Alla Phiera del Phez, 4a parte

Abbiamo lasciato il nostro uomo su un treno circondato da individui loquaci e nocivi.  Se continua di questo passo non arriverà mai a Phez! Pur dissociandoci dalle opinioni espresse, siamo costretti a proseguire la copiatura.

Il treno si ferma, scendo di corsa: mi accolgono la notte e un silenzio benedetto.  Sono così sollevato che all’inizio non bado alla stranezza del luogo. C’è una scala mobile, ci sono lunghi corridoi, poi una sorta di atrio con un incongruo pianoforte verticale. Un uomo malvestito siede mezzo accasciato sullo sgabello.

Mi fermo, preda di un lieve attacco di paranoia. Questo stazione me la ricordavo molto diversa e per un attimo mi viene il dubbio assurdo che loro l’abbiano surrettiziamente sostituita con un’altra solo per prendersi giuoco di me. All’improvviso pare che non ci sia più nessuno in giro, tranne me e l’amante delle belle arti. L’uomo tenta e ritenta infinitamente “tanti auguri a te”, sbagliando sempre l’ultima nota. Non riesco a vedergli la faccia a forse questo è un bene. Di fronte a me campeggia enorme la scritta “ROMA TERMINI – STAZIONE D’ELITeTO“.

Cosa fare, dove andare? Sperduto, non riesco nemmeno a capire dov’è l’uscita. Per arrivare all’aereoporto devo prendere un taxi ma l’enorme quantità di cartelli e indicazioni mi confonde. Riparto in una direzione casuale. Dopo vari minuti di angosciose giravolte mi ritrovo nel bagno. Manco a dirlo, è vuoto, enorme e tutto bianco. Fedele ai comandamenti dell’Elia (Libro dei Crocevia, cap. 3), sento che devo lasciare un messaggio criptico da qualche parte e col pennarello scrivo in fretta “MORTE AL CLERO INVISIBILE” su uno sciacquone. Poi esco sghignazzando come un mentecatto e riprendo a girovagare. Sono quasi sicuro di aver fatto dei progressi verso l’uscita quando sento l’orribile suono “taan-ta-taaan-tan tan tèn!” e risbuco nell’atrio del pianoforte. A questo punto l’unica opzione sensata mi sembra gettare a terra i bagagli e scoppiare in un pianto dirotto.

I gruppi terroristici che complottano per gettare il mondo nel caos sono niente in confronto agli architetti delle stazioni, dei centri commerciali e di tutte le strutture ciclopiche destinate unicamente al bene, o per più preciso dire al male, dell’umanità. Del resto perché dovrei impegnarmi a uscire? Non ho nessuna voglia di andare in Africa. Potrei restare qui per sempre, nascosto e al sicuro, bevendo alla fontanella del cesso e nutrendomi di scarti del macdonald. Ma probabilmente verrei aggredito e ucciso da torme di mendicanti che hanno avuto l’idea prima di me. Beh, non è una prospettiva tanto più nera della vita che faccio adesso. Per qualche secondo mi balocco con l’idea, poi mi ricordo del BDS. Il Fondatore ha detto che è in una cassetta all’aereoporto di Marrackech! Ho perso dei mesi a progettarlo e se quei balordi l’hanno davvero costruito devo averlo a tutti i costi. Ma potrebbe anche essere una sporca menzogna, un inganno per trascinarmi alla loro ridicola sagra del Phez. La chiave, comunque, c’è davvero, e ha anche il targhettino in arabo e francese.

Mentre mi arrovello, il suono cessa. Il devoto della seconda musa ha gettato la spugna, si è alzato e ora viene verso di me. L’avvicinarsi di un essere umano mi provoca sempre un certo panico, non so dove guardare né cosa fare delle mani. C’è anche il rischio che costui mi rivolga la parola. E se fosse uno dei sullodati mendicanti assassini? Sento i muscoli del viso irrigidirsi e prima ancora che lui parli mormoro “non ho spiccioli” e, anche se non so perché, a riprova mi frugo nelle tasche.

“Vuoi qualcosa per la macchinetta?”, dice l’individuo. Ora è a mezzo metro da me e mi accorgo che è un vecchio. Capelluto e barbuto, indossa un giubbino a squame color prugna e dei pantaloni di velluto. Però non ha l’aria patibolare tipica del popolo. Si direbbe più che altro un orsetto di monte che abbia preso di muffa.

altro vecchio occhi blu

Visto che non rispondo l’uomo mi guarda per un attimo con degli sconcertanti occhi azzurri, sbuffa e si allontana. Tiro un sospiro di sollievo, poi realizzo che quel tipo è la mia unica speranza per uscire di qui. “Ahem”, esalo, e poi “senta, bell’uomo…” (non so mai come rivolgermi a queste persone). Ma il tipo non si gira, per cui lo seguo e svoltato un angolo vedo che sta raccattando dei libri da un banchetto.

“Buonasera”, dico rivolto alle sue spalle. “Ahem… per caso lei è del posto?”. La micidiale idiozia impiega solo qualche millisecondo a raggiungere le mie orecchie, ma ormai è troppo tardi. Dio santo, devo calmarmi, trovare un modo per comunicare con l’esterno. Le mani mi sudano e mentre mi impongo di non correggermi sento che sto già dicendo “cioè, volevo dire…”.

Adesso il tipo si volta e con molta calma dice “ci sono le telecamere”, a titolo di avvertimento. “Ah!”, esclamo, come se mi rallegrassi con lui per l’arredamento. “Ottimo, ottimo… mmm… vedo che ha proprio, ahem… proprio un bel banchetto con dei libri muffi e quindi lei…”.

“Si?”

“Lei è l’abusivo dei libri!”, concludo trionfante. Mi complimento con me stesso per l’abilità con cui sto gestendo questa complicata situazione sociale. “Sì sì, ora capisco! Per un momento avevo pensato che lei fosse un vecchio pazzo!”.

“Ahahahah!”

“AHAHAHAHAH!!11!!! Assurdo, vero? Oppure peggio ancora uno di LORO

“Ohohohoho!

“Le cose che uno va a pensare!”

“Eheheheh” ride il vecchio, ma adesso solo con la bocca, mentre mi fissa di nuovo coi suoi occhi blu cianuro. Poi la sua risata finisce di colpo, come se chiudesse un rubinetto. “Io me ne vado”, dice, e butta una paccata di libri in una specie di rispostiglio.

“No aspetti, per favore devo andare all’aeroporto mi dica dove sono i taxi, anzi non me lo dica perché già lo so, mi dirà qualcosa di generico e popolare tipo vai diritto poi a destra e poi SALI e io mi perderò un’altra volta, no senta mi porti all’uscita, non mi sento tanto bene!”.

Ho parlato così in fretta che non deve aver capito una parola, ma il mio tono piagnucoloso l’ha insospettito (succede sempre così, chioso mentalmente ) per cui l’uomo resta in silenzio e porta la mano alla tasca. “No aspetti, non chiami nessuno, non ho il senso dell’orientamento, sono analfabeta, non so leggere i cartelli! Non vorrà mica infierire su un analfabeta?”.

Un ottimo discorso, devo dire. La gente è sempre comprensiva con gli ignoranti, per una specie di istintiva solidarietà. Avrei potuto evitare la parola “infierire”, però. Per dare maggior credito alla mia presunta natura di uomo del popolo mi metto a bestemmiare come uno scellerato. Nomino più volte la Madonna, e specificamente quella di Pompei.

“Giovannotto non mi fai ridere.  L’uscita è di là, devi solo andare ADDRITTO”.

Indica in maniera generica e popolare verso sinistra ma chissà perché ho l’impressione che stia dicendo la verità. “Ah grazie!”, esclamo, e poi ricordo che presso questi popoli niente è gratis, bisogna sempre pagare, dare la mancia, qualcosa del genere. Mi frugo in tasca e tiro fuori due euro, sto per darglieli quando capisco che potrebbe essere una violazione forse letale dell’etichetta offrirgli dei soldi così, come a un pitocco. Lui in qualità di venditore abusivo di libri d’accatto è almeno due tacche di signorilità sopra il mendicante comune. Allora (sto davvero entrando nella mentalità di questa gente!) decido di comprare un libro. Ormai sul banchetto ne restano solo tre o quattro e prendo il primo che capita. Sulla copertina ci sono degli uomini col cappello visti dal basso e il titolo dice “scritti scelti”.

“Ah e prendo questo”, dico raggiante, allungando i due euro. Ma l’uomo adesso sembra davvero seccato, senza badarmi butta il resto dei libri nello sgabuzzino e se ne va. Resto coi miei due euro in mano e il libretto. Mentre si allontana lo sento bofonchiare “drogati…”.

In piedi, sudato, stanco, umiliato, dico al vuoto circostante: “No, non sono un drogato. Sono solo un uomo un po’ infelice, che ultimamente ha perso molto peso, tra le altre cose”.

Poi mi avvio verso l’uscita.

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Orrore sull’Eurostar (teH Phez, 3a parte)

Decifriamo con crescente sgomento le zampe di gallina del nostro inviato. Anche se farciti dalle sue menzogne spudorate, i fatti sono sostanzialmente veri e non possono lasciare indifferenti.

Non mente ma cieli cambiano, con quel che segue. Noto una volta di più che il viaggio, qualsiasi tipo di viaggio, anche il più breve, abbrutisce irrimediabilmente, e che coloro che prendono usualmente i treni, con una frequenza tale che me li trovo sempre davanti in ognuna delle rare occasioni in cui mi muovo, costoro, dicevo, appartengono sempre e senza eccezione alle stesse tre categorie, e cioè:

1. giovane meridionale;
2. milf veneta;
3. insegnante sulla trentina, brutta e grassa, che lavora a 250 km da
casa e fa avanti e indietro ogni giorno (spesso meridionale, ma non
sempre);

Nemmeno a farlo apposta, eccoli qui tutti e tre. Il giovane meridionale mi siede di fronte e già dalla partenza ha cominciato a parlare al telefono. Sono due ore che viaggiamo e lui continua senza intermissione, tranne che per la caduta della linea nelle gallerie. Con un tono di voce altissimo, fin’ora ha chiamato: la madre, un amico, il padre, dicendogli di venire a prenderlo alla stazione; un altro amico, un’amica, il padre, dicendogli che il treno tarderà di dieci minuti; la madre, l’ex fidanzata, il padre, per dirgli che il treno ha recuperato; il padre, per ribadire (qualora non fosse ancora chiaro) che prima il treno tardava, ma adesso ha recuperato, perciò si faccia trovare puntuale alla stazione.

Il tipo, che ha l’aria di un enorme gatto castrato, ha anche raccontato sempre lo stesso episodio, spiegando nei dettagli che quella puttana della sua ex si è rimessa con Cesarino, ma che Cesarino non è nessuno, sa andare in moto e usare il computer e CHESTE SAPE FA’, LE’-LE’ (che sarebbe “via, via!”). Che lui NON CI POTEVA PASSARE ca chella s’era misa natavòta cu Cesarine! Ca st’iccose NUN SE CRERENO, LE’-LE’ .

All’inizio il suo tono di voce mi infastidiva, ma poi ha prevalso la depressione. Il pensiero di spostarmi, di dover andare tra gente forestiera, che non parla nemmeno la mia lingua, mi atterrisce. Vero è che nemmeno questo qui parla la mia lingua. Lo guardo con disapprovazione, ma non gli fa né caldo né freddo. A dispetto delle sue tristi vicende amorose, il ragazzo al contrario di me sembra quasi allegro, o comunque finge virilmente di esserlo, perché, e non perde occasione di ripeterlo, “COMME SE RICE, SE CHIURE NA PORTA E S’ARAPRE NU PURTONE” (cioè sfuma una possibilità ma ne viene una meglio). Questa frase piena di ottimismo suicida la dice così tante volte che ormai mi viene di anticiparlo e silenziosamente formo con le labbra mute le stesse parole, più o meno in sincrono con lui.

A fianco al ragazzo c’è la Milf veneta, seconda compagna di viaggio, che invece sta lavorando. Ha sparso sul tavolinetto un faldone di carte da un paio di chili almeno e tiene l’ipad collegato all’iphone per una più svelta e scivolosa connessione. Ogni dieci-quindici minuti chiama lo studio per sapere se qualcuno l’ha cercata, poi chiama altra gente per dirgli che aveva una settima piena, poi chiama il notaio, insomma fa di tutto per rendersi odiosa. Devo però ammettere che è proprio bella, bianca e bionda, con un nasetto delizioso, una pelle ammirevole, per la sua età. Cerco di non guardarla (lei dal canto suo non guarda nessuno) ma lei continua a provocarmi parlando con una voce bassa e flautata che mi arrapa moltissimo. Spesso deve ripetersi a causa del frastuono del meridionale ma ecco che un piccolo cambiamento interviene nell’atroce monotonia del viaggio: la signora ha chiamato il marito ed è subito passata dall’italiano al dialetto. Dice “dale el riso a la creatura che se sjonfa“, che suppongo sia qualcosa come “si gonfia”, o “si sgonfia”.

Povera donna, è preoccupata per la creatura. In particolare, sembra impensierirla il ricordo di una mezza banana lasciata dalla creatura a ora di pranzo. “Da le la mesa banana“, insiste col marito, come fosse la panacea per qualsiasi male, fisico e morale. Tace per qualche minuto e poi ritelefona di nuovo per sapere della banana. “La mesa banana, quela che la stava in sul cifone…“. Scommetto che il marito non la capisce, e del resto nemmeno io, poi penso altre cose che è meglio omettere e mi torna in mente la maledetta busta, ancora intonsa nella tasca del mio pastrano. Sono talmente avvilito dalle circostanze che qualsiasi lettura promette un miglioramento, persino i vaneggiamenti della Fondazione.

Armeggio per prendere la busta e nel farlo tocco involontariamente la mia terza compagna, seduta proprio a fianco a me. Costei reagisce con una gentilezza e una comprensione spropositate, si scusa, sorride, quasi che fosse stata lei a infastidirmi. Fino ad ora non l’ho vista telefonare, essendo (come me) brutta e quindi giustamente priva di amicizie, di ex, amanti, figli e affini. Di fronte a questo muro di telefoni, deve aver pensato che l’unica via che le resta è cercare di intavolare una conversazione con me, e lo sfioramento casuale dei gomiti le offre un destro insperato.

“Vai a…”, inizia a dire, ma io apro di scatto la busta e la mia espressione dice che sarei felicissimo di parlare con lei se non fosse che cose di grande momento mi distraggono come del resto si arguisce dalle dimensioni del plico, che incidentalmente dimostrano come io sia persona impegnata, sebbene non telefonante, e forse addirittura persona di alta valenza, il cui tempo è denaro. Il gesto, l’espressione, negano il mio aspetto meschino, l’abbigliamento usuale, se non logoro, il fremito derivante dalla forzata mancanza di nicotina. O almeno così sarebbe se riuscissi a dare alla mia faccia l’espressione che desidero, ma le tante amarezze subite negli anni mi inducono a dubitare di questa ipotesi e infatti la grassotta continua a parlare e anzi assume un tono sempre più confidenziale.

“Sai io a Roma ci lavoro, mi sveglio ogni mattina alle 5 e mezza per arrivare puntuale a scuola, adesso ho preso il treno di sera perché così arrivo prima, almeno domani faccio una passeggiata invece di stare al paese. E tu…”.

L’educazione mi impone di rispondere, ma dico delle cose generiche, anzi emetto dei puri suoni come “uhm…”, “eh”, “ah?” e nel frattempo continuo a sorridere debolmente, come vittima di rammollimento cerebrale, e squaderno davanti a me il grosso foglio più volte ripiegato che costituisce il 90% del contenuto della busta.

“Ciao D, come va?”

Riconosco subito la grafia del Fondatore, il suo tono informale. Strano, pensavo che si fosse ritirato a vita privata.

“Sappi che niente di tutto questo è una mia idea. E’ stato il Clero Invisibile ad accanirsi con questa storia della Phiera del Phez e non ti nascondo che mentre scrivo loro sono qui, alle mie spalle. Sono venuti a casa mia.”

Cazzo, allora è come temevo. Cerco di concentrarmi nella lettura ma le voci dei miei tre vicini continuano a martellarmi nelle orecchie.

“Già. Siamo a questo punto. Scusami se lo dico, ma in parte è anche colpa tua. Ti avevo avvertito che la tua politica della segretezza paranoica ci avrebbe portato a questo, Cesarine! Non so nemmeno chi è questa gente, ma fa sul serio. Mi dicono che se sjonfa, se sjonfa, e che se per caso stai pensando di vendere il biglietto per Marrakesh e sparire nella notte ti sbagli, perché sai, gli studenti sono così scostumati“.

Cosa? CHE COSA?

Mi guardo attorno con aria feroce ma il tavolino è una trappola di viaggiatori tipici, contro cui non esistono scongiuri efficienti. Per alzarmi dovrei rivolgere la parola all’insegnante e il pensiero di offrirle l’occasione di rispondere mi ripugna. Sprofondo nella poltroncina di rinomato disegno e cerco di chiudere tutti i canali di comunicazione col mondo esterno tranne gli occhi.

“Mi costringono a scriverti perché pensano  che ho qualche ascendente su di te. Adesso dicono che s’a mettuta nata vota cu Cesarino, chella puttana! e nella busta c’è la chiave di un armadietto dell’aeroporto di Marrakech. Dentro ci troverai la mesa bana, ghe l’era sul cifone, ti  sarà molto utile per la tua missione. E ci hanno messo anche il BDS, quello che hai progettato tu. L’hanno costruito davvero! Se è così, allora la sicsi è tutta una truffa!

Ah, infami… il bastone e la carota! Devo rileggere ma non è finito, c’è ancora:

“Il dott. Begator verrà a prenderti. Di lui so che non è nisciuno, sàpe sul’a motocicletta. Questo è essenziale. Purtroppo non posso aiutarti, ma se riciama el notaio Balenghi sai dove trovarmi. Mantieniti forte e non dimenticare a banana, addo stà a banana? Ogni mattina alle cinque e mezza co l’atte se sjonfla, poero fiu, e soprattutto s’arapre nu PUTTONE O FA’!

Stai bene, L.

P.S. Questo messaggio, come di consueto, svanirà entro 5 secondi”.

NO!

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Il Uaiaggio del Phez, parte seconda (ancora un’introduzione)

“Il viaggio: non c’è mito più nocivo, né retorica più volgare”.

Così c’è scritto sulla prima pagina del taccuino rosso appartenuto al nostro fedele inviato in Marocco. Ci è pervenuto in modo singolare ed è irto di difficoltà interpretative. Il signor “D” scrive tutto di fila, senza maiuscole e con pochi segni di interpunzione, tra disegnini, scarabocchi e macchie meno identificabili, in uno stile anni ’80 che non ci può essere addebitato. Siamo quindi costretti ad intervenire leggermente sul testo. Il che, conoscendo “D”, doveva essere uno dei suoi scopi.

 

“Sette maggio, una ludoteca di provincia. L’uomo della Fondazione è grasso, gioviale, pretesco, ambiguo. Mi invita a sedere su un pouf a forma di fungo mentre lui resta in piedi e giocherella col gessetto sulla lavagna. I simboli che traccia sembrano le oscenità del bagno di un autogrill gestito da una cultura aliena.

“Da quanti anni non ci vediamo, mister Dh…”

“Ti ho detto che non mi devi nominare”.

L’inviato inclina la testa, come se avesse visto il suo criceto arrampicarsi sulla parete del soggiorno e poi esplodere. “Un timore superstizioso, se posso dire la mia. Ad ogni modo” – il gessetto stride – “devo subito domandarle una cosa importante: ha lei l’abitudine di indossare un fez?”.

Dovrei essere abituato a questo tipo di conversazione, ma confesso che la domanda mi sorprende. Per guadagnare tempo mi guardo in giro. Non pensavo che una ludoteca vuota potesse apparire così lugubre: lettere giganti, palloncini mezzi sgonfi, strutture in lego rimaste a metà che somigliano tutte a una forca, macchie appiccicaticce. Un pupazzo di Winny The Poo giace abbandonato sul tavolo arancione, trafitto da varie matite. Dal ventre gli pendono entragne d’ovatta: l’occhio sinistro, vitreo, mi guarda follemente.

“Beh, io, in realtà…”

“Lo immaginavo”, dice tristemente il grassone. “E in famiglia non c’era nessuno con questa abitudine, qualche ardito, un podestà magari?”.

“No”, dico secco, ma ora credo di aver capito. Gli insensati vogliono organizzare una sorta di flash-mob convocando in piazza del popolo tutti quelli che hanno un fez per dimostrare qualche grottesca teoria sociologica. In effetti potrebbe anche essere divertente. L’Italia dev’essere piena di gente che conserva il fez del nonno, a ben pensarci conosco almeno un paio di persone che…

“Mister D, lei si sta astraendo di nuovo e io non ho molto tempo, devo tornare al parco per cui la prego di prestarmi attenzione. Veniamo al dunque: la Fondazione vuole che lei vada a Marrakech  e presenzi alla giornata mondiale del Fez che si terrà il 9 maggio, dopodomani. A tal fine le viene concesso il rango temporaneo e revocabile di ambasciatore e logoteta. Queste sono le sue credenziali”.

Con la mano guantata mi porge una busta color tabacco tutta sporca. Riconosco il sigillo delle grandi occasioni: UACVVM FENFIBILIF. Oh, lo splendore cencioso della Fondazione… nonostante tutto mi viene da sorridere. “Tutti questi anni e non l’avete ancora corretto”.

“No mister D, è rimasto come l’ha scritto lei”, dice il messo e si avvia alla porta. “Nella busta troverà altre istruzioni. Ci aspettiamo che parta stasera. Le raccomando di non compilare di nuovo la nota spese in maniera creativa”.

Ora è come se mi risvegliassi. “Ma io non voglio andare in Africa!”.

“Eppure…”

“Io non ci vado, non li posso soffrire i negri…”

L’uomo si ferma, si succhia le labbra. “Tz, ma come si esprime? E dire che è una persona colta…”.

Non so perché ma mi viene in mente che se questo tizio lascia la stanza il patto sarà siglato e non avrò più via di uscita. Allora mi alzo di scatto dal pouf rovesciando ciò che resta di Winny e tutto il ciarpame di un’infanzia mal vissuta. “Ma non so nemmeno dove sta Marrakech”, sbraito, “e poi il nove è lunedì!”.

“E allora? Lei ha sempre affermato che festeggiare di domenica è da pervenuti. Del resto non si preoccupi, il biglietto gliel’abbiamo già fatto noi e troverà amici ad accoglierla. Inoltre lei parla francese…”

“L’ho studiato solo alle medie!”

“… e comunque non deve far altro che presenziare e gestire graziosamente. Si ricordi che tutto questo è AMSG”.

La mano dell’uomo è già sulla maniglia. Allora lo prendo per l’avambraccio, “ma perché dovrei farlo?”, gli grido in faccia, e lui, inclinando di nuovo la testa, come se dicesse un’ovvietà: “Perché ha dato la sua  PALORA”.

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Purtroppo è vero. Ho giurato e comunque questa gente sa troppe cose di me. Saranno dieci anni che non prendo un aereo ma sei ore dopo sono già in treno diretto verso Roma…

(Fine seconda parte)

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In viaggio verso Fez, prima parte

Come sapete, il nove maggio 2016 si è tenuto l’annuale raduno mondiale dei portatori di Fez. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare l’iniziativa non è nata nei sonnacchiosi paesi simbolo del copricapo troncoconico, ma nella più pragmatica America. Il raduno è anche una fiera e si tiene ogni anno in un paese diverso, in base alla complessa mappa socio-economica del Fez. Quello di quest’anno è stato particolarmente importante perché finalmente il Marocco ha deciso di riaprire le porte al suo figlio più illustre, ospitando la manifestazione nella celebre medina di Marrakesh.

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Il Fez-O-Rama di Sofia, 2015.

A questo punto forse vi state chiedendo cosa c’entriamo noi con tutto ciò. In effetti ignoravamo completamente la faccenda finché ai primi di gennaio abbiamo ricevuto una strana mail. Un sedicente dott. Arnel Begator, newyorchese di origini albanesi, ci informava che come estimatori del Fez eravamo invitati all’evento. Il dott. Begator, che è il tipo col baffetto, preferiva usare la parola “Phez”, considerandola più moderna e sbarazzina, e all’inizio abbiamo pensato che la mail fosse qualche tipo di phishing o la pubblicità virale di un fumetto.

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“Phez, a mushroom person searching for purpose and knowledge”

Non avendo molto di meglio da fare abbiamo risposto scherzosamente a Begator parlando di funghi che fanno ridere e ne è nata una corrispondenza fitta di equivoci, che al momento non possiamo pubblicare per espresso divieto degli inquirenti. Dopo diversi giorni abbiamo capito che il dottore aveva scambiato l’acronimo della Fondazione Elia Spallanzani (FES) per un omaggio alla città Marocchina, e inoltre aveva visto alcune foto del Nostro che lo ritraevano con l’eroico copricapo. Come molte americani, il pur istruito dott. Begator non sembrava molto aggiornato sulla storia del nostro paese e inclinava a credere che qui il phez fosse ancora l’ultima moda. Da ciò la sua ricerca di validi partner culturali e commerciali in Italia: e chi meglio di noi?

La storia, col senno di poi, puzzava sin dall’inizio. Però le foto indicate da Begator sembravano vere, e alcune persone della famiglia Spallanzani (le figlie di zia Luisella) hanno riconosciuto chiaramente il Nostro. L’unica spiegazione possibile è che le avesse con sé mentre combatteva in Grecia, durante la seconda mondiale, e che siano andate perdute, per poi ricomparire in rete.

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Spallanzani nella neonata opera Balilla, 1928 circa. Il Nostro è il secondo da sinistra, ben riconoscibile dalla fierezza.

Ad ogni modo, Begator ci raccontava altre cose meravigliose e a stento credibili. A suo dire il phez racchiudeva molte virtù e il mondo se ne stava accorgendo. Non solo se ne vendevano a pacchi, ma venivano anche create pagine con umorosi giuochi di parole basati sul fes ed uscivano videogiochi fez-inside. Alcuni dei sostenitori più accaniti stavano creando addirittura un intero social network dedicato, cui si poteva accedere solo indossando il rosso o nero copricapo. All’inizio cercammo di fargli capire che probabilmente erano burle, ma la cocciutaggine dell’albanese, unita al temperamento visionario americano, dava alle sue parole una forza che andava oltre le ossute evidenze. Perché meravigliarsi allora se ci siamo lasciati convincere a concedergli il diritto di aprire una succursale della Fondazione a Fez? “The Fes in Fez”, propose prevedibilmente il dottore, e noi sventurati assentimmo.

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Mockup per il nuovo social network.

Non potevamo prevedere quel che sarebbe successo, però qualche dubbio l’avevamo, e quando il dottore cominciò ad insistere perché un alto papavero della Fondazione si recasse in visita ufficiale il 9 maggio decidemmo che era troppo rischioso. La rete è piena di sedicenti dottori che accileccano gli stolti con l’oro dell’Africa e la storia del phez poteva essere solo una scusa per rapire ingenui occidentali, o peggio. D’altro canto però ormai ci eravamo compromessi, e poi eravamo curiosi: decidemmo quindi di inviare un uomo di massima fiducia.

La scelta è caduta su “D”, nostro antico sostenitore ma uomo difficile e non a tutti gradito. Legato dai terribili giuramenti dell’iniziazione spallanzanesca, “D” non ha potuto dire di no, anche se ha detto molte parole, quasi tutte irripetibili. Oggi, dopo quello che è successo, sappiamo che la nostra scelta è stata saggia, e affronteremo il processo con serenità.

Ciò che state per leggere non è per tutti, vi avvertiamo. E’ il taccuino di viaggio di “D”, che partì alla ricerca di scopo e conoscenza e forse ne trovò fin troppa. Che qualunque cosa lo ricopre gli sia lieve.

(Fine prima parte)

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Perdendo colpi

Ritorniamo dopo poche ore sul fatterello della frase erroneamente attribuita a Pasolini. Mwahaha, che ci aveva segnalato il fatto, ci scrive per redarguirci:

“Ma allora non avete capito niente. Il punto che vi sfugge ancora è che chi ha scritto l’articolo nel 2015 è lo stesso che scrisse questo nel 2014: https://robertocotroneo.me/2014/06/06/pasolini/ .”

Quindi, ricapitolando, se abbiamo ben capito nel giugno 2014 Cotroneo scrive un articolo in cui divide gli utenti della rete in pascoliani e pasoliniani. Il pasoliniano, secondo Cotroneo, <<sa anche quando non sa, accusa anche quando non ha le prove, vede anche se c’è buio pesto. Il pasoliniano sui social, twitta, posta, commenta e blogga anche sapendo di sbagliare. Il pasoliniano non dà valore all’errore se l’errore può portare sollievo, verità, e indignazione>>. Inoltre <<non è detto che il pasoliniano abbia letto tutto Pasolini>>, e al suo manicheismo culturale dobbiamo rassegnarci.

Nemmeno a farlo apposta, in un articolo dell’ottobre 2015 Cotroneo scambia il post di una ragazza, che contiene una breve ed evidente citazione di Pasolini, per un  testo di Pasolini, benché l’autrice avesse già scritto mesi prima che non era così. Il tutto con bella e generosa  indifferenza per l’errore, nel puro spirito pasoliniano così simpaticamente criticato dallo stesso Cotroneo.

C’è però una rettifica, e dice Mwahaha:

“la rettifica uscita chissà dove (un blog? carta da culo?) senza scuorno in faccia, riportata sotto, non ha cmq. impedito che lo pseudoepigrafo entrasse nel canone (ci sono anche pubblicazioni che fanno esplicito riferimento al “sacro poco” come marchio del poeta).

<<Rettifica (10/11/2015)

Poco tempo fa ho trovato sul web una citazione che credevo fosse di Pasolini . E che con il pensiero di Pasolini era assolutamente compatibile. L’ho riportata senza rendermi conto che solo l’ultima parte era del poeta friulano mentre la prima parte era di un’altra autrice che si chiama Rosaria Gasparro. L’equivoco è dato dall’uso complicato delle virgolette che può indurre in errore. Mi scuso con l’autrice, e al tempo stesso le faccio i miei complimenti per la bella frase, talmente bella che mi ha indotto in errore.

Roberto Cotroneo>>

[sottolineato mio]”

Bisogna concordare con Mwahaha che la rettifica è un mezzo capolavoro e che sarebbe difficile trovare un altro brano che dica altrettanto dell’autore, e con altrettanta chiarezza. Tra l’altro si vede bene che ha fatto tesoro della lezione pasoliniana sul saper perdere. Ma la cosa più buffa è che apparentemente la “rettifica” non si trova da nessuna parte, se non in una versione cachata di un blog che non c’entra nulla. Un rettifica invisibile, quindi, che poi è il miglior tipo.

Infine, Mwahaha contesta anche la nostra ipotesi sull’indizio che gli ha fatto notare la stranezza della presunta frase di Pasolini.

“PS: curiosamente è proprio il contenuto ad avermi fatto insospettire; il testo in sé non ha nulla di pasoliniano a parte una certa teatralità, amplificata da un ritmo tipico della bislacca cifra di un Saviano che in questi tempi grami, per proprietà commutativa eteroindotta, vien sovrapposta al fosco poeta di Casarsa.”

E anche su questo dobbiamo in buona parte concordare, sperando che l’uso complicato delle virgolette non tragga in inganno anche i nostri lettori.

P.S.: questo post, scritto nel cuore della notte, è stato poi modificato perché ci siamo accorti che non avevamo capito bene nemmeno la seconda volta. La rapidità cotro-pasolinesca e diremmo garibaldina nel giungere a conclusioni errate sembra quindi contagiosa e ci ha tratto in errore.

P.P.S.: qualche giorno fa Cotroneo spiegava al mondo perchè bisogna rileggere Pasolini.

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Un modo più educato di perdere

Così il Nostro definitiva l’ironia. Meditando sull’apoftegma abbiamo fatto un giro sulla rete in cerca di altre perdenze e ne abbiamo trovata una di Pasolini, così ipocrita da ricevere la dovuta attenzione. L’abbiamo segnalata a un amico della prima ora, l’ottimo Mwahaha, con dei commenti che preferiamo non riportare, però lui da filologo quale è ha subito notato qualche stranezza.

Forse a insospettirlo è stato quel “gestire”, sgradevole vezzo tipico del nuovo millennio, oppure è stato qualcos’altro: fatto sta che Mwahaha si è messo a cercare, ha trovato molte citazioni del pezzo, anche sui giornali, e infine è risalito alla fonte, che non è Pasolini. Già un anno prima la vera autrice faceva notare che il venerato PPP scrisse solo le ultime tre righe, appositamente messe tra virgolette, mentre il resto l’ha premesso lei.

Senza incominciare discorsi sull’analfabetismo funzionale, constatiamo che il fenomeno è comune. Nel corso dei secoli, anche grazie all’ignoranza dei segni tipografici, le sparate dei noti tendono ad accrescersi come stalattiti: commenti, chiose, note, tutto viene risucchiato dalla massa del citato, sorta di buco nero letterario, e a volte non solo letterario.

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Il gene del fusillo

Questa è una considerazione pedante.

Non sappiamo quando nasce storicamente il fusillo, né come. Applicando uno schema noto, che è una delle più grandi soddisfazioni, possiamo immaginare che i primi fusilli siano stati estrusi per caso. Almeno all’inizio devono aver subito molte mutazioni locali, dovute a errori di trasmissione o di realizzazione, oppure alle condizioni dei materiali e allo scarso sviluppo delle tecniche di estrusione. La selezione finì per condurre a una certa stabilità: tutta una serie di specifici fusilli regionali, altamente stimati dalle popolazioni. Con il ridursi delle barriere commerciali le specie di fusilli vennero però in competizione tra loro e molte regredirono, riducendosi a specialità della nonna, mentre il fusillo più performante si diffuse in buona parte del mondo conosciuto.

La possibilità tecnica di riprodurre quasi perfettamente il fusillo e di munirlo sempre delle stesse caratteristiche di elasticità, rugosità e fussilevolezza, la produzione industriale insomma, portò a un’epoca d’oro del fusillo dominante, che per una cinquantina d’anni restò quasi immutato. Ma in seguito si avvertì la necessità di risvegliare l’attenzione dei consumatori, ormai quasi addormentati, con nuove varianti del fusillo campione. Un po’ più lungo, un po’ più corto, un po’ più inclinato. Queste varianti non erano più casuali, nemmeno in minima parte, e si può dire che i nuovi fusilli non erano sostanzialmente diversi da organismi geneticamente modificati. Eppure la popolazione non ne provava l’orrore che di solito trae dallo scherzare con la natura.

Le stesse persone che temevano la soia transgenica andavano matte per fusilli chiaramente malformi, creati in laboratori da esperti di marketing. Il fatto che le nuove specie di fusilli nascessero e morissero con una velocità allarmante, giustificata solo dalla necessità di proporre nuovi modelli per solleticare i sensi stanchi degli utenti, non sembrava colpire nessuno. L’abbondanza delirante dei modelli di fusilli appariva una ricchezza, e veniva contrabbandata come tale anche dai vegani più incalliti.

Solo i più consapevoli cercavano di giustificare la loro innaturale passione per nuove forme di fusillo con la scusa che queste, in fondo, non potevano riprodursi e alterare l’ecosistema come dei piselli ogm. Ma il loro modo di pensare (di questi mezzi consapevoli, non dei fusilli) era già stato alterato abbastanza: insieme al fusillo, tutte le forme del loro pensiero ormai mutavano senza una reale giustificazione: era il cambiamento per il cambiamento, il cambiamento come surrogato della libertà: della gioia, persino.

P.S. Un’altra constatazione banale è che l’attuale insensata varietà di forme è conseguenza della capacità di riproduzione perfetta. Se il fusillo può essere sempre identico, viene meno la mutazione casuale e quindi bisogna inserirne una artificiale. Il consumismo perciò deriva dalla riproduzione perfetta, con la differenza del fattore noia. Gli squali sono rimasti pressoché immutati per milioni di anni perché la loro forma era già adeguata e non c’era nessuno che potesse stufarsi di vederli sempre uguali.

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La lezione controproducente

Nel 2003 sono accaduti due fatti importanti: 1 è nato il sito della Fondazione e 2 Avril Lavigne è morta. Come spesso accade nel mondo religioso (quello dello spettacolo ne è sottoinsieme) la morte è stata nascosta ed April rimpiazzata da un doppione. Nel 2013 però qualcuno se n’è accorto, la notizia della morte si è diffusa e ora si sta diffondendo la smentita. La notizia falsa, come abbiamo già banalmente notato altrove, è una delle più convenienti sotto il profilo economico, perché contiene il seme di una nuova notizia. Anche in questo caso il creatore della notizia sostiene sostiene di averlo fatto per dare al popolo una lezione di scetticismo. Allo stesso modo, un terrorista potrebbe dire che diffonde virus per incentivare la produzione di anticorpi.

Sta di fatto però che questi anticorpi non vengono prodotti, perché la notizia falsa si propaga sempre molto di più della smentita, e più in fretta. Evidentemente soddisfa qualche necessità psicologica, che spesso è il puro desiderio più o meno inconscio dell’esistenza di un complotto. Sin dai diavoletti filosofici, che creano la realtà apparente per semplice malizia, scetticismo e complottismo sembrano padre e figlio. E infatti nulla ci vieta di pensare che la diffusione della falsa notizia della morte di Avril sia a sua volta una menzogna, inventata solo per dimostrare una volta di più quanto è facile ingannare la rete. In fondo, come disse il nostro, perché sforzarsi di diventare davvero un impostore quando si può semplicemente spacciarsi per un impostore?

Tutta questa presunta demistificazione somiglia all’agente provocatore, che è uno degli strumenti classici della tirannia, non della libertà.

P.S. Incidentalmente, il fatto che la Avril Lavigne del 2013 sia del tutto diversa da quella del 2003 è vero. A parte la chirurgia del naso, in quei dieci anni tutte le cellule del suo corpo sono cambiate. La continuità del suo essere è un semplice pregiudizio e potrebbero esistere società in cui, ad esempio, ogni anno l’individuo si considera una persona diversa, e magari cambia anche nome.

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La città sottomarina

Su una bancarella abbiamo trovato questo libro di Renzo Chiosso (in basso a destra potete vedere Giupeppe, il coniglio familiare della Fondazione):

cittasott

 

Pubblicato nel 1944, è una seconda edizione e l’abbiamo pagata un prezzo francamente irragionevole, ingannati dalle poche notizie che avevamo sull’autore.

Chiosso è noto (relativamente) per aver scritto alcuni apocrifi Salgariani, talvolta partendo da testi incompiuti. Inoltre viene inserito nella lista dei “precursori” italiani della fantascienza. Questo libro però di fantascientifico ha ben poco, anzi si direbbe scritto una cinquantina di anni prima. Siccome la trama è banalissima, la sintetizziamo senza troppi timori di spoilerare:

Un marinaio viene a sapere da certi indigeni che su un’isoletta nei paraggi ci sono le sirene. La nave su cui viaggia viene travolta da una tempesta ma improvvisamente una forza misteriosa la attira in un porto sicuro. Appaiono inoltre dei misteriosi individui a bordo di un panfilo, che danno scorte alla ciurma e poi le lasciano la loro nave per raggiungere un luogo abitato. Questo luogo, incidentalmente, è quello nei cui pressi si dice ci siano le sirene. I marinai le vedono, raggiungono il loro atollo e scoprono che c’è un passaggio sottomarino che conduce a una città illuminata di rosso, piena di ricchezze. Si scopre che qui vivono i discendenti di alcune persone scampate al terrore rivoluzionario. Non solo hanno trovato oro e preziosi ma hanno anche scoperto una vernice che brilla grazie all’elettricità, una sorta di televisione, i sottomarini e altre cosette. Ovviamente sono loro che hanno salvato i marinai e le sirene sono semplicemente delle giovani di questa razza bionda e bianca, che ogni tanto escono a prendere il sole in un costume iridescente. Gli abitanti sono lieti della visita perché con i marinai c’è un prete e loro erano ansiosi di avere qualcuno che dicesse la messa.

La presenza del prete nel racconto giustifica l’approvazione ecclesiastica sulla prima pagina. Certo sarebbe stato difficile desiderare un racconto più ortodosso e rispettoso della religione, addirittura critico verso gli orrori della rivoluzione, da sempre invisa ai preti. Per il resto, si può dire che nel 1940 tutte le eccezionali scoperte dei sirenidi erano già state realizzate, compresi i sottomarini e la televisione (che non viene chiamata così, benché la parola esistesse già). Viene quasi da pensare che il libro sia stato scritto una ventina di anni prima e tenuto (giustamente) in un cassetto. Certo è un libro per ragazzi, programmaticamente puerile, però (tanto per dire) all’inizio degli anni ’40 Asimov aveva già formulato le tre leggi della robotica e cominciava la cosiddetta epoca d’oro della fantascienza, mentre in Italia veniva pubblicato questo libretto, che sembra un’imitazione di Giulio Verne. Questo ritardo di una cinquantina d’anni rende ancora più singolare la figura del Nostro, che è, a paragone, di una modernità persino sospetta.

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Senza nessuna vera ragione

I nostri archivisti hanno trovato un nuovo e rilevante frammento spallanzanesco, che non possiamo tacere:

<<Riordinando trovo un foglio invecchiato. Sopra c’è scritta una lunga frase sentenziosa e in fondo, più grande,

“tutte le cose servono il
[…]”.

La parte bianca indica una striscia di scolorina.
Questa grafia è sicuramente la mia, ma che cosa avevo scritto di così strano da scolorirlo? Di norma cancello (cancellavo: sono anni che non scrivo a penna, questa roba è vecchia) o butto. Perché conservare e coprire?
Evidentemente volevo lasciarmi un segno. Com’è strana questa striscia: appena in rilievo, sarebbe invisibile se la carta non si fosse scurita per il tempo. Devo sapere che cosa ho scritto! Allora prendo un taglierino, gratto come se fosse intonaco e, meraviglie della scolorina, la pasta bianca si scalfisce, s’arriccia e cede rivelando una striscia di carta bianca, pulita. Tanto è chiara che spicca.
Continuo a grattare, gratto il foglio ma è solo carta, sotto non c’è niente, nessuna scrittura.
Anni fa, scientemente e con fermezza, ho steso una striscia di scolorina su niente.
Una riga vuota mascherata da riga cancellata. Significava niente, o solo vuoto, e poi è diventata mistero, curiosità, speranza.>>

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Parentesi di attualità: il valore del nulla

La faccenda del ministro Guidi e del suo compagno ricorda un po’ quella di Guglielmo Manna, marito del giudice Scognamiglio, e del presidente della regione Campania. A parte il fatto che in entrambi i casi ci sono donne con un potere e uomini a loro vicini che sembrano prosperare di riflesso, e non il contrario, si ha la forte impressione che anche stavolta non ci sia stata la vendita sottobanco di favori, ma una sorta di banfata o millantato credito. Cioè, sia l’assoluzione di De Luca che la modifica legislativa appaiono cose scontate, che sarebbero accadute lo stesso, anche senza nessun particolare interessamento, e tuttavia delle persone vicine al potere sembrano farsi belle di un favore che non c’è. Questo rientra, in generale, nello schema degli affari italiani per cui una cosa normale o dovuta viene presentata (o interpretata) come un favore.

La fonte di questo fenomeno, però, si direbbe ambientale, nel senso che la stessa popolazione non crede più da tempo al normale svolgimento degli affari pubblici. In virtù della sua proverbiale furbizia, e dell’adagio per cui il ladro si sente sempre derubato, il popolo suppone sempre che dietro ogni evento ci sia per forza qualche scambio illecito, e così facendo in realtà facilita la vendita del nulla.

Si potrebbe anche parlare di faccendieri immaginari o di sciamanesimo politico: un uomo si veste di piume e giura che ballando otterrà la pioggia, grazie al suo particolare rapporto con la grande madre: e siccome a furia di ballare prima o poi piove davvero, né il popolo riesce a pensare che possa piovere spontaneamente, lo sciamano prospera e le sue piume si allungano, si impreziosiscono, si aprono in una vasta coda di pavone infinitamente futile e occhiuta, come la gente che ricopre.

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Tre versioni di Lazzaro

abbosdo

Per ovvi motivi ripeschiamo l’ennesimo frammento spallanzanesco su un tema di non secondaria importanza.

<< Mandarono a chiamare Giesùcristo perchè Lazzaro era salito su un cornicione e voleva buttarsi di sotto. Diceva che non ce la faceva più a vivere e non avrebbe cambiato la sua decisione. Allora Gristo gli arrivò alle spalle all’improvviso e disse: “amico mio, se ti butti da qua sopra nemmeno io potrò fare più niente”.
Lazzaro sbandò, il vento gonfiava le sue bende e lo faceva somigliare a un goffo cormorano. Girando sui talloni sgranò gli occhi e disse: “ma che dici maledetto? tu sei il signore dell’universo, puoi fare quello che ti pare!”
“In teoria”, concesse Gristo.
Cinquanta metri più in basso la gente li guardava senza sentire niente, le sorelle di Lazzaro pregavano e qualcuno nel dubbio andò a chiamare un centurione.
In alto Lazzaro fece un breve scarto, oscillò paurosamente all’indietro e poi lo si sentì gridare: “stai lontano! puoi farlo eccome, rigenerare la mia carne dalle ceneri, il corpo glorioso… puoi persino far tornare indietro il tempo! non era questo che hai promesso?”
“Si ma vedi”, disse Giesucristo mettendo un piede sopra al parapetto, “se tu togli la vita”, e salì sul parapetto finendo pancia a pancia col suo discepolo: “se tu rinunci a questa vita”, continuò, “io non posso certo costringerti”. Poi lo spinse giù.

Schiantato sull’asfalto il cadavere di Lazzaro non sembrava neanche più una cosa umana. Le articolazioni si erano rotte e sporgevano dal corpo buttate a caso, il cranio si era spaccato longitudinalmente. Disse Giesucristo, che era lì: “amico mio, sei un idiota. Adesso alzati e cammina”.

Come un ragno, come un incredibile insetto, quello che era stato Lazzaro si sollevò dal suo sangue e dalla faccia spaccata uscirono queste parole: “ma che diavolo ti è venuto in mente”. Al che rispose Gristo: “è stato un incidente, al massimo potranno chiamarlo un crimine, però almeno la tua anima è salva”. Poi pensò d’ora in poi la bestemmia contro lo spirito non sarà mai più perdonata, ma adesso io prendo su di me anche il tuo peccato e lo porto nel deserto, dove bruceremo. Poi se ne andarono insieme e alcuni scambiavano Lazzaro per il suo cane. Il suo di Gristo, voglio dire.

II

Quando Lazzaro morì mandarono a chiamare l’ispettore Giesucristo perchè facesse luce sull’omicidio e la prima cosa che lui fece fu andare a trovare Hannibal Lecter.
Chiuso nella sua cella Hannibal stava in piedi come il pupazzo dello sposo sulla torta. Gli disse “Ciuao Giesucristo, scommetto che di solito usi l’eir diu tomp, ma non oggi”, e detto questo sembrò venirsene nelle mutande dalla contentezza.
Disse Giesucristo: “aiutami a risolvere questo mistero e ti farò avere una vista, casomai anche un balcone, se i vicini non ci denunciano”.
Disse Hannibal “allora è tutto un altro paio di maniche! a proposito, secondo te “paio di maniche” è maschile o femminile? perchè se è femminile ci voleva l’apostrofo”, e detto questo prolungò il suono della “effe” ricavandone un verso agghiacciante.
Disse Giesucristo: “Hannibal, passi per esperto del cuore umano perchè dicono che l’hai assaggiato, aiutami a decifrare la morte di Lazzaro e in cambio ti perdonerò molti peccati, ma non l’uso della brillantina”.
Il feroce cannibale si richiuse in se stesso, come ascoltando il ticchettio della follia universale. Alla fine disse: “Ieri ho letto il giornale, diceva che una chiesa è crollata in testa alle beghine. Adesso capisci chi è il grande assassino?”
E Giesucristo: “l’appaltatore?”
No.
“I tecnici del comune?”
No.
“L’ispettorato del lavoro? Insomma chi cazzo è?”
Dio.
“Ahahaahhaah!”, rise  IFFIGNORE, “e per queste scemenze ti hanno dato l’oscar? non sai che Dio non crea il male?”
E cosa fa? uccide la gente.
“No Hannibal, lui desidera. Leggi Marco Aurelio. La prima cosa che fa è desiderare”.

III

“Le tue ferite risaneranno”, disse Giesucristo, “e presto l’acqua sarà gelosa di te”.

Dietro il pietrone della sepoltura Lazzaro rispose: “potresti anche spostarlo questo masso, visto che la fede smuove le montagne e mi hai resuscitato da tre giorni”.
Al che rispose Giesucristo “e non pensi allo scandalo? o credi che la resurrezione cancelli la morte nella mente degli uomini? che direbbe la gente a vederti camminare di nuovo sotto il sole? che la legge di natura è sovvertita, quella legge che io sono”.
“Allora lasciami dormire, maledetto idiota!” gridò Lazzaro dal suo sepolcro. Erano tre giorni che grattava la pietra con le unghie.
Disse Gristo: “nòne, te ne andresti in giro nelle tue bende a ridere e cantare, mangiare, amoreggiare, sudare, defecare… e che direbbe allora la gente? ecco, è risorto ed è proprio uguale a prima! un piccolo uomo, un misero peccatore! allora che ne sarebbe della resurrezione, dell’inconcepibile resurrezione? la gente direbbe “l’universo si è piegato alla Sua volontà, la legge della morte è spezzata, e tutto quello che sa farsene questo pidocchio è vivere di nuovo come un uomo! allora niente ha più alcun senso!”.

“Tu sei pazzo”, disse Lazzaro, e capì che era vero. Sprofondò nell’orrore.
“Tu sei la cosa peggiore che esiste al mondo e ora io ci credo, questo prova che le scritture
non mentivano, davvero tu sei Dio e la tua volontà è del tutto intesa al male”.

Giesucristo alzò le spalle. “Non esagerare Lazzy, è andata così. Nemmeno io posso far sì che ciò che è stato non sia: ormai su di te la morte non ha più dominio e tu resterai qui a testimoniare oscuramente la lieta novella, la vittoria sulla morte e la resurrezione. La gente pagherà per venirti a sentire e se griderai verrà da più lontano ancora, quindi grida pure se vuoi”, e se ne andò. Giesucristo dico.

Allora Lazzaro rimase completamente solo, che poi è il vero significato della parola “immortale”, e al buio che puzzava della sua stessa carne disse: “aprite, vi prego! a colui che smuoverà questa pietra io donerò la mia vita”, ma non venne nessuno.

Passarono altri mille anni e Lazzaro gridava notte e giorno aprite, aprite, vi scongiuro, sto impazzendo! a colui che aprirà questa bottiglia io esaudirò tre desideri! Ma non venne nessuno.

Nel terzo millennio della sua prigionia non disse più nulla, ma chino sulle ginocchia si mordeva a sangue le mani e pensava: a colui che aprirà questa porta, uomo o dio, guai a lui.>>

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Un modesto impegno

Anche nella Fondazione infuria la lotta tra mangiatori di carne e anime sensibili. Dopo lunghi ragionamenti il direttivo ha deciso di lasciare libertà di coscienza, però con un suggerimento: evitare, se possibile, i tagli di carne più richiesti e comprare tendenzialmente “quello che resta”.

Perché la quantità di animali macellati dipende anche dalla richiesta di parti pregiate. Visto che un porco ha un numero limitato di costolette, se tutti vogliono la costoletta bisognerà allevare e macellare più maiali. Se invece uno compra quelle parti che in genere si vendono poco, probabilmente non incrementa il numero di animali uccisi. Questa almeno è la nostra ipotesi, e quindi per Pasqua compreremo quello che resta dell’agnello.

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Daccapo

gies

 

Amici, interrompiamo le trasmissioni per darvi una notizia sgradevole: GIESUCRISTO E’ MORTO! Ebbene sì. Ma sentiamo cosa ebbe da dire al riguardo l’Elia:

“Nella lettera ai corinzi dice molto giustamente l’apostolo: “Se Gristo è morto, allora la nostra speranza è vana”.
I corinzi erano infatti gente capziosa, convinta dell’esistenza della morte. “Ma come potete credere nella morte?”, dice Paolo. “Se ci credete, allora anche Gristo è morto”.

I corinzi avevano questa strana fissazione, di credere sia in Gristo che nella realtà della morte, per l’unica ragione che di entrambi avevano avuto l’esperienza materiale. Ma dice l’apostolo: “Delle due l’una: o esiste la morte o esiste Gristo!”.

Passarono molti anni e nel corso della disputa alcuni dei corinzi morirono. Allora i superstiti cercarono scorrettamente di usare questo argomento contro Paolo. Disse l’apostolo: “Vi pare che siano morti, ma ragionate: siete d’accordo che esiste Gristo? Sì. E  allora come può esistere la morte? Allora anche Gristo è morto! Allora, badate, la nostra speranza sarebbe vana”.

Alla fine i corinzi si avvidero del loro errore: se Gristo era morto, la loro speranza era vana; dunque Gristo non era morto, dunque non esisteva la morte.
Disse l’apostolo: “Io giuro su Gristo: mi è più facile rinunciare alla vita che alla speranza, alla nostra speranza della vita; perchè Gristo non fa mai mancare la vita a chi desidera la vita, e la continua resurrezione della vita”.

Così sia.

Questo si è dato e tornerà ad essere, e daccapo! DACCAPO! e ancora! fino alla consumazione dei secoli.”

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Senza fine

Riprendiamo brevemente il post in cui si parlava di tendenza degli uomini a cercare intenzionalità. In un articolo leggiamo:

“È come se fossimo ipersensibili ai segnali di intenzionalità, specialmente a quelli convogliati dal mo­vimento. Ci sono buone ragioni evoluzionistiche per una tale ac­centuata sensibilità: meglio essere cauti che morti. È una buona idea, in generale, interpretare un ramo spezzato come segno del recente passaggio di un nemico o di un predatore, cioè di un agente causale, piuttosto che di un fenomeno fisico naturale, come l’azione del vento.”

Questo sembra ragionevole, e però allo stesso tempo sembra anche un’altra applicazione della tendenza a cercare intenzionalità. Cioè, esiste davvero la prova che attribuire un evento a un soggetto invece che al caso aumenti le possibilità di sopravvivenza? Questo fattore è realmente calcolabile? Non si potrebbe dire con altrettanta ragionevolezza che un eccesso di cautela spesso è letale? Il fatto che gli esseri si siano evoluti in questo modo (se pure fosse vero) dimostrerebbe di per sé che è una buona idea? O è solo un “minimo locale”, cui attribuiamo più meriti del dovuto?

Non sarebbe più semplice e meno impegnativo pensare che la mente cerca ciò che le somiglia, indipendentemente da esiti favorevoli o nefasti? Del resto, gli esseri privi di mente non sembrano mostrare grande cautela: i virus e i batteri mutano furiosamente e hanno un enorme successo, e forse l’hanno proprio perché privi di cervello. Si potrebbe anzi immaginare che la nascita della mente sia una cosa del tutto sconveniente.

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