Scrittori, scrittori everywhere

La Fondazione segue con occhio amorevole seppur tardo i progressi dei suoi membri. Ad es. il Ventura, che rende disponibili su Amazon le Grandi figure della cristianità, oppure il Dottord, che con Le avventure del Nibbio Nebbioso e della Gatta di Ghisa sfiora inconsapevolmente il primo posto del premio Urania 2013. Ci sono poi Francesca Garello, che ha pubblicato L’uomo che volle farsi strega, e Chiara Reali, che ha tradotto Desolation Road e cerca anche di cambiare le cose. Il collettivo DH, dal canto suo, riceve il giusto riconoscimento per quella pietra miliare che fu il Gioco di Ruolo delle Piante Grasse Telepatiche Nel Deserto. Tutta gente di penna, a conferma che in Italia si scrive molto più di quanto si legga. A tal proposito l’ottimo Dottore ci segnala Bookabook, il primo sito italiano di crowdfundaggio letterario.

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If I could see the puppets dallying

Tra le opere perdute del Nostro c’è questo frammento non privo di volgarità, che debitamente pubblichiamo:

“Trama: Rometto e Giuliea non si possono amare, per via del noto problema, ma invece di togliersi la vita costruiscono ciascuno un pupazzo incorporandovi le parti sottili: e dunque un capello di lei, la prima goccia di sangue stillata, una conchiglia, un profilo inciso nell’agata, un coltelluzzo, un dado. Li liberano poi nei giardini pensando che amore provvede.

I due manichini oscillano un po’, sorpresi dall’aria vitale, e poi si dirigono con moto infallibile verso certe cataste di legno infestate dai topi. Qui baci e saluti e i primi approcci dei pupazzi, che giulivamente liberi dai pensieri mettono subito mano alla bisogna: allora vola la gonna di Giuliea e se la raccoglie un topo, il primo cameriere; saltano i bottoni del maschio cupido oltre ogni dire: ma sul più bello, quando le carni di pezza si sfiorano, ecco il beffone! i due amanti fanciulli li hanno fatti privi di infamie, niente pisello, niente bernarda! ahimè, costernazione dei manichini e lutto dei topi, baffi piegati di lacrimoni come fa la rugiada con gli aghi.

Passa la notte, Rometto non dorme: all’alba gli viene l’idea e l’esclama, o anzi vorrebbe, perchè non ha voce: allora la scrive per terra:
“i nostri padroni ci fecero per soddisfare le loro oscure voglie, così oscure che ne ignoravano i mezzi: ma noi pupazzi di animo caldo per universale simpatia siamo legati alle membra dei nostri fattori: mercè la conchiglia, il sangue cagliato, il filo di crine e le altre babbiàte. Sicchè, mettendoci in mano a un bravo artigiano che sia anche stregone, legati da fili maliosi ci faremo mettere in danza e il nostro moto si trasferirà ai padroni, li muterà in nostri pupazzi, facendoli correre l’uno all’altra, e l’uno nelle braccia dell’altra e finalmente l’uno sull’altra, a compiere l’atto che noi non possiamo.”

La trovata parve gustosissima a Giuliea, che a immagine della sua padrona era sempre stata una piccola sporcacciona, capace di godere per interposta persona, civetta ed intrigante, tenera come allodola imbottita di ghiaccio e viziosa della malora.
Detto fatto, non andarono lontano: il topo col cappello era allievo di Merlino, bugiardo e mestatore, empirico di filtri, guaritore: si disse pronto alla malìa e li vestì di ragnateli: legò mani, piedi, testa e fianchi, e riuniti tutti i fili in una magica conocchia salì su in alto: poi dimenando la coda li manovrò per strade, terrazze, per chiese e sagrati della bella città di Verona, a ridere e a mentire, a battagliare, versare sangue, a scalare siepi e a pronunciare allocuzioni; e in questo si giovò di un librette trovato in nel sudicio;

finchè alla sera, esausti di palpiti e parole, i due adolescenti si congiunsero nel prato, sotto gli occhi assassini dei parenti; e quando Rometto sfogliando le gonne, rapido e gonfio di cattivi propositi, abbassò la mano per reperire il mestolo… è allora che lo fecero secco. O forse morì di veleno. Fatto sta che Giuliea dovette restar con la voglia. Finis.

P.S. i manichini, mancando di meglio, si amarono epistolarmente. “

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Editore cercasi

Si stenta a crederlo, ma il glorioso volume in onore dell’Elia non ha ancora trovato un editore. Non che l’abbia cercato, a dire il vero, però si stenta lo stesso. Lasceremo quest’annuncio qui per un po’, tanto per.

P.S. ci conforta pensare che anche le opere di Spallanzani furono rifiutate da vari editori. Trascriviamo alcune delle loro risposte:

“E’ una specie di incrocio instabile tra una realtà orribile e una fantasia improbabile. Spesso diventa un sogno a occhi aperti nevrotico e selvaggio… Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni.” (Su “Crocevia”)

“Vorremmo che l’antagonista avesse un aspetto potenzialmente più popolare tra i giovani lettori. Per esempio, il prof. Stuffenbau non potrebbe essere in lotta con la propria depravazione verso giovani e magari voluttuose signorine?” (sempre su “Crocevia”)

“Lei ha dimestichezza con le parole e un occhio attento per le cose inusuali e i dettagli vividi. Ma forse, ora che si è disfatto di questo libro, la prossima volta userà il suo talento più efficacemente. Dubito che a qualcuno mai venga in mente di leggere questo libro, quindi potrebbe avere una seconda possibilità.” (su “Santo in 19 mosse”)

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Un problema di dimensioni

Due segnalazioni speculari, tratte dallo stesso blog: Alexa Meade, che dipinge sui modelli di carne trasformandoli in quadri bidimensionali, e i libri tridimensionali della Taschen, che fanno emergere dal foglio le parti prominenti dell’anatomia umana. Si potrebbe discutere ancora una volta dell’erosione del confine tra immagine e soggetto, o del carattere paradossale di questi messaggi, ma ciò che innanzitutto colpisce, delle due trovate, è indubbiamente la loro intrinseca e facile-felice volgarità.

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Botanica letteraria

1. Nel racconto di Clive Barker “The Hellbound Heart”  Julia attira in casa i suoi amanti, li uccide e offre il loro sangue al suo ex amante Frank, che è ridotto a una sorta di larva per essersi troppo immischiato con i Cenobiti. Il corpo di Frank comincia a rigenerarsi e Julia può goderne in abominevoli pratiche sessuali. Si direbbe una donna diabolica, ma non è nulla in confronto a un’altra femmina, dall’umido quanto ingannevole nome di Roridula, che attrae le sue vittime, le invischia e le dà in pasto ai suoi molti amanti: in cambio ottiene osceni titillamenti e può soddisfare la sua coprofilia.

Incidentalmente, è uno straordinario esempio di collaborazione (criminale) e adattamento. C’è un solo insetto talmente specializzato da poter camminar tra le gocce di colla senza restare legato, e che vive solo lì, sulle roridule, a loro volta specializzatissime. E c’è anche un ragno che preda quel tipo di insetto: una nicchia così piccola eppure con un mini ecosistema al suo interno.

2. Sia Dante (Inferno, XIII canto, Pier delle Vigne) che Virgilio (Eneide, III libro, Polidoro)  raccontano di arbusti che stillano sangue. Incidentalmente, in Spagna e Portogallo cresce una pianta carnivora (Drosophyllum lusitanicum) che è coperta di goccioline di colla color sangue. Possibile che l’immagine venga da questa pianta? Il professor Vincibile pensa di no e aggiunge che è più probabile l’identificazione con il cosiddetto “sangue di drago“, cioè una resina rossa che si ricava da diverse piante e che era nota anche ai romani. Dal canto nostro pensiamo che la resina, essendo appunto nota, venduta e comprata, era meno misteriosa del Drosofillo, che inoltre acchiappa le mosche e quindi somiglia di più a un essere animato.  Ci chiediamo poi se la radice di un mito può sopravvivere al suo sfruttamento commerciale. In altre parole, se Virgilio sapeva dell’esistenza del sangue di drago, e del suo uso come lacca e colorante, difficilmente l’avrebbe considerato un prodigio (e infatti nell’Eneide la pianta che sanguina è un mirto, noto per non sanguinare).

D’altro canto può essere vero anche il contrario, e cioè che l’immagine dell’albero sanguinante abbia generato il mito ma questo si sia staccato dalla sua origine prosaica, tanto più che probabilmente la resina rossa arrivava a Roma in polvere o in scaglie, per cui non è detto che i romani sapessero che veniva fuori dalle piante come linfa. Ciò per tacere del fatto che un mito non nasce necessariamente dall’osservazione dei fenomeni naturale. Ad ogni modo, in questa breve nota abbiamo evidenziato alcuni possibili legami tra letteratura e piante carnivore (o semi carnivore) e questo ci soddisfa.

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Io preparo la catastrofe

Scare Tactics (trasmesso da La3 come “Scherzi da Paura“) è un parente di “Scherzi a parte” ma introduce nel genere alcune novità che lo rendono un ibrido tra il classico modello di “specchio segreto” e un film dell’orrore. La vittima dello scherzo viene spesso attirata con un’offerta di lavoro e si trova poi coinvolta in situazioni da leggenda urbana (becchini che trafficano organi, laboratori in cui si pratica la clonazione, nani assassini, sette di barboni, ambigui fantasmi). La peculiarità è che il filmato dello scherzo è montato come un vero e proprio film, con frequenti e abili cambi di inquadratura, e i momenti clou sono sottolineati da una musica inquietante. Se lo spettatore non vede l’introduzione dello scherzo, può tranquillamente pensare che si tratti di un film horror a basso budget.

Rispetto a “Scherzi a parte”, alcune puntate di Scare Tactics vantano una storia ingegnosa e buoni dialoghi e sono così cinematografiche che spesso ci si trova a immedesimarsi e ad avere paura più che a ridere della vittima. Se lo scherzo fosse trasmesso come film probabilmente non risulterebbe altrettanto efficace. Il fatto che la vittima non sia un attore e appaia realmente spaventata in qualche modo rende più “accettabile” la situazione e la recitazione degli attori (che sono comunque piuttosto bravi). La quantità dei punti di ripresa, la fotografia di alcune scene e la complessità del montaggio ci inducono a credere che le scene in cui non appare anche la vittima siano girate a parte. Più che uno scherzo televisivo, Scare Tactics sembra una puntata di “Ai confini della realtà” con un attore inconsapevole, un po’ come in Bowfinger (che è ancora più “meta”, perchè è un film su un film con un attore inconsapevole).

Altra ambiguità è che spesso le vittime reagiscono in un modo che somiglia moltissimo a quello dei “veri” personaggi di film horror per adolescenti. Ad esempio, nella puntata della clonazione lo scienziato pazzo di turno dice alla vittima di non impicciarsi, e quella risponde qualcosa come “però questa storia potrebbe interessare alla polizia”, frase che suona allo stesso tempo stranamente reale (perchè pronunciata da un individuo che sappiamo reale) e irreale. La spiegazione più semplice è che le vittime non sono poi tanto inconsapevoli, che recitano anche loro, ma probabilmente non è così. Forse abbiamo metabolizzato a tal punto il linguaggio dei film che posti in una situazione simile la nostra reazione “spontanea” e naturale sarebbe, appunto, quella vista in un film. In un certo senso, siamo stati allevati per essere attori, che lo vogliamo o no.

Le puntate migliori di Scare Tactics sono quindi una forma di narrazione estremamente complessa e paradossale, in cui è davvero difficile distinguere i vari piani (reale-irreale, costruito-spontaneo, critica-immedesimazione). Come detto, gli scherzati vengono spesso attirati con proposte di lavoro e questo aggiunge una (probabilmente non voluta) sfaccettatura politica: i giovani disoccupati come vittime privilegiate di un mondo adulto incomprensibile e atroce.

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Un altro adombramento di Amleto

hamule

Durante il festival di Castel dei Mondi, ad Andria, abbiamo assistito allo spettacolo “Please, continue (Hamlet)“. Agli spettatori viene dato un taccuino, per motivi che saranno presto chiari. Sul palco ci sono veri giudici ed avvocati del foro locale, c’è anche un vero usciere, mentre gli unici tre attori veri indossano delle magliette gialle. Si tratta di giudicare appunto il caso di un giovinastro di periferia, che durante la festa per le nuove nozze della madre ha accoltellato il padre della sua amichetta (sua del giovinastro, non del padre), scambiandolo per un ratto. Per tutelare la riservatezza, sulle magliette gialle ci sono nomi di fantasia (Amleto, Ofelia e Gertrude).

I giudici e gli avvocati non seguono un copione: in precedenza gli è stato consegnato un fascicolo con le informazioni sul caso (dichiarazioni, perizie, testimonianze), per cui improvvisano nei limiti della vera procedura penale. La decisione finale spetta a una giuria popolare sorteggiata al momento tra gli spettatori (che si spera abbiano preso appunti). Nel corso dello spettacolo, che è già stato rappresentato un centinaio di volte in vari paesi, vengono anche fornite statistiche sul numero di condanne e di assoluzioni riportate da Amleto.

Lo spettacolo ricorda moltissimo un gioco di comitato processuale, che è a sua volta una sorta di gioco di ruolo privo (in genere) di un’autorità centrale e di casualità. Inoltre qualcosa di simile era stato già fatto in passato. La “trovata” degli autori consiste nel coinvolgere dei veri operatori di giustizia, provocando l’inevitabile cortocircuito descritto da Elia Spallanzani nel suo racconto “La fine di un regno” e nei suoi esperimenti teatrali. Il paradosso del “teatro che però è vero che però è teatro” salta subito agli occhi perchè su un palco, che rappresenta un’aula di giustizia, ci sono delle persone che indossano una casacca con su scritto “attore”, e in realtà basterebbe già questo, senza nemmeno la necessità di citare Amleto. Del resto siamo ormai abituati a vedere delle drammatizzazioni di veri elementi giudiziari, come ad esempio nei programmi in cui attori leggono i verbali dei processi (e sotto appare la scritta “ricostruzione”), per cui si potrebbe dire che  “Please, continue (Hamlet)” non è affatto paradossale ma realistico, in quanto riproduce la realtà televisiva.

E’ stato già osservato che la rappresentazione del processo, più che informare, forse contamina di irrealtà tutta il sistema giudiziario, il che può generare storie e processi parassiti. Questo, però, è sempre accaduto: sempre il teatro (e poi il cinema, la televisione) hanno avuto la tendenza a mangiarsi la realtà, come un pensiero che si attorciglia su se stesso. La rappresentazione (e l’autorappresentazione) producono inevitabilmente un regresso, o strano anello, che secondo alcuni è la struttura alla base dell’intelligenza umana. Nel caso del processo il fenomeno è ancora più inquietante perchè l’anello si innesta sull’atto del giudizio, che è già una rappresentazione di un processo mentale: quindi non si tratta del (già problematico) occhio che si vede, ma del disperante giudizio che si giudica.

E come l’autorappresentazione è il seme della coscienza individuale, così il teatro è forse il seme dell’autocoscienza di una società. Man mano che i suoi neuroni (gli individui) si connettono, il cervello sociale inizia a percepirsi, e a giudicarsi, e a giudicare del suo giudizio, e così via: in definitiva, a pensare. L’unico peccato è che il suo sembra sempre di più un pensiero paranoico.

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SLT

Come ogni anno, ci siamo dimenticati gli anniversari di Borges, Lovecraft e Pavese.

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L’albero di Borges

“… ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente. Questa è la maggior responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso”, J. L. Borges.

Questa frase, che per stile e contenuto sembra appartenere più ai baci perugina che a Borges, gli viene però attribuita in diversi siti. Da dove può essere venuta fuori? Pare che il vero autore sia un certo Paul Montes, ma alcuni frammenti si trovano un po’ dappertutto. Curiosamente, la rete attribuisce a Borges anche un’altra poesia sull’amicizia, più o meno della stessa forza, e l’attribuzione resiste nonostante molti si siano accorti subito che non può essere sua.

Per una frase furtatagli, e per un’altra che ha rubato, Borges “guadagna” due poesie fasulle. Il processo, benchè noto, ha sempre qualcosa di fantastico e denuncia l’esistenza di una Fondazione implicita, eterna, che come il caso mescola (e come il tedio nomina) le parole dell’autore universale.

 

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Inserisci qui il titolo

Nel vuoto agostano lanciamo un breve racconto di Spallanzani, inedito, che ricorda un po’ Mister Squishy per il tentativo di comprendere la realtà.

“Al lavoro ho fatto il repartista per due anni e poi il caporeparto. Lasciando stare quanto m’hanno fatto penare per questa misera promozione, poi son diventato capo settore nel giro di due settimane e grazie ad un’idea da brevettare che qui espongo:  Continua a leggere

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