Medusa

Spallanzani era un uomo semplice e non afferrava il karatè psicologico dell’arte moderna. Lui era rimasto al diciannovesimo secolo e ai suoi ponderosi pensatori, quindi si sentiva escluso dal dibattito culturale e dai relativi aperitivi. Fu perciò masticando un insolito malestro che scrisse la noterella del titolo, poi finita in “Raccontalo alla cenere” come tutti gli scarti.
E’ la storia di un fotografo che vende tutti i suoi beni per acquistare una macchina costosissima, che cattura immagini con un dettaglio mai visto. Armatosene, il nostro uomo si mette a fotografare muri bianchi ed espone le enormi foto con didascalie che indicano il prezzo della macchina. Il successo non tarda ad arrivare e quando gli chiedono quale sia la sua filosofia artistica (giacchè oggi nessuno osa nuocere al prossimo senza una filosofia), il nostro eroe risponde che non è tanto una filosofia quanto una prassi: vendere queste foto a prezzo altissimo per studiare e sviluppare una macchina fotografica dal dettaglio ancor maggiore ed il prezzo in proporzione. Lo scopo è quindi creare un occhio sempre più potente, di sempre maggior valore, che si trasmetterà infallibilmente alle opere a prescindere dal loro sostrato materiale.
Lo stesso autore ammetteva che il frammento soffre di didascalicità.

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10 risposte a Medusa

  1. paolo f ha detto:

    Son sempre stato affascinato dall’occhio che va sul dettaglio in maniera sempre più profonda: la dote somma dello scrittore, secondo molti.

  2. eliaspallanzani ha detto:

    Come molti frammenti della sua ultima produzione, anche questo pezzo è un po’ dubbio, o imbarazzante. Non si capisce bene cosa intendesse il Nostro, se fare una sorta di parodia del marxismo o viceversa. Anche il titolo appare incongruo. La critica spallanzanesca avrà indubbiamente lavoro per anni e anni.

  3. Leonetto ha detto:

    Non sto capendo il legame col marxismo (ma sono iniorante). La Medusa pietrifica la realtà, la macchina portentosa finirebbe per fare lo stesso?

  4. eliaspallanzani ha detto:

    Forse Spallanzani si riferiva alla tesi per cui la macchina (il capitale) assorbe la vita degli uomini (il lavoro), trasformandola in altro capitale. Il “valore” viene sottratto ai proletari e intascato dai capitalisti, che però in un certo senso sono anche loro vittima del processo, perchè investono questa ricchezza in nuove macchine. Il capitale, quasi fosse vivo, si alimenta da sé e si perpetua.
    A questa visione si affianca quello dell’arte che vale perchè vale, il quadro che vale milioni di euro e al limite la sola firma dell’artista, che da sola vale quanto il quadro.
    Mischiando le due cose, Spallanzani immagina una macchina (che è un occhio) che sostituisce l’artista e fotograga il nulla, ma questo nulla vale perchè vale la macchina, e il ricavato servirà per fare un’altra macchina, di valore ancora più alto. Chiaramente alla fin fin il denaro viene sempre dallo sfruttamento dell’uomo, ma questo passaggio è mediato dal “valore” della foto bianca, oggetto d’arte, ma non si capisce se per rimarcare l’assurdità o la perfezione di questo sistema.
    Forse “medusa” si riferisce appunto al capitale-occhio, che pietrifica la vita umana, oppure all’irresistibile tentazione di guardare ciò che può solo portare alla follia (macchine sempre più grandi che producono nulla), o alla necessità di guardare questo processo di sguincio, come in uno specchio. E’ effettivamente molto oscuro.

    • Leonetto ha detto:

      Il “valore” viene sottratto ai proletari e intascato dai capitalisti, che però in un certo senso sono anche loro vittima del processo, perchè investono questa ricchezza in nuove macchine. Il capitale, quasi fosse vivo, si alimenta da sé e si perpetua.

      Questa intuizione di Spallanzani deve aver ispirato Richard Dawkins, che come al solito non ha tributato all’Elia alcun riconoscimento.

      • eliaspallanzani ha detto:

        Nonchè matrix :). Ma l’intuizione, se così possiamo chiamarla, è di Marx.

      • Leonetto ha detto:

        Non mi ricordo se Marx parlava del capitale come entità ontologicamente autonoma o epifenomeno, probabilmente il secondo. Spallanzani non deve essersi fermato alle apparenze dei materialisti.
        Quanto a Matrix, le macchine producono energia per produrre altre macchine e in ciò sono uguali all’uomo e a qualunque altra cosa vivente. E se così è, lo è anche il capitale. Non ci si può opporre al dominio di questa creatura se non ci si oppone anche a tutti quei meccanismi che regolano la vita organica, il marxismo è il catarismo più l’ingenuità.

      • eliaspallanzani ha detto:

        Beh si, il nostro preferiva sicuramente un’interpretazione idealistica e il “capitale vivente” potrebbe avere diritto di riprodursi quanto l’uomo. E l’uomo avrebbe diritto di odiarlo, come odia gli altri uomini.

  5. Detrito di Delft ha detto:

    C’è un seguito (?) anonimo e apocrifo di questo frammento, scritto in olandese, in forma di dedica sulla prima pagina di un libro di tal Otto Friedrik Muller presente nella biblioteca di scienze botaniche dell’università di Cagliari, in cui il fotografo effettivamente riesce a produrre la macchina che desiderava, ma scopre con disappunto che le sue foto di muri bianchi non riproducono più semplici muri bianchi, bensì infinite increspature e presenze animali e non infiltrate nelle microscopiche fessure di quei muri bianchi, trovandosi così assorbito all’interno del movimento artistico dei microfotografi come anonimo imitatore tra i tanti, l’attenzione verso di lui scema e presto è costretto a vendere le sue macchine e le sue cose per sopravvivere, sinchè non gli resta che la sua prima macchina e la sua casa dai nudi muri bianchi (il mobilio essendo già stato impegnato)…

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