zero“, della stessa autrice, che è un romanzo sui brigatisti. Parte con la notevole descrizione di una rapina e a botte di essere preciso e realistico diventa un po’ confuso, o soverchiante, come sono soverchiati i protagonisti, che per evitare di giocare il gioco del capitale e dei mass media, di diventare i brigatisti figurine del presepe popolare, si sono nascosti talmente bene che nessuno sa della loro esistenza e, quindi, della loro lotta politica. Finché una serie di eventi quasi casuale, alimentati e anzi generati dalla loro paranoia, non li farà tornare nella violenza.

Un libro strano, anche un linguaggio un po’ strano e soprattutto un libro italiano d’azione che si riesce a leggere, che in alcuni momenti crea effettivamente il pathos senza però diventare una semplice copia di modelli stranieri. Alcune cose tirate per i capelli ci sono e, ripetiamo, lo scrupolo dell’autrice invece di chiarire spesso produce confusione (alimentata anche dall’edizione scadentissima, piena di refusi e stranezze tipografiche, che in alcuni casi potrebbero anche essere delle scelte). Confusione che però è stranamente realistica, che si accorda con una certa aria buffa delle vicende italiane, un tragico ridicolo sempre in agguato, un eccesso di fatti, particolari, riflessioni e riflessioni sulle riflessioni, qualcosa della palude.

Qui alcune considerazioni su terrorismo e mezzi di comunicazione in questo romanzo.  Per una prevedibile ironia della sorte, leggiamo che dal libro è stato tratto un film per la televisione che lo tradisce quasi completamente.

P.S.

Capita sempre più spesso che ricompriamo libri che abbiamo già letto (così ho vissuto, così rivivrei: disse la memoria). Ci torna in mente un racconto su certi archeologi del futuro che scavando rovine a un tratto cominciano ad avere il dubbio che quella fosse casa loro: si scopre che ormai la vita dura mille anni, ma molto meno la memoria. Racconto che tra parentesi non sappiamo se abbiamo letto o scritto.

 

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Somnium Spallanzanis

L’Elia sapeva bene che raccontare i propri sogni è quasi sempre maleducazione e infatti non li raccontava, ma qualcuno lo annotava, e noi come suoi biografi non abbiamo gli stessi scrupoli:

“stanotte ho sognato di stare in treno. Vestito con grande proprietà, guardavo fuori dal finestrone e sotto una mano tenevo una specie di agenda o libretto con la copertina bianca, senza nessuna scritta. A un tratto nello scompartimento entrava una persona, mi riconosceva, si sedeva e cominciava a parlare, dicendosi tutta giuliva di questo inaspettato incontro. Io mi rendevo conto di conoscerla, sapevo anzi di averla vista una sola volta, tanti anni fa, ed ero in imbarazzo perché non ricordavo un incontro felice, e insieme mi accorgevo che qualcosa dentro di me si rifiutava di ricordare i dettagli. Dopo un paio di scambi sempre più freddi per via delle mie risposte monosillabiche, la persona chiedeva “cos’è quel libro, stai sempre scrivendo un libro”, e allora mi sentivo rispondere “no, sono solo numeri”, e come se ci fosse il bisogno di dare una prova lo giravo e lo aprivo tra le mani e guardandolo aperto e capovolto vedevo pagine e pagine, come si sfogliasse da solo, ma non si sfogliava: vedevo attraverso le pagine e dietro ce n’erano altre, ed altre, tutte piene di grandi numeri scritti ordinatamente con una grafia tonda e precisa che non è la mia.

P.S.
Il mistero è perché nel sogno mi sentissi quasi obbligati a dimostrare che quel che avevo detto era vero. Ovviamente non lo stavo dimostrando alla persona cui parlavo, né le importava: lo stavo provando a me, anche perché prima di aprire quel libretto non ero sicuro di cosa ci fosse scritto dentro. Io non ho risposto alla domanda sul suo contenuto, mi sono sentito rispondere: come se guardassi la scena dall’esterno, cioè la sentissi. E infatti la mia risposta, sono solo numeri, mi ha stupito molto più di quanto abbia colpito l’altra persona. Fino a che non ho aperto quel libro, rovesciato, però non sapevo, e quando ho saputo mi sono chiesto perché. Chi ha scritto quei numeri, che non è la mia grafia, e perché avevo io il libretto? Fino a quel momento nulla mi era sembrato strano e tutta la scena, il treno, il paesaggio che scorreva, la persona che entrava e mi parlava, sembrava tutto normale. Il fatto stesso di tenere una mano posata su una specie di taccuino dal contenuto ignoto non mi stupiva. E in realtà anche il seguito era plausibile, compresa l’allucinazione dei fogli trasparenti. Era tutto normale ma anche strano, tutto possibile finché non ci pensi e dietro non vedi una storia: non c’era nessun passato, nessun motivo per stare su quel treno, nessuna idea di dove andasse, il mondo era stato appena creato e si srotolava avanti e indietro, e infatti il paesaggio che vedevo dal finestrino sembrava nuovo, come se si formasse man mano che il movimento del mio sguardo lo imponeva. Le frange più vicine al bordo del finestrino avevano ancora qualche striatura di bianco e dei colori più tenui, come se la stampa non fosse finita. Timidamente, quest’altro mondo cominciava a prendere possesso di me: ancora qualche minuto di sogno e avrei ricordato chi era quella persona, rivisto il nostro incontro di tanti anni prima, capito perché mi faceva quella domanda, e cosa avevamo sbagliato. Basterebbero probabilmente un paio di ore di sogno, se fosse possibile, per sostituire completamente il ricordo di questo mondo con quell’altro. È molto sottile, questo mondo, ed è una fortuna che i sogni durino così poco. Magari una volta era diverso, e forse c’è ancora gente capace di immergersi più a lungo. Tutta la gente che sparisce o cambia improvvisamente, assorbita nel sogno. Solo quelli presi nel mezzo sono da compatire.”

P.S. dei biografi: stanotte abbiamo sognato Don Quiccotte ed aveva la faccia ieratica di Ciccio Ingrassia. Appena svegli ci dolevamo del fatto che l’Itaglia, per colpa del suo solito sussiego provinciale, avesse perso l’occasione di fare un film sul Chisciotte con Franco e Ciccio, ma poi come sempre ci è venuto il dubbio di non aver davvero sognato e infatti andando a controllare il film l’hanno fatto. Però noi non l’abbiamo visto e ci pare in buona fede di non averne mai sentito parlare prima di adesso. Nel sogno Ingrassia era molto più anziano, sembrava quello del film di capitan fracassa. Franchi invece era giovane. Non abbiamo preso quest’immagine dal film, era tutto diverso. È possibile che in qualche modo obliquo sapessimo della sua esistenza senza nemmeno rendercene conto, ma preferiamo pensare di aver sognato qualcosa di necessario. Ora, sognare il futuro è profetico, ma sognare un passato che non si conosce? Un sogno storico?

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Una rosa una rosa una rosa una

Il giardiniere della Fondazione ha preso il vizio delle rose. Gira raccogliendo esemplari perché ha deciso di fare una specie di mini storia locale delle rose. Chiede a signore anziane quando hanno piantato le loro, dove le hanno prese, annota tutto in suo quaderno, anche le frequenti versioni discordanti. In effetti non gli è mai ancora capitato che due persone della stessa famiglia raccontino della rosa una stessa storia. Ha già riempito una ventina di vasi e pretende che noi gliele identifichiamo botanicamente, ma siccome non ne sappiamo nulla, coniamo da noi stessi un nome scientifico e creiamo le apposite pagine di Wikipedia a riprova della Uerità, come suggeriva mister Levonetto.

Ma quell’individuo è in continuo rimescolio. Oltre alla faccenda delle rose è già venuto un paio di volte (la vecchia palandrana insevata di lappole e cacchine) a mostrarci nel suo pugno di uomo assolutamente inabile ai lavori agricoli una piccola noce.
Le trova in giro. A gesti ci fa intendere che in diversi punti del giardino, scavando venti o trenta centimetri, viene fuori una vecchia noce, il guscio quasi reso bronzeo dall’ima permanenza. La sua faccia stranita dipende anche dal fatto che qui noci, nel senso di alberi, non ce ne sono, salvo per uno che chissà come è rispuntato dopo essere seccato una ventina di anni fa. Ma è comunque molto piccolo e lontanissimo dai punti in cui ha scavato, ci fa capire. E allora? Da dove vengono ‘ste noci di sotterra?

La sua idea, che dobbiamo intuire perché non parla se non in circostanze gravissime, è che non c’è effetto senza causa e perciò se sotto terra ci sono le noci sopra devono esserci gli alberi, che però siccome non ci sono devono essere di un tipo particolare, quello invisibile. Fedele al detto del Nostro (“per vedere quello che non c’è, bisognerebbe non esserci”), per il giardiniere l’assenza di qualcosa è solo uno degli infiniti attributi di un’entità essente, la sostanza essente, la chiamerebbe lui se parlasse, e perciò ora monta una casuale sorveglianza al fondo, svegliandosi di colpo alle tre o alle cinque di notte per vedere se casomai sotto quella specifica luna si vedono gli alberi di argento verde, i loro frutti pesi e ovaleggianti come uova di qualcosa, qualcosa che aspetta di emergere e di imporre il suo strano viso al mondo.

Le noci, ad ogni buon conto, esistono davvero e ne abbiamo una proprio sulla scrivania. Forse sono frutti del vecchio albero che qualche uccello ha trascinato via e poi abbandonato perché non riusciva ad aprirli, oppure sono stati penosamente espulsi da qualche altra bestia che aveva inghiottito il mallo. Bestia congetturale che, a ben pensarci, fa molto più orrore degli alberi discontinui del giardiniere.

Noi non siamo appassionati di agricoltura. Ricordiamo sempre le tristi esperienze campestri del Nostro e ci passa ogni entusiasmo. Da giovane Spallanzani andava in campagna dagli zii e racconta che la signora Luisella, zia Luisella, ne approfittava per fargli fare le pratiche agrarie, che lui era dotato con la penna, e lo mandava anche a sfrondare la potatura degli ulivi, perché non si buttava via niente. E dopo una settimana Spallanzani aveva le nocche tutte rotte, i polsi spezzati. Però la zia lo ricompensava sempre donandogli un sacco di legne. Si trattava di quegli scarti biforcati, infidi e muffosi, che la zia nella sua tirchieria delirante faceva mettere da parte allo stesso Spallanzani. E gli diceva sempre, la zia, che doveva tenerle ben da conto, quelle “legnie”, perché per accendere il fuoco meglio non ce n’era: secondo lei dipendeva dalla forma a y. E Spallanzani, che dove abitava avevano il riscaldamento autonomo, non riusciva mai a schivare il dono, ma si doveva strascinare (i polsi spezzati) il saccone bitorzoluto delle inutili legne fin sopra la corriera, dove le regalava al primo accattone. Ma attenzione! Perché l’anno dopo la zia aveva rivoluto indietro il sacco. Le legnie sì, le legnie con tutto il cuore!, aveva sbraitato la donna, ma il sacco quello si comprava! E anche quella volta Spallanzani abbozzò, si procurò un sacco e non ce l’aveva con la zia. Quindi la voce che le abbia sbagliato apposta tutte le pratiche è una calunnia.

Comunque, il problema è che siccome il giardiniere non è capace di tenere a bada le piante, perso com’è nei suoi deliri, siamo stati costretti ad attivarci, e il giardino abbandonato ci ha dato agio di vedere quel che tutti sanno, e cioè che le piante HANNO UN PIANO.

Quando l’erba cresce fino a mezzo metro, secca e muore ricadendo sul terreno, formando una specie di tappeto che ostacola la nuova erba. Dopo un paio d’anni il tappeto è così fitto che riescono a spuntare solo i duri rovi e i flessibili viticci. I rovi rossi spuntano a tre o quattro da una radice poco profonda ma molto dura e si allungano in modo stranamente regolare, formando angoli di 90 gradi. I rovi verdi invece crescono dritti, superano il metro e mezzo ed hanno spine meno impressionanti dei rossi, ma più infami, perché dalla base verde della spina spunta un aculeo chiaro, appuntito come un ago e capace di penetrare anche i guanti spessi. Quindi c’è un reticolo di rovi rossi a terra e una serie di rovi verdi dritti e intorno ad essi si avvolgono diabolicamente frenetiche certe piante tutte viticci, rosse o verdi, e forse è sempre la stessa pianta che cambia colore col tempo, e la loro parte strisciante si allarga fino a diventare spessa quanto un pollice ed è tenacissima, inestirpabile, praticamente vuota.

La combinazione di rovi e viticci è un’associazione a delinquere, perché chi voglia strappare i secondi metterà le dita sulle spine nascoste, il che lo indurrà suo malgrado a bestemmiare la madonna. Inoltre i viticci crescono così in fretta che riescono anche ad invadere gli alberi, li coprono e un po’ alla volta li uccidono togliendogli la luce: allora si vedranno alberi assai fronzuti che però in realtà sono secchi: quelle foglie non sono le loro, ma dei mostruosi viticci, che si legano sezione a sezione a ogni sporgenza, con milioni di piccoli riccioli e nodi. Solo qualche pino riesce a tenerli lontani, perché evidentemente gli aghi che perde sono tossici.

Al di sotto di questo orrore tentacolato la terra è quasi nuda: senza luce, umida, ormai composta da vecchia erba e foglie e rametti in decomposizione, comincia a diventare nera come la terra dei boschi e si riempie di ragnatele orizzontali, stese come teloni di salvataggio e imperlate tutto il giorno di gocciole, dove i ragni aspettano cose che saltano e si arrampicano e anche piccolissime farfalle bianche, le ali non più larghe dell’unghia di un mignolo.

Ci viene in mente che il nostro giardiniere è proprio come un vecchio albero soffocato dalla vitalba. Anni di allevamento ed educazione avevano costruito una struttura abbastanza ordinata e capace di produrre frutti sociali, ma sotto c’era sempre un terreno ansioso di nutrire idee balorde, superflue, prive di scopo e rapidissimamente replicanti. Così gli inutili viticci delle idiosincrasie si sono arrampicati sul tronco della sua umanità e quando con l’età ha iniziato a indebolirsi l’hanno ricoperto, privandolo del lume della ragione. Anno dopo anno è apparso sempre più fronzuto, pieno di idee, ma idee sceme, foglie non sue, grovigli di stupidità che si infittivano e ripetevano con minime variazioni, e sotto la pianta buona seccava. Quello che forse accade a tutti gli uomini la cui mente è più attiva che efficiente, e anche a tutte le società.

Lo guardiamo trafficare inutilmente e lui ci guarda, o meglio ci guarda la cosa che è diventato a furia di ospitare inanità: non è più un uomo quanto un ammasso di stramberie, fissazioni, echi, un vortice entropico e ci guarda, coglie qualche brandello di frase, lo inserisce nel suo codice impazzito e adesso per esempio ha sviluppato un interesse per i rovi, dalle rose ai rovi, deve aver visto qualche somiglianza e magari crede di poter innestare le rose su un rovo, per avere piante che si riproducono in un istante e grosse more gialle o arancio, dal profumo di citrosodina. Lo guardiamo, lo seguiamo con lo sguardo mentre silenzioso e furbesco affonda in una molteplice idiozia, come fosse un Ulisse della cretinaggine, instancabile di trucchi, saturo di idee per far fiorire i deserti, scovare aghi nei pagliai, raddrizzare le gambe ai cani, distillare acqua dal sole. Un giorno saremo come lui, come tanti, e forse quella sarà pace.

Inghiottito l’amaro, ci viene anche in mente che questa storia del giardiniere potrebbe sembrare una metafora del complottismo generato dall’eccesso di informazioni. Però non è corretto: non si tratta di informazioni, di dati, ma di strutture informative. La follia e il complottismo non dipendono da un eccesso di dati, anche sbagliati. Tutte le informazioni sbagliate del mondo, da sole, possono produrre deduzioni sbagliate ma non quel tipo particolare di follia avvitata che si vede in giro. È la struttura avvitata di un pensiero che lega insieme le informazioni e le torce e le ritorce in una liana inestirpabile. La struttura si diffonde e si vede dappertutto e deforma anche il cervello, perché a furia di vederla diventa sempre più facile vederla, finché diventa inevitabile.

Una volta un tizio ci raccontò che la commissione d’esame di un certo concorso pubblico preferiva gli scritti che avevano cancellature. Lui lo sapeva perché, da concorrente scartato, aveva chiesto di vedere i compiti dei vincitori, ed erano pieni di cancellature. E perché tutto cio?
La domanda ci sorprese, stavamo già pensando ad altro. Balbettammo “forse perché le cancellature sono un sistema di riconoscimento?”.
E lui: “che cosa?”.
Gli spiegammo bene cosa intendevamo e cadde dalle nuvole. Era una spiegazione che lui non aveva mai nemmeno immaginato. Ma era sbagliata.
Perché, disse lui, premiano i cancellatori in quanto li suppongono individui incerti, e quindi più manipolabili.

Allora capimmo dov’è che il vero paranoico si stacca dal volgare malpensante: quando invece di un meschino scambio di favori vede un PIANO.

LORO hanno un piano.

Non è sufficiente ipotizzare dietro ogni cosa imbrogli e maneggi per diventare pazzi: ci si riesce solo con un salto di qualità, scoprendo dietro il reale quella forma avvitata e senza fine che esiste già nella mente.

P.S.

Tra i vari segni di vecchiaia, quando compiamo qualche attività materiale (es. passare l’aspirapolvere, estirpare erbacce) la nostra mente vaga e sempre più spesso cade preda di una frase, che si ripete ossessivamente nel chiuso: può essere di tutto, da “la dolorosa e umida Eco” a un brandello di canzone di Rosalba Pippa, la scelta sembra casuale e non c’è modo di fermare la ripetizione, nemmeno scuotendo con violenza la testa.

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Bravi, bravi, seguitate…

Nel Pendolo di Foucault Eco espone attraverso Jacopo Belbo la sua quadripartizione dell’umanità in cretini, imbecilli, stupidi e matti. Tra i vari esempi c’è il seguente:

“L’imbecille è Gioacchino Murat che passa in rassegna i suoi ufficiali e ne vede uno, decoratissimo, della Martinica. ‘Vous êtes nègres?” gli domanda. E quello: “Oui mon général!”. E Murat: “Bravò, bravò, continuez!”.

Come il grammar nazi che in ogni sua reprimenda finisce per fare qualche errore di ortografia, anche Eco parlando di imbecilli sbaglia e attribuisce l’aneddoto a Murat, mentre i francesi lo fanno notoriamente risalire a Mac Mahon (prendiamo un link a caso):

“Le fameux mot de Mac Mahon s’adressant à l’élève de Polytechnique Camille Mortenol – “C’est vous le nègre ? Eh bien continuez ! »”

Che si tratti di un errore dell’Umberto è praticamente certo, visto che l’edizione francese del Pendolo cambia il testo:

imbecile

Ma la regola del grammar nazi vale sempre e infatti anche la correzione contiene un’altra imbecillità, perché Mac Mahon non era generale bensì maresciallo di Francia*.

In ogni caso, la fama di Eco è tale che in Italia tutti continuano a citare la versione sbagliata, compresa ovviamente wikipedia. Nella sua stupidità, l’enciclopedia attribuisce autorità definitiva non solo ad Eco, ma anche ai suoi personaggi: come se la fonte fosse un trattato e non un romanzo. Meccanismo che, tra parentesi, è alla base di moltissimi errori e anche di alcune atrocità, come la faccenda dei protocolli dei Savi di Sion, ricostruita (riciclando a man bassa e con la solita ambiguità tra romanzo e trattato) dallo stesso Eco.

Il bello infatti è che la citazione è quasi certamente un falso, perché pare che l’origine della battuta sia una sorta di rubrica “risate a denti stretti” pubblicata da Le Figaro nel 1878Quindi in definitiva Eco taccia di imbecille la persona sbagliata, attribuendole per di più una frase mai pronunciata. E la parola dell’Umberto, come quella del Filosofo, è praticamente inarrestabile, per cui tutte le traduzioni del Pendolo (tranne la francese) propagano il doppio errore.

Detto questo, dov’è che l’Umbertone nel suo compulsivo riciclare ha cricetato la storia di Murat? L’indizio della Martinica ci induce a credere che la confusione nasca dalla vicenda di Joseph Serrant, nato in Martinica da padre francese, che combatté effettivamente a fianco di Murat. Il punto, comunque, è insignificante.

* Si noti la stranezza della correzione: il rispetto per Eco è così radicato e automatico che si cancella il suo errore, quando poi non è nemmeno per forza suo ma di un suo personaggio. Forse il traduttore ha pensato che il lettore francese medio avrebbe potuto considerare quello di Belbo un errore da cretini, e ciò non sarebbe stato in linea col discorso e con la superiorità intellettuale del personaggio, per altro evidente proiezione di Eco. Così facendo, però, non solo gli fa commettere un altro e più sciocco errore sulla carica di Mac Mahon, ma ha anche “francesizzato” il personaggio, attribuendogli una pseudo familiarità con l’aneddotica locale che non è per niente scontata in un italiano. Come spesso accade, l’errore del personaggio è per così dire “naturale” nel mondo fittizio, mentre il tentativo di correzione lo rende assurdo. Si dirà che anche noi, a ben vedere, attribuiamo a Eco persona la sciocchezza di Belbo, ma non siamo stati noi a cominciare. Quando un autore diventa così ingombrante da riassorbire la sua opera si merita questo ed altro.

P.S. Un paio di altre tirate contro il criceto.

P.P.S. Per la citata legge, questo articolo essendo una severa reprimenda dell’altrui cretineria conterrà per forza qualche grossolano errore.

 

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Contro il turismo, contro la vita

La protesta dei giovani contro i ricconi che rovinano l’ambiente include raramente una critica del turismo, benché sia un’attività voluttuaria e distruttiva di ambienti e comunità.

greta non risponde

Il fatto è che per loro il viaggio è rimasto quasi l’unico ideale, quindi c’è poco da sperare in qualche ripensamento. La scienza, altro idolo giovanile, annuncia tetra che il turismo produce molto più inquinamento di quanto di pensava, ma la risposta popolare è sempre “sì, però un altro tipo di viaggio è possibile”. Quest’altro tipo, il c.d. turismo eco compatibile, sembra consistere in ciò, che paesi dei tropici annunciano misure draconiane contro le emissioni, in modo da attirare milioni di turisti eco-consapevoli che arriveranno in Boeing.

A questo punto negli articoli dei siti alla moda è tradizione inserire un’immagine, per rinfrancare le menti dei lettori troppo stressate dalla cogitazione. Per non essere da meno forniamo uno schemone in cui potrete ritrovarvi facilmente, visto che con tutta probabilità siete anche voi fastidiosamente mobili. Perché le persone si spostano? E come possiamo classificarli, considerando le loro condizioni economiche?

schemone.jpg

La prossima figura mostra come la propensione a viaggiare diminuisca con l’aumentare della ricchezza, fino a un punto critico in cui la tendenza si inverte e parte la ricerca di paradisi fiscali: viaggio che come tutti gli altri prosegue verso la depressione e la morte.
Lo schema chiarisce pure come mai esista una curiosa fraternità tra ricchi annoiati e poverissimi migranti, così come tra stolidi turisti e callidissimi evasori: le due coppie infatti si trovano più o meno alla stessa altezza.

figuradue.jpg

Incidentalmente, notiamo che le città d’arte italiane si lamentano del turismo di massa, quasi indistinguibile dell’immigrazione, ma non capiscono che per avere un turismo di gente ricca servono le agevolazioni fiscali. Non si esageri però, perché attirare gente troppo ricca implica assorbire parte della loro inevitabile depressione, come accadde alla Costa Azzurra di Fitzgerald.

Bisogna poi considerare che l’immigrazione abbassa il costo del lavoro, mentre il turismo alza il prezzo degli affitti, quindi i residenti o diventano poveri ed emigrano, o in quanto proprietari si arricchiscono e scappano nei paradisi fiscali, dove diventati ricchissimi cadono in preda alla depressione e commettono una sciocchezza. Una situazione catastrofica, che lascia i paesi poveri popolati da emigranti e turisti e i paesi ricchi infestati da evasori e suicidi.

atrocecircolo.jpg

E la colpa di tutto di chi è? Del viaggio! Dell’atroce circolo del viaggio. Se fosse vietato viaggiare tutto ciò non accadrebbe! Svegliati e sciopera anche tu contro il viaggio! Il viaggio fa male al corpo e alla mente, non c’è niente di più volgare e più dannoso! Sveglia!

Il legame tra viaggio e morte è così evidente che in un paese normale non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo. Dai modi di dire popolari (“l’ultimo viaggio”, “partire è un po’ morire”) alla tetraggine colta (Gadda, “I viaggi, la morte“), tutto indica che il turismo non ha niente di vitale e gioioso come dice la pubblicità, ma esprime semplicemente l’istinto di morte delle società occidentali. Del resto lo conferma anche la scienza. Basta considerare che nell’anno 1900 (primo anno delle rilevazioni) tra la popolazione europea si contavano circa 12 milioni di turisti, e che ad oggi non ne rimane vivo neanche uno. Ma il popolo bue non vuole aprire gli occhi.

Cerchiamo però di essere realisti: è davvero possibile fermare un business da migliaia di miliardi? Chiaramente no. E allora che si può fare? Quantomeno rendere la vita dura a questi orrendi turisti.

Non possiamo sperare che, come ai bei tempi, albergatori e bottegai li maltrattino e li rapinino, perché ormai si è diffuso questo timore irrazionale che facendo così non tornano, mentre purtroppo tornano sempre.
Allora tocca a noi, semplici cittadini, mostrare sempre sospetto e rancore verso i turisti, assillarli con richieste di elemosina, dargli indicazioni sbagliate nella speranza che si perdano, e periscano, magari. Negare sempre di conoscere la loro lingua, e se parlano italiano ridere della loro pronuncia. Mai fraternizzare col turista, persino se è una turista: se costretti a parlarci, fargli sempre notare quale danno fanno all’ambiente e alla società che invadono e rimproverargli la loro abissale ignoranza e presunzione, la loro intrinseca volgarità.

Infine, quando un amico vi racconta tutto soddisfatto che è stato due giorni a Praga, un’offertona, volo 39 euri, voi gli dovete dire solo “pezzente & assassino”.

P.S. La nostra tesi per cui il viaggio induce i ricchi al suicidio trova un’inquietante conferma: Death Overseas riporta i casi di morte di americani all’estero che non siano ricollegabili a cause naturali. Ebbene, per fare un esempio nel 2018 risultano 8 morti in Francia, di cui 3 per suicidio. In Spagna su 5 morti 4 sono suicidi, in Germania su 14 sono 5, in Italia uno su 3. Naturalmente il gran numero di “altri incidenti” potrebbe nascondere i suicidi meno ovvi.

P.P.S. Qualcuno ci domanda se viaggiamo. Ovviamente no. La Fondazione al massimo si promena nel suo giardinetto. Passeggiate anche voi il vostro giardino, e se non l’avete potete sempre avventurarvi lungo il sentiero dedicato a Elia Spallanzani.

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P.P.P.S. Siamo molto imbarazzati ma controllando la nostra agenda ci siamo accorti che per oggi avevamo segnato “scagliarsi ferocemente contro ogni truismo”, no turismo. Ci scusiamo per il pur comprensibile e umanissimo errore. La giornata contro il truismo sarà comunque recuperata al più presto.

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Unfun Fiction (A A A!)

Per un breve periodo Elia Spallanzani coltivò il proposito di scrivere racconti ambientati in altri mondi letterari. Già cinquant’anni fa non era certo un’idea originale, ma così almeno si risparmiava la fatica di dover arredare tutto un universo per far muovere due burattini. Come al solito la pigrizia di Spallanzani andò oltre e i suoi racconti si ridussero a spunti come questo:

“Altro racconto, ambientato nel mondo di “1984“: il protagonista è un ragazzo addestrato come spia del Partito. La sua grande soddisfazione è indurre in tentazione la gente per farla parlare male del Grande Fratello e poi denunciarla e assistere all’esecuzione tra il popolo festante. Finché un giorno per strada gli pare di riconoscere una delle sue vittime. Dopo lunghe indagini scopre che il Partito è controllato da illuminati che fingono di torturare e uccidere la gente per soddisfare il popolo. Le presunte vittime in realtà vengono cooptate nel Partito, che sta formando una élite di uomini giusti per lasciare la terra condannata alla distruzione. L’ideologia spaventosa si rivela solo un filtro per individuare e selezionare i ribelli (eco religiosa? troppo simile a “La fine dei tempi“?). Fortunatamente la spia riesce a sventare i loro piani e a riportare al potere il popolo assassino”.

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