La notizia della morte del romanzo è ampiamente esagerata (purtroppo)

Il motivo per cui non si scrivono più romanzi veramente belli e significativi è che sono stati già scritti. Intorno agli anni ’30 la produzione di romanzi è diventata così vasta che ha sfruttato e colonizzato anche il futuro. Un paio di decenni dopo lo stesso è accaduto anche per il cinema, solo che il cinema, essendo un’arte meccanica, aveva ancora qualche margine di sviluppo tecnico, mentre la tecnica del libro era già così perfezionata da non consentire chissà che evoluzioni. Spallanzani lo sapeva e sapeva che si poteva solo andare verso l’interattività, però questo avrebbe richiesto un pubblico nuovo, diverso, che apparentemente la scrittura non riusciva a creare, o almeno non ci riusciva in tempi compatibili con la sua non decollante carriera.

Naturalmente l’Elia non era così grossolano da pensare che il libro interattivo fosse il romanzo a bivi: il lettore doveva partecipare alla creazione del testo, non scegliere soltanto che pagina voltare. Per questo bisognava creare strutture apposite e negli anni ’70 erano già disponibili: nel giro di altri pochi anni sarebbero diventate ubiquitarie. Però intuì anche un’altra cosa, e cioè che tra il suo ipergioco letterario e la volgare deformazione della realtà il popolo avrebbe scelto la seconda. Quel che mancava al popolo non erano le conoscenze o i mezzi, e comunque li avrebbe avuti: no, ciò che mancava era il disinteresse. Il popolo avrebbe partecipato al gioco della scrittura non per amore dell’arte ma per portare acqua al suo mulino, quindi ne avrebbe fatto una rotella dello sporco gioco del mondo, che è appunto ciò che è avvenuto.

Come disse negli anni ’70 Elia Spallanzani, “smettete di cercare il grande romanzo nella polvere, il grande romanzo ormai è libero nel mondo, puccioppo“.

Lui, accusato da critici garruli e superficiali di vivere ancora nel paese dei romanzi, si era accorto che come tutte le loro opinioni, che insignorivano col nome di “analisi”, anche questa era semplicemente l’opposto della realtà: il giornalismo era il romanzo, le rubrica della posta dei quotidiani era pura letteratura fantastica, la politica e l’economia erano romanzi, chiunque sapesse tenere la penna in mano contribuiva ogni giorno all’edificazione di un immenso edificio di menzogne che aveva ormai tutti i caratteri del romanzo d’appendice. Invece dei saggi sulla società, scritti da gente che viveva tra le mura muffose di università tenute in vita per clientelismo, il romanzo contemporaneo era nei giornali delle parruchiere, nei proclami delle mille deliranti associazioni di bravi cittadini, così simili in tutto alle associazioni criminali, salvo nell’omessa dichiarazione del fine di delinquere, e persino nella divulgazione scientifica, che si autoproclamava l’avvincente romanzo dell’umanità. Il romanzo d’appendice si andava facendo giorno per giorno, col suo totale disprezzo per la verosimiglianza e l’angosciante, insisitito sottofondo di propaganda: era in fondo un romanzo popolare, nel senso più spaventoso del termine e allora l’Elia capì che bisognava dare un altro modello, un altro stampo in cui l’aggente potesse riversare la sua sudicia pulsione alla menzogna, un vero e proprio crogiuolo in cui le fanfaluche venissero bruciate dal calore dello stile e la lega della palora si separasse dalle scorie dei cazzi propri e capì in una notte tremenda, mentre l’ultimo capitolo dell’infame romanzo del mondo cercava di farsi strada in lui attraverso un articolo partigiano e stupido sulle classifiche editoriali, capì che quel crogiuolo avrebbe dovuto essere lui: sciogliersi nella creta lasciando un risucchievole vuoto, quel vuoto che noi indegnamente riempiamo.

P.S. Da qui.

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Quand’è che abbiamo cominciato a diventare delle brutte persone?

Più o meno nei primi anni del ventunesimo secolo. Come tanti altri, noi avevamo ricevuto un’educazione progressista: fiducia nella scienza, differenza come valore, libertà dell’uomo etc etc, ma poi ci siamo accorti che le persone per cui tifavamo non ricambiavano la cortesia: stavano solo cercando di costruire un mondo a loro somiglianza in cui noi, umanisti pieni di dubbi e di vecchi scrupoli, avremmo avuto comunque un ruolo subalterno, e meglio ancora nessun ruolo.

Ci accorgemmo che le minoranza di cui difendevamo i diritti tendevano palesemente al circoletto e alla camorra. Il mondo era sempre stato un teatro e questa era semplicemente una recita nuova, da imparare faticosamente e con nessuna speranza di diventare bravi come quelli che avevano iniziato prima di te e sentivano a naso che non eri dei loro. La vecchia società era altrettanto ipocrita ma aveva raggiunto una certa stabilità, il copione non cambiava ogni due anni e potevi addirittura illuderti che non sarebbe cambiato mai, potevi in qualche modo adeguarti, non dovevi sospendere continuamente l’incredulità per convincerti che quello che predicavi ora era la stessa cosa che predicavi prima.

Durante la fase di cambiamento l’ipocrisia diventava palese e questo ti mandava al manicomio: non avevi quella duttilità, o mancanza di idee, che permetteva a tanti di vivere l’ideologia come moda. In cuor nostro avevamo sempre nutrito sfiducia per la maggioranza degli uomini, e adesso nutrivamo sfiducia anche per la minoranza. Non riuscivamo più a considerare gli altri come individui, erano sempre un gruppo o l’altro: gli unici individui eravamo noi e tutti gli altri si allontanavano, non era possibile fare davvero parte di qualcosa: in ogni gruppo c’era qualcosa di ripugnante, nel fatto stesso che si trattasse di un gruppo. I rapporti tra gli uomini erano intrinsecamente sospetti, persino l’amicizia era solo un raggruppamento più o meno casuale e instabile, dettato da non si sa bene cosa. Non c’era da aspettarsi nessuna coerenza e nemmeno reale comprensione, lo impediva il linguaggio stesso, specie nella forma demenziale che stava assumendo.

L’unica unione poteva essere fisica, ma non per tutti: c’erano persone, ad esempio noi, che non avevano esattamente un corpo: dovevano per forza passare attraverso il linguaggio e il linguaggio stava diventando un semplice gioco di società. Da questo un profondo orrore, un profondo disgusto del prossimo, tanto più forte quanto più parla e si avviluppa nelle sue sudice menzogne. Il desiderio angoscioso di una verità che sai non esistere, la condizione peggiore per affrontare la giornata.

P.S. da qui.

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Come si diventa proprio malgrado conservatori

Anni fa, quando talvolta ancora ci promenavamo signorilmente nel contado, visitammo i resti di un paesucolo già abbandonato da una sessantina d’anni. Le autostrade avevano reso inutile passare di lì e il posto era morto quietamente: la gente si era spostata altrove, avevano costruito case più a valle, la rocca si era coperta di verzure e di licheni.

Qualche giovinotto speranzoso di entrare nell’amministrazione locale, unica attività della zona, si offriva come gratuito cicerone ai pochissimi visitatori: si offriva per modo di dire, perché dovemmo andarlo a prendere a casa. Però poi fu umano e malinconico nel mostrarci i poveri resti. All’ingresso del paese ci indicò una pietra con su sgorbiato un uccelletto e spiegò che il poppolo, avendo già da secoli dimenticato felicemente il latino, aveva frainteso il nome romano bello e sonoro del luogo storpiandolo in quello del booffo animale, e si era fatto quello stemma grottesco di cui andava peraltro fierissimo, tant’è che chi avesse osato cachinnare in pubblico sull’errore avrebbe rimediato mazzate di morte, e anche subito.

Pubblico però non ce n’era: il paese era un deserto di pietra a misura di puffo, le case più recenti dovevano avere 4 o 5 secoli e da un terrazzone, in origine giardino chiuso della rocca, si vedeva intorno per miglia e miglia, gli antichi confini dei fondi ancora segnati da strade di terra battuta e filari di alberi ricoperti dalla maledetta vitalba, che dopo averli soffocati li usava come semplici pali donandogli una fittizia esuberanza di verde e di vita.

La giornata era grigia, il cielo banalmente plumbeo benché fosse aprile. Tutto induceva a una vaga e incomprensibile angoscia, ma al fondo del suo catalogo di disgrazie e recriminazioni contro la modernità il ragazzo covava una speranza: che coi fondi europei quel luogo potesse diventare un albergo diffuso, o meglio ancora un centro di raccolta per migranti.

Dovranno tagliargli le teste per farli entrare in queste case, pensammo ridacchiando internamente come dei mentecatti, e ci tornò in mente l’erroneo volatile, la lingua perduta, e quella che si sarebbe persa. Ci tornò in mente anche una frase, probabilmente di Gadda: “ed era terra di gente e di popolo, vestita di lavoro”. Frase che, notammo subito, non c’entrava niente, perché lì il lavoro era finito cinquant’anni prima e la terra se la stavano già riprendendo le erbacce.

Per la prima volta, dopo tanti anni a parlare di futuro e di libertà, ci colpì nel profondo l’aspetto terrificante di quello che anche noi avevamo fatto, sebbene in piccola misura: ma che si doveva fare, restare come bidelli insieme al ragazzo o sotto quelle pietre mettere una bomba, perché smettessero di ricattarci? Il senso di una perdita immensa si impadronì di noi disordinatamente: ci appoggiammo al muro della terrazza e non solo per la nostra consueta vertigine. Non c’era più tanto bisogno di immaginare il futuro: era lì, davanti a noi, e ci stava da sessant’anni. Pensammo “ora faremo…”. Cosa faremo? Che possiamo fare?

Non sappiamo cosa fare, non l’abbiamo mai saputo e ci abbiamo messo tanto tempo ad accorgercene che era meglio non farlo. Il momento in cui cominci a rimpiangere un passato che nemmeno conosci e in cui probabilmente saresti solo sopravvissuto in maniera esecrabile è anche quello in cui ti accorgi che stai vivendo male, che troppe cose ormai ti stomacano e che in fondo nel coro generale il problema sei tu. Dicemmo al ragazzo, o pensammo di dire, “nemmeno Giesucristo può far sì che ciò che è stato non sia”, e ridiscendemmo le stradine di pietra fino al cancello e al beffardo stemma: niente cambia più in fretta di un nome ma secondo una regola, per quanto idiota, che è sempre un senso in confronto al nulla. Non lo pensammo allora e non lo dicemmo ma è così.

P.S. Il passo successivo, e quello finale.

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Il successo come forma di incomprensione: Lovecraft e i suoi orrendi fan

Se Lovecraft sapesse che della gente oggi si tatua il suo nome sui pettorali probabilmente si toglierebbe la vita ingerendo petardi.

Purtroppo ormai questo autore bizzarro e irregolare è caduto preda della gentaglia e poco ci manca che facciano i ravioli alla HPL o la tombola di Cthulhu (questa probabilmente l’hanno già fatta). Noi della Fondazione come al solito lo stimavamo da tempi non sospetti e quindi detestiamo quasi tutti i suoi nuovi fan, che per altro di solito non hanno nemmeno letto i suoi libri.

Molti fan di Lovecraft non sono contenti della tradizione (certamente riduttiva) che lo vuole un individuo triste e solitario, oltre che retrogrado e razzista. Loro preferirebbero più tifare per un tipo allegro e solare e quindi vanno accanitamente alla ricerca di foto in bianco e nero di Lovecraft che ride, mangia il cannolo ripieno, passeggia sotto il sole, e setacciano diari e articoli scritti da amici e conoscenti di Lovecraft dove si racconta di quella volta che HPL andò al parco giochi o cucinò gli spaghetti o cantò una canzone oscena facendo ridere tutti, ed altrettali piccoli comuni episodi che nella mentalità popolare costituiscono se non il succo della vita almeno la prova di un carattere vivace. La volgarità di tutto ciò*.

Ed in effetti sì, Lovecraft qualche volta andò davvero al parco giochi, e cucinò davvero gli spaghetti. Scrisse anche cose scherzose e il suo spaventoso epistolario contiene diversi umorosi giochetti ed anche espressioni di serafica letizia. Sì, Lovecraft ebbe molti amici, inclusi stranieri ed omosessuali, e patì anche una certa vita sentimentale. Fu, quindi, anche un uomo comune (in parte), e forse leggermente meglio della media, per il suo grande amore dell’amicizia. MA Lovecraft è, per chi vuol capire qualcosa, l’autore di alcuni notevoli racconti e di un intero mondo narrativo, A DISPETTO della sua vita tutto sommato poco rilevante. Se proprio si vuol fare del sentimentalismo, si badi piuttosto allo stoicismo con cui affrontò una malattia orrenda, morendo a soli 47 anni praticamente incacato, nonostante fosse superiore alla stragrande maggioranza degli uomini comuni che lo circondavano.

P.S.

Nell’ambiente si cachinna ancora su un racconto di Lovecraft (in realtà una revisione) in cui il protagonista continua ad aggiornare il suo diario mentre qualcosa di orrendo lo trascina via. Invece nessuno ride del racconto di King in cui un chirurgo naufragato su uno scoglio si amputa tutte e due le gambe con un coltello e un po’ di filo e se le mangia, come riferisce nel suo diario. Anzi, è considerato uno dei suoi racconti più riusciti.
Questo forse illustra la differenza tra i due, tra un eccezionale mestierante come King e uno scrittore come Lovecraft. Il primo riesce a sedurti con la voce fino al punto in cui ti sembra tutto vero, mentre l’altro sembra tutt’altro che vero, eppure nel profondo cambia le cose.

Del resto in America, soprattutto tra i più giovani, sembra diffusa l’idea che Lovecraft non sapesse scrivere. Anche chi lo ammira come innovatore di solito aggiunge “nonostante il suo stile”. Ciò probabilmente perché HPL violava quasi tutte le regole dei corsi elementari di scrittura creativa: parla di ciò che sai, mostra ma non dire, non stressare il lettore. Questi corsi, tra l’altro, insieme allo stile giornalistico nel saggismo sono la principale causa dello squallore in cui affondano i nostri letterati, così proni all’imitazione di modelli foresti.
In Italia invece Lovecraft è spesso considerato a torto una specie di sommo stilista o persino un poeta, per il lessico un po’ arcaico, la costruzione a volte insolita e il rifiuto dell’ovvio. Quindi in fondo più o meno per gli stessi motivi che spingono gli americani a dolersi che non fosse Stephen King.

Note

*Manco a farlo apposta ieri facevano un servizio su Levopardo, in quello stile giovanilistico cimiteriale così caro a raitre**. Alla critica giovane (hanno cinquant’anni) le vecchie interpretazioni di Lewpardo ovviamente non piacciono, innanzitutto perché sono vecchie e quindi bisogna per forza dire qualcosa di diverso altrimenti che giovani si è? Quindi rivalutiamo l’aspetto vitale e positivo del gobbo. Lo sapevate che gli piacevano i dolci? Che annotava ricette? Sapevate (questo forse sì, lo sapevate persino voi ignoranti) che sotto sotto a Giacomino ci piaceva anche la figa? Sì, proprio la figa! E quando a uno ci piace la figa non può essere tanto depresso. Certo aveva le sue giornate no, ma mica triste, mica avvilito! Gli piaceva persino lo sport. Quindi la cucina, il pallone e la figa: L. O. Pardo era proprio un omuncolo come tutti voi!

Che poi in fondo è anche vero, nella carne era proprio spazzatura come tutti. Non è rimasto nel tempo per la carne, però.

**Comunque questo tizio che fa il programma culturale postprandiale su raitre noi l’abbiamo già sentito. La voce un po’ ansimante, l’enfasi, quasi un continuo invito ad unirsi al suo entusiasmo cospiratorio da carbonaro e, perché no, da esploratore, da turista… questo tizio noi l’abbiamo già sentito alla radio, trovandolo ovviamente insopportabile. E altrettanto inevitabilmente ha fatto carriera, adesso si manifesta anche de visu. Prima la voce, poi la faccia, come un incubo letterario l’orrenda presenza si fa strada nella nostra realtà e un giorno ce lo troveremo nel tinello, in carne e giacchetta, a spiegarci bene bene il levopardi… c’è poco da fare, qualunque figuro ci stia istintivamente sui coglioni diventa onnipresente, come se fossimo una specie di scopritori di talenti alla rovescia, noi sgamiamo subito i peggio e poi li dobbiamo anche vedere che si allargano, colonizzano palinsesti, infestano canali. Poi dice che uno diventa pazzo.

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Qualcosa per i lettori di libri brutti

Anche quest’anno la Fondazione non ha ricevuto nessun regalo, ma forse è meglio vista la roba che ci regalano di solito, e cioè libri brutti.

Qualche anno fa li sollecitammo perfino e ce ne arriviarono una quarantina: abbastanza da farci togliere il vizio. Un terzo era proprio merda (Ammaniti, Baricco, De Luca, De Carlo, Mazzantini, Fromm, Nove, Fabri Fibra, etc), mentre altri sembravano promettere qualcosa di buono (es. Agarttha, per la rilegatura, o Alcione, che non avremmo mai comprato di nostra iniziativa). Due o tre li avevamo già, altri due o tre erano più interessanti per le numerose sottolineature che per il contenuto (si trattava, non a caso, dei libri più da mentecatti). Economicamente parlando, il valore totale alla borsa della bancarella si aggirava, per tutti e quaranta i libri, tra i cinque e i dieci euro, più o meno un euro al chilo. Altrimenti si potevano sempre usare per accendere il fuoco. Il bello è che ci sentimmo anche in dovere di ringraziare per ciò che pure un accattone avrebbe sdegnato.

Ad ogni modo, di quei quaranta libri ne leggemmo forse 4 e, essendo persone infelici, perdemmo anche tempo a dirne qualcosa. Raccogliamo qui le modestissime note.

Oceanic, di Greg Egan.
Ciò che stupisce e commuove di questi forestieri è il fatto che negli anni ’90 potessero ancora scrivere un racconto di fantascienza sul senso della fede, racconto che ha vinto anche il premio Oogo. Certamente solo l’ignoranza delle materie umanistiche degli anglosassoni può spiegare una mossa così puerile e insieme però piacevolmente seria. In effetti la serietà dei tecnici e la loro quasi totale assenza di finezza è uno dei motivi per cui li abbiamo sempre preferiti ai nostri colleghi umanisti, che credono di aver raggiunto l’abisso mentre di norma sono arrivati solo nel mondo dei pagliacci. Il racconto, comunque, presenta qualche elemento di interesse anche per chi considera il mistero roba da pervenuti: un po’ di grottesco, un po’ di volgare c’è, per gli umanisti, ad esempio nei curiosi rapporti sessuali dei personaggi. Il voto generale sarebbe mediocre, ma la brevità gli permette di arrivare alla sufficienza.

Maghi e magia, a cura di P. Haining. Edizioni Mediterranee, 1977 (qui un estratto).
Il libro, una classica edizione miserabile che si sfascia mentre lo sfogli, contiene racconti di autori che hanno avuto contatti con l’occultismo (dagli impallinati totali come Lévi, Crowley, Blavatsky, ai più normali Yeats, Doyle, Rhomer, Blackwood e altri), sul curioso presupposto che costoro proprio nei racconti dichiaratamente fantastici avrebbero svelato i segreti della magia veramente vera. Ovviamente leggendoli l’impressione è opposta, e cioè che i loro giochetti occulti fossero solo una prosecuzione dei loro giochetti letterari. Viene poi da chiedersi se anche tra gli attuali circoletti di scrittori di genere ci siano legami con qualche forma di magia, e probabilmente è così, anche se sarà una sorta di tecno-magia pop.

Agarttha e la sfida dei 5, di Max Bartoli, edizione Giunti-Nardini.
Storiella puerile e imbarazzante simile a un vecchio cartone animato giapponese tipo i cavalieri dello zodiaco, la sua unica particolarità è la presentazione di Alberto Bevilacqua. Francamente non si capisce cosa possa aver indotto l’Alberto a scrivere quelle due paginette che culminano in un “Bartoli, un negromante che scrive per virtù d’incantesimo”. Considerata la nullità dell’opera, anche con tutte le scusanti per la giovane età dell’autore, si deve per forza concludere che Bevilacqua fosse impazzito o dovesse farsi perdonare qualcosa di grosso. Di sicuro dietro questo libraccio e il suo autore dev’esserci una storia curiosa, che puccioppo non conosceremo mai. P.S. Ottima la rilegatura.

La fata dai piedi di mula: licantropi, streghe e vampiri nell’Oriente greco
Sicuramente il migliore del mazzo, è essenzialmente una raccolta di nozioni periferiche. Vista la sua natura è difficile riassumerlo e quindi ci limitiamo ad annotare per nessuno poche cose:

-nel “Timoteo”, attribuito a Psello, i demoni di fuoco sono chiamati “Leliuria” e si dice si affollino nelle altezze celesti. Vorrebbero spingersi fino all’orbita della luna, ma pare che per loro sia un limite invalicabile. Nel “Testamento di Salomone” si spiega che i demoni cercano così di origliare le conversazioni degli angeli e di carpire in itinere e decreti divini, ma non riuscendo a resistere da quelle altitudini precipitano avvampando. Similmente nel Corano si racconta che gli angeli tirano pietre infuocate ai demoni che cercano di spiarli;

-in un testo siriaco del v secolo d.c. (ma l’origine e la datazione sono incerte) i santi fratelli Sisinnio e Sisinodoro danno la caccia a Gello, il demone femminile che uccide i neonati. Trovatolo, inizia una battaglia di trasformazioni magiche in cui il lettore riconoscerà uno degli esempi più antichi di un modello che arriverà fino a Merlino contro Maga Magò;

-quando eravamo giovinetti in certi paesi dei dintorni era ancora diffusa la convinzione che i nati il giorno di Natale fossero licantropi. Ora, Leone Allacci (17simo secolo) trasmette che a Chio i nati tra Natale e Capodanno erano condannati ogni anno, in quello stesso periodo, a girare furiosi aggredendo i viandanti e graffiandogli il viso, per poi salirgli addosso e proporre una sorta di enigma. Chiamati “callicanzari”, questi esseri vengono descritti in maniera ambigua: a volte sono uomini, altre demoni, a volte sono atroci, altre pagliacceschi, e questo fa pensare che il mito si sia intrecciato col divieto religioso delle Calende, carnevale pagano che si svolgeva appunto tra Natale e l’Epifania. Il tutto a sua volta si sovrappone al mito del babutzicario, anche lui nato nel periodo di Natale, che a volte viene identificato con l’incubo e altre col licantropo. Nella raccolta di rimedi magici e talismani nota come Ciranidi e risalente al quarto secolo d.c. si indica il rimedio sovrano per la licantropia-babutzicaria, che consiste nel mangiare a digiuno un cuore di coccodrillo. Quindi la storia che ancora noi abbiamo sentito raccontare come fatto reale è giunta in questi paeselli almeno da sedici secoli e mille chilometri di distanza.

P.S.

Riguardo alla faccenda dei mannari ci scrive subito un lettore di vecchia data, il prof. Esacrando Natale:

“Egregia Fondazione,
la leggenda che chi nasce il 25 dicembre è mannaro è diffusa in tutta Italia, non solo nel vostro paesino del cazzo, dove comunque vi ritirerete a fare la calzetta. Con la precisazione però che bisogna nascere a mezzanotte, come capitò appunto a me. E la sorte, infierendo, volle che i miei sconsiderati fattori mi battezzassero anche “Natale”, così da poter sbrigare con un solo regalo le feste, il compleanno e l’onomastico. La mia infanzia è stata un incubo tortuoso, ma appena raggiunta l’età della ragione ho presentato la pratica per cambiare nome, e dopo dodici anni il Governo mi ha permesso di scambiarlo col cognome. Da ciò l’amarezza e il senso di ineluttabile rovina che mi pone nella cerchia dei vostri lettori”.

Egregio Esacrando,
non vorremo girare il coltello nella piaga ma San Natale esiste.

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Il Funesto Cioccolataio: un’indagine socio economica.

Nell’orgia di dolciumi del periodo ci viene un dubbio: perché, per dire “fare una figuraccia”, si dice “fare la figura del cioccolataio”?

Oggi il cioccolataio è un uomo ricco, stimato, ammirato. Concupito. Le signore se lo immaginano nudo mentre impasta la grassa matassa scura con la sapienza del provetto cioccolatiere. Come se ci volesse una laurea, per impastare tre ingredienti. Come se non lo facessero le macchine secondo ricette pressoché standard. Mentre se tu, per dire, ti interessi di vecchi programmi scritti in assembly, che sono più o meno l’equivalente di un meccanismo d’orologio con centomila infinitesimali rotelle, allora sei un coglione. Il cioccolataio invece è un luminare, una colonna della società. I suoi giudizi sulle materie d’importanza e d’opinione sono cassazione. Eppure si dice “fare la figura del cioccolataio”, quindi anche se non si sa perché resta il fatto che il linguaggio conserva le tracce di un’età più signorile, quando la gente che impastava e mescolava era ancora tenuta nella giusta considerazione.

Ma indagando la storia del cioccolataio si rivela più istruttiva del previsto. Pare infatti (è leggenda) che il detto “fare la figura del etc” nasca da un grave fatto di cronaca: un nobile torinese, indispettito perché un ricco cioccolataio si era fatto la carrozza più fastosa di quelle della nobiltà, decise di impennacchiare ulteriormente e arricchire smodatamente la sua per non fare, appunto, la figura del cioccolataio.

Tutta la carica di odio e disprezzo è chiusa in quella parola, cioccolataio, che dobbiamo immaginare pronunciata da labbra storte come se avessero succhiato, e meglio ancora sutto, il più amaro fondente dell’universo.

Il nobile capì che i borghesi ormai gli rodevano il calcagno, ma non capì invece la cosa più importante, e cioè che accettare la competizione economica significava perdere. In passato lo splendore dell’addobbo dipendeva dalla posizione gerarchica più che dalla ricchezza e questo era un modo, forse in realtà l’unico modo, di limitare lo sfruttamento del mondo lasciando però la possibilità di competere per dei traguardi immateriali: in pratica se volevi mostrare lecitamente una carrozza ricca come quella di un duca dovevi diventare duca, non bastava potertela permettere. E questo sistema di limiti era diffusissimo, tanto che esistevano i magistrati alle pompe che vigilavano sulla corrispondenza tra status sociale e ricchezza esibita, colpendo chi faceva lo sbruffone solo grazie ai soldi e così comprometteva tutta la struttura sociale (al lato opposto c’era il decoro, il non poter spendere e mostrare meno di quanto la propria classe mediamente mostrasse).

Il cioccolataio e gli altri borghesi arricchiti quindi attirarono i nobili in una gara di pompe e quelli incautamente accettarono la sfida, mentre avrebbero semplicemente dovuto punire gli sfrontati come si faceva in passato. Costretti a spendere sempre di più, diventarono ancora più odiosi e fu facile mettergli contro il poppolo.

La lezione insegna che l’unico modo di porre un limite allo sfruttamento delle risorse è creare una gerarchia immateriale che si fa rispettare con la violenza, fisica o psicologica: qualsiasi cedimento significa alimentare la competizione materiale, che a sua volta significa consumare sempre più risorse, finché si arriva alla distruzione dell’ambiente e alla guerra aperta*. Per evitarlo, una società deve condurre una sistematica piccola guerra a chi esce dal sentiero, e in pratica è quello che già inconsciamente fanno parecchi individui: ti dicono ad esempio che non puoi avere un gatto perché è dannoso per l’ambiente, mentre ovviamente loro il gatto possono averlo perché sanno come trattarlo mentre tu non ci riuscirai mai perché non hai la loro sensibilità.

Notate: se dicessero che loro possono tenere il gatto perché hanno i mezzi per riparare al danno, il problema non sarebbe risolto: gli altri vorrebbero procurarsi quei mezzi e la competizione ricomincerebbe ad assorbire risorse. Se invece dicessero che il metodo giusto si può insegnare, ugualmente si riproporrebbe il problema: quel che si può insegnare ha semplicemente un costo, gli altri vorrebbero imparare e quindi spendere e quindi competere per le risorse etc. Invece questi saggi devono dire che il metodo non dipende dalla ricchezza e non si può nemmeno insegnare! No! È qualcosa come il sangue, una cosa che hai o non hai e chi ce l’ha deve impedire agli altri di avere un gatto con gli inganni ed i ricatti morali, o con la forza se necessario.

Questo limite, che ai gattari potrà sembrare atroce, è invece l’unico modo per evitare che l’abbondanza di gatti faccia sparire ogni altra forma di vita e quindi in realtà è un bene, persino quando richiede la forza. Ecco: quello che manca è un criterio riconosciuto di differenziazione immateriale basato sulla violenza (anche solo nella forma ipocrita della tortura psicologica). Inventarlo e difenderlo è l’unica speranza che resta al mondo.

Il corollario è che qualsiasi sistema asseritamente razionale di riduzione dello sfruttamento diventa SEMPRE una gerarchia immateriale basata sulla violenza fisica o psicologica. Sempre. Perché la competizione non si può eliminare dal dna, solo spostare da un piano all’altro.

P.S. Quando una mente (es. la nostra) è in occulto contatto con la verità veramente vera succede che alla fine tutto si tiene. Che cos’è che si nasconde in fondo al cervello di Winston Smith, il protagonista di 1984? La tavoletta di cioccolato. Quella che rubò alla madre e alla sorellina affamata. Di nuovo il cioccolato, e con esso il cioccolataio.

La nostra è l’era del cioccolataio avvenente, dell’egoismo spudoratamente glorificato e di una competizione che si potrebbe chiamare sadiana per quanto è meschina e basata solo sul numero e sulla ricombinazione di elementi comuni. Di contro c’è il mondo di 1984, col suo totale disprezzo per la carne, la sua natura eminentemente spirituale, tutta volontà, pura volontà. Winston ricorda il sapore della cioccolata che attivava i suoi primitivi circuiti del piacere (è la carne di dio, la carne del mondo) e faceva di lui il peggiore dei traditori: traditore della madre, della sorellina morente: era meglio questo o non averla affatto? Ma per non averla serviva qualche altra carne divina da mangiare e quale esempio migliore della propria? La straordinaria e forse inesauribile grandezza di 1984 sta nel fatto che è un’utopia, non una distopia, e anzi rende chiaro quel che diceva Spallanzani, e cioè che ogni distopia è solo un’utopia vista da qualcuno che le si oppone. Per più preciso dire una vera utopia è solo quella che se esistesse si reggerebbe per sempre: non è solo questione di un luogo altro, ma di un diverso tipo di tempo, un tempo fermo che non può più cambiare e quindi forse sarebbe meglio chiamarla acronia.

P.P.S. Notare invece quanto è infame la storia di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato: il mostruoso Willy tenta i bambini e li punisce perché sono ingordi, egoisti e sfrenati, ma quei bambini in effetti li ha creati lui col suo sporco cioccolato! Alla fine seleziona l’unico bambino buono, che è tale proprio per la sua rinuncia ai piaceri (e cioè l’opposto del consumatore di cioccolato) e poi che fa? Gli regala la fabbrica! Cioè fa di lui UN CORRUTTORE. Oh, vergogna. Oh onta! L’unico modo per salvare questa favola schifosa è immaginare un finale alternativo in cui Charlie, dopo aver letto le palore della Fondazione, capisce il tranello e chiude per sempre la fabbrica.

P.P.P.S. Notare anche l’orribile inganno del succhia succhia che non si esaurisce mai, il mendace sogno scientista delle risorse infinite.

* Il bello invece è che gli stati continuano ad affidarsi ad economisti eredi del tizio che disse “per risolvere i problemi bisogna dare a più gente possibile la facoltà di consumare il più possibile”, cioè la ricetta del suicidio dell’umanità.

Probabilmente lui lo sapeva. Quando gli chiesero “ma nel lungo periodo…” e lui rispose “nel lungo periodo saremo tutti morti”, non stava facendo una battuta. La frase andava presa alla lettera: distribuire più soldi per far consumare di più alla lunga finirà per ucciderci tutti.

Il comunismo, invece, con la sua inefficienza aveva anche un fortissimo aspetto conservatore, sia in senso politico che ecologico, che estetico, che morale. Un mondo comunista sarebbe stato povero, inefficiente e corrotto, ma proprio per questo sarebbe durato più del nostro.

Lo stesso capitalismo novecentesco sarebbe andato incontro alle crisi previste e la loro soluzione sarebbe stata la guerra, il che avrebbe di nuovo allontanato per qualche tempo la crisi definitiva.

Invece è proprio la maggiore distribuzione di una parte della ricchezza che ha consentito non solo l’enorme aumento della popolazione, ma ha anche formato individui che consumano sempre di più.

E’ proprio la distribuzione, non la concentrazione delle ricchezze che porta all’ipersfruttamento delle risorse e senza possibilità di tornare indietro, perché mille grandi capitalisti puoi sempre fucilarli, mentre non puoi fucilare tre miliardi di persone.

P.S. Da qui.

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“Lo scandalo sessuale del grande centro di calcolo in Molise”

Inesausto di fallimenti, per un periodo Elia Spallanzani si baloccò anche con l’idea del grande romanzo generazionale, solo che per essere credibile i critici (vittime del solito pregiudizio mimetico) pretendevano che parlasse della sua generazione, e lui ormai andava per i settanta. Le uniche opzioni commerciabili sembravano la storia deprimente di un uomo anziano, solo, senza futuro, che si avvia verso la morte facendo agghiaccianti bilanci, oppure quella ancora più deprimente dello stesso uomo anziano, solo, senza futuro, che però all’improvviso scopre l’amore senile.

Il problema è che in realtà Spallanzani stava bene: anziano, solo e senza futuro, però aveva la pensione (appena lievemente intaccata dal pignoramento fiscale per quella vecchia storia della Bomarzo) e poteva fare il cazzo che gli pareva, incluso niente. Non aveva mai letto e scritto tanto come in quel periodo e la sola idea di ricadere nel noiosissimo groviglio dei sentimenti gli ripugnava. Immaginarsi un nuovo amore gli sembrava oltre che vano francamente ridicolo, però a detta dei critici il romanzo generazionale di un settantenne non poteva commercialmente prescindere da fatuità come il sesso e la morte: chi avrebbe mai letto la storia di un vecchio contento di cazzeggiare? Ricordiamo che negli anni ’80 i vecchi erano ancora vecchi, non come ora che attirano le sbarbine.

Allora Spallanzani tentò con la scrittura di costume, ma i suoi racconti realistici avevano il tono troppo argomentativo dei suoi racconti fantastici. Gli mancava quella grossolanità che il popolo identifica con la vita, e perciò suonavano deterministici, esemplari, meccanici, o comunque così li definiva la critica (perché sì, in effetti esisteva anche una piccola critica, nonostante Spallanzani non avesse lettori. Si trattava più che altro di amici cui Spallanzani mandava i suoi abbozzi, che in breve smisero di essere amici. Pur avendolo letto forse solo mezza volta, se non proprio mai, affilavano i loro strumenti critici sulla sua opera, e quindi, ignorandola, praticamente su di lui. Che è grossomodo la stessa cosa che capita per tutta la critica, da sempre, per cui i critici che si formano sulla teoria di solito non mostrano più acume degli “amici” di Spallanzani).

Tutte queste difficoltà comunque non fermarono il Nostro, che produsse ugualmente una “storia realistica” ambientata nel 1979. Il protagonista si chiamava Eduardo Orato (all’inizio Spallanzani aveva pensato a un nome più dinamico, magari americaneggiante, tipo Joe Colataro, ma poi aveva pensato che quando non ti pagano non hai nemmeno necessità di fare queste cose), e lavorava come tecnico dell’IBM. Eduardo Orato, diciamo. Che ha l’incarico di andare a controllare se funziona il centro di calcolo della Regione Molise. Questo delicato incarico non è che gliel’hanno dato a lui così, a cazzo: c’è tutta una storia dietro. Perché lo stato ha fatto una gara di appalto per scegliere la ditta che deve fare queste verifiche, e IBM l’ha vinta, ma per vincerla ha dovuto assumere dodici persone. E una di queste è appunto Orato, che nella vita è laureato ragioniere ma il padre, contadino, è andato a scuola con uno che da fascista è diventato democristiano, ma non ha dimenticato il compagno di ardimenti. E così Orato, assunto per raccomandazione all’IBM, senza sapere granché di calcolatori va a controllare come sta messo il centro di calcolo del Molise, che alcuni dubitano esista (il centro, no il Molise, che puccioppo è una solida realtà).

Nessuno si aspetta che Orato porti a termine il suo compito: alcuni gli suggeriscono di mettersi in ferie, altri di cominciare una causa di servizio, ma ecco il colpo di scena: Orato in cuor suo è comunista, ha subito la raccomandazione come un affronto ma era l’unico modo per rivoltare il sistema dall’interno! Adesso andrà in Molise e svelerà che coi soldi stanziati per il centro si calcolo hanno costruito due campi di calcetto e asfaltato la strada davanti alla casa della zia dell’assessore. E allora il popolo insorgerà!

Ma quando arriva nel paesino del Molise in cui teoricamente è stato realizzato il poderoso centro di Calcolo, incontra Maria. E grazie a lei scopre la succosità della cucina locale. Ogni giorno lo portano a spasso tra i boschi dicendogli “il centro? ma sicuro dottò, sta proprio dietro quella macchia di nocelle”, e ogni sera lo riportano a casa dalla passeggiata così lui affonda tra le morbide braccia di Maria, che gli prepara i tagliolini con una parte grassa del porco (qui Spallanzani annota “documentarsi sulle ricette tipiche del Molise, queste cose qua”). Dopo due mesi di vita agreste e di peccati della carne Orato deve tornare a Milano a riferire, e ha già scritto che il centro va benone ma servono altri finanziamenti e specie una mensa per i lavoratori, che mentre la si costruisce conviene fare una convenzione col ristorante “Da Maria”, roba genuina, di sostanza. Ed è proprio in questo momento di alta tensione narrativa che Spallanzani non si ricorda più come doveva finire la storia, né sente alcun interesse per la conclusione, e si chiede come mai lui, uno dei più grandi scrittori italiani, non riesca mai a finire un cazzo di racconto, ne andasse della sua stessa vita.

Perché quel formidabile scrittore che fu Elia Spallanzani aveva solo due difetti: uno, non si ricordava come finivano le storie che immaginava, e due non sapeva scovare titoli ad effetto. Per esempio il suo racconto incompiuto sullo scandalo sessuale del grande centro di calcolo in Molise si sarebbe dovuto intitolare “Lo scandalo sessuale del grande centro di calcolo in Molise”, e questo lo faceva sbellicare dalle risate ma poi guardandosi attorno scopriva che l’unico a ridere era lui mentre gli altri lo fissavano con un misto di pena ed imbarazzo e allora lui smetteva e per recuperare un po’ di dignità diceva di aver riso solo “ironicamente”, e siccome da molto tempo gli italiani avevano imparato a ridere per cose su cui assolutamente non c’era nulla da ridere, e in seguito non sarebbero più riusciti a far altro che ridere per cose su cui non c’era assolutamente nulla da ridere, per un istante anche Spallanzani pareva quasi normale.

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Quello che disse il tuono

È noto che la gente non bada mai alle cose veramente importanti, veramente belle. Tutto ciò di cui parla la gente è sempre tedio, stupidità, infamia. Nessuno più si chiede, ad esempio, cos’è che scrisse Giesu Gristo l’unica volta in vita sua che scrisse, nella polvere. Tanti anni fa, quando qualcuno valeva ancora qualcosa, furono fatte delle ipotesi, ma come al solito l’unica che un po’ ci persuade è quella di Elia Spallanzani: secondo lui Gristo scrisse “per la prima volta mi par di capire l’arcano significato del pomeriggio”. Dal canto nostro abbiamo però sentito la necessità di formulare un’alternativa e il meglio che ci è venuto è questo.

P.S. Sembra che in Cina circoli una versione della storia dell’adultera (“chi è senza peccato scagli” etc) con un finale diverso: stavolta Gristo dice «Anch’io sono un peccatore. Ma se la legge potesse essere eseguita solo da uomini senza macchia, allora sarebbe morta». E poi uccide l’adultera. La cosa notevole è che la versione cinese appare molto più conveniente dell’originale, come poi accade per tutti i prodotti che scopiazzano.

P.P.S. Disse GIESUGRIZTO: “La gente non si fanno mai le domande veramente importanti, veramente giuste. Per esempio ogni Natale io mi chiedo ma che fine ha fatto l’oro dei Magi, eh?”

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Gli automi cellulari e la radice del sacrificio

Elia Spallanzani cominciò a interessarsi di computer durante la sua famosa e sfortunata corrispondenza con Calvino, ma fu solo nei primi anni ’80 che il Nostro riuscì a procurarsi a rate un Olivetti M24*.

Da quel magnifico dilettante che era, Spallanzani non usò il marchingegno per imparare la programmazione, bensì come spunto o pretesto per le più deliranti divagazioni, che per altro spesso annotava a mano invece di usare l’avanzatissimo (per l’epoca) Wordstar: perché, diceva, aveva paura che l’Olivetti diventasse troppo furbo e gli rubasse le idee, come avevano già fatto tanti.

Tra le molte illuminazioni dell’Elia oggi ne scegliamo una che ha a che fare con il gioco della vita, il mito e l’etnologia. Il titolo è nostro** ma il resto è fedele e religiosa trascrizione.

“Su una rivista per computer c’era un articolo su un giochino chiamato “wa-tor”, che simula un mondo toroidale ricoperto dall’oceano in cui vivono pesci e squali. In base a semplici regole le due popolazioni si diffondono, mangiano, si riproducono***.

Pesci e squali sono rappresentati da puntini sullo schermo e ogni turno di gioco il computer verifica per ognuno se hanno spazio intorno per muoversi (mare libero), nel qual caso li muove casualmente, e se si riproducono o muoiono (gli squali per fame, i pesci perché mangiati dagli squali). Il tutto ripetuto per migliaia e magari milioni di volte, finché le popolazioni non trovano un equilibrio ciclico o si estinguono.

Sembrava una versione più sofisticata del “game of life”, quel macinino di punti bianchi e neri che ha affascinato tanto i matematici (essi guardano ammirati la polvere). Ho cercato di riprodurlo ma col basic veniva lentissimo e triste. Inoltre in alta risoluzione ho solo due colori a schermo e ce ne volevano almeno tre. Alla fine ho ripiegato su una versione fatta con i caratteri, e per via di un errore credo di aver scoperto qualcosa.

Il mio oceano toroidale era molto piccolo, solo 80 caselle per 25. Il mare era rappresentato da caratteri vuoti, i pesci da zero e gli squali da uno. Dopo le prime inevitabili false partenze, le schermate piene di immondizia, i cazzotti sulla tastiera e le bestemmie, in scarse due settimane sono riuscito a far girare il programma ed è apparso il grigio e avvilente pianeta testuale di wator, con le sue nuvolette di zeri e le spruzzate di uno.

Ogni ciclo temporale richiedeva un paio di minuti di calcoli, quindi mi sono messo a cercare un modo per rendere più efficiente la routine e nel farlo come sempre ho rotto quel che era sano e sullo schermo sono apparsi anche numeri diversi da zero e uno. Dopo circa un quarto d’ora, equivalente a una quindicina di cicli, nei banchi di 0 sono comparsi gruppetti di uno, poi di due, poi di tre, finché dopo mezz’ora c’erano alcuni sei circondati da aloni di numeri digradanti. Allora ho bestemmiato di nuovo, a lungo e con abnegazione, finché mi sono accorto che spostando una virgola avevo ordinato all’oliva di stampare a schermo non l’esistenza del pesce, ma la sua età.

Essì, perché come dicevo prima il programma contempla anche l’invecchiamento dei pesci, che iniziano a riprodursi solo dopo tot cicli temporali e dopo un altro tot muoiono di vecchiaia, se non vengono mangiati prima dagli squali. Il mio programma quindi ogni turno stampava per errore l’età di ogni pesce.

Stavo per correggere la routine quando mi è venuto in mente che forse era più interessante così. Allora ho semplicemente assegnato lo zero agli squali, per evitare confusioni coi pesci giovani, e ho fatto ripartire il programma.

Dopo aver guardato per ore una ventina di simulazioni, posso dire con relativa certezza che le popolazioni di pesci “anziani” si formano se e solo se vengono circondate da pesci più giovani. Insomma, emerge spontaneamente una specie di “effetto gregge” per cui le popolazioni giovani diventano una barriera antisquali.

Ora, è inevitabile legare questo fatto al Minotauro. Già. Perché i greci mandano in sacrifico a Minosse sette ragazzi e sette ragazze? In generale, perché i sacrifici di giovani e di bambini in tutte le culture, in tutti i miti?

Per quel che so, la spiegazione comune è che i giovani rappresentavano “primizie”. Inoltre nell’ottica cristiana le vergini dei greci avevano qualcosa di prezioso. Ma secondo me forse era solo il ricordo indistinto di una tecnica di sopravvivenza pratica e reale: sacrificare ai predatori gli esemplari deboli e ancora inadatti alla riproduzione per consentire ai maturi di sopravvivere e, forse, imparare. Tra l’altro, è abbastanza ovvio che tra le popolazioni primitive una donna restava vergine solo fino al momento della maturità sessuale, o poco più. Non la sacrificavano perché valeva di più, ma di meno, per loro.

E tutto questo col tempo spiega anche i film dell’orrore di oggi, con l’assassino mascherato che colpisce sempre ragazzi alla soglia della maturità sessuale. Il vero motivo non è, come dicono tanti, una sorta di bigottismo che vuole punire il sesso come peccato, ma un ricordo molto più antico, molto più pratico e feroce, sul quale si è depositata solo una sottile maschera religiosa.

E tutto questo è legato al fatto che l’uomo è forse l’unico animale capace di accumulare e usare conoscenza in modo così efficace da rendere un individuo adulto più utile di un giovane.

Il sacrificio dei giovani come nascita della civiltà. Altro che le scemenze di Freud sul sacrificio del padre: quello è successo molto tempo dopo.”

Note

* Su questo punto, come al solito, le versioni divergono. Un vecchio alunno di Spallanzani sostenne infatti velenosamente che l’M24 era in realtà della scuola e che il Nostro, portatoselo a casa con la scusa di aggiustarlo, non lo rese mai. Altri ricordano invece che il computer era sì della scuola, ma giaceva inutilizzato nel “laboratorio” aka sgabuzzino, perché dopo averlo pagato caro e amaro nessuno sapeva farlo funzionare: quando alla fine l’Elia riuscì a farlo partire, il corpo insegnante e bidellante fu talmente spaventato dal rumore della ventola e dalla prospettiva di doverci mettere mano che “casualmente” qualcuno ci rovesciò sopra una moka di caffè, e quindi se Spallanzani lo trafugò fu in realtà per salvarlo.

** Bisogna avvertire che molti non considerano Wa-Tor un automa cellulare vero e proprio, perché le sue “cellule” si muovono. Naturalmente tutto dipende da come si definisce l’automa. Il discorso potrebbe anche essere interessante, ma con un pubblico ignorante come quello di oggi sembra fiato sprecato.

*** È possibile, ma è anche solo una nostra ipotesi, che Spallanzani si riferisse all’articolo pubblicato nell’agosto 1985 sul numero 43 di MC Microcomputer, che includeva anche un listato per Apple II. Invece è improbabile che l’Elia abbia avuto accesso all’articolo originale dell’inventore di Wa-Tor, pubblicato nel numero di dicembre 1984 di Scientific American e intitolato “Computer Recreations: Sharks and fish wage an ecological war on the toroidal planet Wa-Tor”. Ciò in quanto lo Spallanzani, forte tempra di patriota, leggeva raramente la stampa forestiera, e senza entusiasmo.

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Cyberpunk 2077, due anni dopo

non ci abbiamo ancora giocato.

Il 10 dicembre 2020 è uscito Cyberpunk2077, per varie piattaforme ma non (puccioppo) per il Ti-99/4a.

Noi che avevamo comprato il manuale di cyberpunk2020 trentacinque anni fa avremmo dovuto essere entusiasti, ma cyb2077 era stato annunciato per la prima volta nel 2012 e nei successivi otto anni di sviluppo noi eravamo passati da windows xp a sistemi ancora più primitivi. Avremmo dovuto comprare un computer nuovo apposta per giocare a cyb2077 e nella nostra posizione di conclamato fallimento non potevamo. Subito però ci piacque notare che dopo otto anni di attesa del gioco c’era gente che lo criticava aspramente perché non era abbastanza amichevole verso i transgender.

Poi vedemmo in televisione la pubblicità di cyberpunk2077. C’era Chianu Rives che faceva lo smargiasso e ci siamo detti che trent’anni fa, quando giocavamo a cyberpunk2020, non avremmo mai immaginato che un gioco di ruolo sarebbe diventato un videogioco di successo, e tantomeno cyberpunk, che era ancora più marginale degli altri. Siamo ancora più stupiti che Kianu abbia interpretato Jonny Silverhand, una specie di Adriano Celentano che combatte le megacorporazioni con il rock.

Vedere un tuo oscuro hobby giovanile diventare una cosa di massa genera sempre sensazioni contrastanti: da un lato ti dici che se piace a un pubblico vasto allora doveva essere una merda, e dall’altro ti viene una specie di rimpianto per non averci creduto fino in fondo. Per te il gdr di cyberpunk è diventato una cosa puerile prima ancora di arrivare al 21simo secolo, e invece oggi c’è gente che ha speso milioni per pagare Chianu e magari gli andrà anche bene. Che poi a te Jonny Silverhand non è nemmeno mai piaciuto, era ridicolo anche nel 1990, figurati adesso. Ci sarà anche la sua fidanzata, quella che faceva la netrunner e nel corso di un’avventura diventava una specie di AI. Queste storie tu le hai vissute trent’anni fa. È questa forse la cosa che suona più impossibile e definitiva.

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Avete fatto i conti, vi conviene?

Una volta i giornalisti si specializzavano in qualche materia e si mettevano a fare i divulgatori (es. Piero Angela), mentre adesso nella maggior parte dei casi sono i professori che credono di aver imparato le tecniche di comunicazione e si mettono a spiegare la rava e la fava al popolo (es. Burioni, Barbero, Odifreddi, Eco etc).

Il cambiamento è significativo perché i giornalisti nel complesso si sono impoveriti sempre di più, mentre i professori universitari hanno sempre conservato le loro rendite, anzi le hanno aumentate proprio invadendo il campo dei giornalisti. L’errore in cui cadono molti laureati/specializzati è che per fare i divulgatori a pagamento basti conoscere la materia, mentre invece per avere il rispetto e l’attenzione del popolo prima bisogna essere professori. Voi al massimo potete fare i giornalisti, cioè i poveri.

E vale la pena, per essere poveri, di tradire la verità (perché così va a finire, lo sapete), fare polemiche e confondere gli incolpevoli ignoranti? Pensateci.

P.S. Pensare che la divulgazione sia il primo gradino verso la scienza vera è come credere che dalla canna poi si passa all’eroina.

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L’eterno abbagliare di formidabili pagliacci

Approfittando della quasi totale disoccupazione e in vista dell’incipiente fallimento stavamo raccogliendo i materiali per il nostro prossimo capolavoro, quel (da più anni annunziato) “Abbagliare la luna: discorso ignorante per la giullarizzazione del mondo” che stavolta davvero ci consegnerà all’eternità. Grazie all’infinito tempo perso su internet disponiamo già di centinaia di pagine le più interessanti, le più succose, quindi si tratta solo di assemblarle. L’unica difficoltà è questa insuperabile ripugnanza che proviamo a rileggerci.

P.S. Ormai da anni sui social network se hai mille follower resti con mille follower. La gente condivide meno, anche perché dopo tanti anni stanno tutti un po’ sul cazzo a tutti, tutti sono un po’ stanchi di tutti, come accade appunto nel bar che frequenti da 10 anni e dove ormai vai per abitudine. In altre parole la spartizione del territorio (cioè dell’uditorio) ormai è fatta e diventa quasi immodificabile perché l’uditorio non si espande più abbastanza in fretta. Quel che di “nuovo” appare sui social network in realtà riesce ad emergere perché proviene da qualche altro canale di comunicazione (cioè è una pagliacciata che viene da un altro bar).

L’abilità del pagliaccio, da sempre, sta nel capire quando è il momento di lasciare il vecchio bar e trovarne un altro, dove potrà continuare ad esibirsi senza cambiare nulla del repertorio. Adesso qual è il social network che sarà “fb nuova gestione”? Per saperlo, vi basterà guardare dove si stanno spostando i vecchi pagliacci: loro hanno fiuto, mica come noi.

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Non costa nulla, non vale nulla

ma com’è che i compagni si sono fissati con la storia delle risorse infinite? il fatto è che ci sono compagni e compagni. il socialismo sentimentale e utopico, quello che “se ti insegno a pescare campiamo tutti meglio”, viene prima di marx, che non era così fesso. e allora il suo paradiso comunista come si poteva reggere? con un cambiamento della natura umana, non tanto chiaro ma si intuisce diretto un po’ ALL’INTERNO, al godimento di sè più che di un benessere materiale che non poteva crescere oltre una certa soglia.

però dopo marx le cose si sono imbrogliate, i vantaggi acquistati dai lavoratori attraverso una lotta più sindacale che politica li hanno messi in una condizione ambigua: non avevano alcuna intenzione di spartire nemmeno dieci lire con nessuno, ma la loro morale gli imponeva di condividere qualcosa, e allora per uscire dall’impasse hanno pensato di condividere ciò cui non davano alcun valore, o che ritenevano inesauribile solo perché immateriale. parliamo di status e informazioni: tutti cittadini, tutti informati.

ma i compagni non si sono accorti che queste cose, pur non essendo materialmente consumabili, hanno pur sempre un valore inversamente proporzionale al numero dei condividenti. le buone idee forse sono infinite, ma una buona idea vale economicamente finché ce l’hai solo tu. lo status di cittadino non si esaurisce, ma i vantaggi economici e psicologici legati a quello status sì. e perciò a furia di caldeggiare lo sputtanamento di queste risorse pur sempre limitate i compagni si sono trovati coi bulgari che hanno il loro stesso status, le loro stesse informazioni, la loro stessa capacità di lavoro, ma un costo orario dimezzato (per ora). la tragicommedia è che questo era proprio lo scopo dei nemici, i capitalisti, ed è stato raggiunto coi voti dei compagni. E QUESTA ORMAI E’ UN’OVVIETA’. SI SA DA CINQUANT’ANNI. ma non si può accettare.

però rimane il fatto che marx probabilmente l’avrebbe capito, anzi avrebbe ironizzato su questi presunti compagni imborghesiti e prodighi di buone intenzioni e migliori consigli. il suo tentativo, evidentemente fallito ma coraggioso, era quello di portare la realtà nelle menti degli utopisti, ma come sempre il sogno è stato più forte. la cosa triste è che è un sogno a metà, profondamente ipocrita. non è un sogno capace di accendere davvero alcun fuoco, a parte quello della propria pira.

i vecchi socialisti forse erano davvero eredi degli apocalittici e degli gnostici, ma marx no. è stato una curiosa eccezione in un lungo, quasi eterno sogno, che col tempo è diventato sempre più piccolo e meschino. come tanti sogni era nato vivido e travolgente e poi ne sono rimaste semplici immagini, ridotte poi a parole. esattamente come capita a noi le rare volte che sogniamo e dopo due minuti dal risveglio ricordiamo solo un nome, che brilla per un attimo nel clangore degli spazi prima di affondare anche lui nel nulla.

P.S. effettivamente il processo si ripete: una volta i poveri, diciamo i comunisti volgari, pensavano che impadronendosi della casa signorile, dei campi e del porcile il più sarebbe stato fatto: a quel punto si spartiva e tutti liberi e felici. ma le risorse finiscono, i campi spogliati restano tali, i porci arrostiti non figliano, la terra che arricchiva uno non nutre cento e inoltre arrivava pure nino biscio, la polizia, arrivava qualcuno e tutto tornava come prima e parecchi contadini erano anche contenti, un po’ d’ordine ci vuole.

contadini più evoluti e in proporzione più fessi hanno creduto che impadronendosi dei mezzi di produzione delle risorse immateriali si potesse gioire tutti. il ministero dell’interno, la scuola, i mezzi di comunicazioni, questi sono i mezzi di produzione degli status, delle conoscenze e delle informazioni, e la sinistra è davvero riuscita ad impadronirsene e a distribuire, distribuire a piene mani, tanto le idee non si consumano, “allargare i diritti” non costa nulla!. era la soluzione geniale, miracolosa: un pane che non si consuma! e non veniva più nessuno a bastonare e a punire! chissà perché!

il vero compagno avrebbe capito che quando i ricchi non ti contrastano vuol dire che gli stai facendo un favore. stai distribuendo a spese tue ciò che presto varrà molto poco, stai insegnando a pescare al tuo vicino e stai sicuro che lui ti renderà il favore venendo a pescare proprio sotto casa tua, un po’ per se e un po’ per il padrone, e tutta la morale che gli avrai insegnato non gli impedirà di metterti in mutande perché era una morale ipocrita, proprio come la tua generosità.

dai loro frutti li riconoscerete, diceva elia spallanzani…

(da qui)

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Insegnami la comprensione e l’indifferenza

L’appoggio incondizionato della sinistra alle rivendicazioni dei popoli colorati, anche quando sembrano sfociare nel delirio, è solo la prosecuzione di una vecchia tattica dei compagni basata sulla comoda speranza che prima o poi gli ultimi del mondo faranno la rivoluzione al posto loro. “L’unica speranza è nei prolet”, scrive Orwell in 1984, e questo riassume il socialismo sentimentale che ha preso il posto di quello scientifico. Orwell vede benissimo che i prolet sono completamente succubi della propaganda e addormentati dalle canzonette (l’ “industria culturale”), ma ciò nonostante scorge in loro una forza vitale atavica, indistruttibile, che prima o poi esploderà. Allo stesso modo i compagni si illudono almeno da un centinaio di anni che i vivaci colorati insorgeranno, con l’unica aggravante, rispetto a Orwell, che credono anche cinicamente di poter e dover guidare questa rivolta.

L’idea, per quanto bislacca, ha avuto molto successo, soprattutto tra i fascisti. Infatti anche se non fosse vero sarebbe buona politica presentare i colorati come avanguardia armata dei comunisti, per far paura alla gente e aggiungere all’odio razziale, tutto sommato fatto più di svalutazione che altro, il ben più potente odio basato sulla paura di un avversario reale, subdolo e agguerrito. Così, mentre i compagni di fatto non sono mai riusciti a mettersi a capo delle proteste dei colorati (anche perché, essendo bianchi, i neri giustamente non si fidano), la loro tattica è riuscita a trasformare la concezione dei fascisti mutando i presunti inferiori in nemici e sostitutori etnici. Una delle prove è che tra il popolo è scomparsa anche la tradizionale pietà per i “poveracci” che muoiono in mare o di stenti: non li vedono più come poveracci ma come invasori chiamati da traditori nascosti nello stato, quindi la morte è il minimo che possa capitargli.

C’è da sperare che i neri si accorgano di quanto il legame con la sinistra danneggi la loro causa e che, come del resto già previsto molti anni fa, si ribellino innanzitutto contro i loro “liberatori”. Ma tutto al mondo è complicato e ambiguo e quindi anche loro si illudono di poter manipolare la sinistra per raggiungere i mezzi di informazione etc etc. È una bieca altalena di reciproco sfruttamento che non sembra destinata a fermarsi.

P.S. Va detto che ci sono alcuni pochi compagni onesti, Orwelliani puri e non puerili machiavelli in 64simo, che credono davvero di dover sparire per lasciare spazio a gente più vitale. Il problema è che con la tipica inconseguenza dei compagni poi non spariscono.

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Nemo superheroe in patria

Si vocifera che l’ultimo progetto di Spallanzani fosse un maestoso romanzo teologico. Dai pochi frammenti rimasti possiamo ricostruire in parte la trama: il sig. Felice Equivoco, usciere, resta coinvolto nell’esplosione della centrale nucleare di Montalto di Castro: in effetti è l’unica vittima perché la centrale era abbandonata da tempo ma si erano dimenticati di licenziarlo e perciò lui continuava a fare il suo lavoro, cioè niente. Molti in verità sospettano che la catastrofe l’abbia causata lui, staccando un fusibile del quadro comandi per adattarlo alla sua Ritmo, ma ad ogni buon conto resta il fatto che scoppia tutto e Felice viene investito da una spaventosa quantità di radiazioni. Mezzo arso, gli restano solo pochi giorni di vita e quindi i suoi parenti si affrettano a fare causa allo Stato, che per evitare mormorazioni gli accorda a tempo di record una faraonica quanto cinica rendita vitalizia di due milioni al mese. Avendo però le ore contate, Felice si dedica alla pace della sua anima e per prima cosa scrive numerose lettere anonime in cui accusa e diffama tutti i suoi vecchi colleghi e una buona metà del ministero, ma mentre si stilla il cervello radioattivo per cavarne qualche altra goccia di veleno sente una musica, e affacciatosi alla finestra vede un festoso corteo di giovinastri radicali: tra di loro nota una ragazza giovanissima, coi capelli rasati, il viso di Madonna e un sorriso ineffabile, che guardandolo forma con le labbra una misteriosa parola. Quasi spaventato da tanta bellezza Felice sbatte la finestra e si accascia al suolo, e quando si sveglia è completamente guarito. “Le tue ferite risaneranno”, dice una voce nel suo cervello, “e presto l’acqua sarà invidiosa di te”. Sbalordito e incredulo, Felice chiama la sorella che arriva subito a casa col completino nuovo e constatato il miracolo chiude il fratello nel gabinetto. Quindi convoca un consiglio di famiglia per discutere del disastro: niente irradiamento mortale e niente vitalizio, perciò Felice non deve escire più dal bagno, per il suo stesso bene. Nei mesi successivi, mentre lo Stato continua a pagare, i parenti per mera dimenticanza smettono di servire al miracolato sequestrato il suo pappone quotidiano, ma lui non se ne accorge nemmeno: non solo è sano ma non ha neanche più bisogno di mangiare. L’unica fame che lo tortura è quella della ragazza: vorrebbe rivederla e perciò progetta di evadere rosicchiando il telaio della finestra coi denti, che tanto la notte gli ricrescono. Nel frattempo sopra al ministero qualcuno si accorge che il vitalizio al morituro sta durando un po’ troppo: ormai sono passati sei mesi. Ma non doveva avere le ore contate quello stronzo? Sono tutti convinti che la famiglia stia occultando il cadavere, il che in un certo senso è anche vero, e quindi incaricano il commissario De Feco di stanare i truffatori. Comicissima la scena del commissario che mette a soqquadro l’appartamento tra le urla dei parenti ed irrompe nel bagno proprio quando Felice e riuscito a liberarsi. De Feco sta per agguantargli la caviglia ma Felice furbescamente precipita dal quarto piano schiantandosi sull’ape car di un arrotino, che viene completamente distrutta. Con le ossa tutte rotte, correndo a quattro zampe come un immondo ragno insanguinato, Felice scappa per la strada e più tardi, dopo noiose peripezie, riesce ad infiltrarsi in un gruppo di extraparlamentari che progetta di mettere una bomba in una gelateria americana. Qui ritrova la ragazza, ancora più bella e serafica di prima, e sta per rivolgerle la parola quando di nuovo irrompe De Feco con un manipolo di sbirri. Ammanettato e imbavagliato, Felice viene trascinato di fronte a una commissione medica dell’Asl che lo esamina e, altro miracolo, lo dichiara malatissimo e in punto di morte. Infatti sono gli stessi medici che l’avevano esaminato dopo l’esplosione trovandolo moribondo, per cui mica adesso possono rimangiarsi quel che avevano detto. “Se lo facciamo passiamo un guaio!”, esclama il più luminare della banda. “Mica possiamo rimangiarci la diagnosi! Che siamo dei pagliacci? E tanto poi paga il Guerno!”. Così, Felice viene rilasciato e subito preso in carico dai servizi segreti, che lo chiudono in un bagno molto simile a quello di casa sua, però senza finestre. Qui resterà in eterno perché nessuno crederebbe al miracolo, e nessuno ammeterebbe mai di aver sbagliato. Mentre lo stato continua a pagare il vitalizio ai parenti, che quindi si guardano bene dal parlare, l’unico a conoscere tutta la faccenda resta il commissario De Feco, che coraggiosamente ripara a Malta. Qui, di fronte alla chiesa di Santa Floriana, De Feco incontra per l’ultima volta l’angelica terrorista dell’affare Equivoco, che sorridendo muove le labbra come a formulare una parola: emme erre vi…

La mancanza delle ultime pagine del quaderno ci impedisce di andare oltre.

(da qui)

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