Ancora su 1984

In “Eros e civiltà” (1955) Marcuse scrive:

“Quanto più è vicina la possibilità reale di liberare l’individuo dalle costrizioni giustificate a suo tempo dalla penuria e dall’immaturitá, tanto più grande diventa il bisogno di mantenere e di organizzare razionalmente queste costrizioni per evitare che l’ordine del potere istituito si dissolva. La civiltà deve difendersi contro lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero. Se la società non può usare la propria produttività sempre crescente per ridurre la repressione (poiché un tale uso sconvolgerebbe la gerarchia dello status quo), la produttività deve venir rivolta contro l’individuo, diventa essa stessa uno strumento di controllo universale.”

La tesi è molto simile a quella contenuta in “Teoria e prassi del collettivismo oligarchico” di “1984”. Quando un sistema comincia a produrre abbastanza ricchezza da rendere fattibile l’uguaglianza, proprio allora l’oligarchia al potere ha il massimo interesse ad impedire che ciò accada e che possa verificarsi qualche cambiamento.

Per molti versi, Eros e civilità potrebbe essere il tratto di unione tra 1984, che lo precede, e il Capitale Monopolistico, che lo segue. Inoltre Marcuse nel commentare Freud conferma che nella società moderna l’istinto sessuale viene ingabbiato e represso per essere incanalato nel lavoro, e che da questo processo nasce una forma di sadismo, cioè piú o meno la stessa cosa che la ragazza di 1984 dice a Wilson: che tutta la frenesia e la ferocia del partito è solo sesso marcito.

Quindi diventa abbastanza chiaro che 1984 é in parte basato su Freud, anche perché l’ideologo della rivoluzione (che poi non esiste) é un ebreo. Il fatto è che 1984 non è un libro sul comunismo, come molti pensano, ma descrive un mondo in cui l’istinto di morte ha preso il sopravvento: e perciò, nonostante le differenze superficiali, in fondo in fondo somiglia tanto al nostro.

La società di 1984 sembra proprio una riedizione della tribù di fratelli immaginata da Freud, che dopo aver ucciso e deificato il padre procede a spartirsi i beni e le femmine. Solo che questa tribù ha trovato il modo di rendere la situazione permanente: i “medi” domineranno per sempre il partito esterno e i prolet grazie alla tecnica e alla soppressione dell’istinto sessuale, che fungeva da rimescolatore sociale. Il fatto che la nostra società sia invece molto liberale in tema di sesso non è, in fin dei conti, troppo significativa. La sessualità può essere inibita o più semplicemente deformata, ma il risultato è probabilmente lo stesso. Del resto, anche Marcuse osserva che “la libertà sessuale non contrasta con un conformismo vantaggioso” e quindi non è per forza sinonimo di ribellione. Molti anni dopo Houellebecq osserverà che la libertà sessuale è solo un nuovo campo di competizione economica, quindi invece di liberare l’uomo ribadisce le sue catene.

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Il gioco di Heinlein

Dicevamo del giochino descritto da Heinlein nel suo libro del ’39 per mostrare il funzionamento dell’economia. Per quanto sia un modello rozzo e in parte sbagliato, lo riportiamo lo stesso (semplificandolo ancora) con delle simpatiche illustrazioni.

Mettiamo che tu lettore sei un imprenditore, hai una famiglia, vuoi produrre, allora vai da un banchiere che ti presta 100 talleri al 10% di interesse (di fatto il banchiere quei soldi non li ha realmente, ma tralasciamo questo problema).

banchie

Con 4 talleri affitti un terreno, con 4 compri un brevetto, con 8 talleri costruisci la fabbrica, con altri 8 paghi i materiali per la fabbrica.

fabbrica

Adesso hai la fabbrica, ma devi produrre. Quindi con altri 30 talleri compri le materie prime necessarie e con 44 talleri paghi gli operai.

produci

Ti restano solo 2 talleri ma lavori e ottieni via via 63 unità di merce (fingiamo che sia qualunque merce possibile). Hai calcolato che per mantenere te e la tua famiglia hai bisogno di 8 talleri di profitto, quindi sommando tutte le spese e il profitto decidi che devi vendere ogni merce a 2 talleri. Ma chi compra la tua merce? Beh, tutti. Gli operai, il proprietario terriero, l’inventore del brevetto, i proprietari di materie prime. Se fai i conti, scopri che puoi vendere 49 unità di merce per 98 talleri, e ti restano ancora 14 unità da vendere.

comprano

Ora hai di nuovo 100 talleri e ti restano 14 merci, però devi pagare le tasse (10 talleri). Con i soldi lo stato paga i suoi funzionari (4 talleri), compra materie prime (4 talleri) e compra anche merci da te (2 talleri).  I funzionari e i produttori di materie prime, a loro volta, comprano altra merce da te.

stato

Adesso paghi gli interessi sul debito (10 talleri), e il banchiere e la sua famiglia comprano merce da te (ti danno 2 talleri per una merce). Inoltre paghi a te stesso 8 talleri, il tuo profitto, che dai a tua moglie, che li spende per comprare merci (da te).

testesso

A questo punto il ciclo economico si è concluso e ti ritrovi con 92 talleri e 4 unità di merce. Però devi restituire il prestito! e sono 100 talleri. Come fai?

amused

In teoria le tue merci valgono 8 talleri, che più 92 fanno 100, ma il banchiere non vuole le tue merci, vuole solo i suoi soldi. L’unica cosa da fare è chiedere un altro prestito, che sarà di 108 talleri, così con 8 ripaghi il debito e hai di nuovo 100 talleri. Il problema è che adesso tu sai che se produci di nuovo 63 unità di merce 4 resteranno invendute, quindi deduci che il mercato ne chiede solo 59, e tu puoi farne solo 55, perché 4 le hai già. Quindi riduci la produzione e se fai calcoli scopri che le merci ti costano 64,7 talleri, che sono anche le paghe dei compratori, per cui loro potranno comprare solo 32 unità, contro le 37 del turno precedente.

Quindi in definitiva hai ridotto la produzione e però ti trovi ancora con merce in esubero, e devi restituire anche un interesse più alto (10,8 contro 10). Continuando il gioco il processo si ripete e si aggrava: produci di meno, licenzi la gente, eppure ti resta sempre più merce sul groppone, e sempre più debito.
Ma qual è il problema? a prima vista, si direbbe che la colpa è del banchiere, perchè se non ci fosse l’interesse potresti andare avanti. Ma anche il banchiere ha diritto a un profitto. Il punto infatti non è che l’interesse è alto, ma che non viene speso per comprare merce.

Noterai che in questo gioco tutti spendono tutto il loro denaro per comprare merci, tranne il banchiere: ma di fatto nella realtà non è lui l’unico risparmiatore: tutti risparmiano, quindi tutti sono colpevoli di sottrarre denaro alla ruota dell’economia, che è come togliere acqua al mulino. In teoria questo denaro risparmiato prima o poi tornerà nel ciclo economico, e però bisogna considerare che in periodi di crisi (innestata dal risparmio) la gente non spende e non investe, ma cerca di risparmiare, quindi il vortice si autoalimenta (o autoaffama).

C’è una soluzione? Lo stato, a quanto pare, deve sostenere la domanda, ma può farlo solo in due modi: stampando denaro o prendendolo in prestito. Il prestito ovviamente non fa altro che tamponare, perché il processo si ripeterà. Stampare denaro però è problematico, perchè gli economisti si lamentano dell’inflazione. Per Heinlein l’unica soluzione è stampare moneta, e per tenere fermo il suo valore lo stato deve obbligarsi a cambiarla in una certa quantità di merci. Insomma, alla parità con l’oro si sostituisce una parità con frutta, verdura e ogni altra merce, in quantità stabilite.

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La solitudine è amore

 In “1984” (del ’48) c’è un altro libro, intitolato “Teoria e prassi del collettivismo oligarchico“, che è una sorta di manuale della resistenza al Grande Fratello e spiega come è nato. L’autore (il presunto ebreo cattivo) nota una cosa rilevantissima, ossia che la dittatura nasce proprio quando ci sono i mezzi per fornire più benessere a tutti gli uomini: e appunto per questo. In altre parole, quando un sistema comincia a produrre abbastanza ricchezza da rendere fattibile l’uguaglianza, proprio allora l’oligarchia al potere ha il massimo interesse ad impedire che ciò accada e che possa verificarsi qualche cambiamento. Il problema allora diventa come distruggere la ricchezza, perché non venga distribuita. Il metodo più semplice è la guerra, che aiuta anche a mantenere pressochè inalterati i rapporti tra gli stati e tra le classi sociali all’interno degli stati. Per questo la guerra è pace: lo è alla lettera, non ironicamente, né paradossalmente.

Nemmeno vent’anni dopo, nel ’66, Baran e Sweezy pubblicano “Il capitale monopolistico – saggio sulla struttura economica e sociale americana“, che per molti versi somiglia a teoria e prassi del collettivismo etc, anche nel titolo (ma forse gli autori non se ne accorsero). Il libro sostiene che il capitalismo reale ha ormai ben poco a che fare con la concorrenza e le teorie nate alla fine del diciannovesimo secolo. Il mercato è dominato da mega società che operano in regime di oligopolio e così riescono a fare enormi profitti, tant’è che il loro vero problema non è come fare i soldi, ma come reinvestirli. Siccome non ci sono sbocchi per investire il capitale, che cresce più rapidamente di qualunque domanda, il sistema del capitalismo monopolistico è sempre caratterizzato dal sotto utilizzo delle risorse e del personale, che porta inevitabilmente a crisi come quella del 1929. L’unica soluzione è alimentare la domanda attraverso la pubblicità, creando bisogni illusori, o aumentare la spesa militare, che incidentalmente serve anche a contrastare il pericolo comunista.

L’America, quindi, può soltanto distruggere ricchezza a un ritmo sempre più rapido, peggiorando di fatto la qualità della vita dei suoi cittadini (che è anche più o lo meno lo stesso punto di partenza di Heinlein). Esattamente come in 1984, anche per B&S è proprio il fatto che si può produrre un’enorme ricchezza a implicare che bisogna bruciarla, per non farla uscire dal giro dei plutocrati. La massa non deve mai poter arricchire realmente: deve solo avere l’impressione di farlo, comprando ogni anno merci “nuove” che sono sempre più scadenti e pagando lautamente il costo della pubblicità. L’oligarchia al potere infatti non ha interesse a favorire l’elevazione delle classi lavoratrici, tranne per quei pochi elementi eccezionalmente dotati che servono a rinsanguare la classe dominante e che vengono selezionati attraverso le borse di studio. Questo piccolo “ascensore sociale” è funzionale alla conservazione dell’oligarchia ma appare un favore fatto ai poveri e un atto di giustizia, per cui raggiunge perfettamente il doppio scopo di danneggiare i poveri illudendoli del contrario: come in generale tutto il sistema capitalistico.

Il vero potere, inoltre, ha tutto l’interesse a creare sistemi che bilancino il potere del parlamento e del governo. Questo perchè la democrazia ha il grave difetto di permettere, in teoria, che una maggioranza di disgraziati finisca per comandare. Quindi è necessario che esistano dei contrappesi per rendere difficile o impossibile il funzionamento del sistema democratico. Ne conseguen che la dottrina della divisione dei poteri, sempre considerata una conquista progressisita, di fatto è solo l’ennesimo stratagemma che mira a garantire l’immodificabilità del dominio oligarchico.

Fino a quersto punto le somiglianze tra il noto libro di B&S e il finto libro di Orwell sono notevoli. Si potrebbe obiettare però che in 1984 non comandano i ricchi, ma i “medi”, e cioè “burocrati, scienziati, tecnici, sindacalisti, pubblicisti, sociologi, insegnanti, giornalisti e politici di professione”, più o meno come avviene nella realtà italiana. Tuttavia, anche nel capitale monopolistico di fatto chi comanda non sono i miliardari ma le grandi società, che sono controllate da tecnici (avvocati, commercialisti, pubblicitari, ingegneri). Anche se guadagnano molto, i manager non sono i plutocrati di una volta e per molti versi si avvicinano alla classe dei “medi” di 1984. L’unica vera differenza tra il mondo di 1984 e quello di Baran e Sweezy è che il capitalismo oligarchico è più subdolo e furbo del grande fratello e non utilizza quasi mai la violenza, quantomeno all’interno: non ne ha nessun bisogno perchè dispone di mezzi più sofisticati ed efficienti.

Ad esempio, la propaganda del grande fratello può salutare con gioia il fatto che la razione di zucchero sia stata portata a 10 grammi al giorno, mentre prima era 15; invece la pubblicità di B&S può convincerti che una certa birra è migliore perchè viene venduta in bottiglie sterilizzate, il che, però, accade per tutte le birre. Il primo messaggio è palesemente falso, fa violenza alla ragione, mentre il secondo ti prende senza che tu te ne accorga. Il grande fratello modifica il passato, mentre il capitale lo affoga in un mare di informazioni irrilevanti, ma il risultato è praticamente lo stesso. Inoltre come il grande fratello distrugge persino il linguaggio facendo diventare ortodosse delle affermazioni paradossali, così la pubblicità finisce per rendere insignificanti la maggior parte delle parole, perchè ad esempio predica l’esclusività di prodotti di massa.

Colpisce quanto sia affascinante questa visione sostanzialmente paranoica, quanto suoni ragionevole. Guardando dalla prospettiva di questi due libri, moltissime cose assurde cominciano a trovare una spiegazione e diventano quasi ovvie: la grande potenza dei due libri è farti dire “ah… allora è così… volevano mettermelo in culo, mi dicevano la democrazia, la cosa… e invece…“, per cui soddisfa due grandi esigenze, che sono 1 quella di capire le cose e 2 quella di capire una cosa diversa da ciò che capiscono gli altri, perchè gli altri sono, per definizione, degli imbecilli, e comunque non capiscono niente.

Soddisfano quindi non solo la ragione, ma anche la vanità. Chi legge questi libri può riesaminare tutta la storia dell’umanità utilizzando gli stessi criteri e tirarne fuori un’altra storia, che sembra altrettanto chiara e coerente, Anzi, più coerente. Non si può negare che abbiano una potenza esplicativa persino eccessiva, come molte strutture paranoiche.

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A Noi Vivi

A parte che siamo effettivamente vivi, il titolo è anche quello di uno strano libro di Robert Heinlein, For Us, the Living, scritto nel 1938 e rimasto inedito fino al 2004, che sotto la patina della storia fantascientifica è in realtà una specie di programma utopico di riforma sociale. Il protagonista ha un incidente d’auto nel 1939 e muore, però si risveglia nel 2086 e scopre che l’America è diventata un paese felice, dove non esiste povertà e la gente lavora per diletto. Gran parte del testo consiste nella spiegazione di un principio così riassumibile: tutto quello che è possibile fisicamente è possibile anche finanziariamente, se tutti lo vogliono.

Nel suo ingenuo delirio grillesco-tecnocratico, Heinlein sostiene che il problema della povertà (nel 1939 l’America non era ancora uscita dalla grande depressione) dipende dal fatto che la gente non ha abbastanza denaro per comprare i beni prodotti, e quindi l’unica soluzione è che lo stato stampi denaro per distribuirlo. Per Heinlein i soldi sono solo un mezzo per scambiare i beni, quindi funzionano più o meno come il sangue di un essere vivente: se non circola tutto il sangue necessario, l’organismo deperisce e muore. Il problema è che le persone tendono ad accumulare il denaro e ciò riduce il flusso, innescando una spirale che conduce alla sovrapproduzione e alla povertà.

Per illustrare la sua tesi (che poi non è sua) Heinlein ricorre anche ad un gioco, che è molto interessante e che ci ripromettiamo di esporre più in dettaglio in un’altra occasione. Il gioco somiglia in realtà allo schema di circolazione dei fisiocratici, ma è un po’ più complesso e rende effettivamente più chiaro il concetto di denaro come flusso sanguigno. Heinlein inoltre contesta il potere delle banche di prestare denaro che fisicamente non possiedono, perchè l’unico soggetto capace di creare moneta dev’essere lo stato, però dedica poca attenzione al problema dell’inflazione, limitandosi e a dire che in fondo il valore intrinseco del denaro è già scomparso quando si è abbandonata la parità con l’oro, e che comunque se lo stato continua ad accettare il denaro che stampa vuol dire che quello mantiene un valore. Secondo Henlein per evitare l’inflazione basta stabilire che qualunque cittadino può in ogni momento convertire il suo denaro non in oro, ma in beni che lo stato si impegna a vendergli o a produrre.

Nel libro si parla anche un po’ di Marx, ma sembra abbastanza chiaro che Heinlein non l’ha mai letto, o almeno che non ha capito nemmeno i punti basilari della sua teoria. Sostiene infatti che Marx sbaglia nell’identificare il valore con il lavoro perché è ovvio che un babbeo può consumare molto lavoro per produrre un bene di scarso valore, mentre una persona in gamba lo farà con meno sforzo. Gli è quindi sfuggito che Marx non si riferisce al lavoro di ogni singolo individuo, ma al lavoro medio sociale.

C’è anche da dire che il libro, come romanzo, non vale un fico secco, perché lo spunto narrativo è solo un espediente per esporre la teoria. L’autore stesso doveva esserne consapevole: e quantomeno ne furono consapevoli gli editori, che si rifiutarono accanitamente di pubblicarlo. Tranne che per la parte sul gioco, è un libro sciocco e noioso, che non si fa mancare la consueta visione di un futuro sessualmente molto più libero, in cui le forti emozioni sono considerate un segno di atavismo (da cui la prevedibile rieducazione del protagonista). C’è anche qualche traccia di involontaria ironia: la società perfetta di Henlein, infatti, pratica l’eugenetica e “scoraggia” la riproduzione degli inadatti con quelle che definisce “blande sanzioni”, tipo il confino.

Quindi era già abbastanza chiaro dove sarebbe finita l’utopia.

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Il regno contraffatto

Scherzando si dice la verità, ma alla lunga accade anche il contrario, e la verità passa per gioco. Tutto viene trasformato in spettacolo, però non è detto che diventi impotente. Ma il teatro può andare al potere? O ci è già andato? E in tal caso la rivolta è un dramma nel dramma? Sono domande un po’ speciose e perciò meritano la nostra massima attenzione, quindi ecco a voi l’ennesimo stralcio del nostro libercolo, uscito stavolta dalle manine di Tony Esca, detto anche il Ventura, che non ha bisogno di ulteriori presentazioni.

P.S.: in ogni caso, come diceva l’Elia: fortunate le epoche in cui il potere teme ancora le parole.

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La grande scienza incontra la Fondazione

Avete anche voi l’impressione che questi sedicenti scienziati passino il tempo a pettinare i bosoni approfittando dei lauti finanziamenti statali? Che insomma siano una ca$ta di farfugliatori e mangiapane a tradimento, con la scusa della ricerca? Sì? Beh, non avete sempre ragione: ecco un caso in cui scienza e grande letteratura vanno a braccetto: parliamo del celeberrimo articoletto spallanzaniano sulla fisica dei gialli e dell’incomparabile commento dell’amplissimo prufissori A. Giammanco. Che cosa aspettate a fingere di averli capiti? E a comprare il maledetto libro??

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L’eterna lotta tra letteratura e vita

Nel comporre il più volte lodato libro, uno degli articoli che ci ha dato più grattacapi è stato quello affidato al Dottor D. Travolto dai suoi impegni mondani, braccato dalle donne, incline al peggior deboscio, l’ottimo dottore ha cercato in tutti i modi di far perdere le sue tracce mollandoci la sòla, e alla fine se n’è venuto fuori con un oldissimo racconto-gioco metaletterario, che farebbe la gioia di una rivista parrocchiale. Ciò non pertanto, siamo certi che i lettori sapranno svolgere il loro ruolo di integratori del testo e cavarne il meglio.

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Ci sono solo conseguenze

Quinto (o sesto?) capitolo del libercolo, un enigmatico frammento del molto orrevole Richardo Raccise.

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Proseguiamo con la divulgazione dell’aparola

Abbiamo aggiornato la versione online del libro con i benefici appunti sulle poesie puerili del Nostro, le salutifere note sul suo capolavoro, nonchè i materiali per quell’istituto incomparabile che è l’Opteopo. E questo è.

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Citattioni e segnalattioni

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1. Inopinatamente, sulla rete è comparso un presunto pdf di “Crocevia”, l’elusivo capolavoro spallanzanesco. Avevamo quasi paura di cliccare il link, per cui abbiamo chiesto al prode socio Levonetto di avventurarsi lui: dopo aver molto arrisicato, ci ha confermato che trattasi di un truffone, per cui NON CLICCATE, ripetiamo NON CLICCATE: non esistono copie digitali di “Crocevia” e quelle cartacee sono rarissime, quindi non fatevi imbrogliare.

2. Altrettanto inopinatamente, la prefazione dell’edizione americana de “La Chiesa e il Regno” di Agamben cita l’Opificio di Teologia Potenziale.

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3. Lorenzo Marinucci, nostra conoscenza di vecchia data, ha tradotto Vento e terra. Uno studio dell’umano, di Tetsuro Watsuji. E’ proprio un libro di carta e pur non sapendo nulla di filosofia giapponese ci sentiamo di consigliarlo. Qui l’introduzione.

4. Il nuovo presidente scatena una gara di profezie basate su anagrammi.

Noi abbiamo ottenuto un allarmante e rettiliano “allargate mistero”.

5. Questo articolo sul gatto mezzo vivo e mezzo morto riprende alcune righe del classico di Elia Spallanzani Interpretazione quantistica del delitto della camera chiusa.

6. Abbiamo cominciato a pubblicare macchinaxscrivere sul blog. Per ora ci sono solo il frontespizio e il primo capitolo, ma la signorilità è già evidente.

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