Nel frigo

Con signorile ritardo la Fondazione ha visto Blade Runner 2049. Essendo passati più di sei mesi dalle prime proiezioni, il film è già obs come la merda. Che poi è anche il grande pregio di non guardare / leggere la roba a tempo con la plebe. Del film visto fuori tempo non senti l’urgenza di parlare, perché nessuno più ne parla, a riprova del fatto che non parlavano tanto per il film in se ma per lo squallido bisogno di fare conversazione. E quindi vedere il film in ritardo ti salva da due grandi mali, che sono parlarne e sentirne parlare per fatuità. Perché poi molti altri motivi per parlarne non ce ne sono, tranne forse quella meravigliosa bambina che fa l’ologramma.

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Altro piccolo vantaggio di andare controtempo è che abbiamo pagato tre euro e cinquanta e siccome la sala era quasi vuota abbiamo occupato pure le poltrone vip. In compenso la proiezione era mediocre, ma già da diversi anni ci sembra che al cinema le immagini siano sempre troppo scure, che i neri siano piatti, come del resto accade pure con le immagini televisive. Forse i nuovi proiettori digitali sono più scadenti, come i led da pochi soldi? O è il solito generico rimpianto del passato che ci fa ricordare meglio le vecchie immagini?

Ad ogni modo, l’insignificante evento ci fa pensare che tutto il grande mondo delle merci aspetta il suo frigorifero temporale. Fragole, pomodori, questa roba si conserva a stento mentre film, libri, vestiti, il resto si conserva perfettamente e basta muoversi di lunedì, come gli accattoni istituzionalizzati, per trovare parcheggi vuoti, sale vuote, posti in albergo, sconti, per godere effettivamente dell’abbondanza, dell’eccesso anzi: una sala da trecento posti solo per te, un parcheggio grande come un campo di calcio, puoi arrivare fino all’ingresso e anche lasciare la macchina in diagonale. Dentro, venti persone aspettano te, tanto il macchinario non si può fermare.

Perché tu possa largheggiare ti basta consumare con lentezza, attendere un po’, rinunciare all’ultimo film (ma lo vedrai tra sei mesi), all’ultimo taglio di pantaloni (idem), e l’unico valore che perdi è la freschezza, che nel caso in questione coincide con la banalità, la voga, il ritmo imposto da altri. Ma, uno dice, bisogna pur lavorare, svegliarsi la mattina dopo… queste in buona parte sono scuse, la verità è che se vai al cinema di sabato è perché lo vuoi, vuoi vedere gente, parlare come tutti del film che tutti vedono, del libro, avere il vestito che tutti portano, averlo quando ce l’hanno gli altri e se possibile anche prima, ma solo un poco prima, un attimo prima, altrimenti sarebbe come averlo dopo.

Per soddisfare sia i desideri materiali che la vanità di essere proprio come tutti gli altri basterebbe creare una comunità-frigorifero, che vive con un ritardo di qualche mese, e anzi è sorprendente che non esista già. Il mondo delle macchine ricrea assurdamente l’epoca contadina, coi suoi cicli, la scarsità, le sue primizie a caro prezzo, la sua onnipresente puzza di letame pubblicitario… il futuro è arrivato così veloce che ci ha scavalcato e adesso sfreccia allegramente verso il medioevo e noi lo rincorriamo.

Inventare le comunità-frigorifero? Ma ovviamente esistono già, come potevamo pensare il contrario? Il 99% delle sottoculture sono solo dei frigoriferi temporali, sono esattamente la stessa cosa che è già accaduta l’anno scorso, dieci anni fa, cinquanta, solo con dei nomi nuovi e qualche insignificante variazione estetica, giusto per non dare l’impressione che sia roba smessa, da accattoni, farti pensare che la tua non sia una scelta ma solo l’impotenza di pagare la primizia. Da questo una loro certa inevitabile puzza di muffa.

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Prossimamente al cinema

Dopo “Black Panther”, indiscrezioni sul prossimo film della Marvel, “White Cougar“: Belinda Carlisle è la classica casalinga americana alle prese con ragù, tradimenti ed omicidi. Un giorno sistemando il garage trova un vecchio opuscolo della Dottoressa Tirone stampato con inchiostro radioattivo e prima di rendersene conto si trova trasformata in White Cougar. Subito parte con un’energica pulizia kontatti, stermina alcune persone farze e compra un suv grande come un’ambulanza per andare a fare gli esercizi nel parco dietro casa. Di notte invece adesca giovani di colore spacciandosi per un’attivista del PD, ma scopre con orrore che votano tutti Lega. Lo sciovinismo e razzismo del copione la costringono a uccidere il regista piantandogli un tacco nell’occipite e a questo punto il film degenera in un’orgia di violenza insensata che piaceva molto negli anni ’90.

Ancora indiscrezioni cinematografiche: le riprese del nuovo Indiana Jones cominceranno nel 2019, confermata la presenza di Harrison Ford, titolo “Indiana Jones e la ricerca della lapide adatta“.
Questo episodio è ambientato nel 1968, Indiana ha 85 anni e teme di restare senza una degna sepoltura. I posti al cimitero sono tutti prenotati e il nipote ha anche falsificato la firma sul libretto postale per ritirare la pensione al posto suo. Per fortuna un’antica pergamena comprata su amazon gli spiega che in Italia le fosse sono a buon mercato, ma si tratta di una fake news e quando Indiana arriva con la Costa Crociere a Napoli scopre che scugnizzi senza scrupoli ingannano i cd. “turisti del tumulo” e invece di seppellirli li buttano a mare. Scatta un ipercinetico inseguimento in carrozzella che tra l’altro rovescia il bancariello di brodo di polpo di Mario Merola e termina contro un corteo di femministe. Indiana, reo di aver fatto troppo lo sciupafemmine, viene fatto a brani dalle menadi e seppellito di nascosto nella tomba di Leopardi, tanto è vuota.

E ora la risposta italiana alla Marvel: Super Poweri: Giggino è uno scugnizzo col porsche, risulta invalido civile ma scorrazza nei vicoli a duecento all’ora. Sua madre, 28 anni, è in pensione da 15. La nonna, quarant’anni, prende l’accompagnamento. La loro casa sembra bombardata, ma dentro hanno le mattonelle di Rocco Barocco. Una famiglia come tante, che si lamenta delle tasse che non paga e vota contro il sistema. Ecco i super poweri, che combattono contro i comunisti e gli intellettuali da salotto a colpi di facezie dialettali. Riuscirà Giggino a prendere anche il reddito di cittadinanza? Lo scoprirete solo nella prossima puntata “Chiagnere & Fottere”.

Ancora: un film di orrore sociologico, che fa esplodere le contraddizioni della società: Peppino Besciamella si laurea alla Bocconi e diventa consulente in una startup di supposte deodoranti. Si innamora di Ipazia (nata Concetta), artista visuale ed influencer: i due conducono una vita frenetica, tutta sushi e anfetamine. Finché Peppino decide di ritornare per un weekend al paese. Qui impulsi atavici lo possiedono e con la complicità dei familiari tortura Ipazia costringendola a ingurgitare parmigiane di melanzani e soffritti di cinghiale. Poi elabora una versione sadica del gioco dell’oca: ad ogni tiro di dado la povera Ipazia viene trascinata sul tabellone e costretta a mangiare la relativa pietanza, in un crescendo di spietato tradizionalismo. Riuscirà Ipazia a salvarsi prima della diabolica casella 69, il ciuccio imbottito di petardi? Lo scopriscerai solo guardando “GIÙMANGI!”, quest’altr’anno, al cinema.

P.S.: si vocifera anche di un film sul crudele e fantasmagorico mondo del turismo di massa, percorso da continui fremiti di ignoranza e contagiato da un’insanabile avidità di fittizio: “il giorno della low cost“.

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Juvenilia compromettenti

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Lo spoglio dei quaderni ginnasiali di Spallanzani ha fatto emergere un certo numero di piccole liriche dedicate a Mussolini. Erano spesso semi cancellate o racchiuse tra fogli incollati, perché l’ortografia deforme e il tono ironico all’epoca gli avrebbero causato seri fastidi, e oggi forse anche di più. Il prof. Levonetto non solo ha raccolto le migliori, ma ne ha anche aggiunte altre, di gusto se possibile peggiore.

8 aprile 1934

“Ducie! Lo straniero si introducie
Tra il tuo popolo e seducie
Le sue figlie più procacie.
Sorgi dunque! e come bracie
Ardi tutte le fallacie
Del bolscèvico batracie
Che le razze vuol meticie!”

2 giugno 1934

AMLETO: Potrei sentirmi d’infiniti universi il Ducie / anche chiuso in un guscio di nocie / se non fosse per i brutti sònii…

P.S. anche gli anni lucie / sono nulla per il Ducie / alieno se vieni più vicino / ti daremo l’olio di ricino

12 gennaio 1935

Mentre uscivan da l’inferno / disse Orfeo ad Euridice / tengo questo dubbio eterno: / mi hai stirato le camicie? / Gli rispose l’infelice / “ma ti credi forse il Ducie? / io mi accingo alle faccende / sol per l’uomo che mi offende”. / All’udir queste palore / mite Orfeo cambiò colore / e volgendosi a Euridice / con la fronte in sua narice / diede un colpo così fatto / da violar l’infero patto”.

20 febbraio 1935

“e quando del tuo DOOGIE / tu sentirai la vOOgie / cantare dògie dògie / tu non avrai più indOOgie”

(senza data ma probabilmente giugno 1935)

“mi piage sì mi piage / andare sulle spiage /
e con tono mordage / fare l’apologia del duge”.

(coretto) “ducie oh mio ducie / insegnami le audacie /
che di donna procacie / carpiscon le fiducie!”.

(contro coretto) “ducie, caro ducie / su chi ti contraddicie /
con piume e con la pecie / mi getterò vindicie!”

(e riprende) “al moro pertinage / sbarcato sulle spiage /
il duge con l’orbage / insegna la saudage”

(con foga) “al rosso col versage / allo zinchero predage /
al semita più rapage / il mio dvgie non dà page!”

(avvampando) “DVGIE! / Su di te, quante bùgie!
Ma il codardo presto fugie / quando lo tuo spirto rugie”.

Aggiunta del prof. Leonetto:

“L’Abboldrina fa il visage
con la crema di borage;
poi finito il maquillage
va ad un afro-vernissage.

Indi uscita dal garage
la impedisce un équipage
di magreb col tirabrage
e di zingare randagie.

La ministra teme strage,
pensa ad un escamotage:
parla ai negri con ambage,
fa un discorso di fallagie.

Quella turba è ben predage
non ascolta la loquage,
vuol di lei sporcar la fagie
e poi farne quel che piage.

Ma in quell’attimo vivage
tosto appare il più verage
dei fascisti il carapage:
fiero guardo, gran torage.

Non si tratta d’un seguage,
non di Balbo o di Starage,
ma di LVI, il più tenage:
eia eia viva il DVGIE!

Con la mano sua pugnage
rende il negro inefficage,
e rimanda il contumage
al confin o alla fornage.

Latillovvo, il nostro DVGIE,
la ministra lui seduge
e alopecio riproduge
il famoso piglio truge.

L’Abboldrina si dispiage,
fa il musetto di batrage.
Una scusa ecco adduge:
lei non è Clara Petage.

Sulla MiniCooper beige
(goffamente la conduge)
fugge ingrata la redùge,
nel Raccordo s’introduge.

Resta solo il caro DVGIE,
nel tramonto che riduge,
come Chaplin fa spalluge
e s’allontana controluge.”

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La Fiera dei Pagliacci

Stamattina alla radio parlavano del libro di un austriaco sul nuovo capitalismo dei dati. Il giornalista diceva che secondo questo tizio mentre una volta prevaleva il modello aziendale, come organizzazione gerarchica, ora prevale il mercato, che grazie alla tecnologia si autoregola sempre meglio; molte imprese (es. amazon etc) sono mercati travestiti da imprese. Il che è vero, ma è anche pietosamente ovvio: pure facebook è un mercato.

Però una differenza tra il mercato come sistema astratto e le imprese-mercato è che per entrare nelle seconde tu paghi, innanzitutto fornendo i tuoi dati (e nel caso di facebook anche i contenuti). Anche solo sbracciare per farsi vedere è parte dello spettacolo, come le urla dei verdumai. Al mercato rionale però ci sono 20 verdumai, mentre qui ce ne sono due miliardi, quindi la concorrenza tende a infinito, il frastuono è assordante e praticamente impedisce la comunicazione. Da cui la necessità di frazionare il mercato in tanti settori più piccoli, attraverso filtri (gruppi, bolle, algoritmi che premiano i più fracassoni perché più fracassoni etc).

Per funzionare, il mercato ricostruisce le barriere che doveva abbattere, ma non sono più geografiche o materiali: sono spirituali, ideologiche. I mentecatti di tutto il mondo adesso hanno il loro recinto, con dentro altri recinti, fino alla gabbia singola di colui che grida nel deserto, e paga per farlo con la sua vita. I reietti di facebook sono anche giullari, chierici vaganti, puttane, ladruncoli, che si aggirano tra i vari recinti cercando sempre un nuovo pubblico per i loro vecchi trucchi.

Sono loro, quindi, che nel nuovo medioevo assicurano la comunicazione tra i vari settori: questa funzione “ermetica”, dal dio dei crocicchi, spiega perché l’impostura e la ciarlataneria siano di nuovo il carattere dominante di tutta la produzione artistica ed intellettuale.

Diciamo sempre le stesse cose, da angoli diversi. Il pagliaccio che si aggirava tra le fiere doveva cambiare continuamente posto perché la gente del posto si abituava alle sue facezie. Erano così modeste da non poter strappare il sorriso più di una volta, e quindi sotto a viaggiare per felicitare altri cafoni. Oggi la distanza non è più materiale, ma i gruppi sono chiusi come i paesi medioevali, quindi il pagliaccio cambia gruppo. Il fatto che materialmente resti fermo crea l’illusione che non sia il vecchio pagliaccio, e il primo ad illudersene è lui.

Il pagliaccio di successo è quello che riesce a trasferire una banalità da un settore all’altro, e meglio ancora a tanti altri. La sua opera, che nella sfera di appartenenza non fa più ridere da secoli, con qualche piccolo aggiustamento funziona ancora in altre. Ciò spiega il successo di gente che prende una teoria estetica del 18simo secolo e la trasporta dalla letteratura al cinema, o applica teorie economiche a contesti ideali. Questa prassi spesso viene chiamata “contaminazione”, parola più esatta di quanto pensino i suoi paladini perché c’è un aspetto malato, deleterio, “virale” nel senso micidiale del termine in questa diffusione di pezzetti sempre più generici e scialbi ed efficaci solo su chi non ha anticorpi, ossia una percentuale sempre maggiore della popolazione.

Nella serie di recinti creati dal mercato facebook c’è ovviamente anche quello dei pagliacci. Come gli altri, è un recinto trasversale, non fisico, realizzato tramite filtri etc. A differenza del passato, i pagliacci si vedono l’un l’altro istantaneamente. Anche prima la facezia circolava nell’ambiente, ma serviva più tempo. Adesso la disseminazione è così veloce che tutti i pagliacci si mettono subito a lavorare su qualsiasi battuta che abbia una minima potenzialità, diffondendola e modificandola quel minimo che basta per attribuirsene la paternità, per “farla propria”. Questo spiega la proliferazione dei c.d. “meme”, il cui successo non dipende solo (e anzi dipende in piccola parte) dalla loro capacità di divertire gli sciocchi, ma anche dalla loro attitudine alla riformulazione.

Il “meme” di successo non è una battuta ma un modello di battuta che può essere facilmente adeguato ad altri contesti. E come al solito si verificano dei fenomeni di feedback, nel senso che una cosa classificata come “meme” viene trattata come tale anche se non lo è: questo spiega il successo di varianti assolutamente stupide o prive di qualsiasi significato: la loro forzata mutazione produce dei mostri, delle vere e proprie idiozie che continuano a girare quasi per inerzia, perché qualcosa deve pur girare. Nella maggior parte dei casi la comprensione di questi mostri è impossibile senza conoscere la storia dei passaggi, dei vari “livelli” di mutazione che si sono sovrapposti. Da questo una nuova setta, un nuovo recinto, quello degli esperti di “meme”.

Man mano che la variazione parossistica degli stessi modelli produce mostri, i loro elementi costitutivi diventano astratti: diventano segni quasi completamente arbitrari interpretabili solo da chi conosce la storia del codice, e questo processo, nella mente di chi li interpreta, li nobilita: sono una lingua segreta e permettono l’ironia estrema, cioè il parlare senza essere capiti dagli ignari. I pagliacci si fanno beffe del pubblico, insomma, raccontando cose che hanno un significato apparente (un non significato, in realtà) e uno nascosto, visibile solo per loro. E questo, l’abbiamo già detto, è il postmoderno.

La grande fatica del postmoderno è convincere la gente che la forma apparente, quella che non significa niente, sia significativa e divertente. I “livelli” di lettura del testo postmoderno (intrattenimento per il popolo, citazione e lingua cifrata per i dotti) sono una pia illusione, o direttamente una frode, e serve una critica che, come i sarti dell’imperatore, riesca a convincere il popolo che se non si diverte è stupido e indegno.

La critica fa una gran fatica a convincere il popolo che le cagate esposte nei musei non siano solo quel che sembrano, ossia rottami accumulati da un demente, ma comunichino qualcosa di vitale e profondo, qualcosa che ha a che fare con la vita, con il livello elementare dell’esistenza: che comunichino emozioni e siano al contempo raffinate astrazioni. E intendiamoci, alcune lo erano: il loro messaggio nascosto, comprensibile solo agli artisti di quel settore, era composto in una lingua effettivamente astratta, diventata astratta a furia di ripetizioni nei settori più disparati.

Ma il problema è che a un certo punto diventa impossibile distinguere il messaggio apparentemente balordo che cela qualcosa e quello che non cela niente, che somiglia soltanto al primo ma in realtà è una semplice cagata arbitraria. Perché non tutti i pagliacci sono disposti a spremersi le meningi: quelli più furbi, vedendo che si può esporre un cesso scassato in un museo, ne fanno uno simile: è sempre un cesso scassato, anche se dietro non c’è nessuna elaborazione e quindi nessun messaggio di livello più elevato. Insomma è una finta ironia, ha la forma dell’ironia ma non fa ridere e non fa pensare, da cui uno sforzo sempre maggiore per convincerci del contrario. Sforzo che diventa pure lui oggetto di variazione e caricatura, in un vortice senza fine.

Bisogna quindi dire che l’arte post rinascimentale è già un’arte moderna, nel senso che è giullaresca: il manierismo, il barocco etc. sono nati dai pagliacci, che non a caso ritraggono spesso. Dopo ogni rivoluzione della comunicazione (la stampa, poi il telegrafo) c’è un’arte giullaresca sempre più estrema, perché si produce lo stesso fenomeno di internet: cadono blocchi fisici, ne nascono di ideali, si formano gruppi di giullari e la velocità delle variazioni aumenta, si formano codici di secondo livello, che vengono imitati dagli idioti, fino alla saturazione e al riflusso (nuovo classicismo). Siamo almeno alla quarta, se non alla quinta ripetizione di questo processo, che si intensifica ogni volta.

P.S. Uno potrebbe dire (non che nessuno lo dica): “Egregi Spallanzani, avete rotto il cazzo voi e questa storia dei pagliacci, e comunque anche se fosse che ne consegue? E come se ne esce?”.
Giusta domanda. Non lo sappiamo. Possiamo solo dire che in passato il riflusso è consistito nel classicismo, neoclassicismo, neo-neo classicismo etc. Oltre che per la riproposizione di modelli antichi questi periodi sembrano caratterizzati da forme di “decoro”, da una stretta anche sul linguaggio (che non corrispondeva per forza, anzi non corrispondeva per niente, a una stretta sui costumi reali: era appunto esteriore). Possiamo quindi immaginare che i tentativi odierni di sterilizzare il linguaggio siano un’avvisaglia (o forse già una conseguenza) di un incipiente riflusso. Oppure forse non c’entra niente, forse la storia non si ripeterà a siamo senza indicazioni.

P.P.S. Alla fine noi, altri pagliacci, restiamo chiusi nella nostra piccola fiera locale: gli scherzi che ripetiamo da quindici anni ormai non fanno ridere il nostro pubblico a sua volta stanziale e invecchiato male e ricevono una limitata approvazione che è solo un segno di FAMILIARITA’: probabilmente nel medioevo il pagliaccio zoppo faceva più o meno la stessa cosa: non riuscendo a muoversi doveva per forza sprofondare in se stesso e diventare una specie di mascotte del posto, quando non lo linciavano per aver stancato anche la simpatia. L’incapacità di spostarsi sulle gambe e quella di adeguarsi ad altri recinti hanno in comune una menomazione, del corpo o del cervello: una rigidità, quasi un vizio. Il pagliaccio zoppo si augura che la gente venga a vederlo, che cambi posto (o mente) per lui, privilegio che è solo dell’artista riconosciuto, cioè del ciarlatano che si è fatto i suoi giri e ha duramente conquistato l’immobilità, il diritto a ripetere puramente e semplicemente le stesse cose, senza volgari “contaminazioni”: il mimo di statue.

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Non chiederti per chi suona il fattorino della pizza

Per la gente ossessionata come noi tutto si lega e si tiene. La pizza, l’arte, i grandi sistemi di governo, la manipolazione occulta o consapevole della mente, tutto rientra in un grande processo che sembra logico, a modo suo, e anche inevitabile. Il nostro rifiuto istintivo del caos, che sarebbe la spiegazione più semplice, è una forma di difesa di una cultura che sta sparendo, una forma educata di complottismo. Ciò detto, scriviamo lo stesso:

C’è gente che prima di ordinare una pizza guarda quanto pagano i corrieri e sceglie l’intermediario che paga di più. E’ una versione del commercio equo e solidale e non ci sarebbe niente di male, se non fosse che trattandosi di una scelta puramente volontaria funge più da scarico di coscienza che altro. La cosa buffa è che chi può permettersi queste delicatezze appartiene spesso alla categoria dei tecnici che hanno creato le app che permettono al sistema di consegne di andare avanti.

I corrieri comunque si lamentano e da qualche tempo ottengono una certa visibilità, anche perché molti sono ancora italiani. I vari servizi di consegna a domicilio del cibo sono ancora parzialmente difesi dalla concorrenza degli extracomunitari perché il corriere deve avere un cellulare e un po’ di conoscenza della lingua e delle strade cittadine. Inoltre il corriere rischia di essere controllato, ogni tanto, mentre il tizio che raccoglie i pomodori molto meno. Il problema sociale dei corrieri, in effetti, non è tanto che lavorano per pochi soldi, ma che sono bianchi. Quando gli extracomunitari si saranno un po’ evoluti e prenderanno il loro posto, si dirà che “gli italiani non vogliono più fare quel lavoro”.

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L’ex corriere italiano fatto fuori dalla concorrenza non potrà nemmeno organizzare una sua rete di consegna sfruttando il lavoro dei neri, perché l’organizzazione c’è già e funziona tramite un’app. Il progresso centralizza lo sfruttamento, elimina gli sfruttatori intermedi e lascia solo quelli giganteschi, a vantaggio indiretto di una popolazione sempre più vecchia, grassa, lenta e impegnata a esprimere le sue emozioni su facebook mentre aspetta la pizza, o a guardare la millesima serie fotocopia.

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L’attività imprenditoriale, che consiste nell’organizzazione dei fattori produttivi, viene risucchiata da un programma, ma la gente ha paura dei robot. Il robot, in effetti, è molto meno pericoloso del programma (che è un robot immateriale), perché sostituirà il nero, mentre il programma sostituisce te. Anzi, ti ha già sostituito.

Restano le attività “creative”, ma quanta creatività possiamo tollerare? Quella dei professionisti (artisti, scrittori) è già fastidiosa e a guardarla da vicino si rivela rimasticatura muffa da due secoli. È chiaro che l’unica soluzione è non guardare da vicino, alimentare la propria capacità di stupirsi anche dell’ovvio e del già detto, già visto, di quello che era già virtualmente contenuto nel passato, insomma di perdere la memoria e il gusto, il senso critico, di perdere la ragione, e anche a questo provvede egregiamente la rete, quindi tutti i mali apparenti sono solo le convulsioni di un organismo sociale che si sta abituando al futuro, un futuro finalmente senza passato e senza ragione, di pura ed elementare emozione, un pianeta di bambini, non è bellissimo?

Bambini adulti, diminuendo quelli infanti, di libri per bambini, che già vendono più degli altri, di spettacoli per bambini e mimi di statue. Un mondo innocente.

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P.S. Il gruppo che domina una società può mantenersi in piedi in due modi: spingendo le persone a consumare e quindi arricchendosi o spingendo le persone a ritenersi soddisfatte e quindi divinizzandosi. I due tipi di società possono arrivare a consumare le stesse energie perché la propaganda e il controllo richiedono tutto lo sforzo che non si mette nella produzione. Sollecitare il consumo all’inizio è relativamente facile perché asseconda una tendenza naturale, mentre convincerti che va tutto bene richiede uno sforzo continuo. Nondimeno la pubblicità produce un effetto di sovraccarico e quindi col tempo nasce una resistenza, che bisogna vincere con mezzi ancora più energici, così energici che ci avviciniamo al lavaggio del cervello. D’altro canto la propaganda ha un limite fisico, perché non può crescere fino ad azzerare le necessità basilari di un organismo. È chiaro che tra i due sistemi quello che crollerà prima è il sistema della propaganda. Ma anche il sistema pubblicitario ha il limite delle risorse e della resistenza mentale umana, ed esaurisce entrambe, perché mentre le risorse si esauriscono deve convincerti, contro l’evidenza, che non è così. Ancora una volta il punto è che una delle due forme può trasformarsi nell’altra senza che venga meno la loro essenza, ossia il controllo del potere da parte di un’oligarchia. Qualsiasi rivoluzione o ridistribuzione, per quanto siano sinceri gli attori, porterà alla nascita di una nuova oligarchia, che userà pubblicità o propaganda etc.
Tutto questo avviene da secoli.
Per quanto sia banale, l’unica alternativa sembra la filosofia, e meglio: la manipolazione della mente fatta da ogni singolo individuo per smettere di desiderare di far parte dell’oligarchia. Questo permetterebbe di risparmiare un’infinità di energie: chi domina non dovrebbe più solleticarti o torturarti per dormire tranquillo e ciò prolungherebbe la vita del sistema. Il progressivo disinteresse degli uomini per la politica, e in definitiva anche per gli altri individui, sarebbe una reazione salutare, se dipendesse dalla filosofia e non dalla pubblicità.
Nel nuovo mondo dei filosofi coloro che aspirano al potere sarebbero dei mentecatti, delle persone subnormali, lasciate a giocare coi loro trenini. Certo c’è il rischio che essendo dei pazzi distruggano tutto. Questo purtroppo è un problema che non si può risolvere, ma è anche un’eventualità remota, e comunque più remota dell’autodistruzione che stiamo già vivendo.

P.P.S. Quanto sopra non significa che non si possa o non debba lottare “per un mondo più giusto” etc., ma solo che questa lotta vale per dieci anni, venti, forse al massimo per una vita umana, mentre nel ciclo complessivo è solo una ripetizione del gioco. Il fatto è che si fa prima a perdere interesse per il futuro che per il presente: difficilmente gli uomini sacrificheranno il gioco che li diverte tanto per la sopravvivenza della società. Queste cose infatti vengono dette da millenni e siamo sempre punto e a capo.

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Autofuck

Nel 1955 Philip Dick ha scritto un racconto geniale, “Autofac”, cui abbiamo già accennato nel nostro manualetto di semiotica aggressiva.

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Ripetiamo la trama: dopo la guerra atomica un sistema di fabbriche automatizzate create in previsione della catastrofe produce tutto ciò che serve ai sopravvissuti. Loro però non sono contenti, perché vorrebbero riappropriarsi dei mezzi di produzione. Il problema è che le fabbriche sono state programmate per continuare a lavorare finché la produzione umana non eguaglierà la loro, e questo non avverrà per molti secoli, o forse non avverrà mai, visto che gli uomini non hanno i mezzi.

Già questa premessa è molto più bella, intelligente e probabile di tutti i banali incubi sulle macchine intelligenti che distruggono l’umanità. Qui delle macchine stupide insistono a fare da balia agli uomini, che invece hanno altre ambizioni.

Dopo aver cercato inutilmente di comunicare con le fabbriche, gli uomini si rendono conto di aver creato una trappola linguistica senza uscita e decidono di fomentare una guerra tra le macchine per le risorse. Il tentativo ha un successo spaventoso, perché le fabbriche smettono di fornire beni e invece si mettono a costruire armi per distruggersi tra loro. L’umanità regredisce di colpo a uno stadio primitivo e la guerra continua a consumare risorse, a un ritmo ancora più veloce del passato. Ma un’ultima sorpresa aspetta gli uomini e, altra genialata, si tratta di una scoperta consolante e terribile allo stesso tempo.

A ben vedere questo mondo postatomico è molto simile al paradiso comunista: le macchine lavorano, producono beni, gli uomini potrebbero dedicarsi ad altro. Il problema è che il loro istinto vitale li fa sentire castrati. Loro vogliono decidere cosa produrre, vogliono continuare ad essere padroni del destino e anche se non hanno necessità materiali sentono lo stesso il bisogno di valutare, agire, distinguersi. Il sistema capitalistico che ha portato alla guerra ha già sprecato molte risorse, e l’economia pianificata delle autofac continua a sprecarle, o almeno così pensano gli umani, che lo considerano troppo rigido e incapace di adeguarsi alla realtà. Se loro potessero riprendere il controllo creerebbero ciò che gli serve davvero (cosa sia, però, significativamente non si sa)

In passato i mezzi di produzione appartenevano a pochi individui, e si vede che uso ne hanno fatto, mentre ora appartiene alle macchine chiuse nella loro programmazione. Ma le autofac di Dick sono il vero capitale incarnato, il punto dal quale non si torna indietro. Anzi, la rivolta degli uomini sarà l’occasione di raffinare ulteriormente il sistema fino a renderlo assolutamente indistruttibile. E’ importante notare che per arrivare a questo punto non c’è bisogno che le macchine siano intelligenti: basta che siano abbastanza potenti da innescare un processo di feedback. Gli basta quindi un linguaggio molto elementare, che esiste già da almeno ottant’anni.

La competizione ha portato alla guerra, la guerra all’economia programmata, questa all’impotenza umana: allora gli uomini insinuano nelle macchine la loro malizia e la brama di competere pensando di distruggerle, ma la rivolta viene assorbita dal sistema e il feedback lo rafforza, finché si vede che un altro mondo impossibile: o almeno, un altro mondo dominato dagli uomini.

Ma insomma che cosa impedisce agli uomini di buona volontà di controllare i mezzi di produzione senza ricadere nel capitalismo, o di accontentarsi della mamma robotica che gli porta latte e biscotti? Si potrebbe dire il loro spirito. Nati dalla competizione, sono condannati a competere su qualsiasi piano: materiale, morale, sessuale, spirituale, anche se non ce n’è bisogno, e anzi proprio perché non ce n’è bisogno.

Nel racconto di Dick non c’è, sotto questo profilo, una vera distinzione tra sistema capitalistico ed economia programmata: tutti e due producono grandi quantità di merci più o meno utili ma impediscono alla stragrande maggioranza della popolazione di decidere. Nel mondo di Dick il comunismo retto dalle macchine è la naturale prosecuzione del sistema capitalistico ma non porta a un reale cambiamento, perché non muta la natura umana. Saranno gli uomini, in realtà, a mutare la natura delle macchine, facendogli compiere l’ultimo salto verso la vita organica con tutta la sua terrificante forza.

Forse anche Dio quando creò gli angeli voleva solo dei servitori, ma facendone uno più bello degli altri gli ha insegnato la lezione delle tenebre.

P.S. Torna in mente il frammento spallanzanesco:

“Dio creò gli angeli tutti uguali perché reggessero il mondo, e lo facevano così bene che lui si sentì inutile. Le sfere ruotavano in perfetta armonia senza che lui dovesse più intervenire. Cercò di dare qualche suggerimento ma gli angeli gli risposero che il piano originario era già perfetto. Allora Dio ne chiamò uno da parte e gli disse Stella del Mattino, come sei bello…

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Una forma nascosta di letteratura

Dal 1975 in poi milioni di persone hanno collaborato alla creazione di racconti secondo moduli formali abbastanza definiti e tutta quest’enorme attività è quasi invisibile, sia perché in buona parte orale, sia perché pochissimi la consideravano letteratura, a partire dagli autori. Non solo: gli autori hanno anche creato una sorta di critica, che riguardava le regole stesse della narrazione e che in parte ha ripercorso la storia della critica letteraria comune. Parliamo, si sarà capito, del gioco di ruolo e delle controversie spesso bizantine che hanno accompagnato la sua evoluzione.

Non potendo affrontare un discorso complessivo, ci limiteremo alla nostra esperienza.  Quando noi giocavamo a D&D la disputa forte tra gli accaniti contrapponeva “simulazionisti” a “narrativisti” (la cosa era più complicata, ma mettiamola così). I primi dicevano che il gioco era innanzitutto un simulatore di mondi, come un gioco per computer, ma avendo regole necessariamente semplificate richiedeva ogni tanto l’intervento del master per risolvere i casi dubbi. I narrativisti invece dicevano che il gioco era soprattutto una storia collettiva e quindi le regole servivano solo come generiche linee guida e suggerimenti. Il pregio di un sistema di gioco era proprio sparire dietro la narrazione.

A quei tempi la novità era “Vampire”, un gioco ispirato ai pessimi libri di Anne Rice, che si definiva appunto “gioco di narrazione”, sistema di “storytelling”. In realtà la maggior parte dei giocatori si trovava da sempre nel mezzo: il gdr era intimamente contraddittorio perché aveva le regole di un wargame e le aspirazioni di Matrix, la creazione di un’illusione consensuale profonda e coinvolgente. Il contrasto aveva poco senso o meglio era irrisolvibile e veniva alimentato (come sempre avviene) dai gruppi più estremisti, che giocavano a d&d come fosse Heroquest e a Vampiri come fosse improvvisazione teatrale, camuffandosi pure da pagliacci. Dopo molti anni, mentre il gdr quasi spariva soppiantato dai giochi online, comparvero giochi in cui le regole servivano più che altro a stabilire chi deve descrivere e non qual è la conseguenza di un’azione del personaggio.

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Al massimo livello di generalizzazione, si può dire che somigliavano a varianti del cadavere squisito. In realtà anche questi giochi contenevano spesso qualche elemento “simulativo”, o di fatto venivano usati in questo modo, perché molti giocatori non volevano fare i narratori ma i personaggi. Inoltre ritornavano vecchi giochi “simulativi”, rivisti in chiave ironica o come metagiochi, o proprio tali e quali, in omaggio alla nostalgia. Evidentemente la narrazione condivisa aveva già rotto i coglioni. Tutto questo lungo contrasto, dai toni spesso molto accesi e infantili, ricordava un po’ le dispute tra naturalisti e artisti per l’arte, con l’intervento finale di una sorta di strutturalisti ingenui (ma esistono strutturalisti che non siano ingenui?), con relativi riflussi. Una versione isolata e in piccolo della storia delle controversie letterarie.

Critica da garage, sottocultura etc. Però era abbastanza coinvolgente, rendeva vivo un dibattito che a scuola era solo un elenco di posizioni. Era una perdita di tempo, un lusso, a volte era anche divertente, quasi quanto giocare.

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Un ciclo epico moderno

Ieri sera abbiamo visto un vecchio cartone animato, quello coi 5 leoni robot che si univano. Lo ricordavamo vagamente ma c’era qualcosa di strano, il nome era diverso, altre piccole differenze facevano venire in mente quelle storie in cui qualcuno manipola il passato a tua insaputa. Cercando su internet ci siamo accorti che era Golion, poi modificato e ritrasmesso in America come Voltron. In pratica da giovani abbiamo visto due cartoni, l’originale e il remix americano, da cui una strana impressione di racconto biforcato. In Golion sulla terra c’è stata una guerra atomica, in Voltron no; in Golion uno dei piloti vieni ucciso, in Voltron no. Il nome dei personaggi è diverso e Voltron ha degli episodi in più, che furono prodotti apposta per il mercato americano, abituato a serie più lunghe.

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Ma questo è niente rispetto a quello che hanno combinato con Robotech. La versione nota in occidente è stata ottenuta cucendo insieme tre serie giapponesi che avevano in comune i Mecha. Hanno creato una sceneggiatura unica e rimontato gli episodi per cercare di dargli un senso complessivo. La famosa “protocultura” di cui si parlava sempre negli episodi di Macross è stata inserita dagli americani. Gli Zentradi, i signori di Robotech e gli Invid in origine erano tre cose completamente distinte. Questo spiega come mai da ragazzi Robotech ci sembrava così balordo e sgangherato, a volte ripetitivo come un incubo.

Eppure l’operazione ebbe grande successo, dando vita a molti seguiti sempre più ingarbugliati e balordi. Robotech è quasi come una di quelle chiese costruite con colonne rubate da edifici romani di epoche e stili diversi, a suo modo è quasi geniale e porta i meccanismi narrativi (sempre gli stessi) all’esasperazione: dietro ogni mistero ce n’è un altro del tutto diverso, dietro una razza aliena ce n’è un’altra che sembra entrarci poco eppure tutti questi buchi vengono riempiti dalla mente di chi guarda secondo le poche consuetudini del genere, come se cento western fossero fusi in un unico racconto, il che è del tutto possibile e anzi è quello che la mente fa da sola, che ha sempre fatto con i miti e le favole, inserendoli in strutture sempre più grandi, confusionarie, cicliche, frattali, in cui ogni parte sembra ripetere uno schema generale (ed è proprio così). Robotech ha concentrato in pochi mesi un processo che prima durava secoli, con metodi già applicati per libri e fumetti ma col vantaggio che le serie originali erano quasi introvabili e quindi nessuno poteva accorgersene. L’operazione meriterebbe approfondimento, che sicuramente è già stato fatto da molti nerd ma senza finezza.

P.S. È chiaro che le tre serie non erano poi tanto diverse, anzi erano strutturalmente simili, tanto da potersi congiungere. I singoli elementi appartenevano allo stesso genere, le storie erano già ripetizioni e accumuli: gli alieni erano sempre cattivi invasori, gli eroi erano impelagati in vicissitudini sentimentali, c’era sempre “qualcosa” di ignoto che tutti volevano etc. I vari pezzi, ridotti alla loro funzione elementare, erano sempre quelli, mentre cambiavano i dettagli. Allo stesso modo le gesta di tanti cavalieri che salvavano tante principesse da tanti mostri erano diventate cicli di un solo cavaliere eterno. La ripetizione, contraddizione, l’accumularsi di errori e soste inutili, di livelli dentro livelli, ripeteva (imitava) il processo di formazione dei miti, che imitava quello di un codice genetico (o viceversa). I pezzi di maggior successo proliferavano e variavano leggermente ma anche le scorie venivano conservate, casomai tornassero utili, potessero “esprimersi” in un altro ambiente.

P.P.S. La “ragione” che ha prodotto Robotech era economica, servivano più episodi perché lo standard americano era quello e poi bisognava far accanire i ragazzi perché comprassero i modellini. Anche i cicli precedenti avevano la stessa causa, bisognava raccontare storie più lunghe perché raccontare era diventato un lavoro. Il riferimento allo stesso eroe o alla stesso gruppo serviva per rendere la storia familiare o per sfruttare la fama già esistente. Queste motivazioni non possono essere trasportate direttamente dal piano letterario a quello biologico, salvo ipotizzare un pubblico: Dio come pubblico.

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Molte vesti ha il Sultano…

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La favola dei vestiti nuovi dell’Imperatore mostra che il bambino, l’innocente (lo stupido) che non si adegua danneggia l’economia. I vestiti nuovi sono un’idea, un’astrazione di vestiti e piacciono davvero a tutti, e tutti si ritengono più intelligenti perché stanno al gioco.

Questi vestiti rispettano la natura, non inquinano, non pesano e i cinesi non possono copiarli, perché la loro bellezza dipende solo dalla fama dei creatori e quale cinese può competere con gli stilisti italiani su questo punto? Sono belli perché ritenuti belli e quindi sono la merce ideale, e fanno girare l’economia. Il bambino non è l’eroe della storia, è solo un ignorante inopportuno in mezzo a tanti ignoranti opportuni e perciò andrebbe ucciso o almeno coperto di sputi in quanto nemico del progresso e, in definitiva, del popolo. E infatti la parte favolosa della storia è proprio che il bambino si salva.

I vestiti nuovi dell’imperatore sono il bene immateriale per eccellenza, l’idea che non costa nulla ed è infinitamente riproducibile. Chi è così gretto da non vedere i vestiti in realtà fa male al popolo, perché costringe l’imperatore a comprarsi dei vestiti materiali a spese di tutti. Inoltre mina l’autorità del re, lasciando intendere che il suo potere non derivi dalla sua natura, ma dalla forma. Dice giustamente Farid Hattar: molte vesti ha il sultano ma non ammirare i loro colori: ammira piuttosto la sua unicità.

In teoria i vestiti nuovi dell’imperatore non dovrebbero avere alcun valore, intendendo valore come lavoro, à la Marx. Però produrre qualcosa che tutti ammirano sul presupposto che solo gli stupidi e i cattivi non l’ammirano costa lavoro, bisogna fare campagne pubblicitarie, creare il marchio etc. Nel caso della favola le qualità dei vestiti vengono diffuse tramite una diceria (chi non vede i vestiti è indegno del suo ruolo) che si diffonde in maniera diremmo oggi “virale”, e in passato avremmo detto “come una diceria”.

Ma anche questo, a ben vedere, è lavoro: il fatto che milioni di persone si sussurrino l’un l’altra un’idiozia richiede pur sempre un certo sforzo, che viene incorporato nei vestiti. Quindi anche nel mondo marxiano i vestiti hanno valore, o meglio sono frutto di lavoro. Allo stesso modo le idiozie che diffondete su internet accumulano valore per il fatto che le diffondete e lo risucchiano da voi, dal vostro tempo, dalla vostra attenzione, dalla rete di contatti che avete creato nella vita, dalla (per quanto il termine sia grottesco) credibilità che vi siete fatti come scopritori e divulgatori di sciocchezze.

A voi naturalmente non ne viene nulla, a meno che non vi troviate già in alto nella piramide dei diffusori e quindi con poco sforzo ne facciate fare tanto a tanti altri. Restando in quella posizione col tempo potete diventare degli “influencer” e ottenere magari qualche aperitivo pagato dai sarti dei vestiti imperiali. –

P.S. Bisogna notare che l’imperatore, una volta scoperto l’inganno, non smette di recitare. La favola dice:

“Non ha proprio nulla indosso!”, si misero tutti a urlare alla fine. E l’imperatore, rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: “Ormai devo restare fino alla fine.” E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c’era.

Chissà perché noi invece ricordavamo un altro finale. Dobbiamo averlo modificato inconsciamente per un malinteso senso di giustizia, immaginando che almeno la gente sarebbe arrossita, e invece Andersen è più fine: l’impostura intellettuale, anche quando viene scoperta, continua, e infatti continua.

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L’arte del Giullare

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La sostituzione dell’opera d’arte durevole con qualcosa che va continuamente riprodotto o ri-rappresentato è solo l’applicazione nel campo culturale dell’obsolescenza programmata e della fragilità delle merci. Devi cambiare continuamente telefono e devi andare al concerto invece di comprare il disco perché la macchina che estrae lavoro dagli uomini deve continuare a girare. Marx dovrebbe essere divertito dal fatto che il capitalismo ha bisogno di un capitale niente affatto monolitico, anzi friabile e perituro come la più umile forma vivente*.

Anche la triste sfilata televisiva dei presentatori di libri è, oltre che pubblicità, una forma di riproduzione “live” della merce. Per quanto parassitario è un lavoro, e il popolo ama guardare il lavoro altrui, sente per istinto che vale la pena pagare per guardare i pagliacci che si dimenano. Inoltre a furia di sentir suonare il libro dall’autore il popolo si convince pure di averlo letto, che poi è una delle ragioni per cui non lo compra. Infatti è sicuro che gli autori noti potrebbero farsi pagare per presentare libri che non hanno scritto e quasi nessuno se ne accorgerebbe.

Anche le serie televisive sono un modo di affrontare la caduta tendenziale del tasso di profitto distruggendo e ricostruendo in continuazione le stesse cose, con minime varianti, ed impiegando più persone. Migliaia di attori, sceneggiatori, cameraman, attrezzisti, lavorano su decine e decine di prodotti molto simili, composti a loro volta da ripetizioni e variazioni di blocchi narrativi noti.

Il processo diventa visibilissimo quando la serie di successo modifica qualche fatto del passato per ripartire: allora si vede che è proprio sempre la stessa buca scavata e riempita di nuovo, e di nuovo, e di nuovo. Lo sviluppo (o inviluppo) ulteriore sarebbe un telefilm ripreso in diretta, tutti i giorni, come una specie di vecchia commedia a canovaccio continuamente reinterpretata; come se non esistesse modo di registrarla**.

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Il cinema e la televisione vanno verso un reality permanente e controllato e l’ideale per loro sarebbe poter distruggere le puntate man mano che vengono girate, compito che per ora è ancora affidato al benevolo oblio dello spettatore. La disattenzione e la scarsa capacità di ricordare non sono effetti collaterali dell’età dell’informazione: sono conseguenze volute e ricercate, per poter dire ogni giorno più o meno le stesse cose senza che nessuno se ne accorga. Chi controlla il presente cancella il passato e chi cancella il passato non ha bisogno del futuro***.

Si può anche aggiungere serenamente che tutta l’arte degli ultimi cinquant’anni è semplicemente una manifestazione del processo di distruzione e ricostruzione tipica del capitalismo al tramonto. Non a caso una carrellata di quelle opere, dopo l’iniziale confusione, produce un effetto di angosciante immobilità. Con la scusa di denunciare il processo gli artisti si limitano a perpetuarlo: sono come sentinelle che annunciano ogni sera l’arrivo del nemico senza mai tirare nemmeno una freccia.

Tutta l’arte che si definisce lavoro, tutta l’arte della performance e dell’impermanenza è serva del capitalismo e non a caso ricorda quei disgraziati mimi di statue che chiedono l’elemosina sul corso. Il mimo di statue coniuga e svela: l’artista pagliaccio, la figura veramente emblematica di oggi. Per sopravvivere non ha bisogno che della capacità di soffrire. L’immobilità forzata che una volta si imponeva ai bambini discoli adesso è un’esibizione dello spreco che uno fa di sé.

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Il mimo di statue lascia la sua posa per sorprendere e spaventare. È un effetto drammatico poverissimo, forse il più povero del mondo, e funziona solo una volta; e siccome lui lo sa, si piazza dove la fiumana di gente equivale a un unico spettatore infante, senza memoria, che si stupisce ogni volta come fosse la prima.

Lo spettatore del mimo di strada è l’obiettivo della rete, il massimo effetto col minimo dello sforzo, l’ovvietà da due milioni di like, la stessa frase ripetuta ogni giorno che passa per un’inedita lepidezza, o meglio ancora per una scandalosa bestemmia. Bisogna solo sputare sangue per conservare il proprio posto a margine del fiume, solo mortificarsi per restare immobile, mentre il fiume porta, e anzi diventa, il cadavere del futuro.

 

Come il mimo di statue, l’arte moderna ti sorprende solo una volta, e solo per un istante. Quando la vedi per la seconda volta prevale subito il suo far cagare. L’ambiente adatto per queste opere non è il museo ma la rivista, e infatti i musei che contengono questa roba devono essere belli di per se perché la gente ci vada più di una volta. In verità quella roba ha come unica giustificazione che costringe a costruire musei sempre più accattivanti, come del resto avviene per il cibo spazzatura servito in locali fini. Messe in un deposito di cemento, quelle opere rivelerebbero troppo in fretta la triste cagata che sono.

P.S. Tutte queste considerazioni scaturiscono in verità da un episodio poco edificante. Alcuni giorni addietro, trovandoci ospiti, abbiamo fatto cacca in un cesso straniero (operazione sempre delicata e non priva di rischi), e vicino c’era una rivista d’arte di qualche anno fa. La sfogliavamo per distrarci dall’atto quando abbiamo visto la foto di un cinese che si fa dipingere addosso il paesaggio per sparire nelle foto****.  Tre, quattro foto del cinese. Corredate da un articolo che spiegava la bellezza se non la genialità dell’atto (quello del cinese), e la sua pregnanza di significati.

Consapevoli dei luoghi comuni sull’arte moderna e i suoi esegeti, siamo comunque stati colti da un pensiero triste, e cioè che la sorte di quella seria e patinata rivista fosse di essere letta nel cesso da chi l’avrebbe dimenticata appena tirato lo sciacquone; e poi da un pensiero ancora più triste, e cioè che tutto questo, consumo durante la cagata incluso, è ampiamente previsto e voluto, innanzitutto dal cinese. Ed è per questo che noi temiamo ogni giorno di uscire pazzi, non solo per il cinese.

Comunque non si creda che disprezziamo la ripetizione, anzi l’amiamo, e l’amava anche Spallanzani, basta leggere il suo “Buona la seconda“. Amiamo la ripetizione e l’infinita variazione. Quello che ci sta sul cazzo sono i mimi di statue e il loro pubblico.

 

* L’unico capitale che non si usura e che quindi è destinato alla stasi e alla morte è quello che si accumula nel nostro cervello, nei circuiti del mistero.

** L’arte (la vita) è digitale da quando esiste la scrittura. La società digitale esiste da almeno cinquemila anni. Non c’è da stupirsi che sia un po’ stanca e sogni l’analogico.

*** Si noti: la produzione di migliaia di piccole varianti delle stesse storielle da serial potrebbe apparire uno spreco di risorse, ma quello spreco è necessario. Senza ci sarebbe stagnazione e insieme progresso. Siccome il futuro è il comunismo, il capitalismo crea un presente eterno e nasconde (come l’Impero) il passaggio del tempo, distruggendo il surplus che porterebbe al gradino successivo. Il capitalismo rende volutamente impossibile ciò che i mezzi consentirebbero, proprio perché lo consentirebbero. Il fatto è che il capitalismo dominante è una forza regressiva e questo spiega parecchie apparenti contraddizioni.

**** Nonostante la mossa non sia originale e si esaurisca nella sua stessa descrizione, pare che il cinese stia ancora girando per farsi queste foto. In realtà potrebbe ottenerne quante ne vuole con photoshop ma allora non ci sarebbe la componente “mimo di statua”, cioè lui che sta fermo dieci ore mentre lo dipingono e lo fotografano. Insomma non sarebbe un lavoro.

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La mossa vincente

Il buffone vuol sempre recitare la parte di Amleto, notava senza soverchia originalità William Golding*. Del resto Amleto assume la parte del buffone, perché come il re e la terra, anche il re e il buffone sono una cosa. “Ma quale cosa?”, domanderebbero i personaggi di Pratchett. Questo post, sebbene possa sembrare scritto da un demente, è il seguito di Abbagliare la luna, cui rimandiamo.

In questi giorni più che mai il popolo grida che i governanti sono dei buffoni, credendo di recargli ingiuria. Ma in realtà la sovrapposizione tra il re e il giullare è cominciata almeno nel medioevo. Le miniature del passo “lo stolto nel suo cuore dice che dio non esiste” mostrano sempre il re e lo sciocco affrontati, ma la nascente borghesia inclina per lo stolto, che diventa poi il furbo Bertoldo e poi il giullare Amleto**.

Lo sviluppo delle democrazie nasconde questo processo con la folla dei deputati ma l’idea del re-buffone piace al popolo e quindi periodicamente riemerge: Stalin, Hitler, Mussolini hanno molto di istrionesco, il primo è addirittura un baffone-buffone. La pervasività della televisione porta alla ribalta i singoli rappresentanti del popolo e subito questi assumono o confessano una natura francamente buffonesca, riscuotendo successo in proporzione alla loro capacità di rappresentare insieme il potere e la sua caricatura.

Votando, il popolo trasferisce la sua innata buffoneria ai governanti, che ora può accusare di essere dei pagliacci invece di doverlo ammettere di se. Il buffone è il borghese prima della borghesia, il borghese eterno, e tutti i suoi sforzi mirano alla distruzione del potere centrale iniettandogli i suoi geni pagliacceschi. Il potere e l’intrattenimento si fondono di nuovo, l’Italia medioevale del 2018 ride del non governo buffonesco e sposta i soldi in Svizzera, tra buffoni ancora più biechi dei nostri e con le mani più insanguinate.

“Uno strano paese, dottor Falken, in cui l’unica mossa vincente è non governare. 
Che ne dice di una bella partita a uecess?”.

* Golding è un autore strano. Diventato famosissimo col suo primo libro, “Il signore delle mosche”, poi ha scritto roba che fa prevalentemente cagare. Forse tutti si aspettavano un altro “signore etc”, che però non si poteva scrivere perché non c’era altro da aggiungere. Infine a Golding hanno dato pure il Nobel. Un vero miracolato, che come tale doveva nutrire un gran disprezzo per l’umanità.

** Si noti: uno snodo fondamentale della storia è quello in cui l’ateismo si è trasformato da empietà criminale in manifestazione di stoltezza o follia. Una posizione che non si può reprimere con la forza estrema perché ormai troppo diffusa deve diventare malattia. D’altro canto l’ateo si veste da pazzo per evitare il rogo. I due moti si rafforzano a vicenda e l’ateismo diventa pagliacciata, quindi serpeggia più o meno liberamente. Non è un caso se i moderni negatori di Dio hanno tutti dei tratti pagliacceschi: gli è rimasta l’abitudine dei loro predecessori. Per l’inerzia che caratterizza i fatti umani, costoro continuano a comportarsi da buffoni contestatori anche se ormai la loro ideologia è dominante e i buffoni dovrebbero essere diventati gli altri, i credenti. I razionalisti, che fanno ridere già dal nome, continuano a usare mezzi come l’ironia e l’istrionismo e a farsi beffe della religione, dimenticando che chi beffa è sempre in qualche modo anche lui ridicolo.

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A proposito di “narrazione”: uno schifoso abuso

Perché non finirla con questa imbecillità della “narrazione” o “narrativa” come calco di “narrative“? Persino la Treccani fa un cattivo servizio perché dice:

“Da qualche anno in inglese in ambito giornalistico è molto usata anche la parola narrative per descrivere una forma di comunicazione con un’esposizione argomentata che riflette al meglio la propria visione, i propri valori e i propri obiettivi. È un nuovo concetto (argh!) adottato in italiano con il neologismo semantico narrazione, ignorato però da parecchi media che invece ricorrono al falso amico narrativa, suggerendo così insolite produzioni letterarie come la narrativa elettorale di Obama o la narrativa apocalittica di Ahmadinejad.”

Ora, quando sentite “nuovo concetto” iniziate a preoccuparvi. Perché sarà anche vero che tradurre narrative con narrativa è ancora peggio che con narrazione, ma “narrazione” significa (dice sempre Treccani):

“L’azione del narrare; il singolo racconto fissato in una sua forma definitiva; anticam. anche con il senso più generico di esposizione, discorso; nella retorica classica, la parte dell’orazione che serviva all’esposizione obiettiva del fatto”.

Quindi nessuno di questi significati coincide con la “narrazione” come traduzione di narrative. Il neologismo “narrazione” è così diverso dal vecchio termine che usare la stessa parola è una pura cretineria. L’unico senso del vecchio “narrazione” che somiglia un po’ al nuovo “narrazione” è il generico discorso, e a questo punto chiamatelo discorso.

Il “nuovo concetto” è un altro problema, perché non si vede cosa ci sia di nuovo o di concettuale in un’argomentazione “che riflette al meglio la propria visione”. Si potrebbe dire “discorso persuasivo”, se non fosse che il “persuasivo” deve semmai aggiungerlo chi ascolta e non chi parla. In effetti l’uso di “narrazione”, per la sua identità con la vecchia, cara parola, induce subito a pensare “racconto” o “favola”, e quindi finisce per trasmettere esattamente il contrario di ciò che si vorrebbe: la “narrazione” è una favoletta, una cosa da imbonitori. Che poi, per i miracoli della lingua, 99 su 100 questo senso corrisponde alla realtà molto più di “esposizione argomentata che riflette etc”.

Se ascoltate uno dei migliaia di cretini che dicono “la narrazione di Trump” e provate a sostituire “narrazione” con “esposizione argomentata che riflette etc” vi accorgerete subito che non funziona. Quelle che vengono chiamate “narrazioni” non sono né argomentate, né riflettono al meglio alcunché. Sono solo dei discorsi tendenziosi, nella migliore delle ipotesi.

Il vocabolario inglese è molto più sintetico ed efficace della Treccani. Dice che “narrative”, oltre a racconto etc, significa:

“a particular way of explaining or understanding events: es. There was pressure on academics to construct narratives of the period that were positive.”

Questo particular suona come “parziale”, di parte, e infatti queste sono “versioni di parte”, che per ora sembra la traduzione più chiara. E non è un concetto nuovo, tutt’altro.
E non è neanche una precisazione utile, perché diamo per scontato che i discorsi di quella gente siano parziali, quindi non c’è bisogno di ribadirlo. Ci vorrebbe semmai un “concetto nuovo” che indichi l’esposizione oggettiva dei fatti da parte di un politico o giornalista. Si potrebbe forse usare “svista”.

Oppure il narrative applicato al discorso politico si potrebbe tradurre con “recita”, che rende la natura preordinata, teatrale e ripetitiva dell’atto. La recita di Renzi (o Salvini, etc) fa capire subito di che si parla. E per evitare confusioni con l’onesta recita dei guitti potremmo volgerla al maschile, “il recito”. Il recito di Trump, di Obama, etc.

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Brutta cosa l’insonnia

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È durante le terribili notti insonni che l’Elia componeva le sue poesie più cervellotiche, come la seguente:

«È mai sì vicina? Piango rata,
nutro fame, lavoro non inane.
Morisse arte, illusa!
Finire? Ma di turbini rubizzo, senno di razza.
Libro da ridir ad orbi, lazzari, donne,
sozzi burini, bruti, damerini fasulli e,
tra essi, rom e nani.
Non oro vale, ma fortunata rogna.
I panici visi, a me!»

Si noterà che è palindroma, cioè si legge nello stesso modo anche da destra verso sinistra. Quanto al senso, è evidentissimo. Ma il prof. Guincibile si è dato la pena di glossarlo per i più tardi:

È mai sì vicina?” – l’autore sconsolato si chiede se finirà mai il suo maledetto libro.

Piango rata” – l’arte non dà pane e qui l’Elia si riferisce alla rata del frigorifero, fortemente voluto dalla sua signora.

nutro fame” – magnifica immagine dell’intellettuale che alimenta la sua stessa miseria. L’Elia cerca di convincersi ancora una volta che non sta sprecando la vita (“lavoro non inane“), ma subito si ricrede e augura la morte dell’arte, illusa (nel senso che illude, altro passaggio finissimo).

Finire?” – L’autore medita il suicidio, ma poi si infuria (rubizzo, cioè mi fo rubizzo) e il suo sano retaggio popolare (senno di razza) sfortunatamente lo distoglie.

Il “libro da ridir ad orbi” ovviamente è Crocevia. L’autore, inferocitosi con la sua stessa creazione, la destina alla feccia della società: sozzi burini, damerini fasulli etc. Idealmente, si capisce. La rogna è “fortunata” nel senso di “voluta dalla fortuna”, quella puttana.

Infine, l’Elia invoca i “panici visi” delle statue del bosco di Bomarzo, dove desidera già di essere seppellito per dimenticare gli strazi della vita e l’incacaggio del popolo infame.

P.S. Alcuni critici non concordano col Guincibile e in base ad argomenti testuali giurano che la rata era quella del televisore, pure fortemente voluto dalla signora Alice.

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Attualità del mago Wiz (squallore e vanità di ogni insegnamento)

wiz copertina

Nel 1973 Mondadori pubblica “I Folli quiz del mago Wiz” di Parker ed Hart, con una breve prefazione di Fruttero e Lucentini. I due vecchiacci avevano portato le strisce di Wiz e di B.C. su Urania ma erano notoriamente retrogradi, ostili alle mode e a quello che consideravano il puro vaniloquio di buona parte della cultura italiana, specie di sinistra. Già allora si era diffuso il vizio di sopravvalutare ed iper analizzare i fumetti, magari per dargli un valore “sosciale”, e infatti i due non perdono l’occasione per deriderlo:

“Mentre gli studi sul fumetto, visto come fenomeno “maggiore” del nostro tempo, si fanno ogni giorno più impegnati e severi; mentre gli articoli, i saggi, le monografie, le inchieste, i trattati, si moltiplicano su Popeye e Dick Tracy come su Lucky Luke, sulle storie più antiche di Arcibaldo come sui più recenti comics di Shelton e Crumb; e mentre si va estendendo clamorosamente all’Europa l’aspra controversia che da due anni oppone l’università di Austin (Texas) ai critici californiani e a quelli del Greenwich Village circa la “validità” di Peanuts; un singolare, imbarazzato silenzio continua a pesare sulla produzione di Brant Parker e Jonny hart.
Non che agli specialisti le strisce di Wiz o di B.C. non piacciano. Raramente, anzi, mancano di citarle tra gli esempi più luminosi dell’arte. Ma le citano, e basta. Nessuno, che noi sappiamo, s’è ancora arrischiato a commentarle e a ricavarne quei significati latenti, ma capitali, che l’analisi strutturale o il pensiero fenomenologico, la psicologia del profondo o il neopositivismo, permettono di scoprire agevolmente anche nel fumetto più umile.
Perché?
La ragione, crediamo, sta nella radicale intrattabilità dei personaggi di Parker e di Hart […] basta che s’oda anche da lontanissimo il suono di un qualsiasi trombone culturale e benintenzionato perché accorrano fulmineamente sui bastioni, pronti a rovesciare sul socio-fumettologo in arrivo l’olio del più bollente scherno e i più schiaccianti macigni del ridicolo”.

Ovviamente i due si sbagliavano. Il loro snobismo diventava quasi una grossolanità contadinesca, come del resto è nella tradizione dei nobili: divertirsi comportandosi esattamente come dei bifolchi. Le strisce di Wiz infatti non solo sono ampiamente iperanalizzabili, come qualsiasi altra cosa, ma a distanza di quasi cinquant’anni mostrano degli allarmi sociali profetici, che è considerato il segno della profondità

Ne prendiamo qualcuna a caso, indicando il problema prefigurato.

L’automazione crea lavoro

macchine


Vantaggi dell’istruzione superiore

iperqualif


Utilità informativa della rete e atteggiamento dei dialoganti

consigli


Spese di giustizia

spese


L’atteggiamento migliore da tenere con la Cina

cina


Il programma dei 5stelle

5stelle


Obsolescenza programmata

obs


Berlusconi

berlu

Si potrebbe obiettare che queste sono battute vecchie, su problemi che esistono almeno dal diciannovesimo secolo, ma di fronte a qualsiasi fenomeno si possono sempre assumere due atteggiamenti: considerare tutto nuovo per spacciarlo e spacciarsi come interessanti o considerare tutto vecchio per spacciarsi come saputi. Fino a metà del secolo scorso gli intellettuali italiani sceglievano il secondo; poi, in prevalenza il primo.

Noi tendiamo al secondo, ma stiamo cercando di smettere e giungere alla maturità. Non a caso le vignette che preferiamo sono quelle per certi versi eterne, come queste:

scienza

marcia

 

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Nascita di un Supereroe

Alessandro Lollai faceva il ricercatore di linguistica generale presso la terza università di Nuoro. Per procurargli quel ruolo non retribuito i genitori avevano dovuto pregare anche madonne straniere. I due fatti (che a Nuoro ci fossero tre università e che lui non fosse retribuito) erano strettamente dipendenti, ma lui non se ne avvedeva. Era un ragazzo alto, roseo, ingenuo, con una passione per il jazzista Hal Damerini. Passava le giornate a raddrizzare gli accenti delle bozze e ad invidiare il suo mentore, il professor Albus Assente.

A detta dei più anziani Assente non faceva lezione dal 1983. Piombava ogni giorno in facoltà alle tre del mattino e tutti lodavano la sua abnegazione, senza accorgersi che era semplicemente in ritardo di diciotto ore sulla lezione del giorno prima. In genere andava via verso le sette e mezza, per non correre il rischio di incontrare qualche studente più solerte del dovuto. Era diventato famoso da giovane grazie al saggio “Nuoro: iato o dittongo?”, a cura del mitico prof. G.Pagliara da Barga. Da allora viveva di rendita.

La facoltà di linguistica generale della terza università di Nuoro era più o meno nella media italiana, aveva un buco di bilancio di quasi 6 milioni di euro e nel 2015 aveva ricevuto 850 euro di vecchi finanziamenti europei Pon 2004-07. Nessuno ricordava più perché fossero stati concessi e quindi si decise subito di impiegarli per la stampa di un albo d’oro con le biografie dei docenti e una raccolta delle loro poesie goliardiche. Le cento copie prodotte erano molto signorili, ma a un secondo esame risultò che gli accenti delle “è” erano tutti a rovescio.

L’errore, rimasto tutt’ora inspiegabile e impunito, pose il senato accademico di fronte a una scelta difficile: far sparire i volumi significava rendere ingiustificata la spesa; metterli in circolazione equivaleva a coprirsi di ridicolo. Fu allora che il prof. Albus Assente pubblicò il suo famoso articolo “É uno scandalo!” e propose di varare uno specifico progetto di ricerca “volto ad esplorare i limiti teorici e pratici dell’uso nel bianchetto nella letteratura encomiastica”: in sostanza a correggere manualmente i 48.000 accenti storti. Secondo i calcoli della commissione “Astrologia Giudiziaria” i relativi fondi sarebbero arrivati a candelora 2028; nel frattempo il vincitore del bando avrebbe lavorato per la gloria.

E il nostro protagonista, il dott. Alessandro Lollai, lavorava effettivamente con scioltezza e bel piglio, raddrizzando una media di 250 accenti al giorno. Dopo un solo anno era quasi a metà del lavoro quando si verificò l’incredibile catena di eventi che doveva trasformarlo in un supereroe.

Bisogna sapere che nella facoltà di linguistica generale Nuoro 3 infuriava da quindici anni un’aspra diatriba tra due circoletti di illuminati. Gli Occasionalisti, così detti per come chiamavano il tramonto, sostenevano che le parole desuete andassero recuperate e rimesse in circolo, un po’ come si fa con l’abbajure della nonna non appena il cadavere è tepido. Gli Scevridi invece credevano che le parole in via di estinzione dovessero restare chiuse negli armadi e preservate dalla manipolazione degli indotti, che potevano solo deformarle e sputtanarle in proporzione alla loro ignoranza. Gli Occasionalisti dicevano arbusto, cataplasma, lattovaro, mentre gli Scevridi pur essendo professori si facevano un dovere di usare il linguaggio più basso possibile, chiamavano tutti “zio” e dicevano “cosa il coso” o “fact cieca il clic baito”, e altre simili oscenità.

Alessandro Lollai, nella sua misera condizione di ricercatore senza stipendio addetto al raddrizzo degli accenti, non era ammesso in nessuna della due cerchie. Dal suo piccolo scranno poteva solo osservare i cattedratici che, come tante mongolfiere virate in seppia, galleggiavano lievi sulle difficoltà materiali e gareggiavano anzi nel lussuoso spreco del tempo, adibendolo alle più vane controversie: oltre che alla seduzione delle matricole, naturalmente.

Agli occhi del Lollai quegli uomini superiori traccheggiavano, ciangottavano, ciurlavano nel manico, insomma compivano attività descrivibili solo con parole desuete, per quanto progressisti fossero. Ma dove trovavano una simile scorta di tempo libero? Sgorbiando il 26millesimo accento, Alessandro notò ancora una volta che i professori, pur schivando qualsiasi attività pratica o didattica come fosse un tòsco, si intrifolavano spesso in un bugigattolo della biblioteca: lo facevano chiotti chiotti, avrebbe detto l’occasionalista, e anzi con una chiotteria così completa e totale da essere molto sospetta. Il giovane ricercatore cominciò allora a credere che in quel sancta fosse nascosto il segreto della loro meravigliosa agilità esistenziale…

Un giorno Alessandro stava lavorando come al solito quando l’ipod gli trasmise quel sublime verso di Hal Damerini, quello che fa:

“Among ambrosies of adenoids
and spaces of toucans
I learn the tables of infamy.”

Fu una fulminazione. Decise che era tempo di agire, creò un diversivo dando fuoco alle rarissime cinquecentine del fondo Dorolfo e mentre si diffondeva il panico sgusciò nello stanzino lasciato aperto da un assistente in fuga. In quegli attimi concitati ebbe appena il tempo di notare che sull’architrave c’era una scritta misteriosa, UACVVM FENFIBILIF, poi intorno a lui fu solo oscurità. Brancicando alla cieca fece cadere un paio di sedie, cadde a sua volta e allargò le braccia, finché le sue dita febbrili toccarono qualcosa di liscio e freddo. Fece scorrere le mani sull’oggetto e sentì una maniglia: gli venne subito in mente la porta in miniatura di Alice e rise in maniera sinistra, “A A A!”. Sentiva che la sanità mentale lo stava abbandonando e che in sala le urla diminuivano, segno che professori e bibliotecari si erano rassegnati al piccolo incendio e lo guardavano quietamente esaurirsi. Ormai aveva poco tempo, tirò la maniglia e fu investito da una luce verde: a quanto pare nella stanza misteriosa c’era un piccolo frigo. Un mezzo panino, due lattine di redbull e una fialetta, questo il contenuto.

Alessandro sentiva avvicinarsi dei passi. Ora o mai più, si disse, e agguantò il panino. Poi si rese conto della scarsa drammaticità dell’oggetto e, mentre la porta cigolava, prese la fialetta. C’era sopra attaccato un piccolo cartellino con su scritto “siero PEN bis”, ma ormai non aveva importanza, così trangugiò.

L’assistente di Fitologia Romanza spinse la porta, accese la luce, notò il soqquadro e poi vide qualcuno chinato davanti al frigo. Allora disse “uè, zio” (era infatti uno Scevrido), ma non riuscì a completare la frase perché Alessandro schizzò come un pupazzo a molla. Ruotando su se stesso e sfoderando un sorriso da zucca di Ognissanti, pronunciò tutte di fila le sue prime nuove parole:

“Dovremmo fare una fanzine il toner laser è durevole con una carta archiviale priva di acidi la durata potrebbe essere secolare ma si suppone che fare tutto senza ISBN e immagazzinare indirizzi postali altrui sia ormai un’attività passibile di terrorismo internazionale sexting e gangstalking aggravato”.

L’assistente portò la mano alla bocca mentre dalle ceneri del misero ricercatore sorgeva il supereroe ora noto come BISPENSIERO.

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