Quella tua maieutica fina

Tutti aspettano con ansia l’uscita del nostro “Abbagliare la luna, discorso ignorante per la giullarizzazione del mondo” e molti ci chiedono anche ragguagli sul titolo. Qui precisiamo solo che “per” non ha senso finale ma sta per “in occasione di”, e che il libro come oggetto fisico non uscirà mai, essendo patentemente da pervenuti usare un simile mezzo nel ventunesimo secolo. Per tacere del perentorio silenzio di ogni possibile editore, compresi quelli a pagamento, e della rottura di un vetusto ciclostile.

Ma qualcosa bisogna pur fare, e un blog è il luogo ideale per i ripieghi. Scodelliamo quindi un pezzo della seconda prefazione, a firma di un cortese pedante.

 

“Prima una battuta per indorare la pillola.

Un fascista che fa le battute? Faceto nero!

Ok. Il seguito non fa ridere.

Le reazioni automatiche non sono per forza semplici. Un uomo può reagire in maniera articolata senza ragionare affatto. Senza arrivare ai dubbi metafisici sull’esistenza stessa di un pensiero “libero”, sembra evidente che gli individui hanno ricevuto dei protocolli che potevano applicare a moltissime situazioni senza mai chiedersi granché. Il conflitto che prima o poi sorge tra questi protocolli può rendere consapevoli dell’automatismo della risposta, oppure può essere neutralizzato. Uno dei sistemi per neutralizzarlo viene chiamato “ironia”, sebbene non somigli molto a quella classica. Questa interrompe il conflitto e fa ripartire i processi automatici. Il risultato, che è un errore, viene espresso e presentato non come errore, ma come feature.
Come se di fronte ai risultati bislacchi di un’elaborazione il programmatore non si mettesse a cercare l’errore, ma postasse il risultato su facebook per farsi due risate con gli amici, aspettando quasi con gioia il manifestarsi di un altro errore bislacco.
Ma perché non cerca l’errore? Perché il sistema è troppo complesso e lo sforzo non varrebbe la pena? O perché è un impiegato e quindi in fin dei conti la responsabilità non è sua? O semplicemente non ha altri modi di divertirsi? Forse perché ormai è programmato per non cercarlo.
Magari per Socrate l’ironia era un modo per cercare l’errore, il discorso un modo di attivare i protocolli per farli confliggere. Ma la volontà di sanare l’errore non veniva dall’ironia: era una necessità etica, forse. La tecnica di provocare l’errore si è tramandata e diffusa spaventosamente, ma non la volontà di riparare.
Per secoli però la parola ironia ha indicato non solo la tecnica, ma anche il valore etico conferito alla tecnica da quell’uomo. Ironia è diventato quasi sinonimo di intelligenza e ricerca della verità, come se “architettura” diventasse sinonimo di “bellezza”. Curiosamente, mentre la retorica è diventata per antonomasia “cattiva retorica”, l’ironia si è caricata in modo quasi esclusivamente positivo. Il suo possibile uso come mera consolazione e quindi rassegnazione all’errore è stato evidenziato tante volte, ma in genere ne sono seguite pernacchie.
La colpa, in definitiva, è di Socrate. Senza il suo straordinario modello l’ironia sarebbe rimasta roba da sofisti e forse oggi non rideremmo come disperati.”

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L’economia della passione

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Il mulino del tempo che fu.

E’ facile ironizzare sulla nuova serie pubblicitaria del Mulino Bianco. La nuova famiglia del mulino coniuga (alla lettera) tradizione e innovazione, che del resto stanno diventando sinonimi già da molti anni. Alla fine faranno anche un figlio senza glutine.

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Banderas zitto zitto aveva già aperto nuove finestre e aumentato la cubatura.

Queste e simili facezie. Ad es., la cosa peculiare del tizio è che apparentemente trascorre le notti a sceverare col computer i grani antichi e la compagna invece di sputargli in faccia progetta come sostituire gli onesti muri del mulino con delle vetrate stile cristal palace. E glielo fanno anche fare, mentre se provi tu a cambiare il pomello di uno sgabuzzino del centro storico ti portano carcerato.

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La figlia completa lo scempio: finestre quadrate invece che ad arco, ruota a raggi solari, ma raggi antichi.

Inoltre nei campi che circondano il mulino bianco (ora abusivamente trasformato in serra) non si vede nemmeno un lavorante di colore, solo bambini biondi che si rincorrono. Quelle terre benedette dalla televisione si zappano da sole, mentre il mugnaio-ingegnere passa le notti a cercare su internet grani sempre più antichi, fino a risalire alle sementi imbarcate da Noé. E non si può escludere una svolta pulp, col mugnaio-archeologo che afferra la sua slanciata compagna e vola sull’Ararat a predare il chicco perduto.

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Notare che in principio il mulino era minuscolo, ci entrava giusto il piccolo mugnaio. Ora dopo vari condoni può ospitare comitive.

Il problema dei nuovi spot del mulino bianco è che mostrano una famiglia di artigiani giovani, istruiti, possidenti e ottimisti, quando nella realtà gli unici che possono permettersi di passare il tempo a sperimentare ricette di biscotti sono i pensionati e certi dipendenti pubblici. Non solo la pubblicità mostra una cosa che non esiste (sarebbe il minimo, vista la sua natura), ma il quadretto è proprio irritante. Almeno Banderas con la sua gallina faceva sorridere, mentre quando vedi questi ti viene da gridare “in miniera!”.

E quando faranno un figlio? La gente già li odia. E dove lo faranno studiare? Prenderà il rigore di lui e la fantasia di lei. Lo manderanno al Cern per fare esperimenti sulla collisione di macine e ritornelli.

Ma parte i cachinni, la domanda veramente importante, la domanda veramente vera è: dove hanno preso i soldi i due del mulino bianco per trasformarlo in loft agricolo e impiantare coltivazioni computerizzate di grani antichi a foglia bislunga, visto che non hanno ancora cotto un biscotto?

La risposta faceta è che il diabolico mugnaio Banderas non è andato in pensione ma come un Cesare Battisti qualunque si è rifugiato in Bolivia col frutto dei suoi maneggi, e la gallina. Però ha lasciato la figlia, a riciclare i soldi in speculazioni edilizie (mulini trasformati abusivamente in alberghi, campi di finto grano da adibire a discariche). Le ha anche raccomandato di trovarsi uno, per una messinscena più credibile: “mi raccomando che sia fesso, sennò sgama”, e lei ha obbedito, ma dopo due mesi di discorsi sui grani autoctoni medita di eliminarlo con un saccottino al giusquiamo, tanto il primo ad assaggiare è sempre lui.

La risposta seria invece è molto più allarmante. E’ chiaro che i due del mulino bianco lavorano per passione e non per i soldi, che hanno già. Il misticismo della “chiamata” protestante, per cui il lavoro è una “missione”, si è curiosamente corrotto incontrando l’ipocrisia sentimentalistica dei paesi cattolici. Quel che era una giustificazione morale della corsa alla ricchezza è diventata la menzogna della “passione” per un lavoro artigianale che non si può più fare perché antieconomico, salvo per chi si sia già arricchito a danno degli altri. Il fatto che nessuno si ribelli conferma la potenza del sogno.

Involontariamente il termine “passione” prefigura anche il termine di questo processo, che è la morte. La nostra è davvero, in questo senso, un’economia della passione.

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P.S. Nel Pacifico meridionale sorge l’arcipelago di Riallaro. L’isola più nota è Aleofane, colonizzata secoli fa dagli Ipocriti. Nella loro lingua ogni parola può significare una cosa o il suo opposto, a seconda dell’espressione che l’accompagna. C’è un florido mercato delle reputazioni: si comprano e si vendono anche quelle degli antenati. Chiesa e teatro sono un’unica istituzione e ai criminali più incalliti viene imposto di diventare membri del clero o giornalisti. In questo paese, e solo in questo, vengono retribuiti solo quelli che non lavorano, perché pagare qualcuno per lavorare significherebbe insinuare che agisce per denaro e non per amore di ciò che fa.

P.P.S. Per chi cerca un mulino migliore consigliamo quello “dei 12 corvi“. Benché lodato da Isabella Bossi Fedvigotti il libro è davvero bello, soprattutto nella parte in cui descrive l’apprendistato reale del girovago. Non fatevi ingannare dalle recensioni che parlano di atmosfere dark ed herrypotterie, è semplice pubblicità: il libro è piacevole proprio perché lontano da questa roba. La scena migliore, ad esempio, secondo noi è quella in cui i garzoni riparano la ruota del mulino, e mostra che la tecnologia è sempre stata intrinsecamente magica. Ci sono anche delle parti che riprendono tradizioni favolistiche remote (il duello magico con le trasformazioni, ad esempio).

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Gesù, Giovanni e Giuda

Giovanni: Giuda ci segue. Che peccato che Pietro non l’abbia ucciso quando poteva!
Giesucristo: Peccato? E’ stata la compassione a fermargli la mano. Molti che vivono meritano la morte, e molti morti meritavano la vita. Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Il cuore mi dice che Giuda ha ancora una parte da recitare, nel bene o nel male, prima che questa storia finisca.”

Nel vangelo di Giovanni c’è uno strano passaggio dell’ultima cena in cui Cristo rivela l’identità del traditore dandogli un boccone intinto.

“[.. .] In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». [22]I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. [23]Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. [24]Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?». [25]Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». [26]Rispose allora Gesù: «E’ colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.”

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Considerando che Giovanni non racconta l’eucaristia, pare quasi che l’unico a ricevere la comunione sia Giuda. Il boccone ricorda un’ostia e presumibilmente è intinto nel vino. E, aggiunge l’apostolo, “dopo quel boccone, satana entrò in lui”.

Perché il testo abbia un senso dobbiamo supporre che la risposta rivelatrice sia colta solo dall’apostolo “che Gesù amava”, e quindi presumibilmente dal solo Giovanni. Infatti gli altri apostoli non capiscono chi è il traditore:

“[.. .] Gesù quindi disse [a Giuda]: «Quello che devi fare fallo al più presto». [28]Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; [29]alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. [30]Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.”

Nel vangelo di Marco la scena è completamente diversa (ed è un bene):

“In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19 Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20 Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto».

Anche se si parla di intingere, la frase di Gesù non svela nulla perché tutti i commensali intingono nel piatto comune. Inoltre non c’è dubbio che il sangue è escluso dal discorso. Segue poi l’eucaristia.

E’ possibile immaginare i vangeli come quei film in cui più testimoni raccontano lo stesso fatto e la scena ritorna continuamente sull’episodio arricchendolo di nuovi particolari, che potrebbero anche stravolgerne il primo significato.

Le due versioni sono conciliabili (prima Gesù afferma che uno di coloro che intingono con lui lo tradirà, poi rivela al solo Giovanni chi è), e il racconto di Giovanni mostrerebbe solo la sua tendenza a rivendicare un rapporto privilegiato con Cristo. Ma c’è un altro particolare curioso: Giovanni non racconta il bacio di Giuda. Quindi mentre nei sinottici Giuda svela chi è Cristo, in Giovanni è Cristo a indicare chi è il traditore. Il bacio e il boccone hanno funzioni quasi speculari, e riguardano entrambi la bocca.

Infatti in molte raffigurazioni Giuda bacia Cristo sulla bocca, pratica che doveva essere comune. La condivisione del respiro, la “con spirazione”, fu praticata per secoli nella chiesa.

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Forzando un po’ le cose, si potrebbe sostenere che la comunione segreta di Giuda (segreta perché nessuno degli altri capisce il gesto) sia un’incrostazione gnostica, una sorta di passaggio dello spirito da Cristo all’Iscariota. Sarebbe lui il discepolo prediletto, che riceve il pneuma e il vero comando di Cristo, che è quello di liberarlo dalla carne. Giovanni assiste alla scena ma la intende al contrario. E siccome nel linguaggio della gnosi Satana, il serpente, è l’inviato del vero Dio, la frase “allora Satana entrò in lui” sarebbe vera ma vorrebbe dire l’esatto contrario di ciò che pensa Giovanni.

A parte il discorso del boccone, la tesi in generale non è nuova. Nel vangelo apocrifo detto “di Giuda” l’Iscariota è l’unico vero discepolo di Cristo e viene infine lapidato dagli altri apostoli, che non hanno capito nulla.

Si potrebbe interpretare in questa chiave anche la scena del bacio: moltissimi hanno notato che di per sé il bacio di Giuda non ha senso, perché i nemici di Cristo non potevano ignorare chi fosse e non avevano bisogno che qualcuno glielo indicasse. Il bacio allora sarebbe uno scambio di pneuma effettuato all’ultimo momento, come quando Spock prima di morire trasferisce il suo spirito (katra) in Mccoy.

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Tra parentesi, in un altro vangelo apocrifo si dice che un angelo scambiò le sembianze di Cristo e di Giuda, per cui fu crocifisso il secondo*.  Quindi in questo film Giuda, come vascello del katra di Cristo, dovrebbe andarsene in giro fino al ritorno del signore, in modo da potergli restituire il soffio. Però c’è un problema, perché dopo la crocifissione Giuda muore. E allora?

Ma anche sulla sua morte ci sarebbe da strologare. Nel vangelo si dice che Giuda, buttati i 30 denari nel tempio, andò ad impiccarsi. Negli atti degli apostoli invece si racconta che col denaro comprò un campo e morì cadendo, e le sue viscere si sparsero. Da tempo alcuni hanno composto il contrasto sostenendo che tentò di impiccarsi ma morì per la seguente caduta.

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Tuttavia, negli atti ci si premura di dire che la morte per caduta era nota in tutta Gerusalemme, quasi a voler cancellare ogni possibile diceria su un’altra sorte. Ma è possibile che gli apostoli non sapessero come era morto? Queste due versioni non sembrano voci su una morte incerta? E perché il dettaglio delle viscere? Una caduta che fa schizzare le viscere non deve lasciare molto di un uomo.

Un cadavere che si riconosce a stento, incertezze sulla dinamica… se fosse un film, saremmo certi che Giuda non è morto e che la sua fine è stata solo inscenata. Gli apostoli non potevano certo tollerare l’idea che il traditore restasse impunito e neppure che si togliesse la vita da solo: doveva morire malissimo, schiantato secondo le profezie.

E c’è ancora il dettaglio dell’apostolo che “doveva vivere per sempre”. Come notava Enrico Rossiin Matteo 16,28 si legge: “In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno”, e in Giovanni 21,23: “Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: “Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?”.”

Per inciso, Giovanni parla probabilmente di se stesso e la frase di Cristo viene normalmente interpretata nel senso che il suo ritorno è prossimo, tanto che verrà prima della morte di alcuni dei presenti. Convinzione diffusissima nella chiesa primitiva e che costituisce anche uno dei presupposti di Valis, di P.K. Dick. Però visto che stiamo giocando possiamo anche pensare che l’immortale sia Giuda, vero e proprio Graal vivente, destinato a portare attraverso i secoli la carne e il sangue di Cristo, o meglio il suo spirito divino.

Torniamo sulla terra e notiamo un altro particolare: come detto, Giovanni non parla del bacio di Giuda, anzi descrive Cristo che si fa avanti e chiede ai soldati “chi cercate?”. Poi rivela di essere lui il Nazzareno e a queste parole i soldati indietreggiano e cadono. Allora chiede di nuovo “chi cercate!?”.

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Non ci vuole molto per immaginare Gristo come una specie di Gandalf aureolato di fiamme, splendente e spaventoso, che dice “prendete me e lasciate stare gli altri”. Il Cristo di Giovanni è più eroico, pronuncia frasi che starebbero bene in bocca al protagonista di un film d’azione (“quel che devi fare, fallo alla svelta!”, o “prendete me!”). Così doveva ricordarlo Giovanni, che all’epoca era quasi un bambino: come un eroe, non come uno che si nasconde.

Infine, Marco racconta che la notte dell’arresto di Cristo “tutti, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e (i soldati) lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.”

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Ma chi era questo “giovanetto” raffigurato a sinistra? Molti l’hanno identificato con Giovanni, altri con lo stesso Marco. Sono state dette cose anche più bizzarre, ma per noi esiste una ragione psicologica per affermare che è proprio Giovanni, o meglio colui che in seguito si spacciò per Giovanni.

Quel “giovanetto” non doveva appartenere alla cerchia interna, era un ragazzo entusiasta che ha assistito alla cattura del suo idolo e in seguito ha ricostruito l’intera sua vita come se fosse stato un apostolo. Perciò il suo vangelo è così diverso dagli altri.

Giovanni si è sognato apostolo, anzi l’apostolo prediletto e l’unico che ha intuito chi fosse il traditore ed ha avuto il coraggio di seguire Cristo. La fuga svestito gli si è impressa nel cervello e il mantello che gli hanno strappato torna insistentemente nell’Apocalisse: “E’ avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio”. E: “Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco”, o “Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita”.

Certo il tema della veste è così comune che può significare poco. Anche la Gnosi è rappresentata spesso come una veste. L’intero nostro discorso è poco più di uno scherzo di cattivo gusto. L’ipotesi più irragionevole, e quindi la più interessante, è che Giuda sia Giovanni.

 

*  Del resto nei primi secoli moltissimi negarono la realtà della crocifissione e ancora oggi il corano dice che sulla croce salì un fantasma e non il vero Cristo. Per altre confusioni tra Cristo e Giuda vedi anche.

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Una frase di Churchill

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P.S. la soluzione:
“Est modus in rebus”.
La frase di Churchill è “Si tratta di un indovinello, avvolto in un mistero all’interno di un enigma”.

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La contraddizione al potere

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Non ricordiamo chi l’ha ideata, ma a lui i crediti.

L’ipotesi é che ogni sistema di pensiero dominante è tale in virtù e non a dispetto del suo nucleo contraddittorio. Ciò non soltanto perché ogni linguaggio abbastanza potente ed espressivo produce contraddizioni, ma per il fatto che l’indecidibilità posta nel cuore del sistema richiede e giustifica l’autorità, il predominio. Cosa sognerebbe un uomo vissuto sempre da solo? Forse i suoi sogni sarebbero avari e ragionevoli come il ruminio di una pecora o la luce di ottobre. Un uomo simile può esistere, anche se forse non può vivere a lungo, ma di certo una società del genere non può esistere.

É banale, ma le pretese di autorità di una scienza sono inversamente proporzionali alla sua capacità predittiva. L’economia pretende più autorità della medicina, che pretende più autorità della fisica classica. Ciò è ovvio perché l’autorità consiste proprio nel dominare oltre la ragione. Infatti man mano che la fisica si allontana dai classici campi verificabili comincia a pretendere un’autorità che in passato rivendicava solo la religione.

Per la medicina, si può notare ad esempio che l’errore dei novax é combattere nel campo dell’avversario. Il loro argomento più terra terra é che il tale vaccino provoca la tale malattia, il che però non sembra dimostrabile. Sul piano medico sono perdenti, e lo sono proprio perché invocano la scienza che vogliono combattere. Invece quando la mettono sul piano che è difficile dire se valga la pena, nel complesso, di fare il tale vaccino, allora risposte tecniche non ce ne sono, o sono meno chiare. A questo punto costringono la medicina ad abbandonare le pretese di oggettività per svelare l’aspetto autoritario, che dice “é così perché in generale ne sappiamo più di te”. Ma, messa in tal modo, si può aprire un conflitto tra autorità, che non si risolve con la ragione. Perciò questi scontri sono pericolosi, ma sono anche necessari. Giocare secondo le regole dell’avversario vuol dire perdere sempre, e allora meglio giocare senza regole.

Le scienze umane sono più oneste. Sono pochi secoli che il diritto, quel miscuglio di regole e arbitrio simile a una grammatica, aspira alla coerenza teorica. Non ci si é mai neanche avvicinato, ma il tentativo c’era ed era già segno di una fondamentale incomprensione. Però bisogna riconoscergli l’onestà di non aver mai predicato la propria completezza. Esauriti i procedimenti analogici, giunti a quel che proprio non c’è, resta l’equità, cioè in sostanza il prudente arbitrio, o per meglio dire il semplice e totale arbitrio, che è l’essenza stessa del potere. Come una gocciola purissima di autorità, distillata nell’alambicco lucubrativo, traslucida e splendente di ogni colore. Un seme di universo.

Tornando alla tecnologia, si nota che apparentemente il suo destino é diventare incomprensibile, tornare cioè al fuoco da cui è nata: la magia. Ne beneficeranno gli scienziati-chierici (ne stanno già beneficiando), ma forse rinascerà anche la speranza, l’attesa irrazionale dell’inaspettato. Questa speranza sarà indistinguibile dal terrore, in una nuova (ma antica) fusione di significati opposti, che genera l’eterno sogno a occhi aperti .

P.S. Ci accorgiamo che ultimamente quasi tutti i nostri post sono ispirati dalla paura. Noi abbiamo paura della forza, qualsiasi forza, fosse pure quella degli angeli. Il potere, l’autorità (anche morale o intellettuale), la giovinezza, la fede, l’incredulità, la ragione, tutto ciò che è forte ci spaventa, perché noi non siamo forti. Questo è sicuramente patologico ma è più forte di noi, e quindi ci spaventa.

P.P.S. Solo dopo aver scritto questo articolo abbiamo saputo che Brecht avrebbe detto “In the contradiction lies the hope”. Sicuramente lo intendeva in senso diverso dal nostro, se non opposto.

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Abbagliare la Luna: un Discorso Ignorante per la Giullarizzazione del Mondo

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Una bozza di copertina per il nostro libro privato. Segue un estratto dalla calunniosa prefazione di Umberco Eto:

“I libri che nascono in rete somigliano spesso a un piatto di profiteroles: sono composti da tante parti simili, incollate superficialmente e molto dolci. Succedeva anche coi libri dei giornalisti, quasi sempre collage di vecchi articoli, ma adesso le dimensioni di ogni pallina si sono ulteriormente ridotte. Il discorso sparato sulla rete deve essere breve, legato a un fatto in discussione e anche un po’ iperbolico, altrimenti affonda nel rumore. Rendere organici questi pezzetti costa una fatica sbalorditiva e spesso ci si accorge che é impossibile o inutile, perché sono perifrasi uno dell’altro e persino il loro ordine é poco rilevante: si potrebbero disporre a rovescio senza cambiare molto il risultato. Come i profiteroles, questi libri allettano ma producono rapidamente una certa stanchezza del palato.”

Dalla quarta di copertina (pure ingiuriosa):

“Il problema è che non c’è una filosofia di fondo, e senza una filosofia ogni nessuno osa nuocere al mondo”, Rolando Barto.

Se risulta essere un’operazione stucchevole, perché lo scrivete?”, un’acuta Lettrice.

“A A A!!1!”, un anonimo ignorante.

Come al solito tutti coloro che contribuiranno al libro privato saranno lodati in calce, alla voce “pagamenti in visibilità”.

P.S. Come titolo avevamo anche pensato “libro di note ad un testo assente”, ma purtroppo non siamo abbastanza ignoranti da non sapere di Dávila.

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Un po’ di sollievo dalle elucubrazioni

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Pubblichiamo alcuni estratti:

[.. .] Nel 1937 Gennaro Adelfi, zio del noto editore, brevettò una “Radio a Onde Dispensatrice di Ogni Lieta Fantasia Onirica”, o più brevemente RODOLFO, che tramite una cangiante cacofonia doveva indurre bei sogni. Gli acquirenti eccepirono che il baccano della radio però gli impediva di dormire e allora Gennaro, detto anche “Repeppe”, suggerì di goderne tenendola spenta, così tutti furono felici. P.S. Ne fecero 3 modelli, uno a onde lunghe, uno a onde corte e il più lussuoso a onde rodolfe.

[.. .] Pasqualino Adelfi, cognato di secondo letto del benemerito editore, non sapeva come dare un senso alla sua vita. Perciò nel 1973 fece perdere le sue tracce e si rifugiò in un celebre santuario del dio Apollo. Così quando al telefono gli chiedevano “Pasqualino, ma dove sei?”, lui poteva rispondere “A Delfi!”, sghignazzando come uno scellerato.

[.. .] Phil (nato Filippo) Adelfi, il terzo cugino del noto editore, emigrò in america nel 1921. All’epoca tutti dovevano fare per almeno qualche mese il lustrascarpe, in modo da poter poi scrivere nelle biografie che avevano fatto i lustrascarpe, e lui si adattò. Ma siccome era ricco di famiglia si diede subito all’editoria e cercò di rivoluzionare il settore introducendo dei libri edibili, anche per venire incontro alle necessità degli ignoranti. Ciò offese buona parte dei clienti, che del resto usavano i libri come tappezzeria e non si aspettavano che marcissero e attirassero topi. Fallita l’azienda, Phil meditò brevemente il suicidio ma poi si ricordò dell’aspetto grasso e piacevole del lucido da scarpe e pensò che se non fosse stato per il colore la gente l’avrebbe trangugiato. Quindi ne realizzò una versione bianca, che porta tutt’ora il suo nome. Il successo, inutile dirlo, rimbomba fino a noi.

[.. .] L’editore Adelfi e Céline sedevano a colazione. L’editore era allegro, il mercato della contestazione andava bene, e quello della reazione meglio ancora. Così di botto chiese: “e allora, cosa separa un Céline da un belìn?”. Rispose Luigio Ferdinando “… la table”.

[.. .] Carminiello Adelfi é stato il primo clone del famoso editore. Appena staccato dal picciolo intuì di essere un genio e progettò un motore rivoluzionario, che avrebbe ridotto le emissioni del 98%. Lo battezzò giocoforza col suo cognome ma il progetto fu rifiutato da tutti i produttori. Con la lungimiranza che l’ha sempre contraddistinta, la Fiat gli mandò anche una risposta del seguente tenore: “muori nel fosso di Helm tolkeniano di merda, tu e il tuo motore ad elfi!”.

[.. .]  Le precedenti notizie sono tratte da “La molto veridica historia di Fonzo Adelfo, l’uomo che fu suo cuggino”, 1583, ed. Valpurga. Secondo la leggenda, nel 1548 viveva nei pressi di Prato un tale Pandolfo Adelfo, ciabattino. Abitava con sua sorella Piccata in una casa nel bosco e la loro vita era così noiosa che una sera, tanto per cambiare, i due giocarono a fingere di non conoscersi. Tanto può essere crudele la vita in provincia! Peggio ancora, ne nacque un figlio battezzato Fonzo, che era figlio di suo padre ma anche figlio di sua zia e dunque, a conti fatti, il cuggino di se stesso. Il ragazzo crebbe ignorando l’orrore della sua nascita. Quando voleva andare a trovare gli zii, i genitori lo mettevano su un sentiero circolare e nel frattempo riverniciavano la casa e indossavano parrucche, in modo che al suo ritorno non si accorgeva di nulla. Ma per quanto fosse tardo e accidioso, il minore iniziò a nutrire dei sospetti. Quando gli altri ragazzi andavano a picchiarlo lui chiamava a suo cuggino, ma non veniva mai nessuno. [.. .]  Adelfo Pandolfo era povero. Gli altri pratesi usavano i vestiti vecchi per fare spaventapasseri, mentre lui coi vestiti da spaventapasseri ci andava ai matrimoni. Per tenere lontani i pennuti aveva quindi innalzato un tumulo di terra che assomigliava molto a un formicaio, e siccome era un fine psicologo ogni giorno fingeva di spaventarsi alla vista del tumulo e urlava “minghia Piccata com’è realistico ‘sto spaventapasseri!”, in modo che gli uccelli sentissero e sapessero come regolarsi. Purtroppo l’unico a cadere nell’inganno era suo figlio Fonzo Adelfo, e questa credulità suggerì al padre un modo per nascondergli il fatto che era cuggino di se stesso. Fonzo infatti si lamentava che ogni volta che andava dagli zii inevitabilmente suo cuggino era appena uscito anche lui per andare dagli zii, con un tempismo inverosimile. Il padre allora cominciò a chiamare “nipote” una vecchia pannocchia, e per il momento i sospetti di Fonzo furono sviati. Non era raro vedere il ragazzo che portava a spasso la pannocchia, raccontando al cuggino le mirabolanti imprese che sognava. [.. .] Da quel momento, li chiamarono “gli Adelfi”.

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Il titolo magari lo pensiamo poi

Nel 1970 Ivan Illich scrisse che

“la più radicale alternativa alla scuola sarebbe una rete, o un servizio, che offrisse a ciascuno la stessa possibilità di mettere in comune ciò che lo interessa in quel momento con altri che condividono il suo stesso interesse”.

Nel paragrafo successivo immaginava una proto-rete basata sul telefono. La rete di Illich si è di fatto realizzata e ha raggiunto l’apice al tempo dei newsgroup, quando milioni di persone scrivevano, a volte con grande competenza, di qualsiasi argomento. Già allora emergevano tracce consistenti di follia, paranoia e settarismo, che sembrano inestricabilmente legate a qualsiasi fenomeno di massa, ma gli analfabeti veri e propri erano ancora tagliati fuori dal costo e dalla relativa complessità delle procedure.
Adesso sono dentro e la rete é diventata proprio quel che sognava Illich, un’antiscuola, un luogo dove gli ignoranti possono apprendere con grande velocità qualsiasi cosa utile o balorda, e anche insegnarla, e il tutto al riparo da critiche. É un fenomeno straordinario, che frammenta e relativizza ogni tipo di conoscenza. Tranne quella che serve a tenere accesi i computer. Quella tecnica rimane indiscutibile e perciò sempre di più l’unica candidata allo status di religione.

Per gli ignoranti funzionali che, a costo di inevitabili ma salutari perdite di informazione, vogliono comunque un riassunto visivo di quanto sopra, forniamo questa umorosa immagine.

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Comunque non vorremmo dare l’impressione di essere contro il povero Illich. Quel che dice è quasi del tutto vero, la scuola com’è fa cagare cani morti e sembra irriformabile. Ma perché il libero scambio di esperienze e informazioni, oggi possibile, non ha prodotto l’antiscuola ideale? Illich, come tutti i teorici di un certo tipo, non ha considerato che la libertà di comunicazione, come del resto anche la libertà sessuale, produce fenomeni di competizione e differenziazione narcisistica, che tendenzialmente danneggiano sempre i più deboli. Quando la conversazione diventa solo un modo per fare punti, l’unica cosa che si scambia è il vizio di competere.

Ma nonostante ciò bisogna ammettere che il sogno di Illich si è parzialmente realizzato. L’ignoranza assoluta si è realmente ridotta e molti si formano davvero all’università della vita digitale, attraverso il dialogo o anche ricorrendo ai tutorial di Aranzulla o di Wikihow, tipo il folle “come frequentare un drogato” o il paranoico “come prendersi cura di un maiale domestico“, che contiene questo giudizioso consiglio:

“Cerca sempre di stare un passo avanti a loro, in quanto possono anche essere molto furtivi e manipolarti per ottenere ciò che vogliono”.

Il discorso disonesto, che mira solo a fare punti, costituisce circa il 50% del discorso pubblico. L’altra metà è il discorso per così dire ignorante, condotto da chi conosce appena la grammatica. Dei due, il più interessante è il secondo.

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“Il metodo è copiare una buona idea e poi ripeterla finché non diventa una pessima idea”. C. Lorenzini, “Le fondamenta teoriche del Paese dei Balocchi”, Bomarzo, 1956.

A ben vedere, anche la proliferazione di notizie false dipende in buona parte dalla diffusione di un’elementare capacità di leggere e scrivere. Solo con la scrittura la “diceria” può diventare “documento” e accumularsi in un sistema, per quanto delirante. E lo fa incorporando la potenza intrinseca della scrittura. Insegnare a scrivere agli ignoranti è più pericoloso che dargli un’arma, e infatti si insegna ai bambini, che possono essere controllati. Ma quando l’arma finisce in mano ad adulti, la scrittura grezza esprime tutte le sue potenzialità creative e distruttive.

Il fatto che larga parte della popolazione non sia capace di riassumere un testo scritto e non ne capisca il significato non è, come pretendono i sindacati degli insegnanti, un passo indietro. Fino a pochi anni fa quella gente non sarebbe riuscita a leggere nemmeno una parola. La comprensione parziale è indice di una maggiore alfabetizzazione e comprendere interamente il senso della scrittura non è stato mai un requisito per la produzione di altre scritture. Il mondo è sempre vissuto nel fraintendimento e nei linguaggi particolari.

Il grande asilo della terra rimbomba degli esperimenti dei nuovi ignoranti, ignoranti parzialmente capaci di leggere e scrivere e quindi molto più influenti e pericolosi di prima. A questo stadio non seguirà per forza quello della piena conoscenza. Quando il semi analfabeta ha ottenuto i primi frutti della sua tecnica spesso non sente più il bisogno di apprendere la cultura dei dominatori. Grazie a poche lettere può crearne un’altra*.

In molti casi una formazione prevalentemente pratica risulta anche più adeguata alla realtà concreta. Ad esempio, l’Italia potrebbe diventare (ed esistono programmi in tal senso) una società di cuochi, badanti, camerieri, decoratori, musicisti, parodisti, intrattenitori, ciceroni, personal trainer, parrucchieri, sarti, filosofi del quotidiano. Come un’immensa nave da crociera, arenata per sempre nel Mediterraneo. Un sogno.

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Non bisogna credere che il nostro sia tornato un mondo orale e non bisogna sopravvalutare il potere delle immagini. Per quanto influenti, sono troppo aperte per sostenere quel sogno ossessivo che è una concezione del mondo. Solo la scrittura è abbastanza flessibile e potente e alla portata di tutti. Con pochissimi mezzi, chiunque può delirare come San Giovanni e fare del suo delirio una “cosa”.

La battaglia dei giornali contro le false notizie è semplicemente la rivendicazione del loro potere esclusivo di interpretare su larga scala. La notizia falsa in genere viene smascherata subito, mentre resiste la visione che la produce e se ne alimenta. Perché, appunto, quella visione è una realtà (cioè un sogno) che è già prefigurata nell’alfabeto. Noi possiamo scrivere tutto e questo è esaltante.

Ora possiamo capire le parole di Giovanni: Prendi questo libro e mangialo…

sempre meno stretti da vincoli materiali, diventiamo la terra in cui è seminato l’alfabeto. 26 simboli possono crescere e diventare ogni carne. Questo tempo non é l’antropocene ma il grafiocene, l’età della scrittura. L’uomo è già superato.

 

*  Uno dei primi scontri tra Accademia del Deboscio ed Università della Vita si trova nel Satyricon. Alla cena di Trimalcione Ascilto e Gitone ridono di certe pretenziose rusticità e un commensale se ne adonta: “Io non so di matematica, né di critica e di tutte le altre insulsaggini, ma le maiuscole le leggo e so dividere per cento tutti i pesi e le misure. Insomma, te la vuoi fare una scommessina? Ecco la mia posta, tira fuori la tua. E anche se mastichi un po’ di retorica, ti farò vedere che tuo padre ha buttato via i suoi soldi. Beccati questo:
“Cosa sono? Vado su, vado giù, indovinami un po’ tu”.
E ancora: “Chi si muove e fermo sta?”; “Cos’è che cresce e poi si accorcia?”. Corri, t’imbamboli, annaspi che sembri un topo finito nel cesso. E allora chiudi il becco e non infastidire chi è meglio di te e non sa manco che sei nato. A meno che non ti passi per la testa che mi interessi quella bigiotteria che hai alle dita e che hai grattato alla tua troietta. San Trafficone mi protegga! Andiamo al foro a chiedere soldi in prestito, e vedrai se il mio anello non vale di più anche se è solo di ferro! Ah, sei proprio bello con quella faccia di volpe fradicia! Possa io fare un sacco di soldi e morire tanto bene che la gente venga a giurare sulla mia tomba, com’è vero che ti correrò dietro fino alla fine del mondo, foss’anche con la toga messa al rovescio! Gran bell’elemento anche quell’altro che ti insegna ‘sta roba, un ciarlatano, altro che maestro! Ai miei tempi le cose non stavano così: il maestro ci diceva: “Avete finito? Allora andatevene a casa. Non state a guardarvi intorno e abbiate rispetto degli anziani”. Ma oggi son tutte palle e non ce n’è uno che valga un fico secco. Quanto a me, se sono così come mi vedi, devo solo dire grazie al padreterno per l’educazione che ho avuto».

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“Il sonno della ragione genera la Storia”

18557062_10155429606574429_2533594985227051551_nQuesta frase campeggia in una delle mille pagine inedite del faldone Spallanzanesco “Raccontalo alla cenere”. É la fusione delle celebri frasi di Goya* e di Stephen Dedalus**,  ma rappresenta solo la sintesi di un discorso molto più contorto, che il Nostro conduceva come al solito in assenza. Altri brandelli ci permettono ora di ipotizzare il percorso che l’ha generata.

Possiamo partire da questa frase, attribuita nel giallo metafisico “Crocevia” al professor Stuffenbau:

“Tutto questo è un sogno da cui cerco di svegliarmi. Ma un sogno ossessivo ritorna ogni notte, svegliarsi è un sollievo temporaneo accompagnato dall’angosciosa certezza che dovrò addormentarmi di nuovo: la vera soluzione non è svegliarsi, ma sognare un altro sogno”.

Nel “Taccuino dell’insegnante assenteista”, risalente al 1977-78 e pure inedito, troviamo inoltre queste considerazioni:

“il capitalista sarà pure tanto avido da vendere anche la corda che servirà a impiccarlo, ma il comunista é così accecato da boicottare la vendita di corde.
Il capitalista, però, non è poi tanto sciocco: di norma non vende la rivoluzione, ma l’immagine della rivoluzione, e vende anche la critica di questa immagine, e la critica di questa critica. Perché sa che gli uomini amano le illusioni, e specialmente quella di non averne”.

Il discorso sembra continuare a margine della sua copia di “1984”:

“il capitalista non teme i sognatori, che sono volubili e impotenti, né le persone razionali, che finiranno per diventare capitalisti. Teme solo gli ossessi e la loro controllata pazzia, perché sono capaci di credere e allo stesso tempo non credere in quel che fanno. La forma mentale descritta in 1984, il famoso bispensiero, non solo è adeguata ma è letteralmente l’unica possibile per dei rivoluzionari che vogliano avere qualche speranza.”

E in un’altra pagina:

“ogni rivoluzione che si compie contro ciò che passa per natura, o ne inventa un’altra, o è pazzia, e le due cose si somigliano. In realtà il capitalismo descritto da Marx è già una follia (o schizofrenia, per le sue “insanabili contraddizioni”), e quindi è una forma di rivoluzione, e può soccombere solo di fronte a una forza altrettanto schizofrenica”.

A margine di una pagina della sua copia de “L’umorismo” di Pirandello il Nostro annotava:

“Quanto ciarpame. Nota: da un punto di vista storico, la diffusione del capitalismo è praticamente parallela a quella dell’ironia. Il tipo prevalente di ironia non è altro che la forma capitalistica del bispensiero”.

Infine, a margine di un catalogo postalmarket del 1990 troviamo questa nota:

“la pubblicità che spaccia beni comuni per esclusivi é una forma di bispensiero. Non è una semplice menzogna, perché postula un acquirente capace di credere davvero tutte e due le cose. Se mirasse ad ingannare, funzionerebbe solo poche volte. Anche uno stupido prima o poi si accorgerebbe che il prodotto non è affatto esclusivo. Invece funziona perché l’acquirente è già pazzo, ed è soddisfatto proprio dalla contraddizione: è esclusivo e ce l’hanno tutti. Come in sogno, le “o” diventano “e”. Il capitalismo è fatto della stessa materia dei sogni, il che conferma che è natura.”

E’ chiaro che l’intuizione spuntata nella sua mente sin dai primi anni ’60 ha continuato ad arrotolarsi su sé stessa per oltre trent’anni ed è maturata soprattutto nel periodo ’77-79, in concomitanza con la rilettura di “1984” e del progetto “Parco Rivoluzionario“.

Ma quale sarebbe questa intuizione?

Che la natura è un sogno ossessivo, il sogno che man mano sogniamo, e quindi il capitalismo è sia sogno che natura, quindi per contrastarlo serve un altro sogno, ma non fumoso, bensì altrettanto ossessivo: la ragione da sola non basta. Anzi, il sogno usa la ragione per mostrare che è invincibile.

Le persone intellettualmente oneste si chiedono perché non si riesce a costruire un paradigma alternativo al capitalismo. La risposta è che i paradigmi (o sogni) si costruiscono col linguaggio, e il capitalismo si è molto adoperato per diffondere un linguaggio contraddittorio in cui è impossibile pensare un’alternativa. Questo spiega anche perché il socialismo, pur formulato in Europa, si è diffuso in Russia, e non nella forma ipotizzata, ma in quella resa possibile da un linguaggio non ancora trasformato dal capitalismo.

Una delle armi usate dal capitalismo è l’ironia, il linguaggio programmaticamente contraddittorio, che non a caso somiglia molto a quello usato in “1984”.

Incidentalmente, il tema è stato sfiorato anche da Wallace. Partendo da un saggio del 1986, Wallace ripete che lo spot della pepsi “the choice of the new generation” é ironico perché mostra esattamente il contrario di ciò che dice: gente che corre a comprare la pepsi non appena sente lo stappo, come cani di Pavlov. Aggiunge che è proprio questa ironia a creare un legame empatico tra impresa e consumatore smaliziato, che coglie la presa in giro del popolo bue. L’osservazione va, come spesso accade in Wallace, ben oltre il segno, in base all’errato presupposto che in giro c’è più intelligenza di quanto sembra. Lo spot, nella sua contraddittorietà, è ancora una volta manifestazione del bispensiero, e lo spettatore ci crede e non ci crede insieme. Scelta e reazione pavloviana diventano la stessa parola, che assume l’uno o l’altro significato a seconda che sia applicata allo spettatore, ortodosso, o agli altri, i prolet, gli sciocchi, i non ortodossi. Allo stesso modo, nella neolingua “parlare come un’oca” significa sia essere in linea col partito che dire idiozie, a seconda della persona cui viene attribuito. La distruzione del significato della parola é di per sé funzionale al sistema e permette di tenere in piedi il sogno ossessivo.

Un famoso spot della apple mostra che in un mondo orwelliano la scelta del vero ribelle è comprare un prodotto di elite. Ovviamente il senso vero è che in un mondo capitalista la scelta del vero consumatore è comprare un bene che genera più profitti. La neolingua funziona ancora una volta, per larga parte della popolazione rivolta e crescente consumo diventano la stessa cosa.

In un documentario su Steve Jobs uno degli intervistati nota che la famosa pubblicità del mac in stile “1984” appariva tragicamente ironica per i dipendenti della Apple perché l’azienda era molto più simile alla società orwelliana di quanto lo fosse la nemica IBM. E in effetti Jobs con la sua faccia da scaltro esaltato viene più volte descritto come un uomo capace di convincersi di cose non necessariamente vere. Un ossesso, quindi, che praticava il classico bispensiero e lo inoculava nella società.

Sempre dallo stesso documentario apprendiamo che Jobs negò la paternità della prima figlia sostenendo tra l’altro di essere sterile. Senza voler dare giudizi morali, che non ci interessano, notiamo che una persona della sua intelligenza non poteva ignorare la falsità dell’affermazione. Ma se ne era convinto, “riprogrammando” la sua mente per credere in questa menzogna fino a nuovo ordine. Cancellando il processo di falsificazione e restando abbastanza lucido da cancellare la cancellazione. Una follia controllata, un sogno efficiente, che del resto ha più volte predicato.

Un’altra pubblicità della Apple diceva che solo i pazzi cambiano il mondo (solo chi è abbastanza pazzo da voler cambiare il mondo poi lo cambia). Basta prendere questa frase alla lettera e si ottiene 1984: Solo i pazzi cambiano il mondo e lo rendono un mondo di pazzi. Ciò vale anche per il passato, quindi cambia il tipo di follia ma non la sostanza. L’inverso è altrettanto vero, i ragionevoli non cambiano il mondo, la ragione è impotente. Messa così però vende di meno.

Non è un caso se uno dei semi della riforma protestante é l’elogio della follia di Erasmo, e non è un caso se riforma e capitalismo vanno a braccetto. Il capitalismo non crea il legame tra contraddizione e potere, lo rende solo più evidente. Contrariamente a quel che sosteneva Marx, il capitalismo non nasconde i rapporti reali sottostanti ma anzi li svela, tanto che persino lui se n’è accorto, come se ne erano accorti altri. Lui ha avuto l’ingenuità di dire apertamente ciò che questa lente mostrava già a tutti. O la spudoratezza, diciamo, di chi si mette a parlare di sesso tra gente ben educata. Basta vedere Marx come Woody Allen per afferrare il punto.

Venendo ai giorni nostri, si nota per esempio che la famosa pubblicità del buondì é una forma di bispensiero. La bimba stereotipata esprime, con linguaggio volutamente pubblicitario, il desiderio di un bene dalle caratteristiche contraddittorie, goloso e salutare. Lo dice ironicamente, quindi già lei dice che non esiste. La madre risponde che è impossibile e pronuncia la caricatura di un atto sacro (dio mi punisca se mento), in una forma iperbolica e a sua volta ironica. Il meteorite dice contemporaneamente che la madre mente e dice il vero, perché è talmente inverosimile da smentire se stesso. Nel complesso, l’ironia dello spot è adatta a un ragionamento sconnesso, che passa continuamente da un’immagine al suo negativo, come i vasi che sono visi e poi sono di nuovo vasi. Questa incapacità di assegnare un significato univoco è il prodotto e il presupposto del sistema capitalistico, la distruzione del linguaggio ordinato e l’emersione del sogno senza limiti.

Intendiamoci: anche il linguaggio c.d. ordinato è a sua volta una “cosa” storica, è fonte e frutto del suo tempo ed è anche lui, come tutto ciò che ha una certa stabilità, un sogno ossessivo, e come tale è abbastanza forte da opporsi ad altri sogni ossessivi quali il capitalismo. Queste due forme si combattono perché sono inconciliabili (o meglio, sono inconciliabili e quindi potremmo dire che si combattono). Ovviamente anche il linguaggio “ordinato” contiene delle contraddizioni, che presupponevano e generavano un mondo diverso. Lo stesso vale per il linguaggio di “1984”. L’unica differenza sta nei campi concettuali in cui la contraddizione diventa sinonimo, e a volte solo in sfumature di quei campi.

In sintesi, il capitalismo diffonde il (e si diffonde grazie al) suo linguaggio, e le contestazioni al capitalismo formulate in quel linguaggio non fanno altro che rafforzarlo. In termini ancora più elementari, l’ironia (che è una forma del bispensiero) non è un’arma contro il capitalismo, ma una resa.

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Concludiamo con un’altra frase del nostro, contenuta sempre in “Crocevia”. Di fronte all’impossibile secondo cadavere del padrone di casa, gli ospiti piombano nell’orrore e in una delle famose digressioni si chiedono che accadrebbe se una cosa del genere diventasse la norma. Il professor Stuffenbau conclude:

“Curiosamente sembrate pensare che una società basata sull’ignoranza e la paura non possa sopravvivere, mentre è chiaro che non solo può, ma l’ha anche fatto, per secoli e secoli. Ciò che non può durare a lungo è una società basata sulla ragione.”

* “Il sonno della ragione genera mostri”

** “La storia, disse Stephen, è un incubo da cui cerco di svegliarmi”.

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Troppo Illuminati

Abbiamo rimosso dei commenti al post “Illuminati“, che vengono attribuiti a un tale Michele Nista, che sarebbe uno stalker particolarmente attivo e sfuggente. Chiaramente non abbiamo idea di chi sia costui, ci scusiamo per il fatto e prenderemo provvedimenti per evitare che si ripeta.

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Essi servono il palazzo

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Ritiratosi in una casa colonica a Passogatto, negli anni ’90 Spallanzani annota nel suo diario vari piccoli fatti di vita campestre e ripete più volte di aver lasciato il condominio in cui abitava anche perchè “era pieno di presenze che servivano il Palazzo“.

La frase, inclusa anche in alcune lettere, ha turbato a lungo gli esegeti, incerti se considerarla ironica (ma ironica di che?) o segno di un reale e crescente rimbambimento. Dopo lunghe ricerche pensiamo di aver capito a cosa alludeva il Nostro e si tratta niente meno di un progetto di romanzo, o almeno di novella, il che contraddice la tesi dei fratelli Bernardi per cui dopo l’insuccesso dei “Fiori dell’8” Spallanzani non avrebbe più architettato nulla di rilevante.

Mettendo insieme appunti sparsi e testimonianze di amici e familiari possiamo oggi ricostruire a grandi linee la trama della novella, che per praticità chiameremo “Il Palazzo”, anche se probabilmente Spallanzani pensava a qualcosa di più simile a “Criceti”. E’ una storia di burocrazia mistica, o di terrore geometrico, e apparentemente deve molto alle letture maledette degli ultimi anni.

Tutto comincia quando l’architetto Michele Lorenzo riceve l’incarico di progettare un enorme palazzo di case popolari. Siamo negli anni ’70 e Lorenzo si ispira a Lecorbusier e a dei teorici svedesi per creare l’ennesimo quartiere modello, lungo oltre un chilometro e in grado di ospitare ottomila persone.

Durante la costruzione si verificano però i soliti problemi, il palazzo viene fuori molto diverso dal progetto e ad esempio tutto il quarto piano, destinato ad attività commerciali e servizi, resta vuoto per inghippi tecnici e burocratici. Il palazzo si riempie comunque di proletari e sfollati.

Ma il suo degrado é velocissimo: dopo appena tre anni metà degli ascensori sono permanentemente fuori servizio, nel seminterrato si sviluppano incendi, i giardini pensili diventano campi di pomodori e cannabis, il quarto piano viene invaso da abusivi e da attività illecite, gli zingari fanno regolari incursioni, l’ambulatorio medico registra percentuali altissime di malattie psicosomatiche.

L’architetto, che era tanto fiero del suo progetto da essersi riservato un’abitazione nell’attico, é quasi sempre in giro per lavoro. Sua figlia, che invece è costretta ad abitare nel palazzo, comincia ad accusare disturbi psichici.

Negli anni ’80 l’architetto conduce una lunga lotta giudiziaria e mediatica contro il comune, l’istituto case popolari, l’appaltatore etc. Sostiene che il suo progetto é stato deturpato e che dietro c’è tutto un magna magna. Denuncia legami, per altro già noti, tra sindaco, assessore, amministratore della società appaltatrice, figli, amanti, parenti, insomma le solite cose. Nel frattempo, si stabilisce effettivamente nel palazzo e comincia ad andare in giro di notte e a prendere nota.

Mentre le controversie si trascinano stancamente nei vari tribunali, Lorenzo si accorge di un fatto strano: il palazzo è stato sì realizzato in maniera difforme, ma gli errori e la carenze sembrano regolate da un sistema. Le belle proporzioni che aveva stabilito sono state sostituite da altri rapporti ed in maniera così sistematica che non può essere casuale. L’uomo, già ampiamente screditato, comincia a parlare di complotto.

Nel mentre sono passati dieci anni e il palazzo è diventato una specie di isola, selezionando i peggiori inquilini. Il vandalismo é endemico e inarrestabile, i bambini non vanno a scuola, la sera c’è il coprifuoco, girano voci di rapimenti, violenze sessuali, pedopornografia, abusi su disabili.

A un tratto i giornali riportano che tra l’architetto e la pubblica amministrazione si è arrivati a una transazione, che resta segreta. Molti dicono che l’uomo si è venduto, o forse è la stanchezza, ma non è così: da sue private ricerche Lorenzo é giunto infatti alla conclusione che tutta la gente coinvolta nello scandalo del palazzo fa parte di una sorta di massoneria e ha deciso che l’unico modo per scoprire altro é farne parte anche lui. Perciò finge di voler fare la pace e passare dalla parte dei furbi.

E ci riesce. Dopo anni di sospetto, riesce a farsi introdurre e lentamente scala la gerarchia e si accorge che dietro la buffonata massonica c’è davvero qualcosa di strano. Le cerimonie del grado più alto sono accompagnate da letture che hanno poco a che fare coi liberi muratori, anche se ne utilizzano il linguaggio. Ricorre spesso l’inno della perla, un testo gnostico. Un mostruoso serpente, dice l’inno, difende la perla, e forse la genera: una perla che è la scintilla, un frammento del pleroma, della pienezza. Chi se ne impossessa ricorderà se stesso, la sua natura divina, e cambierà: diventerà qualcosa che non si è mai visto, un essere libero dalla prigione del demiurgo, dalle leggi del mondo, libero dalla necessità, dall’amore, dalla morte, dalla pietà, e da se stesso. Tra gli adepti il palazzo viene chiamato “il ponte” e ci si aspetta grandi cose da questo “eccezionale esperimento”.

Perché, gli dirá un giorno il capo soprannominato “Libero”, come il palazzo ideale può aumentare l’equilibrio, così il palazzo antiideale può diminuirlo. L’uomo non deve cercare l’equilibrio, che significa solo sprofondare nell’illusione consolatoria dei signori del mondo, ma deve cercare lo squilibrio, che gli rivelerà la sua vera natura. Il palazzo, in breve, è un sistema che produce follia: i graffiti che lo deturpano sono formule magiche, gli incendi e le violenze sono un tentativo di trascendere la natura carnale per avvicinarsi al pneuma.

L’architetto non sa se é sveglio o sta sognando. Questa gente, si dice, non lo fa per soldi. Non sono ladri ma pazzi, credono in qualcosa e volutamente stanno portando al limite migliaia di persone per vedere che succede. Scopre anche che alcuni membri della setta vivono nel palazzo e sorvegliano costantemente gli inquilini, frugano nell’immondizia, setacciano gli scarichi biologici e li sottopongono a incomprensibili procedure alchemiche, aspettando che qualche residente mostri nella carne i segni del risveglio.

L’architetto è una persona molto razionale e per principio rifiuterebbe questa massa di assurdità, però riesaminando il suo progetto e il palazzo poi concretamente realizzato si accorge che anche lui aveva seguito, sebbene inconsapevolmente, delle direttive mistiche. Nota anche che i vari canoni elaborati da architetti sedicenti progressisti, funzionalisti etc in verità sono solo la riscoperta di un’antica armonia, che per affaristi gnostici è una trappola.

Il progetto iniziale dell’edificio prevedeva 10 torri collegate da 22 camminamenti e, nota Lorenzo, ripeteva inconsciamente la struttura dell’albero sefirotico. Nel corso della realizzazione però il progetto è stato stravolto e la torre centrale, che doveva essere una sorta di grande giardino, non è stata realizzata (perchè sono finiti o fondi o per problemi geologici o per qualsiasi altra scusa). Ma la torre centrale corrispondeva anche a Tiferet, la compassione, il cuore dell’albero sefirotico. Tolta quella, l’albero della Vita si trasforma nell’albero del bene e del male.

L’albero sefirotico rivisto in salsa Cthuloide

Ma l’architetto scopre anche altro. A quanto pare esistono delle altre forze, che non vedono di buon occhio il palazzo. Un esempio è il capo della segreteria dell’assessore all’urbanistica, che grazie a una rete di ricatti e tangenti è di fatto quello che comanda. E’ un vecchio di circa settant’anni, che si finge un po’ sordo, e che è deciso a far abbattare l’edificio. Negli anni ’80 l’architetto lo considerava un suo alleato, ma ora ricorda che durante una conversazione il vecchio fece delle strane affermazioni circa la necessità che il popolo rimanesse inconsapevole e sereno. Inoltre, come per caso, gli aveva mostrato la sua gabbia con dei porcellini d’india, una gabbia modello, confortevole e ottimizzata, in cui gli animali mangiano e dormono quasi tutto il giorno.

Allora, si dice l’architetto, è mai possibile che in tutto ciò ci sia qualcosa di vero? Gli viene in mente la proporzione aurea, che ha impiegato tante volte. Non è forse vero che la successione dei numeri di fibonacci approssima il rapporto aureo, e che quella successione è nata in origine dall’osservazione di una gabbia per conigli? E se davvero tutta la bellezza che ha predicato durante tutta la vita fosse solo la generalizzazione di una trappola?

Lo colpisce anche un altro pensiero: durante i lavori di costruzione ci furono diversi incidenti mortali, almeno 3, per i quali tra l’altro pendono i soliti inutili processi. Fino ad oggi lui li aveva considerati, appunto, incidenti, ma ora gli viene il dubbio che fossero sacrifici, come quelli che nell’antichità servivano a consacrare i ponti. L’antico rito però prevedeva che per completare la consacrazione il corpo della vittima, offertasi volontariamente, dovesse rimanere nelle fondamenta. La sua anima sarebbe diventata la guardiana del palazzo e avrebbe goduto di un suo piccolo inferno personale, abitato da quattro cani terrificanti.

Chiuso nel suo appartamento, mentre sente le urla della figlia pazza dalla stanza a fianco, l’architetto pensa che tutto questo è solo un sogno, che non c’è niente di reale. Il palazzo è stato costruito semplicemente male, perché la gente è incapace e ladra. Chi ci abita vive male per ragioni sociologiche. Non c’è dietro nessun progetto, né benefico, né malefico: i morti sono morti per caso, per insipienza, incapacità, e la grande torre giardino è vittima della corruzione. Tutti questi pensieri lo consolano mentre sopprime in maniera indolore la giovane impazzita e scende le scale, raggiunge i garage, apre una botola, trova una scala segreta che porta al livello delle fondamenta ed a occhi aperti si toglie la vita.

Il suo corpo non verrà mai ritrovato. Qualche anno dopo, nel palazzo si diffondono voci circa un piccolo branco di pitbull assassini.

P.S. Quasi certamente questo non era il finale che Spallanzani voleva. Da molti indizi e da bozze alternative risulta che le vicende dall’architetto dovevano essere solo il prologo di una storia ambientata nel futuro (in quello che sarebbe stato all’epoca il futuro, e cioè il 2000), in cui tre personaggi si dibattevano tra i misteri del Palazzo. Ma Spallanzani, come altre divinità un po’ mediocri, spesso consumava tutte le sue energie per creare un mondo e poi lo abbandonava a se stesso. Abbiamo quindi deciso di riassumere il materiale della prima parte e di dargli un finale (comunque contemplato dall’autore tra quelli possibili), rinunciando per ora a esporre il frammenti del seguito. La necessità di un’edizione completa delle carte spallanzanesche diventa sempre più chiara.

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Fantasmi vs alieni, la vera verità

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Ci è tornata la fissa per Lovecraft e non casualmente abbiamo ripescato un appunto di Spallanzani che partendo dall’opera del maestro di Providence immagina cose che gli umani non dovrebbero conoscere.

“Bisogna sapere che esiste da sempre una grande razza plutoniana, la razza di Yith, che è fatta a formo di cono alto tre metri, con quattro proboscidi, ed è saggia e millenaria*.

Per estendere la loro conoscenza i membri della grande razza scambiano le loro menti con quelle di individui delle razze inferiori, compresa l’umana. Il grande cono cade in trance, la sua mente viaggia fino alla terra e prende possesso di un uomo, che cade in coma e dopo qualche giorno si risveglia ma in realtà nel corpo ora c’è l’alieno. Viceversa, la mente umana viaggia fino a Plutone e si ritrova nel cono. Dopo vari anni il processo si inverte e ognuno torna nel suo corpo, ma l’umano non ricorda cosa gli è accaduto.

E tutto andava per il meglio finché non ci sono stati gli esperimenti atomici. Le nuvole radioattive hanno interferito con lo scambio di menti e dagli anni ’50 accade sempre più spesso che l’umano posseduto non si svegli più dal coma. Noi li crediamo morti, ma invece vivono, e dentro di loro c’è la grande razza. Poi gli stacchiamo la spina e li seppelliamo, ma così succede che l’umano, quello bloccato su Plutone, si risente per questo e desidera subito tornare nel suo corpo.

La grande razza, che è molto curiosa, permette a questi sfrattati di montare su navi spaziali e raggiungere la terra, per vedere cosa succede.

In definitiva, negli ultimi anni la terra è stata davvero visitata dagli alieni, che però in effetti sono umani in corpi alieni, e ciò spiega anche perché certe notti puoi vedere dei coni alti tre metri girare per i cimiteri: stanno cercando i loro corpi.

Ma la domanda, la domanda davvero importante è: “allora che fine hanno fatto le menti degli alieni intrappolate nei corpi umani?”

Ebbene, sono diventate fantasmi. Poltergeist. In realtà quelli che chiamiamo fantasmi sono menti aliene chiuse in cadaveri umani, che sono impazzite per il dolore e non riescono più a lasciare la terra a causa della radioattività, che blocca la proiezione mentale. Con le loro straordinarie capacità mentali provocano tutti quei fenomeni che noi attribuiamo agli spiriti.

Quindi i cosiddetti fantasmi sono alieni e i cosiddetti alieni sono umani, e si odiano reciprocamente e combattono una guerra folle e segreta. Inoltre gli umani-cono si vergognano di tornare dai loro cari mutati in quella forma orribile ma sono vittime della nostalgia, vorrebbero di nuovo essere uomini, si riuniscono in luoghi remoti per simulare oscenamente la loro vita di un tempo, indossano abiti umani rubati dalle case dei familiari, fanno colazione col cornetto, benché alti tre metri e senza bocca, si infilano cappelli sulle loro due proboscidi. E’ tutto molto triste.

A pensarci bene, non è poi una grande idea. E’ strano, prima di scriverla sembrava meglio.”

* Spallanzani si (e ci) confonde, perché gli esseri lovecraftiani che hanno colonizzato Plutone sono i Mi-Go e non i membri della Grande Razza. Gli Yithiani, per altro, vengono da un luogo posto al di fuori del nostro mediocre spazio quadrimensionale e hanno posseduto i corpi delle creature a forma di cono circa 150 milioni di anni fa, costruendo le loro basi sulla terra. Pur muniti di una tecnologia fantascientifica, non risulta che abbiano costruito astronavi, anche perché non gli servirebbero, visto che viaggiano nell’universo attraverso lo scambio di menti. Erano comunque capaci di realizzare immense aereonavi e quindi non si può escludere che viaggiassero tra i pianeti anche con mezzi più convenzionali. In ogni caso, gli Yithiani hanno lasciato la terra milioni di anni fa attraverso uno scambio mentale di massa con altri esseri del futuro, e quindi la storia di Spallanzani, per quanto affascinante, cozza con il background lovecraftiano ortodosso. Certo si potrebbe immaginare che alcuni Yithiani, magari i più fessi e i meno addestrati nello scambio mentale trans temporale, siano fuggiti in forma corporea,  e che abbiano fondato colonie tutt’ora esistenti su Plutone, battendosela con i Mi-Go. L’ipotesi non è del tutto peregrina, mentre risulta molto più difficile tollerare l’immagine di coni alti tre metri che pucciano il cornetto.

P.S. Ci viene in mente che la teoria di Spallanzani (gli alieni che vediamo sono Yithiani nel cui corpo vivono menti di uomini) potrebbe costituire un elemento unificante di varie storie lovecraftiane. Ad esempio, Herbert West potrebbe essere stato contattato da un uomo-cono, che gli ha dato delle informazioni sulla tecnica per resuscitare i cadaveri (visto che per ritrasferire la mente serve un corpo vivente), oppure Herbert potrebbe aver assistito ai tentativi degli Yithiani per resuscitare i loro copri e aver rubato alcune conoscenze.
Gli uomini-cono potrebbero anche aver fatto un patto con i Mi-Go, che hanno la tecnologia per estrarre i cervelli (o potrebbero aver controllato dei Mi-Go attraverso lo scambio di menti). Quindi in giro potrebbero esserci persone che portano una borsa o uno zaino in cui c’è il cervello estratto, con gli apparati per sentire e parlare.
Inoltre l’Ephraim Waite della Cosa sulla soglia, che riusciva anche lui a scambiare le menti, potrebbe essere un umano che è riuscito in qualche modo ad impadronirsi della tecnica degli Yithiani, oppure direttamente uno Yithiano rimasto prigionero sulla terra. Ciò tirerebbe in ballo anche Quelli del profondo, perché gli Yithiani in corpi umani potrebbero aver scoperto che accoppiandosi con i pesci-rana possono avere figli pressochè immortali, in cui trasferire le loro menti in attesa che si possa fare lo scambio all’indietro.

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Un ricordo dell’eclissi

In occasione dell’eclissi che sta beneficiando gli Stati Uniti riportiamo un brano diaristico del Nostro che ne ricorda un’altra. Come al solito Spallanzani imbroglia le carte perché l’unica eclissi totale cui potrebbe aver assistito è quella del 1961, mentre il ricordo si riferisce all’infanzia e quindi agli anni ’30.

Nell’immagine, il sole sabotato da fondamentalisti per trasformarlo nella sleale mezzaluna.

“Sotto casa mia, quando ancora vivevo a ***, c’era e c’è ancora quasi un ettaro di terreno brullo, con i resti di case abbandonate. Lo so per certo perché l’ho rivisto venendo qui. Noi ragazzi ci andavamo a giocare alla guerra. All’inizio era lo stato di natura, tutti contro tutti, ma col moltiplicarsi delle faide due o tre giovinastri dovettero scoprire la tregua tattica e si coalizzarono contro gli altri. Nacquero così il compromesso e la finzione, perché le alleanze cambiavano nel tempo di una merenda, si allargavano e prima che me ne rendessi conto, ero arruolato nella banda dei palazzi alti.

Le cose non vanno come nei romanzi per ragazzi, non ci furono promesse solenni né patti di sangue. Semplicemente, le due bande del paese si riversavano alla spicciolata nel terreno mortifero e lì gironzolavano strappando le erbe, rotolando sui monticelli di sabbia, spaccando bottiglie e cassette di legno, strappando zolle e badando che avessero un cuore di pietra: le mettevamo da parte per il momento buono. Visto dall’alto, tutto quel moto caotico di venti esseri soli doveva apparire come una doppia spirale: ogni braccio convergeva insensibilmente verso un fuoco e d’improvviso, senza che nessuno avesse dato il segnale, al posto di tanti individui c’erano due gruppi, cominciava la guerra.

Quel giorno faceva un caldo atroce, proprio come oggi. Ogni giorno era lunghissimo e uguale al precedente sotto il cielo e in quel campo le ho date e le ho prese non saprei dire quante volte, l’unico segno che mi resta è questo spacco nel labbro, qui, dove adesso c’è una pallina. Si riapre a ogni inverno.

Ancora ignoravamo la pietà, ma le cose cambiavano. Nel tempo infinito di una settimana di agosto le due bande provvisorie collassarono e finalmente emerse un solo capo, il figlio del medico del paese. Non era il più grande, né il più forte, anzi era scialbo e pareva ottuso, tanto da non avere paura. Questo ci conquistò. Sotto di lui, uscimmo dal terreno abbandonato per vandalizzare i portoni dei condomini, spaccare le finestre e minacciare i ragazzi delle altre strade.

La tensione saliva ai confini, alcuni genitori si lamentavano. Un giorno il capo intuì o copiò l’idea che avvolgendo paglia unta attorno alle semplici canne potevamo realizzare torce e lance incendiarie. Ne fummo deliziati. La lotta raggiungeva nuovi livelli.

Nella banda di Milo, così si chiamava il ragazzo, scoprii che la violenza organizzata raddrizza la spina dorsale, crea ordine e gerarchia. Io ero come sempre al limite, tra i piccoli e i grandi, avevo solo quasi dieci anni, per cui un giorno facevo da vittima e l’altro aiutavo a fare vittime. Colpire qualcuno per confermare l’appartenenza ha un sapore tutto diverso dal farlo perché lo vuoi. Solo a quel punto puoi sentire disgusto, o ambizione, a seconda della tua natura. Io non ebbi il tempo di formarmi una morale perché altri fatti incalzavano. Sul finire di agosto, mentre giocavamo a demolire un muretto, le famose torce fecero quello che era nella loro, di natura: diedero fuoco all’erba secca, alle travi spezzate, e in pochi minuti tutto il nostro ettaro di libertà fumava.

Allora venne l’eclissi. La temperatura scese di colpo e sentii gli uccelli cantare. Chiusi gli occhi e il primo spicchietto di sole era già sparito, la linea di confine brillava da bruciare la retina. Tra le foglie della vite selvatica passavano raggi mutilati, che incidevano nell’ombra centomila mezzelune. Era il colmo dell’estate e non mancava molto al risveglio degli dei.  Come si mossero veloci le fiamme! Scappando ci giravamo a guardarle, perché erano belle.

E subito dai palazzi, dalle poche macchine del viale, dai letti sudati scesero in nero stormo i genitori. Prima impauriti, attoniti, poi furiosi, mentre si spandeva la notte soprannaturale e dal suolo si alzavano le fiamme rubate ci presero lungo il muro per le braccia e per le orecchie. Era solo un fuocherello ma Milo fu schiaffeggiato di fronte a me, assieme a me, così forte che la nostra colpa sembrò il buio. Mille anni prima forse ci avrebbero ucciso sul posto, per risarcire il sole. Il giorno dopo avrei avuto dieci anni.

Non ricordo il ritorno della luce. So che la banda fu sciolta, ognuno costretto in casa a scontare da solo le sue colpe. In così poco tempo avevamo percorso e anticipato tutta la storia dell’uomo, dalle caverne alla guerra nucleare, alla solitudine che certamente ci aspetta dopo il giudizio. Ripensandoci ora, è tutto così chiaro da apparire irreale.

Cos’è successo dopo? Oh, non c’è nessun dopo. Io devo essere andato via per sempre”.

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Lovecraft gnostico? (un ripensamento)

La frettolosa conclusione del precedente articolo è volutamente sbagliata. Invitava a una confutazione, che è molto più interessante di un plauso. Comunque, confutandoci da soli osserviamo che è sciocco negare l’esistenza di un Lovecraft gnostico sulla base del fatto che l’uomo Lovecraft fu un ateo materialista. La tendenza gnostica, se esiste, è stata repressa e quindi bisogna cercarla non alla luce ma nell’oscurità, nelle contraddizioni e nei fallimenti della narrazione. Come notano i benemeriti autori di MePnOdDdHPL, il narratore esplicito dell’Orrore di Dunwich è cosa diversa da quello implicito, cioè dalla strategia testuale o principio ideatore della storia come viene ricostruito dal lettore implicito (ossia dal pubblico ideale del testo e che il testo stesso mira a costruire).

E si può sostenere che il narratore-uomo somiglia al narratore esplicito invece che all’implicito. Le storie di Lovecraft sono quasi sempre raccontate da personaggi che somigliano a ciò che Lovecraft avrebbe voluto essere: scienziati, eruditi, esploratori, discendenti di famiglie agiate e privi di preoccupazioni lavorative. Dietro la loro voce si avverte però quella “del racconto”, l’autore implicito, che forse finisce per somigliare al subconscio di Lovecraft. Un subconscio molto abile.

Del resto, molti hanno osservato che la vita stessa di Lovecraft ha della stigmate per così dire gnostiche. La tradizione vuole che fosse brutto, persino mostruoso (il che non è vero), e che gli altri bambini avessero paura di lui. La sifilide del padre, la malattia mentale della madre, dicono alcuni, avrebbero accentuato la sensazione di essere un mostro figlio di mostri, tarato sin dall’origine. Il racconto “L’estraneo” viene solitamente indicato come prova irrefutabile. Allo stesso tempo, Lovecraft è considerato un creatore di mondi e di miti, un demiurgo, ed è forse superfluo ricordare che per gli gnostici il demiurgo è appunto il mostruoso creatore del mondo materiale, prigione per gli uomini pneumatici.

In questo senso, si può immaginare che nelle storie di Lovecraft ci sia sempre una lotta tra il suo sentirsi demiurgo (e quindi creatore del mondo, ordinatore, e portatore di una razionalità, che però non è ottimistica e solare ma negativa e castrante) e il suo desiderio di essere uno dei salvi, portatori della scintilla divina. Nel tipico rovesciamento gnostico dei valori, la disperazione diventa esaltazione.

Da ciò forse la curiosa simpatia che a volte traspare suo malgrado per i cultisti e i loro folli propositi. Nel racconto “Il tempio” il razionalissimo protagonista non riesce a sottrarsi al richiamo della “primal shrine”, pur continuando a definirla un’illusione. In “The Shadow over Innsmouth” il protagonista sprofonda gioiosamente in un abisso di splendore. I panorami allucinanti descritti in tanti racconti evocano terrore ma anche e soprattutto meraviglia. Nonostante i suoi sforzi, Lovecraft non riesce del tutto a nascondere il suo desiderio che gli Antichi si sveglino davvero e trasfigurino la realtà. Il suo apparente pessimismo, l’idea che la catastrofe può essere forse rinviata ma accadrà comunque, è forse invece una speranza e spiega il genuino fervore che si avverte nei deliri dei cultisti.

Oppure può essere ironia. Dopotutto, qualsiasi cosa si può spiegare con l’ironia, che quindi è una delle categorie più dannose.

Nell’Orrore di Dunwich la varie forze espresse dalla narrazione (autore implicito) si combinano imprevedibilmente e tra l’altro producono una blasfema assimilazione con la sacra scrittura. Come notano Becherini e Bencistà, il lettore non può non avvertire una somiglianza tra i degenerati Whateley e la sacra famiglia.

Innanzitutto, Wilbur Whateley è nato il Giorno della Croce. Non si sa chi sia suo padre ma, come si scoprirà, è il figlio di un Dio, per quanto mostruoso. Inoltre è precocissimo: la sua sapienza (sebbene limitata a un solo campo) è sbalorditiva. Questo individuo eccezionale si propone poi esplicitamente come riformatore del mondo (una riforma radicale). La madre dichiara di “non capire” cosa vuol fare suo figlio e Wilbur la tratta spesso rudemente, il che ricorda alcune risposte non proprio cordiali di Cristo a Maria. Anche Lavinia Whateley, come Maria, svanisce, sebbene si lasci intendere che è morta. Ma, e qui il parallelo diventa di una chiarezza insopportabile, il gemello di Wilbur pronuncia parole molto simili a quelle del Signore: quando gli studiosi lo accerchiano ed esorcizzano, l’Orrore grida “Eh-y-ya-ya-yahaah – e’yayayaaaa… ngh’aaaaa… ngh’aaa… h’yuh… h’yuh! AIUTO! AIUTO!…P-P-P-PADRE! PADRE YOG-SOTHOTH!…”

Quindi, scrivono i due commentatori, ci sono tutti gli ingredienti della Crocifissione: “la salita su un colle, l’esecuzione, il lamento (frainteso: cfr Matteo, 27, 46) per l’abbandono da parte del padre, la morte seguita da intensi fenomeni naturali (cfr Matteo 27, 51) e da una sorta di ascensione al cielo (o ritorno al padre)”.

L’ascensione, inoltre, permette di rilevare un’altra analogia fra Wilbur/l’Orrore e Gesù Cristo: “l’esistenza terrena di entrambi si chiude – contrariamente alle apparenze (e ai giudizi del senso comune) con un trionfo o, per meglio dire, con una “sconfitta trionfale” (cfr anche D.R. Burleson, The Mythic Hero Archetype in “The Dunwich Horror”, in AA. VV. 2002, pp. 206-213, dove il riconoscimento dei tratti dell’eroe del mito nei fratelli Whateley conduce Burleson a interpretare il racconto quale narrazione, appunto, di un trionfo dell’eroe sui suoi avversari)”.

Nel saggio gli autori concludono che Lovecraft ha istituito questo parallelo per due motivi: uno, quale autorappresentazione che gli stessi Whateley hanno elaborato per giustificare la propria eccezionalità e proclamare il proprio ruolo di distruttori del vecchio ordine e di riformatori/redentori del creato; due, quale denuncia della voce narrante dell’empietà dei Whateley, che si prendono gioco della storia sacra cristiana. Il narratore esplicito, a quanto pare, non si accorge che involontariamente genera compassione per il mostro.

E a questo punto ci viene in mente anche un’altra cosa.

Wilbur ha un gemello, che nella ricostruzione appena presentata è il vero salvatore. La loro storia appare una citazione o parodia della crocifissione. Per cortocircuito, si può pensare: e se anche Cristo avesse avuto un gemello “meno umano”? Se il parallelo fosse ancora più forte di quanto notano i commentatori? Se nella vicenda di Cristo fosse stato crocifisso l’uomo sbagliato?

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Immaginate: Maria partorisce due bambini, uno visibile e umanoide, l’altro invisibile e più simile al padre. I due vivono insieme, viaggiano insieme, i prodigi attribuiti all’uomo vengono dall’invisibile gemello, e sulla croce finisce il primo, mentre il secondo continua a vivere sulla terra. Questo spiegherebbe moltissime cose e sarebbe coerente con l’assoluta ripugnanza degli gnostici per l’idea di un Cristo crocifisso. Persino secondo il Corano non fu il vero Cristo a salire sulla croce, ma un “fantasma” con lo stesso aspetto.

Continua.

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Lovecraft e la gnosi (uno spunto)

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Andrea Becherini e Giacomo Bencistà, eresiologi di chiara fama, hanno scritto Menzogna e persecuzione nell’Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft*. Il titolo è intimidente ma appropriato, perché in sintesi il saggio ipotizza che nel racconto ci siano, mascherate dalla patina della storia di genere, delle tracce di altre storie più complesse e problematiche, che hanno a che fare (anche) con un rito di purificazione**.

Per analizzare il saggio servirebbe un altro saggetto, e non è il caso. Qui ci limiteremo a commentare una delle possibili letture suggerite, quella latamente politica.

Come osservano i due autori, la famiglia Whateley (il nonno pazzo, la figlia albina, l’osceno nipote Wilbur) somiglia molto a una cellula di rivoluzionari. Attraverso lo studio di antichi libri, il nonno e il nipote vogliono provocare un cambiamento radicale dei rapporti sociali e anzi dell’umanità intera. L’albina Lavinia, un po’ debole di mente, non comprende molto della vicenda ma è necessaria per questioni pratiche, e una volta esaurito il suo compito sarà eliminata.

Contro i Whateley si schiera un piccolo gruppo di eruditi, che finisce per rappresentare una tradizione di tipo oligarchico, un gruppo di potere che si autolegittima in virtù della conoscenza, che disprezza le democrazia, cerca in ogni modo di impedire ai Whateley l’accesso ai libri proibiti e lotta per far fallire i loro piani.

Tra i due gruppi c’è la popolazione di Dunwich, ignorante e degenerata, disprezzata e in fin dei conti vera vittima di questo conflitto. In questa plebe, notano gli autori, c’è ancora qualche traccia di una conoscenza molto antica, che potrebbe teoricamente essere usata per cambiare la realtà. Tuttavia, gli eruditi mettono subito in chiaro che il popolo deve restare in disparte e affidarsi a loro. I cerchi di pietre sulle colline, cui il popolo attribuisce un non meglio precisato potere, vengono finemente interpretati dagli autori come un simbolo dei luoghi di discussione democratica, che però non deve essere permessa, perché la società deve restare com’è.

Cthulhu e Rivoluzione - Cover (front)

In questa interpretazione, attorno ai Whateley c’è un sistema di controllo ed oppressione costituito da animali (i cani che non li tollerano), da umani (i paesani che li guardano con sospetto e timore, gli eruditi che frustrano i loro piani), da entità misteriose (i caprimulghi che danno la caccia alle anime), e la stessa voce narrante del racconto mira sin dal principio a generare sospetto e a costruire una vera e propria persecuzione e demonizzazione dei rivoluzionari, trasformandoli letteralmente in mostri perché sia più agevole eliminarli.

E non vale dire, in senso contrario, che i Whateley dei mostri lo sono davvero, perché il racconto (quasi contro la volontà dell’autore) contiene dei segni mal censurati che sembrano dire anche il contrario: come se due o più idee inconciliabili si fossero fuse imperfettamente, consentendo al lettore avvertito di giocare col testo e ricavare da questo “mostro” una serie di letture divergenti.

Messe le cose in questo modo, viene da chiedersi se i Whateley, come tutti i marxisti, siano figli degli gnostici. Indubbiamente per questi adoratori degli dei esterni la vera realtà è rappresentata da Yog-Sothoth e dalla sua progenie, mentre il mondo materiale è una sorta di prigione e forse non esiste nemmeno. Ciò spiegherebbe tra l’altro la nonchalance con cui i Whateley progettano la distruzione dell’umanità e, per di più, anche di loro stessi. E’ chiaro che non attribuiscono nessun valore all’argilla.

Come per gli gnostici, i Whateley pensano di poter raggiungere la libertà attraverso la conoscenza, e specificamente la riscoperta di una conoscenza antica e disprezzata ma in effetti più vera di quella ufficiale (nel fumetto “Providence” Wilbur viene mostrato mentre gioca con dei tesseract, oggetti con più di tre dimensioni incomprensibili per gli uomini comuni e che la scienza ufficiale ha da poco scoperto. Il protagonista del “Richiamo di Cthulhu” teme proprio che la scienza si stia avvicinando ai misteri già risolti dagli antichi e che quando li avrà compresi giungeranno la follia e la fine. Rispetto agli uomini comuni i cultisti sarebbero quindi non dei degenerati ma dei precursori).

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Volendo, si può anche sostenere che i Whateley pensino di sé quel che pensavano gli gnostici, ossia di essere parti delle divinità esterne imprigionate sulla terra (Wilbur lo pensa certamente, visto che parla del “materiale esterno” contenuto in lui e della possibilità di essere “trasfigurato”). Gli dei che si accoppiano con umani degenerati ricordano ovviamente gli angeli della bibbia, che con donne umane fecero i nephilim o giganti, altra tradizione valorizzata dagli gnostici. I personaggi “positivi” di Lovecraft quindi sarebbero solo degli uomini materiali, mentre i cultisti sarebbero gli pneumatici (tranne nei casi, non rari, in cui gli uomini materiali scoprono con orrore e meraviglia di essere anche loro, per natura, figli degli dei, come nel racconto “Fuga da Innsmouth“).

Con un certo sforzo possiamo anche ritrovare in Lovecraft gli Arconti della tradizione gnostica, ossia i signori del Mondo materiale, servi del cattivo demiurgo: possiamo vederli sia nelle leggi fisiche del nostro piccolo mondo (che non sono le vere leggi universali), sia in creature soprannaturali come il misterioso dio Nodens, il signore del grande abisso, o nei suoi servi (i caprimulghi?).

Bisogna anche notare che nella tradizione gnostica c’è un salvatore, un emissario della divinità che viene a risvegliare gli pneumatici (e il suo messaggio è incomunicabile, perché la verità è già nei dormienti: si tratta solo, appunto, di svegliarli). In Lovecraft questo ruolo potrebbe essere di Nyarlatothep, il messaggero degli dei.

Il processo di identificazione cultisti-marxisti e cultisti-gnostici è andato molto avanti (e non è difficile in questo campo andare avanti), ma restano notevoli difficoltà. Come già notato da molti, nei racconti di Lovecraft la conoscenza finisce quasi sempre per sconvolgere la mente dei personaggi e quindi appare più una gnosi di distruzione che di salvezza. Questa critica, a dire la verità, è discutibile perché ignora l’ipotesi che sia proprio la pazzia a costituire la chiave per la liberazione.

Altro ostacolo è che per gli gnostici il vero dio è unico ed esiste una complessa gerarchia di Arconti, mentre in Lovecraft gli dei sono tanti e sembrano loro disposti in una sorta di ordine gerarchico (dei esterni, grandi antichi, razze superiori, razze inferiori etc).

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Inoltre Lovecraft non è affatto mistico, anzi è un materialista accanito e col passare del tempo trasformerà sempre di più le sue entità misteriose in veri e propri alieni e la loro magia in tecnologia (un destino che sembra toccare quasi sempre alla magia, come più volte notato).

Lovecraft, quindi, più che un inconsapevole gnostico appare un tecnognostico e persino un antenato dei transumanisti. Le ripugnanti, oscene trasformazioni dei suoi personaggi non rappresentano un passaggio dall’argilla terrestre al libero pneuma, destinato a rientrare nella pienezza, ma da una forma puramente materiale a un’altra altrettanto materiale, più materiale ancora si direbbe, e più avanzata. Il nostro mondo, quindi, è una piccola isola di reazione nell’oceano ribollente della trasformazione, protetto da piccoli e pigri dei locali e da piccoli uomini che capiscono della realtà solo quanto basta a impaurirli e a fargli chiudere gli occhi.

Continua.

* In genere la Fondazione rilutta a recensire libri scritti da membri, amici e conoscenti, sia per pavidità (se ne dici male appari scortese; se bene, compiacente), sia per un modesto tentativo di praticare l’equanimità in un settore in cui regnano il circoletto e la triangolazione recensoria. Quando però l’argomento è effettivamente interessante facciamo un’eccezione.

** Diamo per scontato che i nostri lettori conoscano il racconto, magari in lingua originale. In caso contrario, gli ignari sono pregati di recarsi su altre pagine dedicate agli incolti e ai meccanici, che abbondano (le pagine, ma anche i meccanici) e forniscono ugualmente grandi soddisfazioni.

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