Gesù salva, ma anche il venti naturale

Ci si può fidare dei sindacati? Il ladro del raccontino “i volatori” sta per scoprirlo.

<<alla gentile attenzione  del sig. Guerriero
Viale delle Statue Urlanti,
catacomba n.3, il Profondo.

Amico mio! E’ tanto che non ci sentiamo. Saluta gli altri per me e pregali di scusarmi per il lungo silenzio. Spero di rivedervi tutti presto. Il vostro affezionato Ladro

Arrotolò la pergamena giallastra e la consegnò ad un goblin suicida. I goblin suicidi venivano condizionati con un incantesimo di Comando: avrebbero recapitato la missiva o sarebbero morti nel tentativo. Se pure il goblin non avesse trovato il Guerriero nel luogo indicato, avrebbe continuato a cercarlo in eterno.
Tanta suscettibilità alla magia presupponeva scarsa intelligenza o volontà, e infatti molti postini vagolavano per anni, incapaci di leggere l’indirizzo o troppo grulli per chiedere indicazioni. In ogni caso, la maggior parte veniva uccisa dai destinari, che si aspettavano un mostro errante ad ogni angolo di via. Così il vecchio sistema postale andava in rovina e veniva gradualmente sostituito dalle sfere di cristallo.
Il Ladro però era un tradizionalista. Inoltre, non aveva troppa voglia di farsi vedere in faccia. “Non che loro mi abbiano mai scritto,” pensò mestamente. “Non ne sono certo, perché da quando sono andato via di casa potrebbe essere arrivata qualche lettera. Magari dovrei tornare indietro e controllare.”
Vide subito la falla in questo piano di azione. “E se non ne trovo neanche una? Finché resto in dubbio tutto può ancora essere. Meglio aspettare.” Fosse stato più sveglio, si sarebbe accorto anche della circolarità del ragionamento.
Comunque sospirò, diede qualche monetina al goblin e si decise ad andare alla corporazione dei ladri. Odiava da sempre quella gente, criminali senza un briciolo di fantasia, ma se voleva lavorare ancora non aveva altra scelta.

Nessun gruppo serio di avventurieri lo voleva. Aveva provato ad imbarcarsi con dei pivellini, ma quelli continuavano a saccheggiare cunicoli che lui conosceva a memoria. Per rendere la cosa più interessante una volta si era persino bendato, mettendoli tutti in imbarazzo. Dopo quel momento, aveva conosciuto la solitudine.
Tremando al pensiero, il Ladro bussò al portone della Gilda. Gli aprirono due brutti ceffi d’ordinanza. Si rivolse loro nella lingua segreta dei ladri, chiedendo di essere condotto dal Re Brigante. Quelli si guardarono a lungo e poi gli portarono un mango. Il Ladro ripeté la sua filastrocca e aggiunse una stretta di mano in codice. Il più alto dei due gli diede del pederasta.
Esasperato, il Ladro provò con la lingua dell’allineamento. Scelta poco saggia, perché il caotico è appunto tale e una frase semplice come “portami dal tuo capo” può significare indifferentemente “voglio mangiarti il fegato” o “grattami dove prude”, il che spiega pure l’alta percentuale di zuffe negli eserciti dei cattivi di ogni epoca.
“Ma come parla questo?”- fece il più alto dei due ladroni.
“Sarai mica una specie di elfo, eh, franco?”- si insospettì il bassotto.
“Ma… ma come…”- balbettò il Ladro -“nemmeno il caotico capite più… e la lingua franca…”
Il viso sfregiato del bassotto si contrasse in un ghigno: “oh, ma questa è tutta roba della vecchia edizione. Oggigiorno non s’usano più, franco, e anche noi ladri parliamo come bravi cristiani. Quanti anni è che non venivi a bottega?”
“Beh, cinque o sei, ma…”
“Però la matricola ce l’hai ancora, non è vero? Perché sennò tocca che ti riscrivi da capo e via a scalare pertiche finché non ti vengono i calli…”
“No no, eccola qui, l’ho conservata.”
“Bravo franco, caccia la carta… uhm…”
“Volevo parlare con il Brigante,” ricominciò timidamente il Ladro.
“See, seeee… vieni con noi… per te questo e altro, franco…”
“Essì, il rispetto per gli anziani è la prima cosa…”
“… e se alla tua vedova servisse qualcosa, conta su di noi.”
I due ceffi fecero “ahr ahr” in sincrono e il Ladro intuì che doveva essere una loro barzelletta neolitica. Sforzandosi di non urlare, trasferì l’attenzione sull’ambiente che stavano attraversando: soliti corridoi bui e contorti, soliti stanzoni dove i giovani ladri imparavano a lanciare il coltello o a camminare sulle corde tese. Palestre, dormitori, seminari su ‘improvvisare un alibi’ e ‘rapina di gruppo’, refettori pieni di tagliole, gogne, tutto l’armamentario. Varcarono diverse porte nascoste e si trovarono di fronte ad un’enorme scrivania di mogano. Dietro, il Re Brigante, grasso e unto come di costume.
A sentirlo farfugliare il Ladro si illuminò e credette per un istante di poter rispolverare la lingua segreta, ma poi si accorse che il ciccione aveva soltanto qualcosa in bocca. Dell’ovatta, probabilmente.
“I mmio cuooore si d’lata a rivedere stu picciotto!”- riuscì infine ad esalare il Brigante. I due ceffi lo affiancarono e fecero le viste di gustare fino in fondo quelle sagge parole.
“Brigante, io davanti a te mi svuoto le tasche!” recitò il Ladro, ripescando frammenti del catechismo ladresco.
“Ma che ddici, ma che svuoooti! Vieni qua, fatti abbracciare,” sorrise il Brigante, “che te le svuoto io!”
“Oh oh oh.”
“Che gliele svuota lui!”
“Ahr ahr.”
“L’hai sentito?”
“Uaz UAZ!”
Mentre i tre si abbracciavano strangolandosi dalle risate il Ladro pensò, non per la prima volta, che la sua sorte poteva essere peggiore. Davvero, si disse, potrei essere stato creato hobbit. Devo convincermi che questa non è una tragedia ma un’opportunità. Sì, devo essere propositivo e ottimizzare la situazione. Oh oh. Vedere il lato positivo. Oh oH OH. MERDA!
Il Brigante si asciugò le lacrime dal faccione congestionato e riprese, più intasato di prima: “E così, un lavuòro vuoi, eh? Comme ai tempi beeelli, eh? Ho quéllo che ffa ppe tte! Che mi dici di questa?”
Srotolò una mappa sulla scrivania e i due ladroni si affrettarono a bloccarne i lembi. Il Ladro sporse la testa a guardare, tutto entusiata. Ora si trovava a pochi centimetri da quelle tre facce. Dopo un istante sussurrò: “E’ la casa del prevosto di Luln. La riconosco, ci sono stato tre anni fa in esplorazione. Bella cucina, spaziosa. I cani da guardia sono sul mio libro paga. Brigante, dammi un pennello che te la ridecoro da dentro!”
“Lo sapèvo che eri un professionista. Bravo! bravo.” Anche il Brigante abbassò la voce e gli poggiò una mano sulla spalla. I due ladroni lo imitarono. “Allora tu èntri e…”
“Che devo prendere? La cassaforte è facile, ma il prevosto è onesto e quindi non è ricco. Ci sono dei documenti importanti?”
“E fammi pallare! Nènti devi prendere. Ci devi portare una cosa… una…”
Adesso erano tutti abbracciati. Tre paia d’occhi arrossati fissarono il Ladro in silenzio. Tre paia di labbra si mossero in modo impercettibile.
“Cosa?” chiese il ladro in un sospiro.
“Una… ohmhah.”
“Che cosa??”, ripetè sussurrando, al limite dell’udibile.
“Ah?” fece il Brigante. Presero a dondolarsi attorno alla scrivania.
“Come?”
“Una che?”
“…ohmhah…”
“?!”
“Che disse?”
“Disse ‘ah?’.”
“Che?”
“Che disse, nun’ho’ capisco…”
“Disse-”
“AARGH!” esplose il Ladro e smaniando si staccò dai tre. “Che dite? Dio vi stramaledica, cosa devo portare?”
“UNA BOOOMBA!” urlarono quelli.
Silenzio.
“Una bomba ci devi portare. Che ti credevi, che ci volevamo fare il regalo di nozze? Una bomba. BO-M-BA! Hai capito?”
Il Brigante ricadde seduto e cercò di ricomporsi. “La booomba. Sotto il letto ce la devi mettere. Troppo ha sbagliato connòi!”
“Ma ma ma” -il ladro cercava freneticamente una via di scampo – “ah ah ah… ma per questo servizio non ti servo io, Brigante. Qualunque ladruncolo può scassinare la porta e lasciare un avvertimento…”
“Quale avvettimento? L’avvettimento già glielo demmo… e continuò a sbagliare. La casa piena di guardie è. Ci serve uno bravo.”
“Okkey, va bene, ma quando lui se ne va la guardia lo segue e allora è facile entra-“, azzardò il Ladro.
“Ma lo sentìte? Se ne va. E dove va?” Il Brigante gesticolò gaio e iniziò a sputare saliva. “A spasso va? A passeggio? no, quello a noi viene a rompere la minghia. A noi, che ci spezziamo la schiena per fare stu mestiere!” Battè la mano tozza sulla mappa:”Quando sta a casa, ce la devi mettere. Quando ci sta lui e tutta la razza sua.”
“Brigante, questo non è lavoro per noi,” il Ladro indietreggiò, “chiama quegli altri, chiama gli assassini. Noi queste cose non le facciamo… io non dico niente ma noi queste cose non le abbiamo mai fatte.”
“E ti credi che ce lo fanno pè piacere? I soldi, vogliono. I soldi, e tanti. Troppi. E quell’ominicchio non vale tanto.”
Il Ladro era vicino alla porta. Cercò di percepire se c’era qualcuno dietro. Continuando a spostare lo sguardo dal Brigante ai due ceffi, abbassò la mano verso il pugnale.
“Come un figghio ti ho accolto. Come un figghio ti tratto. E nel momento del bisogno, tu mi sputi in faccia.”- sibilò il grassone.
“Brigante, massimo rispetto per te…”
“E allora fallo!”
“…ma io non uccido gente inerme.”
Lo disse piano, come a sè stesso. Tastò la porta con la sinistra. Chiusa. Sono morto, pensò. Sono morto.
“Come un figghio, ma tu…” Il grassone si frugò in grembo e tirò fuori un pistolone. Un mezzo archibugio, a dire la verità. Non erano ancora tanto affidabili, ma abbastanza letali sì. Teneva il Ladro sotto mira e scuoteva la testa, avvilito. I due ladri gli si avvicinarono. Per la prima volta sembravano calmi, solenni. Snudarono i coltelli.
“No, Brigante, non arriviamo a questo.” Due posso stenderli, ragionò in fretta, e se il grassone mi manca lo scanno, così che mi resta da uccidere solo tutta la corporazione per uscire di qui. Allora voglio essere sicuro di ammazzare te, faccia di porco. Te solo. Sì.
“Parliamone,” iniziò il Ladro, e si lanciò. Sentì una fitta nel fianco, montò sulla scrivania, afferrò la canna dell’archibugio, alzò la lama, un frastuono, un boato, caldo nell’orecchio, fetore, fetore dolciastro, ancora un momento, perché tremo? perché? il buio.

* * *

Precipitava. A braccia spalancate, il fiato strozzato dalla velocità, attraversava in un lampo pozzi e cunicoli sprofondando in una caverna dai riflessi rossastri. Ancora più veloce, le pareti si allontanavano fino a svanire. Di nuovo buio, senza fine. Si muoveva ancora? Impossibile dirlo.
Forse galleggiava nel vuoto. Allora questa è la morte, si disse.
“Sei il solito esaltato,” brontolò qualcuno. Il Ladro cercò di seguire la voce, piegò le braccia come per nuotare, e vide il Nano. La barba emergeva appena dalle tenebre.
“Quante storie.”
“Sei qui?” pensò il Ladro. “Aiutami!”
“E quanta superbia,” aggiunse la voce del Prete, “credevi forse di poter diventare Vera Carne?”
“Prete!” gridò il Ladro all’apparire di una pianeta verde tenue. “Hai cambiato di nuovo fede? E come fai a reggerti nel vuoto?”
Qualcosa lo toccò, facendolo ruotare lentamente. “So cosa provi. Puoi ancora scegliere”. Era il Guerriero, la sua grossa mano di un nero lucente.
“Siete tutti qui…” piagnucolò il Ladro. “Ragazzi, non sapete cos’ho passato…”. Di nuovo la sensazione di movimento. Piegò indietro il collo. Sopra di lui orbitava il Mago. Stava comodamente sdraiato su un libro grosso come un letto a due piazze e con dita pigre tracciava il testo: “Qui dice che una pistola non dovrebbe fare tanto tanto…”
“Sei sempre stato un piagnone”, sentenziò la barba del Nano.
“Tu non sanguini, né senti la fatica. Di ferro le tue ossa, la tua mano è ferma…” salmodiava il Prete.
“Il gioco continua. Il gioco è tutto ciò che sei”, nella voce del Guerriero c’era una strana tristezza, mentre quella del Mago insisté, pedante: “… e mi pare anche che hai diritto ad un attacco in più… vediamo nell’indice.”
“Cosa dite?” Le vaghe immagini turbinarono e iniziarono a dissolversi. Il ladro tentò di seguirle. “Io sento dolore, e nostalgia. Sono vivo, ero vivo. Voi non siete reali, voi! Siete solo nella mia mente… ma dove andate?”
“Ma vedi di restare coi piedi per terra…”
“…senza graffi la tua armatura, invisibili i tuoi passi…”
“puoi smettere. Se vuoi, puoi smettere.”
“tra l’altro, avevi l’iniziativa.”
“Guarda la realtà!”
“…almeno +8…”
“…niente dubbi, nessuna paura…”
“passami le patatine.”
“…e la Maestria, non la vogliamo contare?..”
“…a quel livello…”
Il Ladro sfrecciò verso l’alto, si immerse nel vago chiarore e pensò di essere impazzito. Per un istante gli era sembrato di vedere un cerchio di visi immensi, deformati dalla prospettiva. Le loro narici riempivano l’orizzonte, le bocche tuonavano come un uragano che si infrange. Si tappò le orecchie perché non esplodessero.
“…basta un 20 naturale e sei a posto…”
“…va bene interpretare, ma questo esagera…”
“…hai barato! Ti ho visto!”
“…io? Io sono super partes.”
“…see seeeee.”
“adesso ritiri!”
Qualcosa si dirigeva verso di lui. Istoriato di simboli sconosciuti, da puntolino lontano crebbe fino alle dimensioni di una rupe, e continuava ad avvicinarsi. Mi schiaccerà!, tremò il Ladro. Si contorse, nel disperato tentativo di fuggire.
Troppo tardi.
SBRAAANG!

* * *

Nella stanza puzzolente il Ladro da riverso che era schizzò in piedi con un unico movimento. Spalancò la bocca in un respiro senza fine, i polmoni in fiamme, le mani contratte come artigli. Ai tre ladroni caddero le armi di mano mentre lo fissavano inebetiti.
“Miiiinchia!”
“E’ riuscito a salvare.”
“Disarmare lo dovevi!”
“Fottuti siamo…”
Il Ladro si stava guardando, incredulo di essere ancora intero. Aveva un pugnale piantato fino all’elsa nel fianco e alzando la mano si accorse che gli mancava un orecchio, ma si sentiva bene, sapeva di avere punti vita a sufficienza. Niente dolore, niente stanchezza.
Con un gesto automatico sfilò il pugnale dalla ferita e lo lanciò contro il grassone, inchiodandolo al muro per il bavero. La porta della stanza si aprì di qualche centimetro. Sbucarono diverse facce di ladruncoli curiosi.
“Che succede?”
“Cos’era quello sparo?”
“E questo chi è?”
Il Ladro approfittò del loro stupore per dare una spallata alla porta, rovesciarli a terra e precipitarsi lungo il corridoio. Facendo scattare decine di attacchi di opportunità, raggiunse il portone della gilda, si arrampicò fino alla lunetta e scivolò fuori.
Nonostante fosse pieno giorno, si appiattì nel vano della porta e aspettò che gli inseguitori lo superassero. Una nuova forza lo invadeva, la sicurezza dei suoi talenti. Rimase nascosto nell’ombra per una mezz’ora, mentre tutti i ladri della gilda si agitavano a pochi passi da lui. Colto da noia, e anche per rendere la cosa più stimolante, si accese una sigaretta.
Niente. Non lo vedevano. Ammazzò ancora qualche minuto fischiettando una nota canzonetta comica, poi, visto che non serviva, si allontanò placido. E fu proprio allora che, voltato l’angolo del rigattiere, si imbatté nel Prete.>>

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Tredici nani sulla cassa del drago

La magia, come la tecnologia, crea disoccupati. Quando basta un incantesimo per aprire qualsiasi lucchetto, a che serve più un ladro di settimo livello? Vediamo che ne pensavano Letizia e lo zio Elia nel seguito del raccontino “I Volatori

<<II

Con la massima attenzione, il Ladro terminò gli svolazzi del suo cartello:

Ladro d’alta classe Offresi
Veterano di molte&strane Imprese
No Perditempo, Sì Mercenari!

In principio aveva pensato di scriverlo in rune invisibili e poi si era chiesto come gli fosse venuta in mente un’idea così stupida. Lo inchiodò al portone del suo ampio, vuoto palazzotto e si dispose ad aspettare.
Nemmeno un’ora dopo sentì bussare in tono imperioso. Provò un pizzico di sollievo. Sono uno stimato professionista, si disse. Un uomo dai mille talenti. Avrò la fila alla mia porta. Gliela farò vedere. Sono impaziente di cominciare una nuova vita. Chi sarà mai?
Aprì la porta e si trovò davanti un bel vecchione alto e solido, con una barba da padreterno. Vestito di grigio, stringeva in una mano il classico bastone bitorzoluto dei Maghi e nell’altra una pipa delle dimensioni di un sassofono. Il visitatore sbuffò un anello di fumo dall’odore assai sospetto e cercò di focalizzare lo sguardo. I suoi ridenti occhi azzurri spiccavano ancora di più a causa delle pupille ridotte a puntini. “Oh oh oh!”, esclamò un po’ disorientato, come per prendere tempo. “Amico mio! Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ci siamo visti?”
“Veramente…” cominciò il Ladro, ma quello l’aveva già scostato dalla soglia e si stava facendo strada in casa.
“Vedo che hai rimodernato. Bravo!”, sbraitò il vecchio, tamburellando col bastone su alcuni soprammobili e mandandoli in frantumi. “Hai messo anche degli infissi più sensati, se posso dire la mia.”
“Senta, io…” Il Ladro si voltò per seguirlo. Alle sue spalle spuntarono tredici cappelli rossi. La voce potente del Mago rimbombava dalla fine del corridoio.
“La cucina è sempre di là, vero?”, chiese avviandosi con passo sicuro nello sgabuzzino. “Ma che vergogna! E’ tutto buio e freddo. Dov’è finita la tua proverbiale ospitalità?”
“Stia attento! Lì dentro ci sono-”
“Qui ci vuole un po’ di vivida luce! Kaz-ah!”
Dallo stanzino sgorgò una fiammata che incendiò i preziosi arazzi e scaraventò il vecchio contro la parete opposta. Il ladro si precipitò a soccorrerlo. Con il suo orecchio allenato gli sembrò di udire sotto il rombo del fuoco tanti passetti.
“Sta bene? Cosa le è venuto in mente di-”
“Ahi, che sorte malefica!”, mormorò quello. “Una fiamma di Udùn! E io sono già stanco…”
“Vecchio ma di che diavolo stai parlando?”
“Fuggite, pazzi!”, insistette il mago, con lo sguardo febbricitante. Un sudore acre gli imperlava la fronte. “Fuggite!” Il Ladro raccolse la pipa frantumata, l’annusò ed ebbe un capogiro. Pollo arrosto, commentò sottovoce. Ora è tutto chiaro.
“Va bene nonno. Mi hai dato fuoco alla casa ma non fa niente. Adesso sloggia.”
“Come! È questo il modo di parlare al tuo amico e mentore?”
“Vecchio pazzo, io non ti ho mai visto!”
Dalla cucina venne un rumore di piatti frantumati. Il Ladro abbandonò il pazzo ai suoi vaneggiamenti e si appiattì contro il muro, poi scivolò felpato verso la porta. Sporse appena la testa: la cucina era piena di nani. Stavano saccheggiando la dispensa e dopo aver ripulito ogni piatto lo sbattevano a terra con gorgoglii di piacere. Neri da capo a piedi per il fango e la fuliggine, imbrattavano pavimento e pareti con la loro sozzura. Due dei più ribaldi avevano tirato fuori tutti i pentoloni per usarli come batteria.
“Piccoli bastardi, io vi…”
“Bene! Vedo che hai incontrato i nostri amici”, tuonò il vecchio, che intanto gli era strisciato alle spalle. “Lascia che ti presenti questi nobili signori: quello con il fiasco a gargamella è Ori, loro capo e bardo di prima forza.” -il destinatario di tanta presentazione sorrise e gratificò i presenti di un rutto poderoso- “e i due che si azzuffano sotto la tavola per un cosciotto sono Oni e Obi, suoi nipoti. Poi vengono Osi, Oci, Opi, Oki e Oxi, valenti guerrieri, mentre Oli, Oti, Owi, Ogi e Ofi sono dei fabbri rinomati, ma non ci giurerei. Maledetti nani! Sono tutti uguali e per i nomi hanno la fantasia di un asino morto.”
Il Ladro stava per mettersi ad urlare quando tutti i nani gli si gettarono ai piedi e si misero in coro al suo servizio. Quattro giurarono di vendicare la sua morte con un bagno di sangue mentre uno si spinse fino a chiedergli una ciocca di capelli in sempiterno ricordo.
“Vecchiaccio della malora,” strepitò il Ladro, mezzo soffocato dalle effusioni nanesche, “sparisci dalla mia vista e portati via questa banda di straccioni, prima che chiami le guardie!”
“Oh oh oh! Che eri un giocherellone lo sapevo, ma non ti pare di esagerare? Suvvia, sediamoci e parliamo d’affari.” Così dicendo, il vecchio afferrò il Ladro per un gomito e lo trascinò senza sforzo fino alla tavola, che sgombrò dalle stoviglie superstiti con un’energica bracciata.
“Ma si può sapere cosa vuoi da me? Bada che sono un famoso assassino!”
“Oh, no. Un ladro, questo sì. E un ladro è appunto quel che cerchiamo. Guarda!” Sempre trattenendolo per un braccio, il mago sfilò dal barbone una mappa tarlata e la spianò sulla tavola. Mostrava le terre orientali. Al centro spiccava una montagna disseminata di grosse X; in alto, la sagoma di un drago. “Stupisci! Questa è la mappa del perduto regno di Ohi!, mitico re sotto la montagna e fastidioso lagnone.”
A queste parole i tredici nani si raccolsero in religioso silenzio.
“E allora? Cosa vuoi che mi importi?”
“Non sei stato tu ad appendere quel cartello qui fuori? Ebbene, siamo venuti per procurarci i tuoi servigi.”
“Vecchio, a parte il resto tu e questi ladri di galline dei tuoi compari non potreste permettervi il mio onorario neanche in mille anni.”
“Parli così perché ci vedi adesso, laceri e raminghi,” intervenne fieramente il capo nano, “ma mostreresti meno spocchia nella dorata Glunglundrang, sala d’armi del mio popolo da prima che nascesse il sole! Ah, lo splendore dei preziosi alla luce delle lanterne incantate! Oh, il dolce mormorio delle arpe nel mattino della mia giovinezza!”
“Proprio!”, rincarò il vecchio. “Pulisciti la bocca prima di rivolgerti in questo modo ad Ori, discendente di re ed erede del tesoro segreto.”
“Ma quale erede! Il regno perduto di Ohi! è solo una favola per balordi”.
Il vecchio abbassò la voce e assunse un’aria cospiratoria: “Questo è ciò che si è sempre creduto, ma io ho svolto incessanti ricerche per scoprire la verità. Mille e più anni fa la montagna d’oro fu attaccata dal terribile drago Smàil, che sorprese i suoi abitanti e li derubò di tutte le loro ricchezze.”
“A morte il ladrone!”, intonarono i nani.
“Chiaro, a morte”, concesse il vecchio. Poi continuò la sua storia: “L’erede di Ohi vagabondò fino alle terre occidentali portando con sé…” “…questa antica mappa”, continuò il Ladro, come se leggesse da un copione. “Aspetta, lasciami indovinare il resto. Scommetto che il nano si ridusse a fare qualche lavoro umile e ridicolo tipo, che so, lo spazzacamino, ma tramandò lavoro, mappa e storia a suo figlio, che fece lo stesso col suo, e così via. E tutto si sarebbe perso nelle nebbie del tempo se la provvidenza non avesse mandato te a ritrovare la mappa e il legittimo erede al trono.”
“Che sarei io”, aggiunse servizievole il nano sporcaccione.
“Che sarebbe lui,” sospirò il Ladro. Per la prima volta il viso del mago mostrò qualcosa di diverso dal folle entusiasmo.
“Ehi, è proprio così. Ma tu come fai a-”
“E non è finita, vecchio,” riprese amaramente il Ladro. “Qualcosa mi dice pure che la mappa indica l’accesso segreto alla montagna, che porta dritto al giaciglio dorato di Smàil.”
“Già, e infatti tu de-”
“Io dovrei intrufolarmi nel condotto segreto, nascondermi nelle ombre, strisciare silenzioso fino al rettile addormentato per prenderlo di sorpresa e pugnalarlo alle spalle. Giusto?”
“Eeeeesatto!” Il mago mollò la presa, indietreggiò allargando le braccia e sembrò farsi più alto quando montò sui calli di Owi. Il ruggito di dolore del nano sottolineò come un tuono le parole del vecchio. “Sì, già lo vedo. Cullato da falsa sicurezza il drago ronfa ignaro, pancia all’aria. Tu sollevi la lama seghettata e gliela pianti nella gola!”.
Cominciò a sbavare. “Siiii. Ora la bestia si dibatte inutilmente, annega nel suo nero sangue, straziata dall’agonia! Muori, bastardo!”
“Ehi vecchio, datti una calmata…”
“Noooo, deve soffrire fino all’ultimo! E poi bruceremo la sua carcassa rosa dai vermi e useremo le sue ceneri come latrina. AHAHAHA! Questo ed altro per il trionfo del bene!”
“Povero drago, quasi mi dispiace…”, sussurrò Owi a Oti. O a Obi. Comunque, a un altro nano.
Ora il volto del vecchio era solcato da un rictus che lo faceva somigliare ad una zucca di halloween. “E poi ricostruiremo il regno dei nani. Non che se lo meritino, bada bene… maledetti nani! Ma come, dico io, vivete chiusi in una fortezza di roccia e vi fate sorprendere da un drago! Una bestiaccia lunga venti metri! Solo dei perfetti idioti potevano cascare nel vecchio trucco del ‘toc toc. Chi è? Un amico’”.
A sentir rievocare le disgrazie del loro popolo molti nani scoppiarono in lacrime e si strapparono la barba. Il Ladro invece si appoggiò alla parete, come piegato da una stanchezza senza fine. “Suvvia,” gli urlò il vecchio, “sbrigati a raccattare la tua roba perché la via fugge senza fine e chi la trova più? Magari per stanotte è sparita. Partiamo subito”.
Prendendosi la faccia tra le mani, con voce affranta il Ladro tentò di spiegare: “Vecchio babbeo, cerca di ragionare per l’amor di dio! Non c’è nessun tesoro, nessun drago. E se anche ci fosse, credi davvero che in mille anni non si sarebbe accorto della porta segreta? Con tutto quel tempo a disposizione avrà imbottito la montagna di mostriciattoli asserviti e tappezzato i corridoi di trappole. Avviati pure nella sua tana con questa fanfara di nani beoni, se sei stanco di campare.”
“Sciocco mortale! Smàil è un vecchio scapolone solitario. Quanto alle trappole, come farebbe a piazzarle? E’ un drago, mica un carpentiere.”
“Lo fanno, lo fanno,” osservò con aria saputa il Ladro.
“E va bene, forse è così, ma la mappa…”
“Puoi fartici i ricci con la tua fottuta mappa! Non vedi che ci sono X stampate dappertutto? Come puoi credere che sia vera?”
“C’è una spiegazione semplicissima,” si infervorò il vecchio, ma nel suo tono affiorava una punta di incertezza, “tutti sanno che i nani sono avidi e sciocchi. Magari quelli che l’hanno disegnata fecero la bella pensata di piazzarci sopra tante X, in modo che un ladro non potesse capire qual è la vera porta segreta.”
“Aaargh! Se è così non la troveremo mai neanche noi!”
“Mai, che brutta parola,” ridacchiò disperatamente il vecchio. “Forse ci vorrà un po’ di tempo per provarle tutte, però ti assicuro che da quel punto in poi sarà facile come salvare il mondo dall’Oscuro Signore. Tu devi solo…”
“Vecchio,” disse il Ladro, quasi con gentilezza, “smettila, per il tuo bene. Vivi in un sogno ed è ora che ti svegli.”
“Ma ma ma… ma anche tu sapevi della leggenda. Come me lo spieghi? Qualcosa di vero deve esserci!”
Il Ladro uscì dalla stanza e dopo qualche minuto tornò con un libricino foderato di rosso. Sulla copertina c’era scritto in elfico sgrammaticato:

Andata e rittorno.
Overo, che o fatto nelle mie vacanze.
Overo, tredici nani sulla cassa del draggo.
Con molte tabule accolori.

Come ipnotizzato, il mago prese il libretto e lo sfogliò fino a trovare la pagina della mappa. Allora sembrò capire e apparve davvero grigio, e stanco.
“Li scrive un vecchio hobbit che abita appena fuori città,” spiegò il Ladro. “Puoi trovarli sulle bancarelle. Hanno cercato di farlo smettere, ma è più forte di lui. Sono anni che rimastica un libro di quindicimila pagine su un anello che rende invisibili. Ah! Come se non ce ne fosse uno in ogni famiglia appena rispettabile”.
Si sentì tirare la giacca. Il più piccolo e sporco dei nani cercava di attirare la sua attenzione. “Signore, questo vuol forse dire che io non sono davvero Obi, nipote di Ori e discendente del re sotto la montagna?”
“Già.”
“Ma io ho lasciato tutto ciò che avevo per liberare il regno dal drago!”
Il panico si diffuse tra gli altri nani.
“Anch’io…”
“La mia casa…”
“…il mio lavoro!”
“Tutto perduto.”
“Mi pareva strano…”
“Vecchio bugiardo.”
“E il dolce mormorio delle arpe nel mattino eccetera eccetera?”
“Balle!”
“Cosa faremo adesso?”
La stanza risuonò di lamenti. Il Ladro pensò che avrebbe dovuto provare soddisfazione, invece si sentiva triste. Guarda cos’ho fatto. Gli ho tolto la speranza. E’ la solita storia. L’hanno fatto a te e allora tu lo fai agli altri. Così il gelo si diffonde ogni giorno di più. Devo uscire di qui altrimenti divento pazzo. “Vecchio, io parto. Voi potete restare qui per un po’, finché non trovate un’altra sistemazione.”
“Eh? Cosa? Ah, sì. Divertiti,” esalò il mago, crollando su una sedia, “e mandaci una cartolina.”
“La dispensa è piena e nel terzo cassetto della mia scrivania c’è dell’oro. Ma mi raccomando, non aprite l’armadio in cantina. Per nessun motivo.” aggiunse il Ladro mentre usciva.
Qualcosa guizzò negli occhi del vecchio. Era debole ma ancora vivo.
“E perchè? Che c’è dentro?”
“Questo non te lo dico. E’ un segreto.”
“Non sarà mica un varco per, tipo, qualche altro universo?”
“Assolutamente no, vecchio mio. Stammi bene.”
Anche attraverso la porta di quercia il Ladro riuscì a sentire le urla. “Sveglia pelandroni! Smettetela di frignare e prendete quei picconi…”.

Mi demoliranno la casa, pensò il Ladro. Non si fermeranno prima di aver ridotto la roccia in polvere. Poi, setacceranno la polvere. Beati loro. E si incamminò nella notte.>>

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I Volatori

Gli ultimi giorni di feste si sente sempre la necessità di fare tutte quelle cose che uno avrebbe potuto fare durante le feste e non ha fatto. A noi è capitato ieri, ci è tornata voglia di giocare a D&D e abbiamo anche provato a chiamare degli amici ma sono tutti dispersi o impegnati con figli e famiglie e comunque nevicava per cui non se n’è fatto niente. Ma ogni gesto inane, ogni mossa fuori tempo massimo, ogni errore è sempre produttivo e infatti mentre cercavamo la nostra vecchia scatola rossa abbiamo trovato tra le schede dei personaggi e le mappe macchiate col caffè un piccolo plico con su scritto “I Volatori”, che apparteneva in origine a Letizia Spallanzani. Si tratta di una specie di racconto fantasy che la ragazza abbozzò e lo zio corresse. L’Elia era curioso dei gdr, assisteva spesso alle partite della nipote e aveva colto subito l’aspetto formulare del gioco e  le sue potenzialità meta-narrative. Nel testo si sente anche qualcosa che somiglia alla nostalgia. Di seguito pubblichiamo la prima parte:

<< I

L’appuntamento era alla Taverna della pertica di tre metri. Come sempre il Ladro arrivò per primo e verificò che il posto fosse sicuro. Occupò il tavolo più defilato, diede una mancia all’oste e si assicurò che la botola d’ordinanza per il Profondo fosse sprangata. A scarico di coscienza, piazzò strategicamente le sue due balestre automatiche a coprire l’ingresso. I clienti abituali, avventurieri della peggior specie, seguivano le sue manovre con palese soddisfazione.
Si era appena messo comodo quando la porta si aprì e il Nano fece il suo ingresso. Lo seguiva un individuo dall’aria malsana: curvo sotto il peso di un gigantesco elmo piumato, portava al collo rosari di ossa e pietruzze colorate. Ogni pochi passi si fermava per lanciare una moneta e riprenderla al volo.
“Non chiedere, Ladro.” minacciò il Nano sedendosi.
“Ma sotto quelle piume c’è il Prete?”
“Sta’ zitto ti dico.”
“Il capro nero dai mille germogli vi divori il fegato!”, augurò giulivo il Prete.
“Ma come ti sei conciato?” mormorò il Ladro. “Che fine ha fatto la tua tonaca con la croce fiammante?”
“Zitt-” iniziò il Nano, ma ormai il Prete era partito: “Una domanda intelligente. Acuta. Sappi che ho dismesso i panni di un sistema teologico arretrato e oscurantista” -la moneta roteò in aria- “per abbracciare una visione finalmente razionale.” La moneta atterrò sul tavolo.
Il Prete la fissò per un istante e impallidì: “Svelto, fammi sedere al tuo posto altrimenti accadrà qualcosa di orribile!”
Il Ladro fu sloggiato senza riguardi dal suo sgabello e finì per terra. Quando si rialzò, al tavolo sedeva anche il Mago. “Ti sei materializzato!” boccheggiò il Ladro. “E senza nuvolette di fumo. Un bel trucco, vecchio mio.”
Il cappuccio nero tremolò, sfarfallò e svanì senza un suono. Riapparve subito dopo all’altro capo del tavolo.
“Salve Ladro,” gracchiò, “e a voi, gente. Sentite, lo so che non è bello però stasera ho un impegno serio e non posso venire. Vi ho mandato un’immagine spettrale. Più di una, a dire il vero. C’è ancora qualche problema di interferenze karmiche per cui vi prego di parlare forte e di non fare caso a…” -con un botto l’immagine si ridusse ad un puntino luminosissimo. Quando riapparve era sospesa a tre metri dal tavolo- “… e simili. Comunque non è detto che succeda. Eventualmente, buttatevi a terra.”
Il Ladro abbassò lo sguardo sugli altri due: il Nano sembrava sprofondato in una rassegnazione millenaria, il Prete giocherellava con la moneta. Cercando di risollevare l’atmosfera, motteggiò: “Allora Prete, era questa la cosa orribile?”
“No. Era la morte della vita.”
“Oh… e l’abbiamo scampata?”, rilanciò disperatamente il Ladro.
“Ma non per molto,” si affrettò a puntualizzare l’altro. Il suo tono divenne didascalico: “Ogni istante la realtà oscilla su un abisso di caos e distruzione. Forze mostruose e incomprensibili rodono le pareti del nostro cervello. Presto respireremo oscurità.”
“Quindi tu…”
“Io ho compreso la natura fondamentalmente caotica dell’essere e ne scorgo la trama.”
“Ma se è caotica, non c’è nessuna trama.”
“Esatto. E io la scorgo lo stesso. Questo è il succo del misticismo”, concluse il Prete, raggiante.
Il Nano aveva preso da bere. Scolarono i boccali e rimasero per un po’ in silenzio. “Perciò la moneta guida i miei passi. Essa è il simbo-”
“STAI ZITTO!” ululò il Nano esasperato. “Zitto. Non ci importa niente della tua moneta. Non ci importa di quel che credi! Caos, legge, l’universo… roba per intossicati dal mercurio!”
“Incidentalmente, il mercurio è molto piacevole in certe dosi,” fece una voce dal soffitto.
“E chiacchieroni,” -continuò il Nano, intignando lentamente- “che non hanno neanche diritto di parlare, tanto più che non sono veramente qui!” Si guardò in girò: “Ma dov’è quel maledetto guerriero? Si fa tardi e noi dobbiamo parlare di cose serie.”
In quel momento la botola del Profondo prese a vibrare. La videro gonfiarsi e scricchiolare, finché esplose. Dal buio sottostante si riversò una frotta di strane creature: topi giganti sfrecciarono tra i tavoli e rovesciarono gli avventori, millepiedi lunghi un metro si arrampicarono sulle travi, melme colorate si strizzarono nei boccali più grossi e poi pipistrelli, funghi saltellanti, minuscoli goblin a cavallo di ragni, vermi porpora incrostati di monetine, coboldi. La fiumana di mostriciattoli terrorizzati sembrò esaurirsi e dalla botola spuntò il Guerriero.
“Sciò! Sciò.”
“Sei venuto dal Profondo!”, balbettò il Nano. “Tutta la schifosa strada sotto terra!”
Il Guerriero annuì soddisfatto: “La via più sicura. Ti senti le spalle coperte.”
“Di fango.” completò il Mago, e sparì in un lampo accecante.
Quando riuscirono di nuovo a vedere qualcosa, ad ogni angolo del tavolo c’era un’immagine del Mago. “Beh, vogliamo spicciarci?”, si lagnarono tutte in coro. “E’ un’ora che sto davanti a questo specchio magico e inizio ad avere mal di testa.”
“Giusto. Andiamo al sodo. Chi glielo dice?” fece il Prete.
Il Nano sospirò. I lavori sporchi toccavano sempre a lui. “Ladro, dobbiamo parlarti. Domani partiamo per la Bicocca Maledetta e…”
“Non preoccuparti. Ho già preso tutto il necessario”, lo interruppe quello. “Seicento metri di corda elfica, specchi montati su pali telescopici, il manuale degli enigmi ultima edizione…”
“No Ladro, non mi preoccupavo di questo. Sei un professionista, lo sappiamo bene. Però…”
“Però cosa?”
“Vedi, noi crediamo… ne abbiamo parlato e siamo d’accordo sul fatto che… Ladro, forse non è il caso che tu venga con noi.”
Il Ladro si rigirò quest’osservazione nella mente per alcuni secondi. Poi credette di capire: “Oh, giusto. Vuoi dire che devo andare in avanscoperta? Va bene. Dammi un’ora e parto.”
“No Ladro, non hai capito”. Il Nano tossicchiò e sembrò molto infelice. “Intendiamo dire che…”. Cercò soccorso negli altri, ma quei vigliacchi fingevano di guardasi le unghie. “Ladro, davvero, è difficile spiegare… noi non ti vogliamo. Ecco.”
Il Ladro inalberò un sorriso incredulo: “Ragazzi state scherzando, vero? Non ce l’avrete ancora con me per quella storia delle gemme di cartone… ve le ho anche restituite!”
“Non è per quello.”
“E allora?” Il Ladro iniziò a tremare. “Cosa diavolo vuol dire che non mi volete? Cos’ho fatto di male?”
“Niente, Ladro”, intervenne il Prete. “E’ proprio questo il punto. Di recente non hai fatto niente.” Fece di nuovo rimbalzare la moneta.
“Se non fosse stato per me sareste caduti almeno cento volte in trappola!”
“Un tempo, forse. Ma diciamo la verità: da quanto tempo non trovi una trappola?”
“Beh, il Mago ha l’incantesimo e non c’è bisogno di sforzare le mie raffinate capacità per queste cosette.”
“Appunto.”
“Ma questo non significa niente. Ho altri mille talenti e voi ne avete bisogno!”
“Per cosa, Ladro?”, chiese il Nano con una certa impazienza.
“Tipo, se ci fossero delle pareti verticali da scala-”
“Levitazione.”
“O guardie da sorprendere camminando nel bu-”
“Invisibilità.”
“Per le porte segrete!”
“Vendono le mappe.”
“Insomma, quando si viene al punto una bella camminata sulle corde tese chi te la fa?”
“Sono anni che giriamo assieme e quante volte c’è stato bisogno di un funambolo?”
“Potrebbe sempre succedere. Che ne sai del futuro? Chiedilo al Prete, chiedilo. Col Caos e tutto il resto la prudenza non è mai troppa.”
“Ladro, mi dispiace dirlo ma forse noi non siamo più legati a te quanto tu lo sei a noi. Al giorno d’oggi si fa tutto con la magia ed è triste vederti ciondolare dietro con le mani in mano. Lo diciamo anche per te. Hai rubato un sacco di soldi e potresti ritirarti, fare la bella vita. Non è giusto che noi rischiamo e fatichiamo e poi dobbiamo dividere per cinque.”
“Beh, se è solo questo il problema”, fece speranzoso il Ladro, “potrei anche accontentarmi di una percentuale minore. Insomma, per me è quasi un hobby.”
Il Guerriero aveva taciuto tutto il tempo. “No Ladro, non va bene. Conosci il gioco, conosci le regole. Entri, ti sbatti, prendi l’oro e poi dividi. Non si può fare per sport.”
“Gratis?”
“Non devi umiliarti. Non lo sopporterei, e neanche tu. Ascolta, anche se non vieni con noi non vuol dire che non possiamo restare amici.”
“Ma io… io… ho paura che non ci vedremo più”, piagnucolò il Ladro. Gli altri distolsero imbarazzati lo sguardo.
“Non temere. Forse per un po’ conviene che non ci vediamo ma poi…”
“In futuro…”
“Già.”
“Sicuro.”
Mi state abbandonando, si disse il Ladro. Non sono stupido, so come vanno le cose a questo mondo. Adesso dite così per farmi contento, mi date speranza per farmi mollare la presa. E magari ci credete pure, per non sentirvi tanto in colpa. Ma non tornerete.
Gli altri si alzarono, salutarono, fecero qualche altro commento di circostanza. Il Ladro non ascoltava e non li guardò neanche uscire. Strinse i pugni e continuò a rimuginare: è tutto così semplice, non servo più. Non piangere idiota! Ragiona freddamente. Se ci pensi un momento capisci che era nell’aria, doveva succedere. Al posto loro avresti fatto la stessa cosa. Però cazzo se fa male. Forse avrei potuto dire… ma allora loro avrebbero risposto… e in ogni caso hanno le loro ragioni. Ma se io li raggiungo e gli spiego che… no, così non funziona, devo trovare un altro sistema. Potrei precederli alla Bicocca per dimostrargli… anche se fosse, la prossima volta come faccio? Forse cambieranno idea… si, sentiranno la mia mancanza e verranno a cercarmi… ma perché dovrebbero?
Seduto da solo, esaminava la questione da ogni lato e come sua abitudine cercava la mossa più efficace, la soluzione dell’enigma. Si era sempre vantato di saper risolvere i problemi con l’astuzia, di capire le intenzioni degli altri, finché a furia di capire era arrivato a giustificare qualunque cosa. Per ogni ragione ce n’era una contraria e altrettanto valida. Per ogni mossa, una contromossa. Lui poteva vederle tutte e la loro somma era invariabilmente zero. Le cose restavano com’erano.
Così preso da quello strano delirio, non si accorse che il Prete era tornato dentro. Sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla e una voce gentile: “Ladro?”
Sono tornati! Non può essere. Può essere eccome! Ti illudi. Siamo amici, questo significa qualcosa. Perché devi sempre rovinare tutto? Perché ti farà soffrire. Puzzi di tomba, tutta la tua intelligenza è vuota notte. Io voglio credere.
“Ladro?”, ripeté il Prete.
“Sì?”, e in quel ‘si’ il Ladro mise tutta la speranza che restava. Si, le cose possono cambiare. Si, oltre il calcolo e la ragione, io sono io e valgo, e non rinuncerò. Mai.
“Si?”
“La moneta.”
“Eh?”
“La mia moneta. Era sul tavolo.”
Il Ladro si guardò il pugno, come se fosse quello di qualcun altro. Lo aprì e dentro c’era la monetina. “Non l’avevo… neanche… vista.”
“Immagino.”
“Tu lo sai.”
“Certo. Abitudine. Sei quel che sei. Le cose…”
“Sta’ zitto.”
“D’accordo. Ci vediamo.”
“Ci vediamo?”
“Si, ci vediamo.”
“Davvero?”, e si maledì per averlo detto.
Il Prete prese la moneta e fissandola ripeté: “Ci vediamo”.>>

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Ancora su 1984

In “1984” lo slogan “l’ignoranza é forza” non è come gli altri due, non è una contraddizione in termini come “la guerra é pace”: é l’inversione parziale di un altro slogan, “la conoscenza é forza”. Quindi nasce da un’idea che era già, in sé, un’applicazione del pensiero ideologizzato. Insomma era già qualcosa che aveva a che fare con la neolingua, sebbene in forma meno perfezionata.

Jordanbrown nota che Orwell è ingabbiato nella critica ideologica alle dittature, ma non usa lo stesso strumento su se stesso, mentre ad es. Huxley va oltre gli schematismi ideologici di Orwellsi e arriva a una distopia ulteriore, dell’uso potere biopolitico in forma più avanzata rispetto al controllo ideologico palese. La conoscenza è forza… è un po’ come il sapere è potere. Torniamo al discorso che si faceva sulla scienza/religio e la tecnica/magia: deve produrre effetti “utili”. Ecco in che senso noi siamo totalmente immersi in una neolingua che ci dice proprio questo, ma appena abbassiamo la guardia non ce ne accorgiamo più, perché é impressa dentro di noi e trasforma i nodi problematici in tautologie.

Di sicuro Huxley è più moderno e ironico e in un certo senso critica anche la critica alle dittature. Probabilmente è anche vero che Orwell voleva criticare e satireggiare la dittatura ma il suo discorso si è rivelato talmente forte e persuasivo da essere utilizzato per altri scopi, e così finiamo oggi per applicarlo anche a quello che Orwell forse non avrebbe considerato dittatura, e cioè il nostro mondo così libero, in cui il bispensiero non nasce per imposizione ma dall’interno e forse per disperazione più che per consapevole volontà di ingannare e dominare.

Comunque il nostro vago punto è che la tendenza a riunire concetti come conoscenza e forza (finendo semmai per inglobarli in una sola parola, almeno tendenzialmente) è già la neolingua, era così già ai tempi di Orwell, sessanta anni fa, e lui forse non se ne accorgeva perché pensava a “forza” come a un elemento interiore, mentre per molti stava già diventando la forza pura e semplice, forza materiale, capacità di modificare la realtà e spinta a farlo per il solo motivo che si può fare.

Pensiamo che ad Orwell quest’idea avrebbe fatto schifo. E infatti quando lui scrive che l’ignoranza è forza non intende solo che al potere conviene tenere la gente nell’ignoranza, che era un’ovvietà, ma che lo stesso potere desidera essere ignorante (innanzitutto riguardo a se stesso) perchè questo gli permette di superare qualsiasi limite dettato dalla ragione e dallo spirito umano.

L’ignoranza produce quindi innanzitutto una forza interiore, la capacità spaventosa di far soffrire per il solo motivo che si è capaci di far soffrire, senza nemmeno trarre un vantaggio se non la conferma costante di questo potere illimitato. Da ciò a sostenere che la pura e semplice pazzia è forza basta pochissimo, e infatti è stato detto.

La nostra società insomma é ormai fondata su tre slogan ancora più falsi e paradossali di quelli del grande fratello, e ancora più pericolosi, perchè sembrano ovvi:

la libertà é libertà
la pace é pace
la conoscenza é forza.

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Lapo uno di noi

Lapo Elkann sarebbe stato arrestato per aver simulato un sequestro. Come riportato da tutti i giornali,

“sarebbe sbarcato a New York per la festa del Thanksgiving, contattando un escort di 29 anni (transgender, secondo il New York Daily News) e trascorrendo con lui due giorni di eccessi tra alcol e droga. Finiti i soldi, l’escort avrebbe pagato per altra droga ed Elkann avrebbe promesso di restituire i soldi. Poi, sempre secondo i media Usa, avrebbe escogitato il piano del falso sequestro, raccontando ai propri famigliari di essere trattenuto contro la sua volontà da una donna che gli avrebbe fatto del male se non gli avessero fatto pervenire 10mila dollari.”

I familiari però non hanno ceduto, anzi:

“un rappresentante della famiglia si sarebbe quindi rivolto alla polizia, che avrebbe organizzato la finta consegna del denaro bloccando la coppia”.

A questo punto noi della Fondazione ci siamo chiesti: ma è possibile che ogni volta che questo tizio si trova nei guai la famiglia invece di coprirlo lo sputtana? E la sua situazione non ricorda, fatte le debite proporzioni, quella della maggior parte dei “giovani” italiani? Dopo le inevitabili cachinnate sui gusti di Lapo, qualcuno ha cominciato a vedere il lato umano della faccenda:

“Edoardo e Lapo sono i due Agnelli rifiutati. […] si sentivano parte di quella famiglia che li respingeva. […] Entrambi sono stati tagliati fuori. Dalla Fiat, dalla Juventus, dalla famiglia. E soprattutto lasciati soli. Con le tasche piene di quattrini e lo coca a portata di mano. […]  C’è infine da ricordare che l’idea del rilancio della Fiat 500 è stata di Lapo. […] La 500, dopo quasi 10 anni, resta a tutt’oggi l’auto Fiat più venduta, il modello che ha rilanciato l’azienda. Di John, ma non di Lapo.”

Questa difesa un po’ eccessiva rafforza però la nostra impressione. Tolti i soldi, Lapo non è altro che un quarantenne declassato, di fatto espulso dalla vita economica, che avrebbe cercato di ricattare la famiglia per soddisfare bisogni di evasione. I suoi hobby (la droga, il sesso libero) sono più o meno ciò per cui si battono tutti i giovani progressisti. La sua qualifica di “creativo” se la attribuiscono quasi tutti. Quindi è simile a moltissimi “giovani” italiani, che con ricatti più o meno velati cercano di convincere le famiglie a dargli i soldi per comprarsi cellulari e abbonamenti a sky. Perché somme maggiori non è proprio il caso di parlarne. E con tutto ciò, le famiglie non cedono, nemmeno quando si rischia di trascinare il loro nome nel fango.

Al riguardo, il cinquantesimo rapporto annuale del Censis appena pubblicato descrive proprio un paese che non avendo più nessuna fiducia nel futuro tiene i soldi stretti per timore del peggio.

“Dal 2007 a oggi gli italiani hanno accumulato 114 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva, che equivale al Pil dell’Ungheria e che rimane liquido, pronto a essere usato in una prospettiva futura di tempi ancora più bui, investito davvero in minima parte e sostanzialmente nelle mani degli anziani. […] Le famiglie con persone di riferimento che hanno meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% rispetto alla media della popolazione e  una ricchezza inferiore del 41,1%. Mentre la ricchezza degli anziani è superiore dell’84,7% rispetto ai livelli del ’91. […] C’è un unico canale di consumi che sembra convogliare la passione per gli acquisti degli italiani: la comunicazione digitale […] perché aumenta il loro potere individuale di disintermediazione.”

Cioè gli permette di scavalcare gli intermediari (che sono di norma i nipoti) e risparmiare ancora di più a danno loro. Il “giovane” italiano, che ha circa quarant’anni, può quindi solo sperare nella morte dei nonni, ma grazie al progresso della medicina i nonni vivono novant’anni e comunque grazie ai progressi dei servizi alla persona riescono spendere i loro soldi fino alla fine, e quel poco che resta lo lasciano semmai ai figli, non ai nipoti. Bisognerà quindi aspettare che muoiano anche i genitori e questo non è bello, tant’è che qualcuno proponeva di modificare le norme sulle successioni in modo che il denaro passasse direttamente dai nonni ai nipoti. In caso contrario, per vedere qualche cambiamento ci vorranno almeno altri trent’anni, durante i quali potremo tutti fare (con le debite proporzioni) come Lapo.

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Che ogni novità è solo oblio

Ogni 20-25 anni spunta qualcuno che nota l’ovvio, e cioè che non c’è sempre un rapporto positivo tra istruzione e benessere: anzi, talvolta la prima nuoce al secondo. E ogni volta che qualcuno lo nota viene guardato con stupore, come se avesse pronunciato una cazzata diabolica. Se ne discute per un po’ con accanimento, la constatazione viene apparentemente confutata con argomenti che risalgono a un secolo prima e poi tutto viene dimenticato, fino alla prossima riscoperta*.

Questa sconsolata considerazione viene dalla lettura di un vecchio libro che abbiamo trovato nella libreria piccola di Elia Spallanzani, “Disoccupazione Intellettuale e Sistema Scolastico in Italia (1859-1973)“, di Marzio Barbagli, Bologna, Il Mulino, 1974. In estrema sintesi, l’autore sostiene che c’è un rapporto positivo tra istruzione elementare e sviluppo economico, mentre per quanto riguarda l’istruzione superiore sembra esserci addirittura un rapporto opposto: più la società è povera, rigida e arretrata, più si diffonde l’insegnamento superiore.

“Formulata in modo schematico e semplificato, l’ipotesi che propongo per interpretare le informazioni esistenti é la seguente: l’espansione dell’istruzione secondaria e superiore che si ebbe nel nostro paese nella seconda metà del secolo scorso non fu dovuta allo sviluppo economico, ma all’arretratezza; non al miglioramento ma alla crescente precarietà della situazione socio-economica di alcuni ceti; non all’aumento della domanda di forza lavoro qualificata ai livelli medio inferiori ma alle difficoltà di occupazione incontrate da questa forza lavoro.”

E in forma un po’ retorica prosegue:

“Se il calzolaio, il pizzicagnolo e il falegname di cui parlava Gabelli mandarono sempre più frequentemente alle scuole e agli istituti tecnici i propri figli, se il ginnasio e liceo furono invasi dai giovani provenienti dalle famiglie dei proprietari terrieri grandi e medi, alla ricerca affannosa di una laurea in medicina o giurisprudenza, ciò fu dovuto al fatto che l’arretratezza del sistema economico italiano e la mancanza di un vasto ceto medio produttivo fecero fin dall’inizio della scuola l’unico canale di mobilità sociale”.

Per evitare confusioni forse è opportuno ribadire che l’autore si riferisce alla seconda metà del secolo decimo nono. E questa tesi, formulata nel 1974, era già vecchia di almeno un secolo, perché come nota lo stesso Barbagli se ne erano già accorti in molti. Riportiamo alcune delle sue citazioni:

“Uomini che in Inghilterra si dedicherebbero agli affari, e per essi sarebbero avviati, in Italia aumentano la fila dei disoccupati colti. Ogni bottegaio arricchito desidera vedere suo figlio avvocato, medico o impiegato civile, e spende da lire 7000 a 12500 per educarlo ad una vita inutile. A molti é impossibile aprirsi una via nelle professioni affollate: e la maggioranza, che poco o nulla può guadagnare, cerca il pane in qualche concorso bandito o strepita per ottenere un posto dal Governo. Essi e i loro genitori esercitano feroci pressioni sui deputati, e un Ministro sa che il creare un certo numero di posti non necessari può mantenergli molti collegi. E, con tutto ciò, vi è un gran residuo di gente che non può trovare un impiego” (Bolton King e Thomas Okey).

“Lo spettacolo degli spostati ci sta purtroppo continuamente dinanzi: i laureati che fanno i copisti a 20 centesimi la pagina, e segretari comunali a 800 lire l’anno… aperto il concorso ad un impiego dello stipendio di lire 1.000, per 20 posti disponibili, abbiamo veduto farvi ressa, coi loro titoli accademici, fino a 1.700 frutti secchi della società, 1.700 affamati in guanti bianchi, 1.700 spostati” (Aristide Gabelli, La riforma universitaria, 1890).

Secondo Barbagli l’eccedenza dell’offerta di laureati e diplomati sulla domanda non è un fenomeno recente ma una caratteristica endemica della società italiana fin dal 1880** e spesso ha messo gli intellettuali in una situazione di squilibrio di status, che ha prodotto una forte radicalizzazione politica.

[L’espansione dell’istruzione secondaria, causata dall’onda democratica, produce] “una quantità di medici senza malati, di avvocati senza cause, di ingegneri senza ponti e senza case da costruire e prepara nella disoccupazione e nel disinganno di tanta gente, che il bisogno costringe a discendere dal grado a cui era a gran pena salita, una fonte perenne di morbosa inquietudine e di malcontento”.

Gabelli aggiungeva che “l’usanza comune a molti letterati di disprezzare il mondo moderno, è una maniera dissimulata di presumersi degni di un altro migliore”, che poi è solo un’applicazione del “mito del mondo nuovo“. Già a metà del diciannovesimo secolo gli intellettuali (sarebbe meglio dire “gli istruiti”) declassati preoccupavano parecchio il Governo, perché costituivano notoriamente l’avanguardia delle rivoluzioni, come era già accaduto un secolo prima in Francia e come sarebbe successo di nuovo in Russia. Tra il 1890 e il 1920, alla sistematica sovrapproduzione di laureati seguirono l’emigrazione intellettuale e l’espansione incontrollata della burocrazia, in un’ottica tendenzialmente clientelare. Così, aggiungiamo noi, si otteneva l’ulteriore vantaggio di allontanare i facinorosi e incanaglire gli assimilati.

Rispetto ad altri grandi paesi europei, alla fine del diciannovesimo secolo l’Italia vantava due singolari primati: la maggiore percentuale di analfabeti e allo stesso tempo il maggior numero di laureati in proporzione agli abitanti (Ernesto Nathan, 1906). Come nota Barbagli, il fatto non è contraddittorio e si tratta solo di due facce della stessa medaglia. Inoltre il problema delle università si presentava già molto simile a quello attuale e c’era anche allora un forte conflitto tra chi intendeva ridurle e chi invece aumentarle ancora.

“Gli “abolizionisti” sostenevano l’esistenza di un numero eccessivo di università nel nostro paese e chiedevano di chiudere le minori e di concentrare le scarse risorse disponibili nello sviluppo delle maggiori […] I confronti con i dati degli altri paesi mostravano infatti che l’Italia spendeva “per istituzioni monche ed anemiche quanto e più che non spenda la Germania per i suoi splendidi centri di cultura”. […] Vi erano università con una media di sei studenti per docente. Il caso limite era costituito dalla facoltà di Scienze matematiche e naturali di Urbino, in cui vi era 5 professori e 4 studenti. […] Le spese che lo stato e gli enti locali sostenevano per far sopravvivere queste istituzioni anemiche andavano chiaramente a scapito dell’istruzione primaria”.

Il governo cercò più volte di ridurre le università ma gli interessi e le clientele locali determinarono resistenze così tenaci che tutti gli sforzi furono vani. Tra le proteste, anche quelle dei gestori di trattorie che temevano di perdere la clientela studentesca.

Inoltre Barbagli nota che la “sovrapproduzione” di laureati continuò anche nei periodi di crescita economica. Il governo cercò costantemente di rendere più difficile l’accesso agli studi superiori, ma con scarso successo. Non ci riuscì del tutto neppure il fascismo, che pure aveva trasformato la scuola in un potente sistema di indottrinamento.

Bisogna notare che nel dopoguerra i partiti di sinistra erano anche loro contrari a un ulteriore aumento di diplomati e laureati.

“La scuola immette ogni anno, con il pauroso ritmo incalzante e meccanico della macchina che nessuno regola e controlla, una sempre crescente massa di spostati nella vita del paese. Non é vero che la scuola non assorba elementi “poveri”, specialmente di piccola e piccolissima borghesia urbana e rurale. Li assorbe, strappandoli al loro abituale ambiente di lavoro, non per farveli rientrare con più alta qualifica o capacità direttiva, ma per trasformarli il elementi improduttivi che cercano il posto, il grado sociale più elevato – eventualmente, per disperazione o ambizione, anche nelle milizie nere degli avventurieri e dei predoni” (L. Lombardo Radice, Rinascita, febbraio 1945).

“L’italia ha un bubbone che è necessario estirpare al più presto: il bubbone dottorale” (Concetto Marchesi).

Incidentalmente, possiamo ricordare che due scrittori-tecnici come Levi (chimico) e Gadda (ingegnere) hanno raccontato le loro difficoltà economiche e il secondo è stato costretto anche ad emigrare.

All’inizio degli anni sessanta, però, cominciò a diffondersi l’idea che in Italia scarseggiassero i laureati. Così riteneva la Svimez (vedi ad es. L’università nello sviluppo economico italiano), e col senno di poi viene da pensare che la valutazione non fosse proprio neutrale. Lo sviluppo economico aveva effettivamente assorbito parte della “disoccupazione intellettuale” ed era già iniziato il processo di auto-alimentazione della scuola, per cui i laureati disoccupati ripiegavano sull’insegnamento e quindi reclamavano più clienti, ossia più scuole e più scolari. Tuttavia secondo Barbagli sostenere che vi fosse addirittura un deficit di formazione era solo una pia illusione. Tutt’al più poteva esserci uno squilibrio tra specializzazioni prodotte e richieste: in altre parole, c’erano troppi avvocati e pochi ingegneri. Ma, contrariamente a quel che sostenevano gli ottimisti, la disoccupazione colpiva anche i tecnici.

Le modifiche al sistema scolastico, che eliminarono ogni ostacolo al passaggio dalle scuole superiori all’università, avrebbero poi aumentato esponenzialmente il numero degli “spostati” e le illusioni di un futuro di crescita inarrestabile. La sinistra avrebbe cavalcato (e cavalca ancora) questo processo, sia alla ricerca del consenso, sia per genuino accecamento ideologico.

L’illusione però colpì soprattutto i ceti istruiti, a riprova della loro sostanziale abdicazione al pensiero. Vivendo in un’economia rachitica e con una struttura sociale quasi immobile, gli ignoranti non si illudevano affatto che i figli potessero vivere da signori: sapevano che il “pezzo di carta” poteva forse servire a cercare “il posto”, ma non vedevano nessuna alternativa. In ciò, l’Italia ricordava la Cina sclerotizzata e povera menzionata anche nei racconti, in cui l’unica speranza dei giovani era imparare a memoria le sentenze di Confucio per superare l’esame da funzionario pubblico. Parliamo più o meno di mille anni fa.

* Come sanno i giornalisti, affinché il popolo si interessi a un argomento bisogna presentarlo sempre come nuovo, e ciò vale a maggior ragione per le persone educate. Secondo Schopenhauer veniamo addestrati a leggere tutti insieme le cose spacciate come ultime novità, per avere periodicamente del materiale di conversazione e risparmiarci la fatica di pensare. Ma Schopenhauer era un reazionario invidioso del successo altrui e le sue tesi finirono subito nella categoria delle ovvietà provocatorie, cioè di quelle cose tutto sommato vere e inevitabili che, proprio perché tali, possono essere messe da parte senza doverci più pensare. Perciò vengono dimenticate fino alla loro prossima apparizione, quando per un attimo sembreranno argute provocazioni e di nuovo verranno subito dimenticate.

** Se ne erano accorti anche i preti. Sempre contrari all’istruzione del popolo, perchè arrecava scostumatezza, avevano però giustamente intuito che non c’erano proprio le condizioni: “Adunque effetto ordinario di questa istruzione [popolare] è, o di destare l’orgoglio del sapere in una plebe ignorante, che si stima addottorata solo perchè non confonde l’acca colla zeta, e non iscambia il numero sei col numero nove; o di spostare una turba di poveri e presuntuosi disgraziati dal luogo in cui la Provvidenza li avea fatti nascere, per indurli a cercar pane e ventura nella riboccante greppia dello Stato, dei municipii e delle private compagnie o famiglie; col doppio utile di empire le città e le terre di oziosi affamati, pronti sempre a vendersi per ogni impresa a chi li compra; e di costringere lo Stato e i municipii ad aumentare impieghi, per isfamare la caterva di questi infelici istrutti, i quali assaltano a centinaia il primo posticino che riman vuoto in una qualsiasi mangiatoia” (da “Civiltà Cattolica” 1876).

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Nel mondo della verità

Il popolo usa ancora quest’espressione, che non sappiamo se venga da qualche versetto: “ora è nella verità”: e si dice dei morti. Che soli, a quanto pare, godono di quella luce eterna ma impietosa, avara e ragionevole. Qui invece nella penombra ci chiediamo che ne sarà del Binda, l’uomo accusato di aver ucciso trent’anni fa una compagna di scuola. Apprendiamo dai giornali che è ancora in carcere, sulla base di indizi a nostro sommesso avviso molto deboli, e che ha presentato la quarta istanza di scarcerazione. Nel frattempo le autorità hanno riesumato il corpo della vittima e scavato ampiamente in un parco pubblico alla ricerca dell’arma del delitto, non si sa con quali risultati. Vengono anche esaminate (o riesaminate) delle case abbandonate. Pare comunque che la richiesta di rinvio a giudizio sia imminente.

Ricordiamo che uno degli indizi è una lettera anonima giunta alla famiglia poco dopo il delitto, che secondo gli inquirenti sarebbe proprio del Binda e conterrebbe una sorta di confessione. Come già dicemmo, a noi sembra più che altro una preghiera e l’ennesima interrogazione sul male. Nel rileggerla ci ha colpito una frase, “strazio di carni”, e siamo andati a cercarla su internet. Ne è venuta fuori una leggenda sull’Isolino Partegora, un piccolo scoglio del lago maggiore. Vuole il caso che l’isolotto sia vicino al luogo del delitto: può anche darsi che il Binda o Lidia Macchi lo vedessero quando prendevano il traghetto per andare a scuola, come del resto dovevano vederlo tutti quelli che abitano nella zona.

Per un istante questa coincidenza, che non significa nulla, ci è sembrata caricarsi di una valenza terrificante, come un piccolissimo foro nella volta celeste, da cui si intravede l’occhio spalancato e malevolo della verità.

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In un’epoca di diffusa verità l’unico atto rivoluzionario è mentire

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Morton nota che temevamo un potere intento ad ingannarci e invece paradossalmente ci troviamo di fronte a una massa che inganna e si autoinganna senza che nessun potere riesca a fermarla. Il Pedante nota al contrario che la guerra al complottismo sembra più una questione di autorità che di verità: sotto sotto si ha l’impressione che la tesi ufficiale si spacci per l’unica ragionevole solo perché è ufficiale.

L’idea di complottismo […] integra uno dei tanti volti della tecnocrazia. Perché mortifica le opposizioni dialettiche e quindi la sorveglianza democratica, suggerisce l’idea di un buon governo in quanto governo e di un rigore scientifico garantito da chi ha la forza di reclamarne la titolarità, non dai suoi risultati“.

In entrambe le visioni c’è del vero. La collettività fabulante crea instancabilmente delle illusioni consolatorie o paranoiche e il potere dei burocrati e dei tecnici non ha nessun vero interesse a combatterle. Finge di farlo ma in realtà cerca di enfatizzare il peso e la diffusione del complottismo per sostenere che la massa è incapace di governarsi da sola. In ciò il potere utilizza agevolmente la scienza, perché buona parte del popolo ci crede come se fosse una religione.

Infatti il presunto complottismo viene quasi sempre definito “antiscientifico” anche quando di scientifico nel discorso c’è ben poco. Ad esempio, uno degli argomenti frequentemente usati contro i complottisti è il c.d. Rasoio di Occam, quello per cui non bisogna moltiplicare gli enti senza necessità. Ma questa bella ed economica idea non ha molto a che fare col groviglio delle motivazioni umane, degli errori, degli accidenti casuali. Riguardo alle vicende politiche e sociali spesso non ha senso dire che “bisogna preferire la spiegazione più semplice”. Allo stesso modo, è insensato chiamare “fallacia” il buon vecchio argomento del “dove andremo a finire”, che non è un sillogismo ma solo un entimema, cioè un discorso che ha scopo persuasivo e non dimostrativo.

Cerchiamo di essere più chiari: si sostiene che è sbagliato inferire degenerazioni a catena del tipo “se si ammette la marigiuana libera allora presto ci sarà la coca libera a da lì dove andremo a finire”. Però è chiaro che questo argomento rispecchia tendenzialmente la realtà. La stessa legge ammette l’estensione analogica delle norme, per cui è frequente che a situazioni simili (sotto certi aspetti) vengano estese previsioni nate per altre situazioni, ed ogni ampliamento finisce per estendere l’area del “simile”, anche perché nel mondo reale è difficile dire cosa sia “simile” e cosa no. La tutela della famiglia di fatto avviene per analogia rispetto a quella basata sul matrimonio, anche se ci sono notevoli differenze (ad es., nella prima non c’è il matrimonio). Una volta tutelata la famiglia di fatto ci si può allargare a quella in cui i coniugi non hanno lo stesso sesso, per via delle numerose somiglianze (che vengono arbitrariamente considerate più rilevanti delle differenze, pur presenti). Quindi la previsione pensata per la famiglia fondata sul matrimonio si estende pian piano a cose che somigliano sempre meno al modello iniziale, e non è affatto escluso che possa estendersi ancora, perché il “modello” diventa sempre più generico (da “famiglia naturale consacrata” a “famiglia naturale” a “famiglia”). Naturalmente non è detto che questa estensione sia negativa, né che debba continuare per forza, ma è molto probabile: è nella natura delle cose. Ritenere che il “dove andremo a finire” sia un errore logico è cosa da sofisti: non è un argomento strettamente logico, ma è comunque un modello piuttosto attendibile della nostra società.

Tuttavia, quante volte abbiamo sentite accusare di ingenuità, illogicità o complottismo le persone che temono questa “deriva analogica”? Il timore, naturalissimo, cozza evidentemente con un pensiero dominante, o che pretende di diventare tale, e che non esita ad abusare delle tecniche del discorso razionale e scientifico per screditare i suoi avversari e farli apparire dei sempliciotti o dei cretini. Si intuisce però che sotto l’apparente razionalità ci sono delle scelte ideologiche, che non avendo molto altro su cui appoggiarsi devono camuffarsi dall’unica cosa in cui la massa ancora crede, che è la scienza. O meglio, quella versione un po’ ipocrita della “scienza” di cui parlavamo qualche giorno fa.

Un’obiezione possibile è che questo, a sua volta, è un discorso complottista. Perché il “potere” avrebbe interesse ad alimentare un complottismo che potrebbe persino rovesciarlo? Come si nota, siamo di nuovo al rasoio: non bisogna cercare spiegazioni più complicate del necessario, basta supporre che la gente sia stupida e ignorante. Il che è certamente vero, DIO SA QUANTO E’ VERO. Però c’è un però, ed è che né il potere, né i complottisti possono davvero sapere dove li porterà il loro agire. Al momento è facile e utile diffondere l’idea che la maggior parte della popolazione sia composta da mentecatti e che i pochi ragionevoli debbano decidere per tutti. Che cosa potrà accadere a lungo termine la vera scienza non lo sa, e a maggior ragione non lo sa quella finta.

Nel frattempo ricordiamo quello che Elia Spallanzani ai suoi studenti: “non sarà la verità a farvi liberi, ma la libertà a farvi veri”.

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Too many secrets

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Teologi & Taumaturghi

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Da qualche anno si leggono titoli di giornale del tipo “L’Italia che odia la scienza“. In genere si riferiscono a polemiche sull’uso dei fondi pubblici per la ricerca, o a indagini penali che riguardano scienziati e tecnici, o alle proteste contro industrie farmaceutiche, oppure al rifiuto di terapie mediche. Di solito si giunge alla conclusione che il popolo è privo di cultura scientifica e che bisognerebbe investire di più nel settore.

A nostro avviso le cose non stanno esattamente così. Ci sembra che gli italiani non odino affatto la scienza, anzi la idolatrano, e l’idolatria è anche una forma dell’incomprensione. Il nostro popolo, che non è mai stato religioso ma superstizioso, ripete con la scienza ciò che ha fatto con la fede. Non gli interessano le speculazioni dei teologi ma i prodigi dei taumaturghi e le grazie dei santi. Cento anni fa pregava le statue perchè facessero piovere o guarissero le malattie, e adesso prega i tecnici per le stesse ragioni: benessere e salute. Però quando non pioveva abbastanza il popolo tirava giù le statue dei santi e ci sputava sopra.

Questa è certo mancanza di cultura, ma la colpa non è solo del popolo. I teologi, per quanto persi nei loro giochi sublimi, avevano capito da tempo che per sopravvivere gli servivano i taumaturghi. Per poter chiedere denaro al popolo avevano bisogno di magie e prodigi, molto più facili da comprendere del mistero della transustanziazione. Allo stesso modo, gli scienziati hanno capito che per avere fondi gli servono i tecnici entusiasti. Di qualunque ricerca si parli, ci si affanna subito ad aggiungere che avrà presto ricadute pratiche, economiche, perché è l’unica cosa che interessa alla maggior parte delle persone*. Il clero scientifico, per mantenersi, ha bisogno di promettere il (o almeno di tollerare la promessa del) miracolo istantaneo.

Chiaramente se poi il miracolo non si verifica l’esaltazione popolare si converte in rabbia, e a quel punto i teologi si lamentano ipocritamente che il popolo non ha vera fede. Secondo i teologi il popolo dovrebbe pagare felicemente le decime per finanziare la ricerca di dio. Ricadute pratiche ce ne potrebbero essere, probabilmente ce ne saranno, ma lo scopo non è quello, l’importante è la fede, la ricerca stessa.

Per i teologi il popolo è palesemente incapace di comprendere e di valutare i loro sforzi: non ha diritto di decidere se mantenerli o no perchè è troppo ignorante e preda degli istinti. La democrazia, in campo teologico, è una palese assurdità. Per il suo stesso bene il popolo deve finanziare i chierici e fidarsi della loro parola. In realtà nessuno può mettere bocca nella loro ricerca, tantomeno politici e magistrati. La loro sfera, che è quella della verità, è assolutamente separata e autonoma.

In pratica gli scienziati vendono spesso la scienza per miracolo, e quando le cose vanno male protestano che il popolo crede ancora nei miracoli.

A tutto questo discorso si può rispondere che però i miracoli non esistono e dio nemmeno, mentre la tecnologia risolve effettivamente molti problemi e la scienza forse perviene alla verità. E che se la gente scambia la tecnica per magia e la scienza per fede è un errore suo. Sì, è così, ma è un errore incoraggiato, stimolato e rafforzato da chi per indagare la natura, o semplicemente per vivere, ha bisogno di soldi, e quindi di visibilità, di pubblicità, di aspettative e di speranze pratiche.

Quindi è vero che manca una cultura scientifica, ma ne manca pure una umanistica. Perché se gli scienziati conoscessero meglio la storia e la società saprebbero che la chiesa non incoraggia più di tanto la fede nei prodigi: per paura che, ove manchino, la vergogna dai santi di gesso ricada su Dio.

* Incidentalmente, non si può negare che la ricerca italiana abbia grosse ricadute, tipo l’ultima su Marte.

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La musica delle sfere

Il padre e il fratello di Galileo erano noti musicisti e forse dobbiamo alcune fondamentali scoperte proprio a questa familiarità dello scienziato con la musica. Spallanzani, che insegnava fisica, cercava di rendere la lezione più interessante con dei racconti pittoreschi, come quello che ricopiamo:

“Galileo andò dal Granduca di Toscana per chiedergli se poteva fare un esperimento: voleva buttare due pietre dalla torre degli asinelli per vedere quale cadeva prima, e perchè; un problema che assillava da sempre i filosofi. Maestà?
Il granduca si riscosse e disse: “Sì ma se poi si fa male qualcuno mi volete mandare in galera, a me?”
Allora Galileo in cuor suo pensò: effettivamente, è un’idea del cazzo. Salire sulla torre con due pietre… veramente, come mi è venuto in testa?
Senza salutare se ne andò e inventò il piano inclinato, che era una tavola di legno rialzata, più come una grondaia, che dentro può scivolarci una boccia. Prima ci mise dentro la chiave del laboratorio, ma non scendeva bene, e così si rassegnò.
Ad aspettare il giorno dopo, per andare a ordinare due bocce: una di ferro e una di marmo, di identiche dimensioni. Poi aspettò i mesi, successero altre cose, e poi furono pronte le bocce. Col che lui le soppesò a lungo.

Nel frattempo il Granduca governava e alle volte, la sera, raccontava il fatto di Galileo, la sua domanda. Voleva buttare una vacca dalla torre di Pisa per vedere che rumore faceva! La storia gli usciva ogni volta più bella.

Ma Galielo nel suo studio aveva un pendolo. Gli dava un colpo e quello oscillando oscillando colpiva una campanella, tin, tin, tin. Un tìn ogni quanto di tempo, per un po’ di tempo. Quanto tempo? Come saperlo! Ma uno ogni tot, e quindi…
Poteva sapere quante campanellate ci metteva la boccia a percorrere il piano inclinato, ma non bastava. Evidentemente le bocce, a differenza dei pianeti, non gioivano del moto uniforme e perfetto. Figlie della materia, cadevano sempre più svelte, attirate verso il nucleo dall’amore universale.
Le bocce, fatte di ferro e di pietra, venivano infatti dal cuore del pianeta; del grande animale terrestre; ne erano state strappate e adesso anelavano a ricongiungersi con le loro simili, al centro. Così opera la legge per cui il simile attrae il simile, che vi si precipita.
Galileo lo sapeva. Anche lui era un uomo e come le pietre correva all’altra porzione, alla metà del tetramorfo. Quello che, dice Platone, in origine era l’uomo: a quattro zampe e due teste, di maschio e di femmina insieme. Separati, al fine, per troppa scostumatezza, troppo potere, finché piacque a Zeus farne due tronchi e, dimidiandoli, insegnargli l’umiltà, che cos’è. Amen.
Ma allora i pianeti, i pianeti… perchè loro no, perchè loro dovrebbero marciare uniformi, come dice Aristotile? Sono come gli spiriti, che come gli umani, che come le pietre corrono… oh no, no, che miscuglio, che contraddizione… e allora, allora…
Ma la risposta pronta c’era: i pianeti muovonsi eguali perchè… dall’uomo differiscono in purezza… e ciò che nell’uomo è fregola bestiale, che lo affonda…  e ciò che nella più vile pietra è corsa annichilente… al contrario nel pianeta si raffina, ed è amor che dura sempre, costante, dolce.
Galileo sapeva tutto, ma…

Nei giorni che vennero Galileo lasciava le bocce nel canalone del piano inclinato e le sentiva scendere con lieto rumore di pioggia. Poi, più per sfizio che per altro, appese sul canale uno due tre campanelli, che quando la boccia scendeva gli titillava il batocchio. Sicché la boccia cadendo faceva tìn tìn, come il pendolo, come il cuore degli automi. E Galileo giocando coi campanelli si avvide che mettendoli tutti alla stessa distanza, a un metro l’uno dall’altro, la palla scendendo faceva un tin tin sempre più svelto. Quindi accelerava! Ma come misurarlo?
Allora prese il pendolo, gli diede un colpo, poi lasciò la boccia e sentì due serie di tìn: il tin tin regolare del pendolo, e quello affrettato della boccia, ogni serie di tin col suo ritmo, le sue armoniche… e come il bifolco che accorda la chitarra per farsi strada tra le cosce di una serva, così Galielo accordò il piano sul pendolo, finché le armoniche si sovrapposero e gli intervalli furono uguali. Di tempo! Perchè nello spazio, era un’altra questione.
Adesso i campanelli stavano uno a un metro, il secondo a due e mezzo, il terzo a quattro e mezzo, e così via. Più ci si allontanava dalla fonte, dalla bocca del canale, più la palla accelerava! E ad ogni intervallo la sua fregola cresceva di un quanto misurabile, sempre lo stesso.

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perspicua illustrazione marginale dell’autore

Galielo uscì dal laboratorio intronato di campanelli, andò in una bettola, giocò a dadi e bestemmiò. Poi mangiò, dormi, poi si sgravò del superfluo. Poi parlò in pubblico, scribacchiò una novella. Passarono i mesi, il piano inclinato pigliava polvere nello stanzone, ma la legge ormai era scoperta: un corpo libero di cadere accelera uniformemente, irresistibilmente, fino all’inconcepibile schianto.  Nessun amore, nessun dio sulla terra. Le cose cadono sempre più in fretta, pensa Galileo, e forse io e tutto il pianeta volvente e il sole e le stelle invulnerabili giriamo e cadiamo sempre più svelti in folle spirale verso che cosa.

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Le api d’oro

Grande commozione per l’eroico sacrifico della sonda Rosetta, ma non dobbiamo dimenticare gli altri fieri e volenterosi satelliti che nel corso degli anni hanno dato la loro vita per migliorare la nostra. Ricordiamo innanzitutto Kocmoc-2251, maschio satellite per telecomunicazioni del peso di una tonnellata, partito nel giugno 1993 dal glorioso cosmodromo di Plesetsk.

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Installatosi nell’orbita bassa, Kocmoc (cosmos) 2251 ha portato avanti il suo umile ma necessario compito sfidando diciotto volte al giorno la pericolosa anomalia meridionale delle fasce di Van Allen, che attraversava continuando sprezzantemente a trasmettere nonostante la sua scarsa schermatura. E così andarono avanti le cose per un bel po’ di tempo, gira e rigira.

A un tratto però, verso l’agosto del 1995, il satellite smise di trasmettere. A terra lo diedero per perso, forse vittima di qualche microcollisione o delle sullodate fasce, che con le loro particelle cariche avevano cortocircuitato il virile ma primitivo Kocmoc. Nel 1995 i russi avevano ben poco da ridere: la guerra cecena entrava nel vivo e tutto il mondo biasimava l’ex impero, soldi non ce n’erano e in fondo di Kocmoc non importava a nessuno: nuovi e più sofisticati satelliti stavano già ingolfando l’orbita bassa: in definitiva, il nostro 2251 fu abbandonato al suo destino.

Ma due anni dopo riprese a trasmettere: inspiegabilmente, a sprazzi, Kocmoc sparava nello spazio quelle che all’inizio sembravano canzoni rivoluzionarie. E poi, visto che nessuno gli badava, così come aveva ricominciato smise di nuovo: tornò un oggetto nero e muto, colmo di elettronica rancura.

Siamo giunti così al 1997, quando dal Kazakistan e precisamente dal glorioso cosmodromo di Baikonur parte Iridium33, vezzoso satellite americano per telecomunicazioni, del peso di 550 chili, in tutto simile ad un’ape d’oro e un tantino effeminato. Meno intrepido di Kocmoc , Iridium si limita al suo squallido compito di servo del capitalismo ma fa il grave errore di irridere (come dice il suo nome) il povero Kocmoc , che solo e abbandonato gli passa trecento chilometri sopra una volta ogni settecento orbite.

iridium_satellite

Il vecchio Kocmoc, solo ormai da anni e abbandonato, nella sua miseria forse guardava con paterna simpatia ai più giovani Iridium e nulla esclude che in quell’isolamento avesse sviluppato anche una certa passione amorosa per le sfolgoranti api d’oro: immaginate quindi cosa deve aver provato a sentirsi sfottere e chiamare “antenna rotta”: dapprima ferito, come mozzicato da un aspide, pensò forse di mettere fine alla sua ormai inutile esistenza, ma poi ricordò gli insegnamenti dell’accademia e allora il suo odio per i fottuti Mericani, che era composto da una buona parte di amore, divampò nuovamente.

Non si è mai capito come abbia fatto, ma Kocmoc abbassò da solo la sua orbita e gira e rigira, gira e rigira, dopo dodici anni di cauto avvicinamento, nel febbraio del 2009, proprio in corrispondenza della Siberia, il magnifico russo portò la giusta retribuzione sul femminiello Iridium, inculandolo da dietro all’entusiasmante velocità di VENTISETTEMILA CHILOMETRI ALL’ORA mentre cantava un inno bolscevico.

E per la prima volta nella storia un satellite russo disintegrò un satellite americano (perendo purtroppo nell’eroico gesto), e per l’ultima volta la stella rossa del comunismo rifulse gettando nel terrore i plutocrati e i loro pallidi scherani.

Quindi noi diciamo onore al compagno Kocmoc 2251 e Russia-Merica 1 a 0.

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Sulla manticora e la carne degli uomini

Se cercate su google “manticora” e “gelada” troverete diversi siti in cui si ipotizza che l’immagine del mostro venga dalla deformazione di quella di certi babbuini.

Ad es. da Supereva : “Vi sono però dei babbuini chiamati “gelada” che vivono in Etiopia, in terreni aridi e rocciosi. Hanno la voce a trombetta, il pelo fulvo, la coda spessa terminante con un ciuffone e camminano a quattro zampe. Non sono carnivori ma hanno denti enormi e quando si arrabbiano scoprono le gengive rosse. Il fatto che un animale etiope sia finito nelle cronache persiane del V secolo AC può essere spiegato perché all’epoca i gelada vivevano in quasi tutta l’africa del nord. Egizi e numidi solevano tenerne alcune al guinzaglio, e all’epoca l’Egitto era una colonia persiana.

Poi dal 5clone: “Inoltre la manticora è anche associata ai gelada, babbuini che vivono in Etiopia, in terreni aridi e rocciosi. Hanno la voce a trombetta, il pelo fulvo, la coda spessa terminante con un ciuffone e camminano a quattro zampe. Non sono carnivori ma hanno denti enormi e quando si arrabbiano scoprono le gengive rosse.”

E da misteri.esoteria: “In Etiopia vivono dei babbuini chiamati gelada che hanno il pelo fulvo, la coda che termina con un aggroviglio di peli e camminano a quattro zampe, questi non sono carnivori, ma hanno dei denti enormi e gengive rosse.”

E nel forum l’antrodelleanime: “In Etiopia vivono dei babbuini chiamati gelada che hanno il pelo fulvo, la coda che termina con un aggroviglio di peli e camminano a quattro zampe, questi non sono carnivori, ma hanno dei denti enormi e gengive rosse. Come sia finita questa creatura nelle cronache persiane del V secolo AC può essere spiegato in un solo modo: poiché all’epoca, i gelada vivevano in tutta l’africa del nord.”

Persino in un articolo più serio, da bibliomanie: “Nel tempo, gli studiosi hanno avanzato diverse ipotesi di identificazione per la manticora: […]. Altri, basandosi invece sull’allusione pliniana all’Etiopia (confinante con l’Egitto, all’epoca possedimento persiano), hanno preferito il gelada, un babbuino del nord Africa, amante delle zone aride e rocciose, dotato di voce chioccia e stridula, con il pelo fulvo e l’andatura quadrupede e munito di una coda terminante con un vistoso ciuffo. I gelada non sono ovviamente antropofagi (né carnivori), ma se vengono infastiditi, mostrano una formidabile dentatura.”

Eccetera eccetera.

E’ evidente che tutti questi brani sono molto simili e pur senza mai menzionarla vengono da un’unica fonte, e lo sappiamo per certo per il semplice motivo che quella fonte siamo noi. In rete infatti si trova il testo che scrivemmo all’epoca e che fu anche inserito su wikipedia nel 2004 e prontamente cancellato dai soliti mediocri dell’enciclopedia quasi libera.

Nel giro di 12 anni l’ipotesi si è diffusa nonostante la censura wikipedesca ma è stata attribuita a una generica terza persona o a fantomatici “studiosi”. La cosa più buffa è che quel testo era a sua volta una rimasticatura di una lezione che l’Elia tenne nel 1982, in cui si aggiungeva una considerazione interessante:

“Sull’origine della sfinge, leggo che Ambroise Paré, nel riprendere quanto annotato da Andrè Thevet nella sua Cosmografia, faceva un po’ quel che ho fatto io con la manticora: si chiede cioè se il modello originale non fosse una scimmia.
Thevet riferisce infatti che trovandosi presso il mar Rosso, più volte gli era capitato di vedere arrivare certi indiani che portavano con loro una creatura mostruosa e singolarissima. Si trattava di un animale simile a una tigre, ma senza coda, con il viso dalle caratteristiche umane ma con il naso camuso; gli arti anteriori assomigliavano a quelli di un uomo, mentre i posteriori avevano le sembianze di zampe di tigre; il corpo era ricoperto di una fine peluria, che si accentuava nei capelli, neri ed increspati. Gli indiani chiamavano questa strana creatura “thanacth” e la cacciavano nelle loro terre a colpi di freccia, per poi gustarne la carne prelibata.
Il Paré si chiedeva se non fosse proprio questa bestia, che forse gli Indiani importarono dalla Siria, alla base della rappresentazione della sfinge.

Ma la cosa più bella per me non è tanto la possibile conferma di una derivazione di questi mostri dalle scimmie, bensì proprio la scoperta di Thevet, grande viaggiatore e cosmografo reale! Bugiardone, arruffone e sfortunato, pure. Sentite: messo in convento a dieci anni, invece di studiare divorava libri di viaggi e d’avventure. Al seguito di un cardinale girò il medioriente e pubblicò una cosmografia del levante, che poi si scoprirà essere opera di un suo scriba, col quale polemizzerà e perderà anche un processo. L’ingiusta fama gli procurò un viaggio in Sudamerica: ci rimase dieci settimane appena e nondimeno scrisse Stranezze della Francia antartica altrimenti chiamata America, che deve essere un delizioso miscuglio di fole. Scoprì per primo il tabacco, lo potrò a casa e lo coltivò, ma lo descrisse solo nel 1575, quando ormai la gloria era già tutta di tale Jean Nicot (da cui nicotina). Diventa poi cosmografo del re e fece stampare, appunto, una Cosmografia Universale, ma litigò di nuovo con un collaboratore. Costui passò al nemico e tradusse in francese la Cosmographie di Sébastian Münster, che uscì tre anni prima di quella di Thevet e gli tolse quasi tutto il pubblico. Sull’onda della traduzione in francese delle Vite di uomini illustri di Plutarco, Thevet rilanciò e ne pubblica una sua, libro mostruoso e di singolare acredine contro i suoi nemici, dove sono elencati con perfetto disordine oltre 200 personaggi illustri presi un po’ a casaccio da ogni luogo ed epoca. Completava il tutto un indice per nome, che rendeva impossibile la consultazione sistematica. Invecchiando continuò a farneticare e si convinse di essere stato in America non una ma due volte (Storia dei due viaggi, postumo). Cosa non darei per una vita così!”.

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Contrarisum 2

Anche su facebook si possono trovare cose interessanti. Il socio Bellassai ci segnala una rara sindrome chiamata come le erbe della Ricola, Witzelsucht, ossia “dipendenza dallo scherzo”, che sembra derivare da una lesione del lobo frontale destro del cervello. Le vittime della malattia producono continuamente motti di spirito e ne traggono un intenso divertimento. Le loro battute però non fanno ridere nessuno e potrebbero classificarsi più come semplici bisticci o freddure (ad es., “Q: What did the proctologist say to his therapist? A: All day long I am dealing with assholes”).

Il fatto curioso è che gli afflitti non riescono più a comprendere forme di umorismo complesse. Sembra che il danno cerebrale diminuisca la capacità di risolvere problemi, il che confermerebbe che un motto di spirito è simile a un codice o a un gioco enigmistico. C’è da dire però che questi drogati della battuta appaiono inoffensivi, tranne per i loro cari, e si divertono con poco. Inoltre nella forma benigna offrono materiale per la pagina delle “risate a denti stretti”. Non si può nemmeno escludere che il loro deficit fosse un tempo la modalità normale di funzionamento cerebrale e che lo humor costituisca invece una degenerazione recente o un errore evolutivo.

Prendiamo ad esempio una delle tante varianti della storiella dei tre desideri. Tre naufraghi trovano la lampada di Aladino: il genio esaudirà un desiderio a ciascuno. Il primo desidera di tornare a casa, il secondo pure, il terzo dice: “ora mi sento solo, vorrei che i miei due compagni fossero di nuovo qui”.

Il soggetto con una lesione al lobo non capisce la battuta, ma il vero problema è perché noi la capiamo, cosa capiamo, e perché ci fa sorridere. Prima di rispondere vediamo un altro spunto preso da internet.

Roberto Di Palma cita un articolo di Zizek, che a sua volta cita Dupuy. Quest’ultimo dice, in sintesi, che gli uomini non tollerano l’idea di essere inferiori ad altri per motivi oggettivi. Perciò ricorrono ad alcuni meccanismi che servono a rendere non umiliante il rapporto di superiorità: la gerarchia (un ordine imposto dall’esterno che mi consente di percepire la mia condizione sociale inferiore come indipendente dal mio valore personale); la demistificazione (il procedimento ideologico che dimostra come la società non sia una meritocrazia ma il prodotto di oggettive lotte sociali, consentendomi così di evitare la dolorosa conclusione che la superiorità di qualcuno sia il risultato del suo merito e dei suoi risultati); la contingenza (un meccanismo simile, che ci consente di capire come la nostra posizione nella scala sociale dipenda da una lotteria naturale e sociale: i fortunati sono quelli nati con i geni giusti in famiglie ricche); e la complessità (forze incontrollabili hanno conseguenze imprevedibili: per esempio, la mano invisibile del mercato può portare al mio fallimento e al successo del mio vicino, anche se io lavoro molto di più e sono molto più intelligente).

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una diapositiva dell’ilare sjigek

Questi meccanismi, si nota, in realtà non contestano o minacciano la gerarchia, ma anzi la rendono accettabile, perché “a scatenare l’invidia è l’idea che l’altro meriti la sua fortuna e non l’idea opposta, l’unica che può essere espressa apertamente”.

Da questa premessa Dupuy giunge alla conclusione che sia profondamente sbagliato credere che una società ragionevolmente giusta, e che si percepisce come giusta, possa essere priva di rancore: al contrario, è proprio in società di questo tipo che chi occupa posizioni inferiori darà sfogo al suo orgoglio ferito con violente esplosioni di risentimento.

Detto questo, e come è stato già notato, ai 4 meccanismi difensivi si può aggiungere l’ironia, considerandola o come una delle modalità con cui si esprime la demistificazione oppure, al contrario, considerando la demistificazione uno dei risultati dell’ironia. L’ironia permette di sentirsi superiore al bersaglio, scaricando l’aggressività senza arrivare al conflitto vero e proprio. In questo modo, inoltre, le persone possono illudersi stare facendo qualcosa contro un sistema che disapprovano. Il sistema però resta pressoché invariato e quando capisce che non ha molto da temere, perché la gente è appunto paga di ironizzare, può persino mettersi a usare lo stesso metodo.

Meglio ancora, i meccanismi individuati da Dupuy possono essere ordinati storicamente: nel ‘700 l’ordine esterno, la gerarchia divina o “naturale” che si voglia, viene demistificata anche attraverso l’ironia ed emerge l’aspetto della contingenza. Nel giro di  un paio di secoli diventa predominante l’aspetto della casualità (lotteria genetica, scontro tra le classi), su cui viene costruita una nuova gerarchia, un ordine apparentemente “naturale” (evoluzione, mano invisibile etc). Quest’ordine viene ulteriormente demistificato e appare la complessità (fine dell’illusione nel socialismo scientifico, fine dell’illusione che il mercato possa autoregolarsi, caos sottostante).

Siamo ormai vicini. La reazione alla complessità è di nuovo una forma di demistificazione, ma siccome sotto la complessità non c’è nulla (o c’è tutto), stavolta l’arma viene rivolta contro se stessa: si demistifica la stessa demistificazione! Che da strumento di conoscenza viene degradata a strumento di consolazione: é il regno dell’ironia come attività di sostituzione, in cui viviamo ancora.

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la comicissima consolazione

Tra l’altro, l’osservazione non è poi nuova. Scriveva notoriamente Platone: “Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tanto disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della tirannide è pronuba e levatrice. Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.”
Marx invece riprendeva l’osservazione per cui le cose si ripetono sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.

Notare l’inversione temporale, segno di tempi cambiati. Quanto più spazio si concede al sarcasmo, tanto più si allontana la necessità della violenza, e il sarcasmo sempre ripetuto diventa a sua volta oggetto di sarcasmo. Ne deriva che una democrazia degenerata ha tutto l’interesse ad ampliare il dominio della satira, che diventa un succedaneo della violenza e finisce per accartocciarsi su se stessa lasciando il sistema immutato. Quindi bisogna correggere Platone: una democrazia, per abuso di se stessa, può fermarsi prima del sangue e restare nel ridicolo per molto, moltissimo tempo.

E quindi torniamo ai malati di wizzelsucchio: loro questo ridicolo non lo colgono, non li fa ridere. Si beano solo del gioco di parole, come se provassero piacere a trovare una falla nel sistema linguistico. Probabilmente odiano lo stesso linguaggio, che è fatto notoriamente per mentire, e il loro odio si esprime in questa risata demenziale, ininterrotta, spaventosa. Eppure forse fanno bene: se l’ironia non li consola, vuol dire che il loro istinto di lotta ha ancora qualche possibilità di cambiare le cose, invece di perdere elegantemente. Può darsi che l’unica speranza di una vera rivoluzione sia rimessa nelle mani di questi malati, che non riescono a vedere il lato comico dell’inferno.

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Come fatto apposta

Per un caso curioso, ogni volta che ci viene voglia di lasciar perdere il blog viene fuori qualche piccola stranezza che ci fa cambiare idea. Giravamo mestamente per la rete quando ci siamo imbattuti in una tesi di dottorato sull’algebra omologica (argomento che ignoriamo onninamente) che menziona il Nostro. Riportiamo uno stralcio:

“Ciò che stai per leggere è il prodotto di un lavoro di indagine
che esula enormemente dalla matematica; parlare di algebra omologica,
di teoria delle categorie, di geometria, topologia o fondamenti
è funzionale a uno scopo diverso dalla “semplice” matematica.
Come conseguenza, questo lavoro contiene diverse cose in
aggiunta ad essa: la mia visione della materia, che ho raffinato (o
peggiorato, o irrigidito) negli anni; dosi molto elevate di un discutibile,
troppo personale senso estetico; un ancor più discutibile
gusto per il citazionismo e diverse idee che, cresciute in libertà
nell’arco di anni, non sono state smussate, semmai affilate, proprio
perché intoccate.”

In cima, una permutazione della quieta sentenza dell’Elia:

“Le anime, al contrario delle lame, si affilano evitando ogni contatto.”

Spallanzani, che in vita ha sempre avuto l’onore di essere ignorato sia dal popolo che dall’accademia, sarebbe rimasto completamente sorpreso: poi avrebbe pensato che quell’introduzione poteva averla scritta lui, a dispetto dell’evidenza, e infine si sarebbe messo a cercare nelle formule e nei diagrammi di questa tesi un punto di contatto tra la teoria delle categorie e quell’appuntamento mancato per via del destino, o cose del genere. Con una certa puerile baldanza, e non senza compassione, cercare il punto in cui logica infernale e principesco arbitrio si scambiano i ruoli. Il che proveremo a fare anche noi.

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