Un altro problema di co(no)scenza

Nel racconto di Wallace “Mister Squishy” il protagonista fa il coordinatore di uno di quei gruppi di consumatori chiamati a testare un prodotto prima che venga immesso sul mercato, nel caso particolare una merendina. Spogliato della struttura, il racconto può sembrare una sorta di lezione introduttiva sul marketing e la statistica e vengono dette alcune cose che, come sempre, appaiono ovvie e forse non lo sono del tutto.
Ad esempio, che all’interno del gruppo di presunti consumatori ci sono due impostori, gente pagata dalla stessa azienda del protagonista e di cui nemmeno lui conosce l’identità, che sta svolgendo un test “annidato”, un test sul test.
Ciò che turba il protagonista è l’impressione che il suo lavoro sia del tutto inutile perchè l’azienda delle merendine ha già fatto investimenti tali che il processo non può più essere fermato e la merendina deve andar bene. Il marketing quindi continuerà a ideare e svolgere test già sapendo che devono produrre un certo risultato. Il fatto che questo processo sia pilotato e inutile è una cirostanza accuratamente celata, e però non lo resterà a lungo perchè l’azienda di marketing si è accorta che grazie ai dati raccolti dalla rete presto si potrà fare a meno dei valutatori e coordinatori, tipo il protagonista.
Quindi il test nel test serve a documentare che il test è fallato e prepara la strada per far fuori il protagonista. Ed è qui che si pone il problema.

Perchè ciò che rende umano il protagonista è la sua domanda: tutto questo è vero? Davvero il suo lavoro è inutile? Perchè se lo è, lui non ha nessuna obiezione all’essere fatto fuori. Anche lui, in fondo, lo pensa. E però potrebbe darsi che il test annidato sia altrettanto falso e guidato, e che la decisione di licenziare i valutatori, come quella di fare un certo tipo di merendine, sia una di quelle decisioni già prese per puro istinto e che ormai devono trovare conferma, perchè il processo è già iniziato, è già costato parecchio e non si può fermare.

Non è quindi solo un problema personale, perchè se lo fosse il protagonista sarebbe solo l’ennesimo impiegato frignone, ma riguarda il modo e la possibilità di conoscere. Il sistema che il protagonista tenta di descrivere e di spiegare, il modo in cui le persone prendono decisioni, influenzate dalla massa, e poi dalla reazione alla massa, e poi dalla reazione a quella reazione, e dal fatto che molti sono consapevoli di questo processo, il che inevitabilmente rimescola le cose, ma fino a quale punto… questo sistema fatto di turbiglioni dentro altri turbiglioni, apparentemente così ovvio e meccanico, è invece di una complessità disperante, tanto da somigliare a una versione meschina del caos.

Noi non pensiamo che Wallace sia un grande scrittore ma è certamente una brava persona, nel senso che si pone con onestà un problema fondamentale e forse insolubile, senza rifugiarsi per forza nell’ironia o nel cinismo. Purtroppo il suo racconto rimane a metà tra la riflessione e la narrazione e alcune puerilità (l’amore del protagonista, le idee sull’avvelenare merendine) non ci sembrano aggiungere nulla né all’una né all’altra.

P.s. altri problemi di conoscenza: la guerra fredda e il castello del se.

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Sempre di domenica

Non si può parlare sempre dell’Elia. Occupiamoci per un attimo di un autore minore, questo tale William Butler Yeats, e ricopiamo una sua poesia che piaceva molto al Nostro:

“… Di tutte le cose mutevoli
che in orrida danza passarono turbinando
allo stridulo motivetto cantato da Chronos,
soltanto le parole hanno valore certo.

Dove sono ora i re guerrieri,
derisori della parola?.. Per la Croce,
dove sono ora i sovrani litigiosi?
La loro gloria è ora inutile parola
per il balbettio dello scolaro
che legge una storia ingarbugliata:

i re d’un tempo sono morti!

La stessa terra errante forse è solo
un improvviso fiammeggiar di parola
udita per un attimo nel clangore dello spazio
che turba l’eterno sogno a occhi aperti.”

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Far soldi coi libri

Non certo scrivendoli o vendendoli, che è ormai roba da poveracci, ma risolvendo il mistero della caccia al tesoro. Da una vecchia conoscenza apprendiamo che il libro “The Secret” nasconde ancora dieci gemme sotto le sue criptiche illustrazioni, e non è l’unico. Le cacce al tesoro libresche sono un altro degli argomenti di cui abbiamo parlato una decina d’anni fa ma vanno tranquillamente avanti e ce n’è qualcuna anche in Europa.

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RC/TH Iam Dies Calvin *

Ogni tanto qualcuno pubblica in rete dei messaggi misteriosi sfidando il mondo a risolvere l’enigma. Di solito il gioco è breve e alla fine si scopre che era una pubblicità, ma c’è anche gente che fa (o scherza) molto sul serio. Ad esempio, da più di trent’anni ogni primo maggio sulle colonne degli annunci di un giornale universitario statunitense compaiono strane scritte in codice: un miscuglio di formule matematiche, lingue straniere e immagini criptiche, tra cui ricorre spesso quella di Lutero.
Ne abbiamo già parlato dieci anni fa e da allora poco è cambiato: qualcuno sta ancora tentando di decifrarle, venendo anche contattato dai misteriosi autori dei messaggi; qualcun altro forse ha intuito la verità, applicando a questo mistero le tecniche degli ARG (Alternate Reality Gaming).

Ma alla Fondazione nessun mistero sembra abbastanza profondo e quindi abbiamo ipotizzato un altro piccolo cortocircuito. Bisogna infatti sapere che tra i tanti misteri pop americani c’è quello delle Georgia Guidestones, ossia quattro enormi monoliti in cui sono incisi dei bizzarri comandamenti new age. A detta di colui che ha materialmente realizzato questa grottesca imitazione di Stonehenges, l’opera fu commissionata nel febbraio 1979 da un tale Robert C. Christian, che sosteneva di essere l’emissario di un non meglio precisato gruppo di “fedeli americani”.

Per chi ha una mentalità complottista il nome di R(obert).C. fa pensare inevitabilmente ai Rosa Croce, ma colpisce anche il fatto che i monoliti e gli strani annunci del primo maggio risalgano più o meno allo stesso periodo, e che il presunto autore degli annunci si chiami Robert Truman Hungerford. E’ vero che “Robert” è un nome abbastanza comune e che il committente dei monoliti ammise di usare uno pseudonimo, ma cosa c’è di più normale, per un folle, che usare come pseudonimo il suo vero nome? Allora cosa ci vieta di pensare che dietro i due misteri ci sia la stessa persona (e dietro di lui lo stesso proverbiale gruppo di Illuminati)?

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Viaggio sentimentale all’intorno della mia narice II

Dopo il fragoroso insuccesso del primo capitolo, continuiamo per stizza la pubblicazione dell’inedito Spallanzanesco:

“In  Zangtumbtumb volle Gunaturfinaburani un duomo di delizie construrre. Il portone sarebbe stato un goban ma il giovane sacerdone di Ahribeardsley era indeciso su cosa far iscrivere nel biondo legno di Kaya. Lo affascinava una quartina dal sapore ermetico, opera dell’immortale Maestro:

昔昔亀没
頭下走獣
如水雷発
電車如似

che per gli incolti si potrebbe tradurre:

In tempi remoti la Tartaruga Gui
col capo chino correva tra le bestie
come lampo nell’acqua esploso
come carro in una nube di fumo.

Ora, Gunaturfinaburani sapeva molte cose. Sapeva che la scrittura umana è eco organica di un’articolazione universale, e che le crepe sul guscio di una tartaruga (animale che in occidente si è umiliato nella corsa, quanta puerilità!) sono il rivolo di una Grande Scrittura senza maiuscole 文: il segno di tutte le cose che si separano dopo essersi unite, e che mantengono questo rapporto pur nella distanza. Sapeva, sapeva. Ciò non pertanto, il senso dei versi continuava a sfuggirgli. Non vide allora altro rimedio che interrogare l’Illuminato, e così si diresse a passo meccanico verso lo stagno delle ninfee. Lì lo attendeva il maestro Bruno Lao-Tze.

Disse il maestro Bruno Lao-tze: “senza questo piumino esploso in testa sembrerei proprio Maurizio Costanzo”, e si arricciò il baffetto. Ai suoi piedi dormiva la Tartaruga Del Mondo mentre davanti a loro si innalzava la Narice, come una cattedrale di carne. Il suo arco ogivale copriva le stelle, profonda era la sua radice: la radice della Narice.
“L’uomo primordiale”, cominciò a dire Bruno, “che alcuni chiamano adàm kadmòn, o anche lo “Zio Negro”, ma qui si accorse di aver aperto troppe virgolette, non si raccapezzava più tra i livelli del discorso.
Chiuse virgolette alzò il ditino e disse ancora: “il maetro Bruno Lao-tze disse: “. Faceva come il bambino che gioca a coniugare gli avverbi: allorare, purtroppire, ebbènere, io ebbeno, tu ebbeni, tutto ebbene… allora si svegliò la Tartaruga Del Mondo e disse: “è una congiunzione”.
“Una congiunzione di cosa?”, rispose Bruno.
“Ebbene, è una congiunzione”, replicò stizzita la Tarta.
“Si ma quale?”
“Ebbene!”
“E’ bene cosa PORCO DAO?!”
“Ebbene, ebbene, vecchio pazzo!”, gnaulò la Tartaruga. “il soggetto è “ebbene”, ebbene (lei) è una congiunzione, non un avverbio!”
“Ahahahahah”, rise Bruno.
Anche quando si vedeva chiaramente che rideva, gli mettevano lo stesso il commento “rise il maestro Bruno”. Se lui diceva “ahahaahha”, qualcuno poi ci metteva una virgola e il commento. Pareva non ci fosse modo di evitarlo.
“Mia povera Tartaruga”, disse quindi Bruno, “come può una congiunzione essere soggetto? Si vede che sei sulla cattiva strada”.
In quella si spalancò la Narice e ne uscì fuori un vento caldo che smosse le foglie degli aranci e increspò il laghetto delle Rane Siderali. La Narice respirava due volte l’anno, la sua inspirazione creando l’inverno, la calda espirazione primavera.
“Ah, disse Bruno, si è aperto il Setto e il mio cuore si dilata alla promessa della rinascita. Di cosa parleremo oggi mia buona Tartaruga? forse del principio dell’amore?. Questo lo disse la Tartaruga.
“Ma perchè mi togli le battute e giochi a confondere? sei proprio una bestia del demonio!”.
La frase rimase per qualche tempo così, senza nessuna etichetta. Le rane e i grilli la guardavano passare nel cielo nuda, senza sapere a chi attribuirla. Ci fu un attimo di silenzio ed orrida incertezza ma al contempo stava la Narice immobile, come il pilastro dei cieli: al suo interno gorgogliavano i canali…” “

 

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Plutomanzia

Ogni magia abbastanza sofisticata finisce per essere indistinguibile dalla tecnologia“, E.S.

In un vecchio racconto di Spallanzani il protagonista viene convocato dalla sua banca, che lo rimprovera di non spendere abbastanza. L’uomo protesta che sono fatti suoi ma il funzionario ribatte e si lancia una sorta di delirio mistico-tecnocratico:

“Il denaro non vale per quel che serve, ma per quel che significa. I clienti usano il denaro per comprare le cose ma noi no, maneggiamo solo denaro puro. Lo stato e le banche marchiano i soldi e gli assegni per farne parte e dove va il denaro, lì siamo anche noi: perciò deve circolare. Quando lei compra un caffè, noi lo sappiamo. Quando conta gli spicci, le leggiamo il pensiero. Così controlliamo e prevediamo, traiamo utili auspici.  Siete tutti pesati e contati sin dalla nascita e ciò che vi piace tanto chiamare la vostra libertà inizia e finisce qui – disse picchiando sul terminale. La traccia delle quotazioni poteva ben essere il più grande encefalogramma del mondo.”

Questo in due parole il succo della Plutomanzia, o magia del denaro, che molti anni dopo è stata codificata nel gioco di ruolo Unknown Armies. Non sveliamo il trucco con cui il protagonista si sottrarrà al controllo ma possiamo dire che ha qualcosa a che fare con i metodi di StampStampede, che si propone di combattere la corruzione usando le banconote come volantini, e che a sua volta ricorda un vecchio progetto anticapitalista, di cui abbiamo parlato dieci anni fa.

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Il diagramma di Disch

Nel 1972 lo scrittore di fantascienza Thomas Disch pubblica “334”, una storia ambientata in un condominio del prossimo futuro e costruita secondo un preciso diagramma. Disch disegna un parallelepipedo e sui tre assi dispone 3 personaggi, 3 anni e 4 stili, per cui ci sono 36 nodi (3x3x4, appunto), connessi in modo da ottenere 43 frammenti (alcuni nodi vengono visitati più volte). Dato il vincolo formale, ad ogni passaggio cambia solo uno dei tre elementi che identificano il nodo. Ma si fa prima a mostrarlo:

Qui lo trovate più grande.
Come si vede, la storia comincia nel 2021 con una fantasia della signora Hanson, nel secondo capitolo la protagonista diventa Lottie (fermo il resto), nel terzo diventa Shrimp, nel quarto è sempre Shrimp ma da un altro punto vista, nel quinto si passa all’anno 2024 e così via.  La peculiarità è che questa struttura “oulipesca” appare in una narrativa “popolare” come la fantascienza e precede di 6 anni il più famoso esempio di narrativa combinatoria in condominio (La vita, istruzioni per l’uso di Perec). Bisogna dire però che il risultato è anche abbastanza illeggibile.

Più gobili gli altri racconti riuniti in “334”, anche se meno innovativi sotto il profilo formale. Il futuro di Disch è complesso e distopico, c’è un ferreo controllo della natalità (l’acqua del rubinetto contiene una sostanza contraccettiva, la riproduzione è permessa solo a chi ha certi requisiti), ci sono droghe ricreative per tenere buona la popolazione (l’uso di queste droghe per lo studio della storia è una delle idee più belle del romanzo e fa pensare ad un’influenza diretta su Valis, di Philip Dick: d’altronde i due erano amici), ci sono infermieri che vendono a maniaci sessuali i cadaveri destinati alla cremazione, e poi si trovano nei guai per errori burocratici. Il nichilismo di Disch non impedisce ad alcuni personaggi di essere profondamente umani e c’è anche qualche frase prettamente spallanzanesca come ad es.: “Creativeness is the ability to see relationships where none exist“.

Benchè a nostro avviso Disch abbia dato il meglio di sè nei racconti invece che nei romanzi, “334” resta  un esperimento interessante, al di là di una certa pretenziosità e oscurità (che comunque ha caratterizzato quasi tutta la “new wave” fantascientifica degli anni ’70). Infine, è curioso notare che una delle copertine del libro di Disch è uguale a quella di Degenerazione di Kathe Koja, notevolissimo romanzo dell’orrore.

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Il luogo da cui promana ogni lontananza

Tra i tanti progetti abortiti di Spallanzani c’era anche un romanzo di ambientazione orientale che, se lo scartafaccio dice il vero, doveva intitolarsi “Viaggio sentimentale all’intorno della mia narice”. I frammenti rimasti bastano a capire i motivi dell’abbandono e lo stesso autore ne parlava raramente, definendolo “una specie di manganellata”. Bisogna anche sapere che in quegli anni Spallanzani era sorpreso ed angosciato dal relativo successo di Manganelli, che giudicava un fatuo e un copione, pur ammirando le sue cravatte. Ci siamo chiesti a lungo se rendere pubblici questi conati e alla fine abbiamo deciso che sì, perchè la Fondazione è testimonianza della verità e dell’errore. Ecco quindi l’incipit dell’opera: Continua a leggere

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Come le statistiche dimostreranno

Quando a Spallanzani contestarono certe stranezze della contabilità, lui rispose che si trattava di figure retoriche. L’iperbole del magazzino, l’ellissi degli utili, l’epanalessi di certe poste, la litote (“più” che diventavano meno e viceversa)… inseriva, il Nostro, questi appassiti fiori per deformazione professionale. La GdF però non aveva una sufficiente formazione umanistica, carenza che perdura tutt’oggi. Come sia andata a finire è noto, ma la disavventura fu almeno occasione del memorabile detto spallanzanesco: “alla retorica dei sentimenti succede quella dei numeri: chi trucca un bilancio è il vero poeta di quest’epoca bassamente romantica”.


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La purga

Nel 2013 è uscito “La notte del giudizio” (The Purge), thriller ambientato in un’America distopica in cui lo stato ha istituito un periodo annuale di dodici ore durante il quale le attività criminali sono lecite, compreso l’omicidio. L’unico limite è che non si possono uccidere i funzionari governativi o usare armi da guerra. Oltre a offrire una catarsi ai cittadini, la purga risulta anche utile (spoiler) per eliminare i poveri e i deboli, come i senzatetto.

E vabbè. Una violenza limitata e regolamentata è alla base di parecchi racconti (“La decima vittima” etc), ma forse l’antenato diretto di questo film è un racconto del 1962: stavolta viene istituita “la giornata dei pubblici omicidi” e le regole sono più o meno le stesse: non si possono uccidere i minori di 16 anni e i funzionari del governo, sono vietate la rapina e lo stupro. La bellezza (modesta) del racconto sta nel fatto che i cittadini sembrano prendere la notizia come una qualsiasi delle leggi introdotte dal governo, con un misto di incomprensione e rassegnazione, e si dicono l’un l’altro che una spiegazione arriverà.

L’altro punto interessante è che questo racconto è ambientato in Russia e il suo autore, Nikolaij Arzak (pseudonimo di Julij Daniel’), russo di origini ebraiche, per averlo scritto si è preso cinque anni di gulag. La vicenda giudiziaria di Qui parla Mosca è agghiacciante, anche perchè vicina: sono passati meno di cinquant’anni. Quello che da noi poteva sembrare un futuro distopico probabilmente non lo era: era semplice storia, e in alcuni paesi, storia recente.

Notiamo infine che Arzach, il nome del personaggio di Moebius, ricorda molto lo pseudonimo Arzhak. Non sappiamo se sia un caso o un omaggio all’autore.

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