La psicanalisi nei secoli

2000 a.c.

Ugh.: “Popolo! Ugh sognato grande cane, e fatto lui amore degli uomini!”
Popolo: “ORAY! Per grande spirito tu sciamano!”

1000 d.c.

Venanzio: “Padre,  sotto il sigillo della confessione devo dirvi che ho sognato un cane nero e compivo con lui atti innominabili…”
Prete: “Stai sereno…” (segue rogo)

1900 d.c.

Otto: “Dottore, è inspiegabile ma ho sognato un grosso cane e lui… come dire… se lo faceva mettere… ahem… sotto la coda, non so se…”
Freud: “Chiaro segno di coprofagia. “Cane” infatti è l’anagramma di “cena”, cenare con ciò che è nel retto, quindi…”

1999 d.c.

Un nerd: “Salve dottore, c’è questo sogno ricorrente in cui sodomizzo un cane…”
Dottore: “Mi dica, ha preso la chiave inglese nella stanza dei motori?”
Il nerd: “Che cosa?”
Doc: “USA chiave inglese CON cane”.

2015 d.c.

Sms: “Doc strano sogno bunga bunga cane nero ???2?”
Doc: “Obs…”

Si ringrazia Riccardo Raccis per il 1999.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

Un altro paradosso dello spione

Repubblica ci informa che la grande scienza italiana è riuscita, per la prima volta al mondo, a effettuare una trasmissione di dati quantistica con un satellite sulla distanza record di 1.700 chilometri.
Ora dovete sapere che per la peculiare natura della realtà questa trasmissione è praticamente inattaccabile, perché qualsiasi sistema utilizzato per intercettarla la modificherebbe (nel caso di specie dicono che la distruggerebbe).
Questo perchè (semplificando) è come se il segnale fosse composto da tante palle da biliardo infinitesimali, e l’unico modo per avere delle informazioni su queste palle è colpirle con altre palle infinitesimali, col che però le palle colpite si spostano e quindi non è possibile conoscerle senza alterarle.

La crittografia quantistica si basa, tra l’altro, sul  principio di indeterminazione di Heisenberg, che era ben noto al Nostro. Molto prima degli esperimenti veri e propri, Spallanzani aveva annotato degli spunti per un racconto che come al solito cercava di rivoltare l’argomento sottolineando che così la spiata diventava parte del messaggio.

Segue la fedele trascrizione:

<<Ciccio e Tore (due spie, o due capimafia) si scambiano dei messaggi tali che qualunque osservazione li altera. Credono quindi di essere al sicuro.
A un tratto Ciccio si accorge che il segnale è stato alterato, per cui deve esserci uno spione.
Che si fa? E’ bello sapere subito che ti spiano ma dal lato pratico l’essenziale è sapere chi è questo spione e cosa vuole.
L’unico modo di saperlo, pensa Ciccio, sarebbe fornirgli false informazioni che lo inducano a scoprirsi, ma per farlo bisogna accordarsi con Tore, e come si fa visto che lo spione è sempre lì? Bisognerà incontrarsi.
Ma, pensa Ciccio: “e se lo spione fosse Tore?”

“Potrebbe avere pagato qualcuno per spiare il segnale, contando sul fatto che me ne sarei accorto e che quindi avrei avuto bisogno di incontrarlo per stabilire una linea di azione.
Del resto, perché un vero spione dovrebbe provare a intercettare il segnale, visto che sappiamo tutti che verrebbe notato?
Dev’essere per forza così, quindi lo spione è Tore e se vuole incontrarmi dal vivo non sarà per un motivo commendevole. A questo punto l’unica cosa che posso fare è organizzare comunque l’incontro con Tore e ucciderlo, prima che lui uccida me.
Però attenzione, può darsi che questo sia proprio il gioco dello spione, che non è realmente interessato a conoscere i nostri messaggi ma solo a metterci l’uno contro l’altro.
Perchè è chiaro che Tore avrà fatto la mia stessa riflessione e forse starà già cercando di trovarmi per uccidermi.
Ma aspetta un attimo: io non ho ancora detto nulla a Tore, non gli ho detto che il messaggio mi è giunto alterato.
Che cosa faccio? Glielo dico o no?”

E così via, nella paranoia.>>

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

Umano, transumano

E’ un discorso un po’ lungo e sconnesso.

Nel libro “Rivoluzionari di professione” L. Pellicani riprende la tesi di Voegelin per cui esisterebbe una linea continua tra gli gnostici, Gioacchino da Fiore, il protestantesimo e il comunismo. Quest’ultima sarebbe una sorta di religione senza dio, per cui il suo legame con lo gnosticismo è nascosto. Ci sarebbe stato un complicato fenomeno per cui dapprima la religione è entrata in politica, ponendo come obiettivo concreto la realizzazione di un mondo di santi (protestantesimo), e poi questa religione si è camuffata da istanza razionale, che intende “immanentizzare l’eschaton” (uno dei pochi casi in cui troviamo l’espressione utilizzata in senso non ironico) e realizzare in terra il paradiso materiale. Ciò nonostante il comunismo conserverebbe i modi di una religione settaria, basata essenzialmente sull’odio, e i suoi membri sarebbero simili agli gnostici in quanto “lo gnostico, che di solito è un intellettuale proletarizzato privo di una comunità di appartenenza, tende a trasformarsi in un nemico professionale della società da cui si sente ingiustamente escluso*”.

Si vede quindi che la somiglianza viene predicata più tra comunista e gnostico che al contrario: cioè si attribuiscono al secondo le caratteristiche del primo, tralasciando il fatto che gli gnostici, tranne rari casi, non erano militanti, e odiavano il mondo in qualunque forma si presentasse, non solo quella del loro tempo. C’è però il vantaggio che la gnosi è talmente varia e multiforme che le si può attribuire quasi tutto. Esistono frammenti gnostici  in cui spira effettivamente un’aria di comunismo, come ad esempio nelle Recognitiones di Clemente, dove Simon Mago dice all’apostolo Pietro:

“Stai facendo opera di persuasione su un sacco di gente perché accolgano la tua religione e pongano freno alle proprie passioni ventilando la speranza di beni futuri, con la conseguenza di privarle del godimento delle realtà presenti e di illuderle su quelle future. Una volta morti, infatti, anche la loro anima si spegnerà. (Clemente, Recognitiones, III, 41).

Materialismo, oppio dei popoli… è vero però che Simone era gnostico a modo suo, ritenendosi Dio e sposo della Divina Sofia, che identificava in una puttana di Tiro. Altre correnti predicavano ben diversamente. Ad ogni modo, bisogna dire che mentre Pellicani se la prende soprattutto con i comunisti, Voegelin aveva avuto buone parole un po’ per tutti, da destra a sinistra. Scriveva infatti nel “Mito del mondo nuovo“:

“Al misticismo attivistico appartengono i movimenti che discendono da Comte e da Marx. In entrambi i casi si trova una formulazione relativamente chiara dello stato di perfezione: in Comte lo stadio finale di una società industriale sotto la direzione temporale dei managers e la direzione spirituale degli intellettuali positivisti; in Marx lo stadio finale di un regno della libertà privo di classi. In entrambi i casi è precisata con chiarezza la via che conduce alla perfezione: per Comte, mediante la trasformazione dell’uomo nella sua forma suprema, l’uomo positivista; per Marx, mediante la rivoluzione del proletariato e la trasformazione dell’uomo nel superuomo comunista.”,

Ma tornando al problema dell’intellettuale sradicato e impoverito, che come capirete ci riguarda da vicino, Pellicani menziona Wachlaw Mavhajski, che nel suo libro “Il lavoratore intellettuale” (1900) aveva osservato come questa classe si stesse progressivamente infoltendo e appesantendo di semi-intellettuali frustrati e alienati, che assumevano un atteggiamento di radicale contestazione del sistema capitalistico presentandosi come gli avvocati della classe lavoratrice.

In un altro punto Pellicani scrive che capitalismo e cultura umanistica erano sorti quasi contemporaneamente e questa ci sembra la considerazione più interessante. Si potrebbe infatti sostenere che capitalismo e umanesimo si basano entrambi su una notevole fiducia nelle capacità dell’uomo di cambiare il mondo, solo che gli umanisti volevano farlo coi SEGNI e i capitalisti coi SOLDI, e hanno vinto da subito i capitalisti. La cultura umanistica perciò é tendenzialmente opposta al capitalismo non perché voglia il bene delle classi inferiori, che disprezza, ma perché il capitalismo la mette in secondo piano e usurpa quel potere che lei sente il diritto e il dovere di esercitare. In pratica l’ultima volta che la filosofia é riuscita a fare un punto é stato col marxismo.

Mentre Voegelin sosteneva che Marx era un truffatore intellettuale, per Pellicani il marxismo é “una geniale derivazione (nel senso paretiano) che ha permesso all’intellighenzia alienata di razionalizzare il suo desiderio di dominio e di presentare la sua rivoluzione e la sua dittatura come la rivoluzione e la dittatura della classe operaia”.

Ma se tutto ciò è vero, viene da chiedersi, cosa resta ai “semi-intellettuali alienati” una volta tramontato il sogno comunista? Ipotizzando che la storia si ripeta, chi è che oggi è nella condizione degli “intellettuali alienati” di 150 anni fa? Non certo i “proletari cognitivi”: quelli erano già proletari, e comunque sono troppi. Chi sarà il loro Marx?

Intendendo in senso moooolto ampio la categoria degli “intellettuali”, si potrebbe sostenere che oggi quelli che stanno perdendo il loro potere e rischiano di finire in mezzo a una strada sono soprattutto coloro che lavorano nei giornali e in televisione, minacciati dalla rete, tallonati da squallidi blogger etc. Infatti la lotta politica è diventata da anni una lotta tra giornalisti, comici, opinionisti, da un lato e dall’altro. Non solo questa lotta (ovviamente) si svolge in televisione, ma i principali attori sono diventati proprio loro. Però non hanno ancora elaborato delle ideologie realmente forti, si limitano a riprendere quelle del passato in chiave populista (a destra e a sinistra). Alla fin fine il più moderno di questi “intellettuali in via di declassamento” è proprio Grillo, che come Marx si identifica con la causa dei suoi “proletari” e propone un paio di cambiamenti grossi, come la democrazia permanente on line e una severità morale giacobina (o comunista, del comunismo dei vecchi tempi). Tuttavia Grillo è un fenomeno locale, mentre bisognerebbe cercare il nuovo Marx a livello mondiale.

Costui dovrebbe essere una persona convinta di poter perfezionare la vita umana in un tempo non lungo, che esista un modo infallibile per farlo, che i suoi propugnatori debbano comandare per il bene dell’umanità, e che sia loro necessaria la massima purezza (nel senso che non devono sporcarsi coi soldi), e tutto questo bel ritratto è in fondo quello dei transumanisti**.

Del resto, i tratti che fanno più ridere dei grillini (i chip sotto la pelle, il controllo mentale, le sirene) sono fantascienza e exobiologia, sono cioè tracce (importantissime) dell’immaginario sottostante, nutrito di pessima letteratura e voyager: ma questo immaginario, che è in parte comune a quello dei transumanisti, è fondamentale per far presa sulla gente: e farà presa. La gente vuole il sogno, il paradiso comunista, la democrazia permanente e istantanea, l’auto che cammina ad acqua, i batteri che mangiano l’immondizia, e anche i chip sotto la pelle e le sirene.

Quindi in definitiva il prossimo Marx sarà un personaggio televisivo che propugnerà una dottrina transumanista: accadrà nel giro di 10-20 anni, non di più. Abbiate paura della nostra parola.

*  G.B. ci segnala la riflessione sullo sradicamento come causa dell’approccio rivoluzionario sviluppata da Edmund Burke, che abbozza anche una fenomenologia degli sradicati (cita D. Losurdo, che a sua volta cita Burke): «A spiegare la catastrofe della rivoluzione francese è ora l’alleanza di due ceti sociali sensibilmente diversi: da un lato gli ‘intellettuali politicanti’ (political men of letters), dall’altro i ‘nuovi ricchi’, i grandi della finanza. […] Ma, se sono noti l’irreligiosità e l’ateismo degli intellettuali influenzati dall’illuminismo, non bisogna perdere di vista il fatto che ‘gli ebrei della Borsa’, già estranei per motivi religiosi e ideologici alla cristianità, hanno anche un interesse materiale al suo indebolimento o alla sua distruzione: sperano di ipotecare le ‘entrate appartenenti all’arcivescovo di Canterbury’. […] Queste due componenti del blocco rivoluzionario sono legate da molteplici affinità: al di là dell’odio contro la Chiesa e la nobiltà agraria e cristiana a giocare un ruolo importante è anche la loro fondamentale estraneità alla nazione; sì, anche il ceto intelletuale è fondamentalmente apolide, dato che mostra ‘attaccamento al suo paese’ solo fino a quando esso aderisce ai suoi ‘volubili progetti’. […] Per abbattere l’ordinamento esistente non bastano intellettuali e usurai. In realtà, parte integrante, e sia pure subalterna, dell’attacco eversivo è la ‘Taverna’, la plebaglia avvinazzata e sanguinaria. In che modo riesce a essere costituita e saldata questa unione innaturale, quello che Burke ripetutamente denuncia come il blocco sociale tra ‘Vecchio Ghetto’ e ‘Taverna di Londra’? Chi riesce a mettere i più disperati al seguito e al servizio dei più ricchi, e anzi della ricchezza più parassitaria e ripugnante, quella che, piuttosto che fondarsi sulla terra e l’amore della terra, rinvia esclusivamente alla speculazione e all’usura? Sono gli intellettuali, e per l’esattezza gli intellettuali di umile origine e sradicati, sono i ‘pezzenti della penna’, pezzenti come la canaglia della ‘Taverna’ che essi non si stancano di aizzare. Privi di religiosità, di fede e di autentici ideali, essi chiamano la canaglia, di cui sono parte integrante, a insorgere sì contro la ricchezza, ma solo contro la ricchezza più rispettabile, quella terriera, mentre è risparmiata la ricchezza finanziaria (e giudaica)» (Losurdo, ‘Constrostoria del liberalismo’, Laterza, 2005, pp. 270-271).

** I loro unici veri avversari potrebbero essere i SATANISTI.

Pubblicato in Uncategorized | 4 commenti

Very bello, so much Franceschini

Il povero Franceschini si è preso un sacco di pernacchie per la sua proposta di una biblioteca dell’inedito, eppure quel che ha detto in pratica esiste già, ci sono già moltissime raccolte di libri che nessuno legge, nemmeno i parenti degli autori. L’unica cosa che Franceschini aggiungerebbe al già esistente museo della fatuità sarebbe lo sperpero di denaro pubblico, che poi è una delle prerogative, anzi dei punti di forza del suo ministero.

A questo punto, se proprio bisogna gettare del denaro allora è meglio finanziare l’idea proposta da Elia Spallanzani nel 1974, durante una riunione di condominio. La convocazione riguardava un problema idraulico ma il nostro prese la parola e fortunatamente un amministratore molto coscienzioso ha verbalizzato tutto, per cui possiamo offrirvi la trascrizione di quel prezioso documento:

“Riguardo al punto due dell’ordine del giorno, prende la parola il condomino Elia Spallanzani:
Volevo solo dire che sarebbe utile se ognuno di noi scrivesse, ogni anno, la biografia di un’altra persona vivente: sulla base di informazioni raccolte negli archivi dell’anagrafe e degli enti pubblici; di interviste fatte all’interessato, ai suoi amici e conoscenti, compagni di classe, colleghi; di visite nel luogo di lavoro o nella sua abitazione; dello studio di vecchie foto, pagine di diario, lettere; e così via. La biografia sarà poi messa a disposizione di chiunque sia interessato a leggerla: del suo protagonista, certo, ma anche di tutti coloro che condividono con lui un qualsiasi tratto personale (per esempio, il fatto di essere, come lui, umani).
In questo modo, sarebbe possibile passare in rassegna, da un lato, tutte le biografie scritte da una persona nel corso della sua vita – e si noterebbe un’unità d’approccio (in probabile evoluzione nel corso degli anni) di fronte a oggetti esistenziali diversi; dall’altro lato, tutte le biografie dedicate a una medesima persona, che rivelerebbero una pluralità di interpretazioni della sua vicenda umana e della sua individualità, ma anche l’evoluzione di questa vicenda, che si arricchirebbe di un nuovo capitolo ogni anno – il capitolo, si noti, attraverso il quale i precedenti sarebbero esaminati dai biografi, dato che proprio quell’ultimo anno di vita accoglierebbe le ricerche e le interviste.
Suppongo che potremmo iniziare a scrivere biografie attorno ai quattordici anni (per simmetria, solo dopo quest’età si diventerebbe oggetto di studio). Ciò significa, calcolando una vita media di settantaquattro anni, una sessantina di opere da offrire sull’altare dell’interpretazione, della comprensione e dell’esplorazione delle possibilità.
Dato che non vi sarebbero mai due o più biografi a occuparsi contemporaneamente della vita di un unico loro simile, prima della mia morte potrei sperare di leggere una sessantina di biografie a me dedicate.
A questo punto ci sono tre considerazioni che mi sento di fare:
1. scrivere una biografia porta via tempo, soprattutto se si desidera che l’opera sia minimamente approfondita: sarebbe dunque necessario esentare dal lavoro chi si dedica alla realizzazione di questa impresa – e cioè tutta la popolazione;
2. il medesimo presupposto mi porta a concludere che le nostre esistenze sarebbero focalizzate sulla scrittura delle biografie annuali: in queste ultime, dunque, si narrerebbe di vite dedite alla raccolta di informazioni, alla loro organizzazione, alla riflessione sulla loro interpretazione, alla scrittura – biografie di biografi;
3. se penso alle cronache di cui saremmo autori e a quelle che ci riguarderebbero, su tutto il quadro si proietta l’ombra di un dispiacere: in un contesto popolato da – diciamo – otto miliardi di esseri umani, spicca la sproporzione fra la sessantina di biografie che una persona potrebbe scrivere (e saprebbe scritte su di sé) e il vasto numero di possibilità da esplorare e che potrebbero esplorarla. Sarebbe bello se ognuno potesse scrivere su tutti gli altri; mi sgomenta, nel figurarmi il calcolo, la variabile delle nascite e delle morti.
Devo quindi immaginarmi delle vite molto estese nel tempo – e anzi senza fine, perché l’attenzione di ognuno possa concentrarsi su tutti i suoi simili, nuovi arrivati compresi (che, si spera, non cesseranno mai di presentarsi sulla scena di un mondo evidentemente molto accogliente, capace come è di garantire la sussistenza, addirittura la prosperità di legioni di biografi oziosi – per quanto sia possibile immaginare un mondo di biografi asceti, che si vestono di sacco e mangiano locuste e miele selvatico, e che, seduti l’uno di fronte all’altro, sulla cima di colonne contrapposte, da quei punti inaccessibili e privilegiati scrivono sulle vicende terrene gli uni degli altri: in questo caso le biografie dovrebbero essere acute cronache dei soli fatti interiori o dei microscopici fatti esteriori. Sorvolo sulle questioni organizzative).
A favore di questo totalitarismo parolaio stanno, mi pare, le sue conseguenze:
1. la chiarificazione dei rapporti interpersonali (ciò che ogni nostro simile vuole comunicarci ce lo dirà in forma sistematica e ponderata nella biografia che su di noi sta scrivendo);
2. il raggiungimento di una migliore consapevolezza di sé (potremo confrontare l’idea che abbiamo di noi con quelle formulate dai nostri simili – idee significative anche soltanto per il loro numero e per la lontananza in cui sono maturate);
3. l’identica attenzione che il consesso umano garantirà a ciascuno dei propri membri. (L’abbattimento, in sostanza, della distinzione fra faccende più e meno importanti: il graffito del carcerato sul muro della cella come la firma dell’imperatore in calce al rescritto – anche perché non ci sarebbe molto tempo per impegnarsi in attività diverse dalla scrittura delle biografie, per essere imperatore o carcerato.)
Il fatto, poi, che questi vantaggi presuppongano l’immortalità e la fine di ogni penuria (per via tecnologica o sovrannaturale) spiega il senso di questa idea: il Regno di Dio; o di questa dimensione fa sospettare l’esistenza.

L’assemblea, all’unanimità, esprime voto contrario”.

Nota: i puristi noteranno che nell’originale non ci sono parentesi e la punteggiatura è applicata con tecnica per così dire balistica, nella migliore tradizione condominiale. E’ vero, ma questa versione dell’ottimo G.B. cerca di rendere più intellegibile il pensiero sofisticato e ozioso dell’autore, anche a costo di fargli violenza.

Pubblicato in spallanzate | Contrassegnato | 2 commenti

Per lo specchio

Qualche anno fa in Giappone è stato ritrovato un dipinto che rappresenta la cosmogonia manichea, dove la navicella della luna si carica man mano della luce intrappolata nel mondo e la porta verso il sole (è per questo che la luna cresce e poi, scaricata la luce, decresce). Il sole a sua volta trasporta la luce fino ai “12 secchi”, che sono le case dello zodiaco, per cui in definitiva tutto l’orologione dell’universo non è altro che una macchina costruita dal vero Dio per aspirare la luce e riportarla nel pleroma, finché la separazione di luce e materia sarà completa e il mondo come lo conosciamo avrà fine.

Cosa ancora più interessante, a tergo del dipinto ci sono alcuni versi in cinese che strettamente manichei non sono ma sembrano portare luce (adesso ci vuole) su alcuni dei più complicati dubbi esegetici dello gnosticismo. Un nostro amico che preferisce restare anonimo li ha tradotti rispettando la loro peculiare organizzazione e li ha anche dottamente annotati, per cui siamo fieroni di presentare  in esclusiva mondiale questo testo misterioso e conturbante.

“Mi ho leticato![1] Mi diresse il gran rodere?[2]
No, i’ song’ Adonai! Pnuemo… commo si dice? Dio Pàte![3]
I residui[4]: «Per Eva, dall’Uno ora dite: LIBIDINE SACRA!»[5]
Pativano faceti di rapaci foie: «Annodala forte, ti è sora!»[6]
Felici, torve noci[7] spiano da dietro, con avida dieta, di sotto i ridossi.
Baal o Satan era autore? O Ieovas?[8] Si finge, si dice idiota[9]; capo d’un gioco, paga caro[10] e ama l’ibis[11], o gru.
I Medici delli malauguri[12]: «O ignara, fitusa, irta! Lodiam la cara vaiassa di Tiro, Ennoia!»
Paion neo-riti d’assai avara, calma idolatria.
«Su! Ti faran gioir ugual a mille!»[13]
Dici?
«Demiurgo, sìbila!»
Ma è ora?[14]
«Caga poco!»
Ignudo, pacato, i dieci disegni fissavo.[15]
«E io ero tua, arenata, sola!»[16]
Abisso di riottosi, d’atei da divano, cortei d’Adonai psiconevrotici le farò.[17]
«Sei tetro» fa la donna, «e io fica. Pari di te?»[18]
Cafona… Vita parca, seni di bile ti darò. O nulla d’avere?
«Più di serietà, poi decidi.»
Sommo (come un piano da Gnosi) onere d’ornar gli esseri di mota. (cit. Elohim)

Note del traduttore:

1) Dio è schizofrenico, si scinde in più persone.
2) Le contraddizioni possono recare dolore anche a una divinità.
3) La prima, viscerale manifestazione del dio pazzo è l’assertività delle persone volgari e ignoranti.
4) Le Qelippot, luridi cascami dello spirito divino.
5) Sono entità notoriamente impure, lascive.
6) Parlano di Sofia, sorella e amante di Dio, andrebbe soggiogata perché pericolosa fatuità.
7) Ancora le Qelippot (gusci, scorze).
8) Dio si domanda se il mondo non sia forse l’opera di un demonio, o di un altra divinità in competizione.
9) Cfr. “Beati i poveri di spirito”.
10) Con la morte in croce.
11) È nota l’ascendenza egizia del dio degli ebrei, qui identificato con Thot.
12) Simon Mago e i suoi accoliti riconoscono Sofia in una puttana di Tiro.
13) Qui parla Sofia e si rivela una femmina dal carattere leggiero.
14) Egli era riluttante e fu Sofia a insistere che creasse il mondo.
15) Le Sephirot.
16) Sofia è una femmina moderna, se molto amata si sente prigioniera.
17) Il demiurgo medita di fare gli uomini imperfetti, odiosi, insopportabili.
18) Sofia rivendica la sua divina superiorità.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Troppo avanti

Ieri sulla Repubblica c’era un articolo di Michele Mari sul libro “Come costruire la biblioteca di Babele a dispetto degli errori di Borges”, che tratta di un tema caro alla Fondazione e già affrontato, nel suo nucleo, una decina d’anni fa. Abbiamo quindi ripescato il vecchio articolo: Nota su un possibile errore nella traduzione della Biblioteca di Babele.

Pubblicato in borges, segnalazioni | Lascia un commento

La vendetta del Padre

Ci viene in mente una connessione tra teoria freudiana e gnosticismo. Abbiamo menzionato l’ipotesi di Freud (qui una delle tante disamine) per cui nel corso della storia umana i figli si sarebbero coalizzati contro il padre primordiale e l’avrebbero ucciso, per spartirsi i suoi beni e soprattutto le femmine. Rendendosi conto però che presto sarebbe ricominciata la lotta per il predominio assoluto, i figli avrebbero stabilito una sorta di legge. Inoltre, inorriditi dal loro crimine e presi dal senso di colpa, avrebbero divinizzato il padre gettando le fondamenta di tutte le religioni.

Passando allo gnosticismo, abbiamo ricordato che il vero Dio, chiamato non a caso Dio Primordiale, Pater Innatus etc., non è il creatore del mondo, che è opera di uno o più demiurghi. Spesso questi esseri vengono chiamati “i sette” o “i dodici” e fatti coincidere con i pianeti o i segni zodiacali. Tuttavia, come ha notato H. Jonas, il legame è per così dire esterno, nel senso che gli gnostici con tutta probabilità hanno preso la struttura di alcune religioni astrali (come quella babilonese) e l’hanno adattata ai loro scopi. Quello che gli premeva dire è che l’ordine del mondo, compreso quello celeste, è una trappola che imprigiona l’uomo.

Lo gnosticismo inoltre prevede quasi sempre la figura di un inviato del vero Dio, che è parte del Padre e viene fatto coincidere con Cristo o con altre figure. Questo Figlio è puro ed esiste da sempre, è sceso nel mondo per salvare le scintille di divinità imprigionate nei corpi umani e vive nascosto, per non essere riconosciuto dagli Eoni, i signori del basso mondo materiale. Come in “Divina invasione” di P.K. Dick, il logos letteralmente si infiltra nella realtà e può anche apparire qualcosa di spaventoso.

Comunque, fingiamo per un attimo che la teoria di Freud corrisponda davvero a un evento storico. Immaginiamo lo stato psicologico dei figli patricidi: non è facile supporre che invece di divinizzare semplicemente il padre l’abbiano sdoppiato in un padre buono, perfetto, che non genera (e quindi non opprime, non ruba le donne, non comanda) e uno cattivo, opposto al primo, stupratore e prevaricatore, e che si siano detti “noi abbiamo ucciso solo il padre cattivo”? Che però non è morto: infatti non è possibile nascondere completamente la colpa derivante dal parricidio. Il senso di colpa ha fatto del padre cattivo un dio maligno.

Ecco quindi la figura del demiurgo, il finto dio sedotto dalla materia. Il passo successivo è la creazione degli Eoni, o Arconti, o Potenze, che in fondo non sono altro se non gli stessi figli: sono loro che hanno tradito il padre e creato un mondo regolato, ma ora lo trovano opprimente. Le leggi della società e della vita gli sembrano un inganno ordito ai loro danni e rimpiangono la libertà infinita (che non hanno mai goduto, ma immaginano di averlo fatto). E del resto è abbastanza logico: mettiamoci di nuovo nei panni di un figlio: dopo aver ucciso il padre non abbiamo nemmeno la soddisfazione di prendere il suo posto, perché dobbiamo sottoporci alle regole della fratrìa. Ah, se fossimo stati noi il padre! Certamente non avremmo generato!

Anche in questo caso si verifica un camuffamento psicologico: gli gnostici non si rendono conto di essere i figli e quindi odiano gli Arconti e tutta la struttura dell’universo, compresi il tempo e lo spazio. Loro si identificano con delle particelle divine, che attendono l’emissario del Padre perché le riporti nella pienezza, nel pleroma. L’origine nel parricidio spiegherebbe l’odio fanatico degli gnostici per il sesso e la generazione, perché è dal sesso che nasce il dio maligno ed è per il possesso delle femmine che è stato sparso il sangue di dio. E spiegherebbe anche la loro ansia di arrivare alla distruzione del mondo, che è composta da due fattori apparentemente inconciliabili: perché da un lato lo gnostico aspira alla purezza, e dall’altro si esalta all’idea che una volta riunito al padre non sarà più niente: col che, immagina di diventare qualcosa più grande di tutto. Lo gnostico quindi si sente abietto e onnipotente, si vuole punire per l’assassinio del padre e allo stesso tempo vuole essere il padre, o meglio ciò che pensa debba essere il padre perfetto: un essere inimmaginabile, cumulo di negazioni: l’esatto contrario del mondo, che si ostina a essere soltanto qualcosa.

Per cui forse lo gnosticismo è stato l’ultimo tentativo del Padre (introiettato) di tornare al potere, il sogno umano di ricostruire la società ideale, che non è mai esistita: quella in cui esiste un solo uomo che esercita il suo infinito potere sulla realtà ignorandola. Ma il tentativo fallirà: prevarrà invece la religione di Cristo, ossia quella del figlio innocente. E questo figlio, in virtù della sua rinuncia ai beni terreni, diventerà la nuova e indiscutibile autorità: non più il padre primordiale ma il primo tra i fratelli, la cui morte guarisce il parricidio: l’uomo non deve più sentire questa terribile colpa perché l’uomo-dio si è sacrificato e ha lavato il sangue. E’ quindi possibile riconciliarsi con la figura del padre e, alla lunga, abbandonare anche la religione.

Tutto ciò avrebbe degli interessanti corollari. Uno, lo gnosticismo sarebbe molto più antico di quanto comunemente si pensa e il suo nucleo risalirebbe addirittura ai primordi dell’umanità. Potrebbe essere rimasto nascosto, dormiente, per millenni, propagandosi di mente in mente come una tara, finché le condizioni generali non hanno permesso la sua espressione. Oppure, al contrario, la teoria di Freud è sostanzialmente gnostica, anche se magari a sua insaputa. E’ basata su una visione pessimistica dell’esistenza che viene da quell’antica radice ma si ferma un attimo prima di scoprirla, forse per paura di risvegliare il Padre.

P.S. Dopo aver scritto questo articolo ci siamo accorti che Jung aveva detto qualcosa di simile.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

Intermezzo: su certe nuove forme di culto

Si direbbe la statua di un supereroe, una donna invisibile o una signora dei venti. Rafforza l’impressione quell’animaletto ai suoi piedi, che ricorda il lemure di Madagascar. Invece é una statua religiosa, una credente in preghiera, e l’animale rappresenta qualcosa come l’altruismo non disgiunto da fiero orgoglio per le proprie origini. Il gesto della donna, le mani giunte ma a formare una sorta di piramide, sembra più un segno magico, per non parlare della complessione aerea. La curiosa e per molti versi ambigua statua decora il mausoleo di Padre Pio, che visto dall’esterno appare un drago, con quelle enormi scaglie verdi, mentre all’interno fa pensare alla crasi tra la grotta di Alì Babà e un centro commerciale. La statua quindi in un certo senso é nel suo ambiente. Con tutto il rispetto, non si può nascondere che l’edificio provoca un certo malessere: la truffa intellettuale posta al servizio di una brutalità innocente o sfrontata.

P.s. Leggiamo che la statua si chiama “navitas” e il suo non è affatto un gesto di preghiera ma appartiene a una tradizione orientale e indica la “suprema illuminazione“. Quindi è quel che appare, un segno pagano, del tutto inconciliabile con il cristianesimo, se non proprio un atto magico più vicino a questa gnosi di cui andiamo cianciando che al santo sepolto in quella chiesa.

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti

La favola del Figlio cambiato

Trovandoci in argomento, e benchè c’entri poco, riportiamo un frammento diaristico del Nostro sui principi del bene e del male.

“Nel Poema Celeste di Attar c’è scritto che secondo certi sufi il demonio, che loro chiamano Iblis, si dannò perchè a differenza degli altri angeli non volle chinare il capo davanti all’uomo: e ciò fece per amore di Dio, sostenne, perchè solo Lui meritava l’inchino: e Iblis è lieto della dannazione, perchè per condannarlo dio deve guardarlo: come l’innamorato che preferisce uno sguardo d’odio a nessuno sguardo.
Quindi per i sufi Iblis, che non è nemmeno propriamente un angelo ma una creatura di fuoco, non d’aria, è tra tutte le creature la più vicina a dio, quella che più lo ama, e alla fine sarà perdonato (l’aveva già pensato Origine, lo ripeterà Swedenborg).
Altri dicono invece che Iblis non chinò lo sguardo al momento della creazione, per cui vide la prestidigitazione di dio, mentre non doveva vederla: ma questo è più simile all’idea cristiana di satana dannato per superbia o ambizione.

Alla fin fine tutte le religioni ripetono maniacalmente la storia di un abbandono, quello del primo figlio in favore del secondo: il diavolo vede l’uomo preferito, Caino vede Abele preferito, Ismaele vede Isacco preferito, e così via.
Persino Gesù Cristo viene abbandonato, e ciò incrina un po’ la bellezza dello schema. Molti comunque non ci hanno creduto, come quei curiosi Gnostici, che sostenevano essere stato crocifisso un fantasma. Sostenevano anche il dio del vecchio testamento essere satana, ma forse la verità è l’opposto, forse Cristo era il demonio.
Sì, dev’essere così, ed è anche scritto nei Vangeli: Gesù andò nel deserto, incontrò satana, che lo tentò, lui cedette e lì si scambiarono i ruoli. Chi tornò dal deserto fu satana, che decise di sacrificarsi per gli uomini, per cancellare il suo peccato.
E così tutto torna.
Il cristo risorto era l’altro, il vero Cristo, mentre satana non ha fatto giochetti: la sua morte è stata reale, definitiva.
Ma allora che ne è stato del vero Cristo? Egli vaga ancora nel deserto, non può morire: cerca ma non può, il suo sacrificio non serve più! La divinità si è scissa definitivamente e perciò è impazzita: tutto il male viene da questa divisione.
E io ho avuto questa illuminazione adesso, qui, per puro caso.

Sempre nello stesso libro, dice Satana al creatore: benché tu non mi voglia bene, io non ho altro amico che te. Come posso dirtelo, o Illuminatore del mondo? Impara l’amore da me per un momento”.

Pubblicato in Uncategorized | 4 commenti

La cattiva novella

Questo è il peggiore dei mondi possibili e il suo creatore è Satana in persona.

Ecco la sintesi del credo gnostico, come diffusa dai suoi nemici. Che sono anche i suoi salvatori, perché i testi originali stati quasi tutti distrutti e quel poco che ci resta è contenuto nei libelli polemici e nelle numerose confutazioni dei neoplatonici e dei cristiani. Lo gnosticismo, però, è probabilmente più antico di entrambi e sembra risalire al quinto secolo a.c.. La stessa parola “gnosi”, che vuol dire letteralmente “conoscenza”, è forse inappropriata, o comunque lo è diventata sempre di più perché per noi la conoscenza implica qualcosa di progressivo e di razionale, mentre per i credenti era un’illuminazione mistica. Grandi falsificatori di testi, spesso gli gnostici rifiutavano apertamente il ragionamento e la dialettica, che comunque sarebbero stati inutili per raggiungere la verità: che è, come la divinità, assolutamente diversa da tutto ciò che noi possiamo concepire.

La loro dottrina nasce da una domanda eterna: donde il male? Come si può sostenere che Dio, la massima perfezione, abbia creato il male? O che, non avendolo creato, non sia però in grado di eliminarlo? C’è del marcio e le cose non stanno come ci raccontano.

Nel passaggio dal Dio Primordiale al mondo c’è stata una degradazione: si potrebbe dire come avviene nella replicazione delle cellule, che alla lunga porta a un errore, che genera altri errori, che generano i mostri. Tra l’uomo e Dio c’è una catena lunghissima di esseri intermedi, sempre più lontani dalla luce e sempre meno puri, e più o meno a metà di questa catena c’è il finto dio, venerato dagli ebrei. Come dice Ball, gli gnostici constatavano una contraddizione nel mondo, una vena di follia nella sua anima, e siccome la ritenevano essenziale finivano per trasferirla già nella pienezza della divinità: c’erano quindi due principi, uno buono e uno funesto, che in certe sette assumevano il nome di Figlio e padre.

Plotino, nel suo “Contro gli gnostici”, riassume il credo di una setta attiva a Roma. Loro credono, dice, che l’essere sommo sia il Dio Primordiale, da cui emana lo spirito: ma nello spirito già appare la molteplicità, perché è suddiviso in tre ipostasi o intelligenze: la terza è il Logos, che crea il mondo ideale, il “pleroma” o pienezza. A un tratto però la sapienza divina, che si chiama Achamoth, precipita dalle regioni soprannaturali perché sedotta dalla materia: nel farlo sparge il seme spirituale nelle tenebre e con lei precipitano dalle sfere superiori i dominatori del mondo, gli angeli dei vari ordini. Sono costoro che, nel ricordo delle figure di luce ultraterrena del pleroma, creano il cosmo fisico. In pratica cercano di fare una copia a memoria ma combinano un pasticcio, che è il nostro mondo. Col passare degli eoni anche le potenze si accorgono dell’errore e di quanto sia manchevole la loro opera, per cui sorge in loro una disperata nostalgia della luce reale. Ed è a questo punto che appare GIESUCRISTO: egli è il Logos, l’unico capace di discernere la grandezza del padre, di riscattare la sapienza perduta (che curiosamente è sua madre) e di liberare gli spiriti intrappolati nella materia, riportandoli nel pleroma.

Si sarà cominciato a capire che gli gnostici credono di essere spiriti angelici, caduti per errore e intrappolati: che il dio degli ebrei è solo uno sporco bugiardo, un angelo più perverso degli altri che si atteggia a padre, e che quindi Cristo, il logos, non è il figlio del dio degli ebrei, ma del vero Pater Innatus, dell’inconcepibile dio primordiale. Lo gnostico, quindi, si crede una particella divina, infinitamente superiore agli uomini comuni, che sono fatti solo di materia. Gnostici, in questo senso, si nasce: la scintilla ce l’hai o non ce l’hai, e mano mano che ti avvicini alla verità il tuo lato divino risplende e ti rende in grado di operare prodigi, comandare alla natura, comandare persino gli angeli, finché non sarai nella divinità, e sarai LA divinità.

Però c’è la materia, la tenebra in cui è caduta l’anima, che non è opera di dio: esisteva già, informe e sorda, e nulla potrà mai redimerla. E’ lei il principio del male e si è costruita un proprio regno, quindi gli gnostici la odiano, disprezzano il mondo materiale e tutto ciò contiene, compresa la loro carne: la morte è una liberazione dalla prigionia. Il che, però, vale solo per gli gnostici, che hanno fatto crescere in sè il seme divino, la luce originaria. Perché per gli altri, gli ilici fatti di creta, la morte è l’inizio di un’altra caduta, in un mondo ancora più basso, dove li aspettano pene di ogni sorta, finché saranno gettati nel gioco oscuro delle potenze.

BANGT.

Bisogna dire che come concezione ha una sua grandiosità. Però è anche piena di contraddizioni, come non tardò a rilevare Plotino. Lui non riusciva a capire come Sofia, la sapienza divina, potesse farsi corrompere dalla materia e restare comunque sapienza, tanto che il Logos l’andava a cercare. Né riusciva a trattenere il sorriso di fronte alla teoria che i plasmatori della materia avessero agito per vanità, in quanto “volevano essere glorificati”. Era d’accordo con gli gnostici nel ritenere che il vero Dio è ineffabile, inconcepibile, persino innominabile, però sosteneva che il mondo da lui disceso non si è corrotto, perché nulla che viene dal dio può corrompersi. Secondo Plotino l’unico difetto del mondo è il disordine, cui però lo spirito può porre rimedio. Il mondo, per lui, non è una cosa putrida, fatta di materia morta, ma un unico corpo organico in cui spira un’anima, e conserva in tutta la sua molteplicità un’impronta allettante della vita eterna e dell’infinita sapienza.

Da tutto questo luminoso discorso discendono però altre contraddizioni. Se le cose stanno così (e Plotino è abbastanza onesto da dirlo), allora tutto è bene, e tutto serve al bene. Nemmeno le malattie e le guerre sono un male, perché l’armonia del mondo richiede la contrapposizione.

Il problema appariva insolubile. Nel combattere gli gnostici i cristiani affineranno le loro idee sulla giustizia divina e sulla natura del male, e nel farlo assorbiranno non poche delle idee dei neoplatonici, ma le declineranno in un modo peculiare e soprattutto inseriranno ciò che i pagani non potevano usare, e cioè una delle idee più potenti e fortunate della storia: Gesù Cristo.

Pubblicato in Uncategorized | 5 commenti