Segnalattioni

Che poi, segnaliamo sempre più o meno le stesse persone.
- Enrico Colombini, l’autore del non dimenticato “Avventura nel castello”, ha scritto un e-gamebook (ma tipo quattro anni fa). Ne avevamo già parlato ma siamo lieti che la collana vada avanti (non ci avremmo scommesso un cicciolo). Da narrazioni.
- Il 24 aprile alle 19.00 la Galleria civica di Modena inaugura a Palazzo Santa Margherita “Nei molti mondi. Videodramma a spettatore unico” di Guido Acampa e Gabriele Frasca. Ispirato al bellissimo racconto di Philip K. Dick “Spero di arrivare presto”, il video è destinato a un solo spettatore per volta, chiuso in una sala insonorizzata provvista di una seduta appositamente costruita. Inevitabile pensare allo “Spettatore privilegiato” del nostro buon Elia.

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Lo schersatore schersato

Pensavamo di avere tutti i libri del nostro e invece ne è spuntato un altro.

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DFW ha plagiato Spallanzani?

Nel “Re pallido“, pag. 136, un personaggio racconta di aver avuto l’idea per un testo teatrale: c’è un tizio dell’agenzia delle entrate che controlla delle dichiarazioni e non succede nient’altro per cui il pubblico pian piano se ne va bisbigliando che è uno spettacolo noioso e orripilante. Poi, quando tutto il pubblico è andato via, lo spettacolo può entrare nel vivo.
Non c’è chi non veda la singolare somiglianza con l’opera sperimentale del Nostro intitolata “Cappio! O della musa timida“.

Riportiamo la sinossi: “gli attori ripetono la stessa scena all’infinito. Quando il pubblico se ne accorge e rumoreggia, quelli reagiscono e cercano di trovare l’origine del cappio. Si tratta della stessa rappresentazione teatrale. Se il pubblico esce il tempo ricomincia a fluire. Quando rientra, il cappio si riproduce. In pratica l’unica storia che al pubblico interessa è quella che non può vedere”.

Ma come è possibile che la critica non abbia notato il nesso? La verità, che abbiamo sempre sospettato, è che forse i libri di Wallace non li legge nessuno. D’altronde basta guardare i gridolini in quarta, di Paolo Giordano e Sandro Veronesi… due autori che, con tutto il rispetto, non leggeremmo nemmeno con una pertica di tre metri.

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Il redentore incredulo aka Nino Manfredi

Quand’eravamo piccoli facevano spesso i film di Manfredi e soprattutto quelli di un certo periodo, tra i ’70 e gli ’80, in cui lui era già abbastanza vecchio e recitava sempre più o meno la stessa parte, e cioè quella del tipo che finge di voler essere moderno e non ci riesce (ad esserlo, e nemmeno a fingerlo).

Ne “Il cavalluccio svedese”, 1976, regia di Magni, Manfredi è un architetto che ha una tormentata avventura sessuale con la figlia di un amico svedese. La ragazza lo crede disinibito come lei e gli racconta che la moglie e suo padre hanno avuto una relazione, il che gli risulta intollerabile.

In “nudo di donna”, del 1981, regia dello stesso Manfredi, il protagonista in crisi coniugale vede il quadro di una donna nuda di schiena e comincia a sospettare che sia la moglie. Incontra poi una prostituta identica a sua moglie e inizia una curiosa ricerca, che termina in modo ambiguo.

In “Quello… col basco rosso”, del 1983, regia di Corbucci, Manfredi è uno scrittore sessantenne che ha perso l’ispirazione. Incontra la figlia di una vecchia amante, frigida e problematica, e litiga con lei sul concetto di “natura”. Famoso per la citazione della ciccia baffetta.

Infine, in “Secondo Ponzio Pilato”, 1986, regia sempre di Magni, Manfredi-Pilato cerca di capire se la storia di Cristo è vera, dopo che sua moglie, convertita, è scappata con un centurione.

Quest’ultimo film ha avuto una piccola notorietà per via della scenetta di Erode (figlio), quasi certamente copiata da qualche altra parte, dove Erode spiega che alla fin fine Betlemme era un paesucolo di quattro case e quindi quanti bambini poteva starci? Considerando che bisognava ammazzare solo i maschi, e solo in fasce, in tutto potevano essere tre o quattro. E ma la chiami una strage?

A questo punto si noti che nei vari film il personaggio di Manfredi è sempre un borghese e spesso un “intellettuale”, cosa che Manfredi uomo non è mai stato, e che è sempre la donna che gli mostra un’altra vita, e che allo stesso tempo la rende grottesca. In fondo è come se fosse un piccolo animale, che fa allegria guardarlo ma col quale non si può davvero parlare.

In tutti questi film, e in particolare in S.P.P., Manfredi ha la faccia di chi si è cacato irrimediabilmente il cazzo. Inoltre mostra sempre una specie di nostalgia per la tradizione, che pure intuisce vuota. In sintesi, Manfredi non riesce a credere, in lui è morta la capacità di credere (nella giovinezza, nel futuro, nella libertà, in giesucristo) e ciò gli conferisce un’aria quasi nobile, molto più fine del nichilismo adolescenziale di tanti altri personaggi del cinema impegnato.

La parabola di Manfredi raggiunge il culmine in “Secondo Ponzio Pilato”, dove il personaggio acquista un’aura palesemente messianica e si assume tutta la responsabilità della morte di Cristo-Dio, pur essendo innocente. Manfredi-Santo chiede di essere giustiziato, e chiede un obolo per Caronte, come ultima dolente dichiarazione di fede nell’incredulità.

E’ forse opportuno ricordare che il suo vero nome era “Saturnino”.

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Semi

Nel breve racconto “Il seme” Elia Spallanzani descrive un gruppo di scienziati che captano uno strano segnale dallo spazio. Per via della sua regolarità, si convincono che sia un messaggio e cercano di decifrarlo, ma non sanno da dove partire. Uno di loro argomenta che se una forma intelligente vuol mandare un messaggio si preoccuperà che possa essere interpretato e quindi quel messaggio potrebbe essere una grammatica della lingua aliena. Partendo da questo presupposto gli scienziati fanno varie ipotesi e gli sembra che tutto torni, si impadroniscono di questa grammatica aliena, che è completamente diversa da quella di tutte le lingue umane, e aspettano fiduciosi che arrivi il messaggio seguente.

Ma non arriva nulla. Passano mesi, anni e non giunge nessun messaggio. Allora pensano che forse gli alieni non sanno che loro hanno capito, e decidono di trasmettere messaggi basati su quella grammatica. Alcuni di loro, in effetti, cominciano a usarla anche fuori dal laboratorio: all’inizio usano parole della loro lingua per rimpolpare lo scheletro grammaticale, e poi cominciano a usare anche termini del tutto diversi, inventati o sognati.

Dopo un po’ la notizia finisce in mano ai giornalisti, che la banalizzano e pubblicano le regole della “lingua aliena”. Dopo una decina d’anni ci sono già molti gruppetti di estrema destra che si fanno chiamare i figli delle stelle e parlano la lingua aliena. Nel frattempo, dallo spazio nessuna nuova.

Un giorno lo scienziato che ha dato inizio a tutto questo bailamme viene invitato a una riunione top secret del governo. Quattro figuri misteriosi gli spiegano un grandioso piano di “ristrutturazione economica e sociale”, esponendolo nella lingua aliena, che incidentalmente comprende lo sterminio di buona parte della popolazione mondiale. A questo punto lo scienziato si accorge che quelli con cui sta parlando non sono più essere umani, ma alieni: o meglio, l’essere che si esprime attraverso di loro è l’alieno. La creatura senziente è la lingua. “E noi l’abbiamo anche diffusa in tutta la galassia”, è l’ultima frase del racconto.

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Post ideologico

Il 16 marzo 1978 viene rapito Aldo Moro. Ogni anno in questa data ci chiediamo fino a che punto la decisione delle BR fosse irrazionale. E’ inutile dire che non intendiamo legittimare l’uso della violenza: ragionarci non equivale a giustificarla.

Facciamo un gioco, il gioco dell’elettore. Immaginiamo che in un sistema democratico la fazione al potere ha il 40% dei voti, e l’opposizione l’altro 40. Ora, viene da pensare che chi ha il potere tendenzialmente può sempre “comprare” quell’11% che gli serve a condizioni più favorevoli di quanto potrebbe fare l’opposizione: questo vorrebbe dire che il sistema non è in grado di uscire dal blocco mediante procedure legali.

Si può obiettare che nei sistemi democratici l’alternanza è più la norma che l’eccezione. Ma è reale, questa alternanza? O è solo questione di nomi?

Mettiamo che al posto dei votanti ci siano degli automi, il cui unico scopo è ottenere un “vantaggio”, e in questo gioco il “vantaggio” è “essere il più piccolo gruppo possibile al potere”. Data una distribuzione iniziale 51-49, gli automi al potere sceglieranno mai di cambiarla? Il sistema appare democratico ma non lo è (o comunque non è quello che noi chiameremmo un sistema democratico). La minoranza può vincere solo con la forza.

Precisiamo: il 51% che vince non è interessato a fare qualcosa, ma solo a restare il 51% che vince. In questo caso, sembra che non ci sia modo di cambiare la situazione. E’ vero che ciò rispecchia la volontà dei votanti (vince davvero la maggioranza), ma vince sempre e non ha altro scopo che vincere.

In altre parole: il voto libero non sembra escludere la degenerazione in un sistema che gioca per il potere, e vuole il potere per il potere, e basta. Se il meccanismo degenera, sembra che non sia più in grado di tornare indietro in modo legale, per cui l’unica scelta “sensata” della minoranza diventa la violenza.

Che poi in parte è accaduto davvero. In Italia per 40 anni si è perpetuato un sistema di potere che sembrava avere sempre meno interesse per il governo del paese e sempre più interesse per il puro mantenimento del potere. A un tratto delle persone hanno pensato che l’unica via per cambiare era uccidere della gente. Hanno fallito e in seguito il sistema è collassato per inefficienza, non perchè sconfitto.

Dopo la “rivoluzione” degli anni ’90, il processo si è sostanzialmente ripetuto: il nuovo potere ha cercato innanzitutto di perpetuarsi, perdendo di vista la funzione di governo, finchè non sono nati movimenti violenti (quantomeno nelle intenzioni e nel linguaggio), che predicano l’irriformabilità del sistema. E se avessero ragione? Se ci fosse qualcosa che non va proprio nel meccanismo “democratico”?

Sembra quindi, ed è per certi versi paradossale, che l’unico sistema per evitare la degenerazione del sistema democratico sia la presenza di ideologie, cioè di qualcosa che spinga i votanti a scegliere per motivi diversi dal “vincere”. La scomparsa dei grandi sistemi ideologici potrebbe condurre alla scomparsa del sistema democratico comunemente inteso. Al suo posto rimarebbe un puro gioco.

In questo discorso c’è qualcosa che non va, ma non capiamo cosa.

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La parola di cenere

In Italia non si è intellettuali di rispetto se manca la dissertazione sul puffo o sui fagioli di Raffaella Carrà. Discutendo della somiglianza del puffese con la neolingua di Orwell*, e delle gioie che vengono da un vocabolario ristretto, l’amico Levonetto Cristoeschi ci faceva notare che grande puffo usa “puffare” molto meno degli altri, il suo linguaggio è quasi normale, articolato, chiaro segno di potere, tanto più che gli altri puffi non imparano le sue parole**. Viene da chiedersi come mai e il sodale ipotizzava che i puffi non siano esseri viventi ma semplici golem creati dal diabolico vecchio, padrone del linguaggio. Il che, tra l’altro, spiegherebbe perchè non li si vede mai senza cappello: sotto è nascosta la parola di potere “emet” (o “puffa”, che tolta l’iniziale diventa “uffa” e li conduce alla morte).
E’ noto che la puffetta fu creata da Gargamella per la perdizione del genere puffo, quindi nulla vieta che anche gli altri siano costrutti. Ma ci sono altri inquietanti legami tra i puffi e il popolo ebraico (rovesciando la tesi che li vorrebbe nazzisti): ad esempio sono bianchi e blu, i colori della bandiera di Israele, e il nazzista Gargamella li perseguita per ricavarne l’oro. La gatta Birba in originale si chiama Azrael, che è parola ebraica: potrebbe trattarsi della figura di un collaborazionista.
Comunque il fatto che i puffi siano molto specializzati (uno cucina sempre, l’altro coltiva sempre etc.), la durata indeterminata della loro vita, la mancanza di stimoli sessuali… tutto sembra confermare la tesi dei golem. Qualcuno potrebbe obiettare che festeggiano il Natale (in realtà fanno solo l’albero, non il presepio), e che sembrano un po’ panteisti, o, che poi è lo stesso, un po’ solari e un po’ matti. Tuttavia non si può escludere che si tratti di abili camuffamenti o concessioni allo spirito dei tempi. La prova definitiva potrà venire solo dalla cattura di un puffo e relativo scappellaggio, da cui un certo tifo per Gargamella.

* La tesi per cui meno parole significa meno idee potrebbe essere un po’ ingenua. Come il nuovospicco può uccidere la ribellione, così può alimentare il sotterfugio e la diffimulattione: ad es. il puffo che scrive “puffa al grande puffo!” potrà sempre sostenere davanti all’inquisizione che non intendeva “morte” ma “gloria”, benchè con grande difficoltà: e forse un giorno i due significati si appiattiranno davvero, ma in quale direzione?

** Sarebbe interessante misurare la permeabilità della gente alle parole nuove: considerando l’età, il reddito, l’istruzione e il numero di neologismi usati (ad es. nelle loro pagine webbe). A nostro avviso si scoprirebbe che, tolti i giovani, i più permeabili sono brutte persone.

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Il gioco dell’affaffino

Pensi che in Italia le indagini si facciano un po’ col culo? Allora devi provare CULEDO, il gioco della cronaca nera. Sei personaggi, sei armi e sei luoghi del delitto. I potenziali colpevoli sono Lo Zio, Il Marito Infedele, Il Capitano, I due Marò, Amanda Knock Knock e Il Vicino. Per le armi abbiamo la cugina grassa, la cronologia di internet, una moldava, un mattarello, i sex toys e la superficialità. Quanto ai luoghi, il delitto può essere stato commesso in India, nella cantinola, nel plastico di Vespa, dalla parrucchieria della criminologa, nella mini country di Salvo Sottile, o durante l’erasmus.

Il meccanismo è simile a quello del noto Cluedo, quindi un tipico esempio di accusa potrebbe essere: “E’ stato il Capitano in Erasmus con la Superficialità”. L’unica differenza è che in questo gioco chi fa un’accusa campata in aria non perde ma anzi ottiene fama e successo.

Per vivacizzare il gioco sono state inserite alcune carte speciali:
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Il gioco della salvezza (altre conseguenze del teatro)

Nel racconto “La fine di un regno” Elia Spallanzani propose una curiosa metafora del rapporto tra teatro e potere. Nel dotto commento, il Ventura osservava la contraddizione tra la normale irrilevanza giuridica delle dichiarazioni fatte su un palco e la condanna della bestemmia pronunciata a teatro. Se quel che l’attore recita non è espressione di una reale volontà, se è solo una finzione, perchè considerare punibile la bestemmia?
Girando a casaccio nella rete, ci siamo ora imbattuti in un caso più o meno speculare, che è quello del battesimo “ioci causa”, ossia fatto per gioco, che è possibile suddividere in in due casi: quello in cui il prete scherza e quello in cui nemmeno c’è.

Anche stavolta si tratta soprattutto di un problema “politico”, o più genericamente di potere. Il sacramento richiede necessariamente la mediazione del sacerdote? E se il prete sta “simulando” l’atto che succede, il rito è valido o no? A quanto pare, Lutero pensava di sì: “si riceve quello che si crede di ricevere, qualunque cosa faccia o non faccia il ministro, scherzi o simuli”. E’ però evidente che la chiesa Romana non poteva accettare questa usurpazione del suo ruolo, per cui pretendeva un vero sacerdote, e serio.

Tuttavia la faccenda non è così semplice, e l’opportunità può condurre alla soluzione opposta: come nel caso della conversione degli infedeli.
Nel “De Indiarum Iure” si riprende una considerazione del giurista Tiberio Deciani per cui:
“Quinimo, etsi per ludum, cum intentione tamen baptizandi, pueri iudaeorum vel infidelium se ipsos baptizarent servatis verbis et forma baptismi, dicerentur vere baptizati et cogerentur perseverare”.
Che tradotto alla buona significa:
“Per di più, se dei bambini ebrei o infedeli si battezzano reciprocamente, anche per gioco, ma con l’intenzione di battezzare, serbando le parole e la forma del battesimo, si diranno veramente battezzati e li si costringerà a perseverare”.
E si riporta anche il caso del vescovo Alessandro, che per strada vide un bambino ebreo di nome Atanasio mentre giocava a fare il vescovo e battezzava gli altri bambini, per cui li stimò tutti salvi.

Ora, è abbastanza evidente che l’inciso “ma con l’intenzione di battezzare” è posticcio, una pia frode: se il bambino recita la parte del vescovo, non si vede come possa fare sul serio. Conviene però che in questo caso il segno, la semplice apparenza, prevalga sulla volontà e consapevolezza, che poi è proprio il caso della bestemmia: anche se recitata, merita punizione.

Come danna, il teatro può salvare.

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Retorica

Nel film “C’eravamo tanto amati” (1974), di Scola, Nicola Palumbo è un insegnante di sinistra, cinefilo, ammiratore di “Ladri di biciclette”, che a un certo punto partecipa a “Lascia o raddoppia?”. La domanda finale riguarda il motivo per cui il bambino del film si mette a piangere a dirotto, con “scottante verismo”. Palumbo spiega che il regista Vittorio De Sica nascose una sigaretta in tasca al bambino, per poi accusarlo di essere un “ciccarolo”, in modo che si offendesse fino alle lacrime e rendesse più verosimile la scena. La risposta però viene considerata errata: Mike voleva soltanto sapere perchè il personaggio di Bruno (il bambino di “Ladri di biciclette”) si mette a piangere, e non perchè piangesse l’attore (Enzo Staiola).

Già riportare il fatto è laborioso, e ancora di più intenderne pienamente il significato. In televisione fanno un film che mostra una trasmissione televisiva in cui un appassionato di film scambia il personaggio di un film per l’attore. Il groviglio di piani e di riferimenti rende il tutto vagamente surreale. L’interpretazione più semplice è che Palumbo, in coerenza con il suo atteggiamento da pseudo o aspirante intellettuale, fallisce perchè la fa troppo complicata: iperinterpreta una domanda molto semplice e pur sapendone più di tutti sbaglia, e viene umiliato. Comportamento piuttosto comune tra i nostri aspiranti intellettuali.

Ma c’è un altro elemento, perchè l’anedotto di De Sica e il bambino sarà confermato dallo stesso de Sica, che interpreta se stesso. Quindi il regista del neorealismo, dell’occhio commosso sulla povertà, ha davvero fatto piangere un bambino (si suppone proletario) per far venire meglio la scena. Che poi è il succo della retorica: usare i bambini morti o piangenti per vincere la discussione. Ed è anche lo stesso comportamento che qualcuno rimprovererà al Pasolini delle “120 giornate di Salò”, usare sul set una forma di violenza per stigmatizzare la violenza.

“C’eravamo tanto amati”, però, mostra che questo atteggiamento è perdente: è un’altra forma di iperinterpretazione. Chiedersi che cosa c’è dietro il film, con quali mezzi il film raggiunge l’obiettivo, è più un modo di fraintenderlo che di capirlo. Il fatto estetico richiede la collaborazione dello spettatore, che si traduce in una pia limitatezza di visione. Chi viola questa regola, che vale anche per il film del mondo, è destinato all’umiliazione.

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