Botanica letteraria

1. Nel racconto di Clive Barker “The Hellbound Heart”  Julia attira in casa i suoi amanti, li uccide e offre il loro sangue al suo ex amante Frank, che è ridotto a una sorta di larva per essersi troppo immischiato con i Cenobiti. Il corpo di Frank comincia a rigenerarsi e Julia può goderne in abominevoli pratiche sessuali. Si direbbe una donna diabolica, ma non è nulla in confronto a un’altra femmina, dall’umido quanto ingannevole nome di Roridula, che attrae le sue vittime, le invischia e le dà in pasto ai suoi molti amanti: in cambio ottiene osceni titillamenti e può soddisfare la sua coprofilia.

Incidentalmente, è uno straordinario esempio di collaborazione (criminale) e adattamento. C’è un solo insetto talmente specializzato da poter camminar tra le gocce di colla senza restare legato, e che vive solo lì, sulle roridule, a loro volta specializzatissime. E c’è anche un ragno che preda quel tipo di insetto: una nicchia così piccola eppure con un mini ecosistema al suo interno.

2. Sia Dante (Inferno, XIII canto, Pier delle Vigne) che Virgilio (Eneide, III libro, Polidoro)  raccontano di arbusti che stillano sangue. Incidentalmente, in Spagna e Portogallo cresce una pianta carnivora (Drosophyllum lusitanicum) che è coperta di goccioline di colla color sangue. Possibile che l’immagine venga da questa pianta? Il professor Vincibile pensa di no e aggiunge che è più probabile l’identificazione con il cosiddetto “sangue di drago“, cioè una resina rossa che si ricava da diverse piante e che era nota anche ai romani. Dal canto nostro pensiamo che la resina, essendo appunto nota, venduta e comprata, era meno misteriosa del Drosofillo, che inoltre acchiappa le mosche e quindi somiglia di più a un essere animato.  Ci chiediamo poi se la radice di un mito può sopravvivere al suo sfruttamento commerciale. In altre parole, se Virgilio sapeva dell’esistenza del sangue di drago, e del suo uso come lacca e colorante, difficilmente l’avrebbe considerato un prodigio (e infatti nell’Eneide la pianta che sanguina è un mirto, noto per non sanguinare).

D’altro canto può essere vero anche il contrario, e cioè che l’immagine dell’albero sanguinante abbia generato il mito ma questo si sia staccato dalla sua origine prosaica, tanto più che probabilmente la resina rossa arrivava a Roma in polvere o in scaglie, per cui non è detto che i romani sapessero che veniva fuori dalle piante come linfa. Ciò per tacere del fatto che un mito non nasce necessariamente dall’osservazione dei fenomeni naturale. Ad ogni modo, in questa breve nota abbiamo evidenziato alcuni possibili legami tra letteratura e piante carnivore (o semi carnivore) e questo ci soddisfa.

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Io preparo la catastrofe

Scare Tactics (trasmesso da La3 come “Scherzi da Paura“) è un parente di “Scherzi a parte” ma introduce nel genere alcune novità che lo rendono un ibrido tra il classico modello di “specchio segreto” e un film dell’orrore. La vittima dello scherzo viene spesso attirata con un’offerta di lavoro e si trova poi coinvolta in situazioni da leggenda urbana (becchini che trafficano organi, laboratori in cui si pratica la clonazione, nani assassini, sette di barboni, ambigui fantasmi). La peculiarità è che il filmato dello scherzo è montato come un vero e proprio film, con frequenti e abili cambi di inquadratura, e i momenti clou sono sottolineati da una musica inquietante. Se lo spettatore non vede l’introduzione dello scherzo, può tranquillamente pensare che si tratti di un film horror a basso budget.

Rispetto a “Scherzi a parte”, alcune puntate di Scare Tactics vantano una storia ingegnosa e buoni dialoghi e sono così cinematografiche che spesso ci si trova a immedesimarsi e ad avere paura più che a ridere della vittima. Se lo scherzo fosse trasmesso come film probabilmente non risulterebbe altrettanto efficace. Il fatto che la vittima non sia un attore e appaia realmente spaventata in qualche modo rende più “accettabile” la situazione e la recitazione degli attori (che sono comunque piuttosto bravi). La quantità dei punti di ripresa, la fotografia di alcune scene e la complessità del montaggio ci inducono a credere che le scene in cui non appare anche la vittima siano girate a parte. Più che uno scherzo televisivo, Scare Tactics sembra una puntata di “Ai confini della realtà” con un attore inconsapevole, un po’ come in Bowfinger (che è ancora più “meta”, perchè è un film su un film con un attore inconsapevole).

Altra ambiguità è che spesso le vittime reagiscono in un modo che somiglia moltissimo a quello dei “veri” personaggi di film horror per adolescenti. Ad esempio, nella puntata della clonazione lo scienziato pazzo di turno dice alla vittima di non impicciarsi, e quella risponde qualcosa come “però questa storia potrebbe interessare alla polizia”, frase che suona allo stesso tempo stranamente reale (perchè pronunciata da un individuo che sappiamo reale) e irreale. La spiegazione più semplice è che le vittime non sono poi tanto inconsapevoli, che recitano anche loro, ma probabilmente non è così. Forse abbiamo metabolizzato a tal punto il linguaggio dei film che posti in una situazione simile la nostra reazione “spontanea” e naturale sarebbe, appunto, quella vista in un film. In un certo senso, siamo stati allevati per essere attori, che lo vogliamo o no.

Le puntate migliori di Scare Tactics sono quindi una forma di narrazione estremamente complessa e paradossale, in cui è davvero difficile distinguere i vari piani (reale-irreale, costruito-spontaneo, critica-immedesimazione). Come detto, gli scherzati vengono spesso attirati con proposte di lavoro e questo aggiunge una (probabilmente non voluta) sfaccettatura politica: i giovani disoccupati come vittime privilegiate di un mondo adulto incomprensibile e atroce.

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Un altro adombramento di Amleto

hamule

Durante il festival di Castel dei Mondi, ad Andria, abbiamo assistito allo spettacolo “Please, continue (Hamlet)“. Agli spettatori viene dato un taccuino, per motivi che saranno presto chiari. Sul palco ci sono veri giudici ed avvocati del foro locale, c’è anche un vero usciere, mentre gli unici tre attori veri indossano delle magliette gialle. Si tratta di giudicare appunto il caso di un giovinastro di periferia, che durante la festa per le nuove nozze della madre ha accoltellato il padre della sua amichetta (sua del giovinastro, non del padre), scambiandolo per un ratto. Per tutelare la riservatezza, sulle magliette gialle ci sono nomi di fantasia (Amleto, Ofelia e Gertrude).

I giudici e gli avvocati non seguono un copione: in precedenza gli è stato consegnato un fascicolo con le informazioni sul caso (dichiarazioni, perizie, testimonianze), per cui improvvisano nei limiti della vera procedura penale. La decisione finale spetta a una giuria popolare sorteggiata al momento tra gli spettatori (che si spera abbiano preso appunti). Nel corso dello spettacolo, che è già stato rappresentato un centinaio di volte in vari paesi, vengono anche fornite statistiche sul numero di condanne e di assoluzioni riportate da Amleto.

Lo spettacolo ricorda moltissimo un gioco di comitato processuale, che è a sua volta una sorta di gioco di ruolo privo (in genere) di un’autorità centrale e di casualità. Inoltre qualcosa di simile era stato già fatto in passato. La “trovata” degli autori consiste nel coinvolgere dei veri operatori di giustizia, provocando l’inevitabile cortocircuito descritto da Elia Spallanzani nel suo racconto “La fine di un regno” e nei suoi esperimenti teatrali. Il paradosso del “teatro che però è vero che però è teatro” salta subito agli occhi perchè su un palco, che rappresenta un’aula di giustizia, ci sono delle persone che indossano una casacca con su scritto “attore”, e in realtà basterebbe già questo, senza nemmeno la necessità di citare Amleto. Del resto siamo ormai abituati a vedere delle drammatizzazioni di veri elementi giudiziari, come ad esempio nei programmi in cui attori leggono i verbali dei processi (e sotto appare la scritta “ricostruzione”), per cui si potrebbe dire che  “Please, continue (Hamlet)” non è affatto paradossale ma realistico, in quanto riproduce la realtà televisiva.

E’ stato già osservato che la rappresentazione del processo, più che informare, forse contamina di irrealtà tutta il sistema giudiziario, il che può generare storie e processi parassiti. Questo, però, è sempre accaduto: sempre il teatro (e poi il cinema, la televisione) hanno avuto la tendenza a mangiarsi la realtà, come un pensiero che si attorciglia su se stesso. La rappresentazione (e l’autorappresentazione) producono inevitabilmente un regresso, o strano anello, che secondo alcuni è la struttura alla base dell’intelligenza umana. Nel caso del processo il fenomeno è ancora più inquietante perchè l’anello si innesta sull’atto del giudizio, che è già una rappresentazione di un processo mentale: quindi non si tratta del (già problematico) occhio che si vede, ma del disperante giudizio che si giudica.

E come l’autorappresentazione è il seme della coscienza individuale, così il teatro è forse il seme dell’autocoscienza di una società. Man mano che i suoi neuroni (gli individui) si connettono, il cervello sociale inizia a percepirsi, e a giudicarsi, e a giudicare del suo giudizio, e così via: in definitiva, a pensare. L’unico peccato è che il suo sembra sempre di più un pensiero paranoico.

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SLT

Come ogni anno, ci siamo dimenticati gli anniversari di Borges, Lovecraft e Pavese.

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L’albero di Borges

“… ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente. Questa è la maggior responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso”, J. L. Borges.

Questa frase, che per stile e contenuto sembra appartenere più ai baci perugina che a Borges, gli viene però attribuita in diversi siti. Da dove può essere venuta fuori? Pare che il vero autore sia un certo Paul Montes, ma alcuni frammenti si trovano un po’ dappertutto. Curiosamente, la rete attribuisce a Borges anche un’altra poesia sull’amicizia, più o meno della stessa forza, e l’attribuzione resiste nonostante molti si siano accorti subito che non può essere sua.

Per una frase furtatagli, e per un’altra che ha rubato, Borges “guadagna” due poesie fasulle. Il processo, benchè noto, ha sempre qualcosa di fantastico e denuncia l’esistenza di una Fondazione implicita, eterna, che come il caso mescola (e come il tedio nomina) le parole dell’autore universale.

 

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Inserisci qui il titolo

Nel vuoto agostano lanciamo un breve racconto di Spallanzani, inedito, che ricorda un po’ Mister Squishy per il tentativo di comprendere la realtà.

“Al lavoro ho fatto il repartista per due anni e poi il caporeparto. Lasciando stare quanto m’hanno fatto penare per questa misera promozione, poi son diventato capo settore nel giro di due settimane e grazie ad un’idea da brevettare che qui espongo:  Continua a leggere

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Bianco, limone, silenzio, nessuno

dona al dux

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Ci è semblato di vedele una elle

Le notizie sui folli letterari si trovano nei luoghi più impensati. Ad es. in “Symbols, Signals, And Noise: The Nature and Process of Communication“, di J. R. Pierce, leggiamo che il poeta tedesco Gottlob Burmann scrisse 130 poesie, per un totale di di circa 20.000 versi, senza mai usare la lettera “r”. Il suo odio per la “r” era tale che negli ultimi diciassette anni della sua vita giunse persino a bandirla dalla normale conversazione, il che tra parentesi gli impediva di pronunciare il suo cognome.

Eliminare una consonante però è abbastanza facile. Gli autori barocchi avevano fatto di meglio: a metà del settecento Fernando Jacinto de Zurita y Haro, Francisco de Navarrete y Ribera e Manuel Lorenzo de Lizarazu y Berbinzana, oltre a sfoggiare nomi lunghi ed araldici, pubblicarono ognuno una novella scritta senza la “a”. D’altro canto, nel 1641 Alonso de Alcalá y Herrera diede a tutti uno schiaffo morale pubblicando “Varios effetos de amor en cinco novelas exemplares“, composto da cinque novelle che sono altrettanti lipogrammi in cui manca una delle 5 vocali.

Nel 1939 Ernest Wincent Wright pubblicò a sue spese un romanzo di 50.000 parole intitolato “Gadsby” in cui omise del tutto la lettera “e”, che è anche la più frequente della lingua inglese. In confronto Perec è un plagiario.

Con simili precedenti, che poteva fare Spallanzani? Magari un racconto monovocalico in “e”? Beh, in principio pensò di scrivere l’ennesimo testo senza la “e”, stavolta di centomila parole, e calcolò che gli sarebbe servito un anno di duro lavoro, ma ci ripensò: non aveva senso mettersi a competere con questi mentecatti sul piano quantitativo e poi comunque gli amici del bar avrebbero giudicato l’impresa come un segno di bizzarria o, peggio ancora, di esibizionismo (questo terrore di Spallanzani per il giudizio degli amici del bar è attestato in più occasioni: si veda “Gli amici del bar, sostegno o censura?“, di A. Sibilla). Alla fine, Spallanzani decise di ricorrere a un trucco che gli era già servito altre volte, e cioè far conto di aver già scritto l’opera progettata, però poi gli venne un’altra idea: cominciò a raccontare in giro che un suo amico, tale Giorgio Perego, gli aveva mandato un dattiloscritto senza la “e”, perchè gli si era rotto il tasto della macchina, e che lui, cioè lui Spallanzani, per fargli un favore lo stava riscrivendo mettendoci tutte le “e”. Così, nel giro di un mesetto riscrisse “La scomparsa” sostituendo alle perifrasi le presunte parole originali.

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Un problema tra la gente

Tutto ciò che è, è pensiero divino. Del male, che non è realtà, ma negazione di realtà, non c’è dunque scienza in Dio” – G. Scoto Eriugena.

Dio conosce il male o difformità degli atti umani per il fatto che attinge ed ha una cognizione distinta della rettitudine morale ad essi opposta” – G. Duns Scoto, Ordinatio.

Su Tlön c’era un problema: il Tribunale della Quisizione dava spietatamente la caccia agli eretici, nel loro precipuo interesse, si intende, ma nonostante i fastosi processi e le continue abbruciazioni, pareva che ce ne fossero sempre di nuovi: per ogni eretico salvato, videlicet arso, ne spuntavano due. I Quisitori cominciarono allora a sospettare che la stessa pubblicità dei processi, con relativo sbandieramento di peccati, fungesse paradossalmente da veicolo dell’eresia, per cui decisero di renderli segreti. La gente spariva di notte e non se ne sapeva più nulla, ma ciò nonostante la peste ereticale continuava a diffondersi, e anzi ne cadevano vittima persino alcuni Quisitori.

Fu perciò convocato un concilio dei più solerti e lucubrativi custodi dell’ortodossia, che fecero una scoperta interessante: i manuali della Quisizione, nel descrivere minuziosamente le diaboliche tesi degli eretici e le condotte da punire, di fatto finivano a loro volta per propalare l’eresia, e proprio tra coloro che dovevano combatterla. Si decise quindi di eliminare dai codici penali ogni descrizione che potesse provocare scandalo o indurre qualcuno in tentazione, specie quella intellettuale, la più subdola e detestabile.

Alcuni Quisitori si lamentarono che però così non si sapeva più cosa punire, per cui ben presto i ceppi sarebbero rimasti vacanti, ed estinte le fornaci. Costoro furono innanzitutto abbruciati, ma poi si cominciò a riflettere sulle loro considerazioni. Infine, il sommo Quisitore risolse la disputa osservando (giustamente) che non c’è bisogno di una descrizione dell’eresia: basta quella dell’ortodossia, ossia il Buon Libro, e tutto ciò che gli è contrario dovrà perire.

L’alzata di ingegno provocò grande soddisfazione e un’impennata del prezzo del legno di faggio e del derivato carbone, ma il travaglio non era finito, anzi era appena all’inizio, perchè quasi subito qualcuno osservò che a conti fatti il Buon Libro contrabbandava anch’esso l’eresia, come un controstampo lascia dedurre la figura. Questa opinione, naturalmente, era eretica, ma a quanto pare lo era anche il suo contrario. Come spesso accade, nella situazione di massima incertezza la cosa più ragionevole sembrò iniziare una guerra civile.

Dopo cinquant’anni di stragi, il reggente della casata Quisitorum ebbe un’illuminazione: se la classe dominante avesse adottato l’eresia, come del resto aveva forse già fatto inconsapevolmente, il popolo si sarebbe lasciato sedurre dall’ortodossia. Compilando un libro di bestemmie e falsità, la verità sarebbe comunque sopravvissuta come negativo. Inoltre l’elite eretica avrebbe badato spontaneamente a tenere basso il numero dei suoi membri. Una piccola parte della popolazione doveva perciò sacrificarsi per il bene della verità, scegliere la dannazione perchè vi fosse un cielo. Iniziava così il regno degli Eresiarchi di Tlön.

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Critica di libri non letti (ancora sul giallo)

Qualche giorno fa abbiamo letto un articolo di Guido Vitiello sul giallo come rito sacrificale. Semplificando al massimo, l’autore ipotizza che nel giallo potrebbe non contare tanto l’aspetto enigmistico, quanto quello in un certo senso “catartico”: c’è un assassinio, che contamina una comunità, e c’è la caccia rituale a un colpevole, la cui punizione “purifica” tutti gli altri. La tesi era già stata esposta nel suo libro La commedia dell’innocenza, di cui per altro abbiamo letto solo un frammento (ma per la Fondazione, nella sua oracolare supponenza, ciò non è quasi mai un motivo sufficiente per astenersi dai commenti).

Ad ogni modo, secondo questa congettura ci sarebbe un’analogia morfologica tra giallo e tragedia classica, il che è di sicuro più interessante della classica tesi per cui il giallo è felice e illuministico. Tuttavia, siamo portati istintivamente a contrastarla perchè sembra pur sempre fondata sull’idea del giallo come ricostruzione di un ordine (anche se magari non razionale).

Già molti anni fa criticammo la tesi di altro autore, più semplicistica, per cui il giallo presuppone un mondo ordinato, un fatto che turba l’ordine (es. un omicidio) e un agente che, ragionando sui dati, ricostruisce l’ordine. Il noir tutto il contrario, e cioè un mondo caotico, un criminale che vuole imporre un ordine parziale (es. progettando un omicidio) e in genere il fallimento di questo tentativo. Al riguardo, notavamo che lo stesso fatto (l’omicidio) veniva considerato portatore di ordine nel noir e di disordine nel giallo, e che la parola “ordine” veniva usata indiscriminatamente in due sensi diversi: ordine sociale, per il giallo, e “senso compiuto” per il noir.

Il problema era, ed è, che nel giallo inteso come branca della logica o della teologia l’omicidio sarebbe parte dell’ordine del mondo, inevitabile e armonioso come lo spandersi della luce sugli oggetti. Con l’ulteriore difficoltà che in un mondo strettamente deterministico non esiste scelta mentre l’assassino, per essere punito, deve poter scegliere. Quindi il giallo, a quanto pare, presuppone una realtà disordinata, mentre al contrario proprio il noir dà l’idea di un cosmo niente affatto caotico ma meccanico, in cui l’idea di colpa ha poco senso. Astratti paradossi, siamo d’accordo, ma che forse danno un indizio della scarsa utilità del binomio ordine/caos per analizzare il genere.

In un altro vecchio articolo riportavamo la tesi per cui nella letteratura classica non ci sono veri e propri gialli in quanto non era prevista l’identificazione tra lettore e personaggio non onnisciente (questo però comincia a non valere più nel romanzo ellenistico, ad esempio); inoltre non esisteva nemmeno l’idea di un detective portatore delle istanze di giustizia della società, perché nel mondo antico persino l’omicidio era tendenzialmente considerato un crimine privato.

Se si considera la tragedia analizzata da Vitiello nel suo libro (l’Edipo re), si nota che il mistero dell’assassino di Laio non è poi un mistero, perché gli spettatori sanno già che è stato Edipo, e che la punizione divina (la peste) non dipende dall’uccisione di uomo, ma di un re (e per di più c’è l’incesto). Quindi ha ragione Vitiello quando nota che l’Edipo non è un giallo, come molti sostengono, ma che semmai il giallo somiglia all’Edipo. E però somiglia a un Edipo privato di alcuni caratteri che ci sembrano essenziali, come la previa conoscenza dell’assassino e la natura privilegiata della vittima.

Si potrebbe obiettare: e l’ispettore Colombo? Anche lì si sa subito chi è l’assassino. Però questo potrebbe voler dire appunto che Colombo non è un giallo, ne ha solo l’apparenza. Colombo potrebbe essere davvero un rito sacrificale, in cui lo spettatore però si identifica nella preda. In altre parole, se al giallo togliamo l’ignoranza del lettore o il processo deduttivo, forse finiamo fuori dal giallo, come in Delitto e castigo o in CSI.

Chiaramente sarebbe stupido da parte nostra pretendere un perfetto parallelismo tra giallo e tragedia greca: se il primo è una sorta di residuo della seconda, delle differenze dovranno esserci per forza: il giallo sarebbe una sorta di calco secolarizzato (qui si va per ipotesi, non avendo letto il libro), qualcosa di simile ai giochi che riproducono antichi riti (ad es. il gioco della campana, che sarebbe il residuo di un antico percorso iniziatico). Al riguardo, però, ci torna in mente un libro di Callois, I giochi e gli uomini, citato anche da Vitiello, dove si contesta questo passaggio da rito a gioco, sostenendo che probabilmente le due forme non sono successive, ma contemporanee: anche i primitivi dovevano avere qualcosa di simile al gioco della campana, e allo stesso tempo vivevano il rito cui quel gioco somiglia. Tuttavia, gioco e rito erano sostanzialmente diversi, pur condividendo alcune forme, e di ciò erano consapevoli innanzitutto i primitivi.

Di questi antichi giochi (intesi come giochi) rimangono pochissime tracce, anche perché se noi moderni ci imbattiamo in una trottola del tremila avanti Cristo tendiamo a pensare che sia un oggetto rituale e non un gioco. Allo stesso modo, se trovassimo le tracce di un vero, antico giallo, probabilmente lo scambieremmo per un mito (e viceversa: un rito sacrificale moderno ci sembra un giallo). Magari queste cose le ha anche già scritte Vitiello. Disordine, disordine… l’articoletto ci lascia molto insoddisfatti, ma ormai l’abbiamo scritto. Volevamo anche citare la tesi di Spallanzani per cui il giallo sarebbe discendente della favola, ma è già troppo complicato così. Ad ogni modo ci ripromettiamo di tornare sull’argomento quando avremo letto il libro.

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