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Come ogni anno, ci siamo dimenticati gli anniversari di Borges, Lovecraft e Pavese.

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L’albero di Borges

“… ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente. Questa è la maggior responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso”, J. L. Borges.

Questa frase, che per stile e contenuto sembra appartenere più ai baci perugina che a Borges, gli viene però attribuita in diversi siti. Da dove può essere venuta fuori? Pare che il vero autore sia un certo Paul Montes, ma alcuni frammenti si trovano un po’ dappertutto. Curiosamente, la rete attribuisce a Borges anche un’altra poesia sull’amicizia, più o meno della stessa forza, e l’attribuzione resiste nonostante molti si siano accorti subito che non può essere sua.

Per una frase furtatagli, e per un’altra che ha rubato, Borges “guadagna” due poesie fasulle. Il processo, benchè noto, ha sempre qualcosa di fantastico e denuncia l’esistenza di una Fondazione implicita, eterna, che come il caso mescola (e come il tedio nomina) le parole dell’autore universale.

 

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Nel vuoto agostano lanciamo un breve racconto di Spallanzani, inedito, che ricorda un po’ Mister Squishy per il tentativo di comprendere la realtà.

“Al lavoro ho fatto il repartista per due anni e poi il caporeparto. Lasciando stare quanto m’hanno fatto penare per questa misera promozione, poi son diventato capo settore nel giro di due settimane e grazie ad un’idea da brevettare che qui espongo:  Continua a leggere

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Bianco, limone, silenzio, nessuno

dona al dux

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Ci è semblato di vedele una elle

Le notizie sui folli letterari si trovano nei luoghi più impensati. Ad es. in “Symbols, Signals, And Noise: The Nature and Process of Communication“, di J. R. Pierce, leggiamo che il poeta tedesco Gottlob Burmann scrisse 130 poesie, per un totale di di circa 20.000 versi, senza mai usare la lettera “r”. Il suo odio per la “r” era tale che negli ultimi diciassette anni della sua vita giunse persino a bandirla dalla normale conversazione, il che tra parentesi gli impediva di pronunciare il suo cognome.

Eliminare una consonante però è abbastanza facile. Gli autori barocchi avevano fatto di meglio: a metà del settecento Fernando Jacinto de Zurita y Haro, Francisco de Navarrete y Ribera e Manuel Lorenzo de Lizarazu y Berbinzana, oltre a sfoggiare nomi lunghi ed araldici, pubblicarono ognuno una novella scritta senza la “a”. D’altro canto, nel 1641 Alonso de Alcalá y Herrera diede a tutti uno schiaffo morale pubblicando “Varios effetos de amor en cinco novelas exemplares“, composto da cinque novelle che sono altrettanti lipogrammi in cui manca una delle 5 vocali.

Nel 1939 Ernest Wincent Wright pubblicò a sue spese un romanzo di 50.000 parole intitolato “Gadsby” in cui omise del tutto la lettera “e”, che è anche la più frequente della lingua inglese. In confronto Perec è un plagiario.

Con simili precedenti, che poteva fare Spallanzani? Magari un racconto monovocalico in “e”? Beh, in principio pensò di scrivere l’ennesimo testo senza la “e”, stavolta di centomila parole, e calcolò che gli sarebbe servito un anno di duro lavoro, ma ci ripensò: non aveva senso mettersi a competere con questi mentecatti sul piano quantitativo e poi comunque gli amici del bar avrebbero giudicato l’impresa come un segno di bizzarria o, peggio ancora, di esibizionismo (questo terrore di Spallanzani per il giudizio degli amici del bar è attestato in più occasioni: si veda “Gli amici del bar, sostegno o censura?“, di A. Sibilla). Alla fine, Spallanzani decise di ricorrere a un trucco che gli era già servito altre volte, e cioè far conto di aver già scritto l’opera progettata, però poi gli venne un’altra idea: cominciò a raccontare in giro che un suo amico, tale Giorgio Perego, gli aveva mandato un dattiloscritto senza la “e”, perchè gli si era rotto il tasto della macchina, e che lui, cioè lui Spallanzani, per fargli un favore lo stava riscrivendo mettendoci tutte le “e”. Così, nel giro di un mesetto riscrisse “La scomparsa” sostituendo alle perifrasi le presunte parole originali.

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Un problema tra la gente

Tutto ciò che è, è pensiero divino. Del male, che non è realtà, ma negazione di realtà, non c’è dunque scienza in Dio” – G. Scoto Eriugena.

Dio conosce il male o difformità degli atti umani per il fatto che attinge ed ha una cognizione distinta della rettitudine morale ad essi opposta” – G. Duns Scoto, Ordinatio.

Su Tlön c’era un problema: il Tribunale della Quisizione dava spietatamente la caccia agli eretici, nel loro precipuo interesse, si intende, ma nonostante i fastosi processi e le continue abbruciazioni, pareva che ce ne fossero sempre di nuovi: per ogni eretico salvato, videlicet arso, ne spuntavano due. I Quisitori cominciarono allora a sospettare che la stessa pubblicità dei processi, con relativo sbandieramento di peccati, fungesse paradossalmente da veicolo dell’eresia, per cui decisero di renderli segreti. La gente spariva di notte e non se ne sapeva più nulla, ma ciò nonostante la peste ereticale continuava a diffondersi, e anzi ne cadevano vittima persino alcuni Quisitori.

Fu perciò convocato un concilio dei più solerti e lucubrativi custodi dell’ortodossia, che fecero una scoperta interessante: i manuali della Quisizione, nel descrivere minuziosamente le diaboliche tesi degli eretici e le condotte da punire, di fatto finivano a loro volta per propalare l’eresia, e proprio tra coloro che dovevano combatterla. Si decise quindi di eliminare dai codici penali ogni descrizione che potesse provocare scandalo o indurre qualcuno in tentazione, specie quella intellettuale, la più subdola e detestabile.

Alcuni Quisitori si lamentarono che però così non si sapeva più cosa punire, per cui ben presto i ceppi sarebbero rimasti vacanti, ed estinte le fornaci. Costoro furono innanzitutto abbruciati, ma poi si cominciò a riflettere sulle loro considerazioni. Infine, il sommo Quisitore risolse la disputa osservando (giustamente) che non c’è bisogno di una descrizione dell’eresia: basta quella dell’ortodossia, ossia il Buon Libro, e tutto ciò che gli è contrario dovrà perire.

L’alzata di ingegno provocò grande soddisfazione e un’impennata del prezzo del legno di faggio e del derivato carbone, ma il travaglio non era finito, anzi era appena all’inizio, perchè quasi subito qualcuno osservò che a conti fatti il Buon Libro contrabbandava anch’esso l’eresia, come un controstampo lascia dedurre la figura. Questa opinione, naturalmente, era eretica, ma a quanto pare lo era anche il suo contrario. Come spesso accade, nella situazione di massima incertezza la cosa più ragionevole sembrò iniziare una guerra civile.

Dopo cinquant’anni di stragi, il reggente della casata Quisitorum ebbe un’illuminazione: se la classe dominante avesse adottato l’eresia, come del resto aveva forse già fatto inconsapevolmente, il popolo si sarebbe lasciato sedurre dall’ortodossia. Compilando un libro di bestemmie e falsità, la verità sarebbe comunque sopravvissuta come negativo. Inoltre l’elite eretica avrebbe badato spontaneamente a tenere basso il numero dei suoi membri. Una piccola parte della popolazione doveva perciò sacrificarsi per il bene della verità, scegliere la dannazione perchè vi fosse un cielo. Iniziava così il regno degli Eresiarchi di Tlön.

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Critica di libri non letti (ancora sul giallo)

Qualche giorno fa abbiamo letto un articolo di Guido Vitiello sul giallo come rito sacrificale. Semplificando al massimo, l’autore ipotizza che nel giallo potrebbe non contare tanto l’aspetto enigmistico, quanto quello in un certo senso “catartico”: c’è un assassinio, che contamina una comunità, e c’è la caccia rituale a un colpevole, la cui punizione “purifica” tutti gli altri. La tesi era già stata esposta nel suo libro La commedia dell’innocenza, di cui per altro abbiamo letto solo un frammento (ma per la Fondazione, nella sua oracolare supponenza, ciò non è quasi mai un motivo sufficiente per astenersi dai commenti).

Ad ogni modo, secondo questa congettura ci sarebbe un’analogia morfologica tra giallo e tragedia classica, il che è di sicuro più interessante della classica tesi per cui il giallo è felice e illuministico. Tuttavia, siamo portati istintivamente a contrastarla perchè sembra pur sempre fondata sull’idea del giallo come ricostruzione di un ordine (anche se magari non razionale).

Già molti anni fa criticammo la tesi di altro autore, più semplicistica, per cui il giallo presuppone un mondo ordinato, un fatto che turba l’ordine (es. un omicidio) e un agente che, ragionando sui dati, ricostruisce l’ordine. Il noir tutto il contrario, e cioè un mondo caotico, un criminale che vuole imporre un ordine parziale (es. progettando un omicidio) e in genere il fallimento di questo tentativo. Al riguardo, notavamo che lo stesso fatto (l’omicidio) veniva considerato portatore di ordine nel noir e di disordine nel giallo, e che la parola “ordine” veniva usata indiscriminatamente in due sensi diversi: ordine sociale, per il giallo, e “senso compiuto” per il noir.

Il problema era, ed è, che nel giallo inteso come branca della logica o della teologia l’omicidio sarebbe parte dell’ordine del mondo, inevitabile e armonioso come lo spandersi della luce sugli oggetti. Con l’ulteriore difficoltà che in un mondo strettamente deterministico non esiste scelta mentre l’assassino, per essere punito, deve poter scegliere. Quindi il giallo, a quanto pare, presuppone una realtà disordinata, mentre al contrario proprio il noir dà l’idea di un cosmo niente affatto caotico ma meccanico, in cui l’idea di colpa ha poco senso. Astratti paradossi, siamo d’accordo, ma che forse danno un indizio della scarsa utilità del binomio ordine/caos per analizzare il genere.

In un altro vecchio articolo riportavamo la tesi per cui nella letteratura classica non ci sono veri e propri gialli in quanto non era prevista l’identificazione tra lettore e personaggio non onnisciente (questo però comincia a non valere più nel romanzo ellenistico, ad esempio); inoltre non esisteva nemmeno l’idea di un detective portatore delle istanze di giustizia della società, perché nel mondo antico persino l’omicidio era tendenzialmente considerato un crimine privato.

Se si considera la tragedia analizzata da Vitiello nel suo libro (l’Edipo re), si nota che il mistero dell’assassino di Laio non è poi un mistero, perché gli spettatori sanno già che è stato Edipo, e che la punizione divina (la peste) non dipende dall’uccisione di uomo, ma di un re (e per di più c’è l’incesto). Quindi ha ragione Vitiello quando nota che l’Edipo non è un giallo, come molti sostengono, ma che semmai il giallo somiglia all’Edipo. E però somiglia a un Edipo privato di alcuni caratteri che ci sembrano essenziali, come la previa conoscenza dell’assassino e la natura privilegiata della vittima.

Si potrebbe obiettare: e l’ispettore Colombo? Anche lì si sa subito chi è l’assassino. Però questo potrebbe voler dire appunto che Colombo non è un giallo, ne ha solo l’apparenza. Colombo potrebbe essere davvero un rito sacrificale, in cui lo spettatore però si identifica nella preda. In altre parole, se al giallo togliamo l’ignoranza del lettore o il processo deduttivo, forse finiamo fuori dal giallo, come in Delitto e castigo o in CSI.

Chiaramente sarebbe stupido da parte nostra pretendere un perfetto parallelismo tra giallo e tragedia greca: se il primo è una sorta di residuo della seconda, delle differenze dovranno esserci per forza: il giallo sarebbe una sorta di calco secolarizzato (qui si va per ipotesi, non avendo letto il libro), qualcosa di simile ai giochi che riproducono antichi riti (ad es. il gioco della campana, che sarebbe il residuo di un antico percorso iniziatico). Al riguardo, però, ci torna in mente un libro di Callois, I giochi e gli uomini, citato anche da Vitiello, dove si contesta questo passaggio da rito a gioco, sostenendo che probabilmente le due forme non sono successive, ma contemporanee: anche i primitivi dovevano avere qualcosa di simile al gioco della campana, e allo stesso tempo vivevano il rito cui quel gioco somiglia. Tuttavia, gioco e rito erano sostanzialmente diversi, pur condividendo alcune forme, e di ciò erano consapevoli innanzitutto i primitivi.

Di questi antichi giochi (intesi come giochi) rimangono pochissime tracce, anche perché se noi moderni ci imbattiamo in una trottola del tremila avanti Cristo tendiamo a pensare che sia un oggetto rituale e non un gioco. Allo stesso modo, se trovassimo le tracce di un vero, antico giallo, probabilmente lo scambieremmo per un mito (e viceversa: un rito sacrificale moderno ci sembra un giallo). Magari queste cose le ha anche già scritte Vitiello. Disordine, disordine… l’articoletto ci lascia molto insoddisfatti, ma ormai l’abbiamo scritto. Volevamo anche citare la tesi di Spallanzani per cui il giallo sarebbe discendente della favola, ma è già troppo complicato così. Ad ogni modo ci ripromettiamo di tornare sull’argomento quando avremo letto il libro.

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Lo spam sei tu (aka lo leggo con calma)

Ogni giorno arrivano mail il cui unico scopo è sapere se esistiamo: non rispondiamo mai ma quel software continua a mandare pubblicità di libri, di cose che secondo lui potrebbero interessarci, se esistessimo, e continua ad aspettare una risposta qualsiasi, anche “sparisci!”. Scrivendo a qualcuno che forse non esiste lui ci disegna e in questo è simile a un innamorato.

Le lettere senza risposta sono come fotoni sparati nel vuoto, verso una particella che forse neppure esiste. La legge è che osservare una particella vuol dire spostarla, cambiarla, e quindi al rovescio cambiarla significa vederla. Le nostre lettere non hanno abbastanza energia per cambiare qualcosa e perciò quella cosa non la vediamo neppure.

La lettera che non comunica, la parola che non suona, ogni cosa snaturata diventa ornamento e radice di sé, cresce illimitatamente come i disegni di un ponte tra i pianeti, fatto di ferro, imbullonato, con sopra una caffetteria, tanto hai fatto trenta, cosa ti costa… che miseria la necessità di spiegarsi! Persino l’accattone arriva al punto che non vuole spiegarsi più, butta via il cartello con la scritta, è stanco di dire perché chiede, chiede e basta o non chiede neanche più, è tutto implicito nella sua posa e se il significato delle lingue mutasse per lui andrebbe bene lo stesso. Forse è già mutato.

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Un altro problema di co(no)scenza

Nel racconto di Wallace “Mister Squishy” il protagonista fa il coordinatore di uno di quei gruppi di consumatori chiamati a testare un prodotto prima che venga immesso sul mercato, nel caso particolare una merendina. Spogliato della struttura, il racconto può sembrare una sorta di lezione introduttiva sul marketing e la statistica e vengono dette alcune cose che, come sempre, appaiono ovvie e forse non lo sono del tutto.
Ad esempio, che all’interno del gruppo di presunti consumatori ci sono due impostori, gente pagata dalla stessa azienda del protagonista e di cui nemmeno lui conosce l’identità, che sta svolgendo un test “annidato”, un test sul test.
Ciò che turba il protagonista è l’impressione che il suo lavoro sia del tutto inutile perchè l’azienda delle merendine ha già fatto investimenti tali che il processo non può più essere fermato e la merendina deve andar bene. Il marketing quindi continuerà a ideare e svolgere test già sapendo che devono produrre un certo risultato. Il fatto che questo processo sia pilotato e inutile è una cirostanza accuratamente celata, e però non lo resterà a lungo perchè l’azienda di marketing si è accorta che grazie ai dati raccolti dalla rete presto si potrà fare a meno dei valutatori e coordinatori, tipo il protagonista.
Quindi il test nel test serve a documentare che il test è fallato e prepara la strada per far fuori il protagonista. Ed è qui che si pone il problema.

Perchè ciò che rende umano il protagonista è la sua domanda: tutto questo è vero? Davvero il suo lavoro è inutile? Perchè se lo è, lui non ha nessuna obiezione all’essere fatto fuori. Anche lui, in fondo, lo pensa. E però potrebbe darsi che il test annidato sia altrettanto falso e guidato, e che la decisione di licenziare i valutatori, come quella di fare un certo tipo di merendine, sia una di quelle decisioni già prese per puro istinto e che ormai devono trovare conferma, perchè il processo è già iniziato, è già costato parecchio e non si può fermare.

Non è quindi solo un problema personale, perchè se lo fosse il protagonista sarebbe solo l’ennesimo impiegato frignone, ma riguarda il modo e la possibilità di conoscere. Il sistema che il protagonista tenta di descrivere e di spiegare, il modo in cui le persone prendono decisioni, influenzate dalla massa, e poi dalla reazione alla massa, e poi dalla reazione a quella reazione, e dal fatto che molti sono consapevoli di questo processo, il che inevitabilmente rimescola le cose, ma fino a quale punto… questo sistema fatto di turbiglioni dentro altri turbiglioni, apparentemente così ovvio e meccanico, è invece di una complessità disperante, tanto da somigliare a una versione meschina del caos.

Noi non pensiamo che Wallace sia un grande scrittore ma è certamente una brava persona, nel senso che si pone con onestà un problema fondamentale e forse insolubile, senza rifugiarsi per forza nell’ironia o nel cinismo. Purtroppo il suo racconto rimane a metà tra la riflessione e la narrazione e alcune puerilità (l’amore del protagonista, le idee sull’avvelenare merendine) non ci sembrano aggiungere nulla né all’una né all’altra.

P.s. altri problemi di conoscenza: la guerra fredda e il castello del se.

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Sempre di domenica

Non si può parlare sempre dell’Elia. Occupiamoci per un attimo di un autore minore, questo tale William Butler Yeats, e ricopiamo una sua poesia che piaceva molto al Nostro:

“… Di tutte le cose mutevoli
che in orrida danza passarono turbinando
allo stridulo motivetto cantato da Chronos,
soltanto le parole hanno valore certo.

Dove sono ora i re guerrieri,
derisori della parola?.. Per la Croce,
dove sono ora i sovrani litigiosi?
La loro gloria è ora inutile parola
per il balbettio dello scolaro
che legge una storia ingarbugliata:

i re d’un tempo sono morti!

La stessa terra errante forse è solo
un improvviso fiammeggiar di parola
udita per un attimo nel clangore dello spazio
che turba l’eterno sogno a occhi aperti.”

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