Vieni c’è una sfinge nel bosco

Di che si nutrono le sfingi? Della carne dell’uomo, delle sue grida?

La Fondazione siede in Bomarzo, onorando il nome della casa editrice fondata dal Nostro e prematuramente scomparsa per irregolarità fiscali (mai chiarite). Spallanzani provava per il luogo un misto di attrazione repulsione, come dimostra una lettera spedita a sua zia Luisella nel 1981 e pervenutaci quasi integra, salvo qualche frase cancellata dall’ava e qui sostituita da esterischi (oscenità cassate dalla pudibonda? dolorosi riferimenti personali? purtroppo la zia è cenere da tempo e forse non lo sapremo mai).
Al solito si nota che la lettera è composta in larga parte da pseudo citazioni e comunque ricorda molto lo stile di certi autori amati-odiati: è anch’essa, quindi, un’accozzaglia un po’ grottesca e non va intesa, ahem, alla lettera. Continua a leggere

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Odiare odiare odiare

Proprio mentre un milione di onesti studenti prende il diploma quel pessimo di Raffaele Ventura pubblica un articolo contro la scuola, sostenendo la tesi eretica che più formazione non significa necessariamente una vita migliore. E non sembrandogli abbastanza, ha anche inserito una punta di polemica anti-anti-femminista, specie quando scrive: “Attraverso il dolce, talvolta isterico inculcamento della cultura di Stato (oggi tradotto nel feticcio Cittadinanza e Costituzione), le donne hanno ri-prodotto inconsciamente la loro sudditanza rispetto al potere politico maschile, perché gli è stato concesso di esercitare un potere in piccolo, un potere sui piccoli: sugli alunni, esattamente come sui figli”.

L’autore non è nuovo a simili uscite. Qualche anno fa aveva già pubblicato un panfletto che divise le coscienze, “Contro il lifting”, in cui esaminava le statistiche degli ultimi 25 anni e concludeva che la spesa non vale l’impresa, i maschi continuano a preferire la moglie cuciniera alla gommona, le aziende assumono le brutte perchè hanno meno pretese. La fascetta gridava: “Dietro il bisturi l’ideologia”.

L’infame attacco alla scuola segue più o meno la stessa linea argomentativa e si rifà anche ad un altro testo del Ventura, “Contro la Viagra”, in cui l’autore svelava che sì, il farmaco è efficace, ma la sua diffusione ha provocato una vera e propria “corsa all’intostamento” per cui ci sono anziani in perenne erezione che restano comunque a bocca asciutta per la concorrenza di giovani in perenne erezione.

Compiaciuto della polemica sollevata, il Ventura preannuncia già un quarto volume della serie, intitolato “Contro l’essere contro”, dove si analizza il bastiancontraresimo dal tempo dei sumeri ad oggi e sorprendentemente si scopre che è l’unica tradizione perenne.

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PMSA, appendice: totalmente prillato

Nel racconto di P. K. Dick “Autofac” c’è un esempio di semiotica aggressiva. La storia è che dopo la guerra nucleare c’è un’immensa rete di fabbriche automatiche, progettate proprio in vista della catastrofe, che produce tutti i beni necessari ai sopravvisuti. Il problema è che non la smette più. Gli uomini non possono riprendere il controllo del sistema produttivo e si sentono frustrati e impotenti, così cercano di spiegare alle macchine che devono smetterla. Quelle però ragionano secondo schemi fissi e non capiscono cosa c’è che non va. Allora gli uomini cercano di farle uscire dal loro circolo logico dicendo ad es. che il latte prodotto è “completamente prillato“.

Sarebbe vano dire che è infetto o puzza o ha qualche altro difetto concreto, perchè la macchina è in grado di fare degli esami chimici. “Prillato”, che non significa nulla, dovrebbe  invece fungere da grimaldello, per spingere la macchina a chiedere cosa significa e cercare così di raggiungere un livello di discussione superiore, più generale e astratto (un po’ come “MU”). La parola viene quindi usata per mostrare i limiti del linguaggio della macchina, che infatti chiede spiegazioni. Tuttavia, quando l’uomo dice che “prillato” significa “qualcosa di cui non c’è più bisogno”, ecco che la magia della parola svanisce: ridotta a semplice sinonimo di “inutile”, viene digerita e sputata: la macchina conclude che no, il latte non è inutile, tutt’altro.

pizzled

La cosa curiosa è che in realtà “prillare” in italiano ha un significato preciso, che fino a un’ora fa ignoravamo: vuol dire “girare rapidamente su se stesso, frullare”, ed è parente del più nobile “pirlava”, che usa anche Gadda (“pirlava come un guìndolo”). Ed è parola adattissima al racconto perchè le autofac effettivamente “prillano”, girano su se stesse, assorte, senz’altro considerare che l’antico programma (“producete beni finchè gli uomini non saranno in grado di farlo da soli”: ma siccome gli uomini non possono controllare le fabbriche, questo non accadrà mai. Si noti quindi che tutta la storia è fondata su un uso delinquenziale delle parole).

Ed è ancora più buffo che anche la parola inglese usata da Dick (“pizzled“) abbia un significato,  come crasi di “pissed” e “puzzled” o nel senso di “having the penis in a different tincture than the rest of the body”. Perchè “pizzle” sarebbe una parola antiquata per “pene”: come del resto anche “dick” e l’italiano “pirla”, quindi “pizzle-pirla-prilla” è una catena perfetta e facciamo i complimenti al traduttore.

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PMSA IV: un proverbio sulla luna

Nominare è dominare, ma anche il contrario. Al riguardo, in Meaning and translation* W. V. Quine fa un’osservazione sorprendente: si sa che la foresta di Skund, posta nel cuore della Patagonia, deve il suo nome al dott. Jungle Linguist, professore emerito di Oaxford. Quel che Linguist però non poteva immaginare era che “skund” nella lingua dei nativi significa alla lettera “il tuo dito, idiota”. Il motivo di questa stranezza è fin troppo comprensibile: per secoli gli esploratori occidentali hanno varcato continenti e dappertutto si sono fermati a chiedere ai nativi il nome degli elementi orografici: siccome però i nativi non capivano la domanda, il modo tradizionale di comunicare restava indicare perentoriamente col dito. E così ancora oggi atlanti e mappamondi immortalano nomi che in realtà significano “cosa?”, “il tuo dito”, oppure “ma chi è questo babbeo che non sa cos’è una montagna?” (“gavagai”, in Suhaili).

robinson

Secondo Quine, quando ad esempio l’esploratore punta col dito un coniglio e l’indigeno esclama “orahora!” non c’è davvero modo di sapere se intende la parola coniglio o il nome di quel coniglio particolare, oppure il movimento dell’erba al passaggio del coniglio, o, naturalmente, “il tuo dito, idiota!”. Da questa fondamentale premessa Quine deriva un principio di indeterminatezza della traduzione che lo spinse a vietare qualsiasi versione della sua opera in altre lingue. Peccato che non sia stato obbedito.

E con questo per ora abbiamo finito. Per le altre puntate del Piccolo manuale di semiologia aggressiva potete partire da qui.

*in Word and object, Cambridge, M.i.t. press 1960 (tr. it. Parola e orahora, Milano, Il Saggiatore 1970).

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PMSA III: di un topolino, oh topolino!

Adesso che sapete cosa sono gli attanti possiamo andare al nocciolo, ossia al significato delle parole. Non che la semiologia sappia cos’è. C’è però consenso tra gli studiosi nel denominare contenuto nucleare di una parola l’insieme dei suoi interpretanti espressi, ossia delle definizioni, immagini e di ogni altra forma espressiva che consenta di riconoscere un dato elemento. La teoria, per quanto chiaramente espressa, è problematica.

Facciamo l’esempio di un topo: Wierzbicka* nota che se la definizione del termine “topo” deve permettere anche di poter identificare un topo, o comunque di rappresentarlo mentalmente, è evidente che non bastano le voci dizionariali (mammifero, muride, roditore), né, se è per questo, le voci enciclopediche, che partono dalla classificazione zoologica, specificano le aree in cui il topo prospera, si diffondono sui suoi processi riproduttivi, sulla sua vita sociale, sui suoi rapporti con l’uomo e così via. E’ chiaro che chi non abbia mai visto un topo non saprà che farsene di questa vastissima ed organizzata raccolta di dati, e non sarà mai capace di riconoscerlo. A questo proposito Wierzbicka richiama il celebre apologo cinese dell’unicorno** e, parafrasando il premio nobel sir Bertrand Russel***, conclude che è impossibile afferrare il senso della parola “topo” se non ci si è mai cibati di topi.

* Semantics. Primes and universals, Oxford u.p., 1996.
** in Borges, Manuale di zoologia fantastica, voce “unicorno cinese”; nonchè in Altre inquisizioni, Kafka e i suoi precursori, p. 106.
*** “Nessuno può comprendere davvero il senso della parola formaggio se non l’ha mai mangiato”. Riferito da Jakobson, Aspetti linguistici della traduzione, in Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano, 1966.

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PMSA, II: strutture attanziali for dummies

Il nostro Piccolo Manuale di Semiologia Aggressiva vi spiega le cose. Dovete quindi sapere che per “struttura attanziale” si intende quella che il testo non esibisce in superficie, ma che viene ipotizzata dal lettore come chiave per l’attualizzazione completa del testo. Questo almeno diceva Greimas (Du sens, Paris, Seuil 1970). Ma in pratica che significa? Beh, analizzando attentamente centinaia di favole Greimas si era accorto che non solo esistevano dei ruoli costanti (es. la strega cattiva) ma, a un livello più astratto, delle funzioni costanti (es. di contrastare l’eroe, di aiutarlo, etc). L’attante quindi non è l’attore (o personaggio), perchè lo stesso attore può avere più funzioni.

seferSiccome la struttura attanziale somiglia a quella grammaticale, è inevitabile che la si trovi un po’ dappertutto. Infatti Greimas, con l’entusiasmo dello scopritore e il rigore del cattedratico, estese la sua ricerca dalle favole all’epica, alla poesia medioevale, ai romanzi porno e ai manuali del videoregistratore, e in tutti questi testi ritrovò le stesse, identiche strutture: colui che dà-colei che riceve; opponente-adiuvante; soggetto-oggetto. Solo per il manuale del videoregistratore ebbe qualche difficoltà a trovare l’adiuvante. A tal riguardo, nel suo Lo sanno anche i bambini scrive: “ma che cazzo di merda di manuale di merda del cazzo! non si capisce un cazzo! ma come cazzo di stracazzo funziona? CAZZO! CAAAAZZO!”.

Per una singolare beffa del destino, la teoria attanziale si applicava a tutti testi prodotti dall’umanità tranne che a quelli di Greimais, composti com’erano di una serie di “cazzo” e “stracazzo”.  Quando glielo fecero notare, il grande scienziato era già morto da un pezzo.

(altre favole: 1, 2, 3, 4)

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Piccolo manuale di semiologia aggressiva

Capita di trovarsi tra semiologi e non saper che dire. Le loro chiacchiere appaiono un mazzo di colorate fanfaluche e si resta come boccaloni fra attanti e iattanze. E’ un peccato per il giovine moderno perchè le semiologhe sono spesso carine e talvolta scostumate. Sicchè, abbiamo pensato di scrivere un piccolo manuale di semiologia aggressiva.

I. Wittgenstein contro Neuromante

Wittgenstein si chiedeva cosa accadrebbe se, identificato l’effetto che un minuetto produce sugli ascoltatori, si inventasse un siero tale da fornire alle terminazioni nervose del cervello le stesse stimolazioni prodotte dal minuetto*.
Esaminata ben bene la faccenda, osservava che non si tratterebbe comunque della “stessa cosa”, perchè non è l’effetto ma quel minuetto che conta. I suoi allievi erano abituati a sentirlo pronunciare frasi come “ciò di cui non è possibile parlare, occorre tacere”, per cui applaudirono a lungo e stettero appena a sentire il resto del discorso. Disse Witte:

“Ma no, ma sentite, l’effetto estetico non è una risposta fisica o emotiva, ma l’invito a guardare come quella risposta fisica o emotiva sia stata causata da quella forma in una sorta di vai e vieni continuo tra effetto e causa. Insomma, l’apprezzamento estetico non si risolve nell’effetto che si prova, bensì anche nell’apprezzamento della strategia tecnica che lo produce!”.

Uno studente dei più carognoni gli chiese perchè, se l’importanza stava anche nella strategia, l’iniettato non potesse godere della strategia tecnica del farmaco; e se per caso, individuato l’effetto della morfina, non si potesse escogitare un minuetto che fornisca alle terminazioni nervose del cervello le stesse stimolazioni. Si risparmierebbe pure. A questo, come a tante altre cose di cui è impossibile parlare, il filosofo rispose nel solito modo.

 

* Lectures and conversations on aesthetics, psychology and religious belief: Oxford, Blackwell, 1966 (tr. it. Lezioni e conversazioni sull’etica, l’estetica e la credenza religiosa: Milano, Adelphi, 1967).

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Casuali connessioni

Abbiamo comprato tre libri a caso sulla bancarella e sono risultati stranamente connessi.

L’imperatore inesistente raccoglie tre opuscoli tesi a dimostrare che Bonaparte è una creatura immaginaria. Il primo spiega chiaramente che Napoleone è solo un’allegoria del sole e mostra che certe forme di interpretazione sono fin troppo “potenti”: lo sfrenato utilizzo di paretimologie sembra farne un precursore di Brisset. Il secondo testo è la parodia del saggio scettico di Hume Sui miracoli e mostra che portando alle estreme conseguenze il metodo del filosofo diventa incerta anche l’esistenza del Poleone (che, all’epoca in cui apparve l’opuscolo, era ancora vivo: o così dicevano)*. Il terzo opuscolo è ancora più “meta” perchè l’autore finge di aver trovato l’originale di un documento citato nel secondo, una sorta di storia delle guerre napoleoniche scritta in linguaggio biblico. Invertendo e manipolando i nomi delle nazioni reali e scovando improbabili derivazioni dal caldaico e dall’ebraico, l’autore crea una sorta di APORUE sita agli antipodi e, con notevole perizia, svela il nucleo “storico” di questo testo partigiano. Il saggetto è una caricatura della Vita di Gesù del filosofo tedesco David F. Strauss, che aveva sostenuto l’inattendibilità storica dei Vangeli (del resto, anche di Socrate si dirà che è un mito: tesi tutt’ora diffusa tra gli intellettuali).

Anche nel secondo libro, La locanda del Drago Volante di Lefanu, si pone un problema di mito e scetticismo (non possiamo dire di più per non rovinare la sorpresa ai lettori). Inoltre il protagonista è un ricco inglese che dopo la caduta di Napoleone va a Parigi con l’intenzione di sbancare le case da gioco usando il metodo del raddoppio: se si gioca al rosso e il nero, ad esempio, basta raddoppiare sempre la puntata per essere sicuri che prima o poi uscirà il tuo colore e la vincita coprirà tutte le perdite precedenti, più un tot. Naturalmente anche i biscazzieri lo sanno e, allora come oggi, vietano il raddoppio infinito; per tacere del fatto che servirebbe un capitale enorme per vincere solo la puntata iniziale.

Il metodo, detto anche martingala, è il nucleo del terzo libro, La martingala rovesciata, in cui un detective dilettante propone di beccare l’assassino seriale mediante un processo di eliminazione dei sospetti che coinvolge (in teoria) l’intera popolazione di single di Parigi. Il metodo, che mostra l’origine enigmistica del giallo, presuppone che l’assassino sia un uomo solitario che agisce ogni notte, per cui per trovarlo basta mobilitare ogni notte tutti gli adulti senza famiglia il cui cognome inizia con alcune lettere dell’alfabeto, in ordine di frequenza. Ad es., la prima notte saranno mobilitati tutti quelli il cui cognome inizia per A, B, C e D, etc. In questo modo, se una notte non c’è nessun delitto vorrà dire che l’assassino è tra i mobilitati, e quindi sarà possibile richiamarne una parte (ad es. quelli che iniziano per A e B) e continuare così, dimezzando via via il numero dei sospetti. Questa non è l’unica peculiarità di un romanzo curioso, che mette seriamente in dubbio l’esistenza reale di ogni individuo sotto la maschera del teatro.

* Nel “Duello” Conrad scrive “Il trionfale ritorno dall’Elba, fatto storico e incredibile come le gesta di un semidio mitologico”.

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Chi controlla il presente

Dopo le note su CSI volevamo parlare di Cold Case (sì, non abbiamo la pay, guardiamo solo le serie della Rai) ma siamo stati preceduti: Donatella Izzo ha scritto un articolo molto interessante, che esamina gli stessi punti cui avevamo pensato noi e dice anche molto di più.
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Dalla terra temuta

Rileggendo “La scomparsa di Majorana” abbiamo provato una sensazione di déjà vu. Le critiche all’operato degli inquirenti, che giungono all’irrisione; gli spaccati di vita di Majorana, vagamente edificanti; l’elogio implicito della fermezza della famiglia, che ha intuito qualcosa; la tesi avventurosa basata sulle coincidenze, sul “perchè no”: che Majorana non si sia suicidato, come tutto potrebbe far credere, ma sia nascosto in un convento. Continuavamo a rimuginare anche sulla lettura degli addii di Majorana, che Sciascia conduce con bella malafede:

“Ed ecco la lettera, se lettera si può chiamare, ai familiari: Ho un solo desiderio: che non vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.”

Sciascia sembra dubitare che questo sia l’addio di un suicida. “Anche qui”, chiosa, “un numero: tre. 3. 11, 3 + 11 = 14. Possono avere un significato questi numeri? Non sappiamo di numeri, sappiamo di parole”.

E’ bello, in questo inciso, l’invito a tecnici e specialisti: a sbizzarrirsi nell’esame dei numeri, come quelli della piramide. Purtroppo Sciascia non considera che 3 e 14 si possono leggere anche “3,14″, circostanza rilevantissima visto che Majorana era un fisico, e che avrebbe potuto indirizzare le ricerce in tutti i luoghi tondi.

E a questo punto abbiamo capito cosa ci tormentava, la strana sensazione di aver già sentito questi discorsi decine e decine di volte, le stesse parole, gli stessi metodi, e la risposta, che è spaventosa, ci è stata mostrata in un pugno di cenere, proprio come dice Sciascia.

Chi l’ha visto.

Questo è il metodo “Chi l’ha visto”, uguale sputato ma quindici anni prima. Certo la prosa di Sciascia è più elegante.

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